Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La vita ferma Piccolo Bellini

“La vita ferma” approda al Piccolo Bellini

La vita ferma: dramma sul dolore del ricordo approda dal 28 novembre al 3 dicembre 2017 al Teatro Piccolo Bellini di Napoli.

La vita ferma. Una vita che rimane ferma e silenziosa come lo strato di terra che gettiamo addosso ai nostri morti, quando li copriamo di marmo e lapidi e non possono più sentirci. La vita ferma di chi rimane, di chi fissa la polvere della terra o un marmo glaciale, provando sulla propria pelle la spaccatura dell’incomunicabilità; la vita ferma e sospesa di chi si ritrova a partorire quel processo straziante che si chiama elaborazione del lutto, di chi deve elaborare la morte fisica di chi prima era così quotidiano, così caldo, così presente, così vivo. La vita rimane ferma, fissata, cristallizzata nella terra di mezzo tra la mancata accettazione e il ricordo bruciante di un volto, di un inarcarsi di sopracciglia e una piega di un labbro. La vita ferma: dramma sul dolore del ricordo, scritto e diretto da Lucia Calamaro, porta in scena la frequentazione interiore dei morti in tre atti; assistere a questo spettacolo non è un processo indolore per lo spettatore, è come passare un guanto ruvido su un’abrasione che non si è mai placata, nonostante il morso risolutore degli anni. La platea si ritrova orfana: ognuno degli spettatori si riscopre orfano del proprio papà, della propria madre, di un amico o di un parente, ognuno degli astanti scoperchia il proprio vaso di vulnerabilità e fissa immobilizzato il palco, respirando e mordendo il dolore più antico dell’uomo. La morte, la zona neutra in cui non ci si è più, in cui si smette di essere, la voragine buia e fredda che ci porterà a non respirare, a non sentir più fluire sangue nelle vene e a non avvertire più i rintocchi del cuore; la caverna umida e buia, che ha rapito i nostri cari e ci ha lasciati in una landa desolata a fissare una lastra di marmo col nome e il cognome delle persone che amiamo.

La vita ferma di Simona, Riccardo e Alice

Il dolore di non esserci più, che ci rende conchiglie senza suono e senza energia, come se un mare ci ricoprisse d’acqua nera e ci seppellisse con i suoi litri di silenzio; la morte, quella di Simona, moglie di Riccardo e madre di Alice, che non c’è più ma continua ad essere presenza fissa sul palco. L’assenza di Simona è presenza martellante nei ricordi di Riccardo e Alice: Simona stesa sul terrazzo al sole, Simona nei suoi bizzarri vestiti a fiori, Simona che continua a parlare con Riccardo e a chiedergli di scegliere il vestito adatto per quando morirà e verrà esposta ai visitatori durante la veglia funebre. Simona che continua a visitare la sua casa, a osservare Riccardo mentre ripone i suoi libri e i suoi oggetti negli scatoloni, suggerendogli cosa buttare e cosa tenere, Simona che chiede insistentemente a Riccardo di ricordarla, di non dimenticarla, e Riccardo che chiede un po’ di collaborazione alla moglie defunta.
– “Se non me la date voi morti un po’ di collaborazione, da chi devo pretenderla? Eh?”

La vita è una fiumana incessante che ci porta verso l’oblio e le dimenticanze, e la vera sfida è il trattenere, il ricordare, la vera prova è farsi spiaggia nel trattenere conchiglie e granelli di sabbia.
Simona insiste, vuole essere ricordata a tutti i costi, nei suoi vestiti floreali, nella sua passione per la lettura di biografie, nel suo amore per la danza e nel suo non riuscire  a finire di leggere “L’Idiota” di Dostoevskij. La macchina attoriale di Simona volteggia, quasi presenza eterea, ineffabile eppure plastica e carnale, invade i ricordi del marito e si muove sul palco come la filigrana di una donna che fu. Se Simona avesse dei colori, saprebbe di fiori color seppia, odorerebbe di quei fiori secchi che si colgono nei prati e si conservano tra le pagine dei libri ingialliti.
Ma un ricordo, che cos’è? Il ricordo riesce davvero ad aderire alla vera essenza, al cuore nevralgico dei defunti che ci ostiniamo a ricordare? Simona vuole essere ricordata, ma ha anche paura dei ricordi degli altri: che cos’è il ricordo di un morto, se non un atto di pensiero filtrato attraverso i pezzi delle vite altrui? Un morto non è pienamente se stesso nei ricordi di un parente o un amico, un morto diventa immediatamente un pezzo di vita altrui che viene assimilato, digerito e presentato alle porte del ricordo sotto mentite spoglie. Un morto smette di essere nel momento in cui non è più, e nessun ricordo potrà mai restituire la sua piena, autentica e verace essenza; continua a vivere sotto il filtro dei pensieri altrui, e la gestione interiore dei defunti è come un parto che ci consegna soltanto figli che modelliamo a nostro piacimento. I defunti continuano a frequentare la nostra interiorità e a pungere le corde più fragili del nostro essere, ma non sono nient’altro che pezzi di noi stessi che hanno la loro fisionomia.
Alice, la figlia di Simona, sogna di stendersi accanto al marmo sepolcrale della sua mamma, le chiede di farle posto, di farla coricare al suo fianco, ne immagina la nuova fisionomia: una fisionomia incerta, corrosa dalla decomposizione, una madre ormai diversa ed erosa dal decadimento, custodita in una bara senza luce e senz’aria. Quanto sarà lunga, ora, la sua mamma? Le saranno cresciute le unghie a dismisura? Alice se lo chiede, e nel pensare alla sua mamma morta, pensa alla sua stessa morte, si impelaga nella possibilità di poter spiegare il gorgo della morte a se stessa, non ci riesce e sprofonda nella più cupa disperazione, chiedendo al pubblico, come una bambina indifesa, di spiegarle se una persona se ne accorge che sta morendo.


Il terzo ed ultimo atto, vede Riccardo, ormai vecchio, e Alice, in procinto di diventare mamma a sua volta, sulla tomba di Simona. Cos’è rimasto delle spoglie del ricordo di Simona? Nulla di preciso, calzante e aderente alla realtà, ma un’immagine evanescente ed imprecisa, sedimentata sotto la coltre degli anni. Riccardo aveva promesso a Simona che l’avrebbe ricordata, che avrebbe serbato la precisione del ricordo, e invece si ritrova a non ricordare neppure più dove è collocata la sua tomba. Cosa rimane di sua moglie? Rimane il ricordo di quel bruttissimo coccodrillo di plastica che aveva collocato tanto tempo fa sul terrazzo dove era solita prendere il sole, e il ricordo del coccodrillo aggredisce violentemente gli ultimi, disperati, scampoli di lucidità dell’ormai vecchio Riccardo, costretto a vagare tra loculi e tombe per cercare le spoglie di Simona.


Assistere a tre atti, per un totale di tre ore, di questo spettacolo, fa male. Fa male perché l’elaborazione di un lutto e la gestione interiore dei morti non sono mai all’altezza dell’essenza della persona che non c’è più, fa male perché, nonostante tutto, ci rende consapevoli del fatto che al dolore si sopravvive. Si vive nonostante e oltre il dolore, quando ci si rende conto che il ricordo della persona amata non ci provoca più voglia di piangere fino a seccarci il cranio e vomitare, ma si trasforma in qualcosa di rarefatto, dolcissimo e sfumato, che può diventare anche un coccodrillo. O una pipa. O un libro. O una giacca.

O quello che preferite voi.

Print Friendly, PDF & Email