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Eroica Fenice

Kiley Reid

Kiley Reid: L’inganno delle buone azioni

‘Recensione del romanzo L’inganno delle buone azioni di Kiley Reid edito Garzanti

Kiley Reid, autrice americana, pubblica con Garzanti nel mese di febbraio il suo potente romanzo d’esordio, L’inganno delle buone azioni (Such a fun age). Il romanzo, che ha riscosso un enorme successo per le tematiche trattate, la prosa scorrevole e lo sguardo sarcastico e disincantato sul reale, ha consentito all’autrice di entrare in lizza per il Booker Prize 2020.
Il romanzo, provocatorio e pungente, sa attrarre il lettore con facilità, sebbene racconti vicende quotidiane, delle quali tutti possono avere esperienza, o forse proprio in virtù di ciò, a dimostrare che, se non è necessaria ad un grande romanzo una grande storia, è invece necessaria una grande idea, ridefinendo magistralmente il concetto di classe e portando alla luce l’America del black lives matter, in cui il colore della pelle può determinare la qualità della vita di una persona finanche più delle sue doti personali, ed il razzismo è malcelato dalle buone intenzioni.
Al centro delle vicende narrate, due donne che più diverse non potrebbero essere. Alix, Mrs. Chamnberlain, è una scrittrice di lettere professionista, una trentenne bianca impigrita dalla vita matrimoniale e dalla mancanza di stimoli a seguito del trasferimento a Filadelfia, che le sembra così provinciale. Emira è una ventiseienne nera, una giovane laureata che non ha ancora trovato la sua strada e che vive con gran preoccupazione l’ingresso nel mondo degli adulti, non riuscendo a trovare un lavoro che le consenta di avere un’assicurazione sanitaria e permettersi un appartamento che sia qualcosa di meglio di una stanzetta umida in un quartiere degradato. La sola dote che la ragazza riconosce a sé stessa è la semplicità con cui riesce ad approcciare i bambini e prendersi cura di loro, tanto da decidere di farne un mestiere che possa, provvisoriamente, consentirle di sbarcare il lunario: è proprio grazie al lavoro di Emira, baby-sitter della dolce e curiosa bambina di Alix, Briar, che le due donne, appartenenti a due mondi opposti, s’incontrano. Il romanzo si apre nel momento in cui Alix chiama Emira nel cuore della notte, mentre la ragazza era ad una festa, affinché porti via da casa Briar il prima possibile, a seguito di un incidente, e la distragga portandola in un minimarket notturno della zona, dove la baby-sitter viene accusata di aver rapito la bambina, perché di certo una ragazza, vestita in modo disdicevole e per giunta nera, non può essere la baby-sitter di una famiglia così a modo. Da questo evento, raccontato con una prosa schietta e diretta e che fin dalle primissime pagine chiarisce al lettore, con amarezza, quanto l’accaduto sia per Emira spiacevole ma purtroppo nient’affatto inaspettato, nasce in Alix l’irrefrenabile esigenza di mostrarsi diversa e migliore, un’esigenza fin troppo ostentata per essere sincera.

Il romanzo di Kiley Reid sa raccontare brillantemente l’ipocrisia dei benpensanti, incarnata nella figura di Alix, ossessionata dall’opinione degli altri, la privilegiata per eccellenza del romanzo, che non solo non riconosce i suoi privilegi ma, dall’alto di questi, dispensa nelle sue lettere consigli sulla realizzazione personale, le buone azioni e la generosità: quale modo migliore per dimostrare la propria apertura mentale e la propria buona fede che scegliere per la propria bambina una baby-sitter di colore, offrire la possibilità ad una donna appartenente ad una minoranza svantaggiata di migliorare la propria condizione, imporle la propria compagnia, l’invadenza ed i consigli non richiesti, forzando un rapporto confidenziale che non c’è ma che deve esserci affinché la donna bianca salvi quella nera?
Redimere Emira dalla colpa di essere una donna di colore potrà redimere Alix da un peccato originale inconfessabile? Il fine può sempre giustificare il mezzo?
L’inganno delle buone azioni è un romanzo schietto e quanto mai necessario oggi, in un mondo in cui spesso il politicamente corretto ed il presunto altruismo dei benpensanti, quanto più è sbandierato ed ostentato, tanto più è probabile che nasconda sotto un velo d’ipocrisia pensieri molto meno candidi di quelli che si vogliono mostrare: scegliere una baby-sitter, non perché qualificata per quel compito ma perché appartenente ad una minoranza oppressa, con la presunzione di cambiarle la vita per dimostrare al mondo la propria bontà, gonfiare il proprio ego ed alimentare una certa immagine artificiosa di sé, è, in realtà, una scelta più che mai razzista, perché pone l’uomo bianco nella situazione che storicamente gli è sempre stata attribuita, ovvero quella di deus ex machina che può decidere della vita di chi bianco non è, salvarlo, se vuole, o abbandonarlo al suo destino, ma sempre e soltanto a seconda della propria imperscrutabile volontà.

Il romanzo di Kiley Reid è specchio di una società piena di contraddizioni e menzogne mascherate da buone intenzioni, una società nella quale è difficile non macchiarsi, restare immuni dal contagio della bugia, sviluppare un’idea senza che questa si trasformi in ideologia. Emblematico che l’unico personaggio sincero ed equilibrato sia una bambina, la piccola, curiosa ed intelligente Briar, che guarda il mondo senza gli schermi dell’ideologia, ancora pura e inconsapevole, nel suo modo vivere spontaneo e naturale, inconcepibile nell’età adulta.
Una lettura imperdibile che affronta la tematica razziale con acume e disincanto. Un libro attualissimo e necessario, che pone domande e fa riflettere.

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