Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Veronica Pivetti è Viktor und Viktoria: un canto all'amore

Veronica Pivetti è Viktor und Viktoria: un canto all’amore

«Ditemi un po’ se è civiltà combattere chi ama». Questa la mordace sentenza che apre lo spettacolo Viktor und Viktoria, in scena al Teatro Augusteo di Napoli dal 20 aprile. Il canto di inizio è la modernizzazione di un inno all’amore libero diffuso nella Germania degli anni della Repubblica di Weimar, un tripudio musicale che l’autrice Giovanna Gra rivela di aver ardentemente cercato. Questo spettacolo dai mille volti, tra il comico e il serio, l’ironico e lo spaventoso, è, come afferma Veronica Pivetti, interprete del personaggio di Susanne Weber, «un inno all’apertura mentale».

Per la prima volta nel suo adattamento teatrale, lo spettacolo Viktor und Viktoria si rifà direttamente al film omonimo del 1933 diretto da Reinhold Schünzel. La trama, resa maggiormente nota dal film con Julie Andrews, Victor Victoria, è, grazie al testo originale di Giovanna Gra e della regia di Emanuele Gamba, arricchita di nuovi spunti di riflessione, che, come sottolinea argutamente Nicola Sorrenti (Gerhardt in scena), dimostrano ancora una volta quanto la storia abbia parlato, urlato a squarciagola, ma nessuno l’abbia ascoltata.

Diversamente dal film del 1982, Viktor und Viktoria è sensibile ai mutamenti storici di una Berlino inebriata dall’estrema libertà della repubblica di Weimar. Quegli anni hanno visto il primo trapianto di sesso, la lascivia dei locali notturni, l’amore libero. Una libertà di costumi sulla quale già incombeva inquietante l’ombra del nazionalsocialismo. Un momento storico dunque delicato, un po’ beffeggiato all’interno dello spettacolo, che resta una commedia, per quanto dal sapore agrodolce e dalle note malinconiche. Veronica Pivetti la definisce la «commedia degli equivoci per eccellenza, si entra ed esce da panni maschili e femminili».

Veronica Pivetti è Viktor und Viktoria

Il gioco dei sessi è infatti al centro delle vicende di Susanne, che condivide la miseria con Vito Esposito (Yari Gugliucci), un immigrato italiano innamorato del teatro quanto delle sue “bionde” ballerine, come Lilli Shultz (Roberta Cartocci). Susanne non riesce a essere scritturata, per quanto dotata di una gran voce, forse un po’ roca. Proprio i suoi lati più mascolini, il tono di voce e un energico sputo contro l’amore e le frivolezze, suggeriscono a Vito di portarla a un audizione sotto mentite spoglie, quelle di «una donna che finge di essere un uomo che finge di essere una donna». Dopo aver convinto la donna più influente di Berlino nel campo dello spettacolo, la Baronessa Elinor Von Punkertin (Pia Engleberth), l’ascesa al successo è immediata. Alla fine di ogni spettacolo, Viktoria solleva la parrucca e si fa Viktor. Ma cosa ne sarà di Susanne? L’incontro con l’affascinante conte Frederich Von Stein (Giorgio Lupano), scettico nei confronti della natura maschile di Viktor, potrebbe mutare il suo modo di guardare il mondo.

L’epoca di un teatro ingenuo e del mascheramento, che porta alla ribalta un personaggio multiforme che con la sua energia stimola chiunque le si accosti. Come afferma Freud, spesso citato all’interno dello spettacolo insieme ad altri pensatori di quel tempo, le due sessualità non sono incasellata e ben distinte fra loro. Per questo Veronica Pivetti rivela: «mi piace da morire, è una possibilità immensa di scandagliare l’animo umano in tutti i modi possibili». La sessualità diventa qualcosa di indefinito e indefinibile, e tramite la scrittura il senso del doppio è appagato. «Doppio senso, volgarità raffinata per un retroscena torrido», nota Giorgio Lupano. È uno spettacolo per tutti, che si presta tanto a letture semplici, quanto a interpretazioni dal sapore ideologicamente soddisfacente, segno di un cultura ancora viva e in movimento. Tra le note delle musiche originali di Maurizio Abeni, Veronica Pivetti danza agilmente sulla scena, con il suo figurino snodato e una voce intensa.

Personaggio interamente nuovo, assente nelle due versioni cinematografiche, è quello interpretato dal multiforme Nicola Sorrenti, sulla scena attrezzista esaltato, ora dalla vita notturna di una repubblica di Weimar libertina, ora dall’ideologia nazista, dall’odio nei confronti degli “invertiti”, affamato di roghi e di censure. Tra le sue prime battute, «sono il Tempo che scorre». Il suo è un personaggio chiave, incarna il passaggio da un momento di grande libertà, a uno di estrema intolleranza, dalla vita alla morte. Il suo senso critico di attore in formazione ha portato Nicola a una strenua documentazione di quegli anni controversi, dotando il suo personaggio di occhi spiritati e volubilità giovanile.

L’attrezzista Gerhardt si fa portatore di un’ideologia intramontabile che rivela quanto ancora il nostro tempo abbia in comune con la Berlino devastata. Lo sguardo è all’indietro, per tradurre il nostro presente. L’ideologia nazionalsocialista porta in auge la figura dell’uomo colosso, dell’uomo forte. Ma la Susanne di Veronica Pivetti controbatte: «la calma è la virtù dei forti. Ma io non ho mai detto di essere forte, sono innamorata!»

Print Friendly, PDF & Email