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Eroica Fenice

Attualità

Donne che contano, trasparenza sui fondi antiviolenza

Ogni  25 novembre, Giornata mondiale per la lotta alla violenza sulle donne, è la data prefissata per fare i calcoli, è il giorno delle donne che contano. Si tratta di un numero abbastanza complicato da definire, poiché è sempre difficile stabilire con certezza quante siano le donne che ogni anno perdono la vita a causa di un uomo. Quello che sappiamo con sicurezza, invece, grazie al lavoro effettuato dai Centri Antiviolenza e dalle Case Rifugio, riunite nell’Associazione Nazionale D.i.R.e,  è che le donne rivoltesi per la prima volta ad una di queste strutture sono state 16.678, lo scorso 2014. La difficile vita dei Centri Antiviolenza Col passare degli anni, sono sempre più numerosi i Centri che partecipano alla rilevazione, ma ancor di più sono quelli che denunciano l’assenza di progettazione e di interventi strutturali. Malgrado la loro esistenza nel nostro Paese, questi sono ancora confinati nella sfera dell’invisibilità istituzionale, tranne che per alcune regioni e realtà locali. Dalle statistiche sulle cause di morte, infatti, emerge che il numero dei femminicidi è inchiodato e non si riesce ad intaccarlo. Questo vuol dire che si tratta di un fenomeno strutturale al Paese e, dunque, servirebbero politiche costanti. Le risorse finanziarie complessive Sono oltre 16 milioni di euro i fondi stanziati dal Governo per la prevenzione ed il contrasto alla violenza sulle donne in Italia per il biennio 2013/2014, attraverso un decreto noto ai più come decreto femminicidio (decreto legge 93 del 2013, convertito nella legge 119/2013). Di questi 16 milioni di euro, sono circa 2,2 milioni i fondi destinati alle strutture già esistenti, ripartiti equamente tra i Centri Antiviolenza e le Case Rifugio presenti sul territorio nazionale, mentre per la realizzazione di nuove strutture si ipotizza di investire circa 5,5 milioni di euro. Donne che contano Le donne che contano non sono quelle che appartengono ad élite, a circoli esclusivi o che i giornalisti rincorrono per uno scoop. Le donne che contano sono quelle che diventano importanti per le istituzioni ed i cui diritti vengono promossi e rispettati. Ma le donne che contano sono anche quelle che si attivano per monitorare cosa fanno le istituzioni, contando appunto i soldi che misurano l’impegno per tutelare i loro diritti, dal momento in cui i conti non tornano: solo dieci amministrazioni locali, infatti, fanno sapere in modo chiaro e trasparente come stanno utilizzando i fondi per contrastare la violenza sulle donne stanziati dal Governo. Per tutti gli altri enti locali, i dati sono irreperibili o molto frammentari . Si tratta di una mappa con molti buchi neri quella presentata da Donne che contano, piattaforma open data ideata da ActionAid in collaborazione con Dataninja, per monitorare l’utilizzo delle risorse pubbliche destinate a contrastare la violenza sulle donne, promuovendo un’azione di trasparenza nell’assegnazione e nella gestione dei fondi, mediante l’analisi con dati aperti. Le  varie amministrazioni sono distanti anche nelle strategie adottate. L’analisi di Donne che contano mostra, infatti, che il finanziamento medio per i Centri Antiviolenza e le Case Rifugio va dai circa 60mila euro in Piemonte […]

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Attualità

Olimpiadi 2016: “pulizia” di Rio

Agli inizi del mese di Ottobre, il Comitato per i Diritti dei Bambini delle Nazioni Unite ha pubblicato una relazione sulla situazione della gioventù in Brasile, definendo allarmanti le condizioni dei minori nel Paese che dal 5 al 21 agosto 2016 ospiterà i Giochi della XXXI Olimpiade. Secondo il rapporto, l’aumento delle esecuzioni sommarie e delle detenzioni è relazionato proprio ai mega-eventi sportivi ed al tentativo di “ripulire” Rio de Janeiro in vista di questi ultimi. L’attacco dell’ONU alle forze di polizia di Rio in vista delle Olimpiadi  Si tratta di un’accusa pesantissima quella che arriva dal Comitato dell’ONU per i diritti dell’infanzia (Crc); un’accusa che fa rabbrividire e che alimenta i dubbi e le polemiche verso la chiacchieratissima e temutissima polizia brasiliana: il Comitato sottolinea, infatti, che il Paese ha già uno dei maggiori indici di omicidi dei giovani nel mondo e che i minori in Brasile sono diventati bersaglio della violenza non solo da parte della criminalità organizzata e dei gruppi di sterminio, ma anche delle stesse forze dell’ordine, ritenute direttamente coinvolte in questa raccapricciante vicenda, come si evince dalle informazioni raccolte dai quotidiani locali – tra i quali Estado de S. Paulo – che sottolineano come questa notizia sia uscita all’indomani della pubblicazione dell’Annuario brasiliano di pubblica sicurezza che ha registrato un aumento degli omicidi nel 2014: quasi 3mila in più rispetto all’anno precedente, toccando quota 58.559. A tal proposito, l’ONU chiede che siano realizzate indagini effettive su tutte le morti di bambini, comprese quelle definite “autos de resistencia”, e che le pene per i colpevoli debbano aumentare, proprio perché si tratta di professionisti responsabili della sicurezza pubblica che pertanto devono essere allontanati dalle loro funzioni; inoltre, deve esserci un sistema indipendente che valuti le operazioni di polizia nelle favelas, dato che si tratta di una “violenza generalizzata” da parte della Polizia Militare, delle UPP (Unità di Polizia Pacificatrice) e del BOPE (Batalhão de Operações Policiais Especiais) contro i bambini appartenenti alle baraccopoli brasiliane. A lanciare l’allarme su ciò che avviene in Brasile, fu già Amnesty International che pubblicò tempo fa un rapporto in cui accusavano le forze dell’ordine brasiliane di essere responsabili di numerose uccisioni illegali (il 16% degli omicidi negli ultimi 5 anni sarebbe stato compiuto proprio da poliziotti). Le vittime, in quasi l’80% dei casi, sono persone di colore e più della metà del totale di esse  sono giovani tra i 15 ed i 24 anni. L’ufficio del procuratore di Rio de Janeiro ha riferito che, tra il 2010 ed il 2015, sono stati processati 587 poliziotti, ma la realtà, secondo l’Organizzazione, è che su questi casi raramente sono state aperte delle inchieste e quasi mai si è giunti ad una condanna. La denuncia in vista delle Olimpiadi del 2016 I dati riportati da Amnesty International sono stati confermati dal rapporto dell’ONU, emerso da due incontri con il governo brasiliano, sottoposto, dopo 10 anni, ad un esame della sua politica per l’infanzia. La relazione evinta descrive una violenza acuta contro i giovani. Renate Winter, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Il Cabaret Maledetto al Palapartenope di Napoli

“Mortali di Napoli! Tic, tac, tic, tac… L’attesa sta giungendo a termine e la vostra fedeltà sarà presto ricompensata“. Così il Circo de Los Horrores anticipava su Facebook la notizia di un nuovo spettacolo a Napoli, qualche settimana fa.  Pochi giorni dopo, precisamente lo scorso 23 novembre, inizia la prevendita dei biglietti: ne vengono prenotati oltre 2000 in meno di 24 ore, raggiungendo già il sold out per la prima data. L’attesa cresce di giorno in giorno per il ritorno dello “spaventoso” spettacolo di circo contemporaneo, questa volta dal titolo Cabaret Maledetto, che aprirà le porte dal 17 al 20 dicembre 2015 al Teatro Palapartenope (Via Barbagallo). Il tour toccherà solo tre città europee e Napoli è l’unica data italiana.   Ma cos’è il Circo de Los Horrores? Ideato nel 2007 da Suso Silva, attore, mimo e artista circense di origini spagnole, il Circo de Los Horrores inizia a registrare un grande successo in Spagna che lo condurrà fino in America Latina. Il suo stesso creatore lo descrive come un misto tra circo, teatro e cabaret che ha come grande trait d’union la tradizione dell’horror cinematografico e letterario. Non a caso, prendendo palesemente ispirazione dalle opere di Edgar Allan Poe e dal cinema espressionista tedesco, dagli horror classici della Universal, della RKO e della Hammer, con contaminazioni di opere più moderne come “L’esorcista”, il Circo de Los Horrores è di base uno spettacolo circense con numeri di acrobati, contorsionisti e clown. Allo stesso tempo, però, vi è anche una forte influenza teatrale, sia per la curatissima e contestualizzata creazione di una scenografia, sia per il dipanarsi di una vera e propria trama che lega tutte le esibizioni. Inoltre, vi è la dimensione cabarettistica che interagisce con il pubblico, scherza con lui e lo coinvolge. Un anno fa, alla Mostra d’Oltremare, il Circo de Los Horrores si esibì alla fine di ottobre e concluse il suo show a dicembre. L’ambientazione dello spettacolo permise allo spettatore di immergersi appieno nell’atmosfera allestita sul set cinematografico, che andò a ricreare un antico cimitero gotico risalente agli inizi del XIX secolo. La storia era incentrata sul celebre personaggio di Nosferatu de Burnau che può essere considerato il protagonista della terrificante famiglia che ci accompagnerà anche nella nuova avventura di quest’anno. Oltre al vampiro degli anni ’20, il Circo de Los Horrores ci fece incontrare personaggi come la mummia, le bambine dell’Esorcista, Debora la vampira, la Sposa Morta, il Matto, la Vedova nera, Grimo il pagliaccio, Belzebù, il Becchino, le Anime perse, il Patibolo della morte, la Monaca Macellaia e l’unico mortale del circo degli Orrori: Suso Clown. Il loro motto? “Il circo è morto. E noi lo facciamo risorgere”. E continuerà a farlo con il Cabaret Maledetto  Come vi abbiamo già anticipato, a distanza di un anno dal suo debutto campano, lo spettacolo ritorna in città con il titolo di Cabaret Maledetto e prevede una serie di numeri di grandi acrobazie, sketch e coreografie che trattengono il respiro fino all’ultimo momento. Niente animali in gabbia: di scena è […]

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Attualità

Officina delle culture: Scampia oltre le vele

Ci sono sogni che restano nei cassetti, fermi senza tempo, e ci sono uomini che quei cassetti li aprono e i sogni li rendono realtà. Uno di questi è Ciro Corona, presidente dell’Associazione (R)esistenza Anticamorra Scampia, al quale è stata data in gestione nel 2013 una vecchia scuola abbandonata, l’IPSIA di via Ghilseri che sorge accanto al Lotto P di Scampia, ex principale piazza di spaccio del quartiere. Sono stati due anni impegnativi per le associazioni – oltre quella di Ciro Corona – che hanno preso parte all’iniziativa, tra le quali Scampia Trip, Drom MusicLab, Progetto per la vita Onlus, Associazione A.R.C.A, Rugby Scampia, Associazione Terra Viva – Centro Antiviolenza,  ma insieme alla determinazione di 750 volontari provenienti da tutta l’Italia e, soprattutto, nel nome di Gelsomina Verde, vittima innocente della camorra, gli operatori hanno ripulito la scuola ed hanno creato quello che per molti era impossibile sperare fino a pochi anni fa. L’Officina delle Culture nasce dove prima c’era un deposito di armi della camorra e un “ricovero abusivo” per tossicodipendenti, tra l’odio e l’abbandono. La storia di Gelsomina Gelsomina Verde (Napoli, 1982 – Napoli, 21 novembre 2004) è una delle troppe vittime innocenti della camorra. Fu torturata ed uccisa a 22 anni nel pieno della cosiddetta faida di Scampia, la prima. La sua unica colpa era quella di essere l’ex fidanzata di un affiliato del clan degli Scissionisti. Si è ipotizzato che il cadavere della giovane, uccisa con tre colpi di pistola alla nuca dopo ore di atroci torture, sia stato bruciato per nascondere agli occhi della gente le tracce dello scempio. Occhi che, probabilmente, non avrebbero guardato in faccia la realtà a prescindere. L’omicidio colpì notevolmente l’opinione pubblica per le sue modalità efferate e per il fatto che Gelsomina era del tutto estranea alle logiche del clan: la ragazza lavorava come operaia in una fabbrica di pelletteria, si occupava di volontariato ed era solo stata legata affettivamente per un breve periodo ad uno degli Scissionisti;  la relazione si interruppe anni prima dell’assassinio della ragazza. La famiglia di Gelsomina Verde si è costituita parte civile nel procedimento penale che si è concluso il 4 aprile 2006 con la condanna all’ergastolo di Ugo De Lucia (classe 1978, considerato uno dei più efferati sicari del clan Di Lauro) ritenuto l’esecutore materiale, e la condanna ad anni sette e mesi quattro di reclusione del collaboratore di giustizia Pietro Esposito. Il 13 dicembre 2008, anche Cosimo Di Lauro è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio della giovane vittima, perché ritenuto mandante di quest’ultimo. L’11 marzo 2010, lo stesso Di Lauro, pur non ammettendo la responsabilità del delitto, ha risarcito la famiglia di Gelsomina Verde con la somma di 300mila euro. In seguito al risarcimento, la famiglia della vittima ha rinunciato a costituirsi parte civile. Tuttavia, nel dicembre del 2010, Cosimo Di Lauro è stato assolto dall’accusa. Officina delle Culture: sponsor e obiettivi La bonifica dell’edificio è stata resa possibile grazie a 55mila euro di sponsorizzazioni private ed a Coppa Adriatica che ha donato 30mila euro di […]

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Nerd zone

Betagoogle: un motore di ricerca a sostegno dei migranti

Dal 4 settembre scorso è attivo sul web un sito internet che si chiama Betagoogle e che si presenta con una homepage molto simile a quella del noto motore di ricerca, anche se il portale non è affiliato con l’azienda statunitense Google Inc. e, dunque, non ha nulla a che fare con il colosso di “Mountain View”. Betagoogle: cos’è e come funziona Betagoogle riprende il design del motore di ricerca di “Big G” e si presenta come un portale in grado di predire il futuro degli utenti, digitando una domanda all’interno della barra di ricerca del sito. Dopo pochi istanti che si usufruisce del servizio però, ci si rende conto subito che il finito motore di ricerca non è in grado di predire proprio nulla, ovviamente. Compilando la barra di ricerca, infatti, il testo si completerà da sé: “Mi riunirò con la mia famiglia?”, “Dove posso trovare un luogo sicuro?”, “Gli uomini smetteranno di combattere?”, sono solo alcuni esempi delle domande poste dal portale che si immedesima nel ruolo di un rifugiato. Una volta selezionata una delle domande a disposizione e cliccando su “predici il mio futuro”, il risultato della ricerca rimanderà ad una pagina in cui gli ideatori anonimi affermano che non possono predire il futuro, ma che “60 milioni di profughi si chiedono ogni giorno se mai ce ne avranno uno”. Il progetto, spiegano, è volto a “creare consapevolezza. Abbiamo bisogno di soluzioni strutturali a livello politico”. E così, hanno provato ad attirare l’attenzione di ognuno di noi, forse troppo concentrati sul nostro avvenire e troppo poco su quello di persone che necessitano di certezze più di chiunque altro. Infine, Betagoogle propone due link che raccolgono foto e video dei rifugiati, la possibilità di condividere la campagna su Facebook e Twitter ed un collegamento alla pagina del sito web dell’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, da cui è possibile effettuare una donazione in loro favore. Sebbene il progetto in questione non c’entri assolutamente niente con Google, anche l’azienda di “Mountain View” ha fatto la sua parte: Big G, infatti, ha creato un’apposita campagna per raccogliere fondi a sostegno delle associazioni che aiutano i rifugiati – tra cui proprio l’Unhcr – e ha promesso di raddoppiare la cifra raccolta fra gli utenti una volta raggiunti i 5 milioni di dollari di donazioni. Non esitiamo a donare il nostro denaro, il nostro tempo o il nostro amore e diffondere la parola!

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Nerd zone

Safety Truck: Samsung al servizio della sicurezza stradale

Nel 2009, il designer russo Lebedev introdusse, per la prima volta, il concetto di trasparenza applicato alla sicurezza stradale.  A 6 anni di distanza, ci riprova l’azienda sudcoreana Samsung Group che ha ideato i Samsung Safety Truck. Si tratta di un progetto che al momento altro non è se non un mero prototipo in grado di sollecitare immediatamente la fantasia di ogni guidatore, attraverso una bella trovata pubblicitaria architettata dall’agenzia Leo Burnett, la quale ha sfruttato la tecnologia del colosso sudcoreano per collegare via wireless una batteria di telecamere (normali ed a infrarossi per la visione notturna) ad alta definizione sul paraurti, la quale trasmette ad un mosaico di quattro display LCD specifici per outdoor montati sui portelloni posteriori di un piccolo gruppo di TIR brandizzati Samsung.  Il sistema funziona riprendendo quello che accade davanti al veicolo e proiettandolo live sugli schermi dietro, in modo tale da permettere agli automobilisti che seguono il pesante mezzo di avere un’idea più chiara e precisa sul traffico in arrivo e, così, pianificare un eventuale sorpasso, evitando manovre azzardate. Quella dei Safety Truck è un’idea semplice, banale se vogliamo, ma funziona, e la Samsung Group – generalmente impegnata nella produzione di smartphone – ci crede molto: attualmente, infatti, sta lavorando per ottenere licenze regolari al fine di equipaggiare ufficialmente la propria flotta di camion di sicurezza con queste soluzioni tecnologiche. Per quanto semplice e banale, però, l’innovazione non appare certamente economica. Difatti, anche se la camera frontale potrebbe non richiedere un ingente quantitativo di denaro, i quattro enormi schermi posizionati sul retro del tir rappresentano l’investimento più significativo, soprattutto in considerazione della tecnologia che utilizzano, appositamente creata per ambienti esterni. È anche vero, però, che se riuscisse ad evitare qualche incidente e salvare delle vite, ben venga un progetto così ambizioso ed oneroso, il cui scopo è anche quello di portare un po’ di attenzione sul fatto che in Argentina – ad esempio – ogni ora, su strada, muore almeno una persona. Inoltre, l’80% degli incidenti stradali si verifica su tragitti a corsia singola e la gran parte di questi avviene per colpa di un tentativo di sorpasso andato male. Non a caso, è proprio sul canale Youtube legato a Samsung Argentina che è stato pubblicato il video originale che mostra i Safety Truck in azione.  In Europa la situazione è leggermente migliore, ma l’idea di questo dispositivo è comunque molto valida. Idea che fa pensare all’impegno di Samsung anche nel settore dei veicoli a quattro ruote, così da contrastare un’eventuale ingresso di Apple in questo campo con Apple Car, i cui dettagli sono emersi negli scorsi mesi quando iniziarono a circolare automobili a noleggio sulle quali erano installati complessi sistemi di monitoraggio riconducibili all’azienda statunitense. Anche se non vi sono elementi tangibili, Samsung è già pronta all’attacco con una particolare tecnologia chiamata Vehicle-to-Vehicle Communication (V2V), che entrerà in vigore negli Stati Uniti il prossimo anno. Si tratta di un sistema di comunicazione che metterà in contatto i diversi veicoli che viaggiano in strada, i […]

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Culturalmente

What I Be Project: l’onestà in scena

Se qualcuno si avvicinasse e vi chiedesse di completare questa dichiarazione “I’m not my…” (Io non sono il mio…), come rispondereste? Scommetto che molti eviterebbero di rispondere, altri tentennerebbero ed altri ancora riempierebbero quel vuoto con parole affrettate, magari. Ma perché? Di sicuro, mostrare le proprie insicurezze e confessare i propri traumi, le proprie paure, non è affatto facile perché, a volte,  abbiamo timore di quello che potrebbero pensare gli altri, del male che potrebbero causarci con fin troppa facilità se conoscessero i nostri punti deboli, altre volte, invece, questo passo implicherebbe ammettere o anche solo sussurrare a noi stessi quello che siamo o crediamo di essere,  i nostri errori, i nostri fallimenti. Il fotografo statunitense Steve Rosenfield, nel corso di questi ultimi cinque anni, ha realizzato un progetto intitolato “What I Be Project”, il cui scopo è quello di liberare le persone dai propri fantasmi, metterle a nudo di fronte a se stesse ed agli altri, facendole riflettere sui problemi riguardanti l’immagine del corpo, l’abuso di sostante alcoliche e stupefacenti, le malattie mentali, l’identità di genere ed il colore della pelle, ma anche quei difetti e quegli eventi che rimarranno costanti nella propria esistenza. Centinaia di persone hanno preso coraggio ed hanno deciso di partecipare al progetto, iniziato nel 2010, quando il fotografo intraprese questa analisi della società, immortalando nei suoi scatti uomini e donne appartenenti a diverse etnie, di ogni genere ed età, in tutti gli Stati Uniti. Il risultato? Un immenso archivio di fotografie, un esame intimo delle angosce ed inibizioni della società moderna. Ogni soggetto immortalato dall’obiettivo di Steve ha rivelato al mondo una piccola parte di se stesso: il ragazzo dal volto limpido che scrive su di se “troppo magro”, una donna dallo sguardo intenso “molestata a 5 anni” e “madre a 16 anni” o un uomo che sottolinea il difetto all’occhio.  La composizione delle fotografie è semplice e pulita, chiara come gli sfondi sui quali appaiono. I volti dagli sguardi carichi, a troneggiare la scena. Sulla pelle, a lettere cubitali, le varie verità, dubbi, ossessioni, traumi, colpe mostrate non più come un’onta, ma quasi con sfrontatezza. “What I Be Project” è un progetto che prevede di mostrare ciò che nascondiamo dietro la maschera sociale che abbiamo imparato ad indossare ogni giorno della nostra vita perché, nella società di oggi, ci viene quasi imposto di agire in un certo modo e, se usciamo da questi “standard”, spesso veniamo giudicati, derisi e, talvolta, anche uccisi. What I Be Project: l’onestà in scena

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Attualità

Agente Arancio, le conseguenze dopo 40 anni

Agente Arancio, non è ancora finita…   “Vi è molto di folle nella vostra cosiddetta civiltà. Come pazzi voi uomini bianchi correte dietro al denaro, finché non ne avete così tanto da non poter vivere abbastanza a lungo per spenderlo. Voi saccheggiate i boschi e la terra, sprecate i combustibili naturali. Come se non debba venire, dopo di voi, un’altra generazione, che abbia, egualmente, bisogno di tutto questo. Voi parlate, sempre, di un mondo migliore, mentre costruite bombe, sempre più potenti, per distruggere quel mondo che, ora, avete.” – Walking Buffalo La guerra del Vietnam fu un conflitto combattuto tra il 1960 ed il 1975. Lo scontro vide contrapposte le forze insurrezionali filo-comuniste, sorte in opposizione al governo autoritario filo-statunitense costituito nel territorio del Vietnam del Sud e le forze governative del Vietnam del Nord. In 15 anni di guerra, in Vietnam furono sganciate oltre cinque milioni di bombe, quasi il doppio di quelle lanciate dagli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma le forze aeree americane non sganciarono solo esplosivi. Il presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy, infatti, autorizzò la guerra chimica come espediente per disboscare rapidamente le zone di giungla in cui si nascondevano i Vietcong, spesso inafferrabili per i Marines americani. Agente arancio e Napalm L’operazione di defogliazione venne chiamata in codice “Operation Ranch Hand” e vide l’utilizzo dei rainbow herbicides, una vasta gamma di defolianti diversi per caratteristiche e soprattutto per il colore dei fusti in cui ognuno di essi era contenuto. Tra questi vi era l’Agente Arancio che venne sfruttato per irrorare 20 milioni di galloni (oltre 75 milioni di litri) di erbicidi vari su tutto il Vietnam del Sud. Nel 1971 furono condotti diversi studi specialistici sulla sostanza, dai quali si evinse che l’erbicida produceva delle diossine altamente tossiche, in più ad essi si sommava la contaminazione con TCDD (tetracoloridebenzo-p-diossina), ritenuta responsabile di malattie ed handicap presenti nell’individuo fin dalla nascita. La sostanza, infatti, è in grado di provocare danni gravissimi alla pelle, al cuore, ai reni, al fegato, allo stomaco ed al sistema linfatico. Per di più, risulta cancerogena sia per l’uomo che per gli animali ed un altro grave rischio che porta è la malformazione dei feti umani, con nascite di bambini mutilati, gravemente deformi o morti. L’operazione, così, fu arrestata. L’Agente Acido, dunque, fu utilizzato solo dal 1960 al 1970, ma vista la sua composizione e considerato il tipo di guerriglia tanto è bastato per produrre numeri piuttosto impressionanti: 10 anni di campagna, 20.000 raid, 5 milioni di acri di foreste colpiti, 500.000 acri di raccolto gravemente danneggiati o distrutti, 400.000 morti per intossicazione e 500.000 bambini nati con disabilità a causa delle intossicazioni da Agente Arancio. Agente Arancio, e oggi?   Sono trascorsi 40 anni dalla guerra del Vietnam, ma le cicatrici – fisiche e psicologiche – sono ancora ben visibili. Sono esplose bombe, si sono consumati raid, agguati, i bombardamenti chimici hanno letteralmente polverizzato una nazione, ma sono tutti eventi avvenuti in un istante che hanno poi lasciato una scia emotiva di devastazione. I morti […]

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Culturalmente

Kenya: Small Change, Big Difference

Otto anni fa l’organizzazione umanitaria olandese Cordaid che lavora in 38 Paesi del mondo dell’Asia, dell’Africa, del Medio Oriente e dell’America Latina, e che si occupa di programmi di piccola imprenditoria e d’introduzione di nuove tecniche agricole per migliorare la resistenza delle colture colpite dalla siccità, ha realizzato, in collaborazione con l’agenzia pubblicitaria Saatchi & Saatchi, una campagna intitolata Small Change, Big Difference, a cura della fotografa di moda svedese Calle Stolz. L’intento della campagna è quello di voler denunciare e raccontare al mondo che per ogni bene di lusso che acquistiamo, ce n’è uno di prima necessità di cui una persona proveniente dall’altra parte del mondo potrebbe aver bisogno.  Il servizio fotografico che è stato realizzato, ritrae donne ed uomini appartenenti alla tribù nomade dei Samburu, che posano come fossero modelli, in un contesto arido, ed elenca i prezzi degli oggetti o degli indumenti che indossano per metterli a confronto con il costo dei beni di prima necessità, allo scopo di dimostrare, appunto, l’impatto che i soldi spesi dai consumatori in prodotti superflui può avere sulle persone che vivono in zone del mondo dove vi sono emergenze umanitarie.   Più di 250.000 membri della comunità tribale vivono in una zona remota del Kenya settentrionale, una zona in cui elementi essenziali come l’acqua sono difficili da trovare. Le donne trascorrono circa 12 ore al giorno per recarsi ai pozzi o alle sorgenti d’acqua più vicine e spesso fanno ritorno dalle loro famiglie a mani vuote. Se sono “fortunate” abbastanza da trovare l’acqua, questa è spesso contaminata, che se ingerita può portare ad una delle principali cause di morte presso la comunità.   Small Change, Big Difference era solo una campagna di stampa, apparsa sui cartelloni pubblicitari nei centri commerciali e stampata su sottobicchieri distribuiti in bar e ristoranti. All’inizio raccolse commenti ed opinioni contrastanti, ma a partire dallo scorso febbraio sta sperimentando una sorta di rinascita, dopo che le immagini sono state postate sui social network da alcuni canadesi e condivise su Twitter e Facebook da altri utenti in tutto il mondo, creando una reazione a catena. Oggi hanno raggiunto almeno 42 milioni di persone. “La forza della campagna risiede nel fatto che ridicolizza l’ineguaglianza, una questione seria che è ancora presente ai giorni nostri come lo era allora. Queste immagini – artistiche, bellissime, provocatorie, coraggiose e sprezzanti – hanno ancora la stessa potenza che sprigionavano otto anni fa”, si legge sul sito dell’ONG Cordaid. – Kenya: Small Change, Big Difference –  

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Eventi/Mostre/Convegni

La rinascita dell’Antico Teatro Neapolis

1995: il Centro Storico di Napoli fu dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO per le sue importanti ricchezze artistiche ed architettoniche e fu inserito nella lista dei beni da tutelare. Sono già passati 20 anni e ne siamo tutti molto orgogliosi, ma la realtà è che in tanto tempo non siamo riusciti a sfruttare turisticamente, economicamente e culturalmente questa grande opportunità, al contrario di quanto è stato fatto altrove. Abbiamo preferito tappezzare l’area di pizzetterie, negozi di souvenir, friggitorie e catene di “chips olandesi” che negli ultimi tempi hanno invaso quasi ogni angolo della bella città partenopea. Peccato, a quanto pare non siamo un popolo d’imprenditori perché avremmo potuto fare molto di più per un patrimonio dell’umanità di tanto valore! E pensare che il Centro Storico di Napoli comprende ben 27 secoli di storia ed è il più grande d’Europa, con una superficie di 1700 ettari, puntellata di monumenti straordinari, molti dei quali sono nascosti anche ai napoletani. È il caso dell’Antico Teatro Neapolis – detto anche Teatro Romano dell’Anticaglia – custodito all’interno di un cortile appartenente ad un edificio residenziale che sorge nel cuore della metropoli, presso il decumano superiore. Il sito archeologico è ubicato precisamente nella zona compresa tra via Anticaglia, via San Paolo e vico Giganti: invisibile dalla strada e difficilmente accessibile all’interno dei condomini. Il Teatro – che risale al I secolo a.C. – rappresentava un polo importante dell’attività civica, assieme all’Odeon che sorgeva proprio accanto ad esso. Dopo la caduta dell’Impero Romano però, ogni manifestazione teatrale e musicale fu interrotta e l’edificio cadde nell’oblio fino ad oggi. Neanche la sua nuova apertura – avvenuta nel 2009 – e la stipulazione di una convenzione a garanzia della continuità di accesso al monumento, hanno restituito fama al luogo, sebbene siano tuttora previste visite guidate organizzate dal Comune di Napoli e dalla Soprintendenza Archeologica Speciale di Napoli e Pompei. La triste storia di uno dei più importanti ed al contempo sconosciuti siti archeologici potrebbe comunque ricevere un meritato lieto fine: lo scorso 23 luglio, infatti, è stato avviato il nuovo progetto, a cura dell’architetto Alice Palmieri e dell’ingegnere Marta Cosenza, volto a ripristinare l’originaria funzione ricreativa  e la grandezza dell’Antico Teatro Neapolis, rendendo nuovamente possibile la rappresentazione di spettacoli teatrali e musicali e manifestazioni formative, restituendo un frammento di storia importantissimo alla comunità ed inserendolo in un piano complessivo non solo urbanistico, ma di crescita culturale della città. Le progettiste hanno immaginato un sistema di strutture temporanee in legno che vanno a ridefinire le sedute ed i palchetti, al fine di aumentare il numero di spettatori da poter accogliere per rievocare la memoria dell’aspetto originale del teatro, il quale, poeticamente, identifica una radicata tradizione artistica della città partenopea: dal teatro greco Napoli ha infatti ereditato e custodito l’arte della rappresentazione scenica, appropriandosene proprio come hanno fatto “Totonno ‘o pazzo” (appellativo attribuito ad Antonio Petito), Pasquale Altavilla, Achille Torelli, Eduardo Scarpetta, i fratelli De Filippo, Raffaele Viviani, Nino Taranto, Totò, i fratelli Giuffrè e tanti altri grandi maestri. – La rinascita dell’Antico Teatro Neapolis […]

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Attualità

Messico: violenza domestica sulle donne

Le donne, spesso, corrono grandi pericoli da parte di qualcuno che è loro molto vicino, qualcuno nel quale dovrebbero poter riporre tutta la loro fiducia, e proprio nel luogo in cui dovrebbero essere più al sicuro: nella loro casa, circondate dalla loro famiglia. Le vittime soffrono fisicamente e psicologicamente; i loro diritti umani vengono calpestati e le loro vite vengono annientate dalla costante minaccia della violenza. La violenza contro le donne esiste in tutti i Paesi, attraversa tutte le culture, le classi, le etnie, i livelli d’istruzione, di reddito e tutte le fasce d’età. Violenza domestica, stupri e omicidi. Una strage quotidiana  Secondo quanto dichiarato dalle Nazioni Unite, il Messico rappresenta uno dei venti Paesi peggiori al mondo per quel che riguarda la violenza nei confronti delle donne a carattere machista che fonda le sue radici nei modelli patriarcali. Ogni giorno, infatti, 14 donne messicane perdono la vita a causa di episodi di violenza domestica per mano di mariti o padri, secondo quanto è riportato dalle stime del Sedesol, ovvero la Segreteria dello Sviluppo Sociale Nazionale (Secretaría de Desarrollo Social – Sedesol). Sulla base di queste fonti, il 40% delle donne nel Paese soffre o si trova costantemente esposto a questo tipo di violenza. Nonostante il fatto che negli ultimi anni il Messico abbia raggiunto numerosi ed importanti progressi a livello legislativo se consideriamo l’elaborazione di leggi quali la Ley de Igualdad entre Hombes y Mujeres, firmata nel 2006, o la Ley de Acceso de las mujeres a una Vida Libre de Violencia del 2007, ed ancora le diverse riforme come quella riguardante la Costituzione in Materia di Diritti Umani, lo Stato non ha comunque raggiunto effettivi progressi materiali, in quanto gli strumenti legislativi, in molti casi, non vengono applicati correttamente poiché le istituzioni incaricate vivono all’ombra della corruzione e dell’illegalità. Secondo alcuni dati diffusi dall’Istituto Nazione di Statistica e Geografia, in Messico sono state assassinate 12.636 donne nel periodo che va dal 2000 al 2009. L’Osservatorio Cittadino Nazionale del Femminicidio ha documentato i casi di femminicidio in 17 delle 32 entità federali della Repubblica, segnalando l’allarmante aumento del numero delle vittime. Secondo i dati dell’Organizzazione, tra gennaio del 2007 e dicembre del 2008, sono morte di estrema violenza 1.221 donne; mentre nel periodo più breve tra gennaio del 2009 e giugno del 2010 le assassinate erano già 1.728. Ad oggi, la Repubblica messicana non riporta cifre attendibili che permettano di stimare l’effettiva entità del fenomeno. Inoltre, solo il 29% dei quasi 9mila casi di femminicidio avvenuti tra il 2012 ed il 2015 è stato preso in seria considerazione dalle autorità, e solamente l’1,6% di questi ha portato ad un qualche tipo di condanna. Il Messico e i diritti violati Lo scorso 20 luglio, decine di donne hanno manifestato di fronte al Ministero degli Interni a Città del Messico, capitale del Paese, per protestare contro la violenza domestica. Alla manifestazione hanno preso parte attiviste ed anche alcune deputate, le quali si sono stese in terra simulando la scena di un […]

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Attualità

La criopreservazione e la prospettiva dell’immortalità

La crionica, anche nota come ibernazione umana, criopreservazione o biostati, è un processo attraverso cui il corpo di pazienti terminali – dichiarati legalmente morti – viene conservato a bassissime temperature, fino al raggiungimento di -196°C, punto di ebollizione dell’azoto liquido. Durante la criopreservazione, l’acqua presente nell’organismo viene sostituita da un composto chimico, il crioprotettore, in modo da evitare la formazione di ghiaccio, che potrebbe danneggiare irreversibilmente le strutture cellulari. L’utilizzo del crioprotettore determina, comunque, dei danni associati alla sua stessa tossicità, che però potranno essere riparati più facilmente da un’eventuale futura tecnologia, rispetto a quelli associati alla formazione di ghiaccio. La ricerca sulla crionica è basata su alcune ipotesi, secondo cui le strutture cerebrali deputate alla conservazione della memoria non vengono intaccate in maniera irreversibile dalla criopreservazione, e le future tecnologie permetteranno il ripristino delle capacità cerebrali dell’individuo criopreservato. Si tratta, ovviamente, di ipotesi che non sono ancora state confermate o smentite dalla scienza, considerate con scetticismo da alcuni, mentre altri appaiono fiduciosi. Robert C. W. Ettinger cominciò ad occuparsi della conservazione di corpi umani a basse temperature nel 1948, ma tali idee iniziarono a prendere forma e a circolare negli Stati Uniti solo nei primi anni sessanta, con la pubblicazione di un suo stesso libro intitolato “The Prospect of Immortality“. Da allora nacquero diverse organizzazioni crioniche, quali la Life Extension Society, la Cryonics Society of New York, la Cryonics Society of Michigan,  la Cryonics Society of California e l’American Cryonics Society. Nel 1976 lo stesso Ettinger fondò una propria organizzazione, considerata una delle due principali a livello internazionale: la Cryonics Institute. Il 12 gennaio 1967 vi fu il primo caso di applicazione della crionica: James Bedford, professore di psicologia morto all’età di 73 anni, venne sottoposto al congelamento presso la Cryonics Society of California; egli fu poi trasferito nel 1991 in una nuova criocapsula, ed attualmente il suo corpo è conservato dalla Alcor. Oggigiorno la crionica è una procedura alquanto costosa (si parla di quote che vanno dai 28mila ai 150 mila euro) ed il caso più recente risale all’8 gennaio scorso, quando sono state avviate le pratiche per il primo processo di criopreservazione su una bambina thailandese di soli due anni, dichiarata legalmente morta a causa di un tumore al cervello. Matheryn era affetta da ependiloblastoma, un tumore inoperabile che si era esteso per l’80% nell’emisfero sinistro del cervello. Per contrastarlo, la piccola si era sottoposta a 12 interventi e cicli aggressivi di radio e chemioterapia, senza alcun risultato. La crionica sarebbe apparsa, agli occhi dei genitori, un ultimo tentativo disperato per cercare di dare una possibilità futura alla propria bambina, nel caso la medicina facesse progressi tali da sviluppare una cura in grado di guarirla. La piccola è la 134esima paziente sottoposta a criopreservazione e la prima a provenire dall’Asia.   In Italia la situazione della crionica oggi è molto semplice: non esiste. E non esiste neanche una rete di supporto come in altri paesi Europei – ad esempio l’Inghilterra – che faciliterebbe il trasporto del paziente alla Alcor in Arizona, […]

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San Carlo a tutto jazz: Keith Jarrett in concerto

“Sono cresciuto assieme al pianoforte, ne ho imparato il linguaggio mentre cominciavo a parlare”. Keith Jarrett, uno dei più grandi interpreti e compositori statunitensi degli ultimi cinquant’anni,  si esibirà con il suo pianoforte lunedì 18 maggio nella splendida cornice del  Teatro San Carlo di Napoli, intorno alle 20,30. L’artista torna ai piedi del Vesuvio per l’unica data italiana del suo tour europeo in piano solo, dopo diciannove anni dalla prima performance nella città partenopea – era il 1996 – a cui seguirono, negli anni successivi, altre tre esibizioni. Come spesso accade nel suo caso, gli aneddoti leggendari anticipano il pianista jazz: nel 2005 all’Arena Flegrea, in trio con il batterista Jack DeJohnette ed il contrabbassista Gary Peacock, pretese la presenza di enormi stufe da esterno sul palco: eppure era il 12 luglio! Nel 2009 raggiunse Napoli due giorni prima dello spettacolo al San Carlo, per meglio “assaporarne” le atmosfere primaverili del mese di maggio, le stesse che ispirarono Gioacchino Rossini e Gaetano Donizzetti, veri e propri habitué del teatro napoletano. Stavolta, Keith Jarrett afferma: “Sono davvero felice di ritornare al Teatro San Carlo di Napoli con un evento in piano solo. Sarà speciale per tante ragioni: innanzitutto perché sarà il primo concerto subito dopo il mio 70° compleanno, poi perché sono entusiasta all’idea di suonare ancora in questo teatro magnifico e per il suo eccezionale pubblico. Nell’ultimo concerto che tenni a Napoli (18 luglio 2011, ndr), la gente fu molto rispettosa e silenziosa, capace di entusiasmarsi ed al tempo stesso restare raccolta. Quell’atmosfera unica credo possa ancora trasformare la mia musica in un miracolo“. Il concerto è organizzato da Angeli Musicanti Festival con la direzione artistica di Paolo Uva, il quale sostiene: “Per me è semplicemente l’Angelo Musicante che adotta l’antica Sirena Partenope (ossia Napoli) e viceversa. Dopo anni di piccoli contatti, la Sirena incanta Jarrett e lui vuole farsi ammaliare, o forse è l’eterno ritorno che richiama il suono ancestrale di Jarrett, come avvenne con Brian Eno nell’edizione del 2007 nella Grotta romana antica di Posillipo, ammaliato dal sommo poeta Virgilio”. In questi anni, tutti gli artisti che hanno suonato a Napoli nella rassegna al Teatro San Carlo hanno offerto per Angeli Musicanti Festival qualcosa di particolare, mettendosi in gioco ed optando per inediti cambi di prospettiva. Ora è Keith Jarrett con il suo progetto da solo, al piano, ad essere il protagonista di questo palcoscenico che, dal 1737, nell’immaginario collettivo è sinonimo di Bellezza e Memoria. “Sono veramente felice che il San Carlo – dice il Commissario del Teatro, Salvatore Nastasi – possa proporre al suo pubblico il concerto di Keith Jarrett. Un evento non solamente per l’unicità dell’appuntamento italiano, ma soprattutto perché il meraviglioso pianista jazz per la prima volta suonerà al San Carlo, oggi rinnovato, con la sua perfetta acustica, in una serata che entrerà, ne sono certo, negli annali del jazz, accanto al mitico concerto a Colonia“. Già, l’immortale Köln Concert di Keith Jarrett, ricordato così dallo scrittore argentino Tomás Eloy Martínez nel suo libro intitolato Purgatorio : “Jarrett […]

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Prageeth Eknaligoda e la libertà di stampa in Sri Lanka

Prageeth Eknaligoda, giornalista, commentatore politico e vignettista, proveniente da una ricca famiglia aristocratica di etnia cingalese, è scomparso nel nulla cinque anni fa. Di lui si sono perse le tracce il 24 gennaio 2010, alla vigilia delle elezioni politiche che hanno visto trionfare l’ex presidente Mahinda Rajapaksa sul generale Sarath Fonseka. Nel quadro di questa campagna presidenziale Prageeth aveva pubblicato sulla testata online indipendente per la quale lavorava all’epoca della sua sparizione – nota come Lanka E-news  – un’analisi comparativa dei due candidati, prendendo posizione in favore di Fonseka. Per tale motivo, i figli e la moglie, Sandhaya Eknaligoda, da sempre affermano che siano stati i sostenitori di Rajapaksa ad aver ordito il sequestro. Fu proprio la donna l’ultima persona a sentire la voce di Prageeth Eknaligoda, il quale la sera della scomparsa le telefonò dopo aver lasciato il suo ufficio per avvisarla che stava rientrando a casa. E fu proprio lei che, dopo ore di attesa, si recò alla stazione di polizia per denunciare l’accaduto, ma, per oltre due settimane, gli agenti non fecero nulla perché ritenevano si trattasse solo di una mossa propagandistica e, in seguito, affermarono che i registri di polizia nei quali erano consegnati i dettagli di tutta la vicenda erano stati persi. La stessa donna a cui, nonostante i disperati appelli successivi, il governo dello Sri Lanka ha sempre negato il lancio di un’investigazione sul caso, rifuggendo da qualsiasi responsabilità. Secondo diverse organizzazioni per la libertà di stampa ed i diritti umani – tra cui PEN ed Amnesty International – l’ipotesi più plausibile è che i responsabili della sparizione di Prageeth siano forze pro-governative. Non a caso, egli era da tempo nella lista nera del governo dello Sri Lanka a causa della sua satira sferzante e delle sue critiche anti-governative che, poco prima della sparizione, lo condussero ad un’investigazione sul presunto uso di armi chimiche contro i civili da parte delle forze governative negli scontri contro i ribelli delle Tigri Tamil. Per anni, infatti, lo Sri Lanka è stato teatro di una sanguinosa guerra civile (1983 – 2009), combattuta tra le autorità statali ed il movimento separatista delle Tigri Tamil. Il sanguinoso conflitto era esploso a causa delle tensioni tra la minoranza tamil, prevalentemente di religione hindu, e la maggioranza buddista dei cingalesi.  Dopo decenni di combattimenti, nel 2008, il presidente Rajapaksa lanciò un’ultima offensiva. I civili furono spinti dall’esercito verso la cosiddetta no-fire zone, un’area neutrale ove era stata promessa loro assoluta protezione. Ovviamente, si rivelò una trappola: il governo bombardò intenzionalmente l’area, colpendo anche i campi per i rifugiati e gli ospedali. Dai dati dell’Onu si evince che nell’ultima fase del conflitto furono uccise tra le 40 e le 70 mila persone. Gran parte dei crimini commessi all’epoca sono ancora impuniti. Nel paese giornalisti e scrittori sono spesso vittime di violenze ed intimidazioni. Basti pensare che dal 1992, 19 giornalisti sono stati uccisi a sangue freddo, nella più totale impunità. Lo stesso Prageeth era già stato vittima di un attacco nell’agosto del 2009: fu bendato […]

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Facing: NO agli attacchi con l’acido e la violenza sulle donne

Il liquido sembra bollire mentre scivola sulla superficie di metallo e l’aggredisce, la trasforma, la divora. I ragazzi che usano l’acido sono protetti da tute, guanti e maschere: «Tre gocce mi sono cadute sul polso. Ho messo il braccio sotto l’acqua, bruciava. E bruciava ancora di più pensando a quando non sono gocce ma è un getto, non è un polso ma sono gli occhi e la bocca. Il viso di una donna». Queste sono le parole di Erik Ravelo, artista cubano nato a L’Avana nel 1979 ed ideatore di “Facing”, un progetto artistico realizzato dall’area Social Engagement Campaigns di Fabrica, un centro di ricerca sulla comunicazione visiva di Benetton Group, fondato nel 1994 e con sede a Catena di Villorba, un paese appena fuori Treviso. Il progetto è stato lanciato lo scorso novembre come parte della campagna di comunicazione United Colors of Benetton in occasione della Giornata Mondiale delle Nazioni Unite per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne ed è nato grazie al lavoro, durato circa un mese, di 25 giovani artisti provenienti da vari Paesi del mondo che hanno ideato ritratti di donne su grandi lastre di metallo tramite l’azione corrosiva dell’acido, lo stesso acido di cui sono  vittime –  in India – cinque donne a settimana ed oltre mille all’anno, alle quali non sono assicurati sussidi governativi di nessun tipo. Per di più, senza l’attenzione dei media, molte tra le vittime più povere non sarebbero capaci  né di sostenere le spese mediche né di richiedere l’applicazione della giustizia. In compenso, l’acido costa solo 30 rupie (poco più di 45 centesimi in euro), un prezzo che sicuramente agevola gli attacchi da parte degli attentatori  che di rado vengono puniti e quando accade le pene sono misere. In questo contesto s’inserisce “Facing” a sostegno di Smile again fvg, un’organizzazione no profit italiana fondata nel 2003 che si occupa di interventi di chirurgia ricostruttiva, sostegno psicologico e reinserimento sociale delle vittime che hanno subito attacchi con l’acido. I ritratti sono ispirati alla storia di Iram Saeed, una giovane attivista pakistana che nel 1996, dopo aver rifiutato una proposta di matrimonio, venne aggredita con l’acido. A seguito dell’attacco, perse l’occhio destro e da allora ha dovuto sottoporsi a ben 25 interventi chirurgici. Oggi lavora presso l’Università islamica di Islamabad ed ha partecipato al progetto dopo essere entrata in contatto con gli artisti di Fabrica tramite Smile again fvg. Nel corrente mese, il video che descrive la nascita e l’evoluzione di “Facing” è  stato inserito nella settimanale top  5  del sito AdForum.com, information provider leader a livello mondiale focalizzato sul mondo dell’advertising e della comunicazione. Facing:NO agli attacchi con l’acido e la violenza sulle donne

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Parte la musica, parte Disco Days

È ormai giunto alla sua XIV edizione uno degli eventi più attesi dagli amanti della musica, il Disco Days: un progetto culturale realizzato due volte l’anno (ad ottobre ed ad aprile) che nasce nel 2008 dall’esigenza di condividere la passione per la musica e per il piacere del suo ascolto attraverso il supporto in vinile. In origine, l’evento era dedicato esclusivamente al disco in questione, ma, grazie all’entusiasmo dimostrato dagli addetti ai lavori, dai visitatori e dalla stampa, la fiera è divenuta in tempi rapidissimi una tra le più importanti manifestazioni in Italia nel proprio settore. Quest’anno, la data da segnare sul calendario è il 29 marzo 2015 ed il luogo da raggiungere con la metropolitana, le auto, in bici o come più preferite è il Teatro Palapartenope di Napoli, sito in Via Barbagallo, 155. Gli organizzatori hanno deciso di dedicare questa edizione al nome ed alla memoria di Pino Daniele, il quale sarà ricordato con la proiezione di un cortometraggio intitolato “Terra Mia. Napoli saluta Pino Daniele”: documentario collettivo, ideato e promosso da Disco Days e realizzato da Francesco Giglio con la supervisione del coordinatore artistico Flavio Gioia, a cui potranno partecipare tutti coloro che vorranno omaggiare l’artista napoletano attraverso pensieri, parole, ricordi ed immagini. Tra gli eventi in programma, oltre all’importante mostra mercato di vinili, cd, dvd, memorabilia e riviste musicali che rende unica la manifestazione, il Disco Days ospiterà due splendide mostre fotografiche: quella dedicata a  Daniele Cambria, vincitore della 4’ edizione del concorso nazionale di fotografia “Musica a Scatti” e  “I WANNA LIVE” di Henry Ruggeri, il fotografo che ha immortalato i momenti live delle più grandi stelle del Rock: dagli Who ai Rolling Stones, dagli AC/DC a Bruce Springsteen. Ma, al Disco Days, tanta sarà la musica da ascoltare grazie alle esibizioni live che si terranno sul palco centrale da parte di artisti quali i Foja, attesi per il premio Il Microsolco per il vinile “Astrigneme cchiù forte”, cui seguirà uno showcase live e proiezione del video “Che m’è fatto”, La Maschera, Capone&Bungtbangt e Tartaglia&Aneuro, gruppo vincitore del Napoli Green Contest. Di seguito il programma completo di tutti gli eventi previsti nella giornata di domenica: 10.30 – Presentazione del libro “Bassa fedeltà” (SGEdizioni) di Giovanni Verini Supplizi; presentazione della compilation “Neapolis Sound” (Big Stone Studio) con ospiti  live;presentazione associazione “Pink Cadillac” fan club italiano di Bruce Springsteen 12.00 – Premio “Il Microsolco” ai “Foja” per il vinile “Astrigneme cchiù forte” , showcase live e proiezione del video “Che m’e fatto”. Presentazione del libro “Il nero a metà” (Graf) di Carmine Aymone 13.00 – Presentazione live del singolo acustico “L’istinto” di Gerardo Attanasio. presentazione live in esclusiva e anteprima assoluta dell’album “Zero” di Francesca Fariello 14.00 – Finale DJ contest in collaborazione con “Vinyl Session” “Save the Vinyl Napoli” e “Radio UMR” 15.00 – Presentazione videoclip dei “Riva”; presentazione videoclip de “La Maschera” e live di “Sabba e Gli Incensurabili” 16.00 – “Hyena Ridens” live; presentazione live in esclusiva del singolo “Nebbia” dei “Tartaglia & Aneuro” 17.00 –  Premio […]

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Bancarotta in fiamme, verità in fumo

Via Coroglio è nuovamente scenario di un rogo dopo solo due giorni dalla celebrazione della Grande Festa della Ricostruzione organizzata lo scorso 4 marzo e volta a rievocare l’incendio che distrusse  due anni or sono la parte più preziosa di Città della Scienza, lo Science Center. Questa volta è stato il corpo di fabbrica sede dell’ex istituto bancario dell’Ilva – soprannominato dai comitati locali “Bancarotta” – ad essere incendiato nella notte del 6 marzo. Come hanno affermato i movimentisti di Lido Pola in un comunicato pubblicato su internet, l’ingresso è stato immediatamente presidiato dalla polizia e, dopo un’ora, a seguito di ripetute segnalazioni, sono intervenuti anche i Vigili del Fuoco, i quali non avrebbero effettuato i rilievi del caso per accertare la dinamica del rogo pur ammettendo la matrice dolosa. Come ha dichiarato uno degli ex occupanti, i rilievi – che sono stati di tipo fotografico ed audiovisivo – sarebbero spettati alla Polizia Scientifica che si sarebbe dunque limitata a scattare foto e girare un video sulla scena del rogo senza ulteriori accertamenti tecnici. Bancarotta nasceva nel 2012 ed era sede di un centro sociale dove si tenevano eventi culturali, un luogo di incontro e partecipazione attiva. La struttura è stata chiusa nell’Aprile 2013, quando fu posta sotto sequestro dalla magistratura nell’ambito di un’indagine per disastro ambientale e truffa sulla bonifica fasulla dei suoli dell’area ex Italsider. Nell’inchiesta finirono gli ex vertici della società del Comune di Napoli Bagnoli Futura S.p.a – poi fallita – oltre ai tecnici dell’Arpac, del Comune e della Provincia ed all’ ex direttore generale del Ministero dell’Ambiente Gianfranco Mascazzini. Sulla pagina facebook di Bancarotta, i promotori dell’omonima iniziativa si esprimono così a proposito dell’incendio: “A due anni di distanza, il sequestro della magistratura è servito solo ad interrompere le attività di riqualificazione sociale dello spazio: la custodia giudiziaria lo ha consegnato all’incuria ed all’abbandono senza tutelarlo da danneggiamenti e da atti di vandalismo, già precedentemente denunciati. Questo è il risultato dell’abbandono e della guerra a bassa intensità che i poteri forti stanno giocando su questa parte di città per mettere in fuori gioco chi rivendica e si riappropria di spazi e di diritti!” Dunque, la distruzione di un altro simbolo della riqualificazione della zona dell’ex Ilva è considerata  da parte dei movimenti di Bagnoli un nuovo capitolo della speculazione criminale ed un tentativo di intimidazione a chi vi si oppone, un atto di “minaccia” avvenuto pochi giorni dopo l’annuncio da parte del Presidente Matteo Renzi e del Ministro delle Infrastrutture e Trasporti Maurizio Lupi riguardo l’imminente nomina di un Commissario straordinario per Bagnoli, come previsto dalla legge Sblocca Italia approvata dal Parlamento che porterebbe il destino dei suoli del quartiere nelle mani del Governo Centrale, smentendo il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, il quale dopo una prima fase di maggiore dialogo con il Governo Renzi sul futuro di Bagnoli, si è opposto apertamente e con toni duri al commissariamento della zona interessata, al quale si oppongono anche gli attivisti di Bancarotta che durante una conferenza stampa […]

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