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Eroica Fenice

Culturalmente

Dante non smette di stupire: una missiva ne ridata l’esilio

La scoperta che potrebbe rivoluzionare la biografia di Dante Alighieri giunge da un docente dell’Università di Verona  Stando ad un recente studio accademico del prof. Paolo Pellegrini, docente di Filologia e linguistica italiana presso l’Università di Verona, plausibilmente un intero capitolo della biografia dantesca potrebbe necessitare di una robusta riscrittura: è, infatti, possibile che il Sommo Poeta avesse prolungato il suo soggiorno quale esule a Verona, il che renderebbe la città scaligera la sede in cui Dante, dopo Firenze, dimorò più a lungo. Tale datazione è stata desunta da una missiva, inviata nel 1312 da Cangrande della Scala, signore di Verona, al nuovo imperatore Enrico VII, che potrebbe essere inglobata nel corpus letterario di Dante: infatti, come chiarisce il prof. Pellegrini, «la lettera proviene da una raccolta di testi del buon scrivere, che il notaio e maestro di ars dictaminis Pietro dei Boattieri, attivo a Bologna tra Due e Trecento, aveva incluso in un codice confluito più tardi in un manoscritto oggi conservato alla Biblioteca Nazionale di Firenze, il Magliabechiano II IV 312. In essa Cangrande denunciava a Enrico VII i gravi dissensi sorti all’interno dei sostenitori dell’Impero, Filippo d’Acaia, nipote dell’imperatore e vicario imperiale di Pavia, Vercelli e Novara, e Werner von Homberg, capitano generale della Lombardia, e manifestava tutta la propria preoccupazione, invitandolo a riportare la pace e la concordia prima che altre membra del corpo imperiale si sollevassero le une contro le altre armate». Le prove proposte a sostegno della paternità dantesca della lettera  Dunque, trattandosi di una lettera dal notevole contenuto, è possibile che Cangrande si sia servito per la sua stesura dell’ausilio di Dante: si ricordi, infatti, il legame di amicizia dei due e l’encomio che a questi il Poeta riservò nel XVII canto del Paradiso, il più sentito e suggestivo che sia stato dedicato dall’Alighieri ad un vivente. Ebbene, il prof. Pellegrini, a sostegno di questa ipotesi, adduce una serie di motivazioni stilistiche e linguistiche che renderebbero davvero alta la probabilità che sia stato proprio Dante l’autore dell’importante missiva.  In particolare, in essa è presente un riferimento ai passi di due Variae di Cassiodoro, già impiegate da Dante: nella cosiddetta “arenga” del 1306, ovvero l’exordium, articolato e retoricamente sostenuto, dell’atto di pace stipulato in Lunigiana tra i marchesi Malaspina – dei quali Dante rappresentava il procuratore – e il vescovo-conte di Luni, in cui con appassionato vigore si condannano fermamente le discordie che affliggono la Lunigiana e che vengono ricondotte alla diabolica azione del Maligno, e nell’Epistola “Ai signori d’Italia”; inoltre, i perfidi autori dei dissidi imperiali sono denominati vasa scelerum, sintagma che non ha riscontro nella produzione latina di età medievale, ma indubbiamente richiama il“vasel d’ogni froda” che Dante attribuisce a frate Gomita nel XXII canto dell’Inferno. «Certamente – aggiunge il prof. Pellegrini – la consistenza dei richiami intertestuali dovrà accompagnarsi a capillari verifiche sulle concordanze dantesche e sui più ampi corpora della latinità medievale; ma, a mio avviso, tutto ciò non farà altro che confermare quanto appare chiaro sin da questi primi assaggi: dovendo scrivere una lettera delicatissima […]

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Culturalmente

Mar Nero: ritrovato un relitto greco di 2400 anni

Ritrovato nel Mar Nero il relitto di una nave mercantile greca  Un team anglo-bulgaro di archeologi, guidati dal britannico J. Adams, nell’ambito del programma di ricerca sottomarino Black Sea Maritime Archaeology Project, ha recentemente scoperto quella che potrebbe ritenersi la nave più antica mai ritrovata dall’uomo, a circa 80 km dalle coste bulgare di Burgas, adagiata indisturbata sui fondali del Mar Nero da 2400 anni, in base ai risultati del test al carbonio 14; si tratta di un’imbarcazione mercantile lunga 23 metri, preservatasi quasi del tutto intatta, completa di albero, timone, contenuto della stiva – anche se gli oggetti all’interno del vascello non sono ancora stati resi noti – e postazioni per gli addetti ai remi; era adoperata per fini commerciali ed era originaria della Grecia. Tali condizioni ottimali del relitto sono motivate dall’habitat peculiare di un bacino chiuso e preistorico come il Mar Nero e dall’ubicazione sui suoi fondali, a circa 2 km di profondità, dunque in assenza di ossigeno, che è responsabile di eventuali fenomeni di usura dei materiali organici. Helen Farr, membro della spedizione di archeologi autori della scoperta, ha dichiarato alla BBC: «Questo è un altro mondo. Quando il Rov, il veicolo telecomandato, scende giù attraverso la colonna d’acqua e tu scopri questa nave apparire nella luce in basso, preservata in ottime condizioni in fondo al mare, ti senti come se fossi tornato indietro nel tempo». Il prof. J. Adams, responsabile della ricerca nell’ambito del progetto di esplorazione e mappatura del Mar Nero, che si dichiara oltremodo colpito, ha così rivelato al The Guardian: «Una nave sopravvissuta intatta dall’epoca classica è qualcosa che non avrei mai creduto possibile vedere. Si tratta di un ritrovamento che cambierà le nostre conoscenze e la nostra comprensione delle attività di cantieristica e della marineria del mondo antico». Il relitto non sarà rimosso dai fondali del Mar Nero, per preservarne lo stato di conservazione Allo stato attuale non vi è un progetto per riportare il relitto in superficie, sia per i costi elevati di un simile procedimento, sia perché occorrerebbe suddividerlo in pezzi: per questo, Adams e la sua équipe di ricercatori, dopo aver predisposto le opportune valutazioni, si dicono persuasi a lasciare il vascello sul fondo del Mar Nero, per evitare che un suo eventuale spostamento minacci di danneggiare o perfino distruggere la nave più antica di tutta la storia dell’umanità. Tuttavia, ne è stato recuperato un frammento, condotto all’Università di Southampton per ulteriori analisi, le quali hanno anche consentito di confermare la datazione; per il momento «è al sicuro, non si sta deteriorando ed è improbabile che attragga cacciatori di tesori», ha spiegato la Farr. Il sito in cui giace la nave greca è, in realtà, disseminato di relitti: la scoperta della nave – che potrebbe aver fatto naufragio durante una tempesta, il che non esclude la possibilità che i corpi dei membri dell’equipaggio siano conservati nei sedimenti circostanti la nave – giunge, infatti, al culmine di un progetto che nel corso di tre anni ha consentito la localizzazione […]

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Culturalmente

Aquinum: rinvenute tre teste marmoree di età romana

Nel corso dello scorso mese sono riemerse nell’area archeologica di Aquinum tre teste marmoree alquanto ben conservate Presso la colonia romana di Aquinum, nel complesso archeologico ubicato nel territorio comunale di Castrocielo, in provincia di Frosinone, è stata recentemente ultimata un’incredibile scoperta, da parte di un’équipe di Archeologi dell’Università del Salento: gli studiosi, infatti, hanno rinvenuto tre splendide teste marmoree di età romana. Lo straordinario ritrovamento, verificatosi nel corso delle periodiche campagne di scavo di un’area prima privata, ora acquisita dal Comune, dirette dal 2009 dal prof. Giuseppe Ceraudo del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento, su Concessione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Frosinone, Latina e Rieti, è stato reso possibile grazie all’utilizzo di droni e riprese aeree dell’antica colonia di Aquinum, sito strategico in età romana fra l’Urbe e Latina: tali droni, lanciati in volo in un’area prossima all’antico teatro, hanno consentito di rilevare con precisione millimetrica una crescita disomogenea dell’erba: «Erano i resti di un grande edificio porticato – spiega il prof. Ceraudo, direttore degli scavi – disposto lungo la via Latina che, probabilmente, vista la posizione centrale all’interno della colonia, sono da mettere in connessione con il Foro, il cuore della città. Lì, scavando, abbiamo trovato l’angolo del porticato: nel punto in cui si connetteva con una strada c’erano le tre teste». I reperti rinvenuti ad Aquinum potrebbero raffigurare Giulio Cesare, Eracle e una donna velata Si tratta di tre teste appartenenti a statue, scolpite nel marmo, plausibilmente databili al periodo intercorso tra l’età augustea e la successiva età giulio-claudia: la prima, di alto livello stilistico, che da una valutazione preliminare ha evidenziato analogie con altre rare raffigurazioni dello stesso, è stata identificata con uno dei protagonisti indiscussi della storia di Roma, ovvero Giulio Cesare; la seconda, frammentaria, ricciuta e barbuta, pare corrispondere all’iconografia di Ercole; una terza, velata, di un austero volto femminile, resta ancora da identificare. Le teste, sotterrate in un passato remoto e riemerse alla luce, sono incredibilmente alquanto ben conservate, nonostante si necessiti di ulteriori indagini. «Si tratta – precisa ancora il prof. Ceraudo – di una scoperta eccezionale, soprattutto se venisse confermata l’identità del personaggio maschile su cui stiamo lavorando; ad ogni modo, la prosecuzione delle ricerche potrà servire da volano per una migliore conoscenza e tutela del sito, anche in previsione di una futura valorizzazione strategica dell’area, che il Comune di Castrocielo ha iniziato ad attuare ormai da un decennio». Inoltre, i ricercatori palesano un certo stupore per l’inusuale e, dunque, ancor più sorprendente ritrovamento, dato il richiamo suscitato nel corso dei secoli da tali reperti su razziatori e mercanti d’arte, unitamente alla considerazione degli eventi catastrofici, quali inondazioni o terremoto, che avrebbero potuto inficiarne lo stato di conservazione. Il direttore degli scavi di Aquinum: «Abbiamo esplorato poco, là sotto c’è un mondo» L’intensa attività di ricognizione aerea della campagna di scavo in corso ha permesso di esplorare un nuovo settore nel cuore della città romana, in prossimità delle rovine ancora emergenti del Teatro, del Tempio […]

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Culturalmente

Le dodici fatiche di Ercole, quali erano e in cosa consistevano

Le dodici fatiche di Ercole ma prima…chi era Ercole? Il nome di Eracle, o Ercole alla latina, evoca l’idea stessa della forza fisica, dunque dell’eroe possente per antonomasia: l’iconografia greca e romana, infatti, insiste sugli attributi della clava e della pelle leonina. Sulle sue origini vi sono tradizioni differenti, dal momento che talvolta è annoverato fra gli dei, altre fra gli eroi, e questa contraddittorietà manifesta l’incertezza sulla sua natura: ma è proprio a tale duplicità che egli deve la sua intrinseca grandezza, poiché essa consentì agli uomini di riconoscersi nell’eroe ripetendone simbolicamente le gesta e di attingere così alla sfera rigenerante del divino. Su di lui, così si esprime sinteticamente e scherzosamente Luciano De Crescenzo in Elena, Elena, amore mio: «Figlio di Zeus e di Alcmena. La sua nascita fu avventurosa. Alcmena piaceva molto a Zeus ma era fedele al marito Anfitrione e non avrebbe mai accettato le proposte del padre degli dei. Allora Zeus pensò bene di prendere le sembianze di Anfitrione e di fermare il tempo, ovvero la Luna, il Sole e le Ore, in modo da consumare l’adulterio in santa pace. Eracle nacque dalla loro unione; era così forte che quando Era, gelosa, gli inviò due serpenti per ucciderlo, lui li strozzò nella culla, malgrado avesse solo pochi mesi. Eracle desiderò l’immortalità e Zeus gliela promise a condizione che superasse le dodici fatiche commissionate da Euristeo, il re di Tirinto e di Micene. Euristeo lo costrinse ad affrontare alcuni animali mostruosi (…) e a risolvere alcune incombenze più o meno sgradevoli (…)». Le dodici fatiche di Ercole (prima parte) Il ciclo che ruota intorno a questo semidio, in greco chiamato dōdékathlos, letteralmente “dodici fatiche”, impostegli per la durata di dodici anni come prezzo per la sua immortalità, comprende in primo luogo l’uccisione di due animali mostruosi: il leone di Nemea, dalla pelle invulnerabile, immobilizzato in una caverna, strozzato a mani nude e scuoiato; l’Idra di Lerna, un gigantesco serpente a più teste – delle quali la centrale era immortale, le altre ricrescevano incessantemente se recise – che Eracle riuscì a sconfiggere bruciando le sue teste con dei tronchi infuocati e schiacciando quella immortale con un macigno.  In seguito, l’eroe fu impegnato nella cattura della cerva di Cerinea, sacra ad Artemide, dalle corna e dagli zoccoli d’oro, che aveva il potere di incantare chiunque la inseguisse, conducendolo in luoghi dai quali non avrebbe più fatto ritorno, e del feroce cinghiale di Erimanto, che causava gravi danni nei campi dell’Attica. Seguono la pulizia delle stalle di Augia, non ripulite da trent’anni, che Eracle lavò in un solo giorno, deviando il corso di due fiumi, e la dispersione degli uccelli del lago Stinfalo, pennuti mostruosi, con piume, becco ed artigli di bronzo, che devastavano la regione cibandosi di carne umana e usando le proprie penne a mo’ di frecce, che Eracle annientò in parte stordendoli mediante sonagli di bronzo donatigli da Atena, in parte trafiggendoli con frecce avvelenate con il sangue dell’Idra. Le successive sei fatiche Le fatiche seguenti comprendono la […]

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Culturalmente

La bella ‘mbriana e altre tradizioni napoletane

La bella ‘mbriana, i miracoli e ‘o munaciello, Napoli tra tradizione e lingua nel nostro articolo A proposito di Napoli, così scriveva nel 1919 in Storie e leggende napoletane Benedetto Croce, stabilitosi nella città partenopea fin dal 1886: «È dolce sentirsi chiusi nel grembo di queste vecchie fabbriche, vigilati e tutelati dai loro sembianti familiari (…); a me giova intanto, all’ombra degli alti tetti e tra le angustie delle vecchie vie, riparare nella più vasta ombra delle memorie». Ed effettivamente, è proprio questa la suggestività della città, tra le più ricche di memoria, che col suo richiamo suggerisce al viaggiatore una miriade di segreti e storie tali da renderla la culla dei misteri del Mediterraneo. La sua stratificazione culturale è il prodotto di secoli di dominazioni e interscambi, che si riverberano nel pullulare di enigmi seducenti, tradizioni, storielle, leggende, figure mitiche e popolari uniche nel loro genere, in questa città dai mille volti. Tradizioni secolari: la liquefazione del sangue di alcuni santi a Napoli Come non soffermarsi sul fenomeno della liquefazione del sangue di alcuni santi conservato in ampolle custodite i monasteri, chiese e cappelle appartenenti a famiglie nobili napoletane. «Il fenomeno del passaggio del sangue dallo stato solido a quello liquido e il ritorno, poi, allo stato solido si ripete da secoli fino ad oggi in date precise per alcuni santi, per altri il fenomeno ha cessato la sua attività per motivi sconosciuti o è attualmente ancora allo stato liquido. Questi eventi “prodigiosi” sono per il credente simbolo di una fede che si rinnova ogni anno nel ricordo dei santi martiri, nella consuetudine dei secoli. (…) Napoli può essere considerata, da moltissimi anni, la capitale delle reliquie, in quanto custodisce circa duecento ampolle, nelle quali è conservato il sangue di santi e martiri. Infatti, dopo la caduta dell’Impero Romano d’Oriente, avvenuto nel 1453, molte immagini religiose e reliquie varie furono portate a Napoli e da allora sono state custodite, come già detto in precedenza, in monasteri, chiese e cappelle di famiglie nobili napoletane, anche se con il tempo molte sono cadute nell’oblio»: così scrivono Elisa Rampone Chinni e Tina Palumbo De Gregorio in Curiosità napoletane. Storie, aneddoti e modi di dire della tradizione popolare, le quali ricordano la presenza a Napoli di boccette contenenti il sangue di Santo Stefano, San Luigi Gonzaga, San Lorenzo, San Giovanni Battista, Santa Patrizia, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, San Filippo Neri, San Camillo de Lellis e, ovviamente, di San Gennaro, il caso più conosciuto e celebrato, nel quale i napoletani ripongono il massimo sigillo delle loro speranze, come ricorda il famoso detto «San Genna’ pienzece tu!». Tradizioni e lingua: bella ‘mbriana e ‘o munaciello Come ha abilmente evidenziato Nicola De Blasi nel suo Profilo linguistico della Campania, «Le parole del dialetto conservano spesso uno stretto legame con la cultura materiale e con gli usi tradizionali. (…) Tra le parole che riportano a credenze tradizionali ricordiamo qui “controra”, con cui in genere si indicano le ore del primo pomeriggio; ma a Procida “chentrora” è un essere favoloso, […]

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Cinema & Serie tv

Netflix: le serie televisive più belle da rivedere questa estate

Serie Netflix da non perdere, ecco le nostre preferite. Attenzione: qui trovi solo serie televisive bellissime! È sempre più difficile oggi orientarsi nella scelta di quale serie televisiva cominciare. Soprattutto da quando è arrivato Netflix, la migliore piattaforma per la fruizione di contenuti multimediali d’intrattenimento, che offre la visione di una vasta gamma di prodotti come film, show, documentari in streaming su internet, in modalità on demand. Si tratta di un servizio a pagamento sottoscrivibile con abbonamento mensile, ottimizzato per un utilizzo tramite browser desktop, ma usufruibile anche su dispositivi mobili Android e iOS, grazie all’applicazione dedicata, oltre che su Smart TV e console per videogiochi. Grazie a tali punti di forza, Netflix ha riscontrato un rapido incremento di popolarità, dopo aver reso accessibile il servizio di streaming in oltre 190 paesi dal gennaio 2016 ed essersi affermato come leader del settore on demand con i suoi 125 milioni di utenti abbonati in tutto il mondo nel 2018. Entrato nel settore della produzione nel 2013 con la sua prima serie, House of Cards, ha in seguito ampliato notevolmente l’offerta pubblicando circa 126 serie o film originali nel 2016, più di qualsiasi altro network o canale via cavo. Ebbene, complici le vacanze, il tempo libero e i ritmi meno serrati, i mesi caldi sono il periodo perfetto per rilassarsi, recuperando alcune serie tv belle arretrate: oltre a grandi nuove stagioni di serie già avviate e che hanno confermato il loro livello, ci sono, infatti, molti titoli inediti che hanno fatto il loro debutto, alzando l’asticella di un mondo seriale sempre più variegato e attento alla diversità. In questa piccola selezione sono presenti grandi cult, serie recenti e docu-serie più ibride, non propriamente fiction: insomma, moltissimi episodi da recuperare, in una stagione televisiva che ormai non si ferma più. Ecco la nostra lista delle serie tv Netflix più belle.  Serie Netflix, la nostra top 7 La casa di carta Cominciamo la nostra lista  con le serie tv migliori con un prodotto televisivo spagnolo, che rappresenta senza dubbio il cult del momento e racconta in due stagioni – Netflix ha recentemente confermato la terza – quella che viene considerata la più grande rapina della storia, commessa all’interno della Zecca di Stato di Madrid da otto malviventi, che indossano le maschere di Salvador Dalì, per stampare oltre due miliardi di euro in biglietti da 50. È «un’allegoria della ribellione», come ha scritto Le Monde, perché la banda tecnicamente non ruba, ma si appropria dei mezzi di produzione del capitalismo, sputando in faccia all’alta finanza che tutti prende per i fondelli: non a caso, si cita la rivolta popolare de la Puerta del Sol a Madrid, nel 2011, quando nacque il movimento degli Indignados; «un mix tra colpo hollywoodiano y mucho amor», come lo ha definito Vanity Fair, pieno di paradossali colpi di scena, da non perdere. Breaking bad Uscita nel 2008 si piazza, senza dubbio, nel podio delle serie tv più belle: un insegnante di chimica, con un cancro allo stadio terminale, comincia a produrre […]

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Cucina & Salute

Dieta giornaliera: una giornata-tipo d’estate

Nel corso dell’ultimo anno ha letteralmente spopolato sul web, inizialmente lanciato dagli USA, una sorta di “video virale”, proposto serialmente per stagione e tipologia alimentare, nel quale sono presentate idee per la preparazione dei piatti nella dieta giornaliera. Senza la pretesa di influenzare la dieta degli altri, perché è fondamentale considerare quanto ciascuno di noi abbia proprie esigenze fisiche e di stile di vita, il “Che cosa mangio in un giorno”, meglio conosciuto come “What I eat in a day”, può diventare soprattutto un modo di scambiarsi idee da sperimentare per seguire un’alimentazione sana ma fantasiosa. Sì, perché mangiare in modo salutare e variegato è il criterio più efficace per garantire un apporto adeguato di energia e nutrienti; inoltre, ritagliarsi del tempo per cucinare con piacere, mangiare bene in allegria essendo consapevoli di ciò che si ha nel piatto e condividere i propri spunti sono aspetti che hanno un impatto diretto sulla nostra alimentazione: ecco, dunque, che il confronto fattivo diventa strumento che consente di variare il più possibile e di combinare, opportunamente, i diversi cibi. Sperimentiamo, dunque, insieme questa combinazione di idee per una dieta giornaliera in versione estiva, fresca ma gustosa. Dieta giornaliera: un piatto per ogni momento della giornata Colazione: pane di segale tostato con ricotta, noci, miele e cannella Ingredienti: 2 fette di pane di segale, 50 g. di ricotta (meglio se di pecora o capra), ½ limone, una manciata di noci, miele e cannella q.b.  Tostare il pane di segale, amalgamare alla ricotta la scorza grattugiata di un limone non trattato e spalmarla su ogni fetta; guarnire nel piatto con un filo di miele, noci tritate e una spolverata di cannella. Accompagnare i toast dolci con una tazza di tè e una golosa spremuta di agrumi. Questa idea per la colazione sana è perfetta per chi ama i dolci dal sapore più delicato; si tratta, peraltro, di una colazione molto energetica e nutriente, per la presenza delle noci, ricche di proprietà nutritive e di benefici per la salute recati in primis dalla presenza di omega 3, della ricotta, dall’elevato contenuto di proteine e dal ridotto apporto di grassi, e del miele, un potente energizzante dalle spiccate qualità antinfiammatorie e antiossidanti. Dieta giornaliera, pranzo: Riso venere con pomodori secchi, feta, zucchine e menta Ingredienti: 250 g. di riso venere, 8 pomodori secchi, 200 g. di feta greca, 2 zucchine medie, olio extravergine d’oliva, sale, pepe e menta fresca q.b., 1 limone non trattato. Portare l’acqua a bollore e cuocere il riso venere; nel frattempo lavare le zucchine, tagliarle a fette e arrostirle su una piastra ben calda; una volta intiepidite, tagliarle a cubetti e porle in una ciotola con un pizzico di sale; creare un’emulsione con olio, succo di limone e foglioline di menta triturate, irrorarvi le zucchine e lasciare marinare circa 15 minuti. Sgocciolare i pomodori secchi e tagliarli a filetti; tagliare a cubetti la feta greca. A cottura del riso ultimata, scolare e condire con le zucchine marinate, i pomodori secchi e la feta. Non occorre […]

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Culturalmente

“Odissea” omerica: il dibattito sul frammento ritrovato a Olimpia

È recentemente riemerso ad Olimpia – noto sito archeologico nella penisola greca del Peloponneso, ospitante già nell’VIII secolo a.C. i Giochi Olimpici in onore di Zeus – un reperto dal valore davvero straordinario: si tratta, infatti, di una tavoletta d’argilla recante incisi ben tredici versi dell’Odissea che, dalle prime valutazioni, sembrerebbe cronologicamente ascrivibile al III-II secolo a.C. Il pregevole rinvenimento è stato effettuato nei pressi del santuario di Zeus ed è frutto del lavoro d’équipe del Servizio Archeologico Greco e dell’Istituto Archeologico Germanico, che proprio nell’area peloponnesiaca stavano eseguendo degli scavi da circa tre anni, unitamente a studiosi delle Università di Darmstadt, Tubinga e Francoforte. Dopo le prime analisi preliminari, il Ministero della Cultura ellenico ha, così, dichiarato in un comunicato: «Se la data sarà confermata, la tavoletta potrebbe essere il reperto scritto più antico mai scoperto dell’opera di Omero». L’appunto dei lettori sul ritrovamento del frammento dell’Odissea A seguito di ulteriori approfondimenti, gli studiosi hanno rettificato la notizia secondo cui questa tavoletta sarebbe la testimonianza più antica dell’Odissea omerica. L’annuncio riguardante la straordinaria scoperta è stato, infatti, divulgato in due momenti: dopo il clamore suscitato dall’unicità del ritrovamento, molti lettori ed esperti del settore hanno precisato l’esistenza effettiva di papiri più antichi che trasmettono il testo dell’Odissea, in particolar modo alcuni papiri egizi, risalenti ad epoca precedente. Dopo tale puntualizzazione condotta da Repubblica, all’AGI alcune fonti del Ministero della Cultura greco hanno ribadito il valore della scoperta comunicata dal dicastero stesso, nonostante le perplessità sollevate: l’ambasciata greca ha chiarito, pertanto, quello che era stato avvertito come un malinteso, spiegando di non avere affermato che si sia trattato del frammento più antico in assoluto dell’Odissea, data l’esistenza effettiva di testimoni papiracei precedenti, ma del reperto più antico in materia dura, ovvero su tavoletta di argilla, che rende considerevolmente pregevole il rinvenimento, reso noto dal ministero greco con grande entusiasmo. Il frammento è tratto dal XIV libro dell’Odissea Il comunicato del ministero prosegue, specificando la provenienza del frammento: si tratterebbe di un estratto dai versi iniziali del XIV libro del poema omerico, riguardante il ritorno di Ulisse a Itaca, nella capanna del porcaro Eumeo, fedele servitore del suo palazzo, che non esita ad aiutare il padrone benché travestito da mendicante. L’Odissea, il secondo dei poemi omerici, composta oralmente intorno all’XI sec. a.C. e messa per iscritto intorno all’VIII consta, nella forma che ci è pervenuta, di 12.007 esametri ed è suddivisa in 24 libri – divisione che risale, come quella dell’Iliade, a Zenodoto, filologo greco antico e primo direttore della biblioteca di Alessandria. Per secoli, nessun poema fu più largamente diffuso e apprezzato di quelli omerici: se ne ha una riprova, nei papiri egizi cui si è già accennato, e negli autori latini che sempre ad essi fanno costante riferimento, in primis Virgilio nella sua Eneide, che ne rielabora in contesto romano struttura e contenuti. La storia della fama di Omero dall’età alessandrina al Rinascimento forma un capitolo interessante nelle vicende della cultura europea: nel Medioevo, Omero poteva essere considerato con certezza “poeta sovrano” anche da […]

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Napoli & Dintorni

Scavi di Ercolano, questa estate riapre il Teatro Antico

L’estate 2018 conoscerà, nello sfondo senza tempo degli scavi di Ercolano, un’incantevole iniziativa culturale: sarà, infatti, reso nuovamente fruibile ai visitatori il Teatro Antico che, nell’ambito del Parco Archeologico, costituisce una tappa non a tutti nota, data la sua posizione non facilmente accessibile e visibile. In realtà, si tratta del primo edificio ad essere stato scoperto nei siti vesuviani dopo il devastante cataclisma del 79 d.C., benché fortuitamente. Un contadino del luogo, infatti, nel corso di lavori atti alla realizzazione di un pozzo nei pressi dell’attuale Corso Resina, reperì una serie di marmi: fu così possibile individuare la struttura dell’antico teatro di Herculaneum, sepolto dalla lava e dai detriti. Dapprima si pensò di trovarsi di fronte a un tempio dedicato ad Ercole, ma in seguito, grazie all’esame delle piante del sito effettuate dall’erudito Marcello Venuti, fu intuibile l’effettiva identità dell’edificio, costruito durante la prima fase dell’età augustea, che avrebbe poi dato l’impulso alla “nobile semplicità e quieta grandezza” del Neoclassicismo di Winckelmann e sarebbe divenuto una preziosa tappa, nel corso del Grand Tour sette-ottocentesco, dei colti viaggiatori che giungevano a Napoli da ogni parte d’Europa. Tuttavia, essendo stato ricoperto da uno strato di ceneri, lapilli e fango durante il processo eruttivo che, solidificandosi, lo hanno letteralmente sepolto in una spessa coltre di tufo, il teatro si trova profondamente incastonato sotto terra, posto oggi a ben 25 m di profondità dalla quota stradale: ragion per cui già il suo stesso rinvenimento produsse svariate problematiche, relative all’esplorazione di un teatro sotterraneo e fu solo nel 1738 che l’architetto e urbanista Errico Alvino ottenne l’autorizzazione da parte di re Carlo III di Borbone a continuare la costruzione della nota “Galleria Borbonica”, ovvero il lungo traforo sotterraneo che, attraverso il suo reticolato di cunicoli e diramazioni, ancora oggi consente l’accesso al teatro ercolanese. Apertura sperimentale del Teatro Antico negli Scavi di Ercolano L’ingresso del teatro è stato utilizzato dalla popolazione del luogo come rifugio, durante gli anni degli eventi bellici del Novecento e, salvo rare eccezioni, non è mai stato aperto al pubblico per periodi prolungati. Adesso, a distanza di quasi tre secoli dalla sua riscoperta e dopo una chiusura ventennale, il Teatro Antico  sarà restituito ai visitatori con una serie di aperture sperimentali che intendono strutturare un processo di condivisione da parte del pubblico, in vista di un organico percorso di restauro. «A proposito del Teatro – ha avuto modo di commentare orgogliosamente il direttore degli Scavi di Ercolano, Francesco Sirano – vorrei sottolineare che questo nuovo inizio coincide, non a caso, con il 280° dai primi scavi sistematici 1738-2018. La riscoperta di Ercolano iniziò proprio dal teatro nel 1710. A distanza di quasi tre secoli, la riapertura del teatro, per il momento sperimentale, si collega strettamente anche alla volontà di recuperare un’area della città moderna, quella di via Mare, un tempo centrale, ma progressivamente marginalizzata dal periodo post-seconda guerra mondiale in poi». Informazioni logistiche per gli eventuali visitatori del Teatro  Essendo il monumento tuttora accessibile attraverso le scale realizzate in età borbonica, […]

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Napoli & Dintorni

Biblioteca dei Girolamini, ritrovato un manoscritto di Seneca

Dallo “scrigno” della Biblioteca dei Girolamini è da qualche giorno riaffiorato dalla polvere un preziosissimo manoscritto trecentesco, che custodisce il corpus delle tragedie di Seneca, il noto filosofo, drammaturgo e politico romano vissuto nel I sec. d.C.   Fortunatamente scampato alla razzia dei saccheggiatori di codici e di antichi volumi, ai quali per molti anni l’antica Biblioteca è stata sottoposta, il pregiato volume è stato recuperato dagli studiosi dell’Università Federico II di Napoli, ai quali da circa un anno il Mibact ha affidato la Biblioteca dei Girolamini e la gestione di una Scuola di alta formazione in Storia e filologia del manoscritto e del libro antico. Le tragedie senecane rivestono un eccezionale interesse poiché sono le uniche della letteratura romana conservatesi integralmente. In considerazione degli aspetti filosofico-morali, della macchinosità di alcuni episodi difficilmente rappresentabili e di alcune peculiarità stilistiche, gli studiosi ritengono i drammi di Seneca destinati essenzialmente alle pubbliche recitationes e alla lettura privata; caratteristiche peculiari sono la frammentazione dialogica, l’enfasi declamatoria delle sententiae e degli stessi dialoghi, le tinte macabre e l’esasperazione della tensione drammatica, ottenuta mediante lunghe digressioni, vere e proprie scene autonome rispetto al contesto drammatico. Il prezioso manoscritto ritrovato nella Biblioteca dei Girolamini sarà presentato dall’Istituto Treccani Colori brillanti, oro in quantità e una straordinaria acutezza di soluzioni prospettiche danno vita a una narrazione per immagini di grande suggestione – prodotta della perizia di un talentuoso miniatore anonimo dell’arte medievale, attivo a Napoli durante il regno della regina Giovanna I, ovvero tra gli anni ’40 e ’80 del XIV secolo, ribattezzato dagli studiosi “Maestro del Seneca dei Girolamini” – la cui bellezza sarà svelata a breve, a cura dell’Istituto Treccani, all’interno della Sala Vico della Biblioteca stessa, mediante una presentazione al pubblico di studiosi e appassionati di manoscritti del facsimile dell’opera, dal titolo “Seneca, il Teatro”, in una limitatissima tiratura di 299 copie. Il volume sarà corredato da un ricco commentario curato da molteplici docenti di svariati Atenei: il prof. Marco Cursi, docente di Paleografia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, la prof.ssa Carla Maria Monti, docente di Filologia Medievale e Umanistica presso l’Università Cattolica di Milano) e la prof.ssa Alessandra Perriccioli Saggese, docente di Storia dell’Arte Medievale presso l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli ed esperta di miniatura angioina. «Il nostro obiettivo – afferma il prof. Andrea Mazzucchi, docente di Filologia Italiana presso l’Ateneo federiciano, che interverrà alla presentazione – è la conoscenza del patrimonio della Biblioteca dei Girolamini. Dunque non posso che essere felice, in questa circostanza. La realizzazione del facsimile è anche l’occasione per garantire una migliore conservazione dell’originale, visto che gli studiosi non avranno più necessariamente bisogno di sfogliare il manoscritto. Ma l’operazione è importante anche per il volume di studi che accompagna il facsimile e che costituisce una preziosa occasione di approfondimento su aspetti molteplici del manoscritto. La Federico II è orgogliosa di poter annoverare anche questo risultato accanto alle attività di formazione e ricerca». Biblioteca Girolamini, il manoscritto ne valorizza il già incredibile patrimonio  La Biblioteca Statale Oratoriana annessa […]

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Culturalmente

Le Historiae di Seneca Il Vecchio ritrovate in un papiro erconalese

Nel mese di maggio 2018 è stato decriptato presso l’Officina dei Papiri, sita nella Biblioteca Nazionale di Napoli, un papiro di pregiata fattura e vergato in una capitale elegante, di un testo dalla complessa struttura narrativa di natura storica, in stato alquanto frammentario, che ha restituito un’opera di estremo valore letterario, giacché ascrivibile a Seneca Il Vecchio, anche conosciuto come “il Retore”, padre del più noto Seneca, senatore, questore e figura di spicco dello stoicismo: si tratterebbe, infatti, di un frammento delle Historiae ab initio bellorum civilium, finora considerate del tutto perdute. La scoperta è stata effettuata da una giovane studiosa molisana, Valeria Piano, filologa e papirologa, ricercatrice presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II che, nell’ambito del progetto europeo Platinum, finanziato dall’Unione Europea, ha svolto un lungo lavoro, durato un anno, di ricomposizione di scampoli provenienti dal medesimo rotolo, il PHerc. 1067, uno dei più noti papiri latini della collezione di Ercolano, conosciuto come Oratio in Senatu habita ante principem, che finora si riteneva conservasse un’orazione politica composta da Lucio Manlio Torquato e pronunciata in Senato al cospetto dell’imperatore; invece, i nuovi e approfonditi studi sui sedici pezzi complessivi del rotolo, sottoposti ad accurate analisi del contenuto, unitamente a puntuali calcoli cronologici, hanno consentito l’attribuzione dell’opera a Seneca il vecchio, che vi lavorò negli ultimi anni della sua vita. L’apologeta romano Lattanzio riferiva che essa esponesse la storia dell’Urbe seguendo una metafora biologica, che assimilava le varie fasi della storia romana alle età della vita e che fu ripresa da Floro, storico romano, nella sua Epitome. Un papiro dal valore inestimabile quello delle Historiae di Seneca il Vecchio Nonostante l’esiguità dei frammenti, l’impronta della narrazione storiografica è immediatamente riconoscibile: il testo, infatti, data la presenza di un lessico politico, di espressioni di tipo storico-narrativo e di un discorso diretto, in cui spicca l’occorrenza del vocativo «Auguste», parrebbe riguardare i primi decenni del principato di Augusto e Tiberio, dunque il periodo compreso tra il 27 a.C. e il 37 d.C.; tali caratteristiche, unitamente alla totale assenza di espressioni filosofiche, hanno fatto orientare la ricercatrice verso Seneca il Vecchio quale ipotesi di attribuzione più plausibile. L’eccezionalità della scoperta, dal valore inestimabile in quanto prima notizia diretta di un testo finora non pervenuto dalle fonti antiche disponibili, è stata resa nota dal direttore Francesco Mercurio, il quale spiega: «L’attribuzione a Seneca padre è strabiliante. Il papiro ci offre una memoria storica delle vicende della prima Roma imperiale, con qualche possibile riferimento alla storia immediatamente precedente. Inoltre, il lasso di tempo individuato, i personaggi menzionati nel papiro, la presenza nella biblioteca di Ercolano della produzione di Seneca il vecchio, ci danno un’altra interessante conferma e dimostrano, in modo inequivocabile, che la Villa dei Pisoni, con essa la sua biblioteca, era un importante e vitale centro di studi fino a poco prima l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.». Chiaramente, dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali giunge la soddisfazione generale e particolare della direttrice delle Biblioteche e degli Istituti Culturali Paola Passarelli, la […]

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Attualità

Una nuova scoperta archeologica a Pompei, riemerge il calco di un cavallo

Recentemente è stata effettuata una nuova scoperta archeologica a Pompei, il calco integro di un cavallo è stato rinvenuto presso Civita Giuliana, nell’area settentrionale del sito archeologico di Pompei, al di fuori delle mura: si tratta di «un ritrovamento eccezionale che sta facendo il giro del mondo», come ha avuto modo di spiegare Dario Franceschini, ministro dei Beni Culturali, ancora più sorprendente perché avvenuto casualmente, nell’ambito di operazioni volte a captare alcuni passaggi segreti illecitamente realizzati dai “cacciatori di antichità”. Proprio al fine di individuare tali cunicoli clandestini utilizzati per il furto e il contrabbando di reperti antichi, da svariati mesi il Parco Archeologico di Pompei era al lavoro congiuntamente alla Procura della Repubblica di Torre Annunziata, agli investigatori del Comando Gruppo Carabinieri di Torre Annunziata e del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Napoli: un lavoro di squadra, dunque, il cui intervento di scavo, messo in atto nel corso delle indagini, ha consentito di recuperare la straordinaria sagoma integra di un cavallo pompeiano. L’operazione, infatti, ha fatto riemergere svariati ambienti di servizio di una grande villa suburbana eccezionalmente conservata e una tomba, risalente al periodo successivo al 79 d.C., con i resti inumati di un defunto, di sesso maschile, di età stimata tra i 40 e i 55 anni. Una nuova scoperta archeologica a Pompei, le parole degli archeologi «Tra i vari ambienti è emersa una stalla con resti equini» spiega Greta Stefani, archeologa: si tratta di una mangiatoia esclusivamente visibile mediante il proprio calco in gesso, giacché plausibilmente costruita in materiale deperibile. «L’individuazione di un vuoto causato dal deperimento del materiale organico all’interno dello strato denominato “tuono” – continua – ha consentito la realizzazione del calco in gesso»: la tecnica del calco, ideata a Pompei dall’archeologo Giuseppe Fiorelli nella seconda metà del XIX secolo e nuovamente sperimentata con successo da Massimo Osanna, direttore generale del Parco Archeologico, consiste proprio nel riempimento del vuoto di sedimento, prodotto dal deterioramento di materiale organico. La villa ha, altresì, restituito numerosi reperti, ovvero anfore, utensili da cucina e il calco di un letto.   Una nuova scoperta archeologica a Pompei, riemersa la sagoma integra di un cavallo pompeiano  Il cavallo è disteso sul fianco sinistro, volge lo sguardo dal fianco destro, ha un’altezza al garrese di circa 150 centimetri e i resti ossei ne denotano una discreta ossificazione correlabile a un esemplare adulto. L’esame autoptico della morfologia della sagoma, delle proporzioni, dell’altezza e dell’impronta dell’orecchio sinistro ha rilevato peculiarità che rendono ragionevole l’identificazione dell’animale con un Equus ferus caballus, piuttosto che con un mulo o un bardotto. Inoltre, in virtù del fatto che i cavalli antichi dovevano avere una taglia ridotta rispetto agli esemplari attuali, tale cavallo recuperato nel sito pare essere di notevoli dimensioni per l’epoca; a ciò si aggiunga che è stata rilevata la presenza di finimenti in ferro nell’area del cranio, muniti di borchie in bronzo. Alla luce di ciò, pare verisimile il ruolo e il valore elevato di tale animale, che indurrebbe a ipotizzare l’esistenza di esemplari altamente selezionati nell’area pompeiana nel lontano 79 […]

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Napoli & Dintorni

Leopardi bibliofilo: a Napoli riemergono carte inedite

La Biblioteca Nazionale di Napoli – che custodisce un pregevole archivio autografo di Leopardi – ha recentemente restituito una scoperta davvero preziosa: gli studiosi Marcello Andria e Paola Zito, infatti, scandagliando il corpus di manoscritti leopardiano, attraverso una laboriosa indagine interpretativa sono giunti all’eccezionale rinvenimento di un corposo quaderno di trentotto pagine totali contenente un elenco di note scritte dal poeta di Recanati, che proprio nel capoluogo campano, nel 1837, trovò la morte. Si tratterebbe di una lista inedita, autografa e autenticata, risalente agli anni giovanili del Recanatese (1816-1817), consistente in oltre cinquecentocinquanta annotazioni bibliografiche raggruppate per lettera, in approssimativo ordine alfabetico; sono commenti personali e critici, segnalazioni e annotazioni, molto spesso in latino, dei volumi che Leopardi, all’epoca solo diciannovenne e assetato di sapere, avrebbe voluto procurarsi. Possiamo intenderli come una sorta di comunicazione attiva tra il giovane recanatese e i testi che gli suggerivano percorsi di approfondimento e aggiornamento, nella sua esperienza intellettuale mai satura di nuove acquisizioni; dei veri e propri itinerari di lettura, insomma, desiderati e compilati. Nel documento si annotano opere a lui contemporanee, sia italiane che tedesche, francesi e olandesi. Ci troviamo di fronte a un “materiale laterale” rispetto ai manoscritti, che però rappresenta un vero e proprio bilancio intellettuale del poeta, che procede appuntando positivamente – ad esempio commentando “Questo lo annoto perché domani potrei avere interesse a leggerlo” – o negativamente, qualora il libro non sia stato di suo gradimento – come nel caso in cui scrive “I curatori non sono attendibili” o “Congettura lacunosa”; talvolta, infine, scrive una sorta di abstract sul contenuto e lo valuta. «L’elenco – così spiega Paola Zito, docente di biblioteconomia e bibliografia presso l’Ateneo Vanvitelliano – racconta il momento in cui Giacomo inizia ad essere infelice nella “dipinta gabbia” della pur ricchissima biblioteca paterna. Al giovane filologo non bastavano più cinquecentine e vecchi commentari. Voleva l’avanguardia della filologia, aveva bisogno di leggere Epicuro e Omero nelle più recenti edizioni. Esplode il conflitto con il padre che finora è stato regista della sua vita anche intellettuale. Qui le due strade si dividono. Siamo di fronte a una svolta irreversibile. Inizia il suo percorso individuale all’insegna dell’ansia. Ritiene di non essere aggiornato, di avere un enorme arretrato e viene invaso dall’ansia di recuperare. È il sentimento del bibliografo consapevole della non esaustività del suo lavoro. Vuole leggere studi critici di respiro europeo, testi che, come scrive riferendosi all’attimo della stampa, “gemevano sotto i torchi…” ovvero erano in procinto di essere pubblicati». Leopardi ha un desiderio onnivoro di conoscenza e vuole portare l’Europa nel «natio borgo selvaggio». La sete di acquisire “il nuovo” nel Leopardi saturo dei vecchi scaffali paterni Insomma, per il giovanissimo e brillante poeta non era più sufficiente la biblioteca paterna di Recanati, affollata di antichi testi sui quali egli stesso stava sgobbando da anni. Lui bramava quanto di più recente si stava redigendo: «Leopardi – aggiunge Marcello Andria, direttore del Centro bibliotecario di Ateneo dell’Università di Salerno e autore di numerosi contributi di scienze biblioteconomiche e bibliografiche […]

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Attualità

Tesoro vichingo riemerso grazie a un bambino

È di poche settimana fa la sorprendente notizia di una scoperta sui generis, avvenuta in Germania: non una équipe di specialisti, ma la curiositas di un archeologo dilettante e di un tredicenne ha consentito di far riemergere un tesoro vichingo di tutto rispetto, verosimilmente appartenuto al leggendario re Harald Blåtand, meglio conosciuto come Aroldo I “Dente Azzurro”, uno degli ultimi re Vichinghi e il primo sovrano a unificare, dal punto di vista sia politico che religioso, il frammentario regno di Danimarca, nel I sec. d.C. esteso alla sola penisola dello Jutland. La casualità del ritrovamento non sminuisce la sua portata: si tratta, infatti, di un rinvenimento notevole, che si compone di centinaia di monete d’argento, collane intrecciate, anelli, perle, spille e perfino un martello di Thor, il monile della mitologia norrena carico di significati simbolici, teologici o teorico-sapienziali. L’inattesa scoperta è stata effettuata dal giovane Luca Malaschnitschenko e dal suo insegnante René Schoen, entrambi appassionati di archeologia che, alla ricerca di tesori sull’isola di Rügen, nel Mar Baltico, setacciando con un metal detector un terreno agricolo, lo scorso gennaio hanno rinvenuto quello che dapprima era apparso un insignificante pezzo di alluminio e che, invece, si è poi rivelato essere, a un esame più accurato, un esemplare d’argento del prezioso “bottino”, vecchio di mille anni. I due, avendo intuito, dopo aver ripulito il reperto dai residui terrosi, di aver individuato qualcosa di notevole, si sono diretti all’istante presso l’Istituto Archeologico di Meclemburgo-Pomerania per far valutare la moneta da archeologi professionisti, i quali hanno immediatamente compresero che Luca e il professor René si erano imbattuti in un reperto di grande valore storico ed hanno conseguentemente stabilito di predisporre una spedizione per esaminare a fondo il campo dell’isola tedesca. Un raro e preziosissimo tesoro vichingo L’isolata e insolita scoperta, pertanto, stando ai media tedeschi, ha dato l’avvio a un’operazione ufficiale delle autorità archeologiche tedesche, partita nelle prime settimane di aprile 2018. Gli scavi, che si sono concentrati su un’area di 400 metri quadrati, hanno consentito in pochi giorni di far riaffiorare alla luce dal sito in analisi un vero e proprio tesoro, ricco di monili e suppellettili, che è stato ritenuto il patrimonio appartenente al sovrano Aroldo I, che regnò tra il 958 e il 986 sull’attuale Danimarca, sul Nord della Germania, sulla Svezia meridionale e su parte della Norvegia, presumibilmente occultato dal suo entourage dopo una sconfitta sul campo: il tesoro vichingo, pertanto, potrebbe essere stato sotterrato verso la fine degli anni ’80 del IX secolo quando, a causa di una rivolta capeggiata dal figlio Sweyn Barbaforcuta, Aroldo fuggì in Pomerania, dove morì nel 987. La moneta più antica del tesoro è risultata essere un dirham di Damasco risalente al 714 d.C.; mentre la più recente, pare sia un centesimo del 983 d.C. Si tratta di «Una scoperta unica nel suo genere», come l’ha definita la squadra di archeologi del Meclemburgo-Pomerania che ha condotto lo scavo dopo la segnalazione, diretta da Michel Schirren, intervistato dall’agenzia tedesca DPA: stando alle autorità tedesche, dunque, la fortuita […]

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Attualità

Cisti endometriosica, un disturbo femminile da conoscere e gestire

Cisti endometriosica, un mese per discutere dell’Endometriosi Il mese di marzo, che tradizionalmente omaggia la donna, è anche rivolto alla più diffusa consapevolezza, prevenzione e cura di un disturbo femminile alquanto diffuso, ovvero l’endometriosi. Difatti, dopo l’istituzione della prima Giornata Mondiale dell’Endometriosi nel marzo 2014, promossa su impulso di un progetto sorto negli Stati Uniti, si è resa consuetudinaria, per le associazioni relative alla malattia in oltre 50 capitali mondiali, incrementare nel mese di marzo le iniziative volte a una più capillare conoscenza e informazioni riguardo a tale patologia femminile. Anche l’Italia ha aderito alla Million Woman March for Endometriosis e quest’anno l’incontro si è svolto lo scorso 19 marzo a Roma; nell’arco di questo mese si sono susseguiti molteplici eventi, curati dalle volontarie dell’A.P.E. Onlus, in primis la Settimana Europea della Consapevolezza dell’Endometriosi, giunta nel 2018 alla sua dodicesima edizione. Sarebbe bene, dunque, avere un quadro più chiaro di questo disturbo e approfittare dell’interesse rivolto questo mese per dedicarsi maggiore spazio per eventuali controlli ed esami di approfondimento. Che cos’è l’endometriosi e quali sono i fattori di rischio  L’endometriosi o malattia endometriosica è una condizione cronica caratterizzata dalla presenza anomala del tessuto che ricopre la parete interna dell’utero, chiamato appunto endometrio, in sedi in cui quest’ultimo non dovrebbe normalmente trovarsi, ovvero al di fuori dell’utero. Durante l’arco del ciclo mestruale, l’endometrio ectopico subisce, a opera degli estrogeni prodotti dall’ovaio, le stesse modificazioni dell’endometrio uterino, dunque il tessuto installatosi in sede anomala può produrre un sanguinamento interno: ciò, dando luogo alla nota cisti endometriosica, infiammazioni croniche degli organi, tessuto cicatriziale, aderenze e talvolta infertilità, rappresenta la causa dei sintomi e dei segni clinici che contraddistinguono la patologia. L’endometriosi può colpire donne di qualsiasi età; tuttavia, dimostra di avere una particolare predilezione per i soggetti femminili in età fertile tra i 30 e i 40 anni. Essa, inoltre, rappresenta una delle cause più comuni di dolore cronico pelvico femminile: di conseguenza, l’infiammazione dei tessuti interessati dalla patologia può incidere fastidiosamente sulla qualità di vita della donna, giacché il dolore correlato invalida lo svolgimento delle attività quotidiane, i rapporti interpersonali e di coppia. Purtroppo, frequentemente tali dolori possono essere scorrettamente associati alla sindrome del colon irritabile o a stress: proprio per questo è indispensabile una diagnosi tempestiva. Tuttavia, l’endometriosi resta ancora oggi in gran parte poco conosciuta, nonostante il grande interesse clinico che suscita e la sua elevata incidenza: secondo le più attendibili ricerche statistiche effettuate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, il numero di donne affette da malattia endometriosica rappresenterebbe il 6-10% della popolazione generale di sesso femminile, per un totale di circa 3 milioni di donne affette in Italia, di circa 14 milioni in Unione Europea e di circa 150 milioni in tutto il mondo. Secondo gli esperti, costituiscono fattori di rischio l’assenza di gravidanze, il menarca in età precoce, la menopausa in età molto avanzata, i cicli mestruali brevi, gli alti livelli di estrogeni, il consumo ingente di alcool e la presenza di anomalie uterine. Consigli di stile di vita sano per […]

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Attualità

March for Our Lives, marcia contro le armi negli States

Si è svolta il 24 marzo 2018 a Washington DC la folta marcia statunitense di protesta contro le armi, nel contesto della March for Our Lives, una dimostrazione guidata dagli studenti, con oltre 800 eventi di fratellanza in tutti gli Stati Uniti e in tutto il mondo. Una vera e propria marea umana si è snodata attraverso la Pennsylvania Avenue e ha pacificamente sfilato in nome della vita e della pace, al grido di «Never again!»  Stando all’Associated Press, pare non si ricordasse una simile mobilitazione e una tale salda partecipazione giovanile dai tempi del “No alla guerra in Vietnam”. Il corteo – di oltre 800mila persone secondo il Washington Post, più altre centinaia di migliaia in 836 città degli Stati Uniti – è stato promosso da un gruppo di studenti del liceo di Parkland, in Florida, nel quale lo scorso 14 febbraio 17 persone sono state uccise con armi automatiche da un ex studente affetto da turbe psicotiche. Non solo studenti, insegnanti e genitori, ma soprattutto i sopravvissuti alle stragi nelle scuole che hanno sconvolto l’America negli ultimi tempi sono scesi nelle strade di Washington per la manifestazione, culminata proprio dinanzi alla Casa Bianca. La marcia è stata predisposta per settimane da tutti i sostenitori del non soddisfacente contributo della Casa Bianca e del Congresso rivolto a un’effettiva limitazione del proliferare di armi, gli strumenti che concretamente hanno consentono il verificarsi dei terribili massacri; la protesta, dunque, oltre ad avere quale obiettivo polemico del corteo la potente lobby delle armi, ossia la National Rifle Association, ha inteso richiedere al governo americano di rivedere la legge che regola l’utilizzo delle armi nel Paese, affinché siano rese più stringenti le norme sull’acquisto di pistole e fucili. March for Our Lives, le testimonianze più struggenti della marcia  Molte mamme hanno sfilato con le foto dei loro figli, uccisi in quella che dovrebbe presumibilmente essere la tranquilla vita scolastica di tutti i giorni: l’appello «Siamo bambini, non bersagli», ha campeggiato su uno dei molti striscioni. Hanno animato la March for Our Lives due interventi molto toccanti da parte di giovanissime donne: Emma Gonzalez, sopravvissuta alla strage di Parkland, e Yolanda Renee King, la nipote di soli 9 anni di Martin Luther King, entrambe assurte ormai a simbolo della protesta contro la violenza. Nonostante i suoi 16 anni, Emma non ha avuto alcuna esitazione nel deplorare i meschini interessi legati alle armi e urlare «Vergognatevi!» al presidente Trump e alle potenti lobby; con uno struggente silenzio di 6 minuti e 20 secondi – la durata del massacro in cui i suoi compagni hanno perso la vita – diventato potentemente virale, ha spiazzato e emozionato tutti. Emma è riuscita a salvarsi, ma ora pretende a gran voce che la sua vita e quella di tutti gli altri studenti non sia più in pericolo; proprio come Yolanda, il cui sogno è quello di «Un mondo senza armi». Le voci delle due ragazze sono state quelle di maggiore impatto tra le altre susseguitesi sul palco, ma nel fiume […]

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Cucina & Salute

Ricette con il melograno a Natale: due specialità per stupire!

Il frutto del melograno, che giunge a maturazione a partire dal mese di ottobre, è un vero e proprio toccasana per la salute; dal latino malum, “mela”, e granatum, “con semi”, custodisce al suo interno numerosi chicchi color rosso rubino dal gusto leggermente acidulo. Si tratta di una pianta originaria dell’Asia sud-occidentale, diffusa nell’area costiera del Mediterraneo da Fenici, Greci, Romani e in seguito dagli Arabi: la denominazione del genere, “Punica”, deriva infatti dal nome romano della regione geografica costiera della Tunisia e della omonima popolazione, altrimenti chiamata cartaginese, di estrazione fenicia, che colonizzò quel territorio nel VI a.C.; le piante furono così nominate perché a Roma i melograni giunsero proprio da quella regione. Era apprezzata anche dagli Egizi, per i quali il melograno era considerato un pomo medicamentoso per le sue proprietà terapeutiche. Il suo frutto, ma anche i suoi semi e il suo fiore, sono associati nelle civiltà antiche alla fecondità: nell’antica Grecia la pianta di melograno era considerata sacra a Venere e a Giunone, divinità tradizionalmente associate alla femminilità e alla fertilità; attributo della Grande Madre, regina del Cosmo, la melagrana era simbolo sia di fecondità che di morte, tant’è che si sono ritrovate melagrane di argilla nelle tombe greche dell’Italia meridionale. Anche la Bibbia, nel Cantico dei Cantici, le attribuisce un significato estetico e poetico, di speranza e fecondità. Giunto nel corso dei secoli in Europa e introdotto in America Latina dai colonizzatori spagnoli nel 1769, il melograno rappresenta oggi, nella stagione autunnale e invernale, una specialità locale ricca di benefici. La melagrana, infatti, è tra i frutti più ricchi di antiossidanti, in particolare di flavonoidi, in grado di contrastare l’azione dei radicali liberi e prevenire l’invecchiamento precoce; è, inoltre, una preziosa fonte di vitamine A, B, C ed E, utili alleate contro i malanni stagionali; il melograno racchiude anche sali minerali fondamentali, quali il manganese, il potassio, lo zinco, il rame e il fosforo. La composizione di questo prezioso frutto si completa con acqua, zuccheri e fibre: il suo notevole contenuto di acqua e potassio lo rende un alimento utile per depurare l’organismo e per stimolare la diuresi. Infine, il melograno è benefico per il sistema immunitario, aiuta a controllare i livelli di colesterolo e a ridurre la pressione sanguigna. Il melograno in cucina. Ricette con il melograno a Natale Oltre alla preparazione di succhi, frullati e dolci, il melograno si abbina perfettamente anche a piatti salati, come le insalate di cavolo rosso e quelle di cereali: ad esempio, i chicchi di melagrana sono un ingrediente davvero gustoso da abbinare alla frutta secca per preparare il couscous, o al farro; risulta molto piacevole anche l’accostamento con il pesce. Vi proponiamo due sfiziose ricette, per apprezzare al meglio i suoi chicchi così intensi e saporiti. Linguine agli scampi e melograno 500 g di scampi 100 g di chicchi di melograno 1 spicchio di aglio 50 g di brandy Una manciata di pomodorini ciliegino Qualche fogliolina di rucola Basilico q. b. Sale integrale q. b. Pepe rosa q. b. […]

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