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Eroica Fenice

Satyricon

La moderna decadenza nel Satyricon di Piccolo e De Rosa

Al San Ferdinando va in scena la rivisitazione teatrale e moderna del Satyricon di Petronio, lo spettacolo ispirato all’opera di Petronio su testo di Francesco Piccolo e regia di Andrea de Rosa sarà in programma fino al 19 Gennaio.

Su una scena ostentatamente dorata si muovono personaggi che rappresentano i tipi e gli stereotipi della società contemporanea, fissi nell’immobilità dei luoghi comuni che ne disegnano i tratti distintivi e indaffarati nell’intessere relazioni realissime e modernissime nella loro vacuità. Siamo ad una festa che è anche una cena, una cena Trimalchionis dei giorni nostri che ripropone una delle innumerevoli e ripetitive celebrazioni che affollano la mondanità cittadina. Ma è una celebrazione che, lungi dall’essere gioiosa condivisione, è uno spietato specchio della decadenza e della povertà di contenuti e valori che ne animano i protagonisti. Come nel ritratto che Petronio ci da della decadenza dell’Impero Romano e della sua classe dirigente, la rilettura di Piccolo guarda ai tratti più moderni di quel ritratto di 2000 anni portando in scena con ironia la drammaticità della decadenza contemporanea.

Una decadenza morale, quella su cui si sofferma il Satyricon di Piccolo e De Rosa, la cui più moderna e drammatica manifestazione è la povertà e ripetitività del linguaggio quale espressione dello smarrimento di pensieri e contenuti. Così sulla scena i personaggi si rincorrono e si sfuggono in una danza frenetica ma sempre uguale, un ritmo convulso ed agitato fatto di gestualità convenzionali nel quale si riconosce in trasparenza l’assoluta assenza di una direzione. Animati dall’urgenza di una manifestazione e riaffermazione delle proprie convinzioni, gli invitati si perdono di fatto in un flusso nevrotico di conversazioni vuote che ruotano intorno a temi e codici linguistici stereotipati. Luoghi comuni, citazioni pseudo-intellettuali e banali cliché scandiscono il ritmo della conversazione e delle relazioni umane con l’anestetica freddezza del metronomo che segna il tempo della scena.

Nel caos di parole vuote e conversazioni sterili si riconosce tuttavia il tentativo disperato di distrazione dalle inquietudini e dal senso di smarrimento che attanaglia tutti i personaggi. Così il ritmo estenuante è interrotto all’improvviso da parole scandalose che ammutoliscono la scena con la loro autenticità. Fragilità, necessità, dolore sono verità che lasciano tutti senza parole e danno lo spunto ai singoli personaggi per lanciarsi in monologhi apparentemente vibranti. Il ritmo si innalza in maniera iperbolica dando l’impressione di segnare finalmente una direzione, ma la ripetizione di schemi linguistici convenzionali priva le parole del loro senso più profondo e la conversazione si disperde nuovamente nei mille rivoli della banalità e superficialità.

Uniche voci fuori dal coro di questo moderno Satyricon sono quelle di Trimalcione e della giovane moglie Fortunata. I due personaggi incarnano l’eterno dualismo tra cultura e potere del denaro. Con la sua concreta e volgare praticità, Trimalcione (Antonino Iuorio) impone il suo punto di vista riaffermando il peso che hanno nell’esistenza quotidiana il denaro e la capacità di affermazione degli individui. Quello di Trimalcione è però un punto di vista che si riveste di parole altisonanti e citazioni dotte per poter essere accettato, celando al suo fondo l’atavico senso di inferiorità che deriva dalla mancanza di cultura. La voce di Fortunata (Noemi Apuzzo) è d’altro canto la voce disperata della coscienza civile e culturale che in forme confuse e affannate cerca di attirare l’attenzione sull’urgenza di temi che sembrano incomprensibili e lasciano indifferenti i presenti. Solo verso le battute finali le due voci si riconoscono nelle medesime paure, perché in fondo la festa è un’ardente apoteosi del presente di fronte all’inquietudine del futuro. Citando Simone De Beauvoir, il Trimalcione di Piccolo e De Rosa lancia il suo grido disperato dichiarando l’essenziale senso di smarrimento che si cela dietro tutte i rituali e le convenzioni umane.

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