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Eroica Fenice

scannasurice

Scannasurice, in scena la poesia teatrale di Moscato

In scena al Teatro Elicantropo di Napoli, dal 20 febbraio all’8 marzo, Scannasurice di Enzo Moscato, regia di Carlo Cerciello.

Scannasurice: letteralmente scanna-topi. 

Uno scannatoio, un tugurio, un inferno, il ventre di Napoli. 

Una scatola cubica, a tre piani, luci votive, bottiglie vuote, carte sporche e seduta nel buio una figura androgina che indossa la fatiscienza del luogo in cui vive. Canotta e mutande bianche, capelli raccolti in una retina e trucco sbiadito. Spezza da subito il silenzio con una lingua oscena e sublime, un virtuosismo verbale che, a tratti, non arriva neppure a un napoletano, eppure arriva tutto. Un idioma barocco che riempie, che svuota, che cura, che ferisce. 

“Ho scelto”, così il regista Carlo Cerciello in una nota, “un testo in lingua napoletana di un autore antioleografico per eccellenza come Enzo Moscato, mettendo in scena il suo Scannasurice, scritto dopo il terremoto del 1980, nell’intento di allontanarmi dalla malsana oleografia di ritorno, che, nuovamente, appesta Napoli di retorica e luoghi comuni, in una città che ha smarrito la memoria stessa della sua vita culturale, seppellita dalla banalità e dal conformismo.”

In uno spazio claustrofobico, su, giù, destra, sinistra, dentro, fuori, un’unica straordinaria attrice, Imma Villa, che diventa femminiello, munaciello, bella ‘mbriana, puttana e racconta storie racchiuse in altre storie, un passato che non passa. D’improvviso luci si accendono a incorniciare un’edicola votiva ed ecco la Madonna che con affetto e disprezzo si rivolge ai sorci. Abitatori che infestano quel sottosuolo, metafora dei napoletani, suricille loro stessi, che tentano di risalire dai piani bassi, di salvarsi. E la memoria corre inevitabilmente alla Ortese, alla sua Napoli non bagnata dal mare.

Topi, surice e un testo attuale, attualissimo, pur essendo stato scritto nel 1982. Un viaggio tra gli elementi più arcani della napoletanità, in compagnia dei fantasmi delle leggende partenopee, alla ricerca di un’identità sempre più smarrita dentro le macerie della storia e della sua quotidianità terremotata. Dai mutandoni a pelliccia e tacchi, dalla voglia di vivere all’istinto di morire, dallo sguardo verso la luna al buio dei vicoli e dei basoli scassati della città. Un destino di solitudine, disperazione, ribellione e rassegnazione. Il destino di chi è solo e sa che  nessuno si salva da solo.

“Chi so’? Stong ‘arinto? Stong ‘afora? Nun moro, no…ma neppure campo comm’apprimme: ‘a vista, ‘e mmane, ‘e rrecchie…tutte cose se n’è ghiute…e pure ‘a voce…ancora ‘nu poco…e poi…sommergerà, affonderà pur’essa.”

 

Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/giovannaparato/32998614225/

 

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