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Eroica Fenice

Le troiane per il Napoli Teatro Festival

Le troiane, regia di VALERY FOKIN e NIKOLAY ROSHCHIN, è andato in scena al Pausilypon il 2 e il 3 luglio, in occasione del Napoli Teatro Festival e nato dalla collaborazione fra Teatro Stabile di Napoli e il Teatro Alexandrinsky di San Pietroburgo. Tratto dalla tragedia di Euripide messa in scena per la prima volta nel 415 a.C., è l’unica tragedia pervenutaci della trilogia della Guerra di Troia. L’unica ad aver sfidato più di duemila anni di storia per giungere sui palchi della modernità in una rivisitazione tutta attuale. Priamo ed Ettore sono stati uccisi e le donne dovranno affrontare l’amara sorte che le condurrà a condividere il resto della vita sotto il gioco dei conquistatori.

Le troiane, dalla Russia all’Italia

Le troiane di Fokin-Roshchin nasce in Russia; in Italia è tradotto da Monica Centanni e messo in scena nel capoluogo campano nell’atmosfera suggestiva e catartica del complesso del Pausilypon. Segue il filone fortemente internazionale del Napoli Teatro Festival, che per questa rassegna 2016 privilegia spettacoli in lingua e artisti da tutto il mondo. Gli spettatori sono accolti in un anfiteatro surreale da una squadra antisommossa, alcuni cadaveri distesi in sacchi neri e, sul palco, una tavola imbandita con una tovaglia bianca e piatti scuri. Troneggia su tutta la scenografia un maxischermo in stile cinema all’aperto, con il quale un cameraman della stampa giocherà, inquadrando le espressioni più bizzarre e devastate che si dipingono di volta in volta sul viso dei personaggi.

L’intreccio del manicomio teatrale

L’intreccio della tragedia è apparentemente semplice: Le troiane, dopo la sconfitta celeberrima della città, vengono assegnate ai vincitori della battaglia, Cassandra ad Agamennone, Andromaca a Neottolemo, Ecuba ad Odisseo. Le dieci troiane sono scortate completamente incappucciate sulla scena, tirate a forza dagli aguzzini greci. In questa folle cena imbandita, le troiane dovranno subire la compagnia dei loro carnefici, cercando di volta in volta di ingraziarsi il loro favore facendo leva sulla lussuria, la simpatia o la pena suscitata dalla tragedia appena vissuta e, ancor più, dal destino che le attende. Ai due estremi della lunga tavola, Menelao lancia sguardi di odio all’ambigua Elena, odiata da tutti e ritenuta colpevole della piega presa dalla vicenda.

I dialoghi di una follia generale

Ne Le troiane i dialoghi che si instaurano fra i personaggi sono assolutamente folli, un caleidoscopico manicomio artistico che alterna grottesco e comico e che mira a suscitare un riso che mai sgorga completamente dalla bocca degli spettatori, troppo impegnati a cercare di capire la chiave di lettura, il filo rosso dell’intreccio. I carnefici sono completamente disumanizzati, nelle loro divise da poliziotti moderni, ed eseguono goffamente e passivamente gli ordini dei capi. Di tanto in tanto la realtà cruda e spietata della modernità irrompe sulla scena attraverso un addetto stampa che, incurante dell’orrore circostante, riprende tutto ciò che accade senza proferire mai parola. Dei boia con i mitra sono incaricati di uccidere a sangue freddo queste donne, che più che scappare cercano continuamente di far emergere la loro umanità in dialoghi strappalacrime, esasperatamente suadenti.

Al contrario, sulla scena tutta moderna stonano e straniano i vari riferimenti storici e letterari che si intrufolano quasi forzatamente nei monologhi di Ecuba, Cassandra, Elena e Andromaca, la cui identità mitologica affiora per poi essere di nuovo spazzata via dal capo dei carnefici, che ammicca alla telecamera come fosse il conduttore di un qualsiasi show televisivo di basso livello. Le donne provano in tutti i modi a riportare sulla scena il dramma storico di Troia, ma sembra tutto inutile, il movimento puramente letterario della vicenda è distrutto da tutto ciò che stona attorno ad esse. Anche i monologhi finiscono talvolta per banalizzare la loro stessa condizione, in una frenesia fuori-e-dentro il personaggio.

Le troiane lascia lo spettatore interdetto, stupefatto. E ancora, lo spettatore, allontanandosi dall’anfiteatro, continua a domandarsi dove sia cominciato e quando sia finito il vero e proprio spettacolo, che ribalta i canoni della tragedia, della commedia e di qualsiasi dramma messo in scena a cui siamo fortemente abituati.