Delitto e castigo – I tre interrogatori, al Ridotto | Recensione

Delitto e castigo - I tre interrogatori, al Ridotto | Recensione

Delitto e castigo – I tre interrogatori di Dostoevskij al Ridotto del Mercadante

Prosegue la stagione 2023/2024 anche del Ridotto del Mercadante del Teatro di Napoli questa volta guardando all’immenso romanziere Dostoevskij, in particolare al suo capolavoro per eccellenza: Delitto e castigo, riportato in teatro con il titolo Delitto e castigo – I tre interrogatori, con l’adattamento e la regia di Claudio Collovà e l’interpretazione di Sergio Basile, Nicolas Zappa e Serena Barone. Lo spettacolo è in scena dal 24 gennaio 2024 fino al 28 gennaio 2024.

Delitto e castigo – I tre interrogatori: dalle parole alle scene

Delitto e castigo – I tre interrogatori, già dal titolo insiste sul concetto di giustizia, perno centrale all’interno del romanzo. Il protagonista, Raskòlnikov, si macchia di un omicidio, uccidendo un’avara anziana usuraia. Il suo non è un gesto di brama e/o di cieca furia, bensì è quasi una sorta di esperimento: dal momento che Raskòlnikov parte dalla concezione di un’umanità divisa in esseri comuni, che devono attenersi a determinati canoni etici e morali, ed esseri eccezionali, i quali, invece, possono elevarsi al di sopra della morale e talvolta infrangerla se necessario, egli uccide un’usuraia, un’anziana ritenuta piaga dell’umanità, definendo la sua azione eccezionale poiché al servizio di un bene comune. Eppure, ciò con cui Raskòlnikov non fa bene i conti, è la propria inguaribile umanità e, inevitabilmente, si ritrova ben presto a fare i conti con la colpa e la sua presa di coscienza, rendendosi conto di essere un umano che si è arrogato l’ingiusto diritto di togliere la vita a un altro essere umano sopraelevandosi superbamente rispetto a leggi, divine o che siano, più grandi dell’essere umano stesso. Fin dove si spinge la morale? Dove l’etica? La giustizia?

In Delitto e castigo – I tre interrogatori viene accennata brevemente la colpa, ma il pubblico viene proiettato soprattutto nei remoti e reconditi anfratti della sofferenza, nonché al cospetto di quei grandi interrogativi posti prima. Non vi sono risposte certe o universali, quelle domande restano irrisolvibilmente aperte, a imperare su un’umanità costretta a prendere coscienza dei suoi limiti. Ciò che resta, però, è quel fantasma dell’anziana usuraia uccisa, promemoria eterno della colpa, di una macchia che ormai catalizza il protagonista. E se in Dostoevskij il discorso funziona in virtù di una possibile, quanto necessaria, redenzione, qui nel lavoro di Collovà pare non esserci il desiderio di cercare una possibilità: vi è l’umanità, nuda e cruda, con i suoi interrogativi e le mani sporche di sangue.

Sicuramente Delitto e castigo – I tre interrogatori è una più che buona prova attoriale e scenografica. L’interpretazione degli attori coglie le sfumature giuste, sono intense, e lo spazio in cui si muove rispecchia un’atmosfera adeguata. La difficoltà di un tale lavoro, però, si potrebbe riscontrare immancabilmente nel passaggio dalla parola scritta alla sua resa scenica: se la prima consente un approfondimento di pensiero, nonché uno spazio di riflessione, molto dilatati, è chiaro che la sua trasposizione su di un palco implica altre misure. Sul palcoscenico, c’è da considerare soprattutto una componente umana nella sua materialità, tradotta sia negli attori sul palcoscenico sia nel pubblico in platea, per cui anche la parola, tra l’altro centralissima in un lavoro del genere, deve avere per certi aspetti una sua immediatezza. Nel momento in cui, davanti a un classico pregno come quello di Dostoevskij, si passa dal romanzo scritto alla scena, il rischio è sempre quello di dilatare ulteriormente i tempi e gli spazi, creando talvolta voragini complesse. Ed è rispetto a questo che, di conseguenza, è utile chiedersi nel lavoro di adattamento e di regia il perché del confrontarsi con un simile lavoro e, appunto, cosa farne emergere in termini di ripresa e di differenza, con uno sguardo più attuale.

Fonte immagine di copertina: Teatro di Napoli (Rossellina Garbo)

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A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson è giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 2023. Appassionata di cultura in tutte le sue declinazioni, unisce alla formazione umanistica una visione critica e sensibile della realtà artistica contemporanea. Dopo avere intrapreso gli studi in Letteratura Classica, avvia un percorso accademico presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e consegue innanzitutto il titolo di laurea triennale in Lettere Moderne, con una tesi compilativa sull’Antigone in Letterature Comparate. Scelta simbolica di una disciplina con cui manifesta un’attenzione peculiare per l’arte, in particolare per il teatro, indagato nelle sue molteplici forme espressive. Prosegue gli studi con la laurea magistrale in Discipline della Musica e dello Spettacolo, discutendo una tesi di ricerca in Storia del Teatro dedicata a Salvatore De Muto, attore tra le ultime defunte testimonianze fondamentali della maschera di Pulcinella nel panorama teatrale partenopeo del Novecento. Durante questi anni di scrittura e di università, riscopre una passione viva per la ricerca e la critica, strumenti che considera non di giudizio definitivo ma di dialogo aperto. Collabora con il giornale online Eroica Fenice e con Quarta Parete, entrambi realtà che le servono da palestra e conoscenza. Inoltre, partecipa alla rivista Drammaturgia per l’Archivio Multimediale AMAtI dell’Università degli studi di Firenze, un progetto per il quale inserisce voci di testimonianze su attori storici e pubblica la propria tesi magistrale di ricerca. Carta e penna in mano, crede fortemente nel valore di questo tramite di smuovere confronti capaci di generare dubbi, stimolare riflessioni e innescare processi di consapevolezza. Un tipo di approccio che alimenta la sua scrittura e il suo sguardo sul mondo e che la orienta in una dimensione catartica di riconoscimento, di identità e di comprensione.

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