Shylock, il Giudeo al Teatro Arcobaleno | Recensione

Shylock, il Giudeo al Teatro Arcobaleno | Recensione

Grande successo di pubblico per Shylock, il Giudeo, in scena al Teatro Arcobaleno dal 4 al 7 aprile.

Il drammaturgo e sceneggiatore Giuseppe Manfridi firma la scrittura di Shylock, il Giudeo, diretto da Ennio Coltorti per il Teatro Arcobaleno di Roma. La messinscena ruota attorno a uno dei personaggi più controversi della letteratura, l’usuraio de Il Mercante di Venezia di Shakespeare.

Quella shakespeariana è una commedia – o una tragedia – in cui i personaggi sono persone e cambiano, si trasformano, evolvono, ognuno isolato nella sua diversità e nella sua grandezza. Nelle trame intricate di questa maglia sapientemente tessuta dal Bardo c’è un continuo confronto-conflitto tra culture diverse, religioni diverse, personalità diverse, solitudini diverse. Il dramma di un uomo rievoca il dramma di un popolo e il dramma di un popolo non è altro che la tragedia assurda e comica dell’isolamento di ogni uomo, per forza di cose sempre diverso da qualcosa che è altro da sé.

Il Mercante di Venezia: la trama

Nella teatralissima Venezia del XVI secolo Shylock, un usuraio ebreo, viene interpellato da Antonio, ricco mercante, che deve prestare dei soldi all’amico Bassanio per permettergli di ottenere la mano dell’amata Porzia. Antonio è un cristiano che disprezza gli ebrei, Shylock un giudeo che diffida dei cristiani. Ma il denaro è l’unico Dio in cui tutti credono per davvero e Shylock accetta l’offerta di Antonio, chiedendogli a garanzia del prestito una libbra della sua carne. Ma quello che sembrava impossibile avviene e Antonio si ritrova in rovina, impossibilitato a ripagare il debito. Shylock si rivolge al Doge per far valere l’accordo. La trama si complica, i buoni si confondono con i cattivi, l’amore si confonde con l’interesse, la figlia di Shylock, Jessica, scappa con un cristiano, portando con sé gran parte delle ricchezze del padre. Il Doge concede al giudeo di riscattare la libbra di carne di Antonio, a patto che non venga versato nemmeno una goccia del sangue di un veneziano, pena la condanna a morte dell’usuraio. Shylock è costretto a rinunciare. Nel finale si ripristina l’ordine e ogni cosa si risolve per il meglio, ma è chiaramente un finale farlocco.

La trama è tra le più famose di Shakespeare e anche tra le più equivocate, soprattutto da coloro che hanno ridotto l’opera a una querelle tra antigiudaismo e filogiudaismo e tra antisemitismo e filosemitismo.

Ma metterla in questi termini significa ignorare la complessità del pensiero e della penna di un autore che evidentemente non intendeva prendere una posizione, ma mostrare i chiaroscuri di una storia che ha in sé, allo stesso tempo, un passato ingombrante e la preveggenza di un futuro che non dobbiamo dimenticare. La grandezza de Il Mercante di Venezia si gioca soprattutto nelle pieghe del personaggio di Shylock, che è l’ebreo della storia, un usuraio che presta denaro per interesse, egoista e spregiudicato.

Shylock, il Giudeo di Ennio Coltorti

Tutto questo non sfugge alla scrittura raffinatissima di Shylock, il Giudeo di Ennio Coltorti, in cui ogni elemento, ogni scelta di scrittura e di regia concorre a ingigantire la figura di Shylock. La sceneggiatura di Manfridi è dinamica, arguta, moderna e presuppone una conoscenza critica del testo del Bardo, che viene decostruito dall’interno e ricostruito, scandagliato a fondo per scovarne ombre e nodi. E mentre si cammina nel testo si inciampa più volte in un ma, finestra su una prospettiva contraddittoria e controcorrente, che costringe a tornare indietro per cambiare strada, più e più volte.

Un gioco ambiguo di indovinelli, doppi, specchi, patti tra anime in pena e amicizie che sono contratti, libbre di carne vendute con gli interessi e conflitti lunghi quanto la storia dell’uomo. Il pubblico assiste ed è assistito, guarda ed è guardato come fosse allo specchio. Il tema del doppio è amplificato dal gioco metateatrale, un po’ shakesperiano un po’ pirandelliano. Gli Shylock sulla scena sono addirittura due, uno interpretato da Ennio Coltorti e l’altro da Giuseppe Manfridi, collocati su spazi temporali differenti. Il primo è lo Shylock del futuro prossimo, quello onnisciente che conosce già lo sviluppo della vicenda, polemico, rancoroso, orgoglioso nel rivendicare la sua condizione di vittima. 

«Alla sbarra il pubblico. La corte la mia gente. Il giudice, io.»
Shylock, il Giudeo è un controprocesso giusto e necessario per rivendicare l’identità e la dignità di una minoranza di fronte a una maggioranza che assurge sempre a categoria morale.

L’altro Shylock è un attore-ombra che cammina, l’attore personaggio che al di fuori del testo non è più nulla. E, quando il primo Shylock smette di essere Shylock, diventa giudice di sé stesso, ma del sé stesso personaggio. E quando la voce narrante – un incisivo Jesus Emiliano Coltorti che modula le luci, chiama la musica, introduce gli attori – si ritrova imbrigliato nei fili della trama, si fa da parte, indossa la maschera di Antonio e restituisce la parola a chi l’ha creata. Adriana Ortolani interpreta Jessica, la figlia di Shylock, prima condannata poi in parte assolta dal padre, che la riconosce più simile a lui di quanto non credesse. Lo abbiamo già detto, i personaggi in Shakespeare sono persone e le persone sono personaggi che nel mondo recitano una parte, tutti, indistintamente.         

E le alterne vicende della sorte sono un mistero. «Ora l’ho capito. Il tuo mistero!». prorompe la voce narrante; ma fare luce sui chiaroscuri del mondo non significa necessariamente avvertire il bisogno di illuminarli del tutto. L’odio di Shylock è carico di mistero, come lo è il perdono rivolto alla figlia e come lo è tutto ciò che è sacro. È l’odio di chi per un’idea accetta di giocarsi tutto, incomprensibile ai più. Roba da poeti.

Fonte immagine in evidenza: Teatro Arcobaleno/Facebook

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