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Eroica Fenice

La categoria Recensioni contiene 47 articoli

Recensioni

L’inquietante vita della mente: Bruges la morta e il genio di Rodenbach

Il 1892 è stato un anno a dir poco propizio per il mondo culturale di fine secolo. Un mondo in continuo rinnovo, un mondo in cui le varie forme artistiche rompono definitivamente le barriere dei cosiddetti compartimenti stagni in cui erano precedentemente rinchiuse. Un’arte antica quale quella della scrittura è finalmente in contatto con una nuovissima forma d’arte (o non-arte, volendo considerare l’aperta diatriba che imperversava proprio in quel periodo): la fotografia. Questo coniugium da molti definito imperfetto vede come celebrante Georges Rodenbach, scrittore belga. La sede di tali nozze è il romanzo che lo ha reso famoso: Bruges la morta. Malinconico, grigio in volto, ormai privo di qualsiasi interesse se non quello della cura del reliquiario conservato nella sua grande villa. Troppo grande per lui, troppo, da quando ha perso la sua Ofelia. Protagonista del romanzo, Hugues Viane, vedovo. Con la moglie aveva visitato Bruges, cittadina fiamminga, nella quale un tempo non avrebbe mai considerato possibile rispecchiarsi. Una città ricca di rivoli d’acqua, una città riflessa. Ma dove lui non aveva trovato se stesso quando ancora poteva accarezzare la chioma folta della moglie, una chioma viva. Adesso che è solo, però, quella chioma è tornata a Bruges, conservata in una teca, come un tesoro, lunga e ben curata, nessuna avversità deve distruggerla. La teca è adesso nel reliquiario, quello che Hugues ha creato per sua moglie, nella grande villa di Bruges. Quella stessa Bruges che è diventata a suoi occhi incredibilmente simile a lui. Hugues passeggia per le sue strade, girovaga senza meta, per quei luoghi che il lettore può vedere a fronte, girando le pagine. Luoghi in bianco e nero, perché in bianco e nero è adesso la sua vita. Fino a quando, la sua amata Ofelia, defunta, sembra camminare di fronte a lui. «Un lampo, poi la notte!» direbbe Charles Baudelaire. Quella alta visione non può essere sua moglie. Ma Hugues la segue, scoprendo a mano a mano la sua identità. E all’Ofelia, morta, morta come Bruges, si affianca Jane, viva. È difficile inserire il romanzo di Rodenbach in un genere preciso, si svincola in tutti i modi che può dalle etichette, fino a rendere necessario crearne una nuova: il fotoromanzo. Lo scorrere delle parole è affiancato da quello dell’acqua nei canali di Bruges, che sono resi visibili da fotografie dell’epoca. La fotografia ha molteplici funzioni in quest’opera densissima. A suo modo, è indipendente dal testo, è addirittura in grado di ampliarne il senso, quando ad esempio non riporta fedelmente ciò che è descritto dalle parole di fianco. Da un lato, dunque, la fotografia ci parla con la sua propria voce. Dall’altro, invece, rispecchia ciò che Rodenbach scrive, rendendo ancora più partecipe il lettore di ciò che sta avvenendo a Hugues, effettivo protagonista della storia. Le fotografie, però, fanno in modo che al protagonista umano si affianchi l’anima della città. Bruges diventa personaggio principale della narrazione Nel suo ventre tutto accade, la vita scorre come l’acqua nei suoi canali. La vita scorre, o si ferma. Hugues ha […]

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Libri

L’amore ai tempi del colera di Gabrìel Garcìa Màrquez

L’amore ai tempi del colera e l’odore delle mandorle amare «Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati» queste le parole che aprono uno dei romanzi più belli dello scrittore Gabrìel Garcìa Màrquez e uno dei capolavori indiscussi della letteratura del Novecento.  L’amore ai tempi del colera: la trama in breve Florentino Ariza si innamora di Fermina Daza in un pomeriggio qualunque e continuerà ad amarla per tutta la vita, perché «quello sguardo causale fu l’origine di un cataclisma d’amore che mezzo secolo dopo non era ancora terminato». Adolescenti, acerbi e ancora ignari dei processi dell’amore, Florentino e Fermina, intraprendono una relazione segreta fatta di lettere continue e appassionate, che viene bruscamente interrotta dal padre di lei che sogna per sua figlia un matrimonio con un uomo appartenente ad un ceto sociale più alto. I due innamorati, separati ancora prima che quell’amore potesse sbocciare a pieno, conducono due vite separate per cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, quando poi il destino, o la caparbia di Florentino, o un amore mai sopito del tutto, o probabilmente tutti questi elementi messi insieme decidono di collaborare per dare loro un’altra possibilità.  Un amore che vince contro il tempo Quello che prova Florentino per Fermina è un sentimento che, sin dal suo nascere, lo corrode dall’interno con i suoi effetti devastanti, i sintomi propri di una malattia: gli stessi effetti del colera. È un amore che non riesce a dimenticare, pur allontanandosi, pur cercando il piacere – e a volte l’amore – in altre donne, in tante diverse donne. E così, senza rendersene conto, i giorni, i mesi, gli anni trascorrono nell’illusione, nella speranza, nel ricordo dell’odore delle mandorle amare. E l’età avanza: Florentino diventa uomo, poi adulto, infine vecchio. Una vita intera spesa ad amare un’unica donna. Fermina dal canto suo trascorre la sua vita da sposa e poi anche da madre, e quando di rado  il ricordo di quell’amore infantile e lontano veniva a disturbarla impiegava pochissimi istanti per cancellarlo e relegarlo in un angolo del cuore. Sesso, romanticismo, nostalgia si intrecciano nelle pagine di L’amore ai tempi del colera e raccontano la storia di un amore durato mezzo secolo, un amore come tanti o come pochi, come quelli che durano anche oltre, o come quelli di cui resta soltanto il ricordo lontano dell’odore delle mandorle amare.    

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Recensioni

Le storie e i misteri di Venezia: Theriaca

Un viaggio nella Serenissima Repubblica di Venezia, un’immersione in una città intinta nel passato, un girotondo di misteri e magia: tutto questo è Theriaca. La Venezia di Theriaca, sfondo di storia e favola Edito quest’anno dalla Ferrari Editore, Theriaca (prima uscito come e-book col titolo di La congiura dello speziale) è il secondo libro di Mauro Santomauro, già autore de Il doppio dell’assassino. Che il libro sia a tutti gli effetti un’enciclopedia di interessanti curiosità su Venezia e la sua storia è un elemento che non sfuggirebbe neanche al più distratto lettore: della passione dell’autore per la storia e la letteratura non può non risentirne la sua creatura. Allo stesso modo è difficile non lasciarsi trasportare dai ricordi quando il cuore lo si è perso nei canali della Serenissima: come lo stesso autore ha dichiarato, tanti luoghi ed avventure trascritte nel libro hanno visto lo stesso Santomauro come protagonista. Anche lui proprietario di una farmacia veneziana (poi da lui malvolentieri abbandonata), chiamata Alla Vecchia e al Cedro proprio come quella del libro, e goloso come la sua protagonista, Fedora. Giornalista di professione e amante disillusa dopo l’ennesima bugia del suo uomo, Fedora Milano interrompe le sue ferie e si dirige a Venezia, città a lei già nota, per intervistare il titolare di una storica farmacia della laguna, chiamata appunto Alla Vecchia e al Cedro Imperiale, Niccolò Bellavitiis, che ha attirato su di sé l’attenzione della stampa per aver rinunciato al trasferimento della farmacia sulla terraferma. Il (sorprendentemente) giovane speziale guiderà la giornalista in una regione di racconti e fantasie, di leggende che prendono forma, come quella della Theriaca che dà il nome al libro, l’antidoto ad ogni male e veleno. Sullo sfondo di un’incantata Venezia, Fedora vive un pomeriggio di indimenticabili istanti con Nicolò: il cuore della donna rinasce, l’armonia è destinata ben presto a bruciare. Ed è proprio la sera precedente al viaggio di ritorno di Fedora che le acque della laguna si tingono di rosso: il sangue di una morte costringe la giornalista a prolungare il suo soggiorno. Una sfilata di nuovi personaggi e un quadro di nuovi risvolti porteranno il lettore fino alle ultime pagine del romanzo, dandogli l’opportunità d’indagare tanto sulla spigliata protagonista quanto sulla bellezza di una città dorata, un tesoro orgogliosamente italiano che stende la sua storia su tutto il globo. Questo romanzo, che guarda al documentario, non è tenuto su da un’unica linea temporale: le digressioni calano il lettore nel mistero e lo trasportano in un viaggio in al buio, in un tunnel tra un XVI secolo passato e un XXI presente. Una dimensione nuova, insomma, tra la storia e la favola, che apre gli occhi sulla minuzia, sulla curiosità che non si trova nelle brochure di viaggi fantastici, sull’arte e sulla vita a portata di mano (o di cuore). La città raccontata da Mauro Santomauro in un crescendo di dettagli ed enigmi prende le forme della speranza, è un tempio che cura, una meta da cui ricominciare. “Meretrice per sopravvivere è costretta ad […]

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Recensioni

“Due occhi azzurri”, Thomas Hardy e la riscoperta del passato

“Due occhi azzurri” è un romanzo dell’autore britannico Thomas Hardy, morto nel 1928 e famoso principalmente per “Tess dei D’Uberville”. Il romanzo, opera giovanile di Hardy, non ebbe molto eco alla sua epoca, ma è ai giorni nostri degno di una grande attenzione. Sono narrate le vicende di Elfride Swancourt, giovane ragazza di paese, ingenua e civettuola al tempo stesso. Il romanzo risulta alla lettura scorrevole e piacevole (complice anche l’ottima traduzione di Maria Felicita Melchiorri), con uno stile che ricorda quello manzoniano. L’autore si rivolge, infatti, spesso e volentieri al lettore, compiendo ampie – e un po’ noiose – digressioni. D’altronde sono proprio le descrizioni e le digressioni uno dei tratti caratteristici di Hardy, che si impegna nel raffigurare la natura che circonda i protagonisti in maniera superlativa. Un classico forse poco conosciuto, sempre attuale e pieno di passione, “Due occhi azzurri” è un ottimo lavoro di un giovane Thomas Hardy “Due occhi azzurri” è un romanzo che ha come tema principale quello di un triangolo amoroso, che però – e questo è uno dei tratti degni di nota – vede una donna come figura esperta e gli uomini come poveri ingenui. Non che Elfride sia una donna con una grande esperienza, ma in lei esiste la giusta dose di malizia vista in modo parecchio sconveniente al tempo in cui è stato scritto il libro. Nell’opera di Hardy si assiste alla crescita di una giovane ragazza e alla sua trasmutazione in donna, si assiste ad amori teneri e giovanili e a passioni adulte più forti e tenaci, e – come quasi sempre nei romanzi dell’autore – ad una probabile disfatta dei suoi personaggi. Thomas Hardy non è un ottimista, e di certo “Due occhi azzurri” non è un’opera che riesce a sfuggire a questo schema. Tuttavia, uno spiraglio di speranza viene sempre lasciato aperto dall’abile penna dello scrittore, che concede sempre al lettore la possibilità di credere che le cose possano essere diverse. Così come concede ai suoi personaggi la possibilità di redenzione. E, infatti, Elfride avrebbe la possibilità di cambiare il suo destino, se solo non fosse così soggiogata da chi la circonda. Fazi Editore, rispolverando questo quasi sconosciuto classico, riesce a riavvicinare i lettori ad un grande autore, a fargli riscoprire il piacere di un’età vittoriana, troppo spesso sottovalutata, e a esperienziare Endelstow House, a innamorarsi, a soffrire e a vivere insieme ad Elfride. “Due occhi azzurri” è disponibile su Amazon

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Recensioni

La Fazi Editore per Valentino Zeichen: Le poesie più belle

«Presumibilmente, / sembro un poeta di elevata rappresentanza / sebbene la mia insufficienza cardiaca / ha per virtù medica il libro “cuore”.» Così si definisce in una delle sue poesie di avviamento lo scrittore Valentino Zeichen, che la Fazi Editore ha voluto ricordare a un anno dalla sua scomparsa con la raccolta antologica Le poesie più belle. Vincitore del premio Il Fiore e del Premio alla carriera nel 2015, è stato poeta quanto autore di romanzi. La raccolta offre al lettore quasi un autore satirico. La satira, nel suo senso etimologico, si rispecchia nell’opera di Zeichen nella sua capacità di spaziare tra le singole venature del suo percorso di vita. Un percorso che tocca le sfaccettature dell’animo, l’amore, l’autoritratto, i luoghi che lo hanno forgiato. La raccolta così si presenta come divisa a fette, fette di poesie o brevi citazioni.

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Libri

Rondini d’inverno: Ricciardi inizia ad osare

“Rondini d’inverno. Sipario per il Commissario Ricciardi” è l’ultima creazione dello scrittore napoletano Maurizio De Giovanni che, come ogni anno, torna a deliziarci con un altro romanzo della saga che ha come protagonista il Commissario Luigi Alfredo Ricciardi che vive nella Napoli degli anni Trenta. “Rondini d’inverno. Sipario per il Commissario Ricciardi”, dopo “Anime di vetro” e “Serenata senza nome” (tutti editi da Einaudi), continua a parlare d’amore attraverso le strofe delle canzoni classiche napoletane. Questa volta sarà “Rundinella” (1918, autore: Galdieri, musica: Spagnolo) a fare da sottofondo all’omicidio di Fedora Marra, attrice di teatro, uccisa in scena dal marito. La canzone parla di un amore infedele, di una donna che ha lasciato il marito per scappare con un altro, al pari di una rondine che vola via. E così la vittima dell’omicidio, avvenuto per mano del marito che continua a dichiararsi innocente malgrado sia stata la sua mano a sparare, vive una vita parallela, ebbra di piaceri e capricci, forte del suo successo in teatro e della sua bellezza. Napoli è alle prese con il Capodanno in un dicembre troppo caldo per il periodo e da una strana nebbia che cala in città. Ricciardi decide di mettere da parte i suoi demoni per concedersi un po’ di serenità e dare una possibilità al suo amore per Enrica malgrado venga a sapere da Livia che le sue scelte sentimentali siano legate a pericolose manovre politiche. Maione e Modo sono invece alle prese con una triste vicenda che vede come protagonista Lina, una donna alla quale il dottore è molto legato, picchiata brutalmente e arrivata in fin di vita in ospedale. Rondini d’inverno e gli altri romanzi “musicali” Con “Rondini d’inverno. Sipario per il Commissario Ricciardi” De Giovanni continua ad associare le canzoni classiche napoletane a struggenti storie d’amore che, il più delle volte, sfociano in omicidi. Ciò conferisce alla trama un’aura di solennità: ci si immerge totalmente nella storia, raccontata attraverso le parole di uno dei musicisti che faceva parte della compagnia teatrale che si è trovata a mettere in scena,  suo malgrado, l’omicidio di Fedora.  Maurizio De Giovanni non ha bisogno di presentazioni, intervistato anche dalla nostra redazione, è uno dei più prolifici scrittori napoletani del momento. Eroica Fenice ha recensito gran parte dei suoi romanzi, sia quelli che hanno come protagonista il Commissario Luigi Alfredo Ricciardi, sia la squadra investigativa chiamata “I Bastardi di Pizzofalcone” (protagonista dell’omonima serie tv), nonché romanzi di altro genere (come “I Guardiani”).

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Attualità

Diario di un disoccupato: il libro di Mario Migliara

Il mondo del lavoro è un mondo complesso, diviso tra sacrifici e soddisfazioni. Una sfera di vetro, una parentesi, croce e delizia della vita di ogni uomo. Da qualche anno a questa parte questo mondo sembra essere diventato una realtà parallela, impossibile da valicare, soprattutto se il paese in questione è l’Italia. La parola d’ordine è diventata disoccupazione, la via d’uscita da questo tunnel buio richiede costanza e una forte creatività, poiché molto spesso è necessario ripiegare in un piano B, un fuori programma lontano dalle aspirazioni e gli obbiettivi iniziali. Diario di un disoccupato, uno sguardo interno di chi si trova al margine Il lavoro resta “questo sconosciuto” proprio come recita il libro di Mario Migliara Dario di un disoccupato – edito da 13Lab – he con grande lucidità ed ironia affronta un argomento più attuale che mai. La forma stilistica scelta da Migliara è quella del diario, un diario di bordo scritto da chi si trova al margine, sul fondo, ma proprio per questo riesce ad avere una visione più completa della realtà che lo circonda. Migliara nella premessa parla di plurale maiestatis, definendo la condizione di disoccupazione un problema di tutti, di cui bisogna esserne a conoscenza ed avere i mezzi giusti per formare una propria coscienza sulla tematica. Raccontata l’avventura di chi un lavoro non lo ha, con modi alle volte anche al limite del grottesco, che fanno nascere numerose domande e dubbi, ma è questo che rende il libro interessante. Scorrendo tra le pagine del libro è possibile trovare aforismi, citazioni appartenenti a mondi diversi dell’arte: da Carboni a Borges, ma anche uomini che appartengono alla sfera della quotidianità. Incuriosisce il sottotitolo “Straniero in terra propria”, accattivante nella sua concezione ossimorica, conserva al suo interno il vero cuore della riflessione del testo: ciò che dovrebbe essere normalità, diviene lotta, conquista, ostacolo. Una verità difficile, una pillola amara da ingoiare, che mette in ginocchio più generazioni e lascia costantemente una sensazione di vuoto.

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Recensioni

E alla fine diventammo tutti verdi…ma non di rabbia

Diego Breviario, dirigente di ricerca presso l’Istituto di Biologia e Biotecnologia agraria di Milano, è autore di articoli scientifici, inventore di brevetti, editore di riviste scientifiche e divulgatore e scrittore di testi per video e animazioni. Ha ricevuto vari premi dal Rotary Club e dal National Institute of Health. “E alla fine diventammo tutti verdi… ma non di rabbia”, romanzo dal carattere narrativo-divulgativo edito da Aracne nel quale l’autore affronta in maniera a tratti leggera, a tratti più tecnica e specifica, i problemi dell’umanità circa il sovraffollamento della specie sul globo terrestre, facendo particolare attenzione al consumismo di questi ultimi. Uomini che vivono le proprie esistenze non pensando altro che al cibo, al modo di sfruttare in maniera più inopportuna e devastante le risorse messe a disposizione dalla Natura al fine di sfamarsi sempre di più, produrre sempre di più, distruggere sempre di più tutto ciò che ci circonda. Ogni cosa ruota intorno al cibo: i programmi televisivi, la società l’economia, l’educazione stessa. Ed è per questo che si assiste ad un incremento notevole dell’obesità e alla conseguente incapacità di rapportarsi alle esigenze vitali quotidiane: perfino l’accoppiamento subisce gli effetti negativi del grasso presente sui corpi. Copulare è un’impresa resa impossibile dall’eccessiva carne di ogni singolo individuo. Ragion per cui, Lucia di Verde e Clodio Filla, entrambi scienziati, di comune accordo, in seguito all’ennesimo conflitto sul cibo ed ai conseguenti danni economici disastrosi, decidono di avventurarsi in un esperimento spericolato: la creazione dell’homo verdis clorofillicus. Mettendo a disposizione i loro gameti, usufruendo dell’utero della compagna di Lucia, Phyto Sforza, attraverso l’estrazione del Dna da una pianta, la zamioculcas, mescolano le informazioni genetiche della pianta a quelle di Clodio e danno vita così a Smeralda. E alla fine diventammo tutti verdi… ma non di rabbia Smeralda, colei che avrebbe salvato il pianeta dallo sfacelo nel quale stava precipitando. Un ibrido, metà uomo, metà pianta, che non avrebbe avuto certamente bisogno delle eccessive quantità di cibo del quale si sfamavano gli esseri umani e che avrebbe necessitato perlopiù di acqua per la sopravvivenza. La bambina nasce, nasce bianca, ma con il tempo le caratteristiche del suo Dna fanno capolino nella sua vita, proprio sulla sua pelle. La bambina ad una certa età comincia a necessitare sempre di meno cibo e a diventare verde. Ne conseguono problemi chiari ed evidenti: cacciata da scuola, costretta a trasferirsi con i genitori in una terra chiamata Papania, posto nel quale si prediligeva l’impiego del colore verde in ogni ambito. “Verde era la bandiera, verdi i gonfaloni, verdi le case, i tetti, le lenzuola, verdi i vestiti”. In quello strambo posto vigeva anche il culto per un unico animale: la trota. Questa mania nei confronti di quel pesce nasceva dal riconoscimento che quel popolo aveva nei confronti del figlio del suo avo fondatore, chiamato per l’appunto Trota, del quale si era tramandato di generazione in generazione il ricordo della sua arguzia e intelligenza. La narrazione procede con un ritmo incalzante, fino a giungere ad un inaspettato, forse sperato, […]

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Libri

Nuvole di fango, l’esordio di Inge Schilperoord

Nuvole di fango, opera prima della psicologa Inge Shilperoord edito da Fazi, è un romanzo che cattura e travolge il lettore, guidandolo nella mente di un criminale: Jonathan, un pedofilo. Non vi sono altri termini per definire la morbosa attenzione che riserva alle bambine che, a poco a poco, diventano l’oggetto dei suoi pensieri più nascosti ed erotici. Per questo, il ragazzo ha affrontato un periodo in carcere dal quale è uscito per mancanza di prove schiaccianti a suo carico. Eppure, il lettore che si accosti a Nuvole di fango non riesce a odiare davvero questo giovane che ci appare così umile, così spaventato dal mondo tanto da vivere una vita defilata, chiuso in un isolamento autoinflitto che gli permette di innalzare barriere insormontabili tra sé e il resto della comunità in cui vive. Il romanzo ruota tutto intorno a Jonathan o, meglio, intorno al suo tentativo di redenzione da una colpa che non sente davvero sua. Egli è, in fondo, un bravo ragazzo che si è sempre preso cura della madre e della casa, che ha sempre lavorato per portare avanti la famiglia. È un ragazzo che ama pescare in solitudine e prendersi cura del suo acquario. Un ragazzo normale che ha commesso un errore, uno stupido errore e ne ha pagato le conseguenze. Questo è quello che Jonathan si ripete ogni giorno, mentre esegue gli esercizi assegnatigli dallo psicologo del carcere e disegna grafici per tenere il passo dei suoi progressi. Il ritorno di Jonathan al mondo reale è segnato da una serie di tentativi di riabituarsi a vivere secondo quella routine all’interno della quale si sente calmo e protetto, e tutto sembra procedere bene, sebbene un po’ a fatica, fino a che un pesce e una bambina irrompono nella sua quotidianità fatta di gesti e di parole sempre uguali. Nuvole di fango nel cuore e nella mente Jonathan, la tinca ed Elke. Tre elementi fondamentali del romanzo della Shilperoord che appaiono intrecciati non solo per il ruolo che essi svolgono nella trama, ma anche a livello più profondo. Jonathan pesca la tinca, quasi morta, in un laghetto nei pressi della sua casa e decide di portarla a casa, nel suo acquario ormai vuoto e desolato come il resto del villaggio. Con il passare dei giorni, si convince che salvando il pesce dalla morte fisica salverà se stesso dalla morte interiore; così si impegna anima e corpo in questo progetto, instaurando un rapporto quasi morboso con la tinca: nel pesce, costretto a vivere lontano dal suo habitat per non morire, Jonathan rivede se stesso, obbligato a restare nell’ambiente triste e claustrofobico del suo paesino per non dover affrontare il mondo di fuori, pronto a puntare il dito contro i suoi errori. L’autrice ci informa su una caratteristica importante della tinca: d’estate si immerge nella melma dei fondali e, quando poi torna a muoversi, inevitabilmente solleva nuvole di fango. Questo, ancora di più, accomuna il pesce a Jonathan, un ragazzo “difettoso” che cerca di rendersi invisibile al mondo ma che solleva […]

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Libri

“La tentazione di essere esistito”, il diario filosofico in versi di K.

«Scrivere  è come fare un viaggio  all’interno della propria coscienza ed io ho ben chiara la destinazione finale. Poi però non riesco nemmeno a fare il biglietto». “La tentazione di essere esistito” è il titolo dell’opera prima di K., l’anonimo autore che ha scelto con il suo pseudonimo di rendere omaggio a Kafka, scrittore che ha usato la letteratura come forma di tributo allo smarrimento sociale e come tentativo di ribellione al determinismo che caratterizza i rapporti interpersonali. In una delle poesie del libro, lo scrittore originario di Praga viene definito come «l’uomo che inventò l’uomo e lo uccise con una matita», proprio a voler sottolineare la lotta continua dell’essere umano contro se stesso e la necessità di ritrovare il senso dell’esistenza tramite un rinnovamento spirituale che parta dal basso e che porti ad una realtà sociale di tipo paritetico, abolendo qualsiasi forma di sopraffazione del più forte sul più debole. “La tentazione di essere esistito”, testamento etico di un padre ai Figli L’opera si configura come un testamento (po)etico lasciato in eredità ai propri figli, con l’obiettivo di trasmettere loro valori e riflessioni sul senso della vita, ispirandosi ai grandi maestri della filosofia come Russel, Malraux e Camus. Particolarmente sentito è il collegamento con quest’ultimo e con il tema della rivoluzione racchiuso ne “L’uomo in  rivolta”, fondato sull’invito agli uomini a farsi comunità in modo da contribuire al miglioramento della realtà in cui viviamo, attraverso regole condivise dal basso. Ed è così che il termine “Anarchia” non viene inteso come forma violenta di sovvertimento sociale, ma come pacifica ribellione morale che nasce dallo sviluppo di una coscienza critica, permettendo di pensare in modo autonomo e libero da omologazione. Amore, Dio, Esistenza, Figli, Letteratura sono solo alcuni dei temi che racchiudono le varie poesie, composte nell’arco di appena sei mesi, in un momento di “tempesta creativa” che ha portato K. ad un viaggio tra anima, cuore e passione, da cui è nato questo particolare progetto letterario il cui ricavato sarà devoluto all’orchestra Sanitansamble di Napoli, composta dai ragazzi della Sanità. Nei suoi Taccuini Camus scriveva: «Chiedo una sola cosa, ed è una richiesta umile, benché io sappia che è esorbitante: esser letto con attenzione». Ed è con tale invito che si consiglia la lettura di questo diario filosofico in versi, un esperimento originale e ben riuscito che accompagna il lettore lungo un percorso di riflessione interiore, dove non mancano tratti di sottile e divertente ironia. Il libro, pubblicato dalla casa editrice napoletana “Apeiron”, è disponibile presso le Librerie Raffaello nelle sedi di Via Kerbaker, Via San Giacomo dei Capri e Via D’Antona.

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