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Eroica Fenice

La categoria Interviste emergenti contiene 136 articoli

Interviste emergenti

Sangue di lupo: l’alchimia di Borghetti

Sangue di lupo di Cristian Borghetti, autore poetico e visionario dei nostri tempi (tra le opere scritte, Le cabinet Masson, Phobia, Hawthorn Bend), ci conduce dentro scenari immaginari vissuti tra la magica città di Praga e la riva del Moldava. Un tragico omicidio di sangue può assumere ben altro significato se osservato dagli occhi di un lupo, animale libero e in perfetta simbiosi con l’ambiente naturale. L’incontro tra una ragazza dai capelli rossi, Rozovi Kriz e un lupo bianco, Rosen Wolfenkreuz, genera un delitto che in chiave filosofica rappresenta la conoscenza e il passaggio a uno stadio evolutivo successivo dell’antica sapienza alchemica rosacrociana. Il lupo bianco, la giovane ragazza e il maestro di conoscenza Christian Rosenkreuz (fondatore dei Rosa+Croce) sembrano incarnare un unico ed indivisibile spirito di conoscenza. Il lupo iniziato dal maestro insegue la sua preda Rozovi che rappresenta il pasto della conoscenza e l’amore incondizionato, attraverso il quale la morte genera la rinascita. I segreti della Mala Strana si materializzano nella città di Praga, dove il tempo sembra essersi fermato tra le impercettibili ombre notturne e il bianco candore della neve, dove l’attimo diviene eternità, il lupo uccide la sua preda per amore di conoscenza e il suo pelo si tinge di sangue che, come l’oro, simboleggia le nozze alchemiche. Gli attimi interminabili vissuti dal lupo in compagnia della ragazza sembrano reali ed oltre l’immaginazione, ma spesso tra realtà e sogno non esiste un confine stabilito. Sangue di lupo di Cristian Borghetti, l’intervista Incontriamo Cristian che ci rivela alcuni aspetti del suo racconto: Ciao Cristian ben ritrovato, ti avevamo lasciato sul circuito automobilistico britannico di Brands Hatch con Hawthorn bend per ritrovarti a Praga con il tuo ultimo racconto Sangue di lupo. Contesto diverso, ma con la medesima vena letteraria. Cosa in particolare ha ispirato la tua storia ambientata in una delle città più magiche d’Europa? C.B. – Sangue di lupo fa parte di una serie di racconti brevi, ambientati in diverse capitali europee. In queste storie, ho voluto sondare l’animo umano, rappresentando il protagonista, uomo, con i tratti tipici di un animale. La prima di queste storie fu “Gideon, il pellicano di Londra”, pubblicato nella raccolta Horror Polidori vol. 2. Quando mi è venuta l’idea del lupo, la mia mente si è rivolta a Praga, la città magica, capitale degli alchimisti sotto l’imperatore Rodolfo II. Sangue di lupo si ispira chiaramente al simbolismo dei Rosa+Croce ed ad alcuni suoi passaggi da uno stadio evolutivo all’altro. Qual è stato l’elemento determinante che ha generato convergenza tra il mondo animale legato alla natura e la filosofia rosacrociana legata all’universo alchemico? C.B. – Il movimento Rosa+Croce ha fatto suo il principio alchemico per cui il Piombo può essere trasformato in Oro, applicato alla condizione umana. Attraverso le fasi alchemiche l’uomo rozzo (Piombo) si distrugge per rinascere uomo nuovo (Oro). È un ciclo che si ripete e porta l’individuo ad evolversi per essere migliore. L’essere umano però è fallibile ed il processo di evoluzione può essere influenzato da fattori esterni. Il lupo […]

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Humans of Naples, intervista all’ideatore Vincenzo Noletto

Humans of Naples è il progetto artistico di Vincenzo Noletto, giovane fotografo di 29 anni in rampa di lancio. Venerdì 22 settembre approderà allo Slash Art/Msic, locale di via Bellini, nel cuore pulsante di Napoli. Instant sarà una mostra fotografica vuota, in cui tutti i visitatori diventano soggetti fotografati, e quindi parte dell’evento stesso. Sulle orme del cinema e del teatro, un curioso esperimento di metafotografia, con l’arte che diventa protagonista di se stessa. Instant è stata l’occasione per scambiare quattro chiacchiere con Vincenzo Noletto. Humans of Naples e Vincenzo Noletto Ho letto che il progetto Humans of Naples è nato in seguito a un tuo viaggio in Irlanda. Al ritorno hai deciso che fare il fotografo sarebbe stata l’unica cosa che volevi fare nella vita. In virtù di questo, cos’è per te la fotografia? Gli ultimi anni mi hanno insegnato tante cose, tutte riassumibili in una sola frase: non smetti mai di essere un fotografo. Se abbracci la fotografia come hanno fatto in tanti (e pure io) è tutto un susseguirsi di foto su foto su foto, ti cambia il modo di vedere le cose, di spiegarti, di raccontare, di rendere partecipi e di inserirti in altre realtà. Per buona parte della mia vita ho seguito e visto le cose di tutti i giorni, dalle più piccole alle più grandi, con gli occhi degli altri e non ho mai cercato una verità che fosse solo mia, mi facevo bastare quella degli altri, una qualsiasi, standard. Poi d’un tratto ho conosciuto una persona che ha tirato fuori la mia incapacità di spiegarmi, che mi ha fatto riflettere su ogni aspetto della mia vita poiché davvero non sapevo cosa mi piaceva e cosa non mi piaceva (non posso mai dimenticare il momento in cui arrivò a chiedermi persino il motivo per cui mi piaceva la pasta con la salsa… ed io non seppi rispondere). Avvicinarmi alla fotografia ha reso tutto questo molto più facile, mi ha permesso di racchiudere storie e concetti ovvi a miei occhi ma di difficile spiegazione, e quindi comprensione. S’è innescato un meccanismo a catena grazie alla fotografia, mi ha permesso di capire cosa fosse importante e cosa non lo fosse e se oggi sono un fotografo forse lo devo proprio alla fotografia stessa. Che cos’è per me la fotografia? È il mio passato, il mio distacco dal passato, il mio presente e credo il mio futuro. Veniamo a Humans of Naples. Una mostra “vuota”, dove gli spettatori sono anche i protagonisti dell’evento. Dopo il metateatro, ecco la fotografia protagonista di se stessa. Come è venuto in mente questo progetto? Diciamo che non sono uno troppo metodico, sono colpito dalle idee nei momenti più strani. Ad esempio l’idea di Humans of Naples è nata mentre lavavo una padella dopo cena, mani sotto l’acqua corrente e spugnetta zuppa di sapone. Ora che mi ci fai pensare devo essere stato suggestionato da JR e il suo Inside Out Project (non quello surrogato che abbiamo visto a Napoli, parlo di […]

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Mann’aggia, intervista a Manuela Moreno

Venerdì scorso a piazza San Domenico una coppia ha praticato sesso orale davanti ad un gruppo di curiosi. Ne sono testimonianza alcuni selfie e un video, diventato virale, che hanno dato, come prevedibile, il la alle solite, inutili ed estremamente sterili polemiche. Polemiche da cui sono sorte considerazioni, ancora più avvilenti, sul degrado morale che affligge la città partenopea – «Oh, perché perché nessuno pensa ai bambini?, avrebbe esclamato la moglie del reverendo Lovejoy dei Simpson» – e sull’incompetenza delle forze dell’ordine. C’è chi, però, ha saputo leggere con ironia ed intelligenza tutta la vicenda. Manuela Moreno, giovane disegnatrice per passione, ha pubblicato, infatti, una vignetta che in poche ore ha fatto il giro del web. L’abbiamo intervistata. Come nasce Mann’aggia e quanta “urgenza artistica” c’è dietro? Diciamo che è un po’ difficile risalire ai miei primi “disegni” (metto le virgolette perché non mi ritengo propriamente una cima, nel contesto artistico). Ricordo che già al liceo avevo l’abitudine di fare piccole illustrazioni sulle mie freddure –pessime, davvero – e su pensieri anche meno ironici. Mann’aggia effettivamente nasce proprio così, dalla voglia di comunicare. Forse con la matita in mano mi sento più a mio agio, insomma, è sempre andata così! Poi qualche tempo fa vari amici mi hanno spronata ad aprire una pagina per raccogliere le mie opere,  e mi sono buttata. L’urgenza è effettivamente il motore di tutto questo: c’è bisogno di dimenticare di star proponendo ad un pubblico i miei pensieri nero su bianco, visto che spesso sono piuttosto imbarazzanti. Nel disegno e nei testi hai un autore di riferimento? In realtà no, ma apprezzo molto sia il fumetto italiano che straniero. Credo sia impossibile restare totalmente avulsi da ciò che si vede e si legge, sicuramente ci sarà qualche chiara influenza nelle mie vignette; io però cerco, al contrario, di non prendere troppo spunto da lavori d’altri. Effettivamente non credo nemmeno che sarei in grado di reggere meccanismi umoristici che non mi appartengono: tempo fa postai anche un disegno in cui manifestavo un’evidente crisi dovuta al fatto di non avere un “personaggio di battaglia”, cosa necessaria per portare avanti un progetto duraturo e che caratterizza molti fumettisti importanti. Mi sa che è arrivato il momento di sceglierne uno, mannaggia… La tua vignetta sta spopolando in questi giorni. Ma tu cosa ne pensi di quanto accaduto a san Domenico Maggiore? Io? Beh, spero emerga in parte dalla vignetta stessa. È vergognosa l’ondata d’odio piovuta su quei due ragazzi. È vero, sono responsabili di un atto indubbiamente forte e controverso, ma non hanno –di fatto- danneggiato nessuno. In questi giorni invece ho sentito e letto cose agghiaccianti, molte persone reinstallerebbero le gogne al centro delle piazze, se potessero. Ho assistito ad un vero e proprio linciaggio mediatico. Ci sono sicuramente motivi più seri per indignarsi così tanto e chiedere giustizia, ci sono una marea ragioni più intelligenti per armarsi di parole spietate. Vista l’assurdità di quello che è successo, proprio stavolta magari sarebbe il caso di non lapidare nessuno […]

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Viaggio nell’anima di una minavagante

In occasione della pubblicazione del suo diario di viaggio, #Mineviandanti sull’Appia Antica, abbiamo avuto modo di fare due chiacchiere con Valentina Barile, fotogiornalista beneventana, tra gli organizzatori della Fiera del libro di San Giorgio a Cremano Ricomincio dai Libri. Vincitrice di vari premi letterari per scrittura inedita, tra cui il Premio “Carlo Levi” in Piemonte, e finalista al Premio Paesaggi 2015 al Festival della Letteratura di Viaggio, è anche tra gli scrittori emergenti de “Il libro che non c’è 2016” della casa editrice RAI Eri. Le minevaganti devono mettersi in viaggio per trovare pace Quando ci siamo incontrate la prima volta avevi una valigia e i capelli scompigliati. Mi parlavi di Capossela e della casa di Levi ad Aliano. Ho intuito subito la tua peculiare essenza di viandante e il tuo viscerale rapporto con la terra. Ma chi o cosa è stato a renderti così preziosamente anomala, in un mondo in cui al viaggio, al contatto reale, si preferisce quello virtuale? C’è stato un tempo in cui io sapevo di appartenere a qualcosa che oggi mi definisce, ma non riuscivo ad avvicinarmici. O, forse, mi faceva comodo viverci a distanza. Mi procuravo anche i mezzi per farlo. Ma solo perché ne ero impressionata. Forse più spaventata di comunicarlo agli altri. Poi, come ogni viandante, dopo lo spaesamento sai riconoscere la tua strada. Quello sull’Appia è stato il tuo primo vero e proprio diario di viaggio. Ma immagino che il tuo estro di fotoreporter ti abbia portata anche altrove, in terre che nulla hanno a che fare con la regina viarum. Qual è il posto, o un semplice angolo, una panchina, una roccia, che ti porti dentro come casa della tua anima? Mi è difficile rispondere perché non c’è solo un luogo a farmi bene all’anima. Ad esempio, la strada che da Bisaccia porta a Calitri (in provincia di Avellino) è un posto a cui mi sento di appartenere assai, mi accorgo che qualcosa cambia dentro di me quando ci arrivo. Oppure, c’è una montagna che sento mia, che quando la vedo mi batte più forte il cuore, il monte Mutria (la seconda vetta della Campania, che va a completare il massiccio del Matese). Ma ce ne sta uno che si infila nell’anima come il vento di primavera tra i panni stesi: il deserto dei calanchi di Aliano, nel ventre della Basilicata. Sì, lì mi sento a casa, forse perché è il luogo che meglio rappresenta la mia inquietudine. In cui riesco a trovare un equilibrio, come se tutte le cose si mettessero a posto laggiù. Devo ammettere che, prima di leggerlo, immaginavo il tuo viaggio sull’Appia completamente a piedi, per quanto la tua fiesta, o lamiera che dir si voglia, si sia rivelata una compagna fedele e imprevedibile. Se il tempo e il lavoro l’avessero concesso, avresti tradito la tua lamiera scegliendo i piedi? Che tipo di viandante sei? Sì, l’avrei fatta a piedi. E la farò a piedi un giorno. Il nemico principale dell’uomo credo sia il tempo. E […]

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Giuseppe Cossentino, tra “Passioni Senza fine” e “Neapolis in Fabula”

Passione e talento. Dedizione e umiltà. Questo è Giuseppe Cossentino, autore e sceneggiatore napoletano, che si sta facendo lentamente strada nel mondo dello spettacolo. Nonostante la giovanissima età, Giuseppe può già contare su un palmares di tutto rispetto con collaborazioni eccellenti e un carico di idee innovative che lo condurranno sicuramente ad una brillante carriera..  La domanda più difficile: chi è Giuseppe Cossentino? È un modesto e semplice lavoratore dello spettacolo che cerca di  fare il suo mestiere di  autore e sceneggiatore, con correttezza, professionalità e tanti sacrifici.  Tessendo trame, come un artigiano delle parole che possano sempre di più  emozionare un pubblico sempre più vasto. Il mio lavoro non si ferma al web  alla radio o al cinema, ma ultimamente sto collaborando anche a progetti televisivi, teatrali e ad importanti pubblicazioni per case editrici. Ancora oggi studio alla Scuola Internazionale di Comics,  l’Accademia delle Arti figurative e digitali alla quale sono iscritto ed ho concluso il primo anno di corso di sceneggiatura per Media Entertainment con sceneggiatori dal calibro come Alessandro Bilotta, lo sceneggiatore del celeberrimo fumetto Dylan Dog,  Davide Aicardi, che ha firmato la sitcom  Camera Cafè e  Dario Carraturo, story editor della storica soap opera di Raitre Un posto al sole. Li studio anche giornalismo con Giuseppe Porcelli. Alla mia formazione si aggiunge anche un Workshop intensivo di sceneggiatura cinematografica con Heidrun Schleef, sceneggiatrice di punta nel panorama del cinema d’autore italiano che vanta una serie di copioni di successo e collaborazioni con alcuni dei migliori registi italiani: Gabriele Muccino, Nanni Moretti, Michele Soavi, Michele Placido per citarne alcuni. Come è nata la tua passione per la scrittura? Quanto i tuoi studi universitari hanno influito sul tuo percorso artistico? La passione per la scrittura è nata per caso quando mio fratello  Sante, di notte mi raccontava storie e l’ho coltivata nell’età dell’adolescenza nella quale ho sempre scritto su quaderni per poi passare al  computer. Mi incuriosiva e mi affascinava il fatto di creare o inventare storie soprattutto attraverso la  lunga serialità. Credo che è li che ti metti proprio in gioco costruendo col tempo la psicologia dei personaggi. È divertente… Faticoso… Ma lo sceneggiatore è il lavoro più bello del mondo.  E non lo cambierei con niente. Per quanto riguarda gli studi,  sono laureato in legge. Certo,  lo so,  non c’entra nulla la facoltà di Giurisprudenza in ambito artistico anche se mi ha dato un’ottima preparazione per un linguaggio più ricercato anche nella preparazione dei dialoghi di un copione. Mi ha dato l’opportunità di acquisire un linguaggio fluido e di arrivare a tutti. Parlaci di Neapolis in Fabula. “Neapolis in Fabula” è un grande programma radiofonico sulla città di Napoli,  del quale  con grande orgoglio sono l’autore del programma. In onda ogni sabato  dalle 17 alle 18 in replica la domenica dalle 10 alle 11 su Radio Amore i Migliori anni. I testi del programma che firmo prendono vita attraverso due conduttori di grande talento e professionalità come Francesco Palmieri e Stefania De Francesco. All’interno della trasmissione, […]

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Marianna Coccorese, intervista all’autrice di Scegli me

Martedì 10 gennaio alle 17.30 sì svolgerà, presso la libreria Iocisto, la presentazione di Scegli me, primo romanzo di Marianna Coccorese, giovane e talentuosa autrice napoletana, pubblicato dalla casa editrice Eden. Abbiamo avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con lei. La domanda più difficile: chi è Marianna Coccorese? È veramente una domanda complicata! Marianna Coccorese è una persona difficile da descrivere, sono sicuramente una persona che nella sua vita è sempre stata molto riservata, molto timida, che non sempre riesce ad esprimersi al meglio. Sono una persona che non sa bene ancora quale sarà la sua strada, ma a cui piace fare tante cose, che ha tante passioni, una di queste è sicuramente la scrittura. Non ho mai avuto le idee chiare su cosa voglio fare da “grande”, prima volevo fare l’insegnante, poi la giornalista, poi ho pensato di lavorare nel campo delle risorse umane, adesso potrei pensare ad un futuro da scrittrice? Chissà, la vita è imprevedibile. Mi sono sempre considerata una persona molto sicura, che sa esattamente cosa vuole, ma a volte sono un po’ Alice nel paese delle meraviglie, vivo nel mio mondo in cui penso che tutto sia fantastico e che tutti siano buoni e altre ancora sono la peggiore delle pessimiste. Probabilmente Dante mi metterebbe tra gli ignavi nell’Inferno, perché a volte sono una persona che proprio non sa prendere una posizione, ma d’altronde come diceva Orazio, la virtù sta nel mezzo. Scegli me: parlacene. Scegli me nasce ascoltando una canzone dei Finley, da cui è stato preso il titolo. L’idea però l’ho serbata per tantissimi anni, più o meno da quando ho iniziato la triennale in Lettere moderne (5-6 anni fa), non trovando mai il tempo e l’ispirazione per metterlo su carta. La svolta è stata quando ho rotto il vecchio computer sul quale avevo fatto delle annotazioni del libro ed è stato come ricominciare una nuova vita: “Adesso cominci tutto dall’inizio e lo finisci”, mi sono imposta di finirlo e l’idea di mandarlo ad una casa editrice sinceramente non c’era proprio. Ho sempre scritto pensando di stare facendo qualcosa per me stessa, almeno per dire di essere riuscita a concludere un progetto. Potrei dire che Scegli me è la realizzazione di un sogno, o altre fasi fatte, ma non è così, mentirei se dicessi che non ho mai avuto l’idea di scrivere un libro, ma parlare di sogno proprio no, i sogni sono quei desideri che sembrano irrealizzabili e io non ho mai pensato di non avere le capacità per scrivere un libro. Se c’è una cosa che penso di saper fare è sicuramente scrivere, e Scegli me ne è la prova, è quasi un riscatto personale, nei confronti di chi non ha mai pensato che potessi fare una cosa così grande. Oggi sembra quasi che tutti scrivano libri, ma io penso che scrivere un libro sia ancora qualcosa di importante, Scegli me è per me la cosa più grande e importante che io abbia mai fatto. Paola, la protagonista del tuo romanzo, ha alle […]

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Martina Perna, intervista all’autrice di “Cinque dita o poco più”

Sabato 19 novembre alle 18.30 sì svolgerà, presso il Complesso Monumentale di San Lorenzo Maggiore, la presentazione del primo romanzo di Martina Perna, giovane e talentuosa autrice napoletana, pubblicato dalla casa editrice Montegrappa Edizioni. Abbiamo avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con lei. Intervista a Martina Perna La domanda più difficile: chi è Martina Perna? È la domanda più difficile. Forse solo una giovane entusiasta. Cinque dita o poco più: parlacene. È la storia di Sarah, Sarah con l’acca, una donna rinchiusa in un centro di igiene mentale, imprigionata nei ricordi di un amore impossibile che riecheggia nel suo cuore e nel cortile dell’istituto, tra prati verdi e fiori finti, cornice in cui Sarah passa la maggior parte delle giornate. Poco dopo il suo ingresso, la protagonista fa la conoscenza di ragazzo moro e senza ombra, Ivan, colui che la accompagnerà in un viaggio interiore tra passato e presente, riconducendola all’origine di tutti i suoi più oscuri desideri e presentandole la soluzione ad ogni problema. Sì, se solo Ivan esistesse…. Kundera diceva:”I personaggi del mio romanzo sono le mie proprie possibilità che non si sono realizzate.  Per questo voglio bene a tutti allo stesso modo e tutti allo stesso modo mi spaventano: ciascuno di essi ha superato un confine che io ho solo aggirato. È proprio questo confine superato (il confine oltre il quale finisce il mio io) che mi attrae.  Al di là di esso incomincia il mistero sul quale il romanzo si interroga.”. Sei d’accordo? Quanto c’è di Sarah in Martina e in Martina di Sarah? Sarah rappresenta ogni storia d’amore. Quelle più dure e incomprese. La storia passionale e senza fine, la storia che supera il proibito e lo rielabora, plasmandolo. Sarah, rappresenta la sofferenza. Il passato, come unica chance di perdono. Ma gli umani non perdonano spesso, neppure se stessi. C’è un po’ di me in Sarah, c’è un po’ di te, c’è un po’ di tutti.  Come e quando nasce la tua passione per la scrittura? Il tuo percorso di studi ha in qualche maniera influito sulla stesura del tuo libro? Mi sono laureata in Biologia, direi di no. Scrivo da quando ho ricordo. A sedici anni ho vinto il mio primo premio letterario nazionale, in Sicilia. Poi da questo, altri, di prosa e poesia. Scrivo ovunque. È il mio modo di dipingere il tempo. Ebook: favorevole o contraria? Favorevole, tuttavia resto dell’idea che l’odore di carta dei libri sia il profumo più buono del mondo. Marcello Affuso

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Teatro di Contrabbando: un’intervista a Valerio Bruner

Teatro di Contrabbando (TeCo) si afferma programmaticamente come la compagnia del contrabbando dell’arte: bisogna dare voce al desiderio di fare arte anche a coloro che si sentono un numero fra la folla. Come il contrabbandiere di sigarette dietro l’angolo con quello scranno arraffazzonato e tenuto insieme col nastro adesivo, gli attori di Teatro di Contrabbando o meglio, i contrabbandieri (Chiara Vitiello, Alessandro Palladino, Valerio Bruner, Simona Pipolo, Federica Rubino, Francesca Romana Bergamo, Luca Sangiovanni) si affacciano nei teatri napoletani senza la pretesa di essere borghesi, canonici, classici, ma con l’intento di essere rivoluzionari, a volte dissacranti, sboccati e anche grotteschi. I membri di TeCo non si fermano agli spettacoli canonici, ma ricevono applausi in manifestazioni del panorama partenopeo come Teatro in Pillole, di cui ci siamo già occupati alcune settimane fa. Uno spettacolo che riscuote successo Nel febbraio del 2016 Eroica Fenice si è occupata dello spettacolo Nonsense a Nord del Tamigi di Valerio Bruner, giovane talentuoso del Teatro di Contrabbando e burattinaio di uno spettacolo fuori dalle righe, vincitore di “Stazioni d’Emergenza” Atto VII e Finalista Decibel Scenari Sonori – Crash Test Festival 2016. Eroica Fenice è stata in platea per un’altra replica al caro ambiente della Galleria Toledo, emozionante, per attori e teatranti, come fosse una prima. La Galleria ha dedicato al Teatro di Contrabbando le due serate del 5 e del 6 novembre, riempiendo le sedie e il semicerchio di altre “sigarette” dei contrabbandieri.   L’intervista a Valerio Bruner del Teatro di Contrabbando In quest’occasione si fa un passo in più, intervistando il front-man di questa pièce. Con Valerio Bruner, apparentemente così in ombra e così silenzioso sul palco, al contempo molto accogliente oltre la parete, si parla della genesi della messinscena, delle componenti autobiografiche e delle prospettive della compagnia che sta indubbiamente riscuotendo successo all’ombra del Vesuvio. Quanto ci deve essere di autobiografico in un lavoro del genere? C’è del personale nel modo in cui viene ritratta Londra o nella complessa dinamica fra il protagonista e la sua vecchia fiamma? Nonsense a nord del Tamigi è totalmente autobiografico, o meglio, lo è nelle parti più assurde. Ho vissuto a Londra per un paio d’anni, prima per il progetto Erasmus alla UCL (nda University College London) e poi alla ricerca di un lavoro che non ho mai trovato. Così ho cominciato a vivere la città, cercando quei posti sconosciuti ai turisti, immergendomi in un caos metropolitano fatto di suoni, colori, immagini e incontri al limite del surreale. A un certo punto mi sono reso conto che avevo bisogno di annotare queste esperienze, di metterle nero su bianco. “E così ho cominciato a scrivere” per dirla con le parole del mio alter-ego teatrale Ralph Kenningan. Dapprima buttai giù dei racconti poi, dopo un po’, mi resi conto che unendo questi racconti ne sarebbe venuto un testo teatrale che accentuava ancora di più il “nonsense” dei racconti precedenti. Feci leggere il testo ad Alessandro Palladino che ne ha curato la regia e l’adattamento. A lui va il mio più grande ringraziamento per aver […]

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Anna Pernice, blogger a tempo pieno

Anna Pernice, napoletana, esperta in Comunicazione e Marketing con all’attivo una laurea e diversi master, è giornalista pubblicista e blogger. Nel 2013 ha aperto il suo spazio, Travel Fashion Tips, un blog di moda e viaggi, le sue due grandi passioni, che a oggi le ha dato tante soddisfazioni e in cui ha deciso di investire a tempo pieno. Anna Pernice e il blogging: hobby o lavoro? Che significa fare blogging? Fare blogging per me è scrivere in un mio spazio sul web cercando di emozionare i miei lettori attraverso la tecnica dello storytelling. Molti credono che fare blogging significhi ricevere prodotti gratis e recensirli positivamente. Questo può inficiare la credibilità del blog in questione? Pensi ci sia totale trasparenza e lealtà nei blogger? Beh, questa è una parte del blogging, ma ricevere prodotti gratis non vuol dire necessariamente recensirli positivamente. Una volta ricevuto il prodotto, i blogger professionali descrivono le loro esperienze con lo stesso, che può essere anche negativa. Per quanto riguarda la seconda domanda, sono dell’idea che se si stia scrivendo un post sponsorizzato bisogni comunicarlo al lettore ed essere sempre trasparente nei suoi confronti. Purtroppo non tutti i blogger lo fanno, ma i lettori se ne accorgono e in base a ciò decidono chi seguire e chi no. Come mai ha scelto di percorrere questa strada sicuramente meno facile e sicura e abbandonare il tuo lavoro? Per un periodo ho svolto e due attività contemporaneamente, poi il blog man mano è cresciuto sempre più, portandomi tante soddisfazioni e ho deciso di investire su me stessa e intraprendere la strada del blogging a tempo pieno. Proprio in merito a questo hai da poco pubblicato un libro,”Manuale per aspiranti blogger”, edito da Dario Flaccovio Editore. Spiegaci come è nato e con quale intento. L’idea è nata un anno fa, quando mi hanno proposto di ritornare alla mia università, a 10 anni dalla laurea, per svolgere una lezione universitaria sul blogging e sullo storytelling per il corso di alta formazione in Exhibition Design. Parlare del mio lavoro di blogger mi è piaciuto molto e, ancora di più, mi è piaciuto notare l’interesse dei miei studenti sull’argomento. E così è nata l’idea di scrivere un libro, che poi ha preso vita grazie alla casa editrice Dario Flaccovio Editore, che ha creduto nel mio progetto editoriale. Si tratta di un libro adatto anche ai non addetti ai lavori, scritto in modo semplice e chiaro con dei consigli concreti su come aprire un blog da zero. Grazie!

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Clelia Chaplin, un’intervista tra parole e disegni

Clelia Chaplin, pseudonimo di Clelia Bove, è una disegnatrice napoletana “specializzata” in acquerelli e grafite. Diplomata in materie classiche, si è poi rivolta al campo dell’arte e della moda. Tra le varie attività che figurano sul suo curriculum artistico, inoltre, Clelia è co-fondatrice della compagnia Il carretto dei sogni – teatro Instabile d’Immaginazione, autrice di illustrazioni teatrali e disegnatrice di rubriche su riviste, come il fumetto Gilda. Storie rosa di un mondo a volte grigio. L’intervista a Clelia Chaplin Ciao Clelia. Nel tuo percorso di studi si legge che hai svolto studi umanistici liceali e poi ti sei rivolta al campo dell’arte e della moda. Quanto i tuoi disegni e le tue creazioni artistiche sono intrisi di “spirito letterario”? Considero il rapporto tra queste espressioni d’arte dal punto di vista della messa a fuoco sul sentimento umano. Niente di necessariamente didascalico o di un’ispirazione letteraria precisa. Quando creo un’immagine, voglio soprattutto che racconti, e per farlo arrivo sempre al punto in cui mi pongo delle domande: chi è, cosa prova, cosa esprime, cosa vuole dire, cosa voglio dire io, e via dicendo… Le domande mi aiutano a scavare sempre più a fondo, fino alle emozioni umane. Sto imparando che si può esprimere emozione anche raffigurando dei semplici palloncini che volano, se la prospettiva è quella giusta. Come nasce il tuo percorso artistico? Come nascono le tue creazioni? Domanda dolente… In realtà ho sempre disegnato, fin da bambina, posso dire che forse non ho mai smesso ma la vita per molto tempo mi ha portata altrove. Da circa tre anni il richiamo è diventato sempre più forte e sempre più presente, un continuo ronzìo nelle orecchie e nelle mani e alla fine, per necessità, ho dovuto cedere. Sono scesa di nuovo in pista, molto timidamente, anzi vi ringrazio anche per l’appellativo di artista! Come nascono le mie creazioni? In parte ti ho già risposto nella prima domanda, ma ancora prima di tutto ciò, direi che è come un lampo. Un fulmine a ciel sereno mentre i giorni scorrono. In realtà credo che sia sempre il frutto di tanta sedimentazione, a volte anche incosciente. Mi piace moltissimo credere nel potere dell’inconscio che lavora mentre noi crediamo di essere indaffarati in altre faccende. Che significato ha per te l’arte? E cosa desideri comunicare con i tuoi disegni? Per me l’arte è un linguaggio; è memoria, è comunicazione. Henry Miller ha detto che “l’arte non insegna nulla, tranne il senso della vita”. Io ovviamente sono d’accordo, pare nulla ai tempi d’oggi! Corriamo e produciamo cose, per necessità e non sempre per scelta, che non hanno nulla a che vedere con il senso di umanità che esiste in ognuno di noi (anche se a volte si nasconde). È anche questo che mi piacerebbe fare con una mia illustrazione: provare a fermare il tempo, trasferire un sentimento su carta e dargli “finalmente” il giusto valore. Quali tecniche artistiche preferisci e perché?                             Potrei rispondere la penna Bic! La mia compagna di scarabocchi giornalieri, di evasioni. Il senso […]

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