Un’ultima cosa di Concita De Gregorio al Mercadante

Un'ultima cosa di Concita De Gregorio al Mercadante

Un’ultima cosa: cinque invettive, sette donne e un funerale

In un’unica serata, al Teatro Mercadante di Napoli va in scena lo spettacolo Un’ultima cosa, un progetto nato dall’omonimo libro della giornalista Concita De Gregorio, con l’interpretazione canora di Erica Mou e la regia di Teresa Ludovico. Lo spazio scenico è immaginato come un funerale, durante il quale cinque donne hanno finalmente la possibilità di crearsi uno spazio in cui darsi voce, di dire Un’ultima cosa appunto, dopo che per tutte le loro rispettive vite sono rimaste sempre all’ombra di qualche uomo. Dunque, Concita De Gregorio si appassiona alle parole di Dora Maar, colei che piange di Picasso, la poetessa Amelia Rosselli, l’artista Carol Rama che dimostra che anche le donne possono vivere il sesso e parlarne senza vergogna, Maria Lai e Lisetta Carmi, donne che hanno fatto tanto con le loro saggezze. Un’ultima cosa, in questo modo, diventa una sorta di orazione funebre necessaria per recuperare tutta una tradizione che possa parlare anche al femminile, lanciando un messaggio potente quanto mai attuale per la società di oggi.

La recensione

Sicuramente l’azione dietro il progetto di Un’ultima cosa propone un intento necessario al giorno d’oggi: dal momento che la nostra cultura si avvale di voci prettamente maschili, è tanto interessante quanto importante rendere noti nomi anche di donne che hanno fatto la storia, guadagnandosi con forza e coraggio un posto nella società. Non è la prima volta che un teatro propone tematiche femministe – si pensi, per esempio, anche a una realtà come quella del TRAM che ha dedicato parte della sua stagione 2022/23 alla rivisitazione di miti e classici rendendo protagoniste le donne – ma di certo assume una valenza, non più o meno importante, eppure diversa se a farlo è un teatro come il Mercadante, polo culturale della nostra città e non solo. Che possa essere l’inizio di un percorso volto a un’informazione più equa, restituendo pari diritti non più vincolati all’identità di genere? Ce lo si augura immensamente e il teatro ha la potenzialità per veicolare questi messaggi fondamentali.

Da un punto di vista scenico, però, Un’ultima cosa presenta qualche dubbio. Ci si potrebbe chiedere: portare in scena delle letture non rischia di diventare una lezione, con un intento troppo didattico? E questo veramente fa in modo che lo spettacolo abbia la capacità di imprimersi nel e sul pubblico, soprattutto in uno spazio come il teatro? È sacrosanto che il teatro non debba proporre solo un mero intrattenimento, ma ci sarebbe anche da preservare la sua natura artistica. La grandezza della magia del teatro, infatti, risiede anche nel proporre un tema complesso come questo con un linguaggio che non riproduca soltanto ma che appassioni, che emozioni e che sfrutti la sua origine popolare arrivando, così, a tutti per affiancare una riforma culturale veramente incisiva. Un’ultima cosa propone un tentativo molto timido in questo senso, provando a teatralizzare il testo con un minimo di scenografia (da intendersi in senso lato), con le musiche e la voce di Erica Mou, ed è un peccato perché i presupposti, lo si ribadisce, sono perfettamente necessari e nobili per la nostra attualità. Che si possa cogliere l’occasione per un’esecuzione scenica più ampia, per dare al progetto più spazio per respirare.

Fonte immagine di copertina: Teatro di Napoli     

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A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson è giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 14/12/2023. Appassionata di cultura in tutte le sue declinazioni, unisce alla formazione umanistica una visione critica e sensibile della realtà artistica storica e contemporanea. Dopo avere intrapreso gli studi in Letteratura Classica, consegue la laurea in Lettere Moderne e in Discipline della Musica e dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Durante la carriera accademica, riscopre una passione viva per la ricerca e la critica, strumenti che esercita attraverso il giornalismo culturale. Carta e penna in mano, crede fortemente nel valore di questa professione, capace di generare dubbi, stimolare riflessioni e spianare la strada verso processi di consapevolezza. Un tipo di approccio che alimenta la sua scrittura e il suo sguardo sul mondo e che la orienta in una dimensione catartica di riconoscimento, identità e comprensione.

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