Definisci Antigone di Carlo Cerciello è in scena al teatro Elicantropo dall’8 gennaio all’8 febbraio. A partire dall’opera originaria di Sofocle, Carlo Cerciello destruttura, contamina, amplia, trasforma il palcoscenico in un cimitero o in un paradiso sommerso sotto strati di polvere e terra, in cui ci si auto-seppellisce e ci si toglie la maschera per osservarsi nudi e inermi di fronte all’orrore.
Indice dei contenuti
Simbologia dei personaggi e dei costumi in scena
| Personaggio / Attrice | Costume e Colore | Significato e Ruolo |
|---|---|---|
| Creonte (Imma Villa) |
Vestito di velluto rosso. | Potere imperscrutabile e tirannico; anonimato del totalitarismo. |
| Antigone (Cecilia Lupoli) |
Indumento bianco-sporco. | Ribellione e resistenza; colei che è “nata contro” e insozza la purezza regale. |
| Ismene (Serena Mazzei) |
Nero elegante, adornata di perle. | Legge di necessità; ancorata al mondo degli uomini e al privilegio. |
| Guardia/Giornalista (Mariachiara Falcone) |
Verde. | Informazione distorta; esecuzione degli ordini senza giudizio critico. |
Il pubblico viene accolto in sala dalle attrici stesse, spogliate degli abiti di scena, presenti lì, in piedi sul proscenio, nei loro stessi panni, pronte a comunicare senza giri di parole l’intento reale della messinscena. Imma Villa, Mariachiara Falcone, Cecilia Lupoli e Serena Mazzei ci guardano dritto negli occhi per ricordarci che quello a cui stiamo per assistere ha poco a che fare con la finzione, che la vita a volte pericolosamente imita l’arte e che il potere è il volto più delirante di quest’illusione inquietante.
Definisci Antigone è una provocazione, perché senza definizione è divenuto ormai lo spettacolo attuale di distruzione e morte
Le luci della sala si spengono e le attrici entrano nelle loro rispettive fosse per seppellire i loro corpi sotto i costumi di scena: Imma Villa indossa un vestito di velluto rosso, quello elegante e fiero di Creonte, il cui potere, come quello divino, è imperscrutabile; Cecilia Lupoli orgogliosamente si copre con l’indumento bianco-sporco di chi è disposta a insozzare la fantomatica purezza della stirpe regale per lasciare un segno di ribellione (lei è Antigone, colei che è nata contro). E ancora, rispettivamente a destra e a sinistra del palcoscenico, compaiono altre due figure, come ombre venute fuori dall’assemblaggio delle loro stesse ossa: Ismene, elegantemente in nero, adornata di perle, e la Guardia/Giornalista, in verde, colei che non sa niente, che esegue solo gli ordini senza pensare, senza esprimere giudizi.
Ebbene, i costumi di scena danno vita ai personaggi dell’antico mito, a una delle tragedie più discusse in assoluto, ma, al contempo, rappresentano la genesi di un nuovo dramma, ancora in atto, spaventosamente reale da apparire come un sogno (o, meglio, un incubo): una tragedia non più teatrale, il genocidio del popolo palestinese.
Creonte si erge come un vessillo, riemerge dalla sua fossa per proclamare parole vuote di senso: patria, sicurezza, difesa. Si tratta di definizioni che sono ora contenitori da riempire di nuovi non-sensi affinché ci si possa appellare all’invisibile per trarne fuori una forza distruttiva che, appunto, non ha motivo d’esistere: è un frutto marcio nato da una semplificazione intellettuale.
Il teatro è il regno dell’invisibile, in quanto luogo in cui si dà forma all’effimero, al gesto immediato che subito dopo scompare; e forse per questo la messinscena è un atto di svelamento, perché rompe la parete dell’evidenza per mostrare l’occulto.
Carlo Cerciello, in Definisci Antigone, compie però un’inversione di rotta: parte dall’invisibile per smascherare la natura rudimentale della forza e del male che, ahimè, è oggi realtà concreta. Ecco le provocazioni, o gli interrogativi, che attraversano l’intero spettacolo: è possibile definire il male e il bene in un mondo in cui il significato e il significante di queste parole hanno smesso di corrispondersi? Chi è un bambino, se ci è concesso di privarlo della propria infanzia?
Definisci Antigone è uno spettacolo senza definizioni: si assiste a un movimento perpetuo che ha come obiettivo quello di confondere i ruoli, al punto che ci si domanda chi siano gli spettatori e chi gli attori, chi assiste e osserva silenziosamente e chi ordina e rumorosamente esegue. L’opera di Carlo Cerciello demistifica l’interpretazione del teatro come ordine gerarchicamente inteso e saldamente disciplinato. Non ci sono protagonisti: ogni personaggio ha un ruolo determinante e centrale; l’attore deve sotterrare prima di tutto il proprio ego per essere altro da sé, per tornare a essere semplicemente umano, primitivo e sensiente.
L’operazione compiuta per dare forma alla drammaturgia si riflette nel contenuto delle tematiche scelte, o, per meglio dire, imposte dal presente: lo sterminio, il genocidio, la persecuzione di un popolo smantellano il concetto stesso di forza, demoliscono la natura epica ed eroica dell’esercizio del potere. «Antigone», afferma Carlo Cerciello, «è, infatti, un’eroina suo malgrado», come del resto lo sono tutti gli eroi o i martiri di ogni tempo.
Se l’informazione pubblica (incarnata nel personaggio della Guardia/Giornalista) distorce le notizie, le strumentalizza a favore degli sporchi interessi dell’egemonia politica, Definisci Antigone è meticoloso, documentaristico, si serve di immagini mute ma potenti che scorrono sullo sfondo mentre la recita continua.
Le immagini parlano e sono visibili, mentre le parole dei nostri dirigenti politici si appellano ancora instancabilmente all’invisibile, che al teatro è magia, nella vita reale è stregoneria, squallore, crudele e inammissibile violazione dei diritti umani.
Creonte, grottescamente interpretato da Imma Villa, si inalbera, spuntando fuori dall’abisso a cui egli stesso si è condannato, e irrompe sulla scena con i piedi ben piantati a terra, minacciando la sicurezza pubblica da lui tanto decantata non solo con i suoi discorsi deliranti sul valore della patria, ma già con la sua postura eretta e irremovibile, incapace di trascendere il potere terreno auto-conferitosi. Batte i tacchi a suon di imperativi tirannici, indossa una maschera bianca per scomparire dietro l’anonimato del totalitarismo, che sempre cambia volto ma conserva le medesime caratteristiche.
Bisogna avere una forza sovrumana per riscoprirsi umani

Antigone (Cecilia Lupoli) scava con le unghie nella terra per dare degna sepoltura al fratello Polinice. Dapprima si serve di una paletta di plastica, oggetto simbolico dell’infanzia negata; poi si adopera con il suo stesso corpo, trasformando un atto puramente umano in un gesto eroico, proprio perché i valori intrinsecamente umani di pietà, dignità e solidarietà sono come evaporati: ne restano piccoli frammenti nelle lacrime di Ismene, nelle confessioni personali della Guardia, che ha uno stipendio che a stento le consente di mantenere in piedi la famiglia.
Antigone si contorce, compiendo un movimento ostinato di ripiegamento in sé, rivendicativo della volontà di affermare la propria libertà, con l’obiettivo chiaro di violare il decreto imposto da Creonte; ma l’attimo dopo esplode spalancando le braccia in un ampio respiro condiviso con gli spettatori che vorrebbero identificarsi con lei, mentre in testa gli risuonano ancora come un mantra le parole di Ismene: «Io sono giovane, non voglio morire».
Ismene (Serena Mazzei), figura costruita a partire dal testo di Ritsos, soffre sotto il peso dei gioielli, rispondendo alla legge di necessità; si tiene bene ancorata al mondo degli uomini, in cui non è concesso sradicarsi per librarsi in alto. Si sente imprigionata nel gioco delle forze, perché altro non c’è da fare, perché immaginare di potersi spostare dalla propria condizione di privilegio rappresenta per lei un’utopia irrealizzabile, chiusa com’è nella gabbia dell’identità, triste nella «felicità che è assenza di fine e di ogni ambizione», un incommensurabile vuoto di norme scritte appositamente per mettere a tacere il cuore. Ci si spaventa a sentire Ismene pronunciare frasi che risuonano come un’eco nella nostra quotidianità: «Cos’altro potrei fare?».
E ancora terrorizza quello che vorrebbe essere il motto rassicurante messo in bocca alla Guardia/Giornalista (Mariachiara Falcone), con le mani sull’attenti, incastrate sul bacino come fossili, in segno di rettitudine e obbedienza: «Con me si può stare tranquilli!». Con i tempi che corrono, quest’affermazione appare più come una condanna, se stare tranquilli corrisponde ad assistere impassibili allo spettacolo agghiacciante di presunti agenti federali che sparano su civili innocenti. Chi li ha investiti di questo potere? Chi può avere potere sulla vita e sulla morte?
Da Sofocle a Hasenclever, passando per Brecht e Anouilh, con accenni a Ritsos, fino ad arrivare alle testimonianze del palestinese dottor Ezzideen Shehab, Definisci Antigone di Carlo Cerciello contamina varie versioni del mito greco per arrivare a porsi, e a porre, in fondo una sola domanda: chi può essere Antigone oggi? O forse c’è un’Antigone oggi?
Alla visione delle mani di Antigone che raschiano il terreno per scavare la fossa al fratello si sovrappongono le mani dei bambini palestinesi che raschiano il fondo di un camion in cerca di residui di cibo; e, poiché l’opera teatrale è divenuta ora un dramma vivente, possiamo anche vedere i video reali dell’attuale condizione a Gaza che scorrono sullo schermo dietro la scena.
Necessario servirsi del teatro per smascherare le becere operazioni propagandistiche dei nostri attuali governi, sbugiardare le loro menzogne. Urgente anche sovvertire le regole prestabilite della messinscena teatrale, rompere il confine del palcoscenico e trasformare una trave in un ponte su cui si può sacrificare il proprio corpo come Gesù Cristo in croce: sacrificarlo in nome della pace, della giustizia, in nome di questa sacrosanta umanità.
Non possiamo che ringraziare Carlo Cerciello, Imma Villa, Mariachiara Falcone, Cecilia Lupoli e Serena Mazzei – bisogna rinominarli uno ad uno, perché ci hanno messo la faccia e il corpo e le idee per dissentire con tutto ciò che ci è rimasto – per aver ridefinito i termini dell’umano, per averlo dissotterrato e per averne rammentato l’essenza e l’esistenza.
Può non essere abbastanza: tante azioni ci restano ancora da compiere, tante violazioni delle stramaledette norme prestabilite da questi pazzi furiosi, in pieno delirio, che ci perseguitano senza vergogna attraverso tutti i canali possibili (social media, tv e tutti i dispositivi di controllo che stanno ancora inventando). Ma il teatro è fatto di carne e voce, e la carne non possono strapparcela via dal corpo, e non si censura una recita dal vivo, perché l’effimero ha il dono dell’invisibilità: l’attimo dopo svanisce, ma non per questo ha meno potere.
Antigone si lascia morire di fronte a tutti, con il corpo a metà tra la finzione e il vero, e le sue ossa diventano un ponte tra la vita e la morte, tra il passato e il presente, il mito e la cruda verità. Antigone compie un’azione sediziosa per esprimere con tutto il proprio essere «le innumerevoli possibilità di riscatto dalla legge di necessità: i segni e i presentimenti di una carità naturale, dimenticata e caparbia».
Alla fine di Definisci Antigone resta un canto che è una preghiera, ma soprattutto un inno alla resistenza: «La mia vita rimane un prezzo che pagherei per la libertà».
Definisci Antigone
adattamento e regia Carlo Cerciello
con
Mariachiara Falcone – Cecilia Lupoli – Serena Mazzei – Imma Villa
scena Roberto Crea – costumi Antonella Mancuso – musiche originali Paolo Coletta
disegno luci Cesare Accetta – foto di scena Anna Camerlingo – movimenti scenici Dario La Ferla
video Fabiana Fazio
una produzione Anonima Romanzi Teatro Elicantropo
fonte foto: ufficio stampa
Articolo aggiornato il: 01/02/2026

