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Eroica Fenice

my wild love

My wild love, viaggio nell’universo femminile

Napoli, Casa della Musica. 8 e 9 ottobre. My wild love di Valerio Bruner

Consentitemi di immaginare, dal momento che i fatti sono così difficili a ottenere, che cosa sarebbe accaduto se Shakespeare avesse avuto una sorella meravigliosamente dotata, chiamata Judith, poniamo. 

Un tavolo, una bottiglia di vino, un libro e qualche candela a illuminare il tutto.

Una voce spezza il silenzio. La voce di Valerio Bruner, che, con una chitarra e con la complicità di grandi penne del passato, esplora un universo dolce e terribile, caldo e insidioso, avvolgente e fatale: l’universo femminile. Niente di più complesso.

Un tavolo, una bottiglia di vino, un libro e qualche candela a illuminare il tutto.

Lui che con le donne ha sempre vissuto. Lui che dalle donne ha imparato l’arte della vita e della resilienza, proprio a loro dedica questo viaggio, My wild love. Un viaggio le cui stazioni sono gelosia, rabbia, speranza, rassegnazione. Un viaggio le cui fermate sono amore, odio, fuga, vendetta. 

Nel frattempo quella sua sorella straordinariamente dotata, immaginiamo, rimaneva in casa. Era altrettanto desiderosa di avventura, altrettanto ricca di fantasia, altrettanto impaziente di vedere il mondo. Ma non venne mandata a scuola. Di tanto in tanto prendeva in mano un libro, magari uno di quelli di suo fratello, e ne leggeva alcune pagine. 

Donne conosciute, amate, inventate, lette, immaginate si incontrano in una serata il cui fil rouge è proprio l’animo femminile, quello specchio, citando Virginia Woolf, dal potere magico e delizioso di riflettere la figura dell’uomo ingrandita fino a due volte le sue dimensioni normali. Quello specchio, dice Valerio, senza il quale l’uomo forse non esisterebbe.

Un tavolo, una bottiglia di vino, un libro e qualche candela a illuminare il tutto. 

Una stanza tutta per sé, intima, in cui i versi diventano musica, le note diventano parole. Un inno alla grazia della donna, che sa essere anche ferina. Ragione, ma anche istinto; cuore, ma anche carne, sangue. Proprio come l’uomo.

Non aveva ancora diciassette anni. Come suo fratello, lei possedeva il dono della più viva fantasia per la musicalità delle parole. Come lui, aveva un’inclinazione per il teatro. Si fermò davanti alla porta degli attori; voleva recitare, disse. Quegli uomini le risero in faccia. L’impresario – un uomo grasso, dalle labbra carnose – scoppiò in una risata sguaiata. Urlò a proposito dei cani ballerini e delle donne che volevano recitare – nessuna donna, disse, avrebbe mai potuto fare l’attrice. L’uomo fece intendere invece – vi lascio immaginare che cosa. Non avrebbe mai trovato qualcuno che le insegnasse quell’arte.

Un tavolo, una bottiglia, un libro e qualche candela a illuminare il tutto.

Un viaggio intimistico in cui Valerio ripercorrendo le sue canzoni, tra una poesia di Keats e una citazione di Jhonny Cash, si mette a nudo in una confessione. E seduce ciò che si intravede…

Vi ho già detto, nel corso della mia conferenza, che Shakespeare aveva una sorella. Lei morì giovane, e ahimè non scrisse neanche una parola. E sepolta là dove oggi si fermano gli autobus, di fronte alla stazione di Elephant and Castle. Ora, è mia ferma convinzione che questa poetessa che non scrisse mai una parola e fu seppellita nei pressi di un incrocio, è ancora vive. Vive in voi, e in me, e in molte altre donne che non sono qui stasera. Eppure lei è viva. Perché i grandi poeti non muoiono; essi sono presenze che rimangono; hanno bisogno di un’opportunità per tornare in mezzo a noi in carne ed ossa. E offrirle questa opportunità, a me sembra, comincia a dipendere da voi.

Silenzio. Buio. My wild love

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