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Eroica Fenice

Eventi/Mostre/Convegni

Robin Kennedy all’Intragallery: Snack Bar Olympia

Inaugurata il primo dicembre, Snack Bar Olympia di Robin Kennedy è la nuova esposizione temporanea della galleria d’arte contemporanea Intragallery Robin Kennedy, artista americana già nota sul territorio nazionale per mostre come Bride of Pluto e Shadow Boxing, si è lasciata intrigare dall’immortale capacità comunicativa del mito, conosciuto attraverso le sculture che ne recano perenne memoria. Fin dal mondo arcaico, il solenne atavismo dell’universo del forte sentire ha trovato piena incarnazione nelle sfumature chiaroscurali del racconto mitologico, incutendo timore o estrema devozione. Snack Bar Olympia è un tributo al cuore del mito, l’involucro che ha meglio saputo preservarlo e che echeggia ancora della vivacità delle sue storie: Napoli. Culla della civiltà greca, nata nel segno dell’amore esasperato di Partenope, ospita adesso le divinità in scultura di Robin Kennedy. L’artista le immagina in un pantheon irriverente, riunite come al bar e svincolate dalla celebrazione solenne che le ha viste più volte protagoniste. Di queste, Robin Kennedy restituisce solo le teste, in sculture in gesso patinato a calce. La sua è una chiara sfida con se stessa: realizzare la pianezza in un frantume, riportare la vita negli incavi della materia, lavorata con grande cura. In questo modo l’artista rende palpabile la nodosità della rampicante barba di Re Mida, maestose le acconciature delle muse Calliope e Pasithea, comunicativi gli sguardi di Eolo e Kronos. Questa dovizia si accompagna alla necessità della rappresentazione della complessità dell’umano, che solo il mito è da sempre in grado di insegnarci. Le sculture della Kennedy possono essere ruotate dal visitatore grazie a un sistema dinamico di sospensione realizzato con la collaborazione degli ingegneri di Spoleto, con i quali l’artista è in stretto contatto per progetti precedenti. La mostra assume toni più intimi nella seconda sala della galleria. Inscenata è la sequenza teatrale di Baubo, la divinità dell’osceno che si narra fosse priva di testa e comunicasse con la vagina. I suoi toni libidinosi servirono a rallegrare la dea Demetra, distrutta dalla perdita della figlia Persefone, oggetto del desiderio di Plutone, divinità infernale. I due personaggi trovano nella mostra di Robin Kennedy grazie alla figura chiave di Baubo un rinnovato dialogo. La figura di Persefone nell’immaginario dell’artista americana si rende manifesto stesso dell’atto creativo. Plutone si invaghisce di lei fra tutte le donne per quel colore che portava nell’incedere, per il suo tocco con il quale non solo conosceva la realtà, ma la creava. Pia Candinas, curatrice della mostra Snack Bar Olympia, parlando di Persefone ricorda il punto di vista dell’artista: «riflettendo sulle lunghe vicende che seguono la storia di Plutone e Persefone, Kennedy ipotizza che non vi fosse stato un legame carnale che univa la coppia, visto che da questo amore non sono stati generati figli, ma che, piuttosto, vissero in connubio e in serenità, legati solo dalla passione per la bellezza». «Ciò che chiedo al futuro è una macchina per il passato», le parole di Robin Kennedy Il contemporaneo è connotato dalla velocità, l’indifferenza. Il mito, che l’artista crede di aver appena graffiato in superficie, si fa […]

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Food

VitignoItalia 2019: la preview all’Hotel Excelsior

Si è tenuta il 26 novembre la preview di VitignoItalia 2019 all’Hotel Excelsior, suggestiva ed elegante location di via Partenope Un evento unico per le 90 aziende e le 500 etichette dalle sedici delle più prolifere regioni d’Italia che hanno preso parte alla serata del 26 novembre. Al tepore delle luci natalizie, l’Anteprima VitignoItalia 2019 ha riscosso il suo consueto successo, coinvolgendo ristoratori, stampa, operatori del settore e palati di visitatori incuriositi. La sensibilizzazione al gusto ha visto professori ed esperti del settore impegnati, nella mattina del 26 novembre, nel convegno Vino e Ambiente, quale futuro?. Presenti Franco Alfieri (Capo della Segreteria del Presidente della Regione Campania), Raffaele Borriello (Direttore Generale ISMEA), Emilio Renato De Filippi (Vicepresidente Assoenologi), Carlos Santos (Amministratore Delegato Amorim Cork Italia), Michele Buonomo (Presidente Greener Italia), Valerio Calabrese (Direttore Museo Dieta Mediterranea), Luigi Frusciante (Professore di Genetica Agraria presso l’Università Federico II di Napoli) e Raffaele Papa (Presidente Associazione Spazio alla Responsabilità). Da nord a sud, come ogni anno la preview del Salone dei Vini e dei Territori Vitivinicoli Italiani non si esime dall’ingaggiare quale protagonista assoluta la qualità. Quest’anno, una peculiare predominanza delle cantine campane, per spaziare poi in un meridione dai sapori siciliani, e procedere verso Marche, Abruzzo, Umbria, Lazio, Toscana, Piemonte, Veneto, fino alle botti del Trentino. VitignoItalia 2019: la preview della XV edizione Maurizio Teti, direttore di VitignoItalia, parla di «un’avventura che ci ha visti crescere di anno in anno, fino a diventare uno degli eventi a tema vino più significativi dell’intero Paese, sicuramente quello di rilevanza maggiore nel Mezzogiorno». Con VitignoItalia 2019 si è giunti alla quindicesima edizione, evento che si terrà dal 19 al 21 maggio. La rilevanza dell’evento ha sensibilizzato il mondo del business, che ormai partecipa attivamente a ogni sua edizione. Presenti all’Anteprima VitignoItalia 2019 anche le maggiori case di supporto alla ristorazione, come Horeca, nota per i suoi Menù personalizzabili che nascono dalla fitta collaborazione tra l’azienda e l’unità ristorante o albergo. I social giocano un ruolo essenziale nella vita del consumatore, così VitignoItalia 2019 vede tra i principali media partner Enosocial, un’App che permette di ordinare online il vino appena degustato. Anteprima VitignoItalia 2019 è stata anche occasione per degustare le delizie dei dolci della Pasticceria Di Costanzo; prodotti gourmet dell’Azienda Agricola Nonna Rosa di Francesco e Peppe Guida, chef stellato di Vico Equense; le Aziende Agricole Il Moera di Avella e Nonno Andrea di Villorba; gli affetti del Salumificio Cillo di Airola; l’Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia DOP firmato Venturini Baldini; il salmone UpStream di Claudio Cerati, cresciuto in mare aperto, alimentato in modo naturale e lavorato artigianalmente; le praline di cioccolato fondente con gocce di vino di Calaf Dolci Misteri, cioccolatini differenti da abbinare a vini bianchi e rossi; i biscotti artigianali Pintaudi; il cioccolato del maestro partenopeo Mario Gallucci. Un preludio al gusto che ogni anno regala sempre nuove emozioni.

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Libri

Giulia Quaranta Provenzano, la poetessa di “L’Amore è…”

Recensione della raccolta di poesie L’Amore è… della studiosa indipendente Giulia Quaranta Provenzano «L’Amore esiste solo in Poesia». Giulia Quaranta Provenzano irrompe sulla scena con un manifesto che pullula di trite e sfiancanti verità. Tendenza, quella del meticoloso scavo nel reale, che la studiosa, poetessa e fotografa d’arte ligure custodisce gelosamente in un bagaglio conoscitivo che affonda le radici nell’ardita scelta di un iter di studi filosofici. L’approdo alla scrittura poetica è frutto della felice unione fra il costante domandarsi e il ragionamento sul significato. Giulia Quaranta Provenzano rivive questi due noccioli duri della sua vita nelle lezioni della professoressa Rita Mascialino, presidente dell’Accademia Italiana per l’Analisi del Significato del Linguaggio “MeQRiMa”, e fondatrice del Secondo Umanesimo Italiano. Un movimento che getta un’innovativa base all’interpretazione del testo letterario, ricercando una Teoria e un Metodo e mantenendo quale punto di partenza il valore del significato dell’opera d’arte, contro una logica di casta mascherata da libero pensiero. L’Amore è… di Giulia Quaranta Provenzano L’Amore è… è un’indagine sulla fenomenologia erotica che si spoglia di verbosità altisonanti per afferrare a mani nude la vita vera. La realtà è costellata di attese snervanti che rallentano il fluire regolare e pacifico. «Un miracolo/l’imbattermi in te» che scandisce il tempo, con l’impetuoso desiderio di godere del momento. L’io lirico della raccolta di Giulia Quaranta Provenzano si lascia inebriare dalla «frenesia», si aggrappa all’attimo consapevole che, nel lasciare la presa, potrà unicamente cadere in un infimo nulla. «Il passato è forse ingombrante/ma non quanto l’adesso/i suoi silenzi che fanno a pugni/con pezzi di vita mai vissuta». «Allungo la mano e ti ho/seppure non davvero» La dolcezza dell’attimo e l’amarezza di notti insonni. Si persiste nell’errore di un coinvolgimento impetuoso in virtù di quell’amore che si prova per l’Amore. Nemmeno l’amante in questa fenomenologia è una fonte di salvezza, ma è «signore dell’ancora inconoscibile», fonte di turbamento, ma causa prima di quell’eterno che esorcizza il nulla. Un gioco ossimorico costante si dipana nelle pagine di L’Amore è…, tra benedizione e dannazione, notte e giorno, teoresi e prassi. Innamorato dell’Amore, l’io lirico si imbatte nell’incarnazione di quell’ardimento, e ne resta trafitto. L’amore è… studio anatomico. Giulia Quaranta Provenzano delinea i tratti del corpo amato, visto non nella sua dolcezza, ma proprio nella ruga inflitta dal pensiero. «Quando sembrerebbe averti/sfuggi aldilà d’ogni umana/comprensione». Questo Amore è sempre un grido strozzato, un bacio negato, eppure speranza: «non chiudermi in una gabbia/donami sempre risorgivo amore/finché ubriachi capiremo/cosa davvero significa/e sapremo/restare». Per quanto quello descritto dalla Provenzano sia Amore nella sua fragilità, il timore che si spenga quel minimo bagliore nel buio è persistente. «L’Amore esiste solo in Poesia», perché certo finirà prima di essere vissuto davvero, ma la penna lo avrà già imprigionato, rendendolo eterno. «Incarnato l’amore è mezzo/ma qui Ti amo/Ti amo alla follia». L’Amore è… è stato realizzato con il supporto dell’Associazione Culturale Articoli Liberi, un’organizzazione impegnata nella distribuzione gratuita di libri di spessore negli ambienti scolastici di tutto il mondo. La penna di Giulia Quaranta Provenzano esaudirà così ancora […]

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Eventi/Mostre/Convegni

The Time, Gianluca Carbone all’Art Gallery di AM Studio

Inaugura il 16 novembre all’AM Studio Art Gallery di via Massimo Stanzione a Napoli la mostra personale di Gianluca Carbone, The Time, in esposizione fino al 7 dicembre. Gianluca Carbone, giovane artista napoletano, è già noto nell’ambiente espositivo campano. Vincitore della sezione scultura della Prima Edizone della Biennale d’Arte Contemporanea e del Design di Salerno, ha riempito con le sue opere le sale del PAN, del NAF, e vive attivamente svariate realtà concorsuali. L’approdo all’AM Studio è motivato dall’emersione di un fluido comune a tutte le opere realizzate negli ultimi anni che ha trovato solidificazione nell’esposizione The Time. «Veste grafica a un’entità astratta», come afferma Francesca Panico. Il tempo è dunque il fil rouge, o sarebbe meglio parlare di fil vert. Lo sperimentalismo di Gianluca Carbone ha come linfa vitale una resa cromatica vivida, quasi violenta, un colore che nasce da dentro e che fedelmente è ricondotto sul supporto pittorico o scultoreo. «Con il verde ci lavoro da tempo, ma è stata una cosa quasi inconscia. Mi sono reso conto dopo anni di sperimentazione che questo colore mi accomunava alla pittura, e ho cominciato a eliminare la tavolozza e a lavorare solo con il verde». Il soggetto della rappresentazione non motiva di per sé la scelta del colore, per quanto l’elemento vegetale possa suggerirlo. La ragione principale è insita nella personalità di Gianluca Carbone: «il verde mi esalta, ma lascio agli altri dedicare le loro parole a questo colore». La pittura materica rende palpabile il verde in tutte le sue accezioni cromatiche. Si fa claustrofobico, eternizzante, congelante. Esplode dalle teste degli uomini, si fa muffa, malattia e contagio. La tavola è erosa dalla potenza del verde, talvolta gli schizzi infliggono alla materia profonde ferite. La riflessione metacromatica che il verde consente di inscenare infonde all’opera di Gianluca Carbone lo statuto di appartenenza a una corrente concettuale. Anche se presenti e distinguibili, le figure, umane o vegetali che siano, sono avvolte dal colore, talvolta come da un manto coprente, e talaltro come se il colore provenisse dall’interno. I protagonisti della mostra personale The Time di Gianluca Carbone L’astrattezza di colore e tempo dà vita a uno sviluppo narrativo dagli emblematici personaggi: San Matteo, nella rivisitazione dell’opera del Caravaggio che fa Gianluca Carbone; nel Bianconiglio, nato dalla penna di Lewis Carroll, costantemente in preda al ticchettio; in Usain Bolt, una figura antonomastica quando si parla di velocità. Infine, un uomo alla scacchiera, l’immobilità, che a mano a mano viene fagocitato dal verde scorrere del tempo. La vegetazione si fa esemplificativa del dialogo con il tempo, nell’intricato rapporto tra l’industrializzazione e la tecnicizzazione della vita e la fioritura degli alberi. Gianluca Carbone si appella a una atavica consapevolezza, quella che solo la chioma e il tronco di un albero secolare potranno rapprendere, contro il mondo dell’effimero. «Fino alla rappresentazione di una fabbrica dell’impossibile: non inquina, non distrugge e produce natura, ossigeno, vita».

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Libri

Mentiras, racconti di tradimento dal mondo ispanico

Il mese di ottobre ha assistito all’uscita della seconda raccolta di racconti dal mondo ispanico edita dall’Alessandro Polidoro Editore: Mentiras. Dopo il successo di Amapolas, gli studenti del Corso Specialistico in Traduzione Letteraria per l’Editoria, sostenuti dall’Istituto Cervantes di Napoli e dall’Università “L’Orientale”, si sono cimentati in una tematica ancor meno circoscrivibile, un aspetto che Marco Ottaiano, docente universitario e direttore del Corso, ha definito «vasto e inafferrabile»: il tradimento. Mentiras, le menzogne. Dal mondo ispanico novellieri noti o meno tornano a sconvolgere il lettore italiano con la sensibilità del perverso, della deviazione da un codice precostituito, ennesima lotta all’asfissiante prerogativa borghese della norma. Il vero connotato dell’uomo è proprio quell’organo malato, quell’arto che per quanto tranciato resta fantasma. La descrizione esplicita della dimensione corporea non ha una finalità prettamente estetica, ma è espressione dell’inevitabile consapevolezza di un fuoco che si scatena nella membra. Da qui, l’accostamento del tradimento alla malattia, inesorabilmente senza cura. «Si accorse che l’infedeltà non era altro che la morte, e vide infine aprirsi la porta del forno in cui il suo corpo sarebbe stato cremato». Mentiras: mondo ispanico e fenomenologia del desiderio Mentiras tratta dell’atto di coraggio di uscire da una tradizione di prigionia rappresentata dalle precedenti generazioni, portatrici di una morale castrante, probabile stigma di una ineluttabile caducità. «Non mi butterò nel pozzo con loro, dietro i loro tulle da bambola, i loro fiocchi e le cravatte color salmone. Ma lo feci, mi buttai, mi sposai». Mentire diventa un atto di liberazione, un momento di assoluta verità, di onestà verso se stessi. L’alienazione è fomentata da un capitalismo omologante, che detta e instilla nelle menti ragioni che censurano il sentire, per quanto puro o profano possa essere. «Tutti i miei clienti sono brutte persone. Per via della televisione le coppie hanno smesso di vivere con naturalezza le proprie relazioni. Si spiano. Camminano in cerchio». I personaggi di Mentiras si abbandonano a quel seppure inopportuno «impeto di eccitazione». Lou Reed cantava «I’ve been set free and I’ve been bound», perché la liberazione comporta una nuova sottomissione, «imprigionato dal suo sguardo»: «quel che prima era magia si trasformò in sortilegio: con il solo attrito del suo corpo lo sottomise a un incantesimo di cui restò prigioniero per cinque lunghi anni». Si diventa ghiotti del proibito, proprio in virtù di quel senso del divieto, e anche quando si è sazi fino alla nausea non si vuole «scappare da questa bulimia emozionale». Mentiras è dunque un’indagine sulla fenomenologia del desiderio di deviazione, contro i connotati limitanti dell’uomo di quella che Massimo Recalcati definisce «clinica dei nuovi sintomi»: la costante insoddisfazione e l’impossibilità di vivere il desiderio stesso. La prospettiva non è solo quella dei traditori, si concede libero sfogo anche alle riflessioni dei traditi. «Uno non è solo nel mondo, anche gli altri contano, anche gli altri hanno il diritto di partecipare», e il tradimento in alcuni racconti di Mentiras si traduce proprio in esclusione e isolamento. L’illuminazione del momento di passione, vissuta come abbandono o scelta (non […]

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Food

Trentodoc, un mare di bollicine bagna Napoli

Nella sontuosa ambientazione dell’Hotel Excelsior, il 21 e 22 ottobre le giornate Trentodoc. Bollicine sulla città. Il consorzio Trentodoc allea cinquantuno case spumantistiche, le grandi etichette della produzione d’eccellenza del Trentino. Piccole e grandi cantine si stagliano tra valle e alta quota, sulle sponde dell’Adige e circondate dalle Dolomiti. Insieme a Vitigno Italia, una delle più efficaci possibilità di interfacciarsi con i grandi del settore. La giornata del 21 è stata dedicata in particolare alla programmazioni di masterclass per la formazione di operatori nel settore e per la sensibilizzazione del consumatore, mentre il 22 ottobre ha visto estimatori della stampa e non scoprire un mondo di tradizione di montagna e di nuove sperimentazioni concesse dai progressi tecnologici. La produzione ha avuto inizio dalla spinta propulsiva di Giulio Ferrari, il quale ai primi del ’900 ha proposto una produzione di stile tradizionale sulla scorta della Francia, rinomata nel settore. L’uva di partenza è lo Chardonnay, accompagnato dalle varietà di Pinot nero, bianco e meunier per ottenere un Trentodoc brut, millesimato e riserva. Un prodotto poliedrico, che nelle sue diverse sfaccettature può accompagnare il consumatore nei più svariati momenti del pasto e della vita, regalando il gusto che solo un’opera di così alta qualità può offrire. Ogni prodotto dall’etichetta Trentodoc è investito di una grande responsabilità: rappresentare il proprio territorio. Il legame è fortissimo, il riconoscimento della provenienza degli spumanti presentati a Trentodoc. Bollicine sulla città è immediato. La quota, la temperatura e il suolo di produzione infondono carattere all’operato stesso dei viticoltori. Il presidente Enrico Zanoni ha inoltre stretto un accordo con Antonello Maietta dell’Associazione italiana Sommelier per l’istituzione della competizione annuale Concorso Miglior Sommelier d’Italia – Premio Trentodoc. Sarà premiato, nel mese di novembre colui che verrà considerato il più eclettico comunicatore di vino. Trentodoc, i nomi delle Bollicine sulla città di Napoli Protagonista indiscusso è dunque il marchio Trentodoc nelle sue molteplici declinazioni. Si va da un Abate Nero dalla grande bevibilità, aggressivo nelle note giovanili o più frizzantino e morbido per la Riserva Cuvée, ai residui zuccherini dell’Altemasi, tra il Pas Dosé con i suoi 40% di Pinot nero o lo Chardonnay puro del Millesimato. Inoltre i frutti rossi infondono all’Altemasi Rosé una maggiore morbidezza, già raggiunta con note di cremosità nel Riserva Graal. Obiettivo è esprimere la territorialità, quella che la cantina Bellaveder ritrova nel suo Brut Nature Riserva. Cantina a San Michele d’Adige, adiacente al Lago di Garda, vanta di terreni calcarei e argillosi, che influenzano inevitabilmente la riuscita del prodotto Trentodoc. L’escursione termica garantisce il raggiungimento del primato. La cantina Borgo dei Posseri opta per il suo Trentodoc Tananai per una percentuale più elevata di Pinot nero, un retrogusto forte e inesauribile. Ogni cantina infonde ai suoi prodotti un tratto di originalità profuso da scelte personalissime, come quella del culto dei vini biologici per la Cantina Aldeno, con il conseguente Trentodoc Altinate Blanc de Blanc Brut Biovegan. La cantina più piccola del Trentino, la Cantina d’Isera, vanta poi bianchi aromatici di gran rilievo, con la […]

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Teatro

Stagione teatrale 2018/2019 del Teatro Elicantropo

Oggi si inaugura la stagione teatrale 2018/2019 del Teatro Elicantropo, spazio di arte ed eventi culturali di Vico Gerolomini. Carlo Cerciello, direttore artistico del Teatro, dopo ormai ventitré anni continua a credere che la cultura possa salvarci dall’assuefazione. L’indignazione è alla base di una comunicazione consapevole, di un teatro coraggioso, proprio in virtù del fatto che «si può anche morire di teatro». Per quanto sparuta, la minoranza può fare la differenza, e, nel teatro soprattutto, infondere valore alla performance. «Dobbiamo smettere di fare i narcisi, mentre sulle nostre teste aleggia qualcosa di terrificante». Il Teatro Elicantropo, con la collaborazione di Elledieffe e della Fabbrica dell’Attore di Roma, ha ottenuto riconoscimenti ministeriali per la formazione teatrale, grazie soprattutto a quei valori per i quali Carlo Cerciello continua a lottare. Da quest’anno, il Corso di perfezionamento professionale per attori, incentrato sulla recitazione e la regia, gode della presenza di maestri noti a livello nazionale e internazionale. Il compito di questi educatori è quello di lasciare quel qualcosa che aiuterà a edificare un teatro da ereditare. Ma vediamo ora nel dettaglio quali saranno gli spettacoli della stagione teatrale 2018/2019 del Teatro Elicantropo. La stagione teatrale 2018/2019 del Teatro Elicantropo: gli spettacoli del 2018 La prerogativa degli spettacoli della rassegna di quest’anno è quella di parlare agli esseri umani in quanto esseri umani. Carlo Cerciello crede che la comunicazione possa nobilitare, donando allo spettatore la capacità di esprimere un’opinione autonoma. Terrore e miseria del Terzo Reich, regia di Carlo Cerciello, dal 18 ottobre all’11 novembre Rivivono sulla scena le parole di Bertolt Brecht, dimostrando ancora una volta quanto possano essere attuali, in un’Italia che a Cerciello sembra rivolta ancora una volta a una deriva fascista. Denuncia e protesta, uno spettacolo dai toni forti. Io so e ho le prove, scritto, diretto e interpretato da Giovanni Meola, 15-18 novembre Ispirato all’omonimo libro inchiesta di Vincenzo Imperatore, racconta la «conversione di un ex-manager bancario» che decide di denunciare le nefandezze della nota banca italiana per la quale ha lavorato. Insieme alla voce dell’attore, l’accompagnamento di un’attrice muta, musicista e rumorista. Ballerina, regia di Iolanda Salvato, 22-25 novembre Adattamento teatrale di un racconto di Patricia Highsmith, sul rapporto fra animali e uomini visto dalla prospettiva di una elefantessa. Un racconto in musica di denuncia civile e sociale. Orfeo – Piombato giù, diretto e interpretato da Roberto Azzurro, dal 29 novembre al 2 dicembre Con incursioni di Rilke, Nietzsche, Pavese, Savinio e Azzurro, una rivisitazione del mito di Orfeo nella sua prigionia terrena. Pinuccio, di e con Aldo Rapè, 6-9 dicembre Pluripremiato monologo struggente di un bambino alla ricerca del padre nel contesto delle miniere siciliane. Moby Dick. La bestia dentro, testo e regia di Davide Sacco, 13-16 dicembre Acab è il rappresentante di una generazione senile che combatte contro i propri limiti. Una favola che raccoglie i fondamenti della cultura occidentale contemporanea, simbolo di un’accoglienza necessaria. Fosco, scritto, diretto e interpretato da Peppe Fonzo, 20-23 dicembre Tratto da una canzone di Domenico Modugno, la storia del tipico scemo del […]

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Libri

Napoli mon amour: la voce e il tono di Alessio Forgione

Napoli mon amour, romanzo d’esordio di Alessio Forgione, pubblicato per la NN Editore, diventa in pochi mesi un caso letterario. Perché leggerlo? «Ho letto i suoi racconti e, le confesso, mi piacciono molto. Mi sono piaciuti molto. C’è qualcosa da rivedere, non glielo nascondo, ma lei ha una voce, un tono. Mi piace molto, il suo modo». A queste parole Amoresano, protagonista di Napoli mon amour, romanzo d’esordio di Alessio Forgione, si commuove dopo tanto tempo, dopo il tanto soffrire immerso in una vita di stenti economici e continue delusioni. Questo picaro precocemente in pensione, ormai lontano dalla vita di nave che continuamente rammenta, si crogiola in un abisso presente che, tra dimensione onirica e ruvido vero, gonfia e mortifica a tempi alterni ogni speranza futura. Inizia a Piazza Dante il flusso di Amoresano, voce narrante di timori ed esami di realtà amari e costanti. A ogni passo in avanti si rivela l’impossibilità stessa di un avanzamento, inibito dal muro insormontabile del mondo reale. Intanto il timore stesso del non averci provato abbastanza, «che forse mi ero seduto sul ciglio della strada ad aspettare che le cose accadessero o che qualcuno si fermasse a raccogliermi». L’imagery urbana partenopea è la cornice di un eterno vagare tra la folla indistinta, dai vicoli del centro storico, dai colori caldi e dalle improbabili possibilità di amori occasionali, fino alla periferica Bagnoli. «Mi sarebbe piaciuto essere chiunque eccetto che me». Amoresano si osserva dall’esterno, nelle sue continue ricerche di un posto di lavoro, nella dimensione monetaria in cui rinchiude gli eventi della sua vita. La prospettiva è quella del fondo di bottiglia di una Peroni che a mano a mano si svuota, portando linfa putrida a membra sgangherate. «Perché la mia non era una reale timidezza, di quelle che vinci e vai, ma un imperativo al silenzio, dettato da una spropositata considerazione di me stesso». Napoli mon amour: la città di Alessio Forgione L’atteggiamento nichilista descritto da Alessio Forgione per bocca di Amoresano concede delle dovute eccezioni. Napoli, il suo amore, la città che vive da cima a fondo, la devozione nei confronti della sua squadra, un tifo spesso unico veicolo di comunicazione con il padre. Camminare a Napoli regala ad Amoresano un inaspettato momento di beatitudine. Proprio tra la folla incontra lo sguardo della misteriosa Lola (così almeno si fa chiamare, memore dell’idolo letterario di Vladimir Nabokov, questa misteriosa studentessa di filosofia). Attraverso i suoi occhi, Amoresano fa esperienza di un universo-dinamite, «ed io pensai ch’era meglio un mondo così, che rischiava di esplodere e finire in ogni istante, che un mondo come il mio, dove non accadeva nulla». Così come in Hiroshima mon amour, il film che insieme guardano, un crogiuolo di amore e guerra. Il lento procedere di questa stanca vita gode di momenti di luce, di speranza, e di meno sane illusioni. Napoli è il luogo della luce della vita e il profondo blu di una eterna immersione. Vige la lotta tra il partire e il restare, fonte di tentativi […]

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Eventi/Mostre/Convegni

I Mondi di Peter Flaccus e Luca Padroni all’Intragallery

La galleria d’arte contemporanea Intragallery apre la nuova stagione espositiva il 6 ottobre con la mostra Mondi di Peter Flaccus e Luca Padroni Apparentemente, un dialogo nato da uno scontro quello che prende corpo nelle composizioni di Peter Flaccus e Luca Padroni, le anime della mostra Mondi aperta al pubblico dal 6 ottobre all’Intragallery, cuore dell’arte contemporanea del quartiere Chiaia. Da un lato, l’artista newyorkese Peter Flaccus, un pittore poliedrico che a seguito di un primo periodo di studio dedicato al più tradizionale olio su tela, si converte alla sperimentazione astratta, in particolare con la tecnica dell’encausto, un procedimento raffinato che così spiega: «una possibilità inaspettata, la materia può essere molto densa e trasparente. La cera ha un certo spessore, il mio mondo è anche quello dello studio e della pratica». Il mondo della pittura a olio è quello della cosiddetta «ultima pennellata», come Peter Flaccus nota. La tecnica compositiva dell’encausto e la natura stessa della cera punica, riscaldata e incisa, conferisce all’opera una trasparenza tale da permettere la lettura delle varie fasi della sua realizzazione. Uno dei punti fondamentali del dialogo Flaccus – Padroni risiede proprio nella percezione della consistenza della materia, portata a uno studio intenso e paziente, per quanto al contempo deciso e spontaneo, degli effetti che possa dare la lavorazione di un materiale tanto complesso, quanto alla realizzazione di un dipinto a olio che risenta della stessa ingombrante attenzione allo strato di colore, quasi palpabile nell’opera di Luca Padroni. «È la natura che dice che diversi colori caldi si mischiano in una certa maniera», continua Peter Flaccus, nelle sue riflessioni sulla materia. Proprio colori caldi si alternano alla cera di Flaccus, quelli delle opere di Luca Padroni, piccole o grandi tele che accostano il mondo dell’intimità di una casa romana alla fauna urbana. «È come se Peter avesse fatto un’estrazione di tutti questi movimenti che io ho nei miei quadri» ammette Padroni, ragionando sulle diverse tecniche compositive. «Ritratti di personaggi tra l’eroe epico e il barbone, di grandi capacità ma con grande difficoltà a raggiungere i propri desideri in una società che esclude chi ritiene diverso», così descrive il suo mondo Luca Padroni. Con un percorso che sembra speculare a quello di Peter Flaccus, l’artista romano ha vissuto un primo periodo di astrattismo per poi giungere nelle opere esposte in Mondi all’Intragallery, frutto di uno studio che ormai persegue da tre anni, a una forma d’arte figurativa. Ma lo stesso Padroni, parlando delle opere della prima fase, rettifica: «non le ho mai considerate astratte. Per me è importante che ci sia sempre un aggancio, e se lo stile è totalmente astratto trovo difficile relazionarmici». I due grandi quadri protagonisti della prima sala della galleria, sono il risultato di un lavoro a lungo espresso in quelli che Luca Padroni definisce quadri «analitici», con particolare attenzione agli interni della nota casa romana della musa pitturessa Anna Paparatti, una casa colma di cose sorprendenti, «tra miseria e nobiltà». «Elementi nei quadri più piccoli che riuso per ricostruire un ambiente […]

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Libri

A qualcuno piace Fashion: intervista ad Adelaide Caiazzo

Maestra di eleganza e novella icona della moda nel mondo dei social, Adelaide Caiazzo, con la sconsideratezza che lei stessa si riconosce, si cimenta per la GM Press in un «manuale semiserio per una settimana da Dea»: A qualcuno piace Fashion. Nato da una passione personalissima, questo vademecum dello stile nasce come il diario personale della protagonista, Dea, una consulente di immagine che racconta la propria settimana al suono di tacchi a spillo e battute esilaranti, per non prendersi mai troppo sul serio. Cresciuta in un mondo «fatto di lustrini e paillattes», la protagonista del nuovo libro di Adelaide Caiazzo è brillante, propositiva, una ritardataria cronica, ma sempre pronta ad ascoltare i drammi delle esistenze delle sue clienti, concorrendo a salvarle dall’oblio della sciatteria. Il mantra per scagionare questa incuria resta il sacrosanto «vengo prima io», inevitabile spinta alla cura della proprio immagine, che si accompagna a un sano rispetto per il sé che, per quanto professato con toni ironici, resta uno dei temi di A qualcuno piace Fashion. Una prosa mordace, che alterna i racconti della quotidianità di Dea, conditi da analisi antropologiche tutte da ridere, agli angoli di Consulenza, veri e propri tips per presentarsi nel modo giusto al momento giusto. La veste grafica di A qualcuno piace Fashion gode del dialogo che Adelaide Caiazzo ha scelto di intessere con l’arte fotografica, facendosi musa di Matteo Anatrella, il quale ha tradotto in immagini il significato di moda che l’autrice ha posto a fondamento del suo libro. Intervista ad Adelaide Caiazzo, autrice di A qualcuno piace Fashion A qualcuno piace Fashion: com’è nata l’idea di questo «manuale semiserio»? L’idea per questo manuale nasce proprio in seguito alle richieste delle followers, che da anni ormai seguono con affetto il mio lavoro sui social. In seguito ad una serie di “Diari di bordo” nei quali raccontavo le mie giornate e il mio lavoro, sempre con un taglio fortemente ironico e autoironico, sempre più spesso mi è stato chiesto di “scrivere un libro”! Nasce così “A qualcuno piace Fashion”, che mixa il mio amore per la scrittura ai consigli di stile che ogni donna può trovare ed applicare poi su se stessa. Quanto c’è di Adelaide Caiazzo in Dea, la protagonista? C’è praticamente tutto! In questo libro racconto una mia settimana tipo, il mio lavoro, i miei affetti e la sconfinata passione per il mio lavoro. Magari ho cambiato giusto qualche nome! La devozione per il proprio aspetto è un argomento quanto mai delicato nella «società dello spettacolo». Qual è il consiglio più significativo per chi desidera prendersi cura tanto della propria immagine esteriore quanto di quella interiore? Mi piace moltissimo questa domanda, perché ogni giorno e ormai da tantissimi anni cerco di insegnare alle donne a prendersi cura di se stesse nella giusta misura, senza ossessioni, imparando ad amarsi nella propria interezza, imperfezioni comprese. È molto facile oggi, anche per la continua pressione mediatica, finire in un tunnel di senso d’inadeguatezza, quindi il mio consiglio è sempre quello di accettarsi, curare […]

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Food

Palazzo Petrucci ospita “In The Kitchen Tour”, chef chic a Napoli

Il mare increspato e un sole cocente incorniciano la suggestiva terrazza di Palazzo Petrucci. Situato su Via Posillipo, è il punto panoramico di maggior efficacia: sulla sinistra il Castel dell’Ovo e una veduta del Vesuvio; a destra, una gouache del Palazzo Donn’Anna, storico simbolo di una delle zone più affascinanti del sud. Proprio in questo punto focale della città partenopea sbarca il 26 settembre, per la prima volta a Napoli, In The Kitchen Tour, la jam session culinaria organizzata dall’associazione CHIC – Charming Italian Chef. CHIC si batte per la le tre “s” di Semplicità, con un rapporto diretto con il cliente, Sostenibilità, nella ricerca della qualità, Salubrità, con una corretta alimentazione e necessaria offerta di prodotti di qualità. Palazzo Petrucci è il trait d’union di grandi artisti del sapore più adatto nella città partenopea. Nel 2008, a solo un anno dalla nascita, il ristorante, allora in Piazza San Domenico Maggiore, ha ottenuto una stella Michelin, ergendosi così come il primo ristorante stellato a Napoli. Nel 2016 il gusto affianca Palazzo Donn’Anna, aprendo la nuova sede di Via Posillipo. In questa location edificata con il tempo e cresciuta con cura si è tenuto In The Kitchen Tour, evento di dialogo fra le menti culinarie più acute. Gli chef stellati trovano così il loro punto di incontro, una giornata dedicata al sapore e all’innovazione, che un vero e proprio scambio ha dato loro modo di raggiungere. Presenti all’evento, tanto gli chef, quanto i più noti produttori della qualità, spaziando dalle eccellenze del territorio campano, a quelle dei suoli nazionale e internazionale. Solo alcune fra le grandi produzioni presenti all’evento In The Kitchen Tour di Napoli: “Ciarcia” con i prosciutti dell’Irpinia; “Eccellenze dei Tartufi” della famiglia Capasso; “Mozz’Art” di Casoria; l’”Aglio Orsino”, selvatico, perfetto per il pesto e per le sue proprietà mediche; il consorzio “BRODO”, nato dal dialogo fra otto aziende esperte nel settore agroalimentare; Il “Borgo del Balsamico”; l’azienda agricola “Moera”; le cipolle ramate di “Casa Barbato”; il pastificio agricolo “Mancini”, con variegate tipologie di pane; “Spirito Contadino”, con il valore della terra; l’azienda agricola “Riso Guidobono Cavalchini”, con il Riso Buono Carnaroli Gran Riserva. Alle eccellenze agricole si accompagnano i grandi nomi dell’enogastronomia locale, come i produttori di birra “Amarcord”, e ancora i viticoltori del consorzio “BRODO”. Insieme ai prodotti culinari, anche i macchinari più raffinati per la loro lavorazione, come gli efficienti miscelatori per gelati Carpigiani e le cucine GICO. Palazzo Petrucci, in the Kitchen Tour: i protagonisti CHIC Grandi incontri dunque a questa edizione napoletana di In The Kitchen Tour. Presenti all’evento gli chef stellati del territorio campano, che hanno preparato opere d’arte culinaria con i prodotti messi a disposizione dalle grandi aziende, spesso collaborando per la loro realizzazione. Insieme al resident chef Lino Scarallo e al pizzaiolo di Palazzo Petrucci Davide Ruotolo: Luigi Salomone di “Piazzetta Milù”, Basilio Avitabile della “Masseria Guida”, Fabio Caiazzo dell’Hotel “Santa Lucia”, Vittorio Carotenuto di “Osteria Donna Maria”, Francesco Gallifuoco del Ristorante Pizzeria “Franco”, Francesco Martucci della Pizzeria “I Masanielli”, Cristiano […]

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Culturalmente

Religione buddista: storia, pratica e nobili verità

Nata dagli insegnamenti di Siddharta Gautama, la religione buddista vanta una delle più antiche tradizioni, presumibilmente fiorita nel IV-V secolo a.C. Il termine religione è associato a una dimensione di venerazione provata dall’uomo nei confronti di ciò che ritiene sacro. Nel caso del buddismo, il credo è stato definito “ateo” in quanto il culto di una divinità non sarebbe adeguato al raggiungimento dell’atarassia. A tale scopo invece, fondamentali gli insegnamenti di Siddharta, il Buddha. Il Buddha, “colui che si è risvegliato”, ha meritato questo appellativo nel momento in cui, fatta esperienza di riflessione sull’esistenza e sulla morte, ha lasciato gli agi della corte principesca che lo vedeva protagonista, comprendendo la sua precarietà, e la conseguente ricerca di una soluzione alternativa alla sofferenza. Il Buddha è un illuminato, che cerca le sue risposte in un ripiegamento ascetico. Lo stato di illuminazione è quello di una saggezza che supera la sofferenza. Il viaggio del Buddha dalla sua condizione d’agio a quello di insegnante di vita è alla base della religione buddista. È lo stesso viaggio che ogni credente deve compiere tendendo a un risveglio spirituale che corrisponde a un cammino personale. Per quanto la religione buddista si sia diffusa inizialmente nel continente asiatico, oggi ci sono circa 350 milioni di credenti in tutto il mondo, annoversandosi fra le quattro religioni più popolari. La differenza principale fra la religione buddista e tutti gli altri credi è proprio l’assenza della centralità di Dio, perché secondo l’insegnamento del Buddha, chi cerca l’illuminazione non deve perseguire questo tipo di ricerca. La nostra verità deve superare un credo codificato da una religione dogmatica, nonché la pratica ha un ruolo preponderante, ancora più importante del concetto del credo in sé. Solo così ci si può liberare della sofferenza, stato preponderante della vita dell’uomo fin dalla sua nascita. Le Quattro Nobili Verità della religione buddista Un lavoro su se stessi fondato sul primo insegnamento del Buddha è il primo passo verso il superamento della sofferenza. Anche nei momenti di serenità incombe la sofferenza, secondo il principio che giustifica la necessità delle Quattro Nobili Verità: l’impermanenza. Ogni cosa è in balia di un costante divenire, e così lo stato di appagamento è destinato a un inevitabile ribaltamento. Le cose mondane, secondo l’insegnamento di Siddharta, non appagano in quanto per definizione portatrici di un senso di insoddisfazione. Inoltre, il nostro io subisce lo stesso inesorabile destino delle cose: muta e non dà certezze. Da qui le Quattro Nobili Verità della religione buddista. La prima verità è la duhkha, la verità della sofferenza. Il dolore si esplica in varie forme, motivate per la maggior parte dall’impermanenza, cioè dalla mutevolezza, dall’impossibilità di liberarci dal dolore in sé, o dalla percezione stessa della nostra esistenza, troppo spesso segnata dall’inutilità. La Prima Verità della religione buddista è dunque una presa di coscienza. La Seconda Verità è la samudaya, la verità sulla causa del dolore. L’origine della sofferenza è nella nostra illusione di poter trovare appagamento nelle cose terrene, il dolore nasce dall’interno. La Terza Verità […]

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Food

Inaugura “Januarius”: un nuovo miracolo per San Gennaro

«Per il sangue e per la testa liberaci dalla tempesta. Per la testa e per il sangue liberaci tutte quante!». La figura benedicente di San Gennaro protegge e consacra un nuovo luogo di culto, che apre le proprie porte ai più insaziabili tra i fedeli. Inaugura il 19 settembre, giorno dedicato al Patrono partenopeo – noto per il miracolo che ogni anno ricorre, ricordando a Napoli la sua immortale protezione – in Via Duomo 146/148, dinanzi alla maestosa facciata della cattedrale, il ristorante e street food Januarius. Bottega ideata dal credo di Francesco Andoli, dopo due anni di attesa vede la sua apertura il luogo di un ulteriore miracolo di cui la città di Napoli potrà andar fiera. Il buongusto impera nel regno di Francesco, il quale da sempre spasima nel desiderio di professare il valore culturale del credo del Santo, ricevendo onorificenze dalla stessa Cappella del sangue di San Gennaro, in quanto responsabile della diffusione del suo culto laico nel quartiere di Napoli. Januarius: tra culto dell’arte e un palato devoto Le pareti di Januarius sono tempestate delle testimonianze di questo ardore, lo stesso che rende il locale una vera e propria galleria di arte sperimentale. Giovani artisti indipendenti del centro storico hanno contribuito alla sua realizzazione, come per le lampade a forma di turibolo che aleggiano in una delle due sale del ristorante. Il locale si colloca al di sotto della Chiesa dei Girolamini, sotterraneo perfetto per il culto laico del gusto e della gratitudine nei confronti del santo Patrono. Insieme alle frasi di celebri personalità, da Matilde Serao a Pino Daniele, incantate dalla storia dell’eruzione, sono incorniciati i tipici ex voto. A caratterizzare gli ambienti anche le tipiche rappresentazioni presepiali di San Gregorio Armeno. Il seguace di tale culto laico non potrà fare a meno di immergersi nella storia della città, oltre che nei suoi sapori tradizionali. Januarius è il luogo del piacere del palato, stuzzicato dalle migliori proposte gastronomiche. Riecheggia nei nomi dei piatti un senso di appartenenza che riconosce nella cucina della tradizione una devozione insaziabile, condita dal giusto accompagnamento di selezione campana. Sfoggiano vini bianchi come il Falerno della cantina Pagano, nonché i tradizionali Falanghina e Piedirosso. Il birrificio KBirr dedica alla nuova apertura la Januaria: birra ambrata, dal colore rosso andante come quello del sangue del santo; un birra composita, dalla media gradazione, speziata e dai toni amari, per questa polimorfia emblematica della natura della città. Tutto sotto la protezione di una silhouette inconfondibile, ormai simbolo dell’energia vulcanica che conduce Napoli a una ricostruzione costante, e che Januarius si propone di rappresentare. A questo scopo, Francesco Andoli, ideatore di Januarius nonché vice direttore di Identità Insorgenti, terrà in questo cuore pulsante di cultura e ardore per il territorio alcuni meeting di riflessione a tutto tondo, dalla gastronomia all’analisi socio-antropologica della realtà partenopea.

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Musica

When She Will Come dei Blue Cash: a telefono con la Morte

Dopo l’album d’esordio, i Blue Cash, quartetto acustico di Udine, tornano su una scena musicale dalle scenografie internazionali con When She Will Come per l’etichetta discografica Music Force. Johnny Cash riecheggia nella scelta del nome del gruppo così come nelle tendenze musicali, note tinte di un profondo e intenso blue. Con un mantra come Walk the line, non è possibile far altro che perseguire un tentativo costante di osservazione della cruda realtà, indossando i panni dei cantastorie della Folsom Prison. La contaminazione di genere orienta When She Will Come sull’onda di un rock country che non rinnega influenze jazz. Del resto, la formazione dei membri della band Blue Cash è in questo indicativa. Andrea Faidutti, chitarra e voce decisa, tra Fabrizio De André e Alex Kapranos, è stato protagonista di Time in Jazz 2013, Festival organizzato dal trombettista Paolo Fresu, nonché partecipante al progetto Diavoli Rossi con il jazzista friulano Claudio Cojaniz. Un po’ come un tempo aveva fatto George Harrison intraprende lo studio del sitar in Pakistan, infondendo orientale sensualismo e psichedelia al suo stesso arpeggio (King of nothing, sesta traccia, ce lo insegna). Il jazz è anche fulcro d’interesse e approfondimento musicale degli altri membri del gruppo. Alan Malusà Magno, ancora chitarra e voce, ha affiancato alla carriera attoriale la partecipazione a contest musicali e, dopo una prima fase da autodidatta, lo studio del jazz con Gaetano Valli e Glauco Venier. Marzio Tomada e Alessandro Mansutti, rispettivamente basso e batteria, sono appassionati di quel rock che dialoga con il country in When She Will Come, oltre a una tendenza poliedrica che ha portato Tomada a rapporti musicali con artisti del calibro di Ornella Vanoni e Alex Masi, e Masutti a prendere parte al trio jazz Juri Dal Dan, il cui album del 2012 Solitudini è stato valutato come il migliore cd jazz dell’anno. Sotto la buona stella di Rolling Stones, Beatles ed Elvis Presley, i Blue Cash propongono un album dalla sperimentazione costante, tanto nel sound quanto nel contenuto. When She Will Come dei Blue Cash: lei chi è? Tutto nasce da una telefonata tra il Diavolo e la Morte, l’her alla cornetta, esordio quasi necessario alla sintonizzazione sul mondo dei Blue Cash, vivacizzato dall’acuta ironia dei loro testi, così evidente nel sound della settima traccia, Message to a friend. Prevale la dimensione del racconto e della colloquialità tipica del country primordiale, con un aggiunta di energici assoli rock. All’ascolto si associa inevitabilmente la febbrile danza a colpi di tacco, trascinante e ipnotica. Si infittiscono le voci e si rasenta la narrazione di Lou Reed nella nona traccia Jenny doin’ the rock, un ritmo martellante e trascinante. A intermittenza si posa dolcemente in un arpeggio e si rialza in un ritmo country la voce di When She Will Come, decima traccia dei Blue Cash. Inevitabile l’esplosione alternative rock in Maledetti Cash in chiusura, un vortice di percussioni e assoli, quasi previsione e augurio di un futuro musicale senza fondo.

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Eventi nazionali

Festivaletteratura 2018: dal 5 al 9 settembre a Mantova

Correva l’anno 1997 quando nella città di Mantova si inaugurava con febbricitante entusiasmo Festivaletteratura, l’apoteosi della cultura che da allora riunisce nel capoluogo lombardo di storica fama i grandi della parola di ogni dove. Un’idea tipicamente anglosassone dello speakers’ corner amplifica il desiderio nato da un piccolo gruppo di residenti, il Comitato Organizzatore, di aumentare il volume della voce, coinvolgendo nell’iniziativa quelle menti affamate che volontarie dedicano se stesse al Festivaletteratura, e che già a partire dalla prima edizione hanno costituito l’Associazione Filofestival. Incontri con autori, cene letterarie, concerti, conferenze e molto altro si terranno ancora al Festivaletteraura nell’edizione 2018 da mercoledì 5 a domenica 9 settembre. All’aperitivo inaugurale delle 11.30, già dal primo giorno si renderà onore al senso dell’incontro, che coniuga la necessità di interfacciarsi con l’altro, come forma di riconoscimento dell’io, all’immersione nella città di Mantova, cornice ideale con le sue piazze, le chiese e i teatri. Nella parte più antica della città si erge la Tenda dei Libri. In questo spazio ad accesso libero saranno esposte opere disponibili alla consultazione, quest’anno con peculiare focus su una capitale di carta, la ceca Praga. Annessa all’invito di partecipazione al Festivaletteratura c’è sempre una richiesta: tocca con mano. Le iniziative non prevedono un passivo ascolto, ma promuovono un dibattito capace di spaziare dalle riflessioni letterarie, tra poesia e grandi nomi, a quelle ambientali, scientifiche, antropologiche. Da qui ancora la nascita del Scienceground, una piccola comunità scientifica temporanea che con il gioco e la sperimentazione incarna l’irresistibilità del desiderio tattile. Tutto ciò che si semina in ogni edizione è raccolto nell’archivio ufficiale e consultabile del Festivaletteratura, esperienze che danno sapore all’ordinario. Festivaletteratura 2018: un mondo di voci Una parentesi di cinque giorni che non può restare una parentesi. Il Festivaletteratura vanta della consapevolezza della rarità dell’incontro. Dal 5 al 9 settembre si animerà un giro di vite, che senza la partecipazione non avrebbe avuto luogo. Insieme ad autorevoli voci di autori ed esperti italiani si aprono le porte a una dimensione più che europea. Così, nello stesso giorno intervengono il dantista Riccardo Bruscagli, il nigeriano A. Igoni Barrett, e l’esperto mondiale di ghiaccio marino Peter Wadhams. I giorni successivi si articolano tra le riflessioni sul nichilismo attivo di Umberto Galimberti, il noto cartoonist Bruno Bozzetto, lo scrittore pluripremiato Guido Conti e molti altri ancora. La poliedricità dei linguaggi del nostro mondo si manifesta poi in proiezioni cinematografiche serali, in spettacoli teatrali in dialetto e sezioni collettive di giornalismo. Al Festivaletteratura anche la vita diventa una storia da raccontare, come dimostrerà in un incontro che lo vede protagonista lo scrittore Matt Haig, previsto da programma per giovedì 6 settembre. Il racconto del sé è fonte di giochi e laboratori per l’infanzia, previsti nel primo pomeriggio di ogni giornata di Festival. I sostegni affinché tutto questo avvenga superano le aspettative di un festival comune, raggiungendo le porte dell’Ambasciata del Canada e di altri ambiti sponsor. La pratica di avvicinamento di anime altrimenti distanti nel tempo e nello spazio ha fomentato il Festivaletteratura […]

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Libri

Un labirinto in cui ritrovarsi: Mistero d’inverno di Stefano Urru

«Mistero d’inverno è un piccolo labirinto di immagini, suoni e parole in rima». Così Stefano Urru, scrittore romano agli esordi, definisce il suo primo lavoro edito da Caosfera. Una favola in rima da leggere in una seduta, d’un fiato, che fa vibrare il suo spirito immaginifico tra rime e illustrazioni minimaliste dall’atavismo misterico. Il senso del misticismo che aleggia tra le pagine di Mistero d’inverno introduce a una dimensione altra, candida e avvolgente. L’inverno, notoriamente considerata la stagione della stasi e della morte, è visto qui come un «nobile dono», momento necessario e inizio di una avventura ricca di allegorie e valori sottesi. All’arrivo dell’inverno, in un regno lontano e di favola, gli adulti hanno la premura di difendere i propri bambini dal freddo. «Terremo i bambini in un posto sicuro/protetti e coperto dal tempo più duro». Ma un giorno al risveglio, i più piccoli si trovano ad abitare un mondo desolato, dove gli adulti sono spariti, dove qualcosa dovrà cambiare. Gli adulti spariscono in un mondo che non comprendono, in quel freddo da loro unicamente temuto. L’avanzare dei bambini nel mondo in rima di Stefano Urru è la lotta contro l’appiattimento e il disincanto che spesso il crescere comporta. La voce del mistero prorompe e chiarisce la missione ai bambini: «l’animo ai grandi è stato rubato». La prima reazione alla sparizione dell’adulto nel cuore di ogni bambino è quella dello smarrimento. Ogni piccolo personaggio reagisce come farebbe il proprio genitore. Ma l’estremo insegnamento sembra proprio questo: i bambini si conformano al mondo in cui vivono, «senza sapere che il mondo li inganna». Il viaggio nei meandri del sé: Stefano Urru e Mistero d’inverno Incomincia un viaggio e la partenza ha i connotati di una liberazione da barriere ideologiche di chi non riesce più a vedere le cose dell’amore. Queste affollano ogni antro, in una forma di esilio castrante inflitto da menti censorie. Il percorso fa riemergere ciò che sembrava perduto, la purezza del bambino: «restano immobili con fare sognante/guardano i sogni con la mente assente». Giochi cromatici e melodici incorniciano questa avventura, che solo l’ardore d’infante potrebbe vivere. Stefano Urru, con un lessico che si vivacizza delle trite parole, vuole fornire le lenti di questi occhi puri agli adulti disillusi, che tendono nella loro scomparsa a una dissoluzione interiore irreversibile. Solo perdendosi nel labirinto di Mistero d’inverno ci si può ritrovare e riscoprire. «Il labirinto nasconde la via/e con essa chiunque che ci si avvia/basterà entrare e perdersi ancora». In questo modo Stefano Urru ci insegna che la «paura diventa stupore» e che il più grande coraggio è sognare. «Fin quando gli incastri non sembrano buoni» non bisogna demordere, perché il viaggio di questi bambini è fatto di tentativi ininterrotti, come dovrebbe essere la vita stessa. Vivere di sogno è un atto di coraggio, è speranza e non illusione. I sette bambini protagonisti di Mistero d’inverno torneranno alla normalità alla fine del viaggio, ed è lì che subentrerà il costruire, senza dimenticare il valore di questa grande avventura. Lotta […]

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Culturalmente

Trovatori e trovieri, una miniatura medievale

Il mondo di trovatori e trovieri si articola sulla scia di una melodia che ha gettato le basi per la lirica moderna. Non a caso Paul Zumthor, critico e filologo svizzero, ha parlato di presenza della voce, come se questa si fosse materializzata e avesse preso corpo nel mondo cortese. La lirica medievale d’oc e d’oïl è infatti tutta destinata alla voce e non alla littera. Solo successivamente ha maturato, per opera dei compilatori di canzonieri nel XIII secolo, una sua forma scritta. Per quanto trovatori e trovieri non siano poi così distanti nel tempo e nello spazio, riconosciute sono le differenti prospettive poetiche, che alcuni umoristicamente hanno attribuito alla veracità meridionale assente nella Francia dei trovieri. I termini trovatore e troviere hanno etimologie varie, dal più semplice senso della ricerca a quello della modalità compositiva stessa. La prima palese differenza risiede nella lingua alla quale questi poeti affidavano la propria voce. Per i trovatori, la lingua d’oc, volgarmente riconosciuta come provenzale, ma non diffusa nell’unica regione della Provenza, bensì in tutto il Midi francese, l’area delle lingue occitane. I trovieri cantavano in lingua d’oïl, dalla quale si svilupperà il francese moderno. Due cornici diverse racchiudevano il loro canto: da una parte, nella grande corte francese, il troviere era legato a una dimensione sociale circoscrivibile e al servizio di un signore; dall’altra, i trovatori, avventurieri in musica e parole, ma mai semplici menestrelli. La condizione del sud di quella che ancora non si chiamava Francia era animata da corti più piccole e dalla grande vivacità lirica, luoghi di incontro fra dame e cavalieri di diversa condizione. Trovatori e trovieri: amore e altri giochi lirici Il tema amoroso è preponderante infatti in entrambe le poetiche, nella peculiare declinazione che sottolinea Alberto Varvaro con immortali parole. Quello dell’amante cortese sarebbe un «positivo destino di sofferenza». Una contraddizione in termini dunque. Il destino è di sofferenza, perché l’amante non può mai raggiungere la sua dama se non in una dimensione onirica o di atavica memoria, quel luogo immaginifico ma pur sempre claustrofobico che è stato definito dalla critica spazio lirico. Ma è pur sempre positivo, perché solo da questa privazione nasce una poetica di indelebile memoria. Da questo nasce il noto amor de lonh occitano, l’amore di lontano, tanto decantato dal trovatore Jaufre Rudel. O l’impossibilità del legame di Tristano e Isotta, immortalato da trovieri del calibro di Chrétien de Troyes, uno dei più noti compositori in lingua d’oïl. La donna, che è domina in quanto signora, è talvolta irraggiungibile in quanto legata da un matrimonio con quello che nella poetica occitana si definisce il gilos, il marito insomma. Trovatori e trovieri differiscono un po’ in questo, in quanto nella realtà francese è più frequente il coronamento del matrimonio fra il poeta e la sua donna. Verso la fine del XII secolo per i trovatori ci saranno tendenze che attesteranno una liberalità mordace. Mentre molti trovatori, nel periodo del tramonto del mondo occitano, causato da vicissitudini storiche e politiche, continueranno a perseguire l’amor de […]

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