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Eroica Fenice

La luna di Iodice: il dramma esistenziale degli oggetti

La luna di Iodice: il dramma esistenziale degli oggetti

La luna di Davide Iodice debutta al Palazzo Fondi: in scena dal 24 al 29 settembre, lo spettacolo del regista napoletano per Teatri Associati di Napoli, scava tra gli scarti e ipnotizza il pubblico.

Composizione essenziale quella de La luna di Iodice. Otto attori, nessun personaggio, eterei nell’aspetto come nei movimenti, si muovono su uno spazio scenico essenziale, quello curato da Tiziano Fario: totem di plastica azzurra su pareti nere. I costumi di Daniela Salernitano trasformano una busta di plastica nel manto di una scimmia, nella coda di una sirena. Le luci e i suoni di Antonio Minichini sono cupi, a tratti angoscianti. 

Un prologo in versi, di Damiano Rossi, gioca con le parole e con i rifiuti e anticipa lo spettacolo vero e proprio. Giochi di parole, suoni, urla umane, lazzi di bambini, versi animali, voci registrate, musica, interferenze radio proiettano lo spettatore in un mondo surreale, lo spazio lunare in cui i rifiuti prendono vita, raccontano la loro storia, testimoniano ferite, lutti, traumi, momenti, istanti, eventi.

Quello di Davide Iodice è il dramma esistenziale degli oggetti. 

Una gestazione di due anni quella dello spettacolo, durante la quale Iodice registra testimonianze di persone comuni: ognuno dona un frammento significativo della propria vita, un rifiuto e la storia che questo porta impressa. Se la luna di Ariosto raduna ciò che sulla terra si è perduto, la Luna di Iodice raccoglie lo scarto, il rimosso, ciò che, per una serie innumerevole di ragioni, non vogliamo più.

Impigliato tra le molecole che compongono gli oggetti c’è il ricordo di dolori e ferite e se una oggetto viene rifiutato spesso è perché il peso di questi ricordi è insopportabile.

Gli attori portano in scena questi rifiuti e il loro dramma: l’abito indossato al funerale di un padre che porta l’odore del lutto, del dolore, della perdita; i fiori essiccati implorano perdono per le botte di un marito, addobbano il cimitero di una relazione, testimoniano il desiderio di un matrimonio felice e duraturo;  gli occhiali rotti portano i segni delle percosse, rievocano le minacce dei bulli; una parrucca azzurra è il simbolo della vergogna, del desiderio di accettazione e del sentimento di inadeguatezza; nelle punte da ballerina il rifiuto, in una cintura il manicomio, in una gabbia per uccelli il suicidio, in una siringa un bambino mai nato.

Minimo comune denominatore di queste storie è la morte che compare angosciante, in nero, sulla scena, gobba, convulsa nei movimenti. I rifiuti hanno conosciuto la morte e ne sono la traccia: la morte di un caro, la morte di un amore, la morte dei sogni e della aspettative, la fine dell’infanzia e della gioia, la fine tragica di un breve amore estivo, di un’amicizia.

Ma la morte è anche un dono: l’estinto ci fa dono della sua assenza, del vuoto sordo che la sua scomparsa lascia, della riflessione e del perdono che ne devono derivare. 

Lo spettatore rimane ipnotizzato da questo spazio lunare e percosso, stordito dalle vite e dalle storie che su di esso convulsamente si consumano nell’arco di pochi minuti. Ne La luna Iodice indaga, per noi, con uno scavo potente e perforante ciò che c’è di immateriale nella materia: il ricordo.   

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