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Fun e Tech

Killfie, il selfie che uccide

Chi avrebbe mai immaginato che un gesto compiuto ormai da tutti, un simpatico passatempo, sarebbe entrato nella classifica dei modi più bizzarri e impensabili per morire? Da selfie a killfie è un attimo. Indubbiamente, chi si cimenta in azioni di questo tipo è consapevole dell’elevato tasso di pericolo a cui si espone, ma gli “autoscatti causa di decesso”, sono in aumento. Sapevate che per un selfie si può anche morire? Scattare dei selfie, al giorno d’oggi, può diventare un vero e proprio disturbo ossessivo-compulsivo: qualcuno ha ammesso di scattarne persino un centinaio al giorno. C’è chi si fotografa davanti allo specchio o ad un bel panorama, al bar con gli amici o con il proprio animale domestico, e chi, invece, non si accontenta, facendo di una semplice fotografia con lo smartphone, una sorta di “sport estremo”. La ricerca dell’autoscatto perfetto può spingere a compiere gesti folli: sono 127 le vittime dei killfie, registrate negli ultimi due anni. Al primo posto c’è l’India con 76 morti, seguita da Pakistan, Stati Uniti, Russia. Il fenomeno ha avuto esiti letali anche per un cittadino italiano. Le 8 categorie di killfie Secondo un recente studio della Carnegie Mellon University (USA) e dell’Indraprastha Institute of Information Technology (New Delhi, India), i selfie più estremi sono quelli che sfidano la forza di gravità, il pericolo dell’acqua, la ferocia e l’istinto  di animali selvaggi, la potenza dell’elettricità, la forza della natura. Molti, nel tentativo di provare qualcosa fuori dal comune, immortalano momenti e gesti da brividi. La pagina Instagram selfie.mylife raccoglie tutte le foto di esibizionisti che, con la loro asta per i selfie,  si ritraggono in cima ad edifici vertiginosi, pali altissimi, in equilibrio su ponti disastrati, mentre corrono a tutta velocità in auto, in moto o in bicicletta. Alcuni riescono a mantenere il controllo ed immortalare persino il proprio lancio col  paracadute, ma non tutti hanno avuto la fortuna di spostarsi dalle rotaie in tempo prima dell’arrivo del treno, di resistere reggendosi con una sola mano in cima ad una scala altissima o trattenendo a lungo il fiato sul fondale marino, a decine di metri di profondità. Storie di selfie mortali Una ragazza russa di 17 anni, Xenia Ignatyeva, era una fotografa amatoriale, che per stupire i suoi amici e realizzare uno scatto senza precedenti, è salita su un ponte ferroviario. Purtroppo non ce l’ha fatta: ha perso l’equilibrio ed è precipitata su un cavo elettrico. Courtney Sanford era una donna americana di 32 anni morta in un incidente d’auto. Causa la solita distrazione al cellulare, proprio per scattare un selfie, sulle note della canzone “Happy” di Pharrell Williams, a tutto volume. Un ragazzo messicano di 21 anni, Oscar Aguilar, era un veterano in fatto di foto rischiose. Il suo ultimo autoscatto lo ritrae con una pistola carica puntata alla tempia. La sua mania di protagonismo, questa volta, gli è costata la vita: ha accidentalmente premuto il grilletto. Un selfie si è trasformato in killfie anche per una coppia in vacanza in Portogallo, desiderosa di scattare […]

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Attualità

Napoli, flash mob contro la violenza sulle donne

Il 27 novembre a Napoli si terrà un flash mob dal titolo #SVERGOGNATI – Un atto d’amore. La manifestazione è stata organizzata al Bosco di Capodimonte dalla Terza Municipalità di Napoli, in occasione della Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne, che cade il 25 novembre, data indetta dall’ONU in ricordo dell’assassinio delle sorelle Mirabal, attiviste dominicane che nel 1960 tentarono di contrastare il regime dittatoriale di Rafael Leónidas Trujillo. L’Assessorato alle Pari Opportunità ha ideato e promosso una rassegna, che durerà dal 19 al 27 novembre, durante la quale verrà delineata “l’immagine di una donna sana e libera“, quella che dovrebbe essere la figura femminile contemporanea. La rassegna culminerà con il Convegno “Strategie di prevenzione e contrasto alla Violenza contro le Donne”, previsto per il 25 novembre dalle ore 09.00 alle ore 14.00, presso il Complesso Monumentale S. Maria La Nova. Diciamo “NO” alla violenza contro le donne Con il flash mob, alle ore 10:30 di domenica 27 novembre, tutti i cittadini sono invitati a dire “no” ad un atto ignobile, commesso da sempre. Pur essendo aumentate le denunce negli ultimi anni, la luce in fondo al tunnel è ancora molto lontana: considerando i soli dati numerici, ad oggi sono ben 108 le donne uccise nel 2016. Negli ultimi anni, i dati Istat hanno rilevato la presenza di ben 7 milioni di vittime di abusi: una donna su tre ha subito, nel corso della propria vita, atti di gelosia, ossessività, attacchi verbali, isolamento, stalking, minacce e molestie. I casi più gravi, spesso culminanti con la morte, sono in forte aumento. L’obiettivo di quest’iniziativa è quello di “tutelare i diritti delle donne“. Premessa fondamentale affinché ciò avvenga, è il “cambiamento culturale ed etico dei singoli“: non si otterrà nulla delegando il compito di contrastare questo tipo di violenza al solo Stato, alle istituzioni, agli organismi di parità e alla rete anti-violenza. #SVERGOGNATI. Il flash mob contro la violenza sulle donne “Svergògnati” è un invito a riflettere sul concetto di “violenza sulle donne”, al fine di generare la partecipazione di tutti alla “condizione femminile in ogni ambito“, da quello umano a quello sociale, civile, politico, economico, culturale, sanitario, sessuale, riproduttivo.   “Svergognàti” è un’esortazione a riflettere sulle cause e le con-cause della violenza sulle donne, finalizzata alla consapevolezza e all’avvio di un processo di responsabilizzazione umana.   Una violenza consumata fra le mura domestiche. Ogni atto di umiliazione e sopraffazione del prossimo, va punito. Le donne sono solo le vittime più frequenti, e la cosa sconcertante è sapere che i “carnefici” sono per lo più i mariti, i compagni, i padri, i fratelli. Il desiderio di dominio e di controllo spinge molti uomini a recare violenza sessuale, economica e soprattutto psicologica contro “sesso debole”. Espressione, questa, che sembra essere uscita dal nostro vocabolario, ma che certamente ha avuto e continua ad avere influenza sui comportamenti degli uomini. Per non perdere il controllo di se stesso, l’uomo intimorito dalla donna, risponde con la violenza, fisica o verbale, così da avere in mano la situazione e spesso la vita […]

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Attualità

Tutela delle donne: la storia di Nice Leng’ete

«Spegniamo il fuoco delle mutilazioni, accendiamo la luce dell’istruzione», queste le parole pronunciate in coro da centinaia di ragazze africane durante il rito di passaggio all’età adulta, proposto da Nice Leng’ete. Il riferimento è alla pratica dell’infibulazione, la mutilazione genitale femminile, praticata ancora oggi in 40 paesi: dall’Africa alla penisola arabica, dal sud-est asiatico all’America meridionale. Questo sistema nasce nell’antico Egitto ed entra presto a far parte della tradizione dei paesi circostanti. Esso era ritenuto utile a preservare l’illibatezza della donna, resa incapace di provare piacere durante l’atto sessuale. La parola fibula fa riferimento alla spilla che veniva utilizzata per tenere fermo il mantello sulle spalle. In questo caso la “spilla” si aggancia da carne a carne, per tenere cuciti i genitali esterni femminili. Un’orrenda mutilazione considerata un’iniziazione, un rito che fa diventare donne, degne del loro padre. Sono le donne stesse a praticarla ad altre donne, in nome dei valori patriarcali ricevuti e da trasmettere. Le mutilazioni genitali coinvolgono in media ogni anno 3 milioni di ragazze, di cui 40.000 presenti in Italia. L’infibulazione è dichiarata illegale nella maggior parte dei paesi, prevalentemente musulmani, in cui per secoli si è svolta, a causa dell’invasività della pratica, del dolore fisico, dell’elevato rischio di morte e dei danni psicologici recati alle giovani. Per di più, tale rituale non risulta prescritto da alcuna religione né dovuto a esigenze terapeutiche. La circoncisione femminile è già stata formalmente vietata in Kenya, in Nigeria, in Gambia. In Somalia le Nazioni Unite l’hanno bandita nel 2012. Tuttavia, nel Corno d’Africa, le mutilazioni colpiscono ancora ben il 98% della popolazione femminile. I fervidi sostenitori della tradizione continuano a volerle “tagliate”. Chi è Nice Nailante Leng’ete? È chiamata “l’alternativa“ ed è colei che ha dato e continua a dare speranza a migliaia di donne. Nice Leng’ete è un esempio di forza, coraggio e determinazione; è una guerriera, unica voce fuori dal coro nella sua tribù di appartenenza, quella dei Maasai, in Kenya. Orfana di entrambi i genitori, all’età di nove anni si è rifiutata di sottoporsi al taglio ed è scappata di casa. Di lì ha avuto inizio la sua opera di sensibilizzazione sui pericolosi effetti della mutilazione, presso gli anziani delle tribù. Nel 2008 è stata scelta come educatrice di comunità dai capi del villaggio. All’età di 25 anni, Nice è riuscita a salvare più di 10.500 bambine, grazie ad uno strumento potentissimo: l’istruzione. La donna è diventata una vera e propria icona. Ha partecipato alla borsa di studio “Mandela Washington” per Giovani Leader Africani e ha incontrato il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Oggi collabora con Amref Health Africa (organizzazione sanitaria no profit africana). È impegnata in una serie di progetti dedicati alla saluta materna, infantile e all’istruzione delle ragazze, in giro per il mondo. Nel mese di ottobre ha tenuto conferenze anche a Roma e Milano, a favore della campagna “Diventare Grandi“. Tutelare le donne L’obiettivo di Nice Leng’ete non è solo il sostegno delle comunità africane: la sua personale battaglia, oggi, si inquadra in quella più estesa contro la violenza sulle donne. L’infibulazione è solo uno […]

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