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Eroica Fenice

Libri

Machado de Assis e le Memorie postume di Brás Cubas

Memorie postume di Brás Cubas, opera dello scrittore Machado de Assis, da luglio in libreria. Fazi Editore propone uno dei libri più famosi dello scrittore di Rio de Janeiro. Pubblicate per la prima volta nel 1881, le Memorie postume di Brás Cubas rappresentano il periodo della maturità di Machado de Assis, tra i capisaldi della storia della letteratura brasiliana, nonché autore di classici intramontabili per irriverenza e spensieratezza. Tra questi, Memorie postume è oggi restituito al lettore contemporaneo a ribadire la fortuna degli eroi di una nuova epica fiorita tra XVIII e XIX secolo, quelli che con lunghi monologhi raccontano di aver viaggiato in lungo e in largo nei pochi metri quadrati della propria camera, come Xavier de Maistre, o che, pur uscendo dalle mura familiari, viaggiano «in tondo». Il secondo caso è proprio quello di Brás Cubas, un uomo che sceglie di raccontarsi in piccoli ritratti di vita, o meglio, in capitoli, non come estrema volontà prima della morte, bensì come primo atto al di là della vita. Machado de Assis ferma la sua penna al Prologo, cedendola nella finzione letteraria al vero autore delle Memorie. Brás Cubas ama rivendicare l’originalità e il primato della sua scelta: con le sue parole non può perdere niente, perché ha già perso tutto. Decide infatti di raccontare la sua vita dall’alto della posizione privilegiata di defunto. Le Memorie sono tutto ciò che resta di lui, perché «l’opera è tutto». L’uomo è eletto (e non ridotto) a Opera: le fasi della vita sono definite edizioni, la recente soppianta la più obsoleta, inevitabilmente recuperata, però, dal perpetuo movimento nostalgico; l’uomo è un «refuso pensante», che gode della fortuna (o sfortuna) di «toccare con mano la volubilità delle […] impressioni e l’insensatezza dei […] sentimenti»; la narrazione riguarda una vita letteraturizzata, i cui episodi, scene di vita comune, sono intrisi della memoria atavica dei classici greci, della storia romana, degli idoli letterari di un uomo che legge nei piccoli avvenimenti una grande storia. O ancora, al contrario, di un narratore che imbriglia il lettore in una lunga sequenza descrittiva fine a se stessa, per il semplice gusto di onorare la parola. Brás Cubas definisce la sua personale parola un «mugugno un poco pessimista». Non a caso la prima narrazione, quella della sua morte, è legata al tentativo di risolvere per sempre la tendenza dell’uomo alla malinconia attraverso un unguento miracoloso. Il tentativo del protagonista è l’emanazione di quella che lui definisce una delle sue periodiche idee fisse. Forse è a questo che fa riferimento Machado de Assis quando parla di un uomo che ha viaggiato in tondo, ritornando sempre ai suoi primi, ossessivi convincimenti. O ancora, Machado de Assis ha intenso riassumere in questa perifrasi calzante l’andamento circolare di un uomo che ritrova in ogni angolo molliche di un passato sbriciolatosi precocemente fra le sue mani. La spasmodica trafila di avvenimenti, riassunta in tappe amorose, disattesi tentativi di avanzamento di carriera e incontri fortuiti risucchia il lettore in un vortice incalzante ed euforico, significato dal […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Christiane Löhr allo Studio Trisorio di Napoli

Dal 25 settembre al 4 dicembre, la personale di Christiane Löhr in esposizione presso lo Studio Trisorio. Christiane Löhr, l’artista tedesca della mostra Trasparenze, ospitata presso il museo Madre, torna nella cornice napoletana con un doppio appuntamento. Dal 25 settembre lo Studio Trisorio, galleria d’arte napoletana in via Riviera di Chiaia, ospita la mostra personale Christiane Löhr. L’artista sarà inoltre presente in una doppia personale per il ciclo Incontri sensibili a cura di Sylvain Bellenger e Laura Trisorio al Museo e Real Bosco di Capodimonte. Il suo percorso in Italia ha visto tappe illustri nelle mostre collettive della Biennale di Venezia nel 2001, per mostre al MAMbo Museo d’Arte contemporanea di Bologna nel 2013, presso l’HangarBicocca di Milano e nella futura installazione permanente nella Chiesa di San Fedele della stessa città. Una fama internazionale che si irradia da Berlino, dove la casa editrice Hatje Cantz pubblica nell’estate 2020 una corposa monografia sull’artista tedesca. Lo studio dello spazio e del movimento perseguito da Christiane Löhr anima il percorso espositivo dello Studio Trisorio. La convergenza materica di semi, piante e crini di cavallo, costituisce la struttura primaria di composizioni che, pur nella loro apparente fragilità, si radicano con forza nelle teche che le preservano. La tensione verticale percepibile nelle venature frementi delle opere pittoriche, dal tratto nero ora sottile, ora marcato, dal fondo carta fino all’estremità opposta, è la riproduzione della direzione di crescita delle piante. Queste, come volte gotiche, si toccano in un punto, formando ambienti raccolti e inviolabili come spazi di culto, rendendo, pur nell’artificio, l’immagine pura e delicata del rigoglio della natura. Le opere di Christiane Löhr partono dal punto fermo della nascita alla leggerezza dell’estensione, creando un intimo e inviolabile spazio vitale. Lo Studio Trisorio è invaso dalla forza espressiva di questo reticolato, che si estende in un’installazione tridimensionale. Strutture cilindriche realizzate dall’intreccio continuo e ininterrotto di fili, da parete a parete, invadono la seconda stanza della galleria. Lo spettatore si potrà muovere intorno a fasci sottili ma saldi, senza poter mai davvero penetrare il mistero che li sottende. Queste strutture sembrano attraversare lo spazio e il tempo, forti dei legamenti che le sostengono, presentandosi allo spettatore come momento superficiale di un percorso più lungo e irriproducibile. Uno spazio di percorrenza, dunque, che è segnato da una zona sensibile e da una zona inespressa. Da ricordare a questo proposito un’ulteriore esperienza espositiva italiana, a Varese, dove il nome di Chistiane Löhr veniva associato alla capacità delle sue opere di dividere il vuoto, ad amplificare una distanza tra l’opera e chi la osserva. Il candore della galleria dello Studio Trisorio avvolge con cura e dedizione la delicatezza delle opere della Löhr. Un’aura protettrice le proietta in una dimensione altra, sacra, e per questo degna di devozione. Immagine: Studio Trisorio

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Eventi/Mostre/Convegni

Mostra di Vincenzo Gemito al Museo di Capodimonte

Gemito, dalla scultura al disegno. La mostra di Vincenzo Gemito dal 10 settembre al Museo di Capodimonte. Gemito sulla ruota degli esposti dell’Annunziata, Gemito col nome sbagliato. Gemito al Real Istituto di Belle Arti, ma Gemito antiaccademico. Gemito e le impronte espressive sulle terrecotte, Gemito del bronzo. Gemito prima a Napoli, poi a Parigi. Gemito di Mathilde, Gemito di Annina. Gemito e il nuovo secolo, Gemito e la follia. Dal 10 settembre al 15 novembre tutto questo e ancora di più vivificherà lo spazio espositivo del Museo di Capodimonte. Per la curatela di Jean-Loup Champion, Maria Tamajo e Carmine Contarini si inaugura la mostra di Vincenzo Gemito: Gemito, dalla scultura al disegno. Il gemellaggio tra il museo napoletano, guidato dallo storico dell’arte e direttore Sylvain Bellenger, e il Petit Palais di Parigi ha restituito ai visitatori di tutto il mondo la storia dell’artista. La stagione invernale del 2019 lo aveva visto protagonista indiscusso della prima mostra fuori i confini nazionali a lui dedicata proprio presso il noto museo parigino. Oggi, le sculture e i disegni dell’artista sono esposti a Napoli, in una mostra che comprende prestiti illustri: dalla vicina collezione dell’Intesa San Paolo esposta notoriamente al Palazzo Zevallos Stigliano, ai tesori delle gallerie private e dei musei americani come il Getty Museum di Los Angeles. Il percorso diacronico lungo la vita dell’artista napoletano permette di percorrere le tappe fondamentali della formazione dell’uomo e della nascita del genio. L’esposizione, suddivisa in nove sezioni, ricrea la cornice euforica della sua vita, con l’accostamento delle sculture e dei disegni da lui firmati alle opere dei suoi interlocutori, ispiratori e artisti coevi: Antonio Mancini, Achille d’Orsi, Ettore Ximenes, Edgar Degas, Giuseppe De Nittis. Gemito è ben noto per aver insufflato l’anima dei suoi soggetti nei numerosi busti a loro dedicati, restituendo a noi oggi il volto degli amici Domenico Morelli, Mariano Fortuny, Giovanni Boldini. Una coralità che superava i limiti territoriali ritrovando la propria dimensione creativa nel viaggio perpetuo, ragione stessa delle svolte innovative che si susseguono nelle loro opere. L’obiettivo espositivo è stato quello di ricostruire l’ambiente vivace dell’atelier dell’artista, un uomo alla ricerca del contrasto chiaroscurale dei volti e delle figure che una perizia scultorea ha permesso di restituire nella loro più tangibile plasticità emotiva. Si percepisce così la tensione del Pescatorello sullo scoglio, la concentrazione di Giuseppe Verdi piegato sul suo spartito, la speranza di rivoluzione nello sguardo di Francesco Paolo Michetti. Due sezioni sono dedicate ai due grandi amori dell’artista: Mathilde Duffaud, modella francese di nove anni più grande, precocemente scomparsa per una malattia mortale; Anna Cutolo, detta Nannina, moglie e musa eterea prima di Domenico Morelli, e poi amante e compagna dall’inebriante ma terrena sensualità di Gemito. Quasi impietoso è il disegno di Anna morente esposto nella galleria di Capodimonte. Vincenzo Gemito è per la vulgata ‘o scultore pazzo, l’uomo dalle turbe irrisolvibili, sorrette da una tensione al perfezionismo che gli costa un periodo lungo di isolamento volontario dal mondo vivace nel quale prima era totalmente immerso. La sua […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Chiara Arturo e Cristina Cusani: Metonimie all’Intragallery

Metonimie, doppia personale di Chiara Arturo e Cristina Cusani, per la curatela di Federica Palmer, all’Intragallery dal 14 settembre al 7 novembre. La galleria per le arti contemporanee Intragallery riapre al pubblico con l’esposizione fotografica Metonimie. Lo spazio espositivo di Via Cavallerizza a Chiaia è la cornice delle fotografie di Chiara Arturo e Cristina Cusani. Dopo la formazione presso il Laboratorio Irregolare di Antonio Biasiucci, le due artiste collaborano al progetto Vicinanze, incentrato sullo studio dello spazio come luogo di continuo attraversamento tra realtà di confine, distinte ma dialoganti. La curatrice Federica Palmer pone il percorso sotto il segno della figura retorica di significato della metonimia: la fotografia è concepita come un macrocosmo, visitabile tramite un percorso visivo ed emotivo che dal soggetto ritratto permette di arrivare a un personalissimo ‘altro’, che diventa il secondo termine di paragone della relazione metonimica. Gli ambienti dell’Intragallery consentono al visitatore un’esperienza immersiva nei percorsi di ricerca fotografica maturati parallelamente dalle due artiste: da un lato, Fragmentum di Chiara Arturo, progetto nato dall’esperienza di residenza d’artista in Val di Lozio; dall’altro, Quando la neve di Cristina Cusani, uno spaccato sulla dimensione esistenziale dell’attesa, momento personale e al contempo universalizzato dal medium fotografico. La Val di Lozio non esiste se non nella sua frammentarietà. La località della Val Camonica è un cosiddetto comune sparso, privo di capoluogo e diviso in frazioni. Si aggiunge a questo la presenza sul territorio di una particolare pietra estremamente friabile, che si frantuma al tatto. Chiara Arturo matura in questa cornice Fragmentum, un progetto espositivo che si presenta come un polittico, i cui frammenti sono incastonati come gioielli in una cornice in bronzo. La sequenza narrativa segue l’andamento di una ricostruzione: dalla pietra frantumata alla pietra ricostituita. Per la prima volta nella sua ricerca fotografica, l’Arturo mostra nella sua opera la figura umana, accostata alla materia come memento della sua fragilità ma anche della sua possibilità di rinascita. Il percorso di Quando la neve prende avvio nel 2018. Cristina Cusani si interessa del significato etimologico del verbo ‘attendere’ («avere l’animo preparato, prepararsi all’arrivo di qualcosa»). L’attesa, in apparenza un momento di stasi e inattività, è in realtà occasione di preparazione. «La neve che copre il paesaggio sembra immobilizzare, ma la terra al di sotto intanto si prepara alla primavera.» L’attesa è la preparazione alla nascita e alla fioritura di qualcosa di nuovo. La Cusani sperimenta tecniche diverse, optando per fotografie digitali, analogiche, foto trovate, stampate in camera oscura, un’ecografia. Uno stesso evento fotografico, presentato su supporti diversi, implica esperienze sensoriali sempre nuove (il suo Autoritratto, riproposto in carta poster e fotografica, comunica questo senso di costante metamorfosi). Metonimie si apre con due percorsi autonomi, concludendosi con un dialogo ravvicinato tra le due artiste. Se prima Chiara Arturo e Cristina Cusani percorrevano con le proprie opere la stessa galleria, nel secondo ambiente dell’Intragallery condividono l’intimità dello stesso spazio cornice. Lo studio della materia e della sua plasticità trionfa nei dittici inediti del progetto Vicinanze, nonché in fotografie di grande formato che […]

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Attualità

I Paradisi minori di Megan Mayhew Bergman

Gioia Guerzoni, traduttrice ormai da vent’anni, navigando sui social ha avuto la fortuna di imbattersi nell’opera della scrittrice del Vermont Megan Mayhew Bergman, Birds of a Lesser Paradise. Una volta divorato, non ha potuto fare a meno di proporre la sua traduzione all’NNEditore, già attiva nella scoperta della scrittrice americana, come di tante voce emergenti, definendosi una casa lettrice. «Le parole di Megan Mayhew Bergman sono così forti e delicate insieme, e vanno maneggiate con cura e rispetto. Spero di esserci riuscita», si augura Gioia Guerzoni. L’opera finita è Paradisi minori, pubblicato a inizio settembre. La nostra traduttrice ha notato tra le righe di Megan Mayhew Bergman assonanze con Kurt Vonnegut, un artista poliedrico, uno scrittore di fantascienza, satira, valori umanitari che incontrano l’ecologia. L’uomo e la natura. Due mondi che talvolta sembrano incompatibili, con lo sfruttamento del secondo da parte del primo. «Siamo animali terribili. Penso che il sistema immunitario della Terra stia cercando di sbarazzarsi di noi, e farebbe soltanto bene», afferma Vonnegut. Natura e uomo sono i protagonisti di Paradisi minori I racconti di questa prima raccolta di Megan Mayhew Bergman vedono voci femminili, continui io immersi nelle afflizioni del cuore. Il cuore è in grado di unire quei due mondi così complessi, un cuore condiviso da animale e uomo, insieme ai suoi misteri. I personaggi femminili analizzano i proprio sentimenti mettendosi a paragone con i comportamenti animali. La scelta delle loro professioni è infatti indicativa della loro capacità di comprendere la realtà ferina. Sono veterinarie, lavorano allo zoo, sono in contatto con la terra e l’orto, o grandi animaliste. «Di notte tutto sembra enorme – procioni, scoiattoli, un cervo spaventato. Ma nulla era più feroce e selvaggio di me. Ero furiosamente viva». Spesso sono gli uomini, i loro compagni, a non comprenderle, a costringerle a scelte complesse, scelte che molti personaggi si trovano ad affrontare, a dover pensare di lasciar andare il cuore, immergendosi fino ad annegare. Ma alcuni uomini sono belve. Ed è in questo che la linea sottile tra uomo e animale si spezza. «Certo, si potevano vestire bene e mettere belle parole in bocca, ma sotto la cravatta di seta e la camicia stirata c’era sempre un animale. Un animale affamato, territoriale, ansioso di soddisfare i propri bisogni». Nei Paradisi minori le specie animale e umana si assomigliano, sono gli istinti ad accumunarle L’assonanza tra il cuore della donna e il cuore animale si palesa quando si parla di prole. Donne che non riescono a realizzare il proprio sogno, o donne che hanno figli che non riescono a stringere. «Siamo le madri cattive, l’alce e io – io perché bevo, l’alce perché ha abbandonato i suoi piccoli per badare all’ultimo nato». Spesso, invece, il rapporto contrastato non è con il proprio uomo o con i propri figli, ma con le proprie madri. Perché quando si parla del cuore, si parla anche delle mille facce dell’amore. «La verità è che siamo pazzi, malati d’amore, tutti quanti». Come ha affermato David James Poissant, il vero significato […]

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Libri

Gabriela Ybarra e il suo primo romanzo: Il commensale

Il commensale di Gabriela Ybarra, nella traduzione di Maria Concetta Marzullo, è uno dei selvaggi dell’Alessandro Polidoro Editore I Selvaggi, collana diretta dall’ispanista Marco Ottaiano, vanta da aprile la presenza della famiglia Ybarra, raccolta a tavola tra le righe de Il commensale. Il primo romanzo della giovane autrice di Bilbao, nelle intenzioni autoriali espresse in una personalissima nota introduttiva, prende le sembianze di una vera e propria autofiction. L’epoca ipermoderna vede il coagulo di biografia, fonti documentarie e reportage nella trama proteiforme del romanzo. Contro il trionfo mass mediatico del pieno Novecento, gli autori a cavallo tra il secolo passato e gli anni 2000 sono tornati alla pagina calda dell’evento. Interpolato tra le fotografie del passato e le notizie raccolte in rete, ciò che Gabriela Ybarra immagina. Così l’autrice motiva: «spesso, immaginare è stata l’unica opzione che ho avuto per provare a capire». La difficoltà nella comprensione degli eventi che avevano segnato la storia della sua famiglia risiede nell’atrocità degli stessi e nella lontananza cronologica dal loro accadimento. Il risultato è un romanzo misto di storia e invenzione. Non un’esatta ricostruzione dell’accaduto, bensì l’effetto impresso dalla notizia sulla Gabriela bambina prima, su quella adulta poi. Il percorso di crescita di Gabriela Ybarra è infatti coinciso con un’indagine storica. Un viaggio a doppio senso tra futuro e passato che si traduce in una scelta narrativa tutt’altro che progressiva e cronologicamente ordinata. Il tempo della vita e il tempo della memoria non possono coincidere se a esser chiamato in causa è lo spirito di una famiglia che, segnata da drammi di dimensione storica, rivela a stento il suo vissuto. Scomparsa e memoria per Gabriela Ybarra Filo conduttore de Il commensale è la scomparsa. Un’oscura presenza che «di tanto in tanto appare, proiettando la sua ombra sul tavolo e facendo svanire qualcuno dei presenti». In dissolvenza la figure di nonno Javier Ybarra, sindaco di Bilbao, nonché referente intellettuale del quartiere problematico di Neguri. Nonno Javier è inquadrato storicamente al tempo degli attentati dell’ETA, che Gabriela Ybarra ha imparato a conoscere dalle sue ricerche. La scomparsa del nonno avviene infatti sei anni prima della nascita della scrittrice, ragion per cui la ricostruzione di questo tempo mitico deve fare i conti con il filtro dello schermo dei mass media, depauperato dal calore che solo la voce umana può garantire. Se Javier Ybarra rappresenta la grande Storia, il secondo cono d’ombra si proietta sulla vita dell’intimità, quella della madre di Gabriela. La seconda parte del romanzo è tutta dedicata a questa figura delicata, letta nell’estrema quotidianità della sua vita. Un colosso di fede e grande nome della rete contro una piccola donna nelle sue umane debolezze. Gabriela Ybarra trova però capacità combinatorie tra i due piani di intimità e spettacolarizzazione. Collante tra Storia e vita è la memoria. «La mia vita privata è ancora una questione politica […] La lingua, i silenzi, le case, la convivenza, i sentimenti… Tutto è politica. Perfino la letteratura». La scelta ideologica della scrittrice spagnola dialoga, dalla sua posizione privilegiata del […]

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Libri

Maurizio Vicedomini, la sua indagine sul racconto

Esce per la casa editrice Les Flâneurs Sul racconto. Da Calvino a Wallace, di Maurizio Vicedomini, uno studio sulla forma breve «Di cosa parliamo quando parliamo di racconti». L’espressione, usata da Antonio Esposito in prefazione e mutuata da uno dei geni della forma breve della contemporaneità, Raymond Carver, è la felice sinossi di un lungo studio della forma breve perseguito da Maurizio Vicedomini fin dai tempi dell’università. Un progetto audace quello della ricostruzione della genealogia della forma racconto, che trova espressione nel libro Sul racconto. Calvino, Cortázar, Hemingway, James e Wallace. Una sacra verità: in letteratura non esistono forme pure. Ebbene, si può comprendere quanto lo studio di Maurizio Vicedomini sia stato lungo e articolato. Approdato a noi in un volume fresco, veloce e di immediata fruibilità, Sul racconto pone un quesito decisivo: «ci basta?». Insita nella domanda un’innata tensione all’esattezza, allo sfatamento dei miti della critica tradizionale, alla destrutturazione e alla conseguente (e necessaria) ricostituzione di una storia ai limiti del surreale. «L’abitudine di studiare i testi letterari solo in quanto opere di autori illustri ha oscurato per secoli la tradizione della novella». Scriveva così Gianni Celati ne Lo spirito della novella, ricordando come la fama dell’autore spesso oscuri un necessario percorso ermeneutico, forma di allenamento primaria per la quale non si è mai troppo giovani. Rivitalizzare la forma breve con un progressivo ma chiaro metodo maieutico è sicuramente il colpo di genio di Maurizio Vicedomini. «L’imperativo categorico di ogni scrittore che si rispetti è la cura nell’utilizzo delle parole». L’esordio di Sul racconto è il manifesto programmatico di un percorso in quattro sezioni: dalla definizione impossibile al peso della ricezione; dai racconti d’autore al close reading di David Foster Wallace. Sul racconto: il viaggio sentimentale di Maurizio Vicedomini Maurizio Vicedomini conosce il peso delle parole, quelle con cui intesse il filo del discorso in ambito saggistico (si ricordi il suo contributo a Il romanzo in Italia, edito da Carocci e curato da Giancarlo Alfano e Francesco de Cristofaro), così come nella narrativa. Studente, autore di racconti e saggista. Tutto confluisce in Sul racconto, dove i cenni all’esperienza di ricerca sono efficaci alla comprensione del faticoso percorso intrapreso nello studio della forma breve. Ci si interroga dunque, interpellando le voci più autorevoli, sul ruolo del critico. Che fare di fronte al racconto? Se si definisce – e Maurizio Vicedomini ci ricorda spesso quanto sia questo un termine pericoloso – forma breve, allora in cosa differisce dalla forma lunga? A mano a mano che si procede, si opera una demistificazione di quelle teorie fondate sul principio di un ottuso manicheismo. La critica letteraria si fonda sul gradiente dal momento che, come ricorda Vicedomini, gli scrittori quando impugnano la penna lasciano nel cassetto le rigide categorie narratologiche. Non per questo allora bisogna riporre la sonda. Dall’analisi delle condizioni sufficienti, con testimoni alla mano, si opera una ricerca delle condizioni necessarie a un inquadramento della forma breve in tutte le sue sfaccettature. Così si passa da un’apertura teorica alla decostruzione articolata in […]

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Musica

Il cantautore Luca Bash si racconta "Oltre le quinte"

«Di notte silenziosamente la mia penna va controcorrente». Recita così Controtempo, uno dei quindici brani del nuovo album del cantautore Luca Bash, Oltre le quinte. Silenziosamente il flusso musicale gli scorreva nelle vene, quando non era in grado di esprimerlo. Lo aveva avvertito già prima, più precisamente all’inizio degli anni ’90, alla scuola di musica dove aveva fatto un patto con il suo violino, per poi spingersi alla poligamia sposando la chitarra che ancora lo accompagna. Per consolidare questo legame si iscrive all’UM, l’Università della Musica di Roma. Da lì la ricerca fluisce spasmodica, verso il suo singolo Dear John  (il primo a essere reso pubblico) e la band BASH. L’attenzione che il cantautore ripone nei suoi amici nasce da qui. Dalla sensazione di star creando qualcosa insieme, di poter gioire e fallire insieme. Ma i giovani sognatori presto sono adulti: le difficoltà della vita, le necessità lavorative, e tutto ciò che ha il sapore di futuro dividono Luca Bash dal resto della band, ogni componente costretto a viaggiare. Ma il nostro cantautore ricorda quel periodo come una cesura ancora più netta. Nel 2013 Luca Bash subisce un duro colpo, un incidente che lo costringe a cinque giorni di coma e a molti mesi di debilitazione. La possibilità che la ripresa gli ha dato è ciò che più conta però: potrà riabbracciare presto la sua chitarra, e ricominciare a sognare. Non che avesse mai smesso! Quello che ha provato sulla sua pelle, l’impatto con la motocicletta, il dolore della perdita, il pensiero di non poter più tornare a suonare. Tutte queste le molle che lo fanno arrivare più in alto, che non tradiscono la limpidità della sua voce, ma la lasciano fluire. E oggi come da allora, continua a votare la sua vita alla musica, e a dedicare la sua musica alla vita. Oltre le quinte è un progetto discografico multiforme, prodotto in due lingue (inglese e italiano) e dal doppio titolo. Oltre le quinte in italiano, mentre Keys of mine in inglese. L’artista ha spiegato così la sua scelta: «“Keys of mine” è un gioco di parole: i mie amici in inglese si dice “Friends of mine”, ma loro sono le chiavi di questo disco, dedicato a loro. Da qui il titolo. In italiano invece questo gioco di parole non era possibile, e il titolo sta semplicemente ad indicare che “oltre le quinte” del teatro di tutti i giorni che mi vede attore e spettatore esiste tutto ciò che si può trovare ascoltando questo LP». Ma multiforme è anche il suo interesse musicale, che sguazza nell’indie spaziando da una base funk del singolo Giorni così, alla ballata rock di Candide bugie, fino alla nostalgica Il tuo domani che lo vede in duetto con una decisa voce femminile. Decisa è anche la sua voce, che anche quando esprime rabbia come in Per non dire no, resta salda nella sua limpidità. Il suo essere cantautore imprime sui testi una densità di parole e significato che rispecchiano efficacemente il suo intento, quello […]

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Libri

Fëdor Dostoevskij: battiti di Un cuore debole | Recensione

L’Alessandro Polidoro Editore propone per la collana Classici Un cuore debole, romanzo giovanile di Fëdor Dostoevskij. È la vigilia di capodanno, quando nell’appartamento pietroburghese dove abitano Arcadio Ivanovič Nefedevič e Vassia Sciumkov inizia la nostra storia. Condita di febbrile entusiasmo, la prima conversazione tra i due amici, stretti da un legame quasi fraterno, aziona una macchina narrativa i cui ingranaggi impazziti girano spasmodicamente. La felicità di Vassia di fronte alla sua condizione di novello sposo contagia Arcadio, in un accordo emotivo che mai si scioglierà per tutto il corso del romanzo breve Un cuore debole, opera giovanile dello scrittore russo Fëdor Dostoevskij. Arcadio e Vassia sono presentati dal narratore come due figure agli antipodi: il primo dalle braccia robuste, con le quali solleva per la gioia l’amico; il secondo, gracile e anche un po’ storto, è colto di sorpresa dall’energia del compagno. Contro il peso dell’esitazione incombente sulla sua testa, la novità dell’amore sembra per un momento riuscire a sollevar da terra il debole Vassia. Il ritmo della narrazione, durante la quale lo stesso Fëdor Dostoevskij si concede degli spazi per commentare gli eventi, assecondando lo stesso folle entusiasmo dei due, trascina con il fitto dialogismo e un’incalzante paratassi il lettore appena entrato, forse con troppa cautela, nell’appartamento condiviso di Pietroburgo. Al lettore Fëdor Dostoevskij domanda, attraverso un andamento allucinato, di accordarsi ai due protagonisti, e, in particolar modo, al claudicante Vassia. Non ci si lasci infatti illudere dalla velocità del passo dei due amici, tutt’altro che festoso per le strade della città russa. Si comprende a mano a mano quanto questo tentativo di accorciare i tempi, l’affastellarsi di battute e le scelte repentine siano un modo sgangherato di zittire l’irrequieto, ma perpetuo, vociare del pensiero. La preoccupazione per un lavoro da dover portare a termine, anche a fronte delle future spese destinate alla vita coniugale, sembra in realtà solo l’emanazione superficiale di un moto interiore disturbato e inquieto che agita le acque calme sulle quali finalmente sembrava poter navigare il protagonista. Il racconto infatti era iniziato sotto i migliori auspici attraverso le parole di Vassia: «non è una chimera la nostra felicità. Non è scritto in un libro. Saremo felici nella realtà!» Nella prefazione a Un cuore debole, Giuseppe Andrea Liberti ricorda la preminenza del personaggio del sognatore all’interno delle opere giovanili di Fëdor Dostoevskij, come ben testimonia il famoso romanzo breve Le notti bianche. Peculiare notare come l’utilizzo del termine beatitudine, lo stesso che aveva chiuso la riflessione finale dell’anonimo protagonista, sia ripresa all’interno di Un cuore debole. L’autore ribadisce come l’attimo vissuto nella piena realizzazione della felicità, in entrambi i casi incarnata in una figura femminile, sia per definizione legato a un’inesorabile puntualità, verificabile cioè nel frangente temporale di un’epifania, e che sia esso forse rivelatore della sua stessa impossibilità. Vassia «non era riuscito a sopportare la sua felicità», destinato com’era, in quanto sognatore, a una vita letteraturizzata. È qui che affondano le radici della genealogia dei cuori deboli, una stirpe di zoppi, tra sognatori e inetti, […]

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Libri

Io sono qui di Michelle Grillo: Abbandonarsi per ritrovarsi (Recensione)

Io sono qui, la nostra recensione del primo romanzo di Michele Grillo Io sono qui. Ma qui dove? E chi sei tu, che prorompi nella mia vita così improvvisamente, dopo avermi abbandonata, dopo aver preferito costruire la tua vita altrove? «Perché ci si sente sempre un po’ sbagliati quando un genitore va via». Queste e innumerevoli altre domande confondono il lettore nella spasmodica ricerca della verità, la stessa agognata da Céline, protagonista del primo romanzo di Michelle Grillo, Io sono qui. La scrittrice francese, in passato giornalista per la Repubblica-l’Espresso e attualmente parte della direzione artistica del bistrot letterario Freadom Book & Music, si misura qui per la casa editrice Alessandro Polidoro Editore con il mondo interiore di una protagonista tormentata dai fantasmi del passato e dagli spettri del presente, nessuno realmente in grado di svelarle il mistero della scomparsa improvvisa della madre. Io sono qui di Michelle Grillo si apre con una telefonata, una telefonata fatale. Céline viene a conoscenza della morte della madre, Simone, ormai da quattordici anni divenuta una sconosciuta. «Una volta davanti alla porta di casa mi aveva detto che mamma era andata via, che non l’avremmo mai più rivista. Non aveva cercato parole diverse, mi aveva detto le cose come stavano. Eravamo entrati dentro, la casa mi era sembrata buia ed enorme». La notizia della sua morte è in ogni caso accolta con un velo di malinconia, nella consapevolezza della distanza fisica e psichica che ormai intercorre fra queste due anime tormentate. Il tormento è la chiave di lettura, ma Céline, accecata dall’ira tutta rivolta alla sua assente genitrice, non lo capirà facilmente. I funerali si tengono a Parigi e così Céline è costretta a sradicarsi dalla sua quotidianità, quella in cui il suo essere autosufficiente l’aveva allontanata da profondi legami umani. «Sono abituata a caricarmi dei miei pesi». La sua psiconarrazione è affollata di oggetti, la muraglia entro la quale si è barricata dopo che il contatto con l’altro le ha arrecato solo ferite. Da qui, la sua tendenza a non attaccarsi mai alle persone, come fanno i gatti, perennemente randagi. Ma a mano mano il suo racconto in prima persona si affollerà di ricordi della madre, della loro vita insieme. Abituata all’assenza, Céline rivela il malessere della solitudine, il dolore causato dal non lasciarsi mai alleggerire dal peso che la opprime. Un personaggio duro nel tono della voce, «con i capelli rasati e la giacca di pelle nera», ma debole una volta a letto, la sera, in preda all’insonnia. Il viaggio di Io sono qui sarà per lei una bildung, una formazione. La scoperta della vera identità e del vero passato della madre avrà qualcosa a che fare con la scoperta di sé. Avevano imparato a bastarsi da soli, suo padre e Céline. «Una posata. Un bicchiere». Eppure, qualcosa ancora sfuggiva a quell’egocentrismo emozionale. Io sono qui, tu dove sei? L’intreccio avvincente di Michelle Grillo Io sono qui di Michelle Grillo con il suo intreccio avvincente e una prosa minimalista propone la strada verso la redenzione, […]

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Libri

Lisa Ginzburg: la Pura invenzione che ci salva

In occasione della Giornata mondiale del libro, la casa editrice Marsilio ha scelto come regalo di fine aprile i titoli della collana PassaParola. Fra questi, “Pura invenzione” di Lisa Ginzburg. PassaParola è un progetto editoriale che si fonda sul legame affettivo che lettori e scrittori della nostra contemporaneità stringono da sempre con i classici della letteratura mondiale. A partire dalla rinomata massima di Italo Calvino sull’atto d’amore che è la lettura, Marsilio apre uno spazio che dal momento fondamentale della fruizione si estende al racconto di vita. Ogni scrittore si lascia attraversare dalle parole di un maestro spirituale, individuato tra gli scaffali della propria esperienza. Lisa Ginzburg, scrittrice e saggista, ripercorre il suo vissuto tra i punti dell’acrostico di un nome che è diventato leggenda, per le suggestioni che non smetterà mai di evocare: Frankenstein. Ad ogni capitolo una lettera, in un percorso che parallelamente rivela i retroscena salienti dell’opera di Mary Shelley e quelli della vita della Ginzburg. La ricostruzione del percorso artistico e della nascita del mito diventa atto di composizione dell’io. Entrambe figlie d’arte, Mary Shelley e Lisa Ginzburg: la prima, figlia della filosofa femminista Mary Wollstonecraft e del filosofo politico William Godwin; la seconda, della storica del femminismo Anna Rossi-Doria e dello storico Carlo Ginzburg. Entrambe trovano nella pura invenzione la forza dell’espressione e un mezzo per affrancarsi. «Essere me stessa. Inventando: non in altro modo avrei potuto». La citazione della Ginzburg sembra dar voce anche al pensiero della sua ispiratrice, nel processo di rispecchiamento alla base di questo ideale dialogo. Creare diventa sinonimo di rigenerarsi, «ripartorirsi» come si legge in Pura invenzione. Inventare vuol dire anche esorcizzare il troppo pensare, astrarsi per divenire in una dimensione di completa libertà. Se già la nonna Natalia aveva rinnovato il modo di raccontarsi quando in Lessico famigliare aveva preferito riportare gli eventi in base alla memoria emotiva, oggi Lisa Ginzburg realizza un racconto di sé che non può prescindere dal peso del ricordo. Un percorso di vita dall’infanzia all’età adulta, lungo il titolo memorabile del romanzo di Mary Shelley. Frankenstein: la storia di un figlio deluso dalla violenza paterna, culminata nella morte che risolve un duplice tormento. «Per uno, il tormento di aver creato; per l’altro, la terribile pena di essere stato creato». L’attenta analisi di Lisa Ginzburg si districa dalla prima all’ultima lettera del nome di questa creatura disamata, formando un acrostico: la felicità di ritrovarsi nell’invenzione, provata da chi crea e a da chi riceve; la rabbia come espressione di un malessere sotteso e in agguato; le asimmetrie dei rapporti sentimentali; la notte dalla cui oscurità si viene salvati grazie all’attività creativa; il caos della deformità, ragione di un «disordine emotivo» che è principio di tutte le cose, da accettare e da accogliere; l’eros scaturito dalla rilettura comica del romanzo, Frankenstein Junior; il nessuno che è un bambino senza nome, o anche quello che siamo noi, nel tentativo di liberarci dal nostro; il sogno, potente come quello del romanzo di Arthur Schnitzler, in contrapposizione con il […]

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Filippo Tuena rivela Com’è trascorsa la notte | Recensione

Com’è trascorsa la notte di Filippo Tuena, edito da Il Saggiatore, è tra i titoli principali dell’iniziativa Solidarietà Digitale. Il tempo di una notte, una notte d’estate. C’è una voce che accompagna chi tarda ad assopirsi, nel languore dell’afa e delle ultime luci. Una voce che si appella a un vissuto comune, a un sentore presente di profonda malinconia. Il narratore si pone di fianco al lettore, lo accudisce riservandogli ogni premura, per prepararlo a ritrovare di lì a poche pagine la sua personale esperienza. Una voce che seduce il suo interlocutore, traendolo a sé con la forza persuasiva della memoria di occasioni perdute, spingendolo a rivivere passioni mai davvero trascorse. Un racconto di vita che qualcuno aveva già intessuto per lui secoli prima, e che ora la voce narrante ha il compito di recuperare in questa lunga veglia estiva. Filippo Tuena, romanziere e autore di saggi di storia dell’arte, in Com’è trascorsa la notte riporta sulla scena il folletto Puck, Oberon e Titania, re e regina delle Fate, il duca Teseo e la sua sposa Ippolita. Questi e tanti altri sono gli immortali personaggi di Sogno d’una notte di mezza estate, tra le opere più famose del drammaturgo e poeta inglese William Shakespeare. Quella di Tuena è una riscrittura che oscilla tra capitoli di saggistica e di cura documentaria, come dimostra l’apparato grafico costituito dai primi frontespizi dell’opera e le sue illustrazioni, e un testo teatrale frutto del pieno possesso dell’opera shakespeariana. Com’è trascorsa la notte di Filippo Tuena: tra vita e teatro La tecnica teatrale della rottura della quarta parete è adottata in Com’è trascorsa la notte in tutte le sue parti. Il saggista-commediografo è un tramite tra realtà e fantasia, divise da una linea quasi impercettibile. I personaggi di Shakespeare arrivano ad identificarsi con gli attori della scena contemporanea, da Ezra Pound ai Beatles. Chi legge si specchia negli intrighi amorosi che reggono la folta trama della commedia, nata per unire finalmente i mortali spettatori e le immortali creature della scena. Ogni personaggio ha il suo doppio, e ogni lettore può ritrovarsi nell’uno o nell’altro, vivendo l’esperienza di ogni sfumatura dell’amore. Il tormento di un passato dissepolto, una passione non corrisposta, amori folli ma proibiti. Filippo Tuena intitola questo viaggio nella notte a partire da una affermazione della regina Titania: rivolgendosi al re delle Fate, in una ritrovata serenità coniugale, la regina esce di scena con la richiesta che le si racconti gli accadimenti della notte. Teatro e metateatro, letteratura e metaletteratura. La notte è trascorsa nel pensiero ritornante, dolce e doloroso, dell’amore, e di cosa l’amore fa ai suoi fedeli. La malinconia diventa una culla dalle oscillazioni regolari, nella quale pian piano ci si addormenta, riconoscendo in sogno l’eternità dell’amore, imprescindibile punto di partenza per l’artista e per l’uomo. Che si segua allora il consiglio del re Oberon: «Diamo inizio alla notte». Immagine: Il Saggiatore

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Luca Melzi: La calla (petali di parole) | Recensione

La calla (petali di parole) è la seconda raccolta poetica dell’artista e scrittore Luca Melzi pubblicata a novembre 2019 da Giuliano Ladolfi Editore. Quando nel 2010, nel pieno della maturità di un’esperienza artistica trentennale, tra le tele con cui coabita nel suo appartamento di Monza, Luca Melzi inizia la stesura di quelli che ama definire «capricci d’inchiostro», ha già ben chiara la spinta sottesa al suo creare: la necessità di raggiungere l’essenza, intesa come primordiale espressione dell’intimo. L’arte è il recupero di un sentire, sia esso significato per verba o per imagines. La suggestione che anima La calla (petali di parole), seconda raccolta dell’artista monzese, è sussurrata dal cromatismo che è sale di ogni ricordo. La sua poesia intimista, sbocciata in un abbandono ora ascetico, ora mistico, vive di un sensismo volto alla ricerca dell’«eterna bellezza», nascosta tra gli spaccati del quotidiano. Come per la raccolta precedente, I colori della poesia (2017), pittura e scrittura si compenetrano, manifestando la presenza vicendevole dell’una nell’altra. In un andamento chiaroscurale, tra il trionfo della luce e l’incombere del buio, l’ordinario vive una metamorfosi perpetua che il testimone osserva nel confondersi di dimensione umana e naturale. La personificazione diventa espediente cardine per restituire l’immagine di una realtà vivace e vivificata dall’occhio dell’osservatore. Il poeta, attraverso il predominante andamento monologico, rivendica per sé uno spazio libero di creazione. L’io desidera il rifugio del suo atelier, inebriato dalle sequenze di visioni imbrigliate nell’enunciato nominale, in un reticolo poetico che intreccia inquietudine e quiete. La dimensione corporale si esprime sottovoce in un universo pervaso dall’atavico segreto del germogliare del fiore, simbolo al contempo di purezza e di precarietà. Al suo mistero, il poeta si abbandona estatico e sofferente, innamorato di quest’immagine di perfezione, e consapevole della sua fatale delicatezza. Alla predominante solitudine consegue la tensione malinconica volta a una figura materna, trasfigurata nella realtà onirica di una poesia dell’ideale, ma al contempo fisicamente pulsante nelle immagini di una natura radiosa e benevola. La calla, luminosa e dalla fondamentale portata simbolica, è portavoce della passione che da sempre accompagna la produzione artistica di Luca Melzi. L’artista intitola l’ultima raccolta al fiore per eccellenza, vergine nel candore del suo ampio petalo, avvolgente e protettivo. Melzi lo riconosce, osservando una fotografia della madre, nel ciuffo di capelli che scende ampio sulla sua fronte. Se la parola tende a una progressiva essenzialità, assumendo l’immediatezza dell’immagine e liberandosi da un’istintività decadente, l’immagine si contorce, sfogliata in frammenti multiformi, ora tra colori violenti e contorni decisi, in cui si condensano ambiguità e opulenza, assecondando aneliti di disfacimento, ora in sfumature delicate e impressioniste, nell’indefinita dolcezza del ricordo che rievocano. Il percorso poetico di Luca Melzi vive una crescita per la quale la parola dapprima segue l’andamento materico della pittura, nella sua spigolosità irregolare, per poi assumere una posa elativa, portando a compimento l’ardua ricerca dell’essenza, e facendosi latrice di un’istanza salvifica di possibilità. Immagine: Luca Melzi

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Libri

Arthur Schnitzler: Doppio sogno di fuga | Recensione

La casa editrice Adelphi annuncia quotidianamente, in questo periodo di quarantena, la fruizione gratuita di alcuni libri del suo catalogo. Fra questi, il titolo caldo di fine marzo è stato l’intramontabile Doppio sogno del romanziere e drammaturgo austriaco Arthur Schnitzler. Doppio sogno è la storia in due notti di Albertine e Fridolin, coppia di sposi nella cornice di una Vienna di fine ‘800. Il gioco dialogico tra i due che fin dalle prime pagine accompagna il lettore è un’audace messa a nudo. Pur condividendo una vita insieme, moglie e marito preservano pensieri reconditi di occasioni mancate. Decidono così di aprirsi in racconti sulla malinconia dell’ignoto, di fughe agognate e di incastri imperfetti sullo sfondo della Marina danese dove trascorrono le vacanze, e dove entrambi si affacciano sull’abisso di infinite possibilità. Il motivo del doppio che risiede nel titolo del romanzo breve di Arthur Schnitzler imbriglia i protagonisti in un intrigo surreale e misterioso. Dal momento in cui Fridolin si allontana per assistere un suo paziente in fin di vita, si profilano due strade parallele: la realtà surreale del marito, l’irrealtà percettibile della moglie. Lui, picaro di una notte insonne per le strade di Vienna, sedotto da una variopinta coralità femminile, e infine condotto dalla curiositas a un ballo in maschera esclusivo. Per caso, infatti, Fridolin incontra un amico di gioventù, Nachtigall, che, nella lunga serie di esperienze vissute grazie alla carriera musicale, viene coinvolto in alcune serate segrete durante le quali non gli è dato vedere neanche la tastiera del piano. La storia del pianista bendato affascina il medico, tanto da fargli supplicare l’amico di condurlo con sé. Tra le regole della festa, una parola d’ordine iniziale, significativamente Danimarca, e il volto coperto da una maschera. Arthur Schnitzler metaforizza attraverso il ballo un universo di perversione regolarizzata. I corpi nudi impegnati in lascivi accoppiamenti celano la loro identità dietro una maschera. Il castigo che viene inflitto agli intrusi è quello di mostrare il volto. Fridolin resta presto incastrato in questa realtà scabrosa, fino all’arrivo di una donna sconosciuta, della quale si innamora follemente, e che misteriosamente scompare dalla scena dopo essersi sacrificata per la sua salvezza. Il medico austriaco non è però completamente redento dal suo peccato: fino alla fine del racconto un’ombra nera si staglia sulla sua persona e su quella di coloro che hanno condiviso con lui questa notte, incombente come un sortilegio. A casa, Fridolin trova Albertine in uno stato di incoscienza, in preda a risa scomposte, risvegliata da un sonno tormentato. I parallelismi tra la folle esperienza del marito e l’evanescenza onirica della moglie acuiscono paradossalmente la distanza tra i due. Entrambi, nel mondo reale e in quello onirico, hanno finalmente assaporato il piacere del proibito, sovvertendo i piani di un’interdizione terrena, ed elevandosi verso una dimensione trasfigurata e diabolica. Albert Schnitzler con Doppio sogno apre una strada alternativa per i suoi protagonisti, rientrando nella logica dell’occasione che pochi anni prima aveva animato un altro romanzo breve: Il compimento dell’amore di Robert Musil. La temporanea fuga […]

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Culturalmente

Akiane Kramarik: dipingere con lo sguardo di Dio

Akiane Kramarik e la sua straordinaria storia Credere che una bambina di quattro anni possa essere in grado di sentire nei propri disegni un qualcosa di trascendente, un senso ulteriore, è quasi follia. Una bambina che trova nelle linee di pittura e nelle catene di parole la soluzione al malessere e la forza di andare avanti e di comunicare, convertendo addirittura l’intera famiglia alla fede, è un caso ben raro. Esseri straordinari di questo tipo vengono detti “bambini indaco”, e Akiane Kramarik è una di loro. Nata nell’Illinois nel 1994, Akiane non ha mai avuto influenze esterne che potessero contagiare realmente il suo lavoro artistico. La sua famiglia era una come tante, una comune famiglia americana, che non preferì impartire nessun tipo di credo religioso, educando la propria figlia a casa. Il nucleo familiare era dunque ristretto, e le possibilità di sentir parlare di quello che Akiane ha rivelato ai suoi genitori all’età di quattro anni sarebbe stato praticamente da escludere. In una intervista che la vede ormai sedicenne, Akiane Kramarik afferma di aver sempre espresso nei suoi disegni o nelle poesie che ha incominciato a scrivere a sette anni qualcosa che sentiva dentro, ma che con naturalezza aveva deciso di venir fuori, con il supporto di qualcosa o qualcuno. Non ha mai avuto dubbi nell’identificare quel qualcuno con Dio. Akiane Kramarik afferma «Lui è tutto quello che ho, è in tutto quello che faccio» Le sue parole sono limpide, il suo volto è sereno. Convinta dell’impatto dell’arte nella vita dell’uomo, Akiane Kramarik ha convertito la sua famiglia tramite le sue composizioni. Quando la madre le ha chiesto da dove venissero quelle parole, la risposta è stata immediata: da Dio. Una bambina prodigio che non ha mai ceduto il passo alla vanità. Akiane non ha mai creduto di essere diversa da nessun altro, fino a quando, ormai raggiunta la maggiore età, non ha compreso che non tutti avrebbero potuto ottenere quello che lei realizzava con la sua scrittura e i suoi disegni. Con naturalezza, Akiane disegna gli angeli così come crede siano, essenze appagate dal contatto diretto con Dio, con uno sguardo che nessuno può avere. Gli occhi sono il centro delle sue composizioni, occhi limpidi attraverso i quali poter guardare un mondo diverso da quello che quotidianamente abbiamo intorno. Sono solitamente sguardi di bambini, di angeli, di Gesù stesso. I sogni le consegnano i particolari di un mondo così distante ai nostri occhi, ma nel quale Akiane Kramarik è in grado di vivere per il tramite di un insegnamento superiore. Riuscire a sentire qualcosa di così elevato ha permesso ad Akiane di credere che la vita non abbia nulla di casuale, che il suo sia un dono e che ci sia una missione che Dio ha voluto per lei. I doni che ha sono solo il punto di partenza di un percorso che trascende Akiane Kramarik stessa. L’obiettivo finale è realizzare un racconto universale, mostrare una realtà profonda celata dietro lacrime limpide. Una spiritualità al di sopra del pensabile, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Villa Fernandes di Portici: incontro con Alessio Forgione

Incontro a Villa Fernandes di Portici con Alessio Forgione, autore di Napoli mon amour e Giovanissimi, giovedì 5 marzo. Marocco ha quattordici anni e vive con il padre a Soccavo, un quartiere di Napoli. La madre li ha abbandonati qualche anno prima, senza dare più notizie di sé, e lui vive quell’assenza come una ferita aperta, un dolore sordo che non dà pace. Frequenta il liceo con pessimi risultati e le sue giornate ruotano attorno agli allenamenti e alle trasferte: insieme a Gioiello, Fusco e Petrone è infatti una giovane promessa del calcio, ma nemmeno le vittorie sul campo riescono a placare la rabbia e il senso di vuoto che prova. Finché non accadono due cose: l’arrivo di Serena, che gli porta un amore acerbo e magnifico, e la proposta di Lunno, il suo amico più caro, che mette in discussione tutte le sue certezze. Dopo l’esordio di Napoli mon amour, Alessio Forgione torna con Giovanissimi, un romanzo di prime volte, che racconta un mondo di ragazzini che crescono tra desideri di grandezza e delusioni repentine, piccoli crimini e grandi violenze, in attesa di scorgere il varco che condurrà all’età adulta. La presentazione si terrà a Villa Fernandes (Via Armando Diaz, 144, Portici) alle 18.00 nell’ambito della rassegna “Napolidea”, un ciclo di presentazioni dedicate ad autori napoletani, grazie al partenariato della libreria Mondadori Point di Portici, l’associazione B-Lab, il Comune di Portici e il Premio Napoli. Ci sarà una breve introduzione della giornalista Ileana Bonadies. Dialogherà con l’autore la giornalista Marina Finaldi. Il progetto “Villa Fernandes”, sostenuto da Fondazione CON IL SUD in collaborazione con la Fondazione Peppino Vismara, ha l’obiettivo di creare – all’interno di un bene confiscato alla camorra – un Polo di sviluppo locale, apprendimento e innovazione, incrementando la partecipazione dei cittadini alla vita socio-culturale della città e favorendo nuove realtà imprenditoriali, percorsi formativi e posti di lavoro. Frutto del lavoro sinergico di 22 partner unitisi in rete, espressione di realtà associative fortemente radicate al territorio, il progetto mira, in particolare, alla creazione di un hub creativo in cui far dialogare Arte e Scienza, formazione e attività laboratoriali, servizi di assistenza alla persona e di orientamento per le nuove generazioni. Temi di interesse principali, dunque, saranno: l’uso sostenibile delle risorse ambientali, l’attenzione alle fasce più deboli non solo come destinatarie di interventi assistenzialistici ma come risorse da far emergere e valorizzare, il sostenere nuovi scenari integrati di sviluppo locale e sostenibile, il promuovere l’utilizzo di spazi comuni da favorire con la partecipazione e l’impegno dei cittadini, il reimpiego dei ricavi in nuove iniziative a vantaggio di tutti, la diffusione di varie forme d’arte liberandole dai luoghi chiusi e accompagnandole lì dove la società civile si incontra, dialoga e riscopre il senso e il valore del proprio essere comunità. Immagine: Cesare Abbate

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Food

Cantina La Barbera: la nuova proposta del locale vomerese

Cantina La Barbera: la rivoluzione del gusto con gli chef Igor Margotti e Fabiana Ferrucci. L’edificio Ottocentesco in Via Morghen, tra le zone più suggestive del quartiere Vomero, ospita negli ambienti spaziosi delle due sale superiori, della taverna e del giardino pensile, la Cantina La Barbera, luogo del gusto dal 1999. Fondata da Alberto Turco, scomparso prematuramente nel 2018, il locale vive ancora lo spirito del suo ideatore, grazie alla curatela dei suoi due amici, Antonio Pizzo e Alfonso Maria Avitabile, cultori della tavola e perdutamente innamorati del progetto della Cantina. Gli chef Igor Margotti e Fabiana Ferrucci contribuiscono oggi a saldare un’intesa culinaria che non teme di unire alle novità delle sue proposte i grandi classici della carta della Cantina La Barbera. Un trionfo di sapori è quindi la variegata selezione di formaggi proposta dal maestro Elio Testa. Con emozione racconta di un amore nato da quando, ancora piccolo, lo chiamavano Calimero, mentre rivolgeva gli occhi stregati dal basso verso il bancone di quelle leccornie che “colleziona” tutt’oggi, giocando con gli accoppiamenti e proponendo esperienze degustative raffinate. Tra queste, il Quadrello di capra alla salvia, dal sentore delicato; lo Stregato alla menta, frutto di lungo lavoro, uno dei formaggi portanti della tradizione casearia italiana, affogato nella strega beneventana e foderato di menta fresca; il Portocereja, dolce, erborinato di mucca consistente ma infiltrato dal vino liquoroso del Porto e coperto di ciliegia rossa di Vignola; il formaggio Fiori di Arancio, infiltrazione siciliana al Passito di Pantelleria, giocato con arancio trattato con l’erborinato di mucca come il Portocereja, la resa finale è qui di una consistenza meno marcata, piuttosto una crema morbidissima; il Blufalimo, primo dedicato alla Campania, lavorato meticolosamente su certezze di gusto. Punto di forza della Cantina La Barbera è la carne alla brace nella sue varianti più pregiate e, grazie all’impatto creativo dello chef Igor Margotti, anche nei tagli meno nobili, alla base di piatti delicati come la Tartare di diaframma di manzo con crackers di capperi, polvere di pomodoro e maionese di limone, e il Quinto quarto, cialdina di pane all’origano, cremoso al pecorino. Accoppiamenti interessanti quelli previsti per le variazioni di meat balls, una tavolozza di colori nel menu della Cantina La Barbera: si sono ottenuti così il Ragù inverso (fondente di pomodoro nel ripieno), il Burger di maialino nero in salsa di provola, il Black Angus, cremoso di zucca e chips di provolone piccante, e l’Absolute di vitellone bianco. Tra i classici intramontabili e irrinunciabili anche nella rivoluzione della nuova carta, i primi piatti di Riso acquerello, cremoso di blu di bufala e tartare di black angus e gli Ziti alla genovese. Lo chef Fabiana Ferrucci presenta la nota dolce della proposta della Cantina La Barbera, con la sua Sfera di cioccolato callebaut ripiena di rocher al cocco. Lo spazio della cantina, reso accessibile nei suoi ampi locali dal 2012, gode dell’intimità che l’esperienza enogastronomica è in grado di ispirare. La Cantina La Barbera si nutre della competenza del sommelier e degustatore Ais: Steggen Wagner. […]

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