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De rerum natura, al Teatro San Ferdinando | Recensione

De rerum natura, al Teatro San Ferdinando | Recensione

Qual è il rapporto tra l’uomo e la natura attualmente? A questa domanda prova a rispondere De rerum natura (There is no planet B), in scena al Teatro San Ferdinando di Napoli dal 6 al 16 marzo.

Dal classico di Tito Lucrezio Caro, tra l’uomo e la natura

Dopo essere stato portato in scena alla settima edizione del Pompeii Theatrum Mundi, De rerum natura (There is no planet B), ideato adattato e diretto da Davide Iodice, con la drammaturgia di Fabio Pisano, va in scena al Teatro San Ferdinando di Napoli con le interpretazioni di Aida Talliente, Ilaria Scarano, Carolina Cametti, Maria Teresa Battista, Greta Domenica Esposito, Sergio Del Prete, Wael Habib, Giovanni Trono, Marco Palumbo ed Emilio Vacca. E con la partecipazione straordinaria di ORCHESTRÌA: Marco Fuccio, Giancarla Oliva, Chiara Alina Di Sarno, Giuseppina Oliva, Tommaso Renzuto Iodice, Simone Rijavec, Laura Errico, Alessandro La Rocca, Paola Gargiulo, Antonella Esposito, Massimo Renzetti, Guglielmo GargarellaDmitry Medici, Nicolas SacrezLucrezia Pirani, Melina RussoGiulio SicaFrancesco CicatielloAlina ShostGiulia CaporrinoDaniele RensiIlaria GiorgiGiulia AlberoGiorgio Albero.

Spinto da una certa fascinazione per la natura e incentivato dall’ormai defunto maestro Andrea Camilleri, Davide Iodice coltiva un interesse profondo per il De rerum natura già dai tempi dell’Accademia. Adesso, riadatta il classico ispirandosi molto liberamente alle tematiche affrontate dall’originale di Tito Lucrezio Caro. La voce dell’autore latino si sovrappone inevitabilmente a quella attuale di un mondo post-pandemico che sembra avere espresso la necessità naturale di depurarsi, nonché alle vicende di Greta Thunberg sulla crisi climatica. Tra l’altro una ragazza coraggiosa diagnosticata come Asperger, incontrando un’altra vocazione del regista per quella progettualità teatrale pedagogica. Due anime che trovano una sintesi armoniosa nella drammaturgia di Pisano riadattata da Iodice, riuscendo attraverso le possibilità del teatro a fare uscire un turbamento profondo per una situazione che riguarda il nostro mondo, più tangibile che mai.

Orsi polari e braccianti sfruttati: le ferite sanguinose della natura

Il De rerum natura nella versione di Iodice e Pisano già dal principio sottoscrive una dichiarazione d’intenti ideologici ben precisa e puntuale. Infatti, se il classico latino si compone di un inno a Venere – dea di quella voluptas che in senso epicureo è la forza che anima il mondo e l’esistenza – la quale nell’iconografia più diffusa nasce da una conchiglia, la stessa dea nello spettacolo riadattato nasce da un barcone naufragato, in una landa che mostra le ferite naturali per mano dell’uomo. Un inizio fortemente simbolico, la medesima simbologia che si ripresenta poi permeando tutto lo spettacolo e che esprime il bisogno di denuncia nei confronti di un’umanità assassina nei confronti della natura, ma soprattutto di richiesta di attenzione al netto di un’indifferenza dilagante.

Allora, il De rerum natura diventa anche un modo per dedicare un grazie sincero e importante per tutti coloro che ogni giorno portano avanti tale battaglia contro istituzioni politiche e sociali assenti. Strutturata in quadri, la pièce si caratterizza di scene in cui i personaggi sono talvolta incarnazioni di figure reali, talvolta simbolicamente evocativi: Greta Thunberg, la giovane attivista che esprime il suo terrore per il futuro del mondo facendo piangere un ministro dello Stato, Julia “butterfly” Hill, imprenditori che abbattono alberi, minatori d’oro e braccianti che si fondono così tanto con quelle terre sulle quali sudano da morirne. Infine, un orso polare, uno degli ultimi rappresentati di una specie ormai quasi estinta proprio a causa delle ferite dell’uomo, una conclusione più che mai rappresentativa e conciliante da un punto di vista ideologico di tutto questo materiale solo apparentemente eterogeneo.

De rerum natura (There is no planet B), una richiesta di ascolto

Si legge in una parte delle note di regia su De rerum natura (There is no planet B): «Un sentimento del presente che si è caricato in questi anni pandemici di un terrore di vuoto, di un senso di apocalisse e di rivincita di quella Natura a cui ormai non apparteniamo più e che ci rigetta per mezzo di un pipistrello o (anche mentre scrivo) di fiumi di fango. I temi del De rerum precipitano fragorosamente in questo tempo e la voce di Lucrezio mi pare sovrapporsi ora a quella di una ragazzina svedese, diagnosticata come Asperger, e inverarsi nella sua sensibilità dolorosa. La vicenda di Greta, la sua emblematicità, non poteva non intersecare la mia storia personale e la mia progettualità pedagogica che da anni privilegia la disabilità intellettiva indagandone le possibilità», descrivendo già così l’ecletticità di un progetto ampio.

Il De rerum natura di Iodice e Pisano sfrutta la capacità straordinaria del teatro di esprimere, con energia e sensibilità al contempo. È chiaro che la pandemia ha costituito un momento tanto storico quanto reale decisivo per le coscienze di ciascun essere umano: il quadro che ne è stato prospettato è stato quello di un’esistenza rinchiusa al netto di una natura totalmente libera, non più inquinata. Lo spettacolo parte proprio da questo punto per poi aprirsi e diventare richiesta di aiuto, denuncia, bisogno impellente di fare sentire il grido di un’attualità vera e di essere ascoltati. Qui la connessione con una realtà complessa e difficile per le generazioni attuali e, così continuando, future.

Fonte immagine: Ufficio Stampa

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A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson è giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 14/12/2023. Appassionata di cultura in tutte le sue declinazioni, unisce alla formazione umanistica una visione critica e sensibile della realtà artistica storica e contemporanea. Dopo avere intrapreso gli studi in Letteratura Classica, consegue la laurea in Lettere Moderne e in Discipline della Musica e dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Durante la carriera accademica, riscopre una passione viva per la ricerca e la critica, strumenti che esercita attraverso il giornalismo culturale. Carta e penna in mano, crede fortemente nel valore di questa professione, capace di generare dubbi, stimolare riflessioni e spianare la strada verso processi di consapevolezza. Un tipo di approccio che alimenta la sua scrittura e il suo sguardo sul mondo e che la orienta in una dimensione catartica di riconoscimento, identità e comprensione.

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