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Eroica Fenice

Libri

Fëdor Dostoevskij: battiti di Un cuore debole | Recensione

L’Alessandro Polidoro Editore propone per la collana Classici Un cuore debole, romanzo giovanile di Fëdor Dostoevskij. È la vigilia di capodanno, quando nell’appartamento pietroburghese dove abitano Arcadio Ivanovič Nefedevič e Vassia Sciumkov inizia la nostra storia. Condita di febbrile entusiasmo, la prima conversazione tra i due amici, stretti da un legame quasi fraterno, aziona una macchina narrativa i cui ingranaggi impazziti girano spasmodicamente. La felicità di Vassia di fronte alla sua condizione di novello sposo contagia Arcadio, in un accordo emotivo che mai si scioglierà per tutto il corso del romanzo breve Un cuore debole, opera giovanile dello scrittore russo Fëdor Dostoevskij. Arcadio e Vassia sono presentati dal narratore come due figure agli antipodi: il primo dalle braccia robuste, con le quali solleva per la gioia l’amico; il secondo, gracile e anche un po’ storto, è colto di sorpresa dall’energia del compagno. Contro il peso dell’esitazione incombente sulla sua testa, la novità dell’amore sembra per un momento riuscire a sollevar da terra il debole Vassia. Il ritmo della narrazione, durante la quale lo stesso Fëdor Dostoevskij si concede degli spazi per commentare gli eventi, assecondando lo stesso folle entusiasmo dei due, trascina con il fitto dialogismo e un’incalzante paratassi il lettore appena entrato, forse con troppa cautela, nell’appartamento condiviso di Pietroburgo. Al lettore Fëdor Dostoevskij domanda, attraverso un andamento allucinato, di accordarsi ai due protagonisti, e, in particolar modo, al claudicante Vassia. Non ci si lasci infatti illudere dalla velocità del passo dei due amici, tutt’altro che festoso per le strade della città russa. Si comprende a mano a mano quanto questo tentativo di accorciare i tempi, l’affastellarsi di battute e le scelte repentine siano un modo sgangherato di zittire l’irrequieto, ma perpetuo, vociare del pensiero. La preoccupazione per un lavoro da dover portare a termine, anche a fronte delle future spese destinate alla vita coniugale, sembra in realtà solo l’emanazione superficiale di un moto interiore disturbato e inquieto che agita le acque calme sulle quali finalmente sembrava poter navigare il protagonista. Il racconto infatti era iniziato sotto i migliori auspici attraverso le parole di Vassia: «non è una chimera la nostra felicità. Non è scritto in un libro. Saremo felici nella realtà!» Nella prefazione a Un cuore debole, Giuseppe Andrea Liberti ricorda la preminenza del personaggio del sognatore all’interno delle opere giovanili di Fëdor Dostoevskij, come ben testimonia il famoso romanzo breve Le notti bianche. Peculiare notare come l’utilizzo del termine beatitudine, lo stesso che aveva chiuso la riflessione finale dell’anonimo protagonista, sia ripresa all’interno di Un cuore debole. L’autore ribadisce come l’attimo vissuto nella piena realizzazione della felicità, in entrambi i casi incarnata in una figura femminile, sia per definizione legato a un’inesorabile puntualità, verificabile cioè nel frangente temporale di un’epifania, e che sia esso forse rivelatore della sua stessa impossibilità. Vassia «non era riuscito a sopportare la sua felicità», destinato com’era, in quanto sognatore, a una vita letteraturizzata. È qui che affondano le radici della genealogia dei cuori deboli, una stirpe di zoppi, tra sognatori e inetti, […]

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Libri

Lisa Ginzburg: la Pura invenzione che ci salva

In occasione della Giornata mondiale del libro, la casa editrice Marsilio ha scelto come regalo di fine aprile i titoli della collana PassaParola. Fra questi, “Pura invenzione” di Lisa Ginzburg. PassaParola è un progetto editoriale che si fonda sul legame affettivo che lettori e scrittori della nostra contemporaneità stringono da sempre con i classici della letteratura mondiale. A partire dalla rinomata massima di Italo Calvino sull’atto d’amore che è la lettura, Marsilio apre uno spazio che dal momento fondamentale della fruizione si estende al racconto di vita. Ogni scrittore si lascia attraversare dalle parole di un maestro spirituale, individuato tra gli scaffali della propria esperienza. Lisa Ginzburg, scrittrice e saggista, ripercorre il suo vissuto tra i punti dell’acrostico di un nome che è diventato leggenda, per le suggestioni che non smetterà mai di evocare: Frankenstein. Ad ogni capitolo una lettera, in un percorso che parallelamente rivela i retroscena salienti dell’opera di Mary Shelley e quelli della vita della Ginzburg. La ricostruzione del percorso artistico e della nascita del mito diventa atto di composizione dell’io. Entrambe figlie d’arte, Mary Shelley e Lisa Ginzburg: la prima, figlia della filosofa femminista Mary Wollstonecraft e del filosofo politico William Godwin; la seconda, della storica del femminismo Anna Rossi-Doria e dello storico Carlo Ginzburg. Entrambe trovano nella pura invenzione la forza dell’espressione e un mezzo per affrancarsi. «Essere me stessa. Inventando: non in altro modo avrei potuto». La citazione della Ginzburg sembra dar voce anche al pensiero della sua ispiratrice, nel processo di rispecchiamento alla base di questo ideale dialogo. Creare diventa sinonimo di rigenerarsi, «ripartorirsi» come si legge in Pura invenzione. Inventare vuol dire anche esorcizzare il troppo pensare, astrarsi per divenire in una dimensione di completa libertà. Se già la nonna Natalia aveva rinnovato il modo di raccontarsi quando in Lessico famigliare aveva preferito riportare gli eventi in base alla memoria emotiva, oggi Lisa Ginzburg realizza un racconto di sé che non può prescindere dal peso del ricordo. Un percorso di vita dall’infanzia all’età adulta, lungo il titolo memorabile del romanzo di Mary Shelley. Frankenstein: la storia di un figlio deluso dalla violenza paterna, culminata nella morte che risolve un duplice tormento. «Per uno, il tormento di aver creato; per l’altro, la terribile pena di essere stato creato». L’attenta analisi di Lisa Ginzburg si districa dalla prima all’ultima lettera del nome di questa creatura disamata, formando un acrostico: la felicità di ritrovarsi nell’invenzione, provata da chi crea e a da chi riceve; la rabbia come espressione di un malessere sotteso e in agguato; le asimmetrie dei rapporti sentimentali; la notte dalla cui oscurità si viene salvati grazie all’attività creativa; il caos della deformità, ragione di un «disordine emotivo» che è principio di tutte le cose, da accettare e da accogliere; l’eros scaturito dalla rilettura comica del romanzo, Frankenstein Junior; il nessuno che è un bambino senza nome, o anche quello che siamo noi, nel tentativo di liberarci dal nostro; il sogno, potente come quello del romanzo di Arthur Schnitzler, in contrapposizione con il […]

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Filippo Tuena rivela Com’è trascorsa la notte | Recensione

Com’è trascorsa la notte di Filippo Tuena, edito da Il Saggiatore, è tra i titoli principali dell’iniziativa Solidarietà Digitale. Il tempo di una notte, una notte d’estate. C’è una voce che accompagna chi tarda ad assopirsi, nel languore dell’afa e delle ultime luci. Una voce che si appella a un vissuto comune, a un sentore presente di profonda malinconia. Il narratore si pone di fianco al lettore, lo accudisce riservandogli ogni premura, per prepararlo a ritrovare di lì a poche pagine la sua personale esperienza. Una voce che seduce il suo interlocutore, traendolo a sé con la forza persuasiva della memoria di occasioni perdute, spingendolo a rivivere passioni mai davvero trascorse. Un racconto di vita che qualcuno aveva già intessuto per lui secoli prima, e che ora la voce narrante ha il compito di recuperare in questa lunga veglia estiva. Filippo Tuena, romanziere e autore di saggi di storia dell’arte, in Com’è trascorsa la notte riporta sulla scena il folletto Puck, Oberon e Titania, re e regina delle Fate, il duca Teseo e la sua sposa Ippolita. Questi e tanti altri sono gli immortali personaggi di Sogno d’una notte di mezza estate, tra le opere più famose del drammaturgo e poeta inglese William Shakespeare. Quella di Tuena è una riscrittura che oscilla tra capitoli di saggistica e di cura documentaria, come dimostra l’apparato grafico costituito dai primi frontespizi dell’opera e le sue illustrazioni, e un testo teatrale frutto del pieno possesso dell’opera shakespeariana. Com’è trascorsa la notte di Filippo Tuena: tra vita e teatro La tecnica teatrale della rottura della quarta parete è adottata in Com’è trascorsa la notte in tutte le sue parti. Il saggista-commediografo è un tramite tra realtà e fantasia, divise da una linea quasi impercettibile. I personaggi di Shakespeare arrivano ad identificarsi con gli attori della scena contemporanea, da Ezra Pound ai Beatles. Chi legge si specchia negli intrighi amorosi che reggono la folta trama della commedia, nata per unire finalmente i mortali spettatori e le immortali creature della scena. Ogni personaggio ha il suo doppio, e ogni lettore può ritrovarsi nell’uno o nell’altro, vivendo l’esperienza di ogni sfumatura dell’amore. Il tormento di un passato dissepolto, una passione non corrisposta, amori folli ma proibiti. Filippo Tuena intitola questo viaggio nella notte a partire da una affermazione della regina Titania: rivolgendosi al re delle Fate, in una ritrovata serenità coniugale, la regina esce di scena con la richiesta che le si racconti gli accadimenti della notte. Teatro e metateatro, letteratura e metaletteratura. La notte è trascorsa nel pensiero ritornante, dolce e doloroso, dell’amore, e di cosa l’amore fa ai suoi fedeli. La malinconia diventa una culla dalle oscillazioni regolari, nella quale pian piano ci si addormenta, riconoscendo in sogno l’eternità dell’amore, imprescindibile punto di partenza per l’artista e per l’uomo. Che si segua allora il consiglio del re Oberon: «Diamo inizio alla notte». Immagine: Il Saggiatore

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Luca Melzi: La calla (petali di parole) | Recensione

La calla (petali di parole) è la seconda raccolta poetica dell’artista e scrittore Luca Melzi pubblicata a novembre 2019 da Giuliano Ladolfi Editore. Quando nel 2010, nel pieno della maturità di un’esperienza artistica trentennale, tra le tele con cui coabita nel suo appartamento di Monza, Luca Melzi inizia la stesura di quelli che ama definire «capricci d’inchiostro», ha già ben chiara la spinta sottesa al suo creare: la necessità di raggiungere l’essenza, intesa come primordiale espressione dell’intimo. L’arte è il recupero di un sentire, sia esso significato per verba o per imagines. La suggestione che anima La calla (petali di parole), seconda raccolta dell’artista monzese, è sussurrata dal cromatismo che è sale di ogni ricordo. La sua poesia intimista, sbocciata in un abbandono ora ascetico, ora mistico, vive di un sensismo volto alla ricerca dell’«eterna bellezza», nascosta tra gli spaccati del quotidiano. Come per la raccolta precedente, I colori della poesia (2017), pittura e scrittura si compenetrano, manifestando la presenza vicendevole dell’una nell’altra. In un andamento chiaroscurale, tra il trionfo della luce e l’incombere del buio, l’ordinario vive una metamorfosi perpetua che il testimone osserva nel confondersi di dimensione umana e naturale. La personificazione diventa espediente cardine per restituire l’immagine di una realtà vivace e vivificata dall’occhio dell’osservatore. Il poeta, attraverso il predominante andamento monologico, rivendica per sé uno spazio libero di creazione. L’io desidera il rifugio del suo atelier, inebriato dalle sequenze di visioni imbrigliate nell’enunciato nominale, in un reticolo poetico che intreccia inquietudine e quiete. La dimensione corporale si esprime sottovoce in un universo pervaso dall’atavico segreto del germogliare del fiore, simbolo al contempo di purezza e di precarietà. Al suo mistero, il poeta si abbandona estatico e sofferente, innamorato di quest’immagine di perfezione, e consapevole della sua fatale delicatezza. Alla predominante solitudine consegue la tensione malinconica volta a una figura materna, trasfigurata nella realtà onirica di una poesia dell’ideale, ma al contempo fisicamente pulsante nelle immagini di una natura radiosa e benevola. La calla, luminosa e dalla fondamentale portata simbolica, è portavoce della passione che da sempre accompagna la produzione artistica di Luca Melzi. L’artista intitola l’ultima raccolta al fiore per eccellenza, vergine nel candore del suo ampio petalo, avvolgente e protettivo. Melzi lo riconosce, osservando una fotografia della madre, nel ciuffo di capelli che scende ampio sulla sua fronte. Se la parola tende a una progressiva essenzialità, assumendo l’immediatezza dell’immagine e liberandosi da un’istintività decadente, l’immagine si contorce, sfogliata in frammenti multiformi, ora tra colori violenti e contorni decisi, in cui si condensano ambiguità e opulenza, assecondando aneliti di disfacimento, ora in sfumature delicate e impressioniste, nell’indefinita dolcezza del ricordo che rievocano. Il percorso poetico di Luca Melzi vive una crescita per la quale la parola dapprima segue l’andamento materico della pittura, nella sua spigolosità irregolare, per poi assumere una posa elativa, portando a compimento l’ardua ricerca dell’essenza, e facendosi latrice di un’istanza salvifica di possibilità. Immagine: Luca Melzi

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Libri

Arthur Schnitzler: Doppio sogno di fuga | Recensione

La casa editrice Adelphi annuncia quotidianamente, in questo periodo di quarantena, la fruizione gratuita di alcuni libri del suo catalogo. Fra questi, il titolo caldo di fine marzo è stato l’intramontabile Doppio sogno del romanziere e drammaturgo austriaco Arthur Schnitzler. Doppio sogno è la storia in due notti di Albertine e Fridolin, coppia di sposi nella cornice di una Vienna di fine ‘800. Il gioco dialogico tra i due che fin dalle prime pagine accompagna il lettore è un’audace messa a nudo. Pur condividendo una vita insieme, moglie e marito preservano pensieri reconditi di occasioni mancate. Decidono così di aprirsi in racconti sulla malinconia dell’ignoto, di fughe agognate e di incastri imperfetti sullo sfondo della Marina danese dove trascorrono le vacanze, e dove entrambi si affacciano sull’abisso di infinite possibilità. Il motivo del doppio che risiede nel titolo del romanzo breve di Arthur Schnitzler imbriglia i protagonisti in un intrigo surreale e misterioso. Dal momento in cui Fridolin si allontana per assistere un suo paziente in fin di vita, si profilano due strade parallele: la realtà surreale del marito, l’irrealtà percettibile della moglie. Lui, picaro di una notte insonne per le strade di Vienna, sedotto da una variopinta coralità femminile, e infine condotto dalla curiositas a un ballo in maschera esclusivo. Per caso, infatti, Fridolin incontra un amico di gioventù, Nachtigall, che, nella lunga serie di esperienze vissute grazie alla carriera musicale, viene coinvolto in alcune serate segrete durante le quali non gli è dato vedere neanche la tastiera del piano. La storia del pianista bendato affascina il medico, tanto da fargli supplicare l’amico di condurlo con sé. Tra le regole della festa, una parola d’ordine iniziale, significativamente Danimarca, e il volto coperto da una maschera. Arthur Schnitzler metaforizza attraverso il ballo un universo di perversione regolarizzata. I corpi nudi impegnati in lascivi accoppiamenti celano la loro identità dietro una maschera. Il castigo che viene inflitto agli intrusi è quello di mostrare il volto. Fridolin resta presto incastrato in questa realtà scabrosa, fino all’arrivo di una donna sconosciuta, della quale si innamora follemente, e che misteriosamente scompare dalla scena dopo essersi sacrificata per la sua salvezza. Il medico austriaco non è però completamente redento dal suo peccato: fino alla fine del racconto un’ombra nera si staglia sulla sua persona e su quella di coloro che hanno condiviso con lui questa notte, incombente come un sortilegio. A casa, Fridolin trova Albertine in uno stato di incoscienza, in preda a risa scomposte, risvegliata da un sonno tormentato. I parallelismi tra la folle esperienza del marito e l’evanescenza onirica della moglie acuiscono paradossalmente la distanza tra i due. Entrambi, nel mondo reale e in quello onirico, hanno finalmente assaporato il piacere del proibito, sovvertendo i piani di un’interdizione terrena, ed elevandosi verso una dimensione trasfigurata e diabolica. Albert Schnitzler con Doppio sogno apre una strada alternativa per i suoi protagonisti, rientrando nella logica dell’occasione che pochi anni prima aveva animato un altro romanzo breve: Il compimento dell’amore di Robert Musil. La temporanea fuga […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Villa Fernandes di Portici: incontro con Alessio Forgione

Incontro a Villa Fernandes di Portici con Alessio Forgione, autore di Napoli mon amour e Giovanissimi, giovedì 5 marzo. Marocco ha quattordici anni e vive con il padre a Soccavo, un quartiere di Napoli. La madre li ha abbandonati qualche anno prima, senza dare più notizie di sé, e lui vive quell’assenza come una ferita aperta, un dolore sordo che non dà pace. Frequenta il liceo con pessimi risultati e le sue giornate ruotano attorno agli allenamenti e alle trasferte: insieme a Gioiello, Fusco e Petrone è infatti una giovane promessa del calcio, ma nemmeno le vittorie sul campo riescono a placare la rabbia e il senso di vuoto che prova. Finché non accadono due cose: l’arrivo di Serena, che gli porta un amore acerbo e magnifico, e la proposta di Lunno, il suo amico più caro, che mette in discussione tutte le sue certezze. Dopo l’esordio di Napoli mon amour, Alessio Forgione torna con Giovanissimi, un romanzo di prime volte, che racconta un mondo di ragazzini che crescono tra desideri di grandezza e delusioni repentine, piccoli crimini e grandi violenze, in attesa di scorgere il varco che condurrà all’età adulta. La presentazione si terrà a Villa Fernandes (Via Armando Diaz, 144, Portici) alle 18.00 nell’ambito della rassegna “Napolidea”, un ciclo di presentazioni dedicate ad autori napoletani, grazie al partenariato della libreria Mondadori Point di Portici, l’associazione B-Lab, il Comune di Portici e il Premio Napoli. Ci sarà una breve introduzione della giornalista Ileana Bonadies. Dialogherà con l’autore la giornalista Marina Finaldi. Il progetto “Villa Fernandes”, sostenuto da Fondazione CON IL SUD in collaborazione con la Fondazione Peppino Vismara, ha l’obiettivo di creare – all’interno di un bene confiscato alla camorra – un Polo di sviluppo locale, apprendimento e innovazione, incrementando la partecipazione dei cittadini alla vita socio-culturale della città e favorendo nuove realtà imprenditoriali, percorsi formativi e posti di lavoro. Frutto del lavoro sinergico di 22 partner unitisi in rete, espressione di realtà associative fortemente radicate al territorio, il progetto mira, in particolare, alla creazione di un hub creativo in cui far dialogare Arte e Scienza, formazione e attività laboratoriali, servizi di assistenza alla persona e di orientamento per le nuove generazioni. Temi di interesse principali, dunque, saranno: l’uso sostenibile delle risorse ambientali, l’attenzione alle fasce più deboli non solo come destinatarie di interventi assistenzialistici ma come risorse da far emergere e valorizzare, il sostenere nuovi scenari integrati di sviluppo locale e sostenibile, il promuovere l’utilizzo di spazi comuni da favorire con la partecipazione e l’impegno dei cittadini, il reimpiego dei ricavi in nuove iniziative a vantaggio di tutti, la diffusione di varie forme d’arte liberandole dai luoghi chiusi e accompagnandole lì dove la società civile si incontra, dialoga e riscopre il senso e il valore del proprio essere comunità. Immagine: Cesare Abbate

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Food

Cantina La Barbera: la nuova proposta del locale vomerese

Cantina La Barbera: la rivoluzione del gusto con gli chef Igor Margotti e Fabiana Ferrucci. L’edificio Ottocentesco in Via Morghen, tra le zone più suggestive del quartiere Vomero, ospita negli ambienti spaziosi delle due sale superiori, della taverna e del giardino pensile, la Cantina La Barbera, luogo del gusto dal 1999. Fondata da Alberto Turco, scomparso prematuramente nel 2018, il locale vive ancora lo spirito del suo ideatore, grazie alla curatela dei suoi due amici, Antonio Pizzo e Alfonso Maria Avitabile, cultori della tavola e perdutamente innamorati del progetto della Cantina. Gli chef Igor Margotti e Fabiana Ferrucci contribuiscono oggi a saldare un’intesa culinaria che non teme di unire alle novità delle sue proposte i grandi classici della carta della Cantina La Barbera. Un trionfo di sapori è quindi la variegata selezione di formaggi proposta dal maestro Elio Testa. Con emozione racconta di un amore nato da quando, ancora piccolo, lo chiamavano Calimero, mentre rivolgeva gli occhi stregati dal basso verso il bancone di quelle leccornie che “colleziona” tutt’oggi, giocando con gli accoppiamenti e proponendo esperienze degustative raffinate. Tra queste, il Quadrello di capra alla salvia, dal sentore delicato; lo Stregato alla menta, frutto di lungo lavoro, uno dei formaggi portanti della tradizione casearia italiana, affogato nella strega beneventana e foderato di menta fresca; il Portocereja, dolce, erborinato di mucca consistente ma infiltrato dal vino liquoroso del Porto e coperto di ciliegia rossa di Vignola; il formaggio Fiori di Arancio, infiltrazione siciliana al Passito di Pantelleria, giocato con arancio trattato con l’erborinato di mucca come il Portocereja, la resa finale è qui di una consistenza meno marcata, piuttosto una crema morbidissima; il Blufalimo, primo dedicato alla Campania, lavorato meticolosamente su certezze di gusto. Punto di forza della Cantina La Barbera è la carne alla brace nella sue varianti più pregiate e, grazie all’impatto creativo dello chef Igor Margotti, anche nei tagli meno nobili, alla base di piatti delicati come la Tartare di diaframma di manzo con crackers di capperi, polvere di pomodoro e maionese di limone, e il Quinto quarto, cialdina di pane all’origano, cremoso al pecorino. Accoppiamenti interessanti quelli previsti per le variazioni di meat balls, una tavolozza di colori nel menu della Cantina La Barbera: si sono ottenuti così il Ragù inverso (fondente di pomodoro nel ripieno), il Burger di maialino nero in salsa di provola, il Black Angus, cremoso di zucca e chips di provolone piccante, e l’Absolute di vitellone bianco. Tra i classici intramontabili e irrinunciabili anche nella rivoluzione della nuova carta, i primi piatti di Riso acquerello, cremoso di blu di bufala e tartare di black angus e gli Ziti alla genovese. Lo chef Fabiana Ferrucci presenta la nota dolce della proposta della Cantina La Barbera, con la sua Sfera di cioccolato callebaut ripiena di rocher al cocco. Lo spazio della cantina, reso accessibile nei suoi ampi locali dal 2012, gode dell’intimità che l’esperienza enogastronomica è in grado di ispirare. La Cantina La Barbera si nutre della competenza del sommelier e degustatore Ais: Steggen Wagner. […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Vincenzo De Simone e Le anime di Partenope al PAN

Le anime di Partenope, mostra a cura di Vincenzo De Simone, al PAN dal 26 febbraio al 9 marzo. In un coro polifonico, ognuno ha il suo idioletto. Nove sono le voci incantatrici della collettiva in esposizione presso il Palazzo delle Arti di Napoli. La mostra Le anime di Partenope è un percorso plurilingue in cui si intonano melodie ogni volta nuove, perché sempre mutevole è lo sguardo sulla città. Rievocare Partenope vuol dire recuperare una dimensione di atavismo mitico che non dimentica di essere stato a lungo un tassello fondamentale della Storia, con misteri e suggestioni di quegli antichi che comunicano costantemente con i moderni. Il profilo della sirena madre della città è così riprodotto dai tratti innovativi delle grafiche di Riccardo Scognamiglio, il quale nel suo Canto accorato ricorda l’estremo sacrificio per la fondazione di Napoli, tratto fondamentale di questa intramontabile figura di donna. E ancora, Partenope rivive nelle fotografie di Valentina De Felice, nel territorio del parco Nazionale del Vesuvio, devastato dagli incendi del 2017. «L’alchimia della terra ha trasformato il carbone in argento», recita la didascalia del polittico della De Felice, dove figurano in parallelo la terra martoriata dall’azione dell’uomo e il busto di una Partenope che «oggi porta una serpe in petto». In questa ricostruzione dell’identità della città, si ritorna alla materialità tangibile della pittura con le opere di Giuliana Divino. Partenope è da lei riconosciuta nella sua essenza marina, e trasposta quindi nell’ideale attualizzazione di protettrice dei viaggiatori per mare, coloro che, abbandonati spesso a un destino di morte, vengono da lei traghettati verso luoghi sicuri, perché protetti dall’abbraccio della madre dell’accoglienza. Il curatore della mostra, Vincenzo De Simone, figura tra i nomi degli artisti de Le anime di Partenope, nella sua indagine sul cosiddetto genius loci, «che gli antichi riconobbero come quell’”opposto” con cui l’uomo deve scendere a patti per acquisire la possibilità di abitare». Per il tramite della fotografia, De Simone indaga i luoghi del quotidiano, sondandone la superficie sensibile, recuperandone lo spiritello. Di luoghi e sovrapposizioni di linguaggi si fa portavoce anche Gioia Sassano, con un gioco di acrilico su riproduzione fotografica. La sua Napoli è quella della metropolitana, degli angoli di strada individuabili nella loro quotidiana ricorsività, nel miracolo del quotidiano. Ancora un linguaggio nuovo quello adottato da Cristina Sodano, con il suo dipinto su tessuto La Dea della Luna. Una Partenope questa che vive la «capacità di creazione vulcanica» nel suo essere anello di congiunzione tra il mondo terrestre e quello celeste. Maurizio di Nassau è il fotografo premonitore, come dimostra con la sua serie irriverente Vacanze 2021, presentata all’inaugurazione del 26 febbraio con un esperimento di performing art di estrema attualità. Le acque di Partenope vivono la psicosi degli uomini di terra, in una contemporaneità virale, che nell’opera di Nassau gioca con se stessa, recuperando quel sano infantilismo ormai avvelenato da una claustrofobica ossessione. Francesca Cerfeda trasmette la sua Napoli con il linguaggio della scultura, nell’opera Amplesso, installazione che partecipa dell’innato presentimento mortifero del momento dell’estremo tripudio del […]

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Aladino Di Martino: un ricordo dal Conservatorio di Napoli

Signore dell’arte Artista della vita. Una manifestazione in ricordo di Aladino di Martino il 21 febbraio al Conservatorio “San Pietro a Majella” di Napoli. «Trent’anni che non ci sei». Inizia così la sua narrazione Patrizia Di Martino, figlia del compositore molisano. Eppure, continua, questa assenza è solo della sua fisicità, perché «tu resti nel cuore di tutti». Aladino Di Martino è nelle parole di sua figlia, nello sguardo emozionato di sua moglie, nel ricordo dei tanti alunni dei conservatori di Foggia e di Napoli, di quelli che lo hanno ascoltato a lezione di composizione, e di coloro che, troppo giovani, lo hanno conosciuto attraverso la sua musica, innamorandosi dell’idea intramontabile di arte che tutti oggi associano al suo nome. Aladino Di Martino è stato Signore dell’arte, nobilitato dal suo esserle totalmente devoto, fino a padroneggiarla e a diventare, utilizzando le parole a lui dedicate da Domenico Sapio, «un maestro dalla serena grazia delle persone grandi». Il suo approcciare libero e semplice alla materia e alla didattica è il segno riconoscibile dell’umiltà di questo magnanimo, ricordato ieri, 21 febbraio, attraverso la sua musica. Aladino è poi Artista della vita. Patrizia Di Martino è stata voce narrante degli episodi del percorso del padre. La vita del compositore potrebbe essere scandita in due momenti: dalla Puglia, come direttore dell’“Umberto Giordano”, liceo musicale nel 1932 e poi, grazie a lui, Conservatorio, a Napoli, come maestro e successivamente direttore del Conservatorio “San Pietro a Majella”; dalla prima famiglia, stroncata dalla tragica scomparsa della moglie, alla seconda, da cui nascerà Patrizia Di Martino, cresciuta nella cura consapevole di quell’inestimabile eredità che è stata l’educazione paterna, docente dal 2009 proprio presso il Conservatorio “Umberto Giordano”, nonché attrice dal 1993 di teatro, cinema e fiction, attualmente impegnata ne L’amica geniale. Uno dei più prestigiosi allievi di Aladino Di Martino, Riccardo Muti, dice di lui: «un compositore eccellente, grande insegnante, un uomo di bontà infinita». Aladino Di Martino e la scuola meridionale Adesso il nome di Aladino Di Martino spicca sulla porta di una delle aule del Conservatorio di Napoli, insieme ai grandi della generazione napoletana che ha vivificato la musica in un tempo di pieno rinnovamento. Un periodo vivace nella cultura della città, afferma Paola De Simone, autrice del libro Il signore della musica. Vita ed arte del maestro Aladino Di Martino, un tesoro documentario dell’esperienza artistica del compositore. Ricordare oggi quel tempo senza percepirlo come remoto e distante è chiaro manifesto della consapevolezza di un segno lasciato dalle guide fondamentali, modelli di musica e vita, di cui si ha ancora bisogno per innovare. Aladino Di Martino era attento alle novità del suo tempo, in una spinta verso il modernismo, senza trascurare un lavoro di artigianato costante nei confronti delle opere della tradizione. La scuola di questi pionieri ha rappresentato un serbatoio di storia, che riconosce le sue origini ma vive la rivoluzione, ricercando un linguaggio compositivo nuovo. Nell’opera del nostro, questo si traduce in un suono delicato mai stucchevole, in una linea melodica piena ed elegante. Un […]

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Alfredo Maiorino in mostra: Giallo camera

La personale di Alfredo Maiorino, Giallo camera, in mostra dal 14 febbraio al 30 marzo presso lo Studio Trisorio di Napoli. Nella sospensione del biancore espositivo della galleria sulla Riviera di Chiaia, Alfredo Maiorino rafferma dietro superfici opache le figure geometriche della mobilità. La tridimensionalità freme nel suo galleggiare lontano nel tempo, resa imprendibile e seducente da tratti di accennato nitore. La provocante evidenza della tensione alla superficie che alcune geometrie anelano in un contatto sempre più ravvicinato con lo spettatore è un viaggio spazio-temporale possibile solo nell’attimo, tra l’oblio eterno del buio e l’ardita messa a fuoco del puntuale. Artista affermatosi nell’ambiente internazionale tra personali e collettive, dalla Biennale di Venezia alle esposizioni di Seoul, Alfredo Maiorino concentra in Giallo camera un’esperienza artistica che vive del nesso tra le rappresentazioni pittorica e architettonica, nella plasticità che uno studio delle forme primarie tanto nell’una quanto nell’altra può rendere evidente e percettibile. Lo spazio è pensato, afferrato in un’esperienza sensoriale poliedrica, agitandosi costantemente nella bidimensionalità della materia. Nel 2015 lo Studio Trisorio aveva accolto il primo stadio della ricerca di Maiorino con la mostra Ri-Velare. Giallo camera è manifesto di un’evoluzione che affonda le sue radici nella prima esposizione presso la galleria d’arte napoletana. Alfredo Maiorino e Giallo camera: qui e altrove Figure geometriche dell’esattezza si piegano in uno spazio di non necessaria flessione, perse in una tridimensionalità atavica che discute vivacemente con i capisaldi del positivismo. La straordinaria tensione immersiva scaturita dall’opera è allo stesso tempo consapevolezza della distanza tra l’ici e l’ailleurs. La scelta cromatica trasmette una luminosità effimera e caduca, autentica solo in un attimo soffiato via dal suo progressivo opacizzarsi. I blocchi materici protetti nelle loro teche sono resi inscalfibili dalla rassicurante lontananza, forme perfette di un evento artistico inquieto. Marcello Francolini, nella sua lettura critica di Giallo camera, scrive che la ricerca artistica di Alfredo Maiorino «mira a colmare quel famoso “Horror Pleni” diagnosticato come ultima malattia da quel medico dell’estetica che era Gillo Dorfles, che ammoniva la necessità di pausare, eletto a strumento di ribellione dell’uomo del Duemila». La lontananza protettiva suggerisce nella sua tensione alla perfettibilità il bisogno di sostare, inibendo la ricerca dell’esperienza per il tramite dell’oggetto artistico, di per sé considerabile l’esperito ante litteram. Riecheggiano in questi intenti le parole di Mark Rothko, tra i massimi esponenti dell’espressionismo astratto. Le teche di Maiorino vivono in rapporto con il pittore statunitense una comunione cromatica quasi perfetta. Comparando l’esposizione delle tele di Rothko, conservate nell’ambiente permanente della Tate Modern di Londra, con le scelte adottate nel percorso narrativo dello Studio Trisorio, si rende evidente il buio delle sale del primo in contrasto con la luminosità della galleria napoletana. Se infatti le forme dell’artista statunitense pretendono un impatto visivo dal nitore lancinante della violenta contingenza, con i loro contorni in dissolvenza tra sfumature coloristiche in aperto contrasto, Alfredo Maiorino necessita della piena luce per proiettare le sue nell’eternità. Ed è lì che siamo ora anche noi. Immagine: Studio Trisorio

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Eventi/Mostre/Convegni

Villa Pignatelli saluta la mostra fotografica OpenHeArt

Con la giornata del 2 febbraio termina l’esposizione OpenHeArt, dal 7 dicembre ospite della Casa della Fotografia di Villa Pignatelli. La fotografia è uno strumento autoptico. Se da un lato infatti il filtro della lente crea il profondo scarto semiotico tra l’oggetto e la sua riproduzione, mutano insieme all’occhio dell’osservatore la scelta dell’osservato e il modo dell’osservante. L’evento in sé è di invidiabile unicità, un dono da custodire. Questa la parola che Antonio Biasiucci, artista della memoria vesuviana, associa alla fotografia. Memore degli insegnamenti del maestro e amico, l’attore e regista di teatro Antonio Neiwiller, Biasiucci è sensibile allo strenuo scavo del viaggio nell’io, e al potere dell’arte quale sonda. Ed è per questo che afferma: «capii che la fotografia era un mezzo senza limiti e al tempo stesso una pratica esistenziale capace di stare perfettamente in sintonia con il mio mondo interiore». Biasiucci antepone alla concezione della fotografia-documento umano quella di fotografia-journal intime, valorizzando il brulicare della vita impressa su lastra, «rivelazione di qualcosa che è già dentro di te e che in quel momento riconosci come tuo». OpenHeArt a Villa Pignatelli La mostra fotografica OpenHeArt (Villa Pignatelli, 7 dicembre – 6 gennaio, prorogata al 2 febbraio) nasce da queste consapevolezze. Il laboratorio sorge dal contatto di quelli che Biasiucci definisce «ventisette sguardi autonomi». Giovani artisti ed emergenti nel settore museale si sono uniti per un progetto corale che si è nutrito dell’eterogenea dimostrazione di una spontanea veridicità. Una delle gravosità della pratica espositiva, rivela Federica Palmer, tra i membri dei quattro laboratori convogliati nel progetto, è stata infatti quella di equilibrare la potenza emotiva profusa dagli artisti nelle proprie opere, accompagnando il visitatore talvolta con delicatezza, altre con una spinta energica, nelle menti dei fotografi. Il dialogo si è instaurato tra talenti nascenti e affermati, nella consapevolezza da parte di Antonio Biasiucci della necessità di un laboratorio per i giovani. Sarebbero loro i più inconstanti in materia di continuità nel medesimo soggetto considerato. L’esposizione collettiva costringe alla selezione di un numero ridotto di opere tratte da progetti più ampi, il che se da un lato risulta gratificante per i responsabili dell’esposizione nel momento dell’effettiva riuscita del percorso, dall’altro costringe tanto queste figure quanto quelle dei fotografi a un lavoro di concentrazione di energia nello spazio vitale di poche cornici. OpenHeArt è il risultato di un’organicità schizofrenica, che vede come unico filo conduttore la tematizzazione della personalissima percezione di cosa voglia dire intimità: dallo studio ravvicinato e meticoloso del microcosmo anatomico (in comparazione spesso con la grande potenza del macrocosmo natura), agli spaccati quotidiani di vita familiare. La ricerca dell’intimo non comporta il destino ermetico di un respiro strozzato. Ognuno ha ricercato la propria dimensione, per elevarla su un piano universale, sul quale ogni visitatore ha potuto seguire i passi dell’artista per accorgersi poi di calpestare impronte perfettamente corrispondenti alle proprie. La manipolazione della materia trattata arriva spesso a un’astrazione dalla stessa. C’è stato dunque chi si è avvicinato così tanto all’osservato da renderlo irriconoscibile (come Fulvio Ambrosio e […]

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Musica

Parco Lambro: intervista al gruppo musicale

La consistenza sonora dei Parco Lambro, dal 2014 a oggi Risonanze jazz per i Parco Lambro, gruppo musicale nato nel 2014 da menti già attive nel panorama musicale italiano. Come affermano i suoi membri, nella scelta del nome risuona il senso di appartenenza alla vivacità di un mondo in fermento, sotto l’aspetto musicale e non. L’esperienza caotica degli anni ’70 presso il Parco Lambro, favorita dal fervore della redazione del Re Nudo, è il ricordo indelebile del delirio scoppiato nel parco milanese, la cui eco non poteva restare inascoltata nel territorio nazionale. Re Nudo, fondata da Andrea Valcarenghi, è il cuore di quegli anni, animata da intellettuali ed artisti della controcultura. Scegliere di creare nel nome del Parco Lambro ancora oggi vuol dire rivivere la cultura underground, contro la pedanteria di un moralismo ipocrita. Un Festival musicale, quello del 1974, che ha visto sul palco artisti come Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Lucio Dalla, Giorgio Gaber. E ancora, l’esplosione dello scandalo del Festival del 1976, le urla dei giovani. Sulla copertina dell’Espresso per l’occasione si legge: «Com’è difficile essere giovani». Se la musica possa davvero incarnare tutto questo, i Parco Lambro lo dimostrano dal 2014, chiedendo all’ascoltatore di ritrovare (per mai dimenticare) le proprie radici nella forza pulsionale della controtendenza. Radicarsi, però, per fiorire, in una posa elativa che proietta il gruppo italiano in una dimensione internazionale. Nel 2017 esce il loro lavoro di debutto per l’etichetta Music Force, Parco Lambro. Su una superficie solida elettronica per vibrazioni sonore di euforia e smodatezza, trionfa l’eccitazione del movimento allucinato, un concertato sfrenato di energia e fermezza. Tra jazz e rock, psichedelica e progressive, punk e metal, cercare di individuare un unico genere musicale, etichettare cosa si ascolta quando ci si approccia ai Parco Lambro non permetterebbe di restituire la complessità reale delle loro vibrazioni. Sette pezzi poliedrici, densi, di una notevole consistenza sonora. La band, nata in uno scantinato di Bologna dall’idea di cinque menti udinesi, comprende Giuseppe Calagno (chitarra elettrica, basso elettrico, microbrute); Mirko Cisilino (farfisa, nordlead, synth, moog, tromba, trombone); Clarissa Durizzotto (sax contralto, clarinetto, effetti, voce); Andrea Faidutti (chitarra elettrica, basso elettrico); Alessandro Mansutti (batteria). Una formazione che passo tutt’altro che inosservata e che conferma la poliedricità e versatilità dei Parco Lambro. Lo spirito jazz dell’improvvisazione, alla base delle prime esperienze del gruppo, sopravvive, innervandosi degli impulsi accolti negli anni. Le prove nello scantinato approdano così alle registrazioni nel 2016, rendendo possibile nell’attimo della contingenza sonora di un album un’energia maturata nel tempo. Intervista ai Parco Lambro Quando e come è nato il vostro ardore per le vicende del Parco Lambro? Dare questo nome al gruppo è stata un’idea di Clarissa, la sassofonista. Ovviamente la musica e l’avanguardia rock italiana che fu protagonista di quell’evento è nel nostro DNA, in particolare gli Area, ma ci piaceva molto anche rievocare nella nostra musica il caos e l’anarchia che hanno caratterizzato i festival del Parco Lambro, quindi immaginare il rumore che fanno organizzazione e ideali quando scontrandosi con la realtà […]

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Libri

Mario Sapia e L’ebbrezza: il vino della vita | Recensione

Pubblicato da Ferrari editore, L’ebbrezza di Mario Sapia: la grande storia di un piccolo uomo. Paolo è inseguito dalla morte. Una morte raccontata, direttamente connessa al suo essere al mondo. La consapevolezza della durezza della fine è la spinta a rafforzare le sue braccia, a lavorare con la terra. La logica dell’utile guida le richieste di una vita parsimoniosa, dedita al guadagno, alla testa sulle spalle, al limite da non valicare. Paolo vuole godere delle dolcezze della vita. Una vita sognata, letta da ignorante tra le citazioni dei grandi della storia del pensiero, travisata dalla mente giovanile. La consapevolezza della durezza della fine è la spinta a viaggiare, a star fermi forse con il fisico, ma mai con il cuore. È la bellezza il bene supremo, il nutrimento primo, la ragione di una vita votata alla sua ricerca, al superamento della barriera. Lo spigolo duro della realtà e la strada del sogno sono i due movimenti chiave del nuovo romanzo di Mario Sapia, L’ebbrezza. Tra vita fisica e vita della mente la linea è sottile. A cosa è più connesso l’impulso di morte? Forse, a quel comportamento da contadino laborioso, dedito nel suo piccolo a fare di quel breve tempo che resta sulla terra un’oasi tranquilla. Forse, alla ricerca del vino, dell’eccesso, della carnalità di un amore momentaneo nel suo essere travolgente in quanto fugace. L’ebbrezza di Mario Sapia: la grande storia di Paolo Immerso nella cornice storica del primo dopoguerra, Mario Sapia racconta la storia di un logoramento interiore nato dal piccolo di una mente contadina. Dall’infanzia alla conoscenza della donna, dai tempi del servizio militare alla maturità più disinibita, nella liberazione progressiva di uno scalpitante io interiore. Paolo naviga sul fiume di Bacco, alla volta della scoperta di cosa sia la bellezza, la vera ragione di una vita di stenti. «La felicità è fatta di momenti irregolari, intervallati da inquietudini che attraversano la mia, la tua, la vita di ogni uomo». Le inquietudini di Paolo ruotano intorno all’incompatibilità tra l’ebbrezza, di per sé già dallo statuto ampio e ambiguo, e la sobrietà della realtà, troppo difficile da sostenere. L’ebbrezza è quella della «bellezza della intelligenza», dell’emotività dilagante. Ma l’ebbrezza è anche concreta devozione alle delizie del vino, al piacere procurato da una sigaretta furtiva e dal rapido sfiorare un seno morbido. Mario Sapia in L’ebbrezza segue le vicende sentimentali del protagonista, una voce di giovane che dà voce ai giovani, persi tra le aspettative dei padri e la tensione centrifuga verso il mondo vero. Paolo è affetto da bovarismo, acquisito indirettamente dalle voce dei compagni istruiti, così come dalla diretta esperienza della mollezza dell’animo, una volta che è immerso nel filtro d’amore. Gli è stato insegnato che «la vita è come un labirinto dove è facile smarrirsi», ma è su questa consapevolezza che si edifica la pulsione di morte. Contro la logica delle certezze, perdersi fra gli incastri, fra le pieghe dell’esistere, vuol dire morire o vivere davvero? L’ebbrezza è un lasciarsi ubriacare da sentimenti impossibili. È la […]

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Libri

Giuseppe Raudino in Stelle di un cielo diviso | Recensione

Stelle di un cielo diviso è il nuovo libro di Giuseppe Raudino per l’Alessandro Polidoro Editore. La collana dei piccoli gioielli Perkins è una finestra sul mondo: dalle grandi Londra e Parigi alla realtà circoscritta ma complessa di Cipro. Intreccio di Storia e intimità è Stelle di un cielo diviso di Giuseppe Raudino, docente di comunicazione, antropologia culturale e ricerca sociale dell’Università di Scienze Applicate di Groningen. Stelle di un cielo diviso di Giuseppe Raudino: cambiare per vivere Indossati i panni di un io donna, Cathy, letta nelle sue gambe irrobustite dal perpetuo moto, ma anche nella sua testa leggera, «una donna in viaggio da sola, una donna che è fragile per definizione», Giuseppe Raudino dà voce a chi fa la Storia. Tra «scarpe smaltate e bicchieri scintillanti», Cathy viene a conoscenza dell’evoluzione ideologica della sua terra natia, Cipro, parla con i politici in politichese, comprendendo, spesso amaramente, quanto la divisione culturale sia accettata perché deterministicamente immutabile. L’insistenza su sguardo e memoria è indizio del modo che la protagonista ha di muoversi nel mondo. «Io adesso vedo solo blu, un blu intenso e abbacinante che va dal turchese vicino la riva al lapislazzuli più lontano». Il potere evocativo del colore impresso sulla retina genera un immediato legame con il ricordo di un tempo, un passato di amore e di rinuncia. Quindi sguardo e memoria così come memoria di uno sguardo. «Capii anche che nel suo guardarmi come un oggetto c’era un senso di ammirazione estetica mista a stupore». Le figure sensuali del suo passato si aggirano nei luoghi ritrovati nel presente, e ogni luogo ha la sua anima. «Ho imparato che la vita, quaggiù, segue il ritmo delle passioni che attraversano il cuore della gente». Cipro pulsa, Londra corre. Nella ricerca costante dell’ardimento, Cathy evade dalla sua piccola realtà d’origine conoscendo il grande mondo. Con la sua voce Giuseppe Raudino analizza il bivio che costantemente si presenta in una vita in transito, tra Londra, Cipro, Parigi. Il presente e il passato. «In fondo allontanarsi mi era sembrata una scelta naturale, come se avesse dovuto accadere insieme a tutte le altre cose che costituiscono l’ordine dell’universo». La partenza comporta la rinuncia della propria terra e del primo travolgente amore per Yasim, inevitabilmente vivo nel ricordo, evocato da oggetti feticcio e da un tremore indelebile. Partire, separarsi. «A volte la vita te la puoi cambiare radicalmente anche in meno di dieci minuti, anche in un istante, addirittura, ma bisogna stare al gioco». Stelle di un cielo diviso di Giuseppe Raudino è un libro sul potere vivificante del cambiamento, sulla pagina calda della vita raccolta e su quella scottante della Storia, sul senso della ricerca di cos’altro possa esserci al di là di una frontiera, al di là di un’abitudine.

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Libri

Una furtiva lacrima di Manlio Santanelli | Recensione

Una furtiva lacrima è l’ultimo romanzo di Manlio Santanelli, pubblicato dalla casa editrice GMPress Manlio Santanelli realizza con Una furtiva lacrima «un’opera prima all’età di 75 anni». Così esordisce il critico Matteo Palumbo nel presentare l’arguto drammaturgo contemporaneo. Precedente a questo infatti, solo un altro esperimento di romanzo breve, La venere dei terremoti. Che siano però canovacci teatrali o testi dal parlato disteso, Manlio Santanelli non si smentisce mai, esacerbando una verve a tinte accese. La scrittura, a detta dello stesso autore, è l’emorragia del pensiero. Il sangue sgorga dalle vene e lo scrittore lo tampona sulla carta. Il pensiero è però anche sfuggente, viaggia nell’aria e non lo si afferra. Lo scrittore quindi deve anche assecondare questa seconda natura inafferrabile, lasciando andare libera la parola e la successione torrenziale di frasi. Sineddoche della mente dell’autore è quindi per Manlio Santanelli la città di Napoli, luogo del caos calmo, l’urbs alluvionale. L’affastellarsi in asindeto sulla pagina è una corsa frenetica per l’intrigo dei vicoli, con il timore che il cielo possa crollare sulla testa. Una furtiva lacrima di Manlio Santanelli I modi di interpretare la scrittura e di leggere la città trovano ampio respiro tra le pagine di Una furtiva lacrima. Armato di ironia, Manlio Santanelli racconta del costante dialogo generazionale, del rapporto di maestri solerti e di allievi non sempre disciplinati. Per un atto di vampirismo succhiano via dai maestri una conoscenza che non sono pronti a restituire. Allievo per eccellenza è Giorgio, amante del cinema e allergico a espressioni come lavoro sicuro e paga fissa. Un sognatore meridionale che scappa dalla logica dell’utile, trovando a Roma una guida preziosa per la sua carriera. Tarquinio, il suo «amico-maestro», scopre di dover curare una grave malattia in Provenza, ma proprio nel momento del bisogno è abbandonato da tutti perché «la vita ha la memoria corta e spesso ti picchia proprio dove ha già picchiato». Sarà proprio Giorgio, in onore dei tempi romani, ad andare in Francia in suo soccorso. Da questo incrocio di vite, fili tesi tra gli opposti di umorismo e malattia, Una furtiva lacrima si presenta come un viaggio nella mente e nelle sue contorsioni, tra slanci facoltativi dal punto di vista di un narratore inattendibile e umori insostenibili. L’incomunicabilità è costantemente tematizzata: da un lato, un discorso diretto reso indistinto dal piano della voce narrante, flusso continuo e concertato nevrotico; dall’altro, un italiano che entra in contatto con il mondo estero, intrecciando la sua alla lingua dell’altrove, un altrove spesso meno avvelenato dai picchi di debilitante inefficienza del suo paese d’origine. Se anche la risata esorcizza e cura, la lacrima diventa spesso liberazione, insieme godimento e patimento con lo sguardo rivolto all’indietro. Giorgio e Tarquinio rivivono insieme i giorni fasti e i nefasti, liberando finalmente il flusso ininterrotto del pensiero, quello che Manlio Santanelli tampona su carta. In sottofondo, le note di Donizzetti e la voce di Nemorino. Immagine: Tele-Diocesi

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Eventi/Mostre/Convegni

Eugenio Giliberti all’Intragallery: indici.casa.volo

Dal 16 maggio all’11 luglio la mostra indici.casa.volo di Eugenio Giliberti alla galleria per le arti contemporanee Intragallery Quando Eugenio Giliberti parla di artista abitante, a chi fa riferimento? L’artista nasce e cresce con il mondo, per poi sublimare la sua essenza in forma estetica, immortalando il mortale. Il pensiero non muore con il corpo, e carta, tela, spartito lo imprimono e incidono nel corso della storia. Se anche il supporto è perituro, si ricorre alla voce. Quando ci si ammutolisce, persiste la memoria. L’artista di Eugenio Giliberti è poi abitante. L’abitato, il luogo della vita, è segnato dal passaggio dell’artista, l’abitante. La mostra indici.casa.volo rappresenta un tassello espositivo del mosaico pensato da Eugenio Giliberti per la città di Napoli. Fino all’11 luglio sarà esposta all’Intragallery la prima tappa del più ampio Voi siete qui/ vico Pero/ Giacomo Leopardi – progetto di artista abitante. Collaborando anche con la Fondazione Morra e con la galleria Dafna di Santa Teresa degli Scalzi, il maestro Giliberti realizzerà un’installazione site specific presso il palazzo che echeggia degli ultimi passi del poeta di Recanati. Ad animare il progetto che vedrà la rivitalizzazione del palazzo di Vico Pero, il valore riconosciuto alla memoria. L’interesse per il palazzotto di Vico Pero è nutrito dal contatto quotidiano che Eugenio Giliberti intrattiene con la zona in cui abita ormai da anni. L’archeologia metropolitana nasce da qui, l’artista sfoglia la città strato per strato. Esposta in mostra la doppia ricostruzione della Napoli di oggi e di quella di Leopardi. Sfogliate lungo il percorso di scavo anche le carte, come rivela Eugenio Giliberti: «fogli pieni di numeri, gli indici tematici dello Zibaldone». L’artista ha lavorato sulle note polizzine, gli indici numerici ideati da Leopardi per la suddivisione della sua opera. Eugenio Giliberti e indici.casa.volo L’intreccio di corrispondenze è stato la linea guida del lavoro di Eugenio Giliberti. Per ogni cifra dell’indice tematico, uno dei colori fondamentali tratto dalla scala cromatica. «Ho seguito poi pedissequamente l’ordine dei numeri che sono presenti negli elenchi leopardiani. Alla base di tutto, le combinazioni di colori». Passaggio successivo, la suggestione sinestetica nata dall’intreccio di menti: l’encausto dell’artista Giliberti dialoga con la musica elettronica. «Abbiamo elaborato un sistema di traduzione della sensazione luminosa in sensazione sonora». La mostra indici.casa.volo segue già nel titolo le tappe d’artista. Gli indici, riconoscibili sui quattro quadri organizzati nei temi di teorica delle arti, lettere, ec., trattato delle passioni, della natura degli uomini e delle cose, memorie della mia vita; la casa, quella ricostruita dal plastico dove campeggia via Santa Teresa, quella dei lavori su carta, riproduzioni degli autografi sui palazzi della città; il volo infine, quello di un omino che come su un carillon, nella sua gestualità patetica, si ispira all’operetta morale sul volo degli uccelli. «Mi interessava astrarmi dalle considerazioni sulla realtà fisica del poeta. Questo è un omino generico, quasi atletico. Sulla grande curva, che non chiude, partiamo dalle lettere ai numeri, dai numeri ai colori, dai colori alle note musicali e poi all’animazione tridimensionale». Con Stefano Silvestri e […]

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Libri

Gabriela Ybarra e il suo primo romanzo: Il commensale

Il commensale di Gabriela Ybarra, nella traduzione di Maria Concetta Marzullo, è il nuovo selvaggio dell’Alessandro Polidoro Editore I Selvaggi, collana diretta dall’ispanista Marco Ottaiano, vanta da aprile la presenza della famiglia Ybarra, raccolta a tavola tra le righe de Il commensale. Il primo romanzo della giovane autrice di Bilbao, nelle intenzioni autoriali espresse in una personalissima nota introduttiva, prende le sembianze di una vera e propria autofiction. L’epoca ipermoderna vede il coagulo di biografia, fonti documentarie e reportage nella trama proteiforme del romanzo. Contro il trionfo mass mediatico del pieno Novecento, gli autori a cavallo tra il secolo passato e gli anni 2000 sono tornati alla pagina calda dell’evento. Interpolato tra le fotografie del passato e le notizie raccolte in rete, ciò che Gabriela Ybarra immagina. Così l’autrice motiva: «spesso, immaginare è stata l’unica opzione che ho avuto per provare a capire». La difficoltà nella comprensione degli eventi che avevano segnato la storia della sua famiglia risiede nell’atrocità degli stessi e nella lontananza cronologica dal loro accadimento. Il risultato è un romanzo misto di storia e invenzione. Non un’esatta ricostruzione dell’accaduto, bensì l’effetto impresso dalla notizia sulla Gabriela bambina prima, su quella adulta poi. Il percorso di crescita di Gabriela Ybarra è infatti coinciso con un’indagine storica. Un viaggio a doppio senso tra futuro e passato che si traduce in una scelta narrativa tutt’altro che progressiva e cronologicamente ordinata. Il tempo della vita e il tempo della memoria non possono coincidere se a esser chiamato in causa è lo spirito di una famiglia che, segnata da drammi di dimensione storica, rivela a stento il suo vissuto. Scomparsa e memoria per Gabriela Ybarra Filo conduttore de Il commensale è la scomparsa. Un’oscura presenza che «di tanto in tanto appare, proiettando la sua ombra sul tavolo e facendo svanire qualcuno dei presenti». In dissolvenza la figure di nonno Javier Ybarra, sindaco di Bilbao, nonché referente intellettuale del quartiere problematico di Neguri. Nonno Javier è inquadrato storicamente al tempo degli attentati dell’ETA, che Gabriela Ybarra ha imparato a conoscere dalle sue ricerche. La scomparsa del nonno avviene infatti sei anni prima della nascita della scrittrice, ragion per cui la ricostruzione di questo tempo mitico deve fare i conti con il filtro dello schermo dei mass media, depauperato dal calore che solo la voce umana può garantire. Se Javier Ybarra rappresenta la grande Storia, il secondo cono d’ombra si proietta sulla vita dell’intimità, quella della madre di Gabriela. La seconda parte del romanzo è tutta dedicata a questa figura delicata, letta nell’estrema quotidianità della sua vita. Un colosso di fede e grande nome della rete contro una piccola donna nelle sue umane debolezze. Gabriela Ybarra trova però capacità combinatorie tra i due piani di intimità e spettacolarizzazione. Collante tra Storia e vita è la memoria. «La mia vita privata è ancora una questione politica […] La lingua, i silenzi, le case, la convivenza, i sentimenti… Tutto è politica. Perfino la letteratura». La scelta ideologica della scrittrice spagnola dialoga, dalla sua posizione privilegiata del […]

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