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Eroica Fenice

Napoli & Dintorni

Biblioteca dei Girolamini, ritrovato un manoscritto di Seneca

Dallo “scrigno” della Biblioteca dei Girolamini è da qualche giorno riaffiorato dalla polvere un preziosissimo manoscritto trecentesco, che custodisce il corpus delle tragedie di Seneca, il noto filosofo, drammaturgo e politico romano vissuto nel I sec. d.C. Fortunatamente scampato alla razzia dei saccheggiatori di codici e di antichi volumi, ai quali per molti anni l’antica Biblioteca è stata sottoposta, il pregiato volume è stato recuperato dagli studiosi dell’Università Federico II di Napoli, ai quali da circa un anno il Mibact ha affidato la Biblioteca dei Girolamini e la gestione di una Scuola di alta formazione in Storia e filologia del manoscritto e del libro antico. Le tragedie senecane rivestono un eccezionale interesse poiché sono le uniche della letteratura romana conservatesi integralmente. In considerazione degli aspetti filosofico-morali, della macchinosità di alcuni episodi difficilmente rappresentabili e di alcune peculiarità stilistiche, gli studiosi ritengono i drammi di Seneca destinati essenzialmente alle pubbliche recitationes e alla lettura privata; caratteristiche peculiari sono la frammentazione dialogica, l’enfasi declamatoria delle sententiae e degli stessi dialoghi, le tinte macabre e l’esasperazione della tensione drammatica, ottenuta mediante lunghe digressioni, vere e proprie scene autonome rispetto al contesto drammatico. Il prezioso manoscritto sarà presentato dall’Istituto Treccani Colori brillanti, oro in quantità e una straordinaria acutezza di soluzioni prospettiche danno vita a una narrazione per immagini di grande suggestione – prodotta della perizia di un talentuoso miniatore anonimo dell’arte medievale, attivo a Napoli durante il regno della regina Giovanna I, ovvero tra gli anni ’40 e ’80 del XIV secolo, ribattezzato dagli studiosi “Maestro del Seneca dei Girolamini” – la cui bellezza sarà svelata a breve, a cura dell’Istituto Treccani, all’interno della Sala Vico della Biblioteca stessa, mediante una presentazione al pubblico di studiosi e appassionati di manoscritti del facsimile dell’opera, dal titolo “Seneca, il Teatro”, in una limitatissima tiratura di 299 copie. Il volume sarà corredato da un ricco commentario curato da molteplici docenti di svariati Atenei: il prof. Marco Cursi, docente di Paleografia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, la prof.ssa Carla Maria Monti, docente di Filologia Medievale e Umanistica presso l’Università Cattolica di Milano) e la prof.ssa Alessandra Perriccioli Saggese, docente di Storia dell’Arte Medievale presso l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli ed esperta di miniatura angioina. «Il nostro obiettivo – afferma il prof. Andrea Mazzucchi, docente di Filologia Italiana presso l’Ateneo federiciano, che interverrà alla presentazione – è la conoscenza del patrimonio della Biblioteca. Dunque non posso che essere felice, in questa circostanza. La realizzazione del facsimile è anche l’occasione per garantire una migliore conservazione dell’originale, visto che gli studiosi non avranno più necessariamente bisogno di sfogliare il manoscritto. Ma l’operazione è importante anche per il volume di studi che accompagna il facsimile e che costituisce una preziosa occasione di approfondimento su aspetti molteplici del manoscritto. La Federico II è orgogliosa di poter annoverare anche questo risultato accanto alle attività di formazione e ricerca». Il manoscritto è custodito dalla più antica biblioteca napoletana: la biblioteca dei Girolamini  La Biblioteca Statale Oratoriana annessa al Monumento Nazionale dei […]

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Culturalmente

Le Historiae di Seneca Il Vecchio ritrovate in un papiro erconalese

Nel mese di maggio 2018 è stato decriptato presso l’Officina dei Papiri, sita nella Biblioteca Nazionale di Napoli, un papiro di pregiata fattura e vergato in una capitale elegante, di un testo dalla complessa struttura narrativa di natura storica, in stato alquanto frammentario, che ha restituito un’opera di estremo valore letterario, giacché ascrivibile a Seneca Il Vecchio, anche conosciuto come “il Retore”, padre del più noto Seneca, senatore, questore e figura di spicco dello stoicismo: si tratterebbe, infatti, di un frammento delle Historiae ab initio bellorum civilium, finora considerate del tutto perdute. La scoperta è stata effettuata da una giovane studiosa molisana, Valeria Piano, filologa e papirologa, ricercatrice presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II che, nell’ambito del progetto europeo Platinum, finanziato dall’Unione Europea, ha svolto un lungo lavoro, durato un anno, di ricomposizione di scampoli provenienti dal medesimo rotolo, il PHerc. 1067, uno dei più noti papiri latini della collezione di Ercolano, conosciuto come Oratio in Senatu habita ante principem, che finora si riteneva conservasse un’orazione politica composta da Lucio Manlio Torquato e pronunciata in Senato al cospetto dell’imperatore; invece, i nuovi e approfonditi studi sui sedici pezzi complessivi del rotolo, sottoposti ad accurate analisi del contenuto, unitamente a puntuali calcoli cronologici, hanno consentito l’attribuzione dell’opera a Seneca il vecchio, che vi lavorò negli ultimi anni della sua vita. L’apologeta romano Lattanzio riferiva che essa esponesse la storia dell’Urbe seguendo una metafora biologica, che assimilava le varie fasi della storia romana alle età della vita e che fu ripresa da Floro, storico romano, nella sua Epitome. Un papiro dal valore inestimabile quello delle Historiae di Seneca il Vecchio Nonostante l’esiguità dei frammenti, l’impronta della narrazione storiografica è immediatamente riconoscibile: il testo, infatti, data la presenza di un lessico politico, di espressioni di tipo storico-narrativo e di un discorso diretto, in cui spicca l’occorrenza del vocativo «Auguste», parrebbe riguardare i primi decenni del principato di Augusto e Tiberio, dunque il periodo compreso tra il 27 a.C. e il 37 d.C.; tali caratteristiche, unitamente alla totale assenza di espressioni filosofiche, hanno fatto orientare la ricercatrice verso Seneca il Vecchio quale ipotesi di attribuzione più plausibile. L’eccezionalità della scoperta, dal valore inestimabile in quanto prima notizia diretta di un testo finora non pervenuto dalle fonti antiche disponibili, è stata resa nota dal direttore Francesco Mercurio, il quale spiega: «L’attribuzione a Seneca padre è strabiliante. Il papiro ci offre una memoria storica delle vicende della prima Roma imperiale, con qualche possibile riferimento alla storia immediatamente precedente. Inoltre, il lasso di tempo individuato, i personaggi menzionati nel papiro, la presenza nella biblioteca di Ercolano della produzione di Seneca il vecchio, ci danno un’altra interessante conferma e dimostrano, in modo inequivocabile, che la Villa dei Pisoni, con essa la sua biblioteca, era un importante e vitale centro di studi fino a poco prima l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.». Chiaramente, dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali giunge la soddisfazione generale e particolare della direttrice delle Biblioteche e degli Istituti Culturali Paola Passarelli, la […]

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Attualità

Una nuova scoperta archeologica a Pompei, riemerge il calco di un cavallo

Recentemente è stata effettuata una nuova scoperta archeologica a Pompei, il calco integro di un cavallo è stato rinvenuto presso Civita Giuliana, nell’area settentrionale del sito archeologico di Pompei, al di fuori delle mura: si tratta di «un ritrovamento eccezionale che sta facendo il giro del mondo», come ha avuto modo di spiegare Dario Franceschini, ministro dei Beni Culturali, ancora più sorprendente perché avvenuto casualmente, nell’ambito di operazioni volte a captare alcuni passaggi segreti illecitamente realizzati dai “cacciatori di antichità”. Proprio al fine di individuare tali cunicoli clandestini utilizzati per il furto e il contrabbando di reperti antichi, da svariati mesi il Parco Archeologico di Pompei era al lavoro congiuntamente alla Procura della Repubblica di Torre Annunziata, agli investigatori del Comando Gruppo Carabinieri di Torre Annunziata e del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Napoli: un lavoro di squadra, dunque, il cui intervento di scavo, messo in atto nel corso delle indagini, ha consentito di recuperare la straordinaria sagoma integra di un cavallo pompeiano. L’operazione, infatti, ha fatto riemergere svariati ambienti di servizio di una grande villa suburbana eccezionalmente conservata e una tomba, risalente al periodo successivo al 79 d.C., con i resti inumati di un defunto, di sesso maschile, di età stimata tra i 40 e i 55 anni. Una nuova scoperta archeologica a Pompei, le parole degli archeologi «Tra i vari ambienti è emersa una stalla con resti equini» spiega Greta Stefani, archeologa: si tratta di una mangiatoia esclusivamente visibile mediante il proprio calco in gesso, giacché plausibilmente costruita in materiale deperibile. «L’individuazione di un vuoto causato dal deperimento del materiale organico all’interno dello strato denominato “tuono” – continua – ha consentito la realizzazione del calco in gesso»: la tecnica del calco, ideata a Pompei dall’archeologo Giuseppe Fiorelli nella seconda metà del XIX secolo e nuovamente sperimentata con successo da Massimo Osanna, direttore generale del Parco Archeologico, consiste proprio nel riempimento del vuoto di sedimento, prodotto dal deterioramento di materiale organico. La villa ha, altresì, restituito numerosi reperti, ovvero anfore, utensili da cucina e il calco di un letto.   Una nuova scoperta archeologica a Pompei, riemersa la sagoma integra di un cavallo pompeiano  Il cavallo è disteso sul fianco sinistro, volge lo sguardo dal fianco destro, ha un’altezza al garrese di circa 150 centimetri e i resti ossei ne denotano una discreta ossificazione correlabile a un esemplare adulto. L’esame autoptico della morfologia della sagoma, delle proporzioni, dell’altezza e dell’impronta dell’orecchio sinistro ha rilevato peculiarità che rendono ragionevole l’identificazione dell’animale con un Equus ferus caballus, piuttosto che con un mulo o un bardotto. Inoltre, in virtù del fatto che i cavalli antichi dovevano avere una taglia ridotta rispetto agli esemplari attuali, tale cavallo recuperato nel sito pare essere di notevoli dimensioni per l’epoca; a ciò si aggiunga che è stata rilevata la presenza di finimenti in ferro nell’area del cranio, muniti di borchie in bronzo. Alla luce di ciò, pare verisimile il ruolo e il valore elevato di tale animale, che indurrebbe a ipotizzare l’esistenza di esemplari altamente selezionati nell’area pompeiana nel lontano 79 […]

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Napoli & Dintorni

Leopardi bibliofilo: a Napoli riemergono carte inedite

La Biblioteca Nazionale di Napoli – che custodisce un pregevole archivio autografo di Leopardi – ha recentemente restituito una scoperta davvero preziosa: gli studiosi Marcello Andria e Paola Zito, infatti, scandagliando il corpus di manoscritti leopardiano, attraverso una laboriosa indagine interpretativa sono giunti all’eccezionale rinvenimento di un corposo quaderno di trentotto pagine totali contenente un elenco di note scritte dal poeta di Recanati, che proprio nel capoluogo campano, nel 1837, trovò la morte. Si tratterebbe di una lista inedita, autografa e autenticata, risalente agli anni giovanili del Recanatese (1816-1817), consistente in oltre cinquecentocinquanta annotazioni bibliografiche raggruppate per lettera, in approssimativo ordine alfabetico; sono commenti personali e critici, segnalazioni e annotazioni, molto spesso in latino, dei volumi che Leopardi, all’epoca solo diciannovenne e assetato di sapere, avrebbe voluto procurarsi. Possiamo intenderli come una sorta di comunicazione attiva tra il giovane recanatese e i testi che gli suggerivano percorsi di approfondimento e aggiornamento, nella sua esperienza intellettuale mai satura di nuove acquisizioni; dei veri e propri itinerari di lettura, insomma, desiderati e compilati. Nel documento si annotano opere a lui contemporanee, sia italiane che tedesche, francesi e olandesi. Ci troviamo di fronte a un “materiale laterale” rispetto ai manoscritti, che però rappresenta un vero e proprio bilancio intellettuale del poeta, che procede appuntando positivamente – ad esempio commentando “Questo lo annoto perché domani potrei avere interesse a leggerlo” – o negativamente, qualora il libro non sia stato di suo gradimento – come nel caso in cui scrive “I curatori non sono attendibili” o “Congettura lacunosa”; talvolta, infine, scrive una sorta di abstract sul contenuto e lo valuta. «L’elenco – così spiega Paola Zito, docente di biblioteconomia e bibliografia presso l’Ateneo Vanvitelliano – racconta il momento in cui Giacomo inizia ad essere infelice nella “dipinta gabbia” della pur ricchissima biblioteca paterna. Al giovane filologo non bastavano più cinquecentine e vecchi commentari. Voleva l’avanguardia della filologia, aveva bisogno di leggere Epicuro e Omero nelle più recenti edizioni. Esplode il conflitto con il padre che finora è stato regista della sua vita anche intellettuale. Qui le due strade si dividono. Siamo di fronte a una svolta irreversibile. Inizia il suo percorso individuale all’insegna dell’ansia. Ritiene di non essere aggiornato, di avere un enorme arretrato e viene invaso dall’ansia di recuperare. È il sentimento del bibliografo consapevole della non esaustività del suo lavoro. Vuole leggere studi critici di respiro europeo, testi che, come scrive riferendosi all’attimo della stampa, “gemevano sotto i torchi…” ovvero erano in procinto di essere pubblicati». Leopardi ha un desiderio onnivoro di conoscenza e vuole portare l’Europa nel «natio borgo selvaggio». La sete di acquisire “il nuovo” nel Leopardi saturo dei vecchi scaffali paterni Insomma, per il giovanissimo e brillante poeta non era più sufficiente la biblioteca paterna di Recanati, affollata di antichi testi sui quali egli stesso stava sgobbando da anni. Lui bramava quanto di più recente si stava redigendo: «Leopardi – aggiunge Marcello Andria, direttore del Centro bibliotecario di Ateneo dell’Università di Salerno e autore di numerosi contributi di scienze biblioteconomiche e bibliografiche […]

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Attualità

Tesoro vichingo riemerso grazie a un bambino

È di poche settimana fa la sorprendente notizia di una scoperta sui generis, avvenuta in Germania: non una équipe di specialisti, ma la curiositas di un archeologo dilettante e di un tredicenne ha consentito di far riemergere un tesoro vichingo di tutto rispetto, verosimilmente appartenuto al leggendario re Harald Blåtand, meglio conosciuto come Aroldo I “Dente Azzurro”, uno degli ultimi re Vichinghi e il primo sovrano a unificare, dal punto di vista sia politico che religioso, il frammentario regno di Danimarca, nel I sec. d.C. esteso alla sola penisola dello Jutland. La casualità del ritrovamento non sminuisce la sua portata: si tratta, infatti, di un rinvenimento notevole, che si compone di centinaia di monete d’argento, collane intrecciate, anelli, perle, spille e perfino un martello di Thor, il monile della mitologia norrena carico di significati simbolici, teologici o teorico-sapienziali. L’inattesa scoperta è stata effettuata dal giovane Luca Malaschnitschenko e dal suo insegnante René Schoen, entrambi appassionati di archeologia che, alla ricerca di tesori sull’isola di Rügen, nel Mar Baltico, setacciando con un metal detector un terreno agricolo, lo scorso gennaio hanno rinvenuto quello che dapprima era apparso un insignificante pezzo di alluminio e che, invece, si è poi rivelato essere, a un esame più accurato, un esemplare d’argento del prezioso “bottino”, vecchio di mille anni. I due, avendo intuito, dopo aver ripulito il reperto dai residui terrosi, di aver individuato qualcosa di notevole, si sono diretti all’istante presso l’Istituto Archeologico di Meclemburgo-Pomerania per far valutare la moneta da archeologi professionisti, i quali hanno immediatamente compresero che Luca e il professor René si erano imbattuti in un reperto di grande valore storico ed hanno conseguentemente stabilito di predisporre una spedizione per esaminare a fondo il campo dell’isola tedesca. Un raro e preziosissimo tesoro vichingo L’isolata e insolita scoperta, pertanto, stando ai media tedeschi, ha dato l’avvio a un’operazione ufficiale delle autorità archeologiche tedesche, partita nelle prime settimane di aprile 2018. Gli scavi, che si sono concentrati su un’area di 400 metri quadrati, hanno consentito in pochi giorni di far riaffiorare alla luce dal sito in analisi un vero e proprio tesoro, ricco di monili e suppellettili, che è stato ritenuto il patrimonio appartenente al sovrano Aroldo I, che regnò tra il 958 e il 986 sull’attuale Danimarca, sul Nord della Germania, sulla Svezia meridionale e su parte della Norvegia, presumibilmente occultato dal suo entourage dopo una sconfitta sul campo: il tesoro vichingo, pertanto, potrebbe essere stato sotterrato verso la fine degli anni ’80 del IX secolo quando, a causa di una rivolta capeggiata dal figlio Sweyn Barbaforcuta, Aroldo fuggì in Pomerania, dove morì nel 987. La moneta più antica del tesoro è risultata essere un dirham di Damasco risalente al 714 d.C.; mentre la più recente, pare sia un centesimo del 983 d.C. Si tratta di «Una scoperta unica nel suo genere», come l’ha definita la squadra di archeologi del Meclemburgo-Pomerania che ha condotto lo scavo dopo la segnalazione, diretta da Michel Schirren, intervistato dall’agenzia tedesca DPA: stando alle autorità tedesche, dunque, la fortuita […]

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Attualità

Cisti endometriosica, un disturbo femminile da conoscere e gestire

Cisti endometriosica, un mese per discutere dell’Endometriosi Il mese di marzo, che tradizionalmente omaggia la donna, è anche rivolto alla più diffusa consapevolezza, prevenzione e cura di un disturbo femminile alquanto diffuso, ovvero l’endometriosi. Difatti, dopo l’istituzione della prima Giornata Mondiale dell’Endometriosi nel marzo 2014, promossa su impulso di un progetto sorto negli Stati Uniti, si è resa consuetudinaria, per le associazioni relative alla malattia in oltre 50 capitali mondiali, incrementare nel mese di marzo le iniziative volte a una più capillare conoscenza e informazioni riguardo a tale patologia femminile. Anche l’Italia ha aderito alla Million Woman March for Endometriosis e quest’anno l’incontro si è svolto lo scorso 19 marzo a Roma; nell’arco di questo mese si sono susseguiti molteplici eventi, curati dalle volontarie dell’A.P.E. Onlus, in primis la Settimana Europea della Consapevolezza dell’Endometriosi, giunta nel 2018 alla sua dodicesima edizione. Sarebbe bene, dunque, avere un quadro più chiaro di questo disturbo e approfittare dell’interesse rivolto questo mese per dedicarsi maggiore spazio per eventuali controlli ed esami di approfondimento. Che cos’è l’endometriosi e quali sono i fattori di rischio  L’endometriosi o malattia endometriosica è una condizione cronica caratterizzata dalla presenza anomala del tessuto che ricopre la parete interna dell’utero, chiamato appunto endometrio, in sedi in cui quest’ultimo non dovrebbe normalmente trovarsi, ovvero al di fuori dell’utero. Durante l’arco del ciclo mestruale, l’endometrio ectopico subisce, a opera degli estrogeni prodotti dall’ovaio, le stesse modificazioni dell’endometrio uterino, dunque il tessuto installatosi in sede anomala può produrre un sanguinamento interno: ciò, dando luogo alla nota cisti endometriosica, infiammazioni croniche degli organi, tessuto cicatriziale, aderenze e talvolta infertilità, rappresenta la causa dei sintomi e dei segni clinici che contraddistinguono la patologia. L’endometriosi può colpire donne di qualsiasi età; tuttavia, dimostra di avere una particolare predilezione per i soggetti femminili in età fertile tra i 30 e i 40 anni. Essa, inoltre, rappresenta una delle cause più comuni di dolore cronico pelvico femminile: di conseguenza, l’infiammazione dei tessuti interessati dalla patologia può incidere fastidiosamente sulla qualità di vita della donna, giacché il dolore correlato invalida lo svolgimento delle attività quotidiane, i rapporti interpersonali e di coppia. Purtroppo, frequentemente tali dolori possono essere scorrettamente associati alla sindrome del colon irritabile o a stress: proprio per questo è indispensabile una diagnosi tempestiva. Tuttavia, l’endometriosi resta ancora oggi in gran parte poco conosciuta, nonostante il grande interesse clinico che suscita e la sua elevata incidenza: secondo le più attendibili ricerche statistiche effettuate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, il numero di donne affette da malattia endometriosica rappresenterebbe il 6-10% della popolazione generale di sesso femminile, per un totale di circa 3 milioni di donne affette in Italia, di circa 14 milioni in Unione Europea e di circa 150 milioni in tutto il mondo. Secondo gli esperti, costituiscono fattori di rischio l’assenza di gravidanze, il menarca in età precoce, la menopausa in età molto avanzata, i cicli mestruali brevi, gli alti livelli di estrogeni, il consumo ingente di alcool e la presenza di anomalie uterine. Consigli di stile di vita sano per […]

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Attualità

March for Our Lives, marcia contro le armi negli States

Si è svolta il 24 marzo 2018 a Washington DC la folta marcia statunitense di protesta contro le armi, nel contesto della March for Our Lives, una dimostrazione guidata dagli studenti, con oltre 800 eventi di fratellanza in tutti gli Stati Uniti e in tutto il mondo. Una vera e propria marea umana si è snodata attraverso la Pennsylvania Avenue e ha pacificamente sfilato in nome della vita e della pace, al grido di «Never again!»  Stando all’Associated Press, pare non si ricordasse una simile mobilitazione e una tale salda partecipazione giovanile dai tempi del “No alla guerra in Vietnam”. Il corteo – di oltre 800mila persone secondo il Washington Post, più altre centinaia di migliaia in 836 città degli Stati Uniti – è stato promosso da un gruppo di studenti del liceo di Parkland, in Florida, nel quale lo scorso 14 febbraio 17 persone sono state uccise con armi automatiche da un ex studente affetto da turbe psicotiche. Non solo studenti, insegnanti e genitori, ma soprattutto i sopravvissuti alle stragi nelle scuole che hanno sconvolto l’America negli ultimi tempi sono scesi nelle strade di Washington per la manifestazione, culminata proprio dinanzi alla Casa Bianca. La marcia è stata predisposta per settimane da tutti i sostenitori del non soddisfacente contributo della Casa Bianca e del Congresso rivolto a un’effettiva limitazione del proliferare di armi, gli strumenti che concretamente hanno consentono il verificarsi dei terribili massacri; la protesta, dunque, oltre ad avere quale obiettivo polemico del corteo la potente lobby delle armi, ossia la National Rifle Association, ha inteso richiedere al governo americano di rivedere la legge che regola l’utilizzo delle armi nel Paese, affinché siano rese più stringenti le norme sull’acquisto di pistole e fucili. March for Our Lives, le testimonianze più struggenti della marcia  Molte mamme hanno sfilato con le foto dei loro figli, uccisi in quella che dovrebbe presumibilmente essere la tranquilla vita scolastica di tutti i giorni: l’appello «Siamo bambini, non bersagli», ha campeggiato su uno dei molti striscioni. Hanno animato la March for Our Lives due interventi molto toccanti da parte di giovanissime donne: Emma Gonzalez, sopravvissuta alla strage di Parkland, e Yolanda Renee King, la nipote di soli 9 anni di Martin Luther King, entrambe assurte ormai a simbolo della protesta contro la violenza. Nonostante i suoi 16 anni, Emma non ha avuto alcuna esitazione nel deplorare i meschini interessi legati alle armi e urlare «Vergognatevi!» al presidente Trump e alle potenti lobby; con uno struggente silenzio di 6 minuti e 20 secondi – la durata del massacro in cui i suoi compagni hanno perso la vita – diventato potentemente virale, ha spiazzato e emozionato tutti. Emma è riuscita a salvarsi, ma ora pretende a gran voce che la sua vita e quella di tutti gli altri studenti non sia più in pericolo; proprio come Yolanda, il cui sogno è quello di «Un mondo senza armi». Le voci delle due ragazze sono state quelle di maggiore impatto tra le altre susseguitesi sul palco, ma nel fiume […]

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Cucina & Salute

Ricette con il melograno a Natale: due specialità per stupire!

Il frutto del melograno, che giunge a maturazione a partire dal mese di ottobre, è un vero e proprio toccasana per la salute; dal latino malum, “mela”, e granatum, “con semi”, custodisce al suo interno numerosi chicchi color rosso rubino dal gusto leggermente acidulo. Si tratta di una pianta originaria dell’Asia sud-occidentale, diffusa nell’area costiera del Mediterraneo da Fenici, Greci, Romani e in seguito dagli Arabi: la denominazione del genere, “Punica”, deriva infatti dal nome romano della regione geografica costiera della Tunisia e della omonima popolazione, altrimenti chiamata cartaginese, di estrazione fenicia, che colonizzò quel territorio nel VI a.C.; le piante furono così nominate perché a Roma i melograni giunsero proprio da quella regione. Era apprezzata anche dagli Egizi, per i quali il melograno era considerato un pomo medicamentoso per le sue proprietà terapeutiche. Il suo frutto, ma anche i suoi semi e il suo fiore, sono associati nelle civiltà antiche alla fecondità: nell’antica Grecia la pianta di melograno era considerata sacra a Venere e a Giunone, divinità tradizionalmente associate alla femminilità e alla fertilità; attributo della Grande Madre, regina del Cosmo, la melagrana era simbolo sia di fecondità che di morte, tant’è che si sono ritrovate melagrane di argilla nelle tombe greche dell’Italia meridionale. Anche la Bibbia, nel Cantico dei Cantici, le attribuisce un significato estetico e poetico, di speranza e fecondità. Giunto nel corso dei secoli in Europa e introdotto in America Latina dai colonizzatori spagnoli nel 1769, il melograno rappresenta oggi, nella stagione autunnale e invernale, una specialità locale ricca di benefici. La melagrana, infatti, è tra i frutti più ricchi di antiossidanti, in particolare di flavonoidi, in grado di contrastare l’azione dei radicali liberi e prevenire l’invecchiamento precoce; è, inoltre, una preziosa fonte di vitamine A, B, C ed E, utili alleate contro i malanni stagionali; il melograno racchiude anche sali minerali fondamentali, quali il manganese, il potassio, lo zinco, il rame e il fosforo. La composizione di questo prezioso frutto si completa con acqua, zuccheri e fibre: il suo notevole contenuto di acqua e potassio lo rende un alimento utile per depurare l’organismo e per stimolare la diuresi. Infine, il melograno è benefico per il sistema immunitario, aiuta a controllare i livelli di colesterolo e a ridurre la pressione sanguigna. Il melograno in cucina. Ricette con il melograno a Natale Oltre alla preparazione di succhi, frullati e dolci, il melograno si abbina perfettamente anche a piatti salati, come le insalate di cavolo rosso e quelle di cereali: ad esempio, i chicchi di melagrana sono un ingrediente davvero gustoso da abbinare alla frutta secca per preparare il couscous, o al farro; risulta molto piacevole anche l’accostamento con il pesce. Vi proponiamo due sfiziose ricette, per apprezzare al meglio i suoi chicchi così intensi e saporiti. Linguine agli scampi e melograno 500 g di scampi 100 g di chicchi di melograno 1 spicchio di aglio 50 g di brandy Una manciata di pomodorini ciliegino Qualche fogliolina di rucola Basilico q. b. Sale integrale q. b. Pepe rosa q. b. […]

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Notizie curiose

Natale nel mondo: usi, tradizioni e curiosità

Immersa nello spirito incantato dell’inverno, la festività del Natale è accompagnata da uno specifico folclore sociale e religioso, variabile da paese a paese; numerose pratiche e simboli natalizi, quali l’albero, il ceppo, l’agrifoglio, il vischio, la stella di Natale e lo scambio di doni, erano già presenti nelle tradizioni del solstizio invernale dei popoli nordici prima dell’introduzione del Cristianesimo. In particolare, i doni conservano un aspetto fondamentale e universale nelle usanze natalizie: capillarmente diffusa in tutto il globo è, infatti, la mitica figura del dispensatore di regali ai bambini, che trae origine da San Nicola di Myra, vescovo di IV secolo, venerato dalla chiesa cattolica e ortodossa, variamente denominato, di cui ancora oggi i personaggi di Santa Claus e Sankt Nicolaus conservano il nome nei paesi nordeuropei.  In Germania, il sovracitato Sankt Nikolaus la notte tra il 5 e il 6 dicembre viaggia in groppa a un asino con il suo grosso sacco per depositare i regali negli stivali che i bambini hanno posto davanti alle porte delle loro case la sera precedente; San Nicola è accompagnato da Knecht Ruprecht, il suo assistente, vestito di abiti scuri, ricoperto di campane e con la barba sporca, che reca con sé un bastone o una piccola frusta per punire i bambini che si sono comportati male. In Svezia, dal 1966, ogni anno al principiare dell’Avvento è eretta una capra di paglia alta 13 metri nel centro della Piazza del Castello di Gävle. La capra è un simbolo scandinavo fin da prima della nascita delle tradizioni legate al Natale e rientra nel folklore nordico legato allo Yule, la festa pagana a cui quella cristiana del Natale si è sovrappone. Una leggenda racconta che il dio Thor viaggiasse nel cielo a bordo di un carro trainato da due capre e che ogni sera le uccidesse per mangiarle, resuscitandole poi il giorno successivo. Purtroppo, delle cinquanta versioni della capra erette fino all’anno scorso, 39 sono state bruciate illegalmente prima che arrivasse il Natale, nonostante i tentativi delle autorità cittadine di proteggerle. In Austria e nelle zone di lingua tedesca, i Krampus, caratteristici diavoletti complici di San Nicola, vagano per le vie della città e spaventano i bambini, minacciando di catturare quelli cattivi; durante la prima settimana di dicembre, molti giovani si travestono da Krampus, terrorizzando i bambini con campane e catene cigolanti. In Norvegia ha luogo una curiosa tradizione del Natale: nel giorno della vigilia, i Norvegesi sono soliti nascondere le loro scope, giacché, secondo un’antica leggenda norvegese, durante la notte di Natale escono allo scoperto anche streghe e spiriti malvagi insieme a Santa Claus, alla ricerca di scope da cavalcare; da qui deriva l’usanza di proteggerle in un posto sicuro, affinché le presenze maligne si serbino lontane dalle calde dimore della gelida Norvegia. Le tradizioni del Natale oltre l’Europa In altre aree del mondo, il Natale è celebrato mediante riti del tutto diversi da quelli specificamente europei. Nelle Filippine, il sabato prima della vigilia di Natale, nella città di San Fernando, ha luogo il Festival […]

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Culturalmente

Terme di Caracalla in 3D: i vantaggi della realtà aumentata

A partire dal 20 dicembre 2017, il percorso delle Terme di Caracalla sarà consolidato dalla disponibilità di speciali visori, che consentiranno una visione tridimensionale degli ambienti, ricostruiti nella loro architettura e decorazione originarie, al fine di fornire una vista competa del sito a 360°; tale innovativo strumento di potenziamento alla visita è stato presentato dalla Soprintendenza speciale di Roma Archeologia/Belle Arti/Paesaggio, guidata da Francesco Prosperetti ed è intitolato «Caracalla IV dimensione/ Immergetevi nelle Terme più belle del mondo». Il progetto, coordinato da Francesco Cochetti di CoopCulture con l’ideazione tecnologica di Francesco Antinucci del Consiglio Nazionale delle Ricerche, frutto di un meticoloso lavoro storico e scientifico, assorbe ricerche e scavi trentennali riguardanti il sito archeologico, promossi per iniziativa dell’attuale direttrice Marina Piranomonte. «Grazie alla tecnologia – chiarisce il soprintendente Prosperetti – dotiamo le Terme di Caracalla di un indispensabile supporto per consentire di vedere non solo gli spazi, ma anche gli strabilianti apparati e gruppi scultorei che decoravano gli ambienti antichi»: le Terme di Caracalla diventano, così, il primo grande sito archeologico italiano interamente fruibile in 3D. Le Terme di Caracalla come le vedevano i romani: indietro nel tempo con il 3D I visori tridimensionali saranno a disposizione all’ingresso a un costo di 7 euro, pari a quello delle normali audioguide; la tecnologia del visore si basa su un cellulare di ultima generazione dotato di un software innovativo, che consentirà di scegliere un punto delle dieci tappe indicate nella mappa per ritrovarsi in un vero e proprio video-intrattenimento totalizzante, sia culturale che spettacolare. «Si parte con una dotazione di 30 visori, ma l’idea – spiega Giovanna Barni, presidente di CoopCulture – è aumentarne il numero in vista dell’estate; nel tempo si potrebbero aggiungere anche game e mappe digitali». L’applicazione della realtà aumentata permetterà, dunque, un costante confronto tra la realtà contemporanea delle rovine e la ricostruzione virtuale. Enormi e spettacolari, adorate dagli antichi romani che a migliaia le affollavano ogni giorno, queste grandiose terme pubbliche furono fatte costruire dall’imperatore Caracalla sul Piccolo Aventino tra il 212 ed il 216 d.C., destinate principalmente ai residenti della I, II e XII regione augustea, ovvero l’area compresa tra il Celio, l’Aventino e il Circo Massimo. Le Terme di Caracalla nei secoli hanno rappresentato una miniera di tesori a cielo aperto: le numerose opere d’arte ivi rinvenute nel corso dei vari scavi sono, infatti, andate disperse nelle piazze e nei palazzi nobiliari di tutta Italia, soprattutto nel Rinascimento. Di queste, le tre gigantesche sculture Farnese, il Toro, la Flora e l’Ercole, unitamente alla vasca in porfido rosso del frigidarium, si trovano ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli; il mosaico policromo con ventotto figure di atleti, scoperto nel 1824 nell’emiciclo di una delle palestre, è ai Musei Vaticani; due grandi vasche di granito recuperate dal complesso si trovano attualmente nel cortile del Belvedere, presso i Musei Vaticani; il secondo Ercole è alla Reggia di Caserta, mentre le colonne della Biblioteca delle Terme si trovano dal XII secolo a Santa Maria in Trastevere; infine, la Colonna […]

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Culturalmente

Parco Archeologico di Baia: disvelati nuovi mosaici

Sono da poco riaffiorati nella loro unica preziosità due nuovi mosaici, svelati dallo splendido Parco Archeologico di Baia, parco sommerso meta quotidiana di appassionati di archeologia subacquea: molto presto impreziosiranno i percorsi di questa “Atlantide campana” un meraviglioso mosaico bicromo, in bianco e nero, raffigurante due guerrieri, riconducibile all’epoca della Villa a Protiro, dunque databile intorno al IV secolo d.C., e un altrettanto straordinario mosaico policromo, ancora di dubbia datazione, ma probabilmente connesso con la Villa dei Pisoni, dunque presumibilmente risalente al I secolo a.C. I due mosaici riemergono solo ora dopo essere stati celati dai sedimenti marini millenari, che hanno contribuito a preservarne intatta la condizione. Il loro ritrovamento è stato ufficializzato il 4 novembre scorso dalla soprintendente Adele Campanelli nell’ambito dell’Archeo Camp 2017, la tavola rotonda conclusiva della Settimana dell’Archeologia Subacquea nei Campi Flegrei, organizzata dal Centro Sub Campi Flegrei, con la collaborazione di PADI EMEA e DAN Europe. La singolare scoperta nel parco sommerso, presentata grazie alle foto esclusive di Pasquale Vassallo e realizzata dal nucleo subacqueo coordinato da Luciano Muratgia, ha dato modo ai sindaci di Pozzuoli, Vincenzo Figliolia, e di Bacoli, Giovanni Picone, di sottolineare le potenzialità turistiche del distretto flegreo: la realtà aumentata, attraverso l’impiego di tablet subacquei e proiezioni 3D, potrebbe dare un ulteriore impulso al sito, che già vanta una crescita annua – che si aggira tra il 20 e il 30%, stando ai dati della Soprintendenza – di turisti provenienti perfino da Giappone, Cina, Vietnam e Stati Uniti, affascinati dall’eventualità di un salto sottomarino nel tempo.  Olltre al parco sommerso: un po’ di storia del sito del Parco Archeologico di Baia Il parco sommerso, ubicato tra il litorale di Bacoli e Pozzuoli, in un’area marina declinante dalla riva fino ad una profondità di circa 15 metri, custodisce un patrimonio eccezionale ed unico al mondo, velato sotto la costa dei Campi Flegrei e conservatosi per anni a causa dello sprofondamento dell’antica fascia costiera: l’area flegrea, infatti, è interessata dal fenomeno del bradisismo, legato al vulcanismo e consistente in un periodico abbassamento o innalzamento del livello del suolo, dovuto a variazioni di volume di una camera magmatica vicina alla superficie o a variazioni di calore che influiscono sul volume dell’acqua contenuta nel sottosuolo; a causa di tale fenomeno, tutti gli edifici dell’originaria costa flegrea sono stati sommersi. Si tratta di siti di enorme importanza in epoca romana, allorquando Pozzuoli era la più celebre città commerciale, Baia la più famosa località residenziale e Miseno la sede della flotta militare; già il poeta latino Orazio così descriveva tale patrimonio: «Nessuna insenatura al mondo risplende più dell’amena Baia». I primi ritrovamenti di reperti archeologici avvennero negli anni ’20 del Novecento, quando, in occasione dell’ampliamento della banchina del porto, furono portati alla luce sculture, elementi architettonici e fistule aquarie con bolli imperiali, mentre alcune foto aeree effettuate dal pilota Raimondo Baucher evidenziarono, nello specchio antistante il lago Lucrino, l’area archeologica sommersa del Portus Iulius. Tuttavia, solo negli anni ’60 si avviò la prima campagna di rilevamento archeologico subacqueo, mentre nel […]

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Cucina & Salute

Ricette con la Zucca: l’ortaggio che colora le tavole autunnali

La zucca è indubbiamente la protagonista più colorata e versatile delle nostre tavole autunnali, nelle sue molteplici varianti, tutte in eguale misura ricche di proprietà nutrizionali particolarmente benefiche per l’organismo. Appartenente alla famiglia delle Cucurbitacee e originaria del Messico, dove sono stati ritrovati i semi più antichi, risalenti al VII sec. a.C., la zucca è stata diffusa dai coloni spagnoli in seguito alla scoperta dell’America e importata dal Nuovo Continente in Europa a partire dal 1500, insieme al pomodoro e alla patata: nel nord America, infatti, la zucca costituiva l’alimento basilare della dieta degli Indiani, dai quali, appunto, i coloni europei appresero a coltivarla. In Italia è ampiamente coltivata e consumata, costituendo l’ingrediente base di svariati piatti; essa è, inoltre, impiegata non solo in cucina, ma anche in medicina e in cosmesi, ad esempio nella preparazione di maschere e creme fai da te, emollienti per il corpo e fortificanti per capelli ed unghie fragili. Si tratta di un ortaggio molto ricco di varietà, per forma e colore: le specie più note sono la cucurbita maxima, molto voluminosa, farinosa e dolciastra, e la cucurbita moschata, dalla forma allungata, di medie dimensioni e dalla polpa più tenera. La zucca cruda si conserva nello scomparto delle verdure del frigo, coperta dalla carta trasparente, ma con l’accortezza di consumarla entro pochi giorni; se invece si preferisce congelarla, occorrerà raschiare la buccia, sminuzzare la polpa a dadini e sbollentarla. Le sue virtù sono molteplici, nondimeno ogni ricetta risulterà non solo salutare, ma anche invitante: gli ottimi valori nutrizionali unitamente alle cospicue proprietà benefiche per il corpo e la sua salute, rendono, infatti, la zucca un ortaggio eccellente, da consumare con frequenza nella stagione autunnale. Grazie al bassissimo contenuto sia glucidico che lipidico, alle notevoli percentuali di fibre, vitamine B e C, di sali minerali, soprattutto calcio, fosforo, potassio, zinco, selenio e magnesio, e all’ingente contenuto d’acqua, di cui è composta per circa il 90%, la zucca si presta validamente al consumo nelle diete ipocaloriche e in quelle dei pazienti diabetici: 100 grammi di zucca, infatti, apportano sole 26 kcal. La polpa risulta un vero scrigno di mucillagini, pectine e preziosi carotenoidi, noti per le loro eccellenti doti antiossidanti, in grado di contrastare l’insorgenza dei radicali liberi e conseguentemente prevenire lo sviluppo delle patologie cardiovascolari; la folta presenza di grassi buoni Omega-3 la rendono un’alleata ideale per la riduzione di colesterolo e trigliceridi ematici e per l’abbassamento della pressione sanguigna. L’elevato contenuto di fibre e acqua favorisce il corretto funzionamento del transito intestinale, contribuisce a ridurre l’assorbimento degli zuccheri nel sangue, agevola la diuresi e risulta particolarmente valido nel contrastare la ritenzione di liquidi e tossine trattenuti dall’organismo; la presenza di magnesio e triptofano, un amminoacido coinvolto nella produzione della serotonina, facilita il rilassamento muscolare e apporta benefici umorali. I semi, inoltre, risultano ricchi di fitosteroli, olii grassi, melene e fitolecitina; essi, inoltre, grazie alla presenza di cucurbitina, hanno una funzione terapeutica contro la tenia echinococco, meglio conosciuta come “verme solitario”, favorendone il distacco dalla parete […]

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Culturalmente

Salvator Mundi: cifra da record per il discutissimo dipinto

Recentemente il dipinto pseudo-davinciano Salvator Mundi è stato venduto all’asta per l’esorbitante cifra di 450 milioni di dollari – equivalente di circa 381 milioni di euro – aggiudicandosi, in tal modo, il primato di opera d’arte più costosa della storia del mercato dell’arte, dopo aver spodestato i 300 milioni di dollari pagati per Interchange di Willem De Kooning, venduto nel 2015. Preceduta da una poderosa campagna pubblicitaria, che ha condotto il quadro in numerose esposizioni in giro per il mondo, l’asta del 15 novembre 2017 è stata avvincente e senza precedenti: organizzata a New York da Christie’s, una delle più grandi case d’asta del mondo, ha sorpreso anche i più esperti per le cifre che ha raggiunto. Nella dorata sala d’aste nel cuore di una Big Apple in tilt e munita di incredibili misure di sicurezza, alla presenza di svariati vip prenotati per assistere e partecipare alla storica aggiudicazione, al lotto numero 9 si è svolta una gara estenuante tra diversi offerenti, durata circa 19 minuti: dai 75 milioni di dollari di partenza, le offerte si sono avvicendate senza tregua, con rilanci di diverse decine di milioni di dollari. Come ha dichiarato il New York Times, il martelletto definitivo è stato battuto sull’offerta vincente giunta da Alex Rotter, un dirigente di Christie’s, rappresentante di un compratore il cui nome non è stato rivelato. La storia travagliata del Salvator Mundi  Il Salvator Mundi ha una vicenda complessa, che si intreccia con quella delle sue numerose copie: innanzitutto, si tratta di un dipinto a olio su tavola di 66×46 cm, raffigurante frontalmente e a mezza figura Gesù Cristo, come tipico dell’iconografia – si pensi all’omonimo dipinto di Antonello da Messina – con la mano destra benedicente e la sinistra reggente un globo, simbolo del suo potere universale. Lo stato di conservazione e la superficie pittorica non permettono una perfetta lettura del dipinto, sebbene la raffinatezza esecutiva tradisca la mano di un pittore sapiente. Postulando una paternità davinciana, è plausibile che Leonardo abbia realizzato l’opera per un committente privato a Milano, poco prima di abbandonare la città, nel 1499, per la caduta degli Sforza; del quadro restano alcuni studi, i più noti dei quali sono i due disegni di drappeggi conservati nella Royal Collection presso il Windsor Castle. Persesi le tracce del dipinto, la sua memoria rimase affidata all’incisione eseguita nel 1650 da Wenceslaus Hollar. Se ne persero poi le tracce dal 1763 al 1900, quando fu acquistato da Sir Charles Robinson come opera di Bernardino Luini, seguace di Leonardo. Il quadro ricomparve in una piccola vendita all’asta nel 1958, dove fu acquistato per 45 sterline; in seguito scomparve nuovamente per 50 anni, fino al 2005, quando riaffiorò sul mercato. Il dipinto nel 2011 è stato autenticato da alcuni tra i suoi maggiori studiosi, in occasione della mostra svoltasi presso la National Gallery di Londra, intitolata “Leonardo da Vinci: Painter at the Court of Milan”; nel catalogo della mostra inglese, Luca Syson, curatore dell’esposizione, aveva ipotizzato che Leonardo avesse realizzato il dipinto per la famiglia reale […]

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Culturalmente

Qalatga Darband: riemerge in Iraq un forte macedone

È stata recentemente riportato alla luce nel nord dell’attuale Iraq, da una squadra di archeologi del British Museum, il sito di Qalatga Darband, avamposto macedone presumibilmente fondato nel 331 a.C., nel periodo ellenistico, dall’immenso condottiero Alessandro Magno. Perse le tracce di tale “città perduta”, la relativa pace stabilitasi nella regione dopo circa un trentennio di episodi bellici, unitamente alla recentissima tecnica dei droni che ha consentito di scattare fotografie in grado di penetrare nel sottosuolo, hanno permesso di far riemergere in tutto il suo splendore questa città-fortezza munita di templi e vigneti. Affacciata sulle rive del lago artificiale Dokan, nella provincia di Sulaimaniya nel Kurdistan iracheno, doveva trattarsi, stando alle fonti, di un centro vinicolo piuttosto noto e di gran reputazione, base di appoggio per i soldati e i mercanti in transito tra Iraq e Iran. La città di Qalatga Darband era già stata individuata negli anni ’90 Si tratta di un sito individuato già nel 1996 attraverso la declassificazione di immagini aeree acquisite da satelliti sovietici, per ovvi scopi militari, durante la Guerra Fredda; tuttavia, la situazione politico-militare dell’area, all’epoca dominata dalla dittatura del leader iracheno Saddam Hussein, non avrebbe in alcun modo consentito di preporre interessi culturali e archeologici allo stato di guerra perdurante, prolungatosi fino all’invasione degli Stati Uniti nel 2003 e alle successive e disastrose scorrerie dell’Isis. Grazie alla finestra di relativa quiete nell’area, così martoriata dai conflitti precedenti, gli studiosi londinesi hanno messo a frutto un copioso finanziamento volto al recupero dei millenari tesori iracheni minacciati dagli eventi bellici e dall’avvento dell’Isis; dunque, servendosi di tecniche all’avanguardia basate sull’impiego di droni e dopo aver individuato il perimetro della città sepolta sotto secoli di detriti, hanno identificato con cura il luogo esatto di escavazione e iniziato un programma di estrazione e protezione dei beni archeologici del luogo, coadiuvati da archeologi iracheni. Le fotografie aeree dei droni sono risultate decisive nel disvelamento del sito «La nuova tecnica messa a punto dagli studiosi britannici, non ancora impiegata in ambito archeologico, si fonda sull’analisi dei segni dei raccolti agricoli» spiega il professor John McGinnis, direttore dell’Iraq Emergency Heritage Programme, al Times di Londra. «Nei punti in cui ci sono mura sotterranee, il grano non cresce bene come altrove, per cui si notano diversità di colori nelle coltivazioni». Identificato il sito di Qalatga Darband – il cui nome in curdo significa “castello del valico montano” – da un iniziale edificio rettangolare riemerso, sono stati via via rinvenuti vari reperti di notevole interesse: due statue, una di una figura femminile identificata con Persefone, divinità legata ai cicli dell’agricoltura e all’alternarsi delle stagioni, l’altra di un nudo maschile, in cui parrebbe individuarsi Adone, figura connessa alla rinascita, alla fioritura e alla fertilità. È stato poi possibile tracciare una sorta di mappa della città, attraverso il rinvenimento di ulteriori reperti e seguendo il perimetro di abitazioni, empori, monumenti e complessi presumibilmente adibiti alla lavorazione di olio e vino. «Pensiamo che fosse una cittadina con una vigorosa attività economica sulla strada fra Iraq e Iran», aggiunge il […]

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Culturalmente

Monna Lisa e il mistero della versione senza veli al Musée Condé

Presso il Musée Condé nel castello francese di Chantilly, è custodita una versione senza veli del celebre ritratto di Monna Lisa, di Leonardo Da Vinci. Si tratta di un disegno a carboncino con pigmenti bianchi su un doppio foglio di 72 centimetri, senza firma, raffigurante un nudo femminile impressionantemente rassomigliante alla Gioconda, parte della collezione privata di Henri d’Orléans, duca d’Aumale, donata dell’artista al Musée Condé di Chantilly nel 1897. L’opera è stata recentemente trasferita nei laboratori del Centre de Recherche et de Restauration des Musées de France, nel Museo del Louvre, dove i ricercatori, mediante la riflettografia, i raggi infrarossi, la luce rasente, la radiografia e la fluorescenza ai raggi X, stanno effettuando una minuziosa indagine iconografica per valutare se la mano che l’ha ritratta sia la stessa del quadro più famoso del mondo. Benché i risultati non siano ancora stati ufficializzati, alcune indiscrezioni diffuse da “Le Figaro” avrebbero dichiarato che la rilevazione di una serie di dettagli confermerebbe il coinvolgimento dello stesso Leonardo nella sua esecuzione, o almeno la sua bottega. Stando sempre alle tesi del quotidiano francese, le prime verifiche effettuate con il radiocarbonio avrebbero assicurato la datazione dell’opera fra il 1485 e il 1638: un lasso di tempo ancora troppo vasto per valutare se la tela, conosciuta come Monna Vanna, sia posteriore o anteriore alla celebre Gioconda dipinta tra il 1503 e il 1506, e se possa perfino essere considerata una bozza preparatoria della celebre opera eseguita dal genio del Rinascimento, di cui ha più o meno le stesse dimensioni (72 centimetri per 54). I ricercatori del Louvre concordano con la realizzazione del disegno di Chantilly nella bottega di Leonardo, ma senza ancora sbilanciarsi sulla presenza o meno della mano del genio toscano nel ritratto. Le varie riproduzioni della Monna Lisa e le indagini sul disegno rinvenuto al Musée Condé Effettivamente esistono, nel mondo, oltre venti riproduzioni successive della Monna Lisa, tra le quali la più nota è stata realizzata da un allievo di Leonardo, Gian Giacomo Caprotti, denominato il Salai che, secondo alcuni critici, sarebbe stato l’amante del proprio maestro e avrebbe ispirato il celebre sorriso del dipinto. Si aggiungano poi la cosiddetta Gioconda svizzera e la Gioconda di San Pietroburgo, raffiguranti una Monna Lisa più giovane e con due colonne ai lati: da un’osservazione degli elementi strutturali, i due dipinti della Gioconda giovane parrebbero anch’essi di un pittore leonardesco della medesima bottega, anche se la vicinanza al maestro pare notevole. L’opera rappresenta tradizionalmente Lisa Gherardini, ovvero “Monna” Lisa, moglie di Francesco Del Giocondo, benché tale apparentemente facile identificazione sia stata in realtà molto dibattuta dalla storiografia artistica. Il dipinto seguì Leonardo fino alla sua morte in Francia e fu ritoccato per molti anni dall’artista. Altre identificazioni proposte, nel tempo, sono state Caterina Sforza, la sorellastra Binaca, la madre stessa di Leonardo, Isabella D’Aragona. Fu Leonardo stesso a portare con sé in Francia, nel 1516, la Gioconda, che potrebbe essere stata poi acquistata, insieme ad altre opere, da Francesco I; successivamente, Luigi XIV fece condurre il dipinto a Versailles, ma la la Rivoluzione francese […]

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Culturalmente

Grekopedìa: arriva l’app a tutela del grecanico

Il Parco Culturale della Calabria Greca, nell’ambito del piano di sviluppo locale Nèo Avlàci e in sinergia con il gruppo di azione locale Area Grecanica, ha recentemente lanciato sugli store Android e iOS l’app Grekopedìa, un progetto di Civic Digital Library, volto alla promozione e alla salvaguardia del greco di Calabria. L’applicazione permette di ricercare documenti di testo, file di immagine, audio e video, di visionare il programma degli eventi culturali della Calabria Greca e di consultare il Dizionario Online Italiano/Greko e Greko/Italiano, un utile strumento ai fini dell’apprendimento e dell’uso del grecanico. La comunità grecanica calabrese, infatti, è riconosciuta come una delle dodici minoranze linguistiche d’Italia, definita storica e tutelata dall’art. 2 della legge 482/1999 e, insieme all’arbëreshë e all’occitana, è una delle tre minoranze storico linguistiche Calabresi. Grekopedìa: un viaggio nel tempo alla scoperta delle radici elleniche  Le radici greche in Calabria sono molto remote: l’influenza ellenica ha il via con la colonizzazione della Magna Grecia, a partire dall’VIII secolo a.C., per connotarsi fortemente nel periodo bizantino ed ufficializzarsi definitivamente con il Ducato di Calabria nel X secolo. Risale a quest’epoca la costruzione di numerosi monasteri in luoghi spesso isolati e inaccessibili; tipica dell’epoca era, inoltre, la tendenza allo spopolamento degli insediamenti costieri verso la montagna, con il conseguente sorgere di borghi arroccati tra le valli dell’Aspromonte; la principale fonte di ricchezza era la coltura del gelso, smerciata soprattutto nella Sicilia Araba. Nell’XI secolo i Normanni avviarono la graduale conquista dei Themi Bizantini, fino alla definitiva conclusione del dominio bizantino del Sud d’Italia nel 1071. Per tutte queste vicissitudini, l’area grecanica presenta un contesto socio-culturale unico nel panorama antropologico del mediterraneo, giacché la grecizzazione e la presenza bizantina hanno lasciato un segno ancora tangibile nelle caratteristiche del territorio: la principale peculiarità sta nell’aver custodito, nell’isolamento delle montagne, ciò che per secoli è stato patrimonio comune di gran parte della regione e del Sud Italia, salvaguardando tuttora la testimonianza di un microcosmo culturale essenzialmente ellenofono. Tuttavia, benché il processo di latinizzazione culturale e linguistico abbia sempre trovato in quest’area una forte resistenza, la cultura greca finì con il connotarsi lentamente come subalterna.  Le comunità locali si conservarono ellenofone fino al XV secolo, ma i successivi avvenimenti storico-sociali accentuarono la marginalità di quest’area e, con l’Unità nazionale, la lingua entrò in crisi, limitando la Calabria ellenofona all’attuale area grecanica; nei secoli XIX e XX si aggiunsero la massiccia emigrazione e il progressivo spopolamento delle aree interne.  La riscoperta del grecanico e il lancio di Grekopedìa per la tutela del patrimonio linguistico  L’interesse di storici e filologi sulla lingua e sulla letteratura dialettale della prima metà del ‘900 incentivarono la riscoperta del patrimonio etno-antropologico e linguistico delle comunità greche di Calabria. Tuttavia, tale patrimonio linguistico rischia di offuscarsi tra le generazioni più giovani: pertanto, al fine di fornire uno strumento agile e di facile consultazione per agevolare l’apprendimento e l’uso della lingua, è nata l’idea di creare l’applicazione per smartphone Grekopedìa e un dizionario online in Greco di Calabria, sfruttando a tal proposito i […]

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Napoli & Dintorni

Emporio solidale: quando la valuta è il volontariato

Si chiama “Arca, Emporio della Solidarietà”, e non è soltanto un supermercato: al confine tra i comuni di Monte di Procida e Bacoli, infatti, è stato recentemente realizzato un lodevole e ambizioso progetto, volutamente ideato per rispondere alle esigenze di coloro che abbiano difficoltà a “passare alla cassa”, per pagare l’indispensabile spesa familiare. Si tratta di un supermercato sociale, unico in Campania, nato dalla collaborazione fra l’associazione flegrea «La Casetta Onlus» e la «Fondazione Progetto Arca Onlus» di Milano, allo scopo di supportare le famiglie indigenti dell’area flegrea, superando la logica dell’assistenzialismo: giacché l’organizzazione dell’emporio incoraggia chi si trovi in situazioni di difficoltà ad uscire dall’isolamento, a porsi in gioco e a creare relazioni nuove, mettendo a frutto  le competenze e appagando l’individuo, il quale sente di poter donare in cambio le proprie capacità. Il progetto del social market “Arca” si inserisce nel complesso discorso sulla povertà, offrendo un servizio di supporto ai più bisognosi: secondo i recenti dati Istat, infatti, sarebbero 4,6 milioni le persone povere in Italia, mentre secondo il “VII Atlante dell’infanzia a rischio” presentato da Save The Children, i bambini di quattro famiglie povere su dieci si trovano in condizioni precarie, soprattutto nel Sud d’Italia. Cosi si esprime in merito Anna Gilda Gallo, presidente della Onlus flegrea: «In Italia 1 milione e 582.000 a famiglie vivono in povertà assoluta; non si tratta di un disagio economico, ma della forma più grave di indigenza, quella di chi non riesce ad accedere a quei beni e servizi necessari per una vita dignitosa. Ancora una volta è il Mezzogiorno a vivere la situazione più difficile, dove si concentra il 45,3% dei poveri di tutta la nazione». L’emporio solidale intende, appunto, essere presente per aiutare le famiglie in difficoltà, che hanno  il diritto di riprendersi e ricominciare a vivere, non soddisfacendo meramente i bisogni materiali, benché primari, attraverso l’esclusiva fornitura di beni alimentari, ma superando l’idea stessa di assistenza, costruendo un futuro di integrazione sociale per tutti, nell’ossequioso rispetto della dignità individuale. Struttura e funzioni dell’Emporio solidale  Dal punto di vista sociale, l’iniziativa permette alle famiglie di non gravare sulle comunità con l’ausilio di fondi pubblici: il progetto, infatti, è stato finanziato dai contributi privati della Fondazione e dalla “Casetta”. Progressivamente si sono associati vari piccoli imprenditori, che hanno “adottato” uno scaffale da arricchire mensilmente con i prodotti di base: così, anche grazie alla generosità di tanti sostenitori, l’Emporio della ​ Solidarietà offre un paniere di circa una dozzina di prodotti fissi e sempre disponibili, prodotti essenziali come pasta, riso, olio, latte, tuttavia l’auspicio è di poter ampliare l’offerta, dilatando sempre più la rete solidale con i commercianti del territorio.  Parteciperanno al progetto quaranta famiglie, venti residenti nel Comune di Bacoli e venti nel Comune di Monte di Procida, selezionate appositamente dai Servizi Sociali dei due Comuni flegrei, con i quali è stato siglato uno specifico protocollo d’intesa. I clienti riceveranno una tessera a punti, che impiegheranno per effettuare la propria spesa; una volta esauriti i punti a disposizione, i beneficiari potranno ricaricare […]

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