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Eroica Fenice

Titti Nuzzolese

“Regine Sorelle” con Titti Nuzzolese: Maria Antonietta e Maria Carolina approdano al TRAM

Regine Sorelle: Maria Antonietta e Maria Carolina approdano al TRAM, negli svariati volti cangianti e multiformi di Titti Nuzzolese.

Dal 7 al 10 febbraio 2019, in scena al TRAM c’è “Regine Sorelle”, monologo orchestrato e gestito dalla brillante verve di Titti Nuzzolese, scritto e diretto da Mirko di Martino, con alla produzione il Teatro dell’Osso.
Regine Sorelle, rigorosamente in maiuscolo, a sottolineare il rapporto di disperata sorellanza, alleanza e amore di due fulgide personalità della storia, Maria Antonietta e Maria Carolina D’Asburgo, le figlie di Maria Teresa D’Austria, rispettivamente mogli del re di Francia Luigi XVI e del re di Napoli Ferdinando di Borbone.
Le due regine si spogliano della maschera polverosa e giudicante della Storia, che tutto raccoglie e travolge come una fiumana inarrestabile, e si imprimono nel buio del palco del TRAM, squarciato da lampi di luce accecante: una luce guizzante e colorata come un caleidoscopio e inebriante come zucchero filato, che si fissa su due grandi quadri che recano l’ effigie “ufficiale” delle due regine, quella tramandata dai libri di storia e dai documentari, ma che forse non rende giustizia all’urlo di Antonia e Carolina.

 

Regine Sorelle: la storia di Antonia e Carolina, narrata magistralmente da Titti Nuzzolese al TRAM.

All’inizio prima della Storia, ci furono Antonia e Carolina.
Antonia e Carolina, due nudi nomi femminili che furono nomi di bambine vispe e allegre, visceralmente unite tra loro, che amavano suonare per i loro genitori davanti al fuoco scoppiettante, che giocavano, giocavano, giocavano, come se la vita fosse un eterno gioco che si stiracchiava all’infinito, come se il futuro fosse un gomitolo che rimbalzava ai confini del tempo.
Come se i giochi non dovessero finire mai.
Antonia e Carolina furono nomi di bimbe.
Ma Antonia e Carolina non furono mai bimbe come le altre, perché ogni singulto di palazzo, ogni patto, ogni intesa, ogni alleanza sancita sulla loro pelle infantile e sui loro denti da latte, altro non era che finalizzato alla stipula di un contratto matrimoniale: un contratto che le avrebbe portate via dall’Austria, per spedirle una a Parigi e una a Napoli. Un contratto che avrebbe fatto perdere loro la verginità di bambine e sorelle coccolate dalla bambagia del loro stesso affetto, che le avrebbe fatte stramazzare al suolo arido delle responsabilità, dei doveri di mogli, madri e regine.
Un contratto che le avrebbe divise.
Titti Nuzzolese, col volto dipinto di due metà differenti e con un vestito pomposo e bicolore, incarna le due metà di una stessa pelle lacerata: Carolina, dall’abito ocra e dal trucco sobrio, e Maria Antonietta, in abito azzurro e in una raffigurazione che strizza l’occhio all’immaginario collettivo che la vuole pop, bizzarra, dal rossetto esuberante e quasi personaggio erotico.
La Nuzzolese, come se fosse animata da un’enfasi da ventriloquo, si mette di profilo per mostrare i due volti delle sorelle, presta loro la voce e il corpo flessuoso, in una performance stakanovista che mette in risalto la sua bravura e rapidità nel passare da un registro all’altro, interpretando i mormorii di due anime lontane tra loro eppure congiunte in uno stesso corpo, fatto di organi e umori.
Il corpo di Titti Nuzzolese diventa la zona franca, la zona di frontiera dove far incontrare le due sorelle di vita e sangue, che in lei si agitano convulsamente e sparpagliano frammenti delle loro esperienze a corte: la prima notte di nozze di Carolina con Ferdinando, quel re di Napoli che le era stato descritto come un villano cacciatore di cinghiali e mangiatore di spaghetti, con quel nasone orribile e quella parlata napoletana biascicata e zotica; Titti Nuzzolese si cala anche nei panni del re Nasone, parlando uno stretto e buffo dialetto napoletano parodico, e spargendo tra il pubblico brandelli del rapporto tra Carolina e il suo sposo. Un rapporto strano, fatto di amanti reciproci, tradimenti, reticenze e abitudini buffe e volgari del re napoletano mai accettate dall’austriaca, che spesso si ritrovava a guardare il marito disgustata.
Una parata carnescialesca di personaggi sfila nel corpo di Titti Nuzzolese, che presta la voce anche al fratello delle due regine, Giuseppe, immortalato con una parlata settentrionale e parodisticamente snob, e alle pettegole “pacchianelle” che orbitavano alla corte della Reggia di Caserta, in un ritratto pop (nel senso di popolare) della Napoli del tempo, verace, oleografica e palpitante come uno di quei bozzetti ad acquerello da guardare un pomeriggio di novembre con malinconia, al tramonto.
Anche la Francia prende vita nella tela corporale della Nuzzolese, che orchestra una vera e propria triangolazione tra Maria Antonietta, la Du Barry (la favorita del re Luigi XV) e le figlie del vecchio re, zitelle ritratte in una smania moralistica e comica, indaffarate a portare la nuova arrivata austriaca dalla loro parte, al fine di sbarazzarsi di quella svergognata della Du Barry. Esilaranti anche i momenti in cui la Nuzzolese descrive, con doppisensi brillanti e finalizzati al risum movere, le vicissitudini sessuali di Maria Antonietta e del suo sposo, Luigi XVI, incapace di portare a termine un amplesso completo e di comprendere i più basilari meccanismi del piacere. Un affresco di Francia che si sprigiona dal corpo della Nuzzolese, un affresco dolce, dinamico, dalle tinte sfrenate e dai colori brillanti, assecondando la tendenza, inaugurata da Sofia Coppola col suo film, che vede la regina Maria Antonietta come una paladina lussuriosa e anche un po’ rock, di un mondo di sfarzo godurioso, erotismo strisciante e ambiguità in salsa pop, come se Versailles fosse come una gigantesca vetrina di dolci e bignè alla crema, da gustare lentamente e secondo i desideri dell’austriaca.
La ventata di Francia che sgorga dalla Nuzzolese non è solo brillante e pop, ma striscia anche nei bassifondi, nelle botteghe del popolino, che s’era stancato dei lussi della regina e che si preparava a prendere la Bastiglia e a falcidiare la nazione con la rivoluzione.
Il destino delle due sorelle, resesi conto troppo tardi di voler somigliare alla mitica imperatrice Maria Teresa, loro madre, non ha nulla di pop, brillante o rassicurante, ma ha tinte fosche e violacee, che sanno di morte, abbandono e relegazione ai margini della storia.
Quasi come in un patto di sangue, le due sorelle planano in alto fino a sfiorare con le dita quel sole che sembrava splendere sulla loro corona di regine, ma poi cadono rovinosamente a terra, sporcandosi il viso che era stato di bambine felici, ma separate troppo presto.
Maria Antonietta ha la ghigliottina come ultima e fedele compagnia, che recide per sempre quel patto tra le Regine Sorelle, divise ormai per sempre.
Lo strappo tra le due, è evidente nel corpo della Nuzzolese, che sembra rievocare quell’unità che sembrava dover rimanere per sempre inviolata, ma che viene strappata da una lama. Un’unità che non si ricomporrà mai più, ma che il corpo della Nuzzolese cerca spasmodicamente, quasi come se sentisse la mancanza delle due sorelle abituate a vivere e muoversi dentro lei.
Ed ecco che una Maria Carolina, ormai vecchia e acciaccata, lontana da quella Napoli che aveva imparato ad amare, si trascina alla fine dello spettacolo, in quelle stanze silenziose e polverose che aveva abitato da bambina, e sul ciglio di quel lettino vede comparire una figura.
Una figura piccola, palpitante e familiare: è Maria Antonietta, la sua sorellina minore, è tornata da lei, nell’ultimo delirio allucinato di un patto di sangue che nemmeno la morte può offendere e far tacere, perché prima di essere regine, Maria Antonietta e Maria Teresa furono due sorelle, e due sorelle vivono sempre nello stesso corpo, abitano la stessa aria e masticano sempre la stessa solitudine, in un’unità che tenta sempre di ricomporsi.
Che sia nelle pagine sgualcite di un libro di storia, o nelle sembianze di un’attrice dal volto multiforme, che ha riunito il grido di dolore di due sorelle in uno stesso corpo e in uno stesso, ultimo, respiro.

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