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La tragedia greca: origine ed aspetti di un genere immortale

Nel panorama delle forme culturali dell’antichità trasmesse alle epoche successive, la tragedia costituisce il modello fondamentale con cui tutta la tradizione occidentale ha dovuto inesorabilmente misurarsi. La natura, la storia e l’evoluzione della tragedia pongono problemi sui quali la critica non ha cessato d’interrogarsi: mirando a seguire lo sviluppo “biologico” del genere tragico, Aristotele riteneva che la tragedia fosse sorta dal ditirambo (canto lirico in onore di Dioniso eseguito da un coro) e dai cortei fallici, per poi acquisire da questa caratterizzazione una graduale solennità, fino all’affermazione del parlato sulla danza. Effettivamente, il ditirambo tra VI e V secolo si aprì a contenuti diversi da quelli strettamente attinenti al culto dionisiaco e arrivò ad assumere forme narrative anche di carattere dialogico: si può, dunque, ipotizzare che la voce solista tendesse gradualmente a divenire indipendente dal gruppo e fare uso del parlato. Altre ipotesi interessanti derivano dall’indagine etimologica del termine tragodìa, che è unanime nell’individuare i due elementi costitutivi del composto, tràgos “capro” e odé “canto”, tuttavia è divisa sulla sua corretta interpretazione: “canto dei capri”, cioè eseguito da satiri travestiti da capri, che nel mito rappresentavano il corteggio di Dioniso, o “canto per il capro”, dove l’animale è inteso come premio-sacrificio di una gara di cantori. In ogni caso, le fonti sembrano convergere sul riconoscimento della dimensione rituale e corale delle primitive performances, da cui trassero origine le forme drammatiche satiresca e tragica.

La tragedia ad Atene: il teatro di Dioniso e l’apparato scenico

La tragedia è l’espressione più caratteristica della cultura ateniese del V sec. a.C. Ad Atene le rappresentazioni teatrali più significative avevano luogo durante le Dionisie cittadine, l’evento annuale di maggiore rilievo della vita comunitaria della polis, in virtù del loro significato fortemente ideologico, finalizzato a rendere manifesta l’egemonia politica, economica e culturale della polis. In occasione di questo evento, avevano luogo gli agoni di poeti ditirambici, tragediografi e commediografi nel teatro di Dioniso. La complessità dell’organizzazione degli agoni e della procedura di sorteggio dei giudici era finalizzata a coinvolgere i rappresentanti di tutta la comunità cittadina. Il teatro era dotato di un apparato scenico, che constava di pitture su pannelli lignei mobili, e di macchine sceniche, come il bronteion, la macchina del tuono, e la mechanè, la macchina del volo, usata frequentemente da Euripide per far planare dall’alto le divinità nei finali di varie tragedie – da cui la locuzione deus ex machina. La maschera, eredità del rituale dionisiaco, nella prassi teatrale aveva una funzione pratica: grazie a essa lo stesso attore poteva svolgere più ruoli, poiché gli attori parlanti non potevano superare le tre unità nella tragedia, inoltre consentiva che i ruoli di tutti i personaggi sia maschili che femminili fossero affidate ad attori maschi, gli unici ai quali era concesso di recitare nel teatro greco.

Il significato dell’esperienza teatrale 

Tre tragediografi si distinsero per il contributo apportato allo sviluppo del genere tragico: Eschilo, ancora legato alla dimensione arcaica e corale, la cui caratteristica costante è la tensione massima del pathos tragico; Sofocle, ritenuto già dagli antichi come il vertice raggiunto dal genere drammatico, la cui arte si focalizza sul protagonismo assoluto dell’eroe e dell’eroina, mirabili creature di complessità psicologica, schiacciati dalla misteriosa potenza del fato; Euripide, ricercatore di miti desueti, pensatore critico dei miti e dei valori tradizionali, elaboratore di intrecci romanzeschi, scene di genere e motivi sentimentali, e anticipatore, in un’epoca che prelude alla decadenza drammatica, di atteggiamenti che saranno caratteristici del romanzo, della commedia nuova e della poesia alessandrina.

Oltre la dimensione “liturgica” di pubblico servizio, fondamentale nella vita cittadina, e oltre il fine spettacolare, l’esperienza teatrale diventa l’occasione per una sorta di psicodramma collettivo. È un’esperienza capace di coinvolgere l’insieme dei cittadini in una riflessione collettiva sulla cultura della polis: infatti, se è vero che la materia della tragedia viene dal lontano passato mitico, è anche vero che il mito diventa una metafora dell’universo cittadino di Atene, di cui il dramma rappresenta le dinamiche culturali e sociali.

Inoltre, essa si proietta al di là del circoscritto momento storico: la sua forza risiede nella capacità di travalicare l’occasione, ponendo problemi che investono l’interpretazione complessiva del destino umano. «Perciò di quel fondamento di tutte le esistenze, di quel sostrato dionisiaco del mondo, non può pervenire altro sentore alla coscienza dell’individuo umano se non precisamente quanto la forza trasfiguratrice apollinea è in grado di dominarne; talmente che questi due istinti artistici sono costretti a svolgere le rispettive energie nella più rigorosa misura di reciprocità, secondo la legge dell’eterna giustizia. Quando le potenze dionisiache si sollevano a tempesta, quali noi ora le sperimentiamo, bisogna pure che Apollo, avvolto in una nube, sia già disceso verso di noi; e una prossima generazione ne contemplerà certamente le più rigogliose opere di bellezza». (F. W. Nietzsche, La nascita della tragedia).

[L’immagine di copertina è tratta da Brewminate.com

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