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Eroica Fenice

Eventi/Mostre/Convegni

I Mondi di Peter Flaccus e Luca Padroni all’Intragallery

La galleria d’arte contemporanea Intragallery apre la nuova stagione espositiva il 6 ottobre con la mostra Mondi di Peter Flaccus e Luca Padroni Apparentemente, un dialogo nato da uno scontro quello che prende corpo nelle composizioni di Peter Flaccus e Luca Padroni, le anime della mostra Mondi aperta al pubblico dal 6 ottobre all’Intragallery, cuore dell’arte contemporanea del quartiere Chiaia. Da un lato, l’artista newyorkese Peter Flaccus, un pittore poliedrico che a seguito di un primo periodo di studio dedicato al più tradizionale olio su tela, si converte alla sperimentazione astratta, in particolare con la tecnica dell’encausto, un procedimento raffinato che così spiega: «una possibilità inaspettata, la materia può essere molto densa e trasparente. La cera ha un certo spessore, il mio mondo è anche quello dello studio e della pratica». Il mondo della pittura a olio è quello della cosiddetta «ultima pennellata», come Peter Flaccus nota. La tecnica compositiva dell’encausto e la natura stessa della cera punica, riscaldata e incisa, conferisce all’opera una trasparenza tale da permettere la lettura delle varie fasi della sua realizzazione. Uno dei punti fondamentali del dialogo Flaccus – Padroni risiede proprio nella percezione della consistenza della materia, portata a uno studio intenso e paziente, per quanto al contempo deciso e spontaneo, degli effetti che possa dare la lavorazione di un materiale tanto complesso, quanto alla realizzazione di un dipinto a olio che risenta della stessa ingombrante attenzione allo strato di colore, quasi palpabile nell’opera di Luca Padroni. «È la natura che dice che diversi colori caldi si mischiano in una certa maniera», continua Peter Flaccus, nelle sue riflessioni sulla materia. Proprio colori caldi si alternano alla cera di Flaccus, quelli delle opere di Luca Padroni, piccole o grandi tele che accostano il mondo dell’intimità di una casa romana alla fauna urbana. «È come se Peter avesse fatto un’estrazione di tutti questi movimenti che io ho nei miei quadri» ammette Padroni, ragionando sulle diverse tecniche compositive. «Ritratti di personaggi tra l’eroe epico e il barbone, di grandi capacità ma con grande difficoltà a raggiungere i propri desideri in una società che esclude chi ritiene diverso», così descrive il suo mondo Luca Padroni. Con un percorso che sembra speculare a quello di Peter Flaccus, l’artista romano ha vissuto un primo periodo di astrattismo per poi giungere nelle opere esposte in Mondi all’Intragallery, frutto di uno studio che ormai persegue da tre anni, a una forma d’arte figurativa. Ma lo stesso Padroni, parlando delle opere della prima fase, rettifica: «non le ho mai considerate astratte. Per me è importante che ci sia sempre un aggancio, e se lo stile è totalmente astratto trovo difficile relazionarmici». I due grandi quadri protagonisti della prima sala della galleria, sono il risultato di un lavoro a lungo espresso in quelli che Luca Padroni definisce quadri «analitici», con particolare attenzione agli interni della nota casa romana della musa pitturessa Anna Paparatti, una casa colma di cose sorprendenti, «tra miseria e nobiltà». «Elementi nei quadri più piccoli che riuso per ricostruire un ambiente […]

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Libri

A qualcuno piace Fashion: intervista ad Adelaide Caiazzo

Maestra di eleganza e novella icona della moda nel mondo dei social, Adelaide Caiazzo, con la sconsideratezza che lei stessa si riconosce, si cimenta per la GM Press in un «manuale semiserio per una settimana da Dea»: A qualcuno piace Fashion. Nato da una passione personalissima, questo vademecum dello stile nasce come il diario personale della protagonista, Dea, una consulente di immagine che racconta la propria settimana al suono di tacchi a spillo e battute esilaranti, per non prendersi mai troppo sul serio. Cresciuta in un mondo «fatto di lustrini e paillattes», la protagonista del nuovo libro di Adelaide Caiazzo è brillante, propositiva, una ritardataria cronica, ma sempre pronta ad ascoltare i drammi delle esistenze delle sue clienti, concorrendo a salvarle dall’oblio della sciatteria. Il mantra per scagionare questa incuria resta il sacrosanto «vengo prima io», inevitabile spinta alla cura della proprio immagine, che si accompagna a un sano rispetto per il sé che, per quanto professato con toni ironici, resta uno dei temi di A qualcuno piace Fashion. Una prosa mordace, che alterna i racconti della quotidianità di Dea, conditi da analisi antropologiche tutte da ridere, agli angoli di Consulenza, veri e propri tips per presentarsi nel modo giusto al momento giusto. La veste grafica di A qualcuno piace Fashion gode del dialogo che Adelaide Caiazzo ha scelto di intessere con l’arte fotografica, facendosi musa di Matteo Anatrella, il quale ha tradotto in immagini il significato di moda che l’autrice ha posto a fondamento del suo libro. Intervista ad Adelaide Caiazzo, autrice di A qualcuno piace Fashion A qualcuno piace Fashion: com’è nata l’idea di questo «manuale semiserio»? L’idea per questo manuale nasce proprio in seguito alle richieste delle followers, che da anni ormai seguono con affetto il mio lavoro sui social. In seguito ad una serie di “Diari di bordo” nei quali raccontavo le mie giornate e il mio lavoro, sempre con un taglio fortemente ironico e autoironico, sempre più spesso mi è stato chiesto di “scrivere un libro”! Nasce così “A qualcuno piace Fashion”, che mixa il mio amore per la scrittura ai consigli di stile che ogni donna può trovare ed applicare poi su se stessa. Quanto c’è di Adelaide Caiazzo in Dea, la protagonista? C’è praticamente tutto! In questo libro racconto una mia settimana tipo, il mio lavoro, i miei affetti e la sconfinata passione per il mio lavoro. Magari ho cambiato giusto qualche nome! La devozione per il proprio aspetto è un argomento quanto mai delicato nella «società dello spettacolo». Qual è il consiglio più significativo per chi desidera prendersi cura tanto della propria immagine esteriore quanto di quella interiore? Mi piace moltissimo questa domanda, perché ogni giorno e ormai da tantissimi anni cerco di insegnare alle donne a prendersi cura di se stesse nella giusta misura, senza ossessioni, imparando ad amarsi nella propria interezza, imperfezioni comprese. È molto facile oggi, anche per la continua pressione mediatica, finire in un tunnel di senso d’inadeguatezza, quindi il mio consiglio è sempre quello di accettarsi, curare […]

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Food

Palazzo Petrucci ospita “In The Kitchen Tour”, chef chic a Napoli

Il mare increspato e un sole cocente incorniciano la suggestiva terrazza di Palazzo Petrucci. Situato su Via Posillipo, è il punto panoramico di maggior efficacia: sulla sinistra il Castel dell’Ovo e una veduta del Vesuvio; a destra, una gouache del Palazzo Donn’Anna, storico simbolo di una delle zone più affascinanti del sud. Proprio in questo punto focale della città partenopea sbarca il 26 settembre, per la prima volta a Napoli, In The Kitchen Tour, la jam session culinaria organizzata dall’associazione CHIC – Charming Italian Chef. CHIC si batte per la le tre “s” di Semplicità, con un rapporto diretto con il cliente, Sostenibilità, nella ricerca della qualità, Salubrità, con una corretta alimentazione e necessaria offerta di prodotti di qualità. Palazzo Petrucci è il trait d’union di grandi artisti del sapore più adatto nella città partenopea. Nel 2008, a solo un anno dalla nascita, il ristorante, allora in Piazza San Domenico Maggiore, ha ottenuto una stella Michelin, ergendosi così come il primo ristorante stellato a Napoli. Nel 2016 il gusto affianca Palazzo Donn’Anna, aprendo la nuova sede di Via Posillipo. In questa location edificata con il tempo e cresciuta con cura si è tenuto In The Kitchen Tour, evento di dialogo fra le menti culinarie più acute. Gli chef stellati trovano così il loro punto di incontro, una giornata dedicata al sapore e all’innovazione, che un vero e proprio scambio ha dato loro modo di raggiungere. Presenti all’evento, tanto gli chef, quanto i più noti produttori della qualità, spaziando dalle eccellenze del territorio campano, a quelle dei suoli nazionale e internazionale. Solo alcune fra le grandi produzioni presenti all’evento In The Kitchen Tour di Napoli: “Ciarcia” con i prosciutti dell’Irpinia; “Eccellenze dei Tartufi” della famiglia Capasso; “Mozz’Art” di Casoria; l’”Aglio Orsino”, selvatico, perfetto per il pesto e per le sue proprietà mediche; il consorzio “BRODO”, nato dal dialogo fra otto aziende esperte nel settore agroalimentare; Il “Borgo del Balsamico”; l’azienda agricola “Moera”; le cipolle ramate di “Casa Barbato”; il pastificio agricolo “Mancini”, con variegate tipologie di pane; “Spirito Contadino”, con il valore della terra; l’azienda agricola “Riso Guidobono Cavalchini”, con il Riso Buono Carnaroli Gran Riserva. Alle eccellenze agricole si accompagnano i grandi nomi dell’enogastronomia locale, come i produttori di birra “Amarcord”, e ancora i viticoltori del consorzio “BRODO”. Insieme ai prodotti culinari, anche i macchinari più raffinati per la loro lavorazione, come gli efficienti miscelatori per gelati Carpigiani e le cucine GICO. Palazzo Petrucci, in the Kitchen Tour: i protagonisti CHIC Grandi incontri dunque a questa edizione napoletana di In The Kitchen Tour. Presenti all’evento gli chef stellati del territorio campano, che hanno preparato opere d’arte culinaria con i prodotti messi a disposizione dalle grandi aziende, spesso collaborando per la loro realizzazione. Insieme al resident chef Lino Scarallo e al pizzaiolo di Palazzo Petrucci Davide Ruotolo: Luigi Salomone di “Piazzetta Milù”, Basilio Avitabile della “Masseria Guida”, Fabio Caiazzo dell’Hotel “Santa Lucia”, Vittorio Carotenuto di “Osteria Donna Maria”, Francesco Gallifuoco del Ristorante Pizzeria “Franco”, Francesco Martucci della Pizzeria “I Masanielli”, Cristiano […]

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Culturalmente

Religione buddista: storia, pratica e nobili verità

Nata dagli insegnamenti di Siddharta Gautama, la religione buddista vanta una delle più antiche tradizioni, presumibilmente fiorita nel IV-V secolo a.C. Il termine religione è associato a una dimensione di venerazione provata dall’uomo nei confronti di ciò che ritiene sacro. Nel caso del buddismo, il credo è stato definito “ateo” in quanto il culto di una divinità non sarebbe adeguato al raggiungimento dell’atarassia. A tale scopo invece, fondamentali gli insegnamenti di Siddharta, il Buddha. Il Buddha, “colui che si è risvegliato”, ha meritato questo appellativo nel momento in cui, fatta esperienza di riflessione sull’esistenza e sulla morte, ha lasciato gli agi della corte principesca che lo vedeva protagonista, comprendendo la sua precarietà, e la conseguente ricerca di una soluzione alternativa alla sofferenza. Il Buddha è un illuminato, che cerca le sue risposte in un ripiegamento ascetico. Lo stato di illuminazione è quello di una saggezza che supera la sofferenza. Il viaggio del Buddha dalla sua condizione d’agio a quello di insegnante di vita è alla base della religione buddista. È lo stesso viaggio che ogni credente deve compiere tendendo a un risveglio spirituale che corrisponde a un cammino personale. Per quanto la religione buddista si sia diffusa inizialmente nel continente asiatico, oggi ci sono circa 350 milioni di credenti in tutto il mondo, annoversandosi fra le quattro religioni più popolari. La differenza principale fra la religione buddista e tutti gli altri credi è proprio l’assenza della centralità di Dio, perché secondo l’insegnamento del Buddha, chi cerca l’illuminazione non deve perseguire questo tipo di ricerca. La nostra verità deve superare un credo codificato da una religione dogmatica, nonché la pratica ha un ruolo preponderante, ancora più importante del concetto del credo in sé. Solo così ci si può liberare della sofferenza, stato preponderante della vita dell’uomo fin dalla sua nascita. Le Quattro Nobili Verità della religione buddista Un lavoro su se stessi fondato sul primo insegnamento del Buddha è il primo passo verso il superamento della sofferenza. Anche nei momenti di serenità incombe la sofferenza, secondo il principio che giustifica la necessità delle Quattro Nobili Verità: l’impermanenza. Ogni cosa è in balia di un costante divenire, e così lo stato di appagamento è destinato a un inevitabile ribaltamento. Le cose mondane, secondo l’insegnamento di Siddharta, non appagano in quanto per definizione portatrici di un senso di insoddisfazione. Inoltre, il nostro io subisce lo stesso inesorabile destino delle cose: muta e non dà certezze. Da qui le Quattro Nobili Verità della religione buddista. La prima verità è la duhkha, la verità della sofferenza. Il dolore si esplica in varie forme, motivate per la maggior parte dall’impermanenza, cioè dalla mutevolezza, dall’impossibilità di liberarci dal dolore in sé, o dalla percezione stessa della nostra esistenza, troppo spesso segnata dall’inutilità. La Prima Verità della religione buddista è dunque una presa di coscienza. La Seconda Verità è la samudaya, la verità sulla causa del dolore. L’origine della sofferenza è nella nostra illusione di poter trovare appagamento nelle cose terrene, il dolore nasce dall’interno. La Terza Verità […]

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Food

Inaugura “Januarius”: un nuovo miracolo per San Gennaro

«Per il sangue e per la testa liberaci dalla tempesta. Per la testa e per il sangue liberaci tutte quante!». La figura benedicente di San Gennaro protegge e consacra un nuovo luogo di culto, che apre le proprie porte ai più insaziabili tra i fedeli. Inaugura il 19 settembre, giorno dedicato al Patrono partenopeo – noto per il miracolo che ogni anno ricorre, ricordando a Napoli la sua immortale protezione – in Via Duomo 146/148, dinanzi alla maestosa facciata della cattedrale, il ristorante e street food Januarius. Bottega ideata dal credo di Francesco Andoli, dopo due anni di attesa vede la sua apertura il luogo di un ulteriore miracolo di cui la città di Napoli potrà andar fiera. Il buongusto impera nel regno di Francesco, il quale da sempre spasima nel desiderio di professare il valore culturale del credo del Santo, ricevendo onorificenze dalla stessa Cappella del sangue di San Gennaro, in quanto responsabile della diffusione del suo culto laico nel quartiere di Napoli. Januarius: tra culto dell’arte e un palato devoto Le pareti di Januarius sono tempestate delle testimonianze di questo ardore, lo stesso che rende il locale una vera e propria galleria di arte sperimentale. Giovani artisti indipendenti del centro storico hanno contribuito alla sua realizzazione, come per le lampade a forma di turibolo che aleggiano in una delle due sale del ristorante. Il locale si colloca al di sotto della Chiesa dei Girolamini, sotterraneo perfetto per il culto laico del gusto e della gratitudine nei confronti del santo Patrono. Insieme alle frasi di celebri personalità, da Matilde Serao a Pino Daniele, incantate dalla storia dell’eruzione, sono incorniciati i tipici ex voto. A caratterizzare gli ambienti anche le tipiche rappresentazioni presepiali di San Gregorio Armeno. Il seguace di tale culto laico non potrà fare a meno di immergersi nella storia della città, oltre che nei suoi sapori tradizionali. Januarius è il luogo del piacere del palato, stuzzicato dalle migliori proposte gastronomiche. Riecheggia nei nomi dei piatti un senso di appartenenza che riconosce nella cucina della tradizione una devozione insaziabile, condita dal giusto accompagnamento di selezione campana. Sfoggiano vini bianchi come il Falerno della cantina Pagano, nonché i tradizionali Falanghina e Piedirosso. Il birrificio KBirr dedica alla nuova apertura la Januaria: birra ambrata, dal colore rosso andante come quello del sangue del santo; un birra composita, dalla media gradazione, speziata e dai toni amari, per questa polimorfia emblematica della natura della città. Tutto sotto la protezione di una silhouette inconfondibile, ormai simbolo dell’energia vulcanica che conduce Napoli a una ricostruzione costante, e che Januarius si propone di rappresentare. A questo scopo, Francesco Andoli, ideatore di Januarius nonché vice direttore di Identità Insorgenti, terrà in questo cuore pulsante di cultura e ardore per il territorio alcuni meeting di riflessione a tutto tondo, dalla gastronomia all’analisi socio-antropologica della realtà partenopea.

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Musica

When She Will Come dei Blue Cash: a telefono con la Morte

Dopo l’album d’esordio, i Blue Cash, quartetto acustico di Udine, tornano su una scena musicale dalle scenografie internazionali con When She Will Come per l’etichetta discografica Music Force. Johnny Cash riecheggia nella scelta del nome del gruppo così come nelle tendenze musicali, note tinte di un profondo e intenso blue. Con un mantra come Walk the line, non è possibile far altro che perseguire un tentativo costante di osservazione della cruda realtà, indossando i panni dei cantastorie della Folsom Prison. La contaminazione di genere orienta When She Will Come sull’onda di un rock country che non rinnega influenze jazz. Del resto, la formazione dei membri della band Blue Cash è in questo indicativa. Andrea Faidutti, chitarra e voce decisa, tra Fabrizio De André e Alex Kapranos, è stato protagonista di Time in Jazz 2013, Festival organizzato dal trombettista Paolo Fresu, nonché partecipante al progetto Diavoli Rossi con il jazzista friulano Claudio Cojaniz. Un po’ come un tempo aveva fatto George Harrison intraprende lo studio del sitar in Pakistan, infondendo orientale sensualismo e psichedelia al suo stesso arpeggio (King of nothing, sesta traccia, ce lo insegna). Il jazz è anche fulcro d’interesse e approfondimento musicale degli altri membri del gruppo. Alan Malusà Magno, ancora chitarra e voce, ha affiancato alla carriera attoriale la partecipazione a contest musicali e, dopo una prima fase da autodidatta, lo studio del jazz con Gaetano Valli e Glauco Venier. Marzio Tomada e Alessandro Mansutti, rispettivamente basso e batteria, sono appassionati di quel rock che dialoga con il country in When She Will Come, oltre a una tendenza poliedrica che ha portato Tomada a rapporti musicali con artisti del calibro di Ornella Vanoni e Alex Masi, e Masutti a prendere parte al trio jazz Juri Dal Dan, il cui album del 2012 Solitudini è stato valutato come il migliore cd jazz dell’anno. Sotto la buona stella di Rolling Stones, Beatles ed Elvis Presley, i Blue Cash propongono un album dalla sperimentazione costante, tanto nel sound quanto nel contenuto. When She Will Come dei Blue Cash: lei chi è? Tutto nasce da una telefonata tra il Diavolo e la Morte, l’her alla cornetta, esordio quasi necessario alla sintonizzazione sul mondo dei Blue Cash, vivacizzato dall’acuta ironia dei loro testi, così evidente nel sound della settima traccia, Message to a friend. Prevale la dimensione del racconto e della colloquialità tipica del country primordiale, con un aggiunta di energici assoli rock. All’ascolto si associa inevitabilmente la febbrile danza a colpi di tacco, trascinante e ipnotica. Si infittiscono le voci e si rasenta la narrazione di Lou Reed nella nona traccia Jenny doin’ the rock, un ritmo martellante e trascinante. A intermittenza si posa dolcemente in un arpeggio e si rialza in un ritmo country la voce di When She Will Come, decima traccia dei Blue Cash. Inevitabile l’esplosione alternative rock in Maledetti Cash in chiusura, un vortice di percussioni e assoli, quasi previsione e augurio di un futuro musicale senza fondo.

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Eventi nazionali

Festivaletteratura 2018: dal 5 al 9 settembre a Mantova

Correva l’anno 1997 quando nella città di Mantova si inaugurava con febbricitante entusiasmo Festivaletteratura, l’apoteosi della cultura che da allora riunisce nel capoluogo lombardo di storica fama i grandi della parola di ogni dove. Un’idea tipicamente anglosassone dello speakers’ corner amplifica il desiderio nato da un piccolo gruppo di residenti, il Comitato Organizzatore, di aumentare il volume della voce, coinvolgendo nell’iniziativa quelle menti affamate che volontarie dedicano se stesse al Festivaletteratura, e che già a partire dalla prima edizione hanno costituito l’Associazione Filofestival. Incontri con autori, cene letterarie, concerti, conferenze e molto altro si terranno ancora al Festivaletteraura nell’edizione 2018 da mercoledì 5 a domenica 9 settembre. All’aperitivo inaugurale delle 11.30, già dal primo giorno si renderà onore al senso dell’incontro, che coniuga la necessità di interfacciarsi con l’altro, come forma di riconoscimento dell’io, all’immersione nella città di Mantova, cornice ideale con le sue piazze, le chiese e i teatri. Nella parte più antica della città si erge la Tenda dei Libri. In questo spazio ad accesso libero saranno esposte opere disponibili alla consultazione, quest’anno con peculiare focus su una capitale di carta, la ceca Praga. Annessa all’invito di partecipazione al Festivaletteratura c’è sempre una richiesta: tocca con mano. Le iniziative non prevedono un passivo ascolto, ma promuovono un dibattito capace di spaziare dalle riflessioni letterarie, tra poesia e grandi nomi, a quelle ambientali, scientifiche, antropologiche. Da qui ancora la nascita del Scienceground, una piccola comunità scientifica temporanea che con il gioco e la sperimentazione incarna l’irresistibilità del desiderio tattile. Tutto ciò che si semina in ogni edizione è raccolto nell’archivio ufficiale e consultabile del Festivaletteratura, esperienze che danno sapore all’ordinario. Festivaletteratura 2018: un mondo di voci Una parentesi di cinque giorni che non può restare una parentesi. Il Festivaletteratura vanta della consapevolezza della rarità dell’incontro. Dal 5 al 9 settembre si animerà un giro di vite, che senza la partecipazione non avrebbe avuto luogo. Insieme ad autorevoli voci di autori ed esperti italiani si aprono le porte a una dimensione più che europea. Così, nello stesso giorno intervengono il dantista Riccardo Bruscagli, il nigeriano A. Igoni Barrett, e l’esperto mondiale di ghiaccio marino Peter Wadhams. I giorni successivi si articolano tra le riflessioni sul nichilismo attivo di Umberto Galimberti, il noto cartoonist Bruno Bozzetto, lo scrittore pluripremiato Guido Conti e molti altri ancora. La poliedricità dei linguaggi del nostro mondo si manifesta poi in proiezioni cinematografiche serali, in spettacoli teatrali in dialetto e sezioni collettive di giornalismo. Al Festivaletteratura anche la vita diventa una storia da raccontare, come dimostrerà in un incontro che lo vede protagonista lo scrittore Matt Haig, previsto da programma per giovedì 6 settembre. Il racconto del sé è fonte di giochi e laboratori per l’infanzia, previsti nel primo pomeriggio di ogni giornata di Festival. I sostegni affinché tutto questo avvenga superano le aspettative di un festival comune, raggiungendo le porte dell’Ambasciata del Canada e di altri ambiti sponsor. La pratica di avvicinamento di anime altrimenti distanti nel tempo e nello spazio ha fomentato il Festivaletteratura […]

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Libri

Un labirinto in cui ritrovarsi: Mistero d’inverno di Stefano Urru

«Mistero d’inverno è un piccolo labirinto di immagini, suoni e parole in rima». Così Stefano Urru, scrittore romano agli esordi, definisce il suo primo lavoro edito da Caosfera. Una favola in rima da leggere in una seduta, d’un fiato, che fa vibrare il suo spirito immaginifico tra rime e illustrazioni minimaliste dall’atavismo misterico. Il senso del misticismo che aleggia tra le pagine di Mistero d’inverno introduce a una dimensione altra, candida e avvolgente. L’inverno, notoriamente considerata la stagione della stasi e della morte, è visto qui come un «nobile dono», momento necessario e inizio di una avventura ricca di allegorie e valori sottesi. All’arrivo dell’inverno, in un regno lontano e di favola, gli adulti hanno la premura di difendere i propri bambini dal freddo. «Terremo i bambini in un posto sicuro/protetti e coperto dal tempo più duro». Ma un giorno al risveglio, i più piccoli si trovano ad abitare un mondo desolato, dove gli adulti sono spariti, dove qualcosa dovrà cambiare. Gli adulti spariscono in un mondo che non comprendono, in quel freddo da loro unicamente temuto. L’avanzare dei bambini nel mondo in rima di Stefano Urru è la lotta contro l’appiattimento e il disincanto che spesso il crescere comporta. La voce del mistero prorompe e chiarisce la missione ai bambini: «l’animo ai grandi è stato rubato». La prima reazione alla sparizione dell’adulto nel cuore di ogni bambino è quella dello smarrimento. Ogni piccolo personaggio reagisce come farebbe il proprio genitore. Ma l’estremo insegnamento sembra proprio questo: i bambini si conformano al mondo in cui vivono, «senza sapere che il mondo li inganna». Il viaggio nei meandri del sé: Stefano Urru e Mistero d’inverno Incomincia un viaggio e la partenza ha i connotati di una liberazione da barriere ideologiche di chi non riesce più a vedere le cose dell’amore. Queste affollano ogni antro, in una forma di esilio castrante inflitto da menti censorie. Il percorso fa riemergere ciò che sembrava perduto, la purezza del bambino: «restano immobili con fare sognante/guardano i sogni con la mente assente». Giochi cromatici e melodici incorniciano questa avventura, che solo l’ardore d’infante potrebbe vivere. Stefano Urru, con un lessico che si vivacizza delle trite parole, vuole fornire le lenti di questi occhi puri agli adulti disillusi, che tendono nella loro scomparsa a una dissoluzione interiore irreversibile. Solo perdendosi nel labirinto di Mistero d’inverno ci si può ritrovare e riscoprire. «Il labirinto nasconde la via/e con essa chiunque che ci si avvia/basterà entrare e perdersi ancora». In questo modo Stefano Urru ci insegna che la «paura diventa stupore» e che il più grande coraggio è sognare. «Fin quando gli incastri non sembrano buoni» non bisogna demordere, perché il viaggio di questi bambini è fatto di tentativi ininterrotti, come dovrebbe essere la vita stessa. Vivere di sogno è un atto di coraggio, è speranza e non illusione. I sette bambini protagonisti di Mistero d’inverno torneranno alla normalità alla fine del viaggio, ed è lì che subentrerà il costruire, senza dimenticare il valore di questa grande avventura. Lotta […]

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Culturalmente

Trovatori e trovieri, una miniatura medievale

Il mondo di trovatori e trovieri si articola sulla scia di una melodia che ha gettato le basi per la lirica moderna. Non a caso Paul Zumthor, critico e filologo svizzero, ha parlato di presenza della voce, come se questa si fosse materializzata e avesse preso corpo nel mondo cortese. La lirica medievale d’oc e d’oïl è infatti tutta destinata alla voce e non alla littera. Solo successivamente ha maturato, per opera dei compilatori di canzonieri nel XIII secolo, una sua forma scritta. Per quanto trovatori e trovieri non siano poi così distanti nel tempo e nello spazio, riconosciute sono le differenti prospettive poetiche, che alcuni umoristicamente hanno attribuito alla veracità meridionale assente nella Francia dei trovieri. I termini trovatore e troviere hanno etimologie varie, dal più semplice senso della ricerca a quello della modalità compositiva stessa. La prima palese differenza risiede nella lingua alla quale questi poeti affidavano la propria voce. Per i trovatori, la lingua d’oc, volgarmente riconosciuta come provenzale, ma non diffusa nell’unica regione della Provenza, bensì in tutto il Midi francese, l’area delle lingue occitane. I trovieri cantavano in lingua d’oïl, dalla quale si svilupperà il francese moderno. Due cornici diverse racchiudevano il loro canto: da una parte, nella grande corte francese, il troviere era legato a una dimensione sociale circoscrivibile e al servizio di un signore; dall’altra, i trovatori, avventurieri in musica e parole, ma mai semplici menestrelli. La condizione del sud di quella che ancora non si chiamava Francia era animata da corti più piccole e dalla grande vivacità lirica, luoghi di incontro fra dame e cavalieri di diversa condizione. Trovatori e trovieri: amore e altri giochi lirici Il tema amoroso è preponderante infatti in entrambe le poetiche, nella peculiare declinazione che sottolinea Alberto Varvaro con immortali parole. Quello dell’amante cortese sarebbe un «positivo destino di sofferenza». Una contraddizione in termini dunque. Il destino è di sofferenza, perché l’amante non può mai raggiungere la sua dama se non in una dimensione onirica o di atavica memoria, quel luogo immaginifico ma pur sempre claustrofobico che è stato definito dalla critica spazio lirico. Ma è pur sempre positivo, perché solo da questa privazione nasce una poetica di indelebile memoria. Da questo nasce il noto amor de lonh occitano, l’amore di lontano, tanto decantato dal trovatore Jaufre Rudel. O l’impossibilità del legame di Tristano e Isotta, immortalato da trovieri del calibro di Chrétien de Troyes, uno dei più noti compositori in lingua d’oïl. La donna, che è domina in quanto signora, è talvolta irraggiungibile in quanto legata da un matrimonio con quello che nella poetica occitana si definisce il gilos, il marito insomma. Trovatori e trovieri differiscono un po’ in questo, in quanto nella realtà francese è più frequente il coronamento del matrimonio fra il poeta e la sua donna. Verso la fine del XII secolo per i trovatori ci saranno tendenze che attesteranno una liberalità mordace. Mentre molti trovatori, nel periodo del tramonto del mondo occitano, causato da vicissitudini storiche e politiche, continueranno a perseguire l’amor de […]

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Teatro

Robert Wilson al Pompeii Theatrum Mundi: l’Oedipus

Edipo, non t’avessi mai incontrato. Dato alla luce della vita, destinato alle tenebre terrene. Per la regia di Robert Wilson vaga, anima perduta sulle note di un sax stridente, un personaggio il cui nome è inciso nelle pagine più discusse della letteratura e della psicoanalisi. L’Oedipus, adattamento dell’Oedipus Tyrannos di Sofocle, si è tenuto sul palco del Teatro Grande di Pompei per la rassegna di drammaturgia antica Pompeii Theatrum Mundi dal 5 al 7 luglio. Lo spettacolo, dall’esasperante potenza evocativa, parte da quel senso opprimente e martellante di una verità che supera i piani intessuti dall’uomo. La sua insulsa illusione di poter controllare il corso del proprio destino è sovrastata dalle parole di testimoni intimoriti quanto decisi, pronti a svelare l’oscura verità. Mariano Rigillo presta la sua voce al primo testimone, che urla a gran voce, scandendo la propria eco, l’oracolo che condusse Laio a sbarazzarsi del figlio Edipo, credendo in questo modo di impedire il tragico tramonto della sua vita. Il peregrino Edipo passa così dalle mani familiari a quelle di un pastore, e dalle sue nella culla reale di Polibo, re di Corinto. Il teatro di Robert Wilson: la scena dell’Oedipus Le figure candide in costante movimento o in mortifera stasi riempiono il palco simmetricamente, appagando un senso estetico di rigorose e geometriche corrispondenze. Robert Wilson mette in scena un teatro di figure plastiche e di vocii disturbanti che declinano con costante ripetizione la storia di Edipo re come un monito di accecante verità. Il perverso e il polimorfo trovano completa espressione nella scelta di un poliglottismo che spazia dall’italiano al francese, dal tedesco al greco. Questa verità è il substrato dell’esistenza di ogni uomo, di qualunque provenienza spaziale e temporale. «Il progetto è frutto di un atteggiamento multimediale e interdisciplinare, che sfonda la specificità dei singoli linguaggi» afferma Achille Bonito Oliva nel suo commento all’opera di Robert Wilson. Dallo stridore di un sax impazzito alla solennità di parole agghiaccianti, dalla leggiadria della danza a movimenti che ricordano il Tai Chi, che lentamente ricoprono il palco di un’aura misterica. L’oracolo di Delfi rivela a Edipo il suo destino: ucciderà suo padre e sposerà sua madre. Una perversione senza limiti dalla quale invano Edipo tenterà di sfuggire, cercando costantemente, figurandosi al centro della scena, la luce in cui tutto converge. Ma come afferma Tiresia, fino a quando Edipo avrà la vista sarà cieco. Si tinge di nero di lutto la scena dell’assassinio di Laio a un trivio da parte di Edipo, ignaro dell’identità di quel vecchio che aveva avuto la pretesa della precedenza. Diventa così re di Tebe dopo averla liberata dalla Sfinge che assoggettava la città, e così vengono celebrati, fra rami colmi di foglie, il matrimonio con Giocasta, la vedova di Laio. La scelta di particolari materiali di scena scandisce in sé lo svolgersi della storia. I rami secchi e le travi di legno sono elementi naturali, che si accompagnano a lastre di metallo e fogli di carta catramata. Il palco è una tela d’arte contemporanea che […]

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Recensioni

Rebecca West negli interni de La famiglia Aubrey (Recensione)

Un mondo in continuo divenire è quello dipinto da Rebecca West ne La famiglia Aubrey, romanzo familiare e di formazione in uscita per la Fazi Editore il 5 luglio. Uno scritto che rispecchia l’animo poliedrico di un’autrice multiforme, scrittrice di romanzi e critica letteraria ribelle come il personaggio di Henrik Ibsen dal quale trasse il suo pseudonimo. Una storia che prevede un viaggio nasce da una partenza. In casa Aubrey c’è subbuglio, un trasloco è in atto, e la malinconia insieme al prezioso mobilio guarda in dissolvenza le figurine femminee della casa, dirette alla loro nuova vita a Lovegrove. Il loro futuro è un tuffo nel passato, tra la natura che aveva visto crescere il padre di famiglia, figura maschile più assente che mai tra le pagine di Rebecca West. Fin dal principio un alone di mistero incombe su questa partenza, su un futuro più che mai economicamente incerto. L’allontanamento progressivo dalla caotica e ingombrante presenza delle cose della borghesia intrise di esperienza di vita, conduce i protagonisti in un mondo di atavico splendore, lontano dal pettegolezzo, velato di fantasie e di fantasmi. La vita familiare degli Aubrey è «attraversata da correnti di preferenze e avversioni, perdono e risentimento». La voce parlante è quella della piccola Rose, una bambina perspicace, le cui spine non si ritraggono quando si tratta di confabulare con la sorella Mary della maggiore, Cordelia. Le avversioni nascono dal sentimento della cacofonia. La casa degli Aubrey è una melodia in perpetua composizione, che non concede, soprattutto sotto il vigile e severo controllo paterno, errori di esecuzione. Cordelia non sembra avere doti musicali agli occhi delle sue sorelle e di sua madre, pianista eccellente e acuta conoscitrice della musica. Anime diverse convivono sotto lo stesso tetto in questa famiglia nata dall’immaginario di Rebecca West. Anche nell’assenza di spensieratezza dovuta allo sradicamento da un mondo conosciuto, il senso del gioco permane, frutto inevitabile dell’innocenza dei bambini. «Riuscivamo a capire che papà avesse un reale interesse nei nostri confronti, e noi nei suoi, poiché appartenevamo alla stessa famiglia. E riuscivamo a capire che la mamma avesse un altro tipo di interesse nei nostri confronti, che noi ricambiavamo pienamente. Ma non riuscivamo a capire come mamma e papà fossero così importanti l’uno per l’altra, visto che non erano imparentati». La delicata descrizione del quotidiano costella le pagine de La famiglia Aubrey, seguendo l’elegante figura di una madre spesso sola e la loquacità dei suoi quattro figli, «la dolcezza tiepida del latte e miele». Fanciullezza ed età adulta ne La famiglia Aubrey di Rebecca West Lo stesso mondo degli adulti rivela increspature e incertezze, è messo in discussione dagli occhi dell’infanzia. «La amavo. Tuttavia mi rendevo conto che la trappola dell’essere adulti l’aveva fatta inciampare, e ora era legata a terra, a contorcersi senza via d’uscita». Le personalità non sono mai ben definite, a cavallo tra la consapevolezza del sé e il timore di un futuro incerto. La realtà messa a punto da Rebecca West è una sinestesia tra suoni e colori. […]

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Teatro

Teatro Nuovo di Napoli: la stagione teatrale 2018/2019

Il gioco del teatro sembra farsi sempre più duro secondo gli algoritmi con i quali fredde considerazioni istituzionali leggono il paesaggio italiano, ancor di più quello del napoletano. La macchina del teatro, da una prospettiva distaccatamente economica, è rallentata da sgravi fiscali, dalla ricerca spasmodica di supporto, dalla consapevolezza del costo necessario a mettere in scena un percorso. Il Teatro Nuovo di Alfredo Balsamo, cuore dei Quartieri Spagnoli, coraggiosamente lancia per l’VIII stagione teatrale 2018/2019: Esperienza Inattesa. L’esperienza teatrale è inattesa, in un luogo in cui la cultura è un appiglio per la ripresa, una forma di medicamento alla demolizione, alla concezione utilitaristica e pragmatica della vita. Il Teatro Nuovo si fa da sempre carico di questo. Ma è anche un’esperienza in-attesa, un invito alla partecipazione e una propensione all’accoglienza. L’esperienza teatrale è uno strumento di indagine del reale, ma in quanto forma di ermeneutica, supera il reale stesso, portando sulla scena quello che non saremmo in grado di ammettere, il vero volto delle cose oltre la maschera. Francesco Somma, Presidente del Teatro Pubblico Campano, rivela: «il teatro è lo spazio del conoscibile. Realtà di quello che avviene nella realtà». Il teatro non cambia il mondo, ma può cambiare gli spettatori. Il Teatro Nuovo propone un’esperienza che è inattesa anche nella sua molteplicità di linguaggi, nella sperimentazione continua, fra prosa teatrale, musica, danza, e quella che definiscono Nuova comicità, quella alternativa. Varie forme di comunicazione per veicolari valori significativi. Dunque, ammette quello che si autodefinisce un semplice spettatore di teatro, il Direttore Alfredo Balsamo, se c’è una crisi in atto, questa è solo e unicamente delle istituzioni. Il pubblico c’è, così come gente che abbia voglia di comunicare, e il teatro è un momento di comunicazione. Non appena si entra nella sala viene esorcizzata la vuota parola quotidiana. Teatro Nuovo di Napoli: Esperienza inattesa, stagione 2018/2019 Tra le anteprime del Teatro Nuovo di Napoli, Eduardo per i Nuovi, con la regia di Gianfelice Imparato, realizzato con la collaborazione del Teatro Stabile della Toscana con i ragazzi del liceo per poter aprir loro alla realtà del mondo teatrale, tanto nella sua gestione quanto nella recitazione, con la rappresentazione di atti unici di Eduardo De Filippo. Una comicità nata dalla drammaturgia, che non fa appello al dialetto o a una realtà regionale, ma si universalizza in opere come Pericolosamente e Uomo e galantuomo dall’11 al 14 ottobre. Sempre fra le anteprime La Tarantina, il film documento su Carmelo Cosma, un napoletano che ha vissuto momenti duri a Napoli, ha visto rinascere la città dalle macerie della guerra. Dal 20 al 21 ottobre, un pezzo di vita che si fa teatro. L’abbonamento al Teatro Nuovo prevede 11 spettacoli, nella formula di 9 fissi e 2 a scelta. La stagione inizia a ottobre e prevede un corteo di personaggi di grande stampo, portati in auge da registi di gran rilievo. Gli spettacoli fissi: 24>28 ottobre Muhammad Ali, con Francesco di Leva, regia di Pino Carbone; 22>25 novembre Il castello di Vogelod, con Claudio Santamaria, […]

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Teatro

La Salomè di Luca De Fusco al Pompeii Theatrum Mundi

Un capolavoro oscurato è la Salomè di Oscar Wilde. Il suo carattere labile e lo sgusciare continuo lo rendono un testo estremamente complesso. Dialoghi e monologhi tortuosi, un teatro saldamente edificato sulla parola. Questa è la sfida che il regista Luca De Fusco propone in apertura della seconda edizione di Pompeii Theatrum Mundi, rassegna di drammaturgia antica, che vede stagliarsi inquieta l’ombra della luna dal 21 al 23 giugno. Da Oscar Wilde a Luca De Fusco: Salomè Si risvegliano al richiamo di musica i personaggi, distesi sotto veli candidi, come larve. Aprono gli occhi ma non spalancano le porte della luce. Il loro è un avanzare nelle tenebre della morte, presagi costanti percuotono le loro membra. Sotto lunghe attese e silenzi, si erge il fiore lunare, Salomè (Gaia Aprea), principessa figlia di Erodiade (Anita Bertolucci), ammirata da tutti per il suo candore. Un bianco di vergine seducente, violata dallo sguardo ossessivo del tetrarca Erode (Eros Pagni). L’unico a disprezzarla è Ioakanaan (Giacinto Palmarini), profeta tanto trascurato quanto temuto. I suo occhi sono come bruciature, i suoi capelli di rovo e le sue labbra rosso sangue. La Salomè di Oscar Wilde, come rende evidente l’adattamento di Luca De Fusco, segue «l’ambizione di aggiungere una nuova credenza alla storia sacra della decapitazione di Giovanni Battista». Il personaggio sarebbe dunque segnato dalla blasfema ambiguità della ricerca delle labbra vermiglie di Ioakanaan, agognate fonti di piacere, e della volontà di immergersi in una purezza che mai potrà possedere se non comprenderà il valore della remissione dai peccati. Ma Ioakanaan è ubriaco solo del vino di Dio. Lo stesso tetrarca si scopre ogni volta spaventato, quasi scaramantico all’inizio, fino a una mistica fede nella venuta di un Messia, che il profeta continua a invocare. I due meccanismi portati in atto da Luca De Fusco sono la ricerca del capro espiatorio e il desiderio mimetico. Iokanaan viene demolito, ma solo perché in questo modo Salomè potrà incarnarsi in lui, diventare finalmente pura. Salomè, un’opera onirica   Per un’opera fortemente onirica, il regista ha realizzato un allestimento visionario, con la presenza delle proiezioni tipiche di De Fusco. Questa volta il loro utilizzo è più sottile e sobrio, evitate le paranormali esplosioni. Salomè è un personaggio vivo, fortemente vero, che non necessita di alcun effetto speciale. In gioco, il rapporto fra la parola, il movimento del corpo, la danza che è in grado di sedurre, ma che porta con sé conseguenze mortifere. Il rapporto fra amore e morte è il filo conduttore dell’opera, chiave di lettura parziale di un personaggio assai complesso quale Salomè. La fedeltà al testo è necessaria, con inserimento di chicche letterarie da non sottovalutare, come quelle di Gustave Flaubert tratte da Le tentazioni di Sant’Antonio. Un testo necessario che torna sulla scena italiana, rivelando la grande crescita di un teatro immortale che cerca di rivivere i suoi fasti. Napoli continua a dimostrarsi un centro di eccellenza con il Teatro Stabile e la rassegna di Pompeii Theatrum Mundi, che prevede altri tre incontri di grande […]

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Libri

Danilo Riccardi racconta il Cammino Neocatecumenale

Il Cammino Neocatecumenale. Storia e pratica religiosa è uno studio su due volumi pubblicato a maggio per Il Terebinto Edizioni. In quest’opera Danilo Riccardi, attualmente professore di storia e filosofia, dottore specializzato nello studio della Storia del cristianesimo e delle chiese, afferra in modo deciso un argomento delicato per il modo incompleto con il quale negli ultimi anni se ne è discusso. Il pregiudizio che aleggia intorno a uno dei Movimenti Ecclesiali di formazione novecentesca viene qui stemperato dalla sensibilità di chi osserva le varie sfaccettature di una realtà estremamente multiforme. Danilo Riccardi si immedesima pienamente nel ruolo dello storico, incentrando nel primo volume de Il Cammino Neocatecumenale le vicissitudini che hanno condotto alla formazione di questo Movimento. «In questo scenario cominciarono a essere evidenti gli squilibri tra i bisogni individuali e quelli della comunità dell’intera umanità: cominciavano a profilarsi le alterazioni provocate nell’ambiente dall’inquinamento atmosferico; la minaccia atomica incombeva costantemente lasciando presagire catastrofi apocalittiche; e infine, la maldistribuzione delle ricchezze tra paesi ricchi e quelli poveri». Partendo dallo scenario postbellico fino alle problematiche indotte dal 1968 e dalla lotta contro il senso stesso dell’autorità, intesa come scolastica, giuridica e religiosa, il Cammino Neocatecumenale si profila come una risoluzione a un tempo di scompiglio prima umano che sociale. La lotta contro il Padre, inteso in tutte le sue sfaccettature, ha comportato un rinnovamento della Chiesa, che con il Concilio Vaticano II ha riletto i suoi dogmi, stemperando alcuni aspetti che in una società in rinnovamento non avrebbero rappresentato un solido appiglio dalla decadenza. I Movimenti Ecclesiali sono stati letti perciò come un tentativo ulteriore della Chiesa per tenere stretti i suoi fedeli, e perpetuare il funzionamento di un’istituzione secolare in realtà non più in grado di garantire alcuna salvaguardia. Per questo, sottolinea Danilo Riccardi, la letteratura che ancora si occupa dei Movimenti è più che altro apologetica o contro-apologetica. Obiettivo dello storico è restituire un’immagine veritiera di uno dei movimenti presi in esame, il Cammino Neocatecumenale, riportando fedelmente la sua nascita e diffusione, nonché propositi e obiettivi consolidati. Danilo Riccardi e il Cammino Neocatecumenale Danilo Riccardi ricorda i grandi nomi di questo movimento di grande successo, quelli che possono essere considerati i padri fondatori del consolidamento battesimale per adulti che aleggiava in Spagna già dall’inizio del ‘900: il pittore Kiko Argüello e la missionaria Carmen Hernández. L’obiettivo sarebbe stato da sempre quello di una rifondazione dell’anima, un cammino di ricerca. Il lavoro di Danilo Riccardi è dettagliato e puntuale. La sua documentazione spazia dai dicasteri vaticani riguardanti il Cammino Neocatecumenale fino ai testi ufficiali del Cammino Neocatecumenale. Il secondo volume raccoglie invece 45 interviste sul campo, in Europa, Sud America, Russia e nella stessa Napoli. Lo studio si è insaporito così di gusto sociologico, verace conferma della grande adesione al Cammino. «Questo studio, oltre ad analizzare la storia e la struttura di una realtà ecclesiale, è una fotografia sulla società contemporanea dove milioni di persone per rispondere all’anonimato e alla tragicità del vivere quotidiano creano un regime protetto di esistenza grazie al […]

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Libri

Tony Laudadio, il suo jazz in Preludio a un bacio (Recensione)

Tony Laudadio, musica e parole in Preludio a un bacio   «La parola è la sorella stronza della musica», rivela con la decisione di un affermato aforismario Emanuele, «e per questo spesso taccio». Rifugio all’implosione è la musica, l’unica che non mente mai, che rivela quando sei sul pezzo, quando sei senza fiato, non può celare l’emozione del momento, né la sofferenza di una vita. Emanuele è un sassofonista, quello che il suo creatore, Tony Laudadio, ammette umilmente di voler eguagliare. Preludio a un bacio, in uscita a marzo per la casa editrice NN Editore, è il risultato di questo binomio dialettico, parola-musica, che testimonia la tesi del protagonista, cinquantenne in demolizione. La musica crea legami che le parole spesso spezzano, questo il leitmotiv della sua vita. Preludio a un bacio: da Duke Ellington a Tony Laudadio «Sto qui e suono, come ho sempre fatto, e continua a disquisire con me stesso». Emanuele vive per le strade di una città senza nome ormai da due anni, dormendo nello scantinato della casa di un suo compagno di musica, con il quale in un tempo remoto aveva fondato una band. Quello era il progetto, vivere a suon di jazz. Tony Laudadio ci racconta la sua vita a partire da un presente meno roseo proprio sulle note di Duke Ellington, Annie Lennox, Bill Withers, Frank Sinatra e tanti altri. Ogni capitolo è indicato da una tonalità, come su una grande tavolozza, e nell’indice Laudadio riporta la canzone da ascoltare in ogni passaggio, in un dialogo con il lettore che lo stesso personaggio principale instaura con una narrazione in prima persona. Sfrontato, ironico e velatamente malinconico, Emanuele suona e ride alla vita, un sorriso amaro che non oscura mai davvero la speranza in un avvenire. Eppure, tutto sta crollando: la sua salute è messa a dura prova dagli alcolici, suonare per la strada non prevede cospicui guadagni, l’ombra costante di una donna misteriosa ma faro della sua vita è semplicemente inafferrabile. Il suo parlare rifugge da uno psicologismo astruso e plateale, lo stile ricercato lascia il posto a dichiarazioni programmatiche di schietta animosità. «Tra me e me è un luogo molto intimo». Con Preludio a un bacio Tony Laudadio fa riemergere Emanuele dal sottosuolo, da un luogo intimo ma nel complesso poco sicuro quale è la sua interiorità, così da fargli ricordare il piacere del legame, e il valore del miracolo che potrebbe rappresentare la nostra semplice presenza nella vita degli altri. Ruotano intorno a Emanuele figure femminili vulcaniche: la giovanissima Maria, cameriera del Blue Bird di giorno, studentessa combattiva di notte, un bocciolo in fiore che anela all’indipendenza, senza davvero rinunciare all’amore; Alessandra, dottoressa soccorritrice di Emanuele, dalla bellezza imperturbabile; Angela, madre di Maria, travolgente e sensuale figura. Di quest’ultima il lettore imparerà a conoscere tanto il presente, quanto un passato che con Emanuele ha a che fare eccome. Preludio a un bacio trabocca di voci, voci che Emanuele scopre di poter e dover ascoltare, imparando la forza dello strumento che imbraccia quotidianamente in strada, […]

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Culturalmente

Akiane Kramarik: dipingere con lo sguardo di Dio

Akiane Kramarik e la sua straordinaria storia Credere che una bambina di quattro anni possa essere in grado di sentire nei propri disegni un qualcosa di trascendente, un senso ulteriore, è quasi follia. Una bambina che trova nelle linee di pittura e nelle catene di parole la soluzione al malessere e la forza di andare avanti e di comunicare, convertendo addirittura l’intera famiglia alla fede, è un caso ben raro. Esseri straordinari di questo tipo vengono detti “bambini indaco”, e Akiane Kramarik è una di loro. Nata nell’Illinois nel 1994, Akiane non ha mai avuto influenze esterne che potessero contagiare realmente il suo lavoro artistico. La sua famiglia era una come tante, una comune famiglia americana, che non preferì impartire nessun tipo di credo religioso, educando la propria figlia a casa. Il nucleo familiare era dunque ristretto, e le possibilità di sentir parlare di quello che Akiane ha rivelato ai suoi genitori all’età di quattro anni sarebbe stato praticamente da escludere. In una intervista che la vede ormai sedicenne, Akiane Kramarik afferma di aver sempre espresso nei suoi disegni o nelle poesie che ha incominciato a scrivere a sette anni qualcosa che sentiva dentro, ma che con naturalezza aveva deciso di venir fuori, con il supporto di qualcosa o qualcuno. Non ha mai avuto dubbi nell’identificare quel qualcuno con Dio. Akiane Kramarik afferma «Lui è tutto quello che ho, è in tutto quello che faccio» Le sue parole sono limpide, il suo volto è sereno. Convinta dell’impatto dell’arte nella vita dell’uomo, Akiane Kramarik ha convertito la sua famiglia tramite le sue composizioni. Quando la madre le ha chiesto da dove venissero quelle parole, la risposta è stata immediata: da Dio. Una bambina prodigio che non ha mai ceduto il passo alla vanità. Akiane non ha mai creduto di essere diversa da nessun altro, fino a quando, ormai raggiunta la maggiore età, non ha compreso che non tutti avrebbero potuto ottenere quello che lei realizzava con la sua scrittura e i suoi disegni. Con naturalezza, Akiane disegna gli angeli così come crede siano, essenze appagate dal contatto diretto con Dio, con uno sguardo che nessuno può avere. Gli occhi sono il centro delle sue composizioni, occhi limpidi attraverso i quali poter guardare un mondo diverso da quello che quotidianamente abbiamo intorno. Sono solitamente sguardi di bambini, di angeli, di Gesù stesso. I sogni le consegnano i particolari di un mondo così distante ai nostri occhi, ma nel quale Akiane Kramarik è in grado di vivere per il tramite di un insegnamento superiore. Riuscire a sentire qualcosa di così elevato ha permesso ad Akiane di credere che la vita non abbia nulla di casuale, che il suo sia un dono e che ci sia una missione che Dio ha voluto per lei. I doni che ha sono solo il punto di partenza di un percorso che trascende Akiane Kramarik stessa. L’obiettivo finale è realizzare un racconto universale, mostrare una realtà profonda celata dietro lacrime limpide. Una spiritualità al di sopra del pensabile, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

1977 2018. Il regista Mario Martone al Museo Madre di Napoli

Da venerdì 1 giugno, presso il Museo d’arte contemporanea Donnaregina, cuore giallo dell’arte contemporanea a Napoli, saranno esposti in tre sale i quaranta intensi anni di carriera del regista cinematografico e teatrale Mario Martone. A cura di Gianluca Riccio, l’installazione rimarrà proprietà del Madre a seguito della fine della mostra, il 3 settembre, a disposizione di chi sia interessato alla sua ulteriore esposizione in eventi culturali di certo successo. In quarant’anni, Mario Martone ha viaggiato fra galassie possibili, che prendono vita in una installazione che i curatori stentano a definire mostra. Quel carattere temporaneo è surclassato dalla valenza ulteriore di questo percorso, che merita lo statuto di vera e propria opera d’arte, la cui protagonista è l’arte stessa. È un viaggio nel tempo, un percorso di sperimentazione costante che gioca con il passaggio da presente a futuro, nella percezione di un legame indissolubile e di un filo conduttore tra ciò che c’è stato e quello che riserva il futuro. Si parte dal futuro, dall’esposizione di oggetti misteriosi che sono una finestra sulla futura opera del regista, Capri-batterie, di cui lui non rivela che un accenno, difficile da interpretare. 1977 2918. Mario Martone Museo Madre Il nucleo espositivo risiede in una sala buia, nella quale 36 sedute invitano lo spettatore ad assistere a quattro schermi, che proiettano al contempo spezzoni diversi, in un collage audiovisivo di suggestivo impatto. Il gioco dei suoni è ottenuto dalle cuffie annesse alle sedute girevoli, che permettono allo spettatore di guardarsi intorno in qualsiasi direzione. L’effetto visivo è fomentato dal gioco cromatico, dalla differenza di colori caldi e freddi, dal corteo di mondi sempre diversi che inonda la scena. L’idea di uno spettacolo multiplo è un diretto riferimento a una rappresentazione teatrale realizzata dallo stesso Mario Martone, Ritorno ad Alphaville. L’azione di scena era divisa su diversi palcoscenici, e lo spettatore era invitato così ad assistere a una molteplicità. Eppure, la visione d’insieme e il possibile legame fra scene spesso ben diverse possono essere ritrovati, e il regista napoletano invita con queste registrazioni multiple a cercarli. Ci sono fili che si intersecano nella sua ricerca artistica. E se un criterio per studiare il suo percorso è come quello suggerito dalla terza sala, un vero e proprio viaggio nel tempo dal 1977 al 2018, il titolo della mostra cela tutt’altro messaggio. Strana combinazione numerica, poiché niente troviamo di regolare in cifre ribaltate. Il senso dell’installazione risiede nel posizionamento orizzontale di quell’8, ultima cifra dell’anno in corso nella quale si riversa la prospettiva di infinito. Il progetto di Mario Martone non è qualcosa di chiuso, così come il suo estro creativo. Il tempo è da immaginare come una dimensione assoluta, non lineare. Il regista partenopeo segue questo insegnamento, e ogni volta che dà energia per una nuova scena lo fa come se davanti a sé avesse una tabula rasa. L’arte riparte costantemente da zero, e il cammino è così inevitabilmente sempre vario. Il centro assoluto resta lo spettatore, letteralmente immerso nell’opera di Mario Martone, il quale lo esorta […]

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