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Eroica Fenice

polvere

Polvere. Quel che resta di un amore in frantumi

La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci.  

(Cronache della galassia- Isaac Asimov)

Un tavolo, due sedie, una bottiglia d’acqua mezza piena, un appendiabiti e un quadro. Quattro pareti e due abitanti. Scena scarna, essenziale, a rappresentare la semplicità di una casa. Una semplicità che quasi sempre dovrebbe essere sinonimo di certezza. Che quasi mai lo è. Una donna, che arriva cantando a tutta voce I will survive. Un uomo seduto a terra, silenzioso, in un angolo. Sicura e sorridente, lei. Insicuro e incupito, lui. Insegnante, lei. Fotografo de L’Espresso, lui.

Un lui e una lei e una storia d’amore che, da subito, svela una tensione interna, tensione sapientemente creata dalla voce calda e sensuale di lui, voce che diventerà uno strumento di violenza costante e sottile in un percorso quasi seducente della mente. Violenza che non trova la sua espressione sul corpo della donna, ma sulla sua mente.

Saverio La Ruina denuncia il femminicidio 

Saverio La Ruina, in Polvere – dialogo tra uomo e donna, per denunciare una drammatica realtà che molte volte fa sentire la sua voce, ma che ancora più volte resta taciuta, fa un originale percorso a ritroso, portando in scena l’anticamera di delitti efferati, dei femminicidi: l’annullamento della mente che precede la mortificazione del corpo. E lo fa portando sul palco due protagonisti, un uomo e una donna, di un ceto medio-alto, in cui la parola diventa la più subdola delle armi. Parola che in un primo momento incanta, apprezza, lusinga, rivendica amore. Parola che poi offenderà, svilirà la forza, minerà le certezze ma che continuerà, ossessivamente, a rivendicare amore. 

E così la casa diventa una trappola, ogni oggetto diventa nemico, e l’amore un semplice paravento. Un quadro di troppo, una sedia spostata, una sigaretta fumata di nascosto. Elementi irrilevanti, che diventano pericolosi e maniacali espedienti. La voce seducente di lui assume toni inquisitori, ossessivi, di chi chiede e richiede le stesse cose per mettere a tacere le sue insicurezze, per marcare la sua presunta superiorità su un essere ormai annientato. Un burattinaio e il suo burattino.

Un gioco impari tra la vittima e il suo carnefice, fatto di omissioni e reticenze, di complicità e paura, sporcato dalla polvere dei frantumi di un amore, o di quel che ne resta.

La parola amore viene pronunciata spesso, quasi abusata nella pièce: amore come pretesto di appartenenza e, ancor più, di possesso, l’amore che vince anche la morte, l’amore che giustifica la gelosia. La parola amore che alla fine, in un ossimoro violento, come un pugno nello stomaco, esce dalle labbra di lui, chino sul pavimento con lei morente tra le sue braccia: Tanto poi facciamo l’amore e passa tutto.

Settanta minuti per guardare. Settanta minuti per ascoltare. Settanta minuti per riflettere. Polvere – dialogo tra uomo e donna di Saverio La Ruina, con una magistrale interpretazione di Saverio la Ruina e Cecilia Foti, è lo spettacolo andato in scena alla Galleria Toledo di Napoli dal 13 al 18 ottobre 2015.

Per maggiori informazioni: www.galleriatoledo.org

 Polvere. Quel che resta di un amore in frantumi