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Eroica Fenice

Teatro

Robert Wilson al Pompeii Theatrum Mundi: l’Oedipus

Edipo, non t’avessi mai incontrato. Dato alla luce della vita, destinato alle tenebre terrene. Per la regia di Robert Wilson vaga, anima perduta sulle note di un sax stridente, un personaggio il cui nome è inciso nelle pagine più discusse della letteratura e della psicoanalisi. L’Oedipus, adattamento dell’Oedipus Tyrannos di Sofocle, si è tenuto sul palco del Teatro Grande di Pompei per la rassegna di drammaturgia antica Pompeii Theatrum Mundi dal 5 al 7 luglio. Lo spettacolo, dall’esasperante potenza evocativa, parte da quel senso opprimente e martellante di una verità che supera i piani intessuti dall’uomo. La sua insulsa illusione di poter controllare il corso del proprio destino è sovrastata dalle parole di testimoni intimoriti quanto decisi, pronti a svelare l’oscura verità. Mariano Rigillo presta la sua voce al primo testimone, che urla a gran voce, scandendo la propria eco, l’oracolo che condusse Laio a sbarazzarsi del figlio Edipo, credendo in questo modo di impedire il tragico tramonto della sua vita. Il peregrino Edipo passa così dalle mani familiari a quelle di un pastore, e dalle sue nella culla reale di Polibo, re di Corinto. Il teatro di Robert Wilson: la scena dell’Oedipus Le figure candide in costante movimento o in mortifera stasi riempiono il palco simmetricamente, appagando un senso estetico di rigorose e geometriche corrispondenze. Robert Wilson mette in scena un teatro di figure plastiche e di vocii disturbanti che declinano con costante ripetizione la storia di Edipo re come un monito di accecante verità. Il perverso e il polimorfo trovano completa espressione nella scelta di un poliglottismo che spazia dall’italiano al francese, dal tedesco al greco. Questa verità è il substrato dell’esistenza di ogni uomo, di qualunque provenienza spaziale e temporale. «Il progetto è frutto di un atteggiamento multimediale e interdisciplinare, che sfonda la specificità dei singoli linguaggi» afferma Achille Bonito Oliva nel suo commento all’opera di Robert Wilson. Dallo stridore di un sax impazzito alla solennità di parole agghiaccianti, dalla leggiadria della danza a movimenti che ricordano il Tai Chi, che lentamente ricoprono il palco di un’aura misterica. L’oracolo di Delfi rivela a Edipo il suo destino: ucciderà suo padre e sposerà sua madre. Una perversione senza limiti dalla quale invano Edipo tenterà di sfuggire, cercando costantemente, figurandosi al centro della scena, la luce in cui tutto converge. Ma come afferma Tiresia, fino a quando Edipo avrà la vista sarà cieco. Si tinge di nero di lutto la scena dell’assassinio di Laio a un trivio da parte di Edipo, ignaro dell’identità di quel vecchio che aveva avuto la pretesa della precedenza. Diventa così re di Tebe dopo averla liberata dalla Sfinge che assoggettava la città, e così vengono celebrati, fra rami colmi di foglie, il matrimonio con Giocasta, la vedova di Laio. La scelta di particolari materiali di scena scandisce in sé lo svolgersi della storia. I rami secchi e le travi di legno sono elementi naturali, che si accompagnano a lastre di metallo e fogli di carta catramata. Il palco è una tela d’arte contemporanea che […]

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Recensioni

Rebecca West negli interni de La famiglia Aubrey (Recensione)

Un mondo in continuo divenire è quello dipinto da Rebecca West ne La famiglia Aubrey, romanzo familiare e di formazione in uscita per la Fazi Editore il 5 luglio. Uno scritto che rispecchia l’animo poliedrico di un’autrice multiforme, scrittrice di romanzi e critica letteraria ribelle come il personaggio di Henrik Ibsen dal quale trasse il suo pseudonimo. Una storia che prevede un viaggio nasce da una partenza. In casa Aubrey c’è subbuglio, un trasloco è in atto, e la malinconia insieme al prezioso mobilio guarda in dissolvenza le figurine femminee della casa, dirette alla loro nuova vita a Lovegrove. Il loro futuro è un tuffo nel passato, tra la natura che aveva visto crescere il padre di famiglia, figura maschile più assente che mai tra le pagine di Rebecca West. Fin dal principio un alone di mistero incombe su questa partenza, su un futuro più che mai economicamente incerto. L’allontanamento progressivo dalla caotica e ingombrante presenza delle cose della borghesia intrise di esperienza di vita, conduce i protagonisti in un mondo di atavico splendore, lontano dal pettegolezzo, velato di fantasie e di fantasmi. La vita familiare degli Aubrey è «attraversata da correnti di preferenze e avversioni, perdono e risentimento». La voce parlante è quella della piccola Rose, una bambina perspicace, le cui spine non si ritraggono quando si tratta di confabulare con la sorella Mary della maggiore, Cordelia. Le avversioni nascono dal sentimento della cacofonia. La casa degli Aubrey è una melodia in perpetua composizione, che non concede, soprattutto sotto il vigile e severo controllo paterno, errori di esecuzione. Cordelia non sembra avere doti musicali agli occhi delle sue sorelle e di sua madre, pianista eccellente e acuta conoscitrice della musica. Anime diverse convivono sotto lo stesso tetto in questa famiglia nata dall’immaginario di Rebecca West. Anche nell’assenza di spensieratezza dovuta allo sradicamento da un mondo conosciuto, il senso del gioco permane, frutto inevitabile dell’innocenza dei bambini. «Riuscivamo a capire che papà avesse un reale interesse nei nostri confronti, e noi nei suoi, poiché appartenevamo alla stessa famiglia. E riuscivamo a capire che la mamma avesse un altro tipo di interesse nei nostri confronti, che noi ricambiavamo pienamente. Ma non riuscivamo a capire come mamma e papà fossero così importanti l’uno per l’altra, visto che non erano imparentati». La delicata descrizione del quotidiano costella le pagine de La famiglia Aubrey, seguendo l’elegante figura di una madre spesso sola e la loquacità dei suoi quattro figli, «la dolcezza tiepida del latte e miele». Fanciullezza ed età adulta ne La famiglia Aubrey di Rebecca West Lo stesso mondo degli adulti rivela increspature e incertezze, è messo in discussione dagli occhi dell’infanzia. «La amavo. Tuttavia mi rendevo conto che la trappola dell’essere adulti l’aveva fatta inciampare, e ora era legata a terra, a contorcersi senza via d’uscita». Le personalità non sono mai ben definite, a cavallo tra la consapevolezza del sé e il timore di un futuro incerto. La realtà messa a punto da Rebecca West è una sinestesia tra suoni e colori. […]

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Teatro

Teatro Nuovo di Napoli: la stagione teatrale 2018/2019

Il gioco del teatro sembra farsi sempre più duro secondo gli algoritmi con i quali fredde considerazioni istituzionali leggono il paesaggio italiano, ancor di più quello del napoletano. La macchina del teatro, da una prospettiva distaccatamente economica, è rallentata da sgravi fiscali, dalla ricerca spasmodica di supporto, dalla consapevolezza del costo necessario a mettere in scena un percorso. Il Teatro Nuovo di Alfredo Balsamo, cuore dei Quartieri Spagnoli, coraggiosamente lancia per l’VIII stagione teatrale 2018/2019: Esperienza Inattesa. L’esperienza teatrale è inattesa, in un luogo in cui la cultura è un appiglio per la ripresa, una forma di medicamento alla demolizione, alla concezione utilitaristica e pragmatica della vita. Il Teatro Nuovo si fa da sempre carico di questo. Ma è anche un’esperienza in-attesa, un invito alla partecipazione e una propensione all’accoglienza. L’esperienza teatrale è uno strumento di indagine del reale, ma in quanto forma di ermeneutica, supera il reale stesso, portando sulla scena quello che non saremmo in grado di ammettere, il vero volto delle cose oltre la maschera. Francesco Somma, Presidente del Teatro Pubblico Campano, rivela: «il teatro è lo spazio del conoscibile. Realtà di quello che avviene nella realtà». Il teatro non cambia il mondo, ma può cambiare gli spettatori. Il Teatro Nuovo propone un’esperienza che è inattesa anche nella sua molteplicità di linguaggi, nella sperimentazione continua, fra prosa teatrale, musica, danza, e quella che definiscono Nuova comicità, quella alternativa. Varie forme di comunicazione per veicolari valori significativi. Dunque, ammette quello che si autodefinisce un semplice spettatore di teatro, il Direttore Alfredo Balsamo, se c’è una crisi in atto, questa è solo e unicamente delle istituzioni. Il pubblico c’è, così come gente che abbia voglia di comunicare, e il teatro è un momento di comunicazione. Non appena si entra nella sala viene esorcizzata la vuota parola quotidiana. Teatro Nuovo di Napoli: Esperienza inattesa, stagione 2018/2019 Tra le anteprime del Teatro Nuovo di Napoli, Eduardo per i Nuovi, con la regia di Gianfelice Imparato, realizzato con la collaborazione del Teatro Stabile della Toscana con i ragazzi del liceo per poter aprir loro alla realtà del mondo teatrale, tanto nella sua gestione quanto nella recitazione, con la rappresentazione di atti unici di Eduardo De Filippo. Una comicità nata dalla drammaturgia, che non fa appello al dialetto o a una realtà regionale, ma si universalizza in opere come Pericolosamente e Uomo e galantuomo dall’11 al 14 ottobre. Sempre fra le anteprime La Tarantina, il film documento su Carmelo Cosma, un napoletano che ha vissuto momenti duri a Napoli, ha visto rinascere la città dalle macerie della guerra. Dal 20 al 21 ottobre, un pezzo di vita che si fa teatro. L’abbonamento al Teatro Nuovo prevede 11 spettacoli, nella formula di 9 fissi e 2 a scelta. La stagione inizia a ottobre e prevede un corteo di personaggi di grande stampo, portati in auge da registi di gran rilievo. Gli spettacoli fissi: 24>28 ottobre Muhammad Ali, con Francesco di Leva, regia di Pino Carbone; 22>25 novembre Il castello di Vogelod, con Claudio Santamaria, […]

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Teatro

La Salomè di Luca De Fusco al Pompeii Theatrum Mundi

Un capolavoro oscurato è la Salomè di Oscar Wilde. Il suo carattere labile e lo sgusciare continuo lo rendono un testo estremamente complesso. Dialoghi e monologhi tortuosi, un teatro saldamente edificato sulla parola. Questa è la sfida che il regista Luca De Fusco propone in apertura della seconda edizione di Pompeii Theatrum Mundi, rassegna di drammaturgia antica, che vede stagliarsi inquieta l’ombra della luna dal 21 al 23 giugno. Da Oscar Wilde a Luca De Fusco: Salomè Si risvegliano al richiamo di musica i personaggi, distesi sotto veli candidi, come larve. Aprono gli occhi ma non spalancano le porte della luce. Il loro è un avanzare nelle tenebre della morte, presagi costanti percuotono le loro membra. Sotto lunghe attese e silenzi, si erge il fiore lunare, Salomè (Gaia Aprea), principessa figlia di Erodiade (Anita Bertolucci), ammirata da tutti per il suo candore. Un bianco di vergine seducente, violata dallo sguardo ossessivo del tetrarca Erode (Eros Pagni). L’unico a disprezzarla è Ioakanaan (Giacinto Palmarini), profeta tanto trascurato quanto temuto. I suo occhi sono come bruciature, i suoi capelli di rovo e le sue labbra rosso sangue. La Salomè di Oscar Wilde, come rende evidente l’adattamento di Luca De Fusco, segue «l’ambizione di aggiungere una nuova credenza alla storia sacra della decapitazione di Giovanni Battista». Il personaggio sarebbe dunque segnato dalla blasfema ambiguità della ricerca delle labbra vermiglie di Ioakanaan, agognate fonti di piacere, e della volontà di immergersi in una purezza che mai potrà possedere se non comprenderà il valore della remissione dai peccati. Ma Ioakanaan è ubriaco solo del vino di Dio. Lo stesso tetrarca si scopre ogni volta spaventato, quasi scaramantico all’inizio, fino a una mistica fede nella venuta di un Messia, che il profeta continua a invocare. I due meccanismi portati in atto da Luca De Fusco sono la ricerca del capro espiatorio e il desiderio mimetico. Iokanaan viene demolito, ma solo perché in questo modo Salomè potrà incarnarsi in lui, diventare finalmente pura. Salomè, un’opera onirica   Per un’opera fortemente onirica, il regista ha realizzato un allestimento visionario, con la presenza delle proiezioni tipiche di De Fusco. Questa volta il loro utilizzo è più sottile e sobrio, evitate le paranormali esplosioni. Salomè è un personaggio vivo, fortemente vero, che non necessita di alcun effetto speciale. In gioco, il rapporto fra la parola, il movimento del corpo, la danza che è in grado di sedurre, ma che porta con sé conseguenze mortifere. Il rapporto fra amore e morte è il filo conduttore dell’opera, chiave di lettura parziale di un personaggio assai complesso quale Salomè. La fedeltà al testo è necessaria, con inserimento di chicche letterarie da non sottovalutare, come quelle di Gustave Flaubert tratte da Le tentazioni di Sant’Antonio. Un testo necessario che torna sulla scena italiana, rivelando la grande crescita di un teatro immortale che cerca di rivivere i suoi fasti. Napoli continua a dimostrarsi un centro di eccellenza con il Teatro Stabile e la rassegna di Pompeii Theatrum Mundi, che prevede altri tre incontri di grande […]

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Libri

Danilo Riccardi racconta il Cammino Neocatecumenale

Il Cammino Neocatecumenale. Storia e pratica religiosa è uno studio su due volumi pubblicato a maggio per Il Terebinto Edizioni. In quest’opera Danilo Riccardi, attualmente professore di storia e filosofia, dottore specializzato nello studio della Storia del cristianesimo e delle chiese, afferra in modo deciso un argomento delicato per il modo incompleto con il quale negli ultimi anni se ne è discusso. Il pregiudizio che aleggia intorno a uno dei Movimenti Ecclesiali di formazione novecentesca viene qui stemperato dalla sensibilità di chi osserva le varie sfaccettature di una realtà estremamente multiforme. Danilo Riccardi si immedesima pienamente nel ruolo dello storico, incentrando nel primo volume de Il Cammino Neocatecumenale le vicissitudini che hanno condotto alla formazione di questo Movimento. «In questo scenario cominciarono a essere evidenti gli squilibri tra i bisogni individuali e quelli della comunità dell’intera umanità: cominciavano a profilarsi le alterazioni provocate nell’ambiente dall’inquinamento atmosferico; la minaccia atomica incombeva costantemente lasciando presagire catastrofi apocalittiche; e infine, la maldistribuzione delle ricchezze tra paesi ricchi e quelli poveri». Partendo dallo scenario postbellico fino alle problematiche indotte dal 1968 e dalla lotta contro il senso stesso dell’autorità, intesa come scolastica, giuridica e religiosa, il Cammino Neocatecumenale si profila come una risoluzione a un tempo di scompiglio prima umano che sociale. La lotta contro il Padre, inteso in tutte le sue sfaccettature, ha comportato un rinnovamento della Chiesa, che con il Concilio Vaticano II ha riletto i suoi dogmi, stemperando alcuni aspetti che in una società in rinnovamento non avrebbero rappresentato un solido appiglio dalla decadenza. I Movimenti Ecclesiali sono stati letti perciò come un tentativo ulteriore della Chiesa per tenere stretti i suoi fedeli, e perpetuare il funzionamento di un’istituzione secolare in realtà non più in grado di garantire alcuna salvaguardia. Per questo, sottolinea Danilo Riccardi, la letteratura che ancora si occupa dei Movimenti è più che altro apologetica o contro-apologetica. Obiettivo dello storico è restituire un’immagine veritiera di uno dei movimenti presi in esame, il Cammino Neocatecumenale, riportando fedelmente la sua nascita e diffusione, nonché propositi e obiettivi consolidati. Danilo Riccardi e il Cammino Neocatecumenale Danilo Riccardi ricorda i grandi nomi di questo movimento di grande successo, quelli che possono essere considerati i padri fondatori del consolidamento battesimale per adulti che aleggiava in Spagna già dall’inizio del ‘900: il pittore Kiko Argüello e la missionaria Carmen Hernández. L’obiettivo sarebbe stato da sempre quello di una rifondazione dell’anima, un cammino di ricerca. Il lavoro di Danilo Riccardi è dettagliato e puntuale. La sua documentazione spazia dai dicasteri vaticani riguardanti il Cammino Neocatecumenale fino ai testi ufficiali del Cammino stesso. Il secondo volume raccoglie invece 45 interviste sul campo, in Europa, Sud America, Russia e nella stessa Napoli. Lo studio si è insaporito così di gusto sociologico, verace conferma della grande adesione al Cammino. «Questo studio, oltre ad analizzare la storia e la struttura di una realtà ecclesiale, è una fotografia sulla società contemporanea dove milioni di persone per rispondere all’anonimato e alla tragicità del vivere quotidiano creano un regime protetto di esistenza grazie al […]

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Libri

Tony Laudadio, il suo jazz in Preludio a un bacio (Recensione)

Tony Laudadio, musica e parole in Preludio a un bacio   «La parola è la sorella stronza della musica», rivela con la decisione di un affermato aforismario Emanuele, «e per questo spesso taccio». Rifugio all’implosione è la musica, l’unica che non mente mai, che rivela quando sei sul pezzo, quando sei senza fiato, non può celare l’emozione del momento, né la sofferenza di una vita. Emanuele è un sassofonista, quello che il suo creatore, Tony Laudadio, ammette umilmente di voler eguagliare. Preludio a un bacio, in uscita a marzo per la casa editrice NN Editore, è il risultato di questo binomio dialettico, parola-musica, che testimonia la tesi del protagonista, cinquantenne in demolizione. La musica crea legami che le parole spesso spezzano, questo il leitmotiv della sua vita. Preludio a un bacio: da Duke Ellington a Tony Laudadio «Sto qui e suono, come ho sempre fatto, e continua a disquisire con me stesso». Emanuele vive per le strade di una città senza nome ormai da due anni, dormendo nello scantinato della casa di un suo compagno di musica, con il quale in un tempo remoto aveva fondato una band. Quello era il progetto, vivere a suon di jazz. Tony Laudadio ci racconta la sua vita a partire da un presente meno roseo proprio sulle note di Duke Ellington, Annie Lennox, Bill Withers, Frank Sinatra e tanti altri. Ogni capitolo è indicato da una tonalità, come su una grande tavolozza, e nell’indice Laudadio riporta la canzone da ascoltare in ogni passaggio, in un dialogo con il lettore che lo stesso personaggio principale instaura con una narrazione in prima persona. Sfrontato, ironico e velatamente malinconico, Emanuele suona e ride alla vita, un sorriso amaro che non oscura mai davvero la speranza in un avvenire. Eppure, tutto sta crollando: la sua salute è messa a dura prova dagli alcolici, suonare per la strada non prevede cospicui guadagni, l’ombra costante di una donna misteriosa ma faro della sua vita è semplicemente inafferrabile. Il suo parlare rifugge da uno psicologismo astruso e plateale, lo stile ricercato lascia il posto a dichiarazioni programmatiche di schietta animosità. «Tra me e me è un luogo molto intimo». Con Preludio a un bacio Tony Laudadio fa riemergere Emanuele dal sottosuolo, da un luogo intimo ma nel complesso poco sicuro quale è la sua interiorità, così da fargli ricordare il piacere del legame, e il valore del miracolo che potrebbe rappresentare la nostra semplice presenza nella vita degli altri. Ruotano intorno a Emanuele figure femminili vulcaniche: la giovanissima Maria, cameriera del Blue Bird di giorno, studentessa combattiva di notte, un bocciolo in fiore che anela all’indipendenza, senza davvero rinunciare all’amore; Alessandra, dottoressa soccorritrice di Emanuele, dalla bellezza imperturbabile; Angela, madre di Maria, travolgente e sensuale figura. Di quest’ultima il lettore imparerà a conoscere tanto il presente, quanto un passato che con Emanuele ha a che fare eccome. Preludio a un bacio trabocca di voci, voci che Emanuele scopre di poter e dover ascoltare, imparando la forza dello strumento che imbraccia quotidianamente in strada, […]

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Culturalmente

Akiane Kramarik: dipingere con lo sguardo di Dio

Akiane Kramarik e la sua straordinaria storia Credere che una bambina di quattro anni possa essere in grado di sentire nei propri disegni un qualcosa di trascendente, un senso ulteriore, è quasi follia. Una bambina che trova nelle linee di pittura e nelle catene di parole la soluzione al malessere e la forza di andare avanti e di comunicare, convertendo addirittura l’intera famiglia alla fede, è un caso ben raro. Esseri straordinari di questo tipo vengono detti “bambini indaco”, e Akiane Kramarik è una di loro. Nata nell’Illinois nel 1994, Akiane non ha mai avuto influenze esterne che potessero contagiare realmente il suo lavoro artistico. La sua famiglia era una come tante, una comune famiglia americana, che non preferì impartire nessun tipo di credo religioso, educando la propria figlia a casa. Il nucleo familiare era dunque ristretto, e le possibilità di sentir parlare di quello che Akiane ha rivelato ai suoi genitori all’età di quattro anni sarebbe stato praticamente da escludere. In una intervista che la vede ormai sedicenne, Akiane Kramarik afferma di aver sempre espresso nei suoi disegni o nelle poesie che ha incominciato a scrivere a sette anni qualcosa che sentiva dentro, ma che con naturalezza aveva deciso di venir fuori, con il supporto di qualcosa o qualcuno. Non ha mai avuto dubbi nell’identificare quel qualcuno con Dio. Akiane Kramarik afferma «Lui è tutto quello che ho, è in tutto quello che faccio» Le sue parole sono limpide, il suo volto è sereno. Convinta dell’impatto dell’arte nella vita dell’uomo, Akiane Kramarik ha convertito la sua famiglia tramite le sue composizioni. Quando la madre le ha chiesto da dove venissero quelle parole, la risposta è stata immediata: da Dio. Una bambina prodigio che non ha mai ceduto il passo alla vanità. Akiane non ha mai creduto di essere diversa da nessun altro, fino a quando, ormai raggiunta la maggiore età, non ha compreso che non tutti avrebbero potuto ottenere quello che lei realizzava con la sua scrittura e i suoi disegni. Con naturalezza, Akiane disegna gli angeli così come crede siano, essenze appagate dal contatto diretto con Dio, con uno sguardo che nessuno può avere. Gli occhi sono il centro delle sue composizioni, occhi limpidi attraverso i quali poter guardare un mondo diverso da quello che quotidianamente abbiamo intorno. Sono solitamente sguardi di bambini, di angeli, di Gesù stesso. I sogni le consegnano i particolari di un mondo così distante ai nostri occhi, ma nel quale Akiane Kramarik è in grado di vivere per il tramite di un insegnamento superiore. Riuscire a sentire qualcosa di così elevato ha permesso ad Akiane di credere che la vita non abbia nulla di casuale, che il suo sia un dono e che ci sia una missione che Dio ha voluto per lei. I doni che ha sono solo il punto di partenza di un percorso che trascende Akiane Kramarik stessa. L’obiettivo finale è realizzare un racconto universale, mostrare una realtà profonda celata dietro lacrime limpide. Una spiritualità al di sopra del pensabile, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

1977 2018. Il regista Mario Martone al Museo Madre di Napoli

Da venerdì 1 giugno, presso il Museo d’arte contemporanea Donnaregina, cuore giallo dell’arte contemporanea a Napoli, saranno esposti in tre sale i quaranta intensi anni di carriera del regista cinematografico e teatrale Mario Martone. A cura di Gianluca Riccio, l’installazione rimarrà proprietà del Madre a seguito della fine della mostra, il 3 settembre, a disposizione di chi sia interessato alla sua ulteriore esposizione in eventi culturali di certo successo. In quarant’anni, Mario Martone ha viaggiato fra galassie possibili, che prendono vita in una installazione che i curatori stentano a definire mostra. Quel carattere temporaneo è surclassato dalla valenza ulteriore di questo percorso, che merita lo statuto di vera e propria opera d’arte, la cui protagonista è l’arte stessa. È un viaggio nel tempo, un percorso di sperimentazione costante che gioca con il passaggio da presente a futuro, nella percezione di un legame indissolubile e di un filo conduttore tra ciò che c’è stato e quello che riserva il futuro. Si parte dal futuro, dall’esposizione di oggetti misteriosi che sono una finestra sulla futura opera del regista, Capri-batterie, di cui lui non rivela che un accenno, difficile da interpretare. 1977 2918. Mario Martone Museo Madre Il nucleo espositivo risiede in una sala buia, nella quale 36 sedute invitano lo spettatore ad assistere a quattro schermi, che proiettano al contempo spezzoni diversi, in un collage audiovisivo di suggestivo impatto. Il gioco dei suoni è ottenuto dalle cuffie annesse alle sedute girevoli, che permettono allo spettatore di guardarsi intorno in qualsiasi direzione. L’effetto visivo è fomentato dal gioco cromatico, dalla differenza di colori caldi e freddi, dal corteo di mondi sempre diversi che inonda la scena. L’idea di uno spettacolo multiplo è un diretto riferimento a una rappresentazione teatrale realizzata dallo stesso Mario Martone, Ritorno ad Alphaville. L’azione di scena era divisa su diversi palcoscenici, e lo spettatore era invitato così ad assistere a una molteplicità. Eppure, la visione d’insieme e il possibile legame fra scene spesso ben diverse possono essere ritrovati, e il regista napoletano invita con queste registrazioni multiple a cercarli. Ci sono fili che si intersecano nella sua ricerca artistica. E se un criterio per studiare il suo percorso è come quello suggerito dalla terza sala, un vero e proprio viaggio nel tempo dal 1977 al 2018, il titolo della mostra cela tutt’altro messaggio. Strana combinazione numerica, poiché niente troviamo di regolare in cifre ribaltate. Il senso dell’installazione risiede nel posizionamento orizzontale di quell’8, ultima cifra dell’anno in corso nella quale si riversa la prospettiva di infinito. Il progetto di Mario Martone non è qualcosa di chiuso, così come il suo estro creativo. Il tempo è da immaginare come una dimensione assoluta, non lineare. Il regista partenopeo segue questo insegnamento, e ogni volta che dà energia per una nuova scena lo fa come se davanti a sé avesse una tabula rasa. L’arte riparte costantemente da zero, e il cammino è così inevitabilmente sempre vario. Il centro assoluto resta lo spettatore, letteralmente immerso nell’opera di Mario Martone, il quale lo esorta […]

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Food

A giugno Napoli Pizza Village 2018, orgoglio mondiale

Napoli Pizza Village 2018, ormai alla sua VII edizione, è un contenitore di esperienze in continua evoluzione. Spina dorsale del Lungomare Caracciolo, quella che può essere definita una vera e propria festa, si rinnova, e quest’anno avrà luogo dall’1 al 10 giugno. La manifestazione napoletana ha ormai assunto notorietà mondiale, facendo sfoggio delle sue numerose iniziative nei grandi titoli della stampa straniera. Seppur le novità siano motivo di grande interesse nei confronti di Napoli Pizza Village 2018, il cuore pulsante di questa grande festa resta una passione che con duro lavoro persone come Claudio Sebillo e gli altri organizzatori fomentano con la speranza di chi non dimentica la tradizione. Il punto di snodo è l’aver letto in quello che non è un semplice prodotto alimentare un segno caratterizzante di Napoli, qualcosa in cui rispecchiarsi. Obiettivo di Napoli Pizza Village 2018 è creare un momento nel quale la storia e la cultura possano essere comunicate in tutte le loro sfaccettature. La promozione della pizza l’ha già portata, il 7 dicembre 2017, a un riconoscimento fondamentale quale quello di Patrimonio dell’UNESCO, momento che va vissuto come tappa significativa, non come un traguardo definitivo. Se con la pizza si può continuare a raccontare Napoli, smettere di supportarla significherebbe tacere. Napoli Pizza Village 2018 tra musica e sapori Claudio Sebillo, organizzatore di Napoli Pizza Village, nell’incontro di presentazione del 29 maggio nella Sala Giunta del suggestivo Palazzo San Giacomo, provoca gli assessori presenti: «Dovete allargare il Lungomare». L’affluenza è sicuramente motivo di orgoglio, insieme all’inevitabile entusiasmo di organizzatori e partecipanti. La crescita del Napoli Pizza Village è prima di tutto nelle menti di chi ci crede. Solo da qui la possibilità di essere rinomata in tutta Italia, un’occasione per raccontare dieci fra le più solari giornate di Napoli, possibilità supportata dalla partnership di RTL 102.5, che seguirà in diretta in numerose fasce orarie eventi che vedranno protagonisti i pizzaioli, napoletani e non. L’apertura è a tutte le possibili filosofie di pizze al mondo, con foodblogger rinomati che provengono dalle realtà più diverse. Ma non solo. Napoli Pizza Village 2018 gode di un palco caldo di grandi protagonisti della musica italiana, con artisti come Mario Biondi, Fabrizio Moro, Ultimo, Noemi, Nesli, Le Vibrazioni, Annalisa, Lo Stato Sociale, per non parlare di artisti napoletani come Gigi Finizio e Maria Nazionale. L’assessore Gaetano Daniele riconosce tutti loro come componenti di una squadra di cui andar fieri, e afferma che la pizza è un fattore di internazionalizzazione di una Napoli che sa fare, una Napoli coraggiosa. Questa pagina bella in fase di scrittura è patrimonio dell’umanità, una delle migliori offerte culturali e turistiche dell’anno. «Tanti vengono a questa festa, per stare bene», afferma Nino Daniele. La città si tiene insieme, e convive con tutti i suoi ospiti. A credere all’iniziativa con grande ardore è la famiglia Caputo, che porta al Napoli Pizza Village 2018 il Campionato Mondiale del Pizzaiuolo, alla sua XVII edizione. Da un’idea di Carmine Caputo, la credenza fondamentale è quella che l’anima della pizza sia il […]

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Eventi/Mostre/Convegni

La premiazione di DOCARTE 2018 al Napoli Città Libro

Il Salone del libro e dell’editoria di Napoli è la cornice di attività culturali di ogni sorta, che pulsano fra le mura storiche del Complesso Monumentale di San Domenico Maggiore. Dagli ambienti adibiti a questa festa di carta si abbraccia con lo sguardo il cortile, luogo di incontro e convivialità, di dialogo e sosta. La parola e la comunicazione sono protagoniste delle suggestive sale di Napoli Città Libro, come è accaduto all’incontro della seconda giornata del festival, 25 maggio alle ore 10.00 presso la Sala del Refettorio. Il tema sacro dell’affresco che campeggia sul largo ambiente, l’Ultima Cena, non potrebbe essere più affine alle tematiche trattate in questo incontro mattutino. L’onlus OSCOM (Osservatorio Comunicazione Ortoformativa Multimediale), con la collaborazione delle menti dell’Università di Napoli “Federico II” ha prospettato per gli studenti, dalla scuola della prima infanzia fino al quinto liceo, un progetto di Alternanza Scuola-Lavoro altamente formativo tramite il quale gli studenti sono stati preparati per il premio DOCARTE 2018. Ci si interroga sul sacro, sulle sue molteplici sfumature di significato, cercando la risposta nei luoghi di Napoli che maggiormente pullulano di religiosità. Il viaggio è di natura fisica, i video testimoniano gli studenti nelle loro avventurose scampagnate fra le sale della Museo di Capodimonte o nei luoghi di culto più celebri, tra Santa Chiara e San Lorenzo. Eppure, il proponimento del progetto della OSCOM per DOCARTE sonda profondamente e quasi provocatoriamente l’animo di giovani e insegnanti. Finalità è potenziare quello che già l’insegnamento si propone di ottenere: far fiorire la bellezza tra i banchi di scuola. La formazione di esperti del settore responsabilizza gli studenti, sinceramente impegnati nei filmati da loro realizzati, tra cortometraggi e veri e propri documentari, dimostrando prime abilità di operatori del turismo culturale. Il premio DOCARTE: un filmato per il sacro La comunicazione genera legame, fondamentale nelle relazioni. L’immagine ha a che fare con il tempo, perpetua un dialogo eterno, che persiste nella fruizione dell’opera d’arte. La consapevolezza della costanza e del duro lavoro che c’è dietro a questa sintonia dal carattere ancestrale è essa stessa garanzia di bellezza. Il mezzo filmico è considerato il più opportuno, in quanto emblema della trasversalità fra le varie funzioni dell’umano. I giovani portano per mano lo spettatore negli ambienti accattivanti di Napoli, illustrano loro opere d’arte, o si limitano a passeggiare all’interno del sacro, inteso come ciò che non deve essere sporcato, ma nutrito e rispettato. Il semplice movimento è forma di comunicazione, la gestualità è sintomatica di nervosismo, come per alcuni ragazzi alle prime armi, o è un tentativo di mantenere accesa l’attenzione dello spettatore. Malgrado la necessità di esprimere in poco tempo concetti complessi e di grande peso, la premiazione presso la Sala del Refettorio nella cornice di Napoli Città Libro è piena dimostrazione dell’impegno delle giovani menti di questo progetto. La premiazione del 25 maggio ha previsto la proiezione dei video vincitori del premio DOCARTE. Le vincitrici del liceo di Nola “Giosuè Carducci”, con un lavoro dedicato alle opere di complessa interpretazione di Pieter Bruegel […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Napoli Città Libro: riflettendo su Dante con Filippo La Porta

«Filippo La Porta non necessita di presentazioni» ammette soddisfatto Andrea Mazzucchi, docente di Filologia Dantesca dell’Università di Napoli “Federico II”. Studioso, saggista e critico militante, La Porta discute il 25 maggio nella Sala del Capitolo nella cornice di Napoli Città Libro del suo recente lavoro pubblicato dalla Bompiani: Il bene e gli altri. Dante e un’etica per il nuovo millennio. L’immensa bibliografia su Dante sembra arricchirsi di una lettura critica dai connotati innovativi. Parlare di Dante può sembrare ai molti rievocare un passato remoto. Il poeta della Commedia rappresenta una irriducibile alterità che necessita di irrompere nei nostri giorni. Proprio la divina composizione è al centro degli studi di La Porta, che dichiara di convivere ormai con la Commedia da ben dieci anni. Dante si trova a dialogare con un novello Virgilio, rappresentato dalla filosofa francese Simone Weil. Il suo pensiero apre la riflessione di Filippo La Porta, folgorato dalle connessioni ritrovate fra la realtà e la relazione con il bene, e la desertificazione e la sottrazione del reale con il male. Questa è la chiave di lettura con la quale all’interno di Il bene egli altri si attraversa la Commedia. La genesi del libro è da ricercarsi in un La Porta quindicenne, illuminato dalle parole di Pier Paolo Pasolini, da lui considerato un intellettuale stimolante. Assisteva spesso ai suoi discorsi, ma non ha mai avuto con lui un dialogo faccia a faccia, come invece è accaduto con Elsa Morante. Filippo La Porta ha trovato curioso come Pasolini avesse inteso con uno slittamento semantico, parafrasando la Weil e ispirando Morante, le buone e le cattive azioni, definendole rispettivamente «reali» e «irreali». Il giudizio non è in termini prettamente morali, bensì proiettato in una dimensione tutta empirica per il bene, e quasi metafisica per il male. Il punto di vista di Filippo La Porta è quello di educatore. Vorrebbe far comprendere al figlio che quando era ragazzino e non rispettava un insegnante, o non dava risposta a chi lo interrogava, il suo non era un andare contro un precetto morale astratto e aleatorio, bensì la negazione di un effettivo principio di realtà. La realtà non è negazione, sostiene La Porta, ma consiste nella relazione che si stringe con un dono, «dare realtà». Dunque il prestare attenzione, rispondere a una domanda, questo edifica il reale. La morale si fonda sul riconoscimento dell’altro. Prerogativa essenziale di tutto ciò è il desiderio dell’esistenza del prossimo, decidere che l’essere è meglio del nulla. «Un mondo di creature è da preferire a un mondo in cui ci sono solo io. Agire eticamente fa esistere il mondo. Il male è raggelarlo». Il professore Andrea Mazzucchi rimembra l’«onnivora disponibilità verso il reale» che Gianfranco Contini aveva trovato nell’atteggiamento di Dante. «È una pulsiva fame lessicale, costante celebrazione di porzioni di realtà alte e basse in una lingua molteplice e conforme», ribadisce Mazzucchi. Filippo La Porta analizza ancor più da vicino lo scritto dantesco, riconoscendo quale peccato capitale più grande non la lussuria, come il catechismo propina ai più […]

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Attualità

Parte Area Sanremo Tour: in viaggio per un sogno

«Non si gioca con i sogni dei ragazzi». Queste le parole del Presidente della Fondazione Orchestra Sinfonica di Sanremo Maurizio Caridi. Ormai impegnato insieme a una giuria di esperti nella selezione dei giovani talenti sul territorio nazionale, è convinto che il progetto che prende oggi il nome di Area Sanremo sia l’unico vero trampolino di lancio verso l’Ariston, diffidate dalle imitazioni. Otto finalisti, a seguito di varie scremature, sempre più ardue, saranno infine giudicati dalla commissione Rai. Vedremo due dei migliaia di partecipanti all’Area Sanremo Tour sui grandi schermi nella prossima edizione di Sanremo. Il 24 maggio, lo splendido e storico palco del Teatro Politeama, sotto intriganti luci soffuse, è stato sede della prima tappa dell’Area Sanremo Tour. Palpabile l’emozione dei primi partecipanti, ma le loro notevoli estensioni vocaliche non hanno tradito l’ardua preparazione di chi studia musica da sempre, né tantomeno la trepidazione di chi si è messo in gioco, testando le proprie doti sceniche. Area Sanremo si incastra nel progetto di Engage, garanzia per la serietà del casting di Sanremo. Grazie ad Engage, Serena Autieri, attrice cinematografica e di teatro, cantante di alto livello, nonché membro vivace della giuria di Area Sanremo Tour, si è vista circondata da ragazzi di talento nello spettacolo Rosso Napoletano, commedia musicale sulle Quattro Giornate di Napoli, presto nuovamente in tournée. Il cast decorrerà lo Stivale da Bolzano fino a Palermo dal 10 ottobre. Area Sanremo: la ricetta dei sogni I sogni dunque non sono stati traditi, ma fomentati, arricchiti. Il canto è stato considerato da Engage un talento chiave della persona. Le audizioni testano la capacità di comunicare emozioni in ambientazioni sempre diverse, tanto in teatro quanto nei centri commerciali, nelle piazze. Agognati sono i gioielli della città, quelli che la partenopea Serena Autieri non dubita di scovare nel territorio del napoletano. Fondamentale il collegamento tra Sanremo e la canzone napoletana, poli-secondo il Presidente Caridi- della musica leggera italiana. Il progetto, con denominazioni differenti nel passato, quali Una Voce per Sanremo o SanremoLab, ha visto fiorire voci del calibro di Arisa, di Noemi, o ancora di Anna Capasso, giovane cantante napoletana, forse volto meno noto. «Avere occhi di tigre, trasmettere emozioni in tre minuti e aprire i cuori dei giurati», consiglia, sulla scorta della sua esperienza, la Capasso. Per lei Area Sanremo, ai suoi tempi Una Voce per Sanremo, ha significato prendere la decisione di studiare e impegnarsi sempre più. Ha approfondito teatro, cinema, musica. «La fama è molto lontana» continua «ma nella vita non è tanto importante essere famosi. Bisogna fare quello che si vuole veramente». La Campania ha sempre rappresentato una fonte di entusiasmo e partecipazione, segno della volontà di aprire ai giovani talenti il mondo della musica. Serena Autieri afferma che a Napoli la ricerca non è  disperata, c’è della purezza in queste voci. Non sente di essere un membro giudicante, bensì una madrina, una dispensatrice di buoni consigli, perché in fondo anche lei da piccola sognava di salire su quel palco. L’importante di questo Tour non sarà infatti […]

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Libri

“Amapolas”: sacralità e perversione dal mondo ispanico

«Ci risultava difficile parlare di questo, amore mio, perché eravamo ancora molto giovani e la paura aveva la meglio». Le parole hanno un peso che la voce non riesce sempre a sostenere. Così, tra le pagine di Amapolas, alcuni personaggi si affidano alla scrittura, comunicando attraverso lettere da lasciare sul tavolino di casa prima di partire. C’è chi invece è di un’eloquenza scabrosa e senza freni, e non teme di lasciare che il fluire di turpiloquio e umori si scagli contro l’altro. Si è pur sempre troppo giovani, e si compiono follie, come le dodicenni dalle tettine bollenti che giocano a fare sesso telefonico, scoprendo il proprio corpo al suono della voce di uno scapolo quarantenne. La paura talvolta ha la meglio, e si fugge via da una camera d’albergo che odora di bagordi, trascurando il proprio amante, steso sul letto nella sua nudità. Al centro dei venti racconti del mondo di Amapolas vige l’amore. Dal volto multiforme, è gioco, passione, violenza, petali e sangue. Petali di sangue come quelli delle amapolas, i papaveri. I fiori dei caduti di guerra, fiori del ricordo, ma anche, secondo il noto mito, simboli del sonno. Morfeo nell’iconografia è rappresentato in una posa candida, disteso sul letto, e tra le mani un mazzo di papaveri. Nel Medioevo, il papavero per il suo colore rosso è stato invece identificato come simbolo di passione e morte. D’altronde, lo insegna William Shakespeare: «to die: to sleep/no more». Ma con il sonno, dimenticate sono le sofferenze della carne. I racconti di Amapolas provengono dal mondo ispanico, esotico secondo percezione comune, ma rappresentato in alcuni casi come inquinato dall’imborghesimento della vita quotidiana. I protagonisti sono spesso viaggiatori desiderosi di avventure urbane, tra le sporche strade della città assediate da compagnie facili e a basso costo. Ribaltato è quel canone di uomo europeo, bianco, eterosessuale: protagoniste le realtà dell’America Latina o degli Stati Uniti, fra uomini che amano uomini e donne che si nascondono dietro maschere di identità indefinite. Il senso del molteplice, dell’ermafrodito, è reso evidente dall’omoerotismo, protagonista poco convenzionale della narrativa perfino nella nostra contemporaneità. L’Alessandro Polidoro Editore, insieme all’Università “L’Orientale” di Napoli e all’Istituto Cervantes, rivitalizza il discorso della traduzione portando fra le mani del lettore una raccolta che ha del nuovo sotto ogni aspetto. Contenutistico, con personaggi dalla psiche complessa, timide figure o espliciti narratori di passioni estreme. Metaletterario, con un implicito richiamo al valore che una traduzione di livello ha nel consentire un dialogo diretto fra i grandi autori dell’orizzonte mondiale e la realtà italiana. Così vengono riportati giochi di prestigio fra parole, sentenze di acume peccaminoso e delirante onirismo, reso possibile da una ricerca che supera le barriere culturali e si affaccia su un mondo con il quale è spesso complesso empatizzare, considerato fuori dalla nostra portata, remoto. Camminano davanti ai nostri occhi «le pazze in cerca di un amore impossibile, vampireggiano tutta la notte nei vicoli delle città». Le descrizioni sono allucinate, vorticose, il cui lirismo nobilita una fame di amore divorante e crudele, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Romina de Novellis: una Gradiva a piedi nudi al DAFNA

Gradiva è un celebre rilievo conservato presso i Musei Vaticani, forse copia di un originale greco, che colpì Wilhelm Jensen e lo ispirò nel 1903 per la sua Gradiva. Una fantasia pompeiana. La novella dello scrittore tedesco vede protagonista una della tre fanciulle ergenti nel rilievo, che prende proprio il nome di Gradiva, colei che cammina. Le tre fanciulle avanzano, e il protagonista della novella di Jensen immagina quale vita potesse aver avuto la prima delle tre, ipotizzando una mente brillante, sveglia, attiva poco prima dell’eruzione del Vesuvio, quella che non le avrebbe permesso di posare più i piedi per terra, ma di adagiarsi, rannicchiata come quei calchi che ancora oggi albergano nelle teche protettive del sito archeologico di Pompei. Ed è in quel sito che si è recata la Gradiva dei nostri tempi: Romina De Novellis. Nata a Napoli ma attualmente risiedente a Parigi, Romina descrive il proprio corpo come il centro assoluto della sua attenzione, e in quanto tale, principale strumento del mestiere. L’arte performativa si basa su questo, come ci insegna una maestra quale Marina Abramović, la quale ha portato la sua figura imponente nelle sale delle gallerie d’arte più famose, urlando nel silenzio istanze polemiche e provocando cocenti emozioni. Romina è entrata in contatto con lei e con la sua visione dell’arte, vivendo esperienze che condivide con il pubblico tramite fotografie o sottoforma di video installazioni. GRADIVA, il lungo cammino di Romina De Novellis Il suo ultimo progetto, presentato nella suggestiva sede del DAFNA, galleria d’arte contemporanea che si affaccia su Via Santa Teresa degli Scalzi, e qui esposto fino al 9 settmbre, si intitola appunto GRADIVA. Più che eloquente, giacché l’artista rivive con il proprio corpo l’esperienza dell’immaginaria donna del rilievo. La notte tra il 9 e il 10 giugno del 2017, Romina De Novellis percorreva nella pura nudità le strade desolate del sito archeologico di Pompei, inciampando sulla strada dissestata e godendo dalla brezza della sera. Unica fonte di illuminazione, il carro che trasportava, di peso non indifferente. Su un tappeto di fiori di plastica, era disteso con tutta la forza del suo peso il calco del suo corpo, realizzato grazie alla collaborazione dell’Accademia di Belle Arti di Napoli. Il cammino è lungo, i piedi scalzi, il peso alle calcagna. Romina De Novellis sottolinea come i gesti costantemente ripetuti sotto il vigile occhio della telecamera siano un modo per introdurre lo spettatore a una dimensione che non sopporta più, quella dell’attesa, quella che la vita spasmodica non gli permette di vivere. Lo costringe invece per molto tempo (la video installazione di GRADIVA ha la durata di 55 minuti) con lo sguardo rivolto al suo incedere, al suo percorrere spesso circolarmente uno stesso spazio, non arrivando a una meta precisa, eppure, imparando a percepire il suo stesso peso, la forza del suo corpo massiccio e nudo, le cui ombre sono messe in risalto dal momento del tramonto fino alle prime luci dell’alba. L’assenza di vestiti conferisce la dimensione atemporale voluta da una donna che cammina […]

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Food

Il ristorante “Mesa” di Mario Strazzullo: percorsi di passione

Mesa, “tavola” in catalano. Il senso della convivialità tipicamente suggerito dalla partecipazione a un lauto banchetto è insito nel termine, etimologicamente connesso a quel che nel dialetto napoletano è mesale, “tovaglia”. La veracità del nostro senso di appartenenza è riconosciuta dallo stare a tavola, dalle nostre preferenze in campo culinario, e perfino dall’apertura al nuovo. Lo chef Mario Strazzullo pone proprio la parola Mesa a campeggiare sulle tavole del suo caldo e accogliente ristorante sito a San Giorgio a Cremano. Diplomato all’Istituto Alberghiero di Vico Equense, lo chef Strazzullo ha partecipato a eventi culinari di grande rinomanza, come quando nel 2006 ha lavorato con Antonino Cannavacciuolo nella splendida residenza di “Villa Crespi”, o quando ha conosciuto Alfonso Iaccarino nel suo “Don Alfonso 1890”. Il senso della squadra lo porta ancora oggi alla valorizzazione del suo team, composto attualmente anche da volti nuovi, giovani, che grazie al suo supporto possono smantellare la credenza fittizia che lo «sì, chef» televisivo ha inculcato nelle menti dei non addetti ai lavori. Mario Strazzullo afferma: «il percorso non è tutto riflettori, bisogna tornare indietro, farsi le ossa. Ristorazione e non solo luci della ribalta». La propensione al sacrificio è palpabile nella cucina di “Mesa”, dove la cura per il prodotto non si accompagna alla sola attenzione a ingredienti genuini. L’obiettivo è quello di costituire una grande famiglia in questa città vesuviana, coinvolgendo tutti i più affidabili fornitori nel campo alimentare per creare un percorso di gusto completo ed efficace. L’atavica dimensione della comunità sta nello spolverare i libri di ricette del passato con le abilità dell’oggi. Non si cerca di stupire il visitatore con piatti complessi o pietanze considerate in. Si cercano piuttosto i metodi per tranquillizzarlo, per accoglierlo nel mondo del gusto. E così un piatto come l’inglese Fish&Chips è realizzato con patate dal sapore delicato e pesce azzurro nostrano. “Mesa” di Mario Strazzullo, un ristorante dal multiforme ingegno Mario Strazzullo fa appello a cibi non troppo ricchi, a quelli della nostra tradizione, evitando così di usurpare le pietanze del mondo esterno, il cui uso è spesso abusato, in una forma di ostentazione d’alta moda. Usurpare altri prodotti non trova ragion d’essere quando si riscopre ciò che si ha. Il ristorante “Mesa” vive sulle fondamenta misteriose di una probabile scuderia, con dei tratti che rendono l’ambiente, utilizzando le parole dello chef, una «trattoria elegante», dallo stile dunque composito, con colori caldi, legno, lampadari con illuminazione a vista e con richiami alla villa storica che probabilmente fu. La location complessivamente rustica è tinteggiata di moderno e classicheggiante, e si presta a una lettura esotica con le tipiche sedute arabeggianti con cuscini in tinte calde. L’ambiente esterno è una piccola oasi urbana piacevolmente ben curata. La sala interna apre al visitatore la visuale sulla cucina, ben esposti i cuochi in uno spasmodico e attento lavoro, con quel valore aggiunto di un sorriso familiare e premuroso. L’approccio positivo dello chef Mario Strazzullo lo ha portato ad amare la cucina in toto, con una tensione per i piatti […]

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Food

#PizzAward 2018, arriva la Notte degli Oscar della Pizza

Il 9 dicembre 2017, dopo un lungo percorso di amore e dedizione alimentato dal desiderio di «sacralizzare il prodotto» (parole del noto foodblogger italiano Luciano Pignataro), la pizza viene proclamata patrimonio dell’Unesco, dono per l’umanità. Uno stimolo notevole non solo per gli animi di chi la pizza ce l’ha nel DNA, i centenari maestri pizzaioli, ma anche uno sprone all’economia campana e di tutta la penisola. Eppure, c’è qualcuno che crede che questo sia solo l’inizio di un percorso finalizzato a portare la nostra amata Pizza ancora più in alto, agli Oscar perfino! Alla sua terza edizione, il #PizzAward si rinnova, e, dopo aver realizzato il suo primordiale obiettivo di eleggere la pizza patrimonio dell’umanità, la porta alla ribalta nella Notte degli Oscar della Pizza. Quello che Girolamo Pettrone, commissario della Camera di Commercio di Napoli, vorrebbe fosse istituzionalizzato, è un progetto ambizioso, ma che ha già riscontrato grandi successi nelle due edizioni precedenti. Il contest  nasce infatti dall’orgoglio tutto partenopeo nei confronti della pizza e dei suoi grandi maestri, così come dalla speranza di un proficuo incontro con realtà nazionali e mondiali. Quest’anno avrà inizio il 7 maggio e si concluderà il 7 agosto,  nei mesi cruciali per la presentazione delle proprie ricette sul sito web MySocialRecipe, gestito dalla presidente napoletana Francesca Marino. I dieci finalisti saranno presentati alla Notte degli Oscar della Pizza che avrà luogo a Napoli il 16 ottobre. Come registrarsi al #PizzAward 2018? Si incomincia dal raccontarsi su un profilo personale creato sul sito di MySocialRecipe, parlando, oltre che di passioni ed esperienze, anche della pizza in concorso. Si possono caricare ricette (fino a cinque) e video illustrativi della preparazione. La candidatura è spontanea e non sussistono limiti di età. In palio, insieme all’oliera in rame simbolo della pizza e di questi originali Oscar, un invito dal Mulino Caputo a partecipare alle gare mondiali di Las Vegas. A quel punto il lavoro sarà nelle mani della giuria composta da un team invidiabile di esperti:  la presidente è Anna Scaguri, giornalista di Rai 1; al suo fianco, Giorgio Calabrese, medico nutrizionista; Antonio Puzzi, antropologo dell’Alimentazione; Patrizio Roversi, attuale conduttore televisivo di Linea Verde; Antonio Scuteri, responsabile di Repubblica Sapori; e infine, dal momento che la prospettiva è quella dell’apertura a una dimensione mondiale, Scott Wiener, blogger statunitense specializzato nella ricerca delle pizze più buone di New York. A quella della giuria si associa la valutazione dell’Academy, nonché il contributo di punteggi ottenuti tramite la pubblicizzazione della propria ricetta sui social network. Veri e propri Oscar, i #PizzAward prevedono dei premi di categoria. Quelli assegnati dalla giuria sono i premi alla Miglior Pizza dall’estero, alla Carriera Professionale, alla Miglior Pizza senza Glutine e alla Miglior Pizza Healthy. L’Academy premierà la Miglior Pizza in teglia, la Miglior Pizza in Rosa, la Miglior Pizza per gli Effetti speciali, il Pizzaiolo Protagonista dell’anno e il Pizzaiolo chef. Inoltre sarà assegnata una menzione speciale da parte dei numerosi sponsor dell’iniziativa: il Mulino Caputo, Ferrarelle, La Fiammante, Parmigiano Reggiano, Sorì, tutti riuniti […]

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Teatro

Veronica Pivetti è Viktor und Viktoria: un canto all’amore

«Ditemi un po’ se è civiltà combattere chi ama». Questa la mordace sentenza che apre lo spettacolo Viktor und Viktoria, in scena al Teatro Augusteo di Napoli dal 20 aprile. Il canto di inizio è la modernizzazione di un inno all’amore libero diffuso nella Germania degli anni della Repubblica di Weimar, un tripudio musicale che l’autrice Giovanna Gra rivela di aver ardentemente cercato. Questo spettacolo dai mille volti, tra il comico e il serio, l’ironico e lo spaventoso, è, come afferma Veronica Pivetti, interprete del personaggio di Susanne Weber, «un inno all’apertura mentale». Per la prima volta nel suo adattamento teatrale, lo spettacolo Viktor und Viktoria si rifà direttamente al film omonimo del 1933 diretto da Reinhold Schünzel. La trama, resa maggiormente nota dal film con Julie Andrews, Victor Victoria, è, grazie al testo originale di Giovanna Gra e della regia di Emanuele Gamba, arricchita di nuovi spunti di riflessione, che, come sottolinea argutamente Nicola Sorrenti (Gerhardt in scena), dimostrano ancora una volta quanto la storia abbia parlato, urlato a squarciagola, ma nessuno l’abbia ascoltata. Diversamente dal film del 1982, Viktor und Viktoria è sensibile ai mutamenti storici di una Berlino inebriata dall’estrema libertà della repubblica di Weimar. Quegli anni hanno visto il primo trapianto di sesso, la lascivia dei locali notturni, l’amore libero. Una libertà di costumi sulla quale già incombeva inquietante l’ombra del nazionalsocialismo. Un momento storico dunque delicato, un po’ beffeggiato all’interno dello spettacolo, che resta una commedia, per quanto dal sapore agrodolce e dalle note malinconiche. Veronica Pivetti la definisce la «commedia degli equivoci per eccellenza, si entra ed esce da panni maschili e femminili». Veronica Pivetti è Viktor und Viktoria Il gioco dei sessi è infatti al centro delle vicende di Susanne, che condivide la miseria con Vito Esposito (Yari Gugliucci), un immigrato italiano innamorato del teatro quanto delle sue “bionde” ballerine, come Lilli Shultz (Roberta Cartocci). Susanne non riesce a essere scritturata, per quanto dotata di una gran voce, forse un po’ roca. Proprio i suoi lati più mascolini, il tono di voce e un energico sputo contro l’amore e le frivolezze, suggeriscono a Vito di portarla a un audizione sotto mentite spoglie, quelle di «una donna che finge di essere un uomo che finge di essere una donna». Dopo aver convinto la donna più influente di Berlino nel campo dello spettacolo, la Baronessa Elinor Von Punkertin (Pia Engleberth), l’ascesa al successo è immediata. Alla fine di ogni spettacolo, Viktoria solleva la parrucca e si fa Viktor. Ma cosa ne sarà di Susanne? L’incontro con l’affascinante conte Frederich Von Stein (Giorgio Lupano), scettico nei confronti della natura maschile di Viktor, potrebbe mutare il suo modo di guardare il mondo. L’epoca di un teatro ingenuo e del mascheramento, che porta alla ribalta un personaggio multiforme che con la sua energia stimola chiunque le si accosti. Come afferma Freud, spesso citato all’interno dello spettacolo insieme ad altri pensatori di quel tempo, le due sessualità non sono incasellata e ben distinte fra loro. Per questo Veronica Pivetti […]

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