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Eroica Fenice

Musica

“Concrete And Gold” il nuovo album dei Foo Fighters

L’attesa è terminata: i Foo Fighters sono tornati con il loro nono album in studio “Concrete And Gold”. Prodotta da Greg Kurstin (lo stesso che ha lavorato all’esordio solista di Liam Gallagher, per intenderci), l’ultima fatica della band di Seattle si compone di undici tracce; l’ultima in elenco, “Concrete And Gold”, dà il nome all’album. «I have an engine made of gold Something so beautiful The world will never know Our roots are stronger than you know Up through the concrete we will grow Our roots are stronger than you know Up through the concrete we will grow» (Concrete And Gold) Dopo tre anni di intensi tour, apparizioni televisive e progetti (e anche una gamba rotta), la band è tornata in studio e, ad anticipare l’uscita, ci sono due brani, ormai da settimane top trend su internet: “Run” e “The Sky Is A Neighborhood“. I numeri parlano chiaro: insieme, i due lavori hanno già conquistato 25 milioni di visualizzazioni e oltre, rendendo alte le aspettative del pubblico adorante e della critica feroce. Nonostante il penultimo album sia risultato un po’ fiacco, questo si è presentato abbastanza bene, facendo sperare che “Concrete And Gold” avrebbe potuto in qualche modo quanto meno equiparare i primi lavori della ultra ventennale band. “Concrete And Gold”, annunciato su tutti i canali dei Foo Fighters nel mese di giugno, è uscito il 15 settembre Le undici canzoni sono sistemate in un crescendo, quasi come a voler costruire un racconto: curiose sono le collaborazioni che, se non fossero note, passerebbero un po’ in sordina: il coro di “Make It Right”? Justin Timberlake che si è proposto a Dave Grohl per un featuring. La batteria di “Sunday Rain” è quella di Sir Paul McCartney, che di certo qui non ha bisogno di presentazioni, e poi Alison Mosshart (The Kills), Shawn Stockman (Boyz II Men) e il sax di Dave Koz. Tornando ai primi due singoli lanciati, la trovata è stata strategicamente geniale. In “Run” si osserva una grinta speciale, una leggera rottura con il passato; un alternarsi di melodico e heavy, che rimbomba nelle casse della macchina quando la radio lo trasmette. Poi c’è “The Sky is A Neighborhood”, anche questa grintosa, ma soprattutto evocativa. Un testo non proprio innovativo, ma del quale non si può trascurare una certa bellezza. Leggermente ripetitivo ma davanti a un Dave Grohl e compagni dagli occhi stellari che battono i piedi su un tetto non si può dire nulla di negativo. “Concrete And Gold”: cemento e oro Le restanti canzoni, a parte la parentesi di “Sunday Rain” dove Taylor Hawkins è la voce solista (non succedeva in studio dal 2005 con “Cold Day In The Sun”) cullata dalla chitarra di Grohl e, come già anticipato prima, dalle bacchette tamburellanti di Paul McCartney, scorrono tranquille, senza scatenare emozioni eccessive; un disco consigliabile per un viaggio in auto con un caro amico ma, di certo, non da eleggere come miglior album dell’anno. Tirando le somme, dell’animo grunge di Mr. Grohl sono rimasti solo i capelli […]

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Cucina & Salute

La storia di Coco, un’eroica trovatella

Era una sera di primavera quando, ritornando da un’uscita con gli amici, Mattia trovò sotto casa una cagnolina. Le si avvicinò per controllare se avesse il collare: forse si era persa? Nulla. Non ce l’aveva. Sembrava piuttosto magra ed era tutta sporca, così Mattia, vedendo che la piccola lo seguiva, decise di portarla su con sé per darle da mangiare e da bere. Mai gesto più fu bello. Davanti a certe situazioni, si è sempre indecisi sul da farsi e spesso si deve tener conto di altre persone, che possono pensarla diversamente da te. Mattia infatti, agendo d’impulso e, soprattutto, con il cuore, non considerò cosa poteva succedere nel suo nucleo familiare: la madre aveva terrore dei cani e il padre non voleva animali in casa. Aiutare un animale indifeso in quel momento era la priorità e, tanta della compassione, senza riflettere troppo sulle conseguenze, entrò in casa con lei, in tarda nottata, con grande sgomento dei genitori. Mattia pensava che Coco non sarebbe rimasta nemmeno per la notte successiva, invece così non è stato. Da piccolo, un’esperienza negativa con un cane gli aveva sempre impedito di instaurare rapporti con altri e, in generale, non era mai stato un amante degli animali fino a quando non conobbe il cane della fidanzata; la quotidianità e l’interazione necessaria perché dovuta alla convivenza con l’animale stesso, gli aveva finalmente fatto scoprire un nuovo mondo: quello bellissimo, dove si intrecciano rapporti con gli animali e la bellezza del prendersi cura di un cane o di qualsiasi altro animale domestico e non. Ma mai avrebbe pensato che un giorno avrebbe voluto un cane. Tornando al ritrovamento della cagnolina, il giorno seguente, la prima cosa che fece fu controllare se avesse il microchip: nulla. Nessuna identità e apparentemente nessun padrone. Chiese aiuto per sistemarla ma, ancora una volta, la risposta fu negativa: era il periodo degli abbandoni, le volontarie piene di cuccioli ritrovati nei posti più impensabili e nelle condizioni più terribili, i canili pieni e disposti a prendersi cura della trovatella solo se pagati, perché auto sovvenzionati quindi senza l’aiuto del Comune e l’Asl veterinaria, un posto dove i cani si vede quando entrano ma non si sa quando escono. Davanti a uno scenario così negativo, Mattia cominciò a vivere alla giornata, senza dare un nome alla trovatella e mantenendosi a distanza, soprattutto emotivamente. Sapeva che il cane non poteva rimanere, che era difficile prendersene cura, ma l’ha fatto lo stesso: la portò dalla veterinaria. Non avendo avuto molta assistenza dal pubblico, si riferì al privato per le cure. Coco, il nome della piccola che piano piano si stava insinuando nel cuore di Mattia, riportava segni di percosse su varie parti del corpo, malnutrita, aveva numerose e grasse zecche che le invadevano la cute e la coda tagliata. Grazie alle indicazioni della dottoressa e alle costanti attenzioni di Mattia, Coco è diventata una cagnolina allegra, sana e felice. Questo lungo percorso ha privato Mattia di tante cose, sia economicamente che psicologicamente, lo ha messo a […]

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Concerti

Mecna alla seconda serata del Nadir festival

La seconda serata del Nadir festival indipendente arrivato alla terza edizione. Organizzato dall’associazione Scugnizzo liberato, Cap 80126 l’evento si è svolto al Polifunzionale di Soccavo. L’attività politica e produzione culturale del Nadir Collective hanno portato sul palco i Fugama, duo pop futuristico formatosi nel 2013, gli /Hand logic, i cinque vincitori del Rock contest “Controradio” nel 2016, Birthh, progetto musicale di Alice Bisi, cantautrice italiana impegnata in un tour in giro per l’Italia, Luk, elettronica e canzone d’autore, un duo napoletano e Mecna, uno degli interpreti del rap 2.0 italiano.  Si può scorgere tra il pubblico una coppia, un ragazzo e una ragazza che si tengono per mano sorseggiando birra. Sono felici, sorridono e gli sguardi complici non mancano. Si sono conosciuti un po’ per caso: la solita storia, amici in comune, la noia di contorno che spinge a cercare cose nuove, tra le strade della città. Sono stati amici per un periodo; le nottate passate insieme a chiacchierare di tutto, dagli argomenti più futili a quelli più seri, quelli su passati simili li hanno avvicinati sempre di più. Lui le dedicò una canzone di Mecna, 31/08, la fine di un’estate, come la fine di un qualcosa, magari amore? Chissà. Ma quella canzone non era per lui la fine di un qualcosa, ma il principio. Tra le parole gli sembrava di sentire parlar di loro, dei loro progetti scoperti in comune, della loro voglia di esplorare il mondo. Oggi quei due ragazzi si guardano e si emozionano davanti al cantante foggiano che li ha aiutati a trovarsi nel caos della città, delle relazioni sbagliate e della noia di un quotidiano ripetitivo, sempre lo stesso. Ma, tornando all’esibizione, questo è il suo primo tour estivo da quando ha cominciato la sua carriera. Mecna ha interpretato una quindicina di canzoni raccolte in tre dei suoi album: tra questi, l’ultimo Lungomare Paranoia, uscito a gennaio scorso. Accolto con tutto l’affetto del pubblico raccolto al Nadir festival, Mecna è subito a suo agio L’atmosfera è stata congeniale all’esibizione del cantante foggiano: la sensazione è quella di sentirsi quasi come un unico spettatore, un faccia a faccia mentre si esibisce ed emoziona, con il suo andare un po’ goffo e il berretto a coprire gli occhi. I fan di Mecna, affezionatissimi, hanno esultato all’ascolto di alcuni pezzi che fanno un po’ la fama del ragazzo: un artista timido, che fa musica per il piacere di fare musica. Rinchiusa nella metrica delle sue canzoni la sua vita, trent’anni di emozioni, un’empatia che si crea con i fan che si immedesimano nelle sue canzoni. L’influenza è quella del rap nuovo, un po’ glamour e un po’ pop. Quello di Drake, Childish Gambino e tanti altri che popolano la scena musicale americana sulle scie di Eminem, Tupac e 50 Cent. Disagio, ricerca di tranquillità, amore, delusioni, lutto, temi importanti che vengono affrontati. Le luci soffuse e il pubblico che ha cantato a squarciagola ha creato una magia all’interno dello spazio del Polifunzionale, contornato da cibo, birra e artigiani che […]

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Cucina & Salute

Ettore, un piccolo grande animale eroico

Quando Diamante aprì l’anta dell’armadio non poteva crederci: Birba, la gattina di casa, con grande sorpresa di tutti, aveva partorito! Tre mesi prima, Diamante e la sua famiglia erano stati in vacanza in una casa in Calabria dove la micia aveva completa libertà di uscita; per lunghe ore, infatti, indisturbata vagava per i dintorni. Avendola cresciuta in un cortile, la famiglia di Diamante era abituata a vederla in giro perché poi, tornava sempre. E anche durante quella vacanza tornò, portando con sé una piccola sorpresa. Insomma, tra i vestiti di Diamante, allora una bimba di dieci anni, si accoccolavano tra loro piccole palle di pelo bianche, dal pianto affamato. Tra questi, uno catturò la sua attenzione: Ettore. Dal giorno in cui Diamante posò gli occhi su quel piccolo, capì che non si sarebbero più separati Diventarono uno il quotidiano dell’altra; la mattina, seduti a tavola facevano colazione, lei la sua tazza di latte, lui le sue crocchette. Questa abitudine nacque quando una mattina, lasciata la tazza colma sul tavolo per un attimo, tornata, la trovò vuota. Dopo essersi interrogata sul suo stato mentale, capì che non era stato un vuoto di memoria o un sintomo di pazzia ma semplicemente Ettore che si era appropriato della sua colazione. Nonostante crescesse, invece di fare come gli altri gatti che dopo essere stati svezzati acquistano la loro indipendenza, continuava a cercare nutrizione dalla madre che esasperata dall’insistenza di quel gatto (che giorno dopo giorno la superava in peso e in grandezza) prese a cacciarlo duramente. Ettore, il gatto “mammone” Ettore era un gatto “mammone”, un rapporto che ha conservato con Birba fino a quando quest’ultima non li ha lasciati, purtroppo a causa di un errore medico. Nonostante la perdita della sua mamma, Ettore, gatto che sfata i miti sulla sua specie, consolava Diamante e la famiglia, riempiendoli di attenzioni e baci, mostrando tutta la sua compassione e comprensione. Pian piano, come succede quasi alla maggior parte degli animali domestici, si stava “umanizzando”. Diamante si sentiva capita da lui in quei momenti, d’altronde entrambi avevano appena perso una figura importante nella loro vita eppure si facevano forza a vicenda, armati di tanto affetto l’uno per l’altra. Oltre ad essere “mammone” e affettuoso, nutriva sempre più nei confronti di Diamante un senso di protezione. Quando avvertiva il pericolo, si mostrava fiero e pronto a combattere per la sua amica, mamma e sorella. La fifa spariva, lasciando spazio a soffi arrabbiati e zampe pronte a partire. Un vero cavaliere. Ogni mattina, quando lei andava a scuola, lui l’accompagnava fino all’ingresso del palazzo per poi aspettarla lì, al suo ritorno. E la sera, quando lei usciva, lui l’aspettava ancora, a volte addormentandosi in piedi perché Ettore, senza Diamante, non riusciva a dormire. Condividevano il letto. Accucciato sul suo petto, con le fusa si abbandonava al mondo di Morfeo e, anche d’estate, non esitava a lasciare il suo petto, perché era lì il suo posto sicuro. Diamante ci ha raccontato che spesso soffriva d’insonnia e quindi, immaginarsi lei […]

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Attualità

Blue Whale Challenge: quando il suicidio diventa social

Che cosa spinge l’essere umano a commettere atti irrimediabili? Davanti a eventi tragici la prima domanda è questa. La natura dell’uomo è violenta e violente possono essere le azioni che compie. Viviamo in un momento storico difficile, ma non è stato l’unico. Le nostre giornate sono accompagnate da episodi di violenza, per lo più raccontateci dai media e da internet; i nostri collegamenti sul mondo raccontano per la maggior parte notizie terribili e questo è avvilente. “L’unica cosa a cui non c’è rimedio è la morte” Quanto è vera questa frase. 157: questa cifra oggi sicuramente vi dirà molto. Centocinquantasette sono le vittime contate, le morti della Blue Whale Challenge. Il nome Blue Whale Challenge ha origine dal fenomeno dello spiaggiamento dei cetacei: arenati sul bagnasciuga, si lasciano morire. Questa è l’ennesima sfida che gira sui social e che impegna ragazzi, per lo più adolescenti, a commettere atti pericolosi e autolesionisti come i selfie scattati in situazioni pericolose, il darsi fuoco davanti ad amici oppure scolarsi una bottiglia intera di super alcolico. Tutte situazioni paradossali alle quali tanti ragazzi si sottopongono. Ma come nascono queste idee? A chi verrebbe in mente di infliggersi così tanto dolore? É una domanda alla quale non si riesce a trovar risposta. Tornando alla Blue Whale Challenge, essa nasce in Russia intorno al 2013 sul Vk (il Facebook russo). Si tratta di profili falsi che invitano giovani a giocare con loro, sottoponendoli a delle sfide sempre più dolorose e difficili. Al di là delle regole che girano e sulle quali non si ha certezza assoluta che siano vere sapere che la conclusione è quella di gettarsi giù dal palazzo più alto della città è eloquente. Domenica 14 maggio è stato mandato in onda il servizio de Le Iene sulla Blue Whale Challenge: trenta minuti di strazianti immagini, madri in lacrime e ragazzini che si buttano giù. La cosa che lascia più perplessi è la facilità con cui ci si lasci andare al vuoto, senza possibilità di risalire. C’è da chiedersi: è davvero così facile compiere atti così estremi? Cosa ha spinto 157 ragazzini a porre fine alla loro breve vita? In vari articoli si è parlato di istigazione al suicidio, disperata ricerca della popolarità e desiderio di essere idolatrati. Ma davvero siamo arrivati a questo? Philipp Budeikin, ex studente di psicologia, è stato arrestato qualche giorno fa con l’accusa di istigazione al suicidio. A lui si attribuiscono le morti di 16 ragazze poiché questo giovanotto di 22 anni faceva parte del gruppo dei “curatori”, ovvero tutor che seguono i partecipanti del gioco fino alla cinquantesima regola. A quanto si evince da Google questi non si sarebbe sentito colpevole di tali morti in nessun modo: per lui si tratta solo di ripulire la società dagli inetti. Ci ricorda qualcosa? Quanto ancora dovremo sentir parlare di personalità che credono di poter decidere della vita altrui? Questo “gioco” induce al suicidio facendo leva sulle qualità psicofisiche di un soggetto definibile come influenzabile e debole e le regole imposte hanno come risultato quello di […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Discodays: la fiera del disco e della musica a Napoli

È in un pomeriggio di Aprile che si svolge la XVIII edizione del Discodays ovvero la fiera del disco e della musica al Palapartenope di Napoli. L’ultimo week end del mese (22-23 Aprile) ha condotto appassionati, musicisti, collezionisti e curiosi alle porte del famoso teatro napoletano. Varcata la soglia, ai nostri occhi si apre un mondo. Al lato opposto al nostro il palco, baricentro del teatro e punto di congiunzione tra due file circolari di stand, pronte a distendere sui propri tavoli anni e anni di musica mondiale. Al centro, altri stand e tante persone. Ciò che colpisce appena varcata la soglia è questo agglomerato di generazioni intente a trovare il vinile tanto desiderato e cercato, pronte a spendere un quarto (o forse più?) del proprio stipendio per stringere tra le proprie mani un LP e non solo. Gli occhi girano intorno, tra i colori delle copertine storiche dei The Wall esposti, primi piani di Pino Daniele, Vasco, Jimi Hendrix etc. Discodays – un luogo sacro, un tempio che unisce tutti i generi musicali sotto un solo termine: musica Eventi come questi uniscono non solo culture musicali differenti ma anche le persone. L’occhio scruta e trova un padre e un figlio, sulla decina magari, intenti a cercare un vecchio album dei Genesis. Uomini over 50 dai capelli lunghi e la barba folta, veterani, presumo, di fiere del genere con buste stracolme (e magari con il portafoglio vuoto ormai) e le famiglie, madre e padre accompagnati da prole danzante che sotto al palco vanno al ritmo scandito da giovani prodotti discografici. Parlando con qualche visitatore, si percepisce quanto ancora sia permeante nello spirito la musica, fetta grande delle nostre giornate che ci accompagna ovunque, in qualsiasi posto e in qualsiasi situazione ci si trovi. In un mondo che va di fretta, ci si adatta e si preferisce l’avanzata tecnologia del brano digitale. Sui nostri smartphone, migliaia di brani, studio e live, pronti per l’ascoltatore tra una pubblicità e un’altra. Nonostante il vinile sia qualcosa di “antico”, materia di collezione e di nicchia, sta tornando nelle case e non solo, come si potrebbe immaginare, attraverso le mani dei nostalgici o dei cultori ma anche attraverso quelle dei ragazzi accorsi numerosi alla fiera. Più ci si allontana dal passato, più si cerca di recuperarlo L’incertezza del futuro e di un mondo troppo veloce fa rimanere saldamente attaccati alle certezze, come in questo caso la musica. All’adattarsi del mettere le cuffie e andare, c’è chi ancora prova a ritagliarsi del tempo per posare il vinile sul giradischi e lasciare che la puntina faccia il proprio lavoro. Sedersi e, con il libretto tra le mani, leggere i testi, vibrare al suono di ogni acuto e innamorarsi di un assolo di chitarra. Tra le piccole gioie possiamo ancora citare questa. Come è già detto poco fa, la musica è unione, punto d’incontro tra le persone. Una ragazza oggi aveva acquistato non solo per sé, ma anche per suo padre, colui che, a detta sua, l’ha iniziata al […]

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Attualità

La Ferrero introduce lo smart working

La Ferrero, azienda dolciaria italiana leader del mondo, ha annunciato l’introduzione dello smart working. Cento dipendenti delle aziende Ferrero di Alba (Ferrero Commerciale Italia, Ferrero Technical Service e Sore Martec Italia) trascorreranno un giorno a settimana lavorando comodamente da casa. Questo non è solo un cambiamento nell’offerta lavorativa di una delle aziende leader nel nostro paese, ma è anche una sorta di esperimento sociale che vede l’apertura a una tipologia di impiego più flessibile e moderno, basato sulla fiducia. La formula dello smart working è già presente in molte nazioni del mondo, le principali sono Usa e Giappone. In Europa, l’Italia è tra gli ultimi posti nell’utilizzo dello smart working. Infatti, si conta che solo 100.000 dipendenti italiani lavorano un giorno a settimana lontani dall’ufficio. Eppure, questa formula porterebbe a dei grossi vantaggi sia per la persona sia per l’azienda. Tra i fattori positivi troviamo una maggiore flessibilità degli orari: infatti, la gestione del lavoro da casa permetterebbe di cominciare e finire il compito prestabilito dilazionandolo nei tempi di una giornata. In più, si eviterebbe lo stress degli spostamenti casa-lavoro e viceversa, permettendo non solo di risparmiare sul carburante o magari sul biglietto del mezzo di trasporto, ma anche di contribuire alla diminuzione dell’emissione di Co2. Lavorare in un ambiente confortevole influirebbe anche in maniera positiva sul dipendente che, magari, svolgerebbe le mansioni steso comodamente nel proprio letto o sul divano. Insomma, questo senso di responsabilità potrebbe anche offrire ai lavoratori l’opportunità di farsi notare anche nella gestione lontano dai superiori in ufficio, acquistando così di prestigio e di affidabilità. Ovviamente, c’è anche da tenere in considerazione che questo potrebbe agevolare anche l’interazione quotidiana con la famiglia: assistere i propri genitori, occuparsi dei propri cari o dedicarsi ai propri amici a quattro zampe che nelle nostre case sono sempre di più e hanno bisogno delle cure dei propri padroni. Ma, nonostante i fattori positivi, possiamo annoverare anche alcuni negativi: lo smart working ancora non prevede il pagamento degli straordinari e lavorare fuori dagli orari prestabiliti potrebbe incentivare una frenesia verso il risultato perfetto, una corsa al titolo ambito che guasterebbe i rapporti con la propria sfera personale. Come va accolta l’idea dello smart working? L’azienda, guidata da Giovanni Ferrero, tenta questa nuova manovra in un cammino, sembrerebbe, volto sempre più all’ecosostenibilità. La produttrice della Nutella è stata, negli ultimi anni, oggetto di polemica a causa dell’utilizzo nei suoi prodotti dell’olio di palma, ingrediente non solo dannoso per l’organismo ma anche per l’ambiente a causa dell’eccessivo utilizzo delle aziende che chiedono il disboscamento di molte zone ricche delle palme dalle quali si ricava quest’ingrediente. Malgrado ciò, la Ferrero non ha fatto marcia indietro verso un olio più ecosostenibile come altre aziende concorrenti, ma ha rimarcato però l’affidabilità del prodotto e dei suoi ingredienti. Chissà se è tutto vero o se è solo fumo negli occhi. Naomi Mangiapia  

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Libri

Mangia con gli occhi: il romanzo di Carmela Pierri

È una fredda mattina invernale quando la protagonista della nostra storia si sveglia e nota che qualcosa è cambiato: le mancano il gusto e l’olfatto. I rituali che danno inizio alla giornata improvvisamente perdono di ogni significato e sacralità: il primo e tanto atteso caffè è troppo bollente e le scotta la lingua, perché non percepisce la temperatura con le labbra. Non sente l’odore della crema corpo sulla pelle, prima una stupenda lozione alla vaniglia, ora unguento inodore. Tutto è cambiato. La diagnosi è chiara: Anosmia e Ageusia, ovvero perdita dell’olfatto e perdita del gusto. “Come un indagato sul banco degli imputati nel giorno della sentenza, dell’ultimo grado di giudizio, accolgo il verdetto con una strana sensazione di liberazione, come l’epilogo di un tormentato e affannoso periodo alla ricerca della verità, una verità che agli occhi della platea può far male. In questo momento non mi duole, mi solleva e mi lascia una sola grigia emozione: la delusione dell’indeterminatezza della causa e della cura.” Con il tempo, la donna scoprirà che a questa condizione non c’è rimedio; l’assenza di tre dei suoi cinque sensi l’accompagnerà per tutta la vita. Ed è qui che la nostra storia entra nel vivo. In prima persona, la coraggiosa protagonista di “Mangia con gli occhi” ci racconterà come reinventarsi, trovare la forza di andare avanti grazie anche all’affetto per il suo compagno e suo figlio. “La rinascita che l’Amore di Lui mi ha donato è stata bellissima, una folata di vento caldo e profumato che mi ha sollevato come una foglia in ottobre, secca e ingiallita, per consegnarmi al prato verde e ondulato della primavera” Non potendo gustare ciò che mangia, sviluppa il gusto della vista. Predilige cibi dai colori vivaci, accostamenti cromatici su piatti arricchiti da disegni. Per le bevande, utilizza i preziosi servizi da the di famiglia e scopre la bellezza delle spezie orientali. Reinventa sé stessa attraverso la cucina e i vestiti. Scopre delle nuove forme di bellezza che riprende attraverso la fotografia, passione fanciullesca ritrovata in quest’amara circostanza e viaggia, alla scoperta delle meraviglie del mondo. Con una penna delicata e toccante, Carmela Pierri racconta in Mangia con gli occhi lo spaccato di vita di una donna fedele a se stessa e forte abbastanza da ricominciare ripartendo da zero. In un racconto concentrato, esplode l’immagine di una donna emancipata, anche dalle proprie difficoltà. Edito da Narrativa Aracne (collana “Fuoricollana”), Mangia con gli occhi è il primo romanzo di Carmela Pierri, sociologa, vice presidente dell’Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT) e direttore del centro di Metodologie e Prassi Formative della Fondazione Formit. Naomi Mangiapia —————————————————————————- Mangia con gli occhi è disponibile su Amazon. Clicca qui per acquistarlo!

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Libri

Nessuno muore in sogno: un nuovo caso per Jakob Dekas

Bolzano 1999. Jakob Dekas, noto pubblico ministero e ispettore altoatesino, è costretto a tornare anticipatamente dalle ferie a causa di un nuovo caso. Si tratta dell’omicidio di Claudia Von Delleman, noto architetto dalla doppia vita. Infatti la donna, mentre di giorno si destreggiava tra progetti di nuovi edifici, la sera frequentava ambienti mondani ricoprendo il ruolo di escort. La giovane, trovata riversa sul pavimento nuda, mostra strani segni sul corpo e un curioso taglio di capelli, netto, che ricorda un caso precedente, quello di una donna, stimata dentista, ritrovata uccisa con le stesse modalità. La vittima non è sconosciuta all’ispettore Dekas, che, tempo prima, aveva avuto modo di frequentare. Precisamente erano stati amanti, per qualche mese, e il pubblico ministero ne conosceva la doppia natura. Una relazione fisica, nulla di più, rimasta nel passato ma, la visione di quel viso familiare, spento, bianco, provoca nel freddo Dekas un fremito di tristezza, di compassione per quella povera ragazza che un tempo aveva tenuto tra le sue braccia. Le indagini effettuate sul corpo della povera Claudia fanno pensare a un soffocamento e, in collegamento con l’omicidio precedente, si presume che Bolzano sia minacciata da un serial killer la cui firma sta nel taglio netto dei capelli. L’ispettore Dekas, insieme alla collega Emma Blaas, il maresciallo Barra e il capitano dei carabinieri Malacarne cercherà la soluzione al caso che, come vaso di Pandora si aprirà, mostrando oltre all’omicidio una serie di circostanze agghiaccianti e pericolose, in un intreccio tra prostituzione, femminicidio e maltrattamenti su minori. Nessuno muore in sogno, un giallo altoatesino Il romanzo è un viaggio nella realtà apparentemente tranquilla della città altoatesina; l’autrice, Katia Tenti, illustra nel particolare uno spaccato di vita scosso dalla violenza omicida. Le pagine raccontano di personaggi la cui psicologia viene affrontata nello specifico, rendendo il lettore ispettore stesso. Questo, un elemento che incuriosisce poiché permette di entrare tra le righe e diventare quindi un membro della squadra investigativa. Un romanzo dalla scrittura semplice ma piacevole, che, pagina dopo pagina, ci porta alla conclusione del caso dal finale quasi inaspettato. “Nessuno muore in sogno” è una lettura consigliabile a un pubblico di lettori affamato di romanzi gialli ma anche a coloro che prediligono i racconti di vita, storie di persone e interessati ad argomenti quanto mai attuali quelli, appunto, raccontati dall’autrice. “Nessuno muore in sogno” è il romanzo giallo di Katia Tenti, edito dalla Marsilio editore (collana farfalle) e secondo episodio che vede come protagonista il pubblico ministero Jakob Dekas. Naomi Mangiapia

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Culturalmente

Sulle tracce della canzone: dal mito al talent

È difficile stabilire l’origine e le date che segnano l’inizio dell’espressione musicale e letteraria della Canzone. Di fatto oggi è intesa come fusione di musica – scritta o non scritta – e parole. Diciamo che è libera da obblighi metrici. Ma, come nel caso della poesia moderna, affida il giudizio sulle sue qualità a una melodia (nella maggior parte dei casi) e a un testo che, mentre nella poesia ha una sua musicalità indefinibile, nella canzone si fonde alla musica in un rapporto di vicendevole intreccio. Superiamo a volo radente la storia accademica della Canzone. Le sue origini hanno tracce nella mitologia, nella canzone trobadorica, nella chanson des gestes dove sia la parola che la musica sono affidate alla memoria o all’invenzione del “Troubador”. Giungiamo poi alla forma a cui (solamente allo scopo di differenziarla poiché si è già nella fase della sua trascrittura anche musicale) daremo il nome di “Lied”. La canzone – non differentemente dalla musica colta o religiosa, orchestrale o operistica – viene precisamente ripetuta secondo la scrittura della musica e il canto coltivato della parola. Essa entra nella dimensione della musica colta; e ancora oggi è eseguita attenti alle puntualità grafiche. Ma, tutto ciò, tradisce il nostro intento di giungere quanto prima all’immensa produzione globale della canzone nella sua forma libera di contenuti, forma metrica e espressione musicale: ha un successo popolare (e limitatamente, anche colto). La canzone oggi non ha nella sua trascrizione la sua essenza topica. Nel suo percorso, dall’ispirazione fino al prodotto finale grezzo, può avvalersi di registratori (e altro) e soprattutto della collaborazione – anche in fase di elaborazione – di esperti “arrangiatori” capaci di entrare nell’anima di ciò che vuole essere detto e esaltarne le qualità considerando il gusto del momento. O addirittura creare nuovi e inesplorati territori. Concentrandoci sulla sua attualità, abbiamo già segnalato che il suo successo è dovuto alla  semplicità della memorizzazione di strofe o di frammenti della sua melodia e all’associazione con periodi dell’ esistenza individuale. Ora, ordinare o ricercare le fonti dei vari generi o stili è operazione complessa e suscettibile di approssimazioni soprattutto nel riconoscere le precise origini di uno stile o di una tendenza. Semplifichiamo in Pop, Folk, Country, Rock, Hard Rock, Metal, Melodico, Neomelodico, Musica Latina, Rap, R ‘n ‘B, Musica da Discoteca etc. Difficile è anche definire una struttura precisa del prodotto; i relativamente recenti concetti di ritornello e strofa, si riscontrano solo in alcune canzoni. Libertà è la parola d’ordine e, nello stesso tempo, il limite del giudizio influenzato dal gusto. Ma come definire dei parametri di giudizio per una canzone bella o “perfetta”? Innanzitutto, ma non in tutti i casi, differenziamo il valore della musica da quello delle parole – se ci sono parole, se c’è musica. Per quanto riguarda le parole abbiamo già detto che la problematica riguarda i testi delle canzoni come quelle delle poesie. Non è un caso che il premio Nobel della letteratura sia stato assegnato a un Folk Singer, Bob Dylan. Tuttavia, la libertà è anche il limite che distrugge un esempio […]

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Eventi nazionali

I Guns ‘N Roses tornano in Italia

È ufficiale: i Guns ‘N Roses tornano in Italia! L’annuncio arriva dalla pagina ufficiale FB dell’”Autodromo Internazionale Enzo e Dino Ferrari” di Imola, che riporta anche la data: 10 giugno 2017. Il “Not in this lifetime” tour, dunque, toccherà il bel Paese. Poi, lunedì 5 dicembre, l’ufficialità della notizia è stata riportata anche dal sito ufficiale del gruppo. Axl Rose e Co., o meglio, la formazione “ufficiale”, non erano in Italia da ben 23 anni quando allestirono il loro ultimo concerto a Modena nel ‘93 In tanti ci speravano, in tanti li hanno voluti e finalmente eccoli qui, in tutto il loro splendore. I Guns’ ‘N Roses, icone del rock degli anni ’80 e ‘90, tra le personalità più influenti nella storia di questo genere, non hanno mai fatto cessare l’afflusso di notizie su di loro: le carriere soliste e di collaborazione dei due più carismatici della formazione, Axl Rose e Slash, hanno portato avanti il marchio Guns ‘N Roses per anni e, per tutto questo tempo, il mondo della musica rock ha sperato in una reunion che, finalmente, a inizio 2016 è arrivata. Sono quelli dei record, come quello che li consacra tra le dieci migliori band secondo Rolling Stone, o le 3 Hit nell’album d’esordio “Appetite for Destruction“, o ancora il primo gruppo Sleaze Metal (ovvero una fusione tra hair metal, punk rock e blues rock). Una band rock con protagonisti istrionici pieni di divergenze artistiche e personali, quasi al pari dei fratelli Gallagher degli Oasis. Insomma, i Guns ‘N Roses sono la band degli eccessi; sia in campo artistico che in quello personale Nascono a Los Angeles nel 1985 dal progetto di Axl Rose, Tracii Guns, Izzy Stradlin, Ole Beich e Rob Gardner, ex membri di due band: gli L.A Guns e gli Hollywood Rose (da qui, facile dedurre l’origine del nome Guns ‘N Roses). Con lo stile semplice e immediato raccontano nei loro primi pezzi i bassifondi di Los Angeles, all’epoca epicentro della musica rock e della discografia, e gli eccessi del gruppo stesso. E sono stati proprio questi, gli eccessi, a portare ad una rottura definitiva tra il leader Axl Rose e il resto del gruppo che a metà anni ’90 hanno preso strade differenti. Ed eccoci qui, nel 2016, quasi 2017, ad attendere il ritorno in grande stile dei Gun’s ‘N Roses. A quanto pare, ancor prima dell’inizio delle prevendite ufficiali previste per il 9 dicembre, si cominciano a vendere sul sito privato di Viagogo biglietti a prezzi esorbitanti. Se volete andarci e avete il click più veloce del West o vi piace fare le nottate davanti alle concerterie, non vi resta che aspettare la vendita ufficiale. Avete pochi giorni di tempo! I prezzi apparsi sino a questo momento sono: Posto Unico in Piedi Rivazza: 87,35€ Posto Unico in Piedi: 87,50€ Golden Circle: 104,50€ E pacchetti che partono dai 290 euro a salire, per chi vuole un’esperienza in pieno stile Guns ‘N Roses. Se fate parte del fan club, potrete già acquistare i biglietti e le vendite saranno aperte […]

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Musica

Bob Dylan il menestrello da premio Nobel

A Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, è stato conferito il premio Nobel 2016 per la Letteratura. Sono passate settimane e il menestrello ha solo recentemente commentato l’accaduto: “A Stoccolma per il Nobel? Ci andrò…se solo posso”, come mai? Questa è la domanda che si stanno ponendo tutti nel mondo musicale e nel giornalismo. Anni fa, Jean Paul Sartre rifiutò il premio Nobel per la letteratura chiedendo esplicitamente al segretario dell’Accademia svedese di non includerlo tra i candidati né in quell’anno né in quelli a venire. Oggi frasi brevi che lasciano un grosso punto interrogativo. Che Bob Dylan sia un personaggio controcorrente è ben noto. Dal carattere non facile, si è sempre distinto come personaggio e artista non perché facesse in maniera grandiosa ciò che gli altri facevano bene, ma perché lui era diverso. Il folk e il rock ‘n roll, generi in voga negli anni sessanta, nelle sue mani sono diventati strumenti di contro tendenza che allacciavano l’impegno politico e personale, la denuncia e il racconto del reale, come i Beatles, i Rolling Stone. Ma oltre il personaggio tanto amato e odiato, Bob Dylan ha rivoluzionato il modo di non fare musica non per gli accordi che componeva, ma per ciò che raccontava. “Il Nobel a Bob Dylan? Mi riempie di gioia, le canzoni sono letteratura” (Francesco De Gregori) Ripercorrendo la sua vita, scopriamo di un giovane ragazzo originario del Minnesota cresciuto con il Blues, il Folk e il Rock ‘n Roll. I suoi passi adolescenziali erano scanditi da un rock ‘n roll incalzante ma che non saziava la fame di verità che il giovane Bob possedeva. Nel folk di Odetta scopre che “c’è più vita reale in una sola frase di queste canzoni in quanta ce ne fosse in tutti i temi del rock ‘n roll. Io avevo bisogno di quella musica”. Il mito incontrastabile di Bob Dylan? Woody Guthrie – “This guitar kills the fascists”, un adesivo sulla sua chitarra Il giovane Bob si trasferì a New York per incontrarlo. “This land is your land” cantava all’apice della sua carriera: un canto dai tocchi sacrali che l’aveva reso agli occhi del pubblico uno dei musicisti folk che l’America avesse mai avuto. Una vita stroncata da una malattia degenerativa, una voce che ha trovato eco nei versi di Mr. Dylan. “Sarei proprio contento se fosse Bob Dylan” (Dario Fo, riferendosi al conferimento del premio Nobel) Tante sono le tracce che Bob Dylan ha lasciato nella storia della musica. Non esiste una persona che non sappia chi sia o che non abbia sentito almeno una volta una delle sue canzoni. La sua fama lo precede ma, per chi non conoscesse il menestrello del rock e volesse approfondire la sua cultura musicale, cercheremo di raccontare alcuni brani che hanno lasciato il segno: “Blowin’ in the wind” Inclusa nel suo primo album del 1963 “Freewheelin’ Bob Dylan”, è una canzone ispirata ai canti degli schiavi, manifesto delle giovani generazioni che non avevano una voce. È un inno alla pace, adagiato sulle […]

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Attualità

La pizzeria Da Michele apre a Londra

Ebbene sì. La pizzeria Da Michele approda a Londra. La vecchia Albione ospiterà i maestri pizzaioli nella capitale. A quindici minuti dal centro, la nuova sede sarà in pianta stabile nel quartiere hipster di Stoke Newington. Al 125 di Church Street si è nel pieno dei lavori. Un forno a legna di due tonnellate è stato trasportato per preparare la migliore “pizza a ruota di carretto” della capitale inglese. La famiglia Condurro, apre la seconda sede in Europa, seconda per apertura e importanza a quella di Forcella, in via C. Sersale, storico luogo di ritrovo per napoletani, turisti e personaggi famosi. A Napoli, la pizzeria Da Michele è tra le tre migliori infornate, insieme alla pizzeria “Sorbillo” e “Di Matteo” che ogni giorno ospitano migliaia di persone pronte a gustare la genuinità della pizza napoletana. “Il tempio sacro della pizza”, come è stato definito da molti critici culinari e giornalisti, sarà ritrovo di molti giovani hipster pronti a “snapchattare” o a “twitterare” la pietanza seduti a un tavolo di marmo. Una location che richiama la semplicità del marchio che dal 1870 contraddistingue la pizzeria Da Michele a Napoli e nel mondo. “Fatte ‘na pizza c’a pummarola ‘ncoppa Vedrai che il mondo poi ti sorriderà.” (Pino Daniele) La bontà del prodotto sta nella semplicità che lo compone: fior di latte di Agerola, pomodoro, farina Caputo e olio di semi di soia.  Tutti prodotti genuini che arriveranno dal capoluogo campano alla capitale europea per mantenere i sapori veraci della famosa pizzeria. Alla direzione vi sarà Alessandro Condurro, membro della quinta generazione dei Condurro che insieme ai suoi collaboratori si destreggerà tra margherite e marinare. Ma come nasce l’antica pizzeria Da Michele? Michele Condurro, originario di Torre Annunziata, arrivò con la sua famiglia a Napoli dove il padre, per sbarcare il lunario, vendeva pizze fritte per strada. La passione per l’arte della pizza contagiò anche il figlio e il passaggio di un’arte dalle mani del padre a quello del giovane Michele non fu vano; infatti nel 1906 aprì la primissima sede dove ora sorge l’ospedale Ascalesi per poi spostarla in quella storica, in via C. Sersale a Forcella. Oggi Michele ha 80 anni e siede dietro alla cassa ammirando la grandezza di quello che ha costruito con le sue mani. Oggi, di aziende a conduzione familiare, ne rimangono veramente poche. I colossi dell’industria e le aziende alimentari hanno schiacciato queste piccole realtà con i loro prodotti d’avanguardia ma dal gusto compromesso invece, dopo 5 generazioni, la pizzeria Da Michele è ancora qui, in un mondo che ancora oggi è desideroso di assaggiare l’autenticità e la storia di uno dei piatti più famosi del mondo: la pizza Margherita. Naomi Mangiapia

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Voli Pindarici

“Buona Scuola”: come ha cambiato le nostre vite

E la chiamano Buona Scuola. Sono nata e cresciuta a Napoli, una città decisamente lunatica. Pullula di storia, odori, sapori e ricordi. Tutto qui è rovina e modernità, bellezza e degrado, colori e scale di grigi. Tra i vicoli del centro storico, culla delle influenze architettoniche delle dominazioni europee, ho passato la mia adolescenza e tra i muri di casa tutta la mia esistenza. La mia, tutto sommato, è stata un’infanzia semplice e felice. Ho un fratello speciale, modello di forza e tenacia e due genitori che tra odi et amo (come in ogni relazione d’intenso amore) non hanno mai smesso di essere le colonne portanti di questo forte ma al contempo fragile sistema che si chiama Famiglia. Da quando ho ricordo, la mia patria, l’Italia, è sempre stato un paese in “crisi”: Berlusconi, debiti, precariato, parlamentari troppo ben pagati e ministri buffoni. Tante sono le leggi e le riforme che hanno colpito quello che oggi vogliono ricordare a noi giovani sia la forma di aggregazione sociale più importante, la famiglia, contraddicendosi perché proprio loro, quelli che sono stati scelti per tutelare la nostra persona e i nostri bisogni, hanno danneggiato due cose: la famiglia e l’istruzione. Perché parlo così? Beh, mia madre, insegnante precaria da oltre trent’anni è finalmente entrata di ruolo con la riforma della “Buona Scuola”, ma a tanti, troppi chilometri da Napoli. Un anno fa, dopo tanti anni di lotte e sacrifici, qui in casa abbiamo tirato tutti un sospiro di sollievo alla notizia che, finalmente, tutte le fatiche sarebbero state ripagate. È stato un anno fantastico: bello era vederla arrivare a ora di pranzo, sorridente e rilassata. Negli occhi aveva la luce di chi ci era riuscito: il futuro cominciava a fare meno paura. Poi, in quella maledetta mattina di fine giugno, la casella postale mostrava una nuova email: l’assegnazione era arrivata. La pagina si aprì davanti ai nostri occhi, un foglio elettronico avrebbe deciso della nostra vita. Eccolo, Emilia Romagna. Come? Davanti a me solo buio. Per settimane avevamo scherzato sulla possibilità che lei andasse via, senza mai affliggerci più di tanto perché dovevamo mostrare positività e sperare che non ci sarebbe andata male perché forse, dopo più di vent’anni, la ruota avrebbe girato a nostro favore anche se, alla fine, come avrete già capito, non è andata così. Mia madre è una donna estremamente forte: di lei invidio la tenacia, l’emotività che la contraddistingue perché nelle sue mani diventa strumento per combattere. È il mio mentore, il modello da seguire e vederla lì, distrutta davanti a quel foglio elettronico che con tanta semplicità le comunicava che per tre anni doveva fare le valigie e allontanarsi dalla sua famiglia, mi ha ferito. Oggi è un mese e poco più che è partita. Ci siamo salutate frettolosamente perché io tornavo dalle vacanze e lei usciva di casa per partire. Mi si è spezzato il cuore. Realizzai in quel momento ciò che per tutta l’estate avevo cercato di non vedere: mamma non avrebbe più seduto tutti […]

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Attualità

San Gennaro, il patrono di Napoli

Il 19 Settembre nel 305 d.C. moriva San Gennaro, vittima delle persecuzioni di Diocleziano e martire per la chiesa Cattolica. Da anni, è patrono del capoluogo campano e simbolo della comunità napoletana. Dal 1497 le sue spoglie sono conservate nel Duomo di Napoli, meta di turismo religioso e non religioso, che ogni anno attrae persone da tutto il mondo. Simbolo di speranza, San Gennaro non è solo il santo protettore di Napoli ma anche di altre città campane come Torre del Greco, Praiano, ma anche al di fuori dalla Campania come Folignano, provincia marchigiana. Ma chi è San Gennaro e perché vi si è così fedeli e devoti? In alcuni atti- tra cui quello vaticano- e in altre fonti leggiamo che San Gennaro nacque probabilmente a Benevento nel 272 d.C di cui fu anche vescovo. Si dice che il suo vero nome sia stato Procolo e che l’appellativo Gennaro sia il risultato delle influenze linguistiche di una parola che originariamente era “Ianuarius” che potrebbe essere ricondotto o alla “gens Ianuaria” cioè ad una famiglia della nobiltà romana dedita, in epoca pagana, al culto del dio Giano; o alla sua nascita nel mese di gennaio (“Ianuarius” per i latini). Nel 305 si recò a Pozzuoli insieme al diacono Festo e al lettore Desiderio per una visita pastorale. Alla notizia, il diacono di Miseno, Sossio si diresse nel luogo prescelto dal vescovo beneventano per assistere alla visita, ma purtroppo fu fermato dalle guardie romane e catturato perché cristiano. Venuto a conoscenza dell’accaduto, San Gennaro e i suoi compagni di viaggio si recarono presso il luogo dove tenevano imprigionato Sossio per intercedere sulla sua liberazione, ma la situazione gli si ritorse contro e anche loro tre furono arrestati e condannati. Ed è qui che iniziarono a compiersi i primi prodigi del futuro santo protettore di Napoli. Furono condannati ad essere gettati in pasto alle belve feroci nell’anfiteatro puteolano ma, quando nell’arena gli animali videro il volto di Gennaro, si rabbonirono improvvisamente e non attaccarono nessuno di loro. Fu così deciso che il vescovo venisse bruciato vivo in una fornace, ma anche questa volta si compì il prodigio: egli non perì fra le fiamme, ma ne uscì illeso. La terza condanna, senza prodigi, per lui fu fatale e consistette nella decapitazione. La sua salma fu portata nell’odierna Fuorigrotta e poi nella natia Benevento. Una donna, com’era usanza tra i cristiani, raccolse delle gocce del suo sangue che rivelarono un altro grande prodigio compiuto dal vescovo: la liquefazione. La prima testimonianza scritta della liquefazione del sangue di San Gennaro risale, come riporta il “Chronica Siculum”, al 17 Agosto 1389 Le ampolle in cui è raccolto il sangue vengono mostrate ai fedeli dall’arcivescovo in tre ricorrenze: la seconda domenica di maggio, il 19 Settembre e il 16 Dicembre. La liquefazione del contenuto dell’ampolla viene considerata di buon auspicio per la città di Napoli e i suoi abitanti, mentre il mancato scioglimento del sangue è segno di sciagure. Come riportano documenti e atti storici, in molteplici occasioni il santo ha aiutato […]

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Culturalmente

Letture per l’Estate: “Marcovaldo ovvero Le stagioni in città”

Nel novembre del 1963 Einaudi esponeva nelle librerie di tutta Italia la nuova creatura di Italo Calvino: “Marcovaldo ovvero Le stagioni in città”. Protagonista è, appunto, Marcovaldo: dal nome quasi medievale, quest’uomo è un manovale dalla famiglia numerosa che, per sbarcare il lunario, scarica e carica cassette per una ditta otto ore al giorno. Lo sfondo è una città nel pieno del boom dell’industrializzazione. Mai specificata, è LA città per antonomasia; artefatta, imponente, opprimente. “In mezzo alla città di cemento e asfalto, Marcovaldo va in cerca della Natura. Ma esiste ancora, la Natura? Quella che egli trova è una Natura dispettosa, contraffatta, compromessa con la vita artificiale. Personaggio buffo e melanconico, Marcovaldo è il protagonista d’una serie di favole moderne.” Ancora una volta, Calvino racconta una storia “a puntate”: venti novelle, ognuna dedicata a una stagione, raccontano cinque anni di vita di Marcovaldo. Seguiamo con cadenza di tre mesi, quasi come se la nostra fosse una visita psicoanalitica, quest’uomo che si barcamena tra il costante desiderio di avvicinarsi alla Natura e la città divoratrice. Potremmo dare, oltre che una schematizzazione dell’opera nel complesso, anche una schematizzazione tipo per tutte le novelle: 1) osservazione della natura e dei suoi mutamenti stagionali, 2) il desiderio di un ritorno a uno stato di natura, 3) esito deludente. Sembra il copione di uno sketch comico dove il protagonista cerca di interagire con qualcosa, ma o ne viene sopraffatto oppure è messo davanti alla possibilità di doverlo fare, come Charlie Chaplin in “Tempi Moderni”, ma talmente è scarsa una corrispondenza, un’aderenza, e tanto grande è lo spazio che allontana l’uomo dal fenomeno, che l’esito sarà sempre negativo. Potremmo dire che è una condizione comune a tutti gli uomini che non riescono a interfacciarsi con una realtà come quella della città nel pieno del boom economico, e questo porta alla ricerca di uno stato primitivo, più vicino alla propria anima e, in un certo qual modo, gestibile perché conosciuto. Ma, in Marcovaldo, non è così. La corrispondenza tra un uomo e la natura si annulla nel momento in cui l’uomo cerca di interagire con essa che, troppo forte e indomabile, lo sovrasterà sempre. Marcovaldo, oltre una spiccata e voluta voglia di aderire alla Natura, capisce che per non dover sopportare i meccanismi artificiosi della città, può raggirarli, e lo fa con i mezzi naturali, ma purtroppo, ancora una volta, l’esito sarà negativo. Calvino compie un’opera straordinaria nella manciata di circa cento pagine. Questo libro dimostra di essere adatto ai più grandi e anche ai più piccini che tra un bagno e l’altro, quest’estate, potranno divertirsi a seguire le disavventure di un uomo comune, un uomo vicino a tutti noi ovvero Marcovaldo, il nostro compagno nelle afose giornate estive. Qui riportato un adattamento per la televisione nel 1970. Naomi Mangiapia

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Libri

I pesci non chiudono gli occhi di Erri de Luca

“I pesci non chiudono gli occhi” è un delizioso racconto di un’estate di cinquant’anni fa. Erri De Luca narra di sé bambino e delle sue vacanze su un’isola del golfo di Napoli. I ricordi tornano alla mente: aveva compiuto dieci anni, la prima età a due cifre quando non si è più un solo numero, un bambino, ma si dà inizio a l’epoca dei doppi:  il primo avvertimento di qualcuno che sta crescendo. Erri trascorre le sue vacanze lontano dal caos cittadino con la madre  tanto amata e tanto premurosa nei suoi confronti. Vive le sue giornate tra la spiaggia e il porto, dove i pescatori si cimentano nel procurarsi la cena o guadagnare qualche soldo; è un ragazzino curioso, vorrebbe saperne di più sugli adulti e per farlo utilizza come prezioso strumento i libri del padre ma, senza mostrare alcun stupore, afferma a se stesso che gli adulti sono bambini nei corpi di giganti e lui, invece, si sente stretto in quel suo corpicino ancora dalle fattezze fanciullesche: voleva il cambiamento, voleva crescere. Erri confessa: “A dieci anni la modestia del mio corpo mi istigava a sparire. Camminavo inventando di essere invisibile. Mi tradivano i pantaloni blu e la canottiera bianca, per la strada camminavano da soli, senza me dentro, ma nessuno ci faceva caso. Di notte nudo sul letto potevo scomparire tutto intero.” La sua vacanza cambia quando conosce una ragazzina della quale cinquant’anni dopo non ricorda il nome: è molto ambita dai ragazzi più grandi che, vedendole trascorrere molto tempo con Erri, lo prendono di mira arrivando addirittura a picchiarlo. E così il ragazzino, senza cercare minimamente di difendersi, subisce il colpo e, con atteggiamento maturo, compie il primo passo verso una crescita personale che gli impedisce di reagire a infantili provocazioni. Con la rottura del braccio potremmo, metaforicamente parlando, rifarci all’apertura di una crisalide: un passaggio fondamentale nella vita di un uomo. “Mantenere, il mio verbo preferito, era successo. Come fa a saperlo? Pensai e mi risposi: lo sa e basta. Non avevo toccato niente di così liscio fino allora. Ora so neanche fino a oggi. Glielo dissi, che il suo palmo di mano era meglio del cavo di conchiglia, mentre risalivamo a riva, staccati. “Lo sai che hai detto una frase d’amore?” disse avviandosi verso l’ombrellone. Una frase d’amore? Neanche so cos’è, che le è venuto in mente? Ne sa più di me per via degli animali, ma si è sbagliata. Ho detto una frase di stupore. Il tatto è l’ultimo dei sensi ai quali sto attento. Eppure è il più diffuso, non sta in un organo solo come gli altri quattro, ma sparso in tutto il corpo. Mi guardai la mano, piccola e tozza e pure un poco ruvida. Chissà cosa avrà sentito nella sua. Non potevo chiedere, poteva essere per sbaglio una domanda d’amore.” La mano gioca un ruolo chiave nella narrazione : le mani rugose da grande, i palmi soffici di ragazzini. La mano è l’organo del contatto, del mantenere: l’unione nel susseguirsi degli eventi, causa e conseguenza, un argomento […]

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