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Eroica Fenice

Ranavuottoli: nei panni delle sorellastre di Cenerentola al Piccolo Bellini

Ranavuottoli: nei panni delle sorellastre di Cenerentola al Piccolo Bellini

Ranavuottoli al Piccolo Bellini, dal 14 al 19 maggio: una fiaba deformata, sviscerata e stiracchiata, vista attraverso gli occhi delle due perdenti, Genoveffa e Anastasia.

Ranavuottoli: il suono onomatopeico di questa parola, come per associazione istintiva, instilla nelle nostri menti il gracidare di un grosso rospo, dall’aspetto conturbante e magari piazzato sull’orlo di uno stagno.
Ranavuottoli: se Cenerentola fosse nata a Napoli, e avesse passato il suo tempo a strizzare stracci e pulire i pavimenti di un vascio napoletano, le sue due sorelle sarebbero state sicuramente dei ranavuottoli, dagli occhi vuoti e velenosi, l’aspetto sgradevole e la lingua biforcuta capace di tagliare il ferro come se fosse burro.

Ed è proprio da questa deformazione, che ricorda il grottesco dei cunti di Basile, che nasce lo spettacolo Ranavuottoli  di Roberto Russo e Biagio Musella, a regia di Lello Serao, con Nunzia Schiano, Biagio Musella, Vincenzo Esposito e con la partecipazione in video di Sergio Assisi, Giovanni Esposito, Niko Mucci, Carmen Pommella, Claudia Puglia.

Assistere a questo spettacolo significa ritrovarsi scalzi, abbandonare l’acqua placida del mare ed entrare pian piano nelle acque paludose, stagnanti e rimorte dove si bagnano gli imperfetti, gli imprecisi e le cose spezzate.
Assistere a Ranavuottoli vuol dire fare spazio alla propria parte rotta e imperfetta, prenderla per mano e farla sedere accanto a sé, nella poltrona del Piccolo Bellini, e trovare il coraggio di guardare questa nostra estensione con rispetto, ironia e brillante leggerezza, smettendo una volta per tutti di sentirci un grumo di cellule informi e senza scopo.

Il rovesciamento della fiaba di Cenerentola: non più dalla parte della perfezione di Cenerentola, ma da quella di Anastasia e Genoveffa.

Ranavuottoli è uno spettacolo da guardare stringendo saldamente quella parte di noi brutta, rattoppata, rattrappita, che ha sempre urlato per farsi ascoltare e che abbiamo sempre stiracchiato e deformato per cercare di farla accettare al mondo, nascondendola e indorandola come si fa con le pillole troppo dure e difficili da ingoiare.
A prima vista, sembrerebbe soltanto uno spettacolo brillante, favorito anche dal linguaggio fresco, colorito e ricco di umori, ma è invece un’elegia amarognola e zuccherata al tempo stesso, di miele e di piccante, che analizza i corpi delle due sorellastre, i ranavuottoli Genoveffa e Anastasia, interpretate magistralmente da un istrionico e camaleontico Biagio Musella e da una rassicurante e quasi materna Nunzia Schiano.

La loro recitazione è corporale  e dialettale, e affonda le mani nelle budella della fiaba, torcendole e strizzandole fino a farle penzolare su uno specchio incrinato, che consegna l’immagine di due sorelle che abitano in “Via delle Brutte, 2”, e che hanno fatto della bruttezza il loro stendardo e il loro vessillo, esibendola con una fierezza volgare quasi da vaiasse.

Cenerentola? Diviene subito la cessa, l’antitesi dello specchio che consegna una perfezione odiosa e quasi disgustosa, una Cenerentola destinata a una vita densa di ipocrisie e storie d’amore destinate al fallimento, mentre invece la bruttezza delle due sorellastre diviene confortevole, e viene “protetta” sulla scena da una cortina abbassata e trasparente, che rende però tutto fumoso ed evanescente come una visione onirica allucinata.

La bruttezza di Genoveffa e Anastasia è rocambolesca, esplosiva e prorompente, e conquista lo spettatore, a colpi di mitraglia e di battute che favoriscono un riso plautino, spontaneo e immediato come le smorfie di un bambino, giochi di parole e scene ai limiti dell’illogicità.
La parte brutta, storta e imperfetta dello spettatore viene letteralmente illuminata e rischiarata dal carisma delle due sorellastre, talmente goffe, ridicole e grottesche da risultare seducenti come due sirene nate dalla parte sbagliata del mare, l’una alta, dinamica e uterina, l’altra invece tarchiata e brontolona.

Esilaranti le scene in cui Anastasia, interpretata da Biagio Musella, seduce l’idraulico di turno, che sistema tubi gratis e che va a rimpolpare la sua collezione di ranavuottoli baciati e poi stipati, come un insieme di correlativi oggettivi, in una stanza segreta, così come le scene, in video, del principe azzurro feticista dei piedi che cerca moglie e annusa scarpe, per scegliere la migliore.
Ma in un mondo di Cenerentole, di perfezioni raggelanti, di lineamenti gradevoli e corpi armonici, la bruttezza a un certo punto inizia a pesarti, a farti male, come un tumore, come un handicap che ti porti dietro per tutta la vita e che prima o poi il mondo ti farà pagare. Ed è qui che vi è la crisi, lo strappo nel cielo di carta costruito ad hoc dalle due sorelle, che porta a sentire sui loro corpi il peso di tutte le storture, i difetti e il senso di aborto perenne che prova solo chi si sente un reietto per tutta la vita.

E parole annascunnute, le parole che sono rimaste come in un groppo in gola ad Anastasia, l’amore mai sperimentato da parte del padre, la sensazione mortifera di non sentirsi mai “scelta” da nessuno.

Il verbo “scegliere” diviene la cifra dell’ultima parte dello spettacolo, perché chi ti sceglie ti dà valore, ti dà importanza,ti vede bella.
Chi potrebbe mai scegliere un’Anastasia o una Genoveffa?
“‘A morte m’ha scigliuta”: chi altro, se non la morte, potrebbe prendersi un’Anastasia? Chi altro, potrebbe baciarla se non l’alido gelido della falce?

Il verbo “scegliere” coincide con la morte, con la fine di ogni possibile soddisfazione terrena.
Anastasia e Genoveffa si amano, ma si picchiano, si strappano i capelli a vicenda, rotolano comicamente avvinghiate nella melma paludosa dello stagno dei ranavuottoli e rimbalzano sul legno del palcoscenico, come quegli animali che tentano di sbranarsi ma che non possono fare a meno l’uno dell’altro, e che si fiutano nei meandri della giungla.

‘”Sorè, io t’agg scigliuta!”
Ed è così che si conclude quest’elegia della bruttezza, dell’imperfezione, con Genoveffa che riagguanta un’Anastasia ormai franata sotto il peso della sua bruttezza colpevole, dicendole: «Sì, ti ho scelta io». Ed è questo l’amore sororale, l’amore senza sesso, senza bellezza o bruttezza, puro e odoroso come il sesso degli angeli, incondizionato e istintivo come un amplesso.
Anastasia e Genoveffa si sono scelte. Sono sorelle, si appartengono, sono carne l’una dell’altra, e nemmeno essere brutte o mordersi a vicenda impedirà loro di sanguinare con lo stesso fluido.
Lo spettacolo si conclude, cala il silenzio.
Rimane un’ultima cosa da fare: guardare nelle pupille degli occhi quella parte di noi malata, brutta, storta e tumefatta, e dirle:” Sì, t’agg scigliuta”.

 

Fonte immagine: Teatro Bellini

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