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Eroica Fenice

Attualità

Parte Area Sanremo Tour: in viaggio per un sogno

«Non si gioca con i sogni dei ragazzi». Queste le parole del Presidente della Fondazione Orchestra Sinfonica di Sanremo Maurizio Caridi. Ormai impegnato insieme a una giuria di esperti nella selezione dei giovani talenti sul territorio nazionale, è convinto che il progetto che prende oggi il nome di Area Sanremo sia l’unico vero trampolino di lancio verso l’Ariston, diffidate dalle imitazioni. Otto finalisti, a seguito di varie scremature, sempre più ardue, saranno infine giudicati dalla commissione Rai. Vedremo due dei migliaia di partecipanti all’Area Sanremo Tour sui grandi schermi nella prossima edizione di Sanremo. Il 24 maggio, lo splendido e storico palco del Teatro Politeama, sotto intriganti luci soffuse, è stato sede della prima tappa dell’Area Sanremo Tour. Palpabile l’emozione dei primi partecipanti, ma le loro notevoli estensioni vocaliche non hanno tradito l’ardua preparazione di chi studia musica da sempre, né tantomeno la trepidazione di chi si è messo in gioco, testando le proprie doti sceniche. Area Sanremo si incastra nel progetto di Engage, garanzia per la serietà del casting di Sanremo. Grazie ad Engage, Serena Autieri, attrice cinematografica e di teatro, cantante di alto livello, nonché membro vivace della giuria di Area Sanremo Tour, si è vista circondata da ragazzi di talento nello spettacolo Rosso Napoletano, commedia musicale sulle Quattro Giornate di Napoli, presto nuovamente in tournée. Il cast decorrerà lo Stivale da Bolzano fino a Palermo dal 10 ottobre. Area Sanremo: la ricetta dei sogni I sogni dunque non sono stati traditi, ma fomentati, arricchiti. Il canto è stato considerato da Engage un talento chiave della persona. Le audizioni testano la capacità di comunicare emozioni in ambientazioni sempre diverse, tanto in teatro quanto nei centri commerciali, nelle piazze. Agognati sono i gioielli della città, quelli che la partenopea Serena Autieri non dubita di scovare nel territorio del napoletano. Fondamentale il collegamento tra Sanremo e la canzone napoletana, poli-secondo il Presidente Caridi- della musica leggera italiana. Il progetto, con denominazioni differenti nel passato, quali Una Voce per Sanremo o SanremoLab, ha visto fiorire voci del calibro di Arisa, di Noemi, o ancora di Anna Capasso, giovane cantante napoletana, forse volto meno noto. «Avere occhi di tigre, trasmettere emozioni in tre minuti e aprire i cuori dei giurati», consiglia, sulla scorta della sua esperienza, la Capasso. Per lei Area Sanremo, ai suoi tempi Una Voce per Sanremo, ha significato prendere la decisione di studiare e impegnarsi sempre più. Ha approfondito teatro, cinema, musica. «La fama è molto lontana» continua «ma nella vita non è tanto importante essere famosi. Bisogna fare quello che si vuole veramente». La Campania ha sempre rappresentato una fonte di entusiasmo e partecipazione, segno della volontà di aprire ai giovani talenti il mondo della musica. Serena Autieri afferma che a Napoli la ricerca non è  disperata, c’è della purezza in queste voci. Non sente di essere un membro giudicante, bensì una madrina, una dispensatrice di buoni consigli, perché in fondo anche lei da piccola sognava di salire su quel palco. L’importante di questo Tour non sarà infatti […]

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Libri

“Amapolas”: sacralità e perversione dal mondo ispanico

«Ci risultava difficile parlare di questo, amore mio, perché eravamo ancora molto giovani e la paura aveva la meglio». Le parole hanno un peso che la voce non riesce sempre a sostenere. Così, tra le pagine di Amapolas, alcuni personaggi si affidano alla scrittura, comunicando attraverso lettere da lasciare sul tavolino di casa prima di partire. C’è chi invece è di un’eloquenza scabrosa e senza freni, e non teme di lasciare che il fluire di turpiloquio e umori si scagli contro l’altro. Si è pur sempre troppo giovani, e si compiono follie, come le dodicenni dalle tettine bollenti che giocano a fare sesso telefonico, scoprendo il proprio corpo al suono della voce di uno scapolo quarantenne. La paura talvolta ha la meglio, e si fugge via da una camera d’albergo che odora di bagordi, trascurando il proprio amante, steso sul letto nella sua nudità. Al centro dei venti racconti del mondo di Amapolas vige l’amore. Dal volto multiforme, è gioco, passione, violenza, petali e sangue. Petali di sangue come quelli delle amapolas, i papaveri. I fiori dei caduti di guerra, fiori del ricordo, ma anche, secondo il noto mito, simboli del sonno. Morfeo nell’iconografia è rappresentato in una posa candida, disteso sul letto, e tra le mani un mazzo di papaveri. Nel Medioevo, il papavero per il suo colore rosso è stato invece identificato come simbolo di passione e morte. D’altronde, lo insegna William Shakespeare: «to die: to sleep/no more». Ma con il sonno, dimenticate sono le sofferenze della carne. I racconti di Amapolas provengono dal mondo ispanico, esotico secondo percezione comune, ma rappresentato in alcuni casi come inquinato dall’imborghesimento della vita quotidiana. I protagonisti sono spesso viaggiatori desiderosi di avventure urbane, tra le sporche strade della città assediate da compagnie facili e a basso costo. Ribaltato è quel canone di uomo europeo, bianco, eterosessuale: protagoniste le realtà dell’America Latina o degli Stati Uniti, fra uomini che amano uomini e donne che si nascondono dietro maschere di identità indefinite. Il senso del molteplice, dell’ermafrodito, è reso evidente dall’omoerotismo, protagonista poco convenzionale della narrativa perfino nella nostra contemporaneità. L’Alessandro Polidoro Editore, insieme all’Università “L’Orientale” di Napoli e all’Istituto Cervantes, rivitalizza il discorso della traduzione portando fra le mani del lettore una raccolta che ha del nuovo sotto ogni aspetto. Contenutistico, con personaggi dalla psiche complessa, timide figure o espliciti narratori di passioni estreme. Metaletterario, con un implicito richiamo al valore che una traduzione di livello ha nel consentire un dialogo diretto fra i grandi autori dell’orizzonte mondiale e la realtà italiana. Così vengono riportati giochi di prestigio fra parole, sentenze di acume peccaminoso e delirante onirismo, reso possibile da una ricerca che supera le barriere culturali e si affaccia su un mondo con il quale è spesso complesso empatizzare, considerato fuori dalla nostra portata, remoto. Camminano davanti ai nostri occhi «le pazze in cerca di un amore impossibile, vampireggiano tutta la notte nei vicoli delle città». Le descrizioni sono allucinate, vorticose, il cui lirismo nobilita una fame di amore divorante e crudele, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Romina de Novellis: una Gradiva a piedi nudi al DAFNA

Gradiva è un celebre rilievo conservato presso i Musei Vaticani, forse copia di un originale greco, che colpì Wilhelm Jensen e lo ispirò nel 1903 per la sua Gradiva. Una fantasia pompeiana. La novella dello scrittore tedesco vede protagonista una della tre fanciulle ergenti nel rilievo, che prende proprio il nome di Gradiva, colei che cammina. Le tre fanciulle avanzano, e il protagonista della novella di Jensen immagina quale vita potesse aver avuto la prima delle tre, ipotizzando una mente brillante, sveglia, attiva poco prima dell’eruzione del Vesuvio, quella che non le avrebbe permesso di posare più i piedi per terra, ma di adagiarsi, rannicchiata come quei calchi che ancora oggi albergano nelle teche protettive del sito archeologico di Pompei. Ed è in quel sito che si è recata la Gradiva dei nostri tempi: Romina De Novellis. Nata a Napoli ma attualmente risiedente a Parigi, Romina descrive il proprio corpo come il centro assoluto della sua attenzione, e in quanto tale, principale strumento del mestiere. L’arte performativa si basa su questo, come ci insegna una maestra quale Marina Abramović, la quale ha portato la sua figura imponente nelle sale delle gallerie d’arte più famose, urlando nel silenzio istanze polemiche e provocando cocenti emozioni. Romina è entrata in contatto con lei e con la sua visione dell’arte, vivendo esperienze che condivide con il pubblico tramite fotografie o sottoforma di video installazioni. GRADIVA, il lungo cammino di Romina De Novellis Il suo ultimo progetto, presentato nella suggestiva sede del DAFNA, galleria d’arte contemporanea che si affaccia su Via Santa Teresa degli Scalzi, e qui esposto fino al 9 settmbre, si intitola appunto GRADIVA. Più che eloquente, giacché l’artista rivive con il proprio corpo l’esperienza dell’immaginaria donna del rilievo. La notte tra il 9 e il 10 giugno del 2017, Romina De Novellis percorreva nella pura nudità le strade desolate del sito archeologico di Pompei, inciampando sulla strada dissestata e godendo dalla brezza della sera. Unica fonte di illuminazione, il carro che trasportava, di peso non indifferente. Su un tappeto di fiori di plastica, era disteso con tutta la forza del suo peso il calco del suo corpo, realizzato grazie alla collaborazione dell’Accademia di Belle Arti di Napoli. Il cammino è lungo, i piedi scalzi, il peso alle calcagna. Romina De Novellis sottolinea come i gesti costantemente ripetuti sotto il vigile occhio della telecamera siano un modo per introdurre lo spettatore a una dimensione che non sopporta più, quella dell’attesa, quella che la vita spasmodica non gli permette di vivere. Lo costringe invece per molto tempo (la video installazione di GRADIVA ha la durata di 55 minuti) con lo sguardo rivolto al suo incedere, al suo percorrere spesso circolarmente uno stesso spazio, non arrivando a una meta precisa, eppure, imparando a percepire il suo stesso peso, la forza del suo corpo massiccio e nudo, le cui ombre sono messe in risalto dal momento del tramonto fino alle prime luci dell’alba. L’assenza di vestiti conferisce la dimensione atemporale voluta da una donna che cammina […]

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Food

Il ristorante “Mesa” di Mario Strazzullo: percorsi di passione

Mesa, “tavola” in catalano. Il senso della convivialità tipicamente suggerito dalla partecipazione a un lauto banchetto è insito nel termine, etimologicamente connesso a quel che nel dialetto napoletano è mesale, “tovaglia”. La veracità del nostro senso di appartenenza è riconosciuta dallo stare a tavola, dalle nostre preferenze in campo culinario, e perfino dall’apertura al nuovo. Lo chef Mario Strazzullo pone proprio la parola Mesa a campeggiare sulle tavole del suo caldo e accogliente ristorante sito a San Giorgio a Cremano. Diplomato all’Istituto Alberghiero di Vico Equense, lo chef Strazzullo ha partecipato a eventi culinari di grande rinomanza, come quando nel 2006 ha lavorato con Antonino Cannavacciuolo nella splendida residenza di “Villa Crespi”, o quando ha conosciuto Alfonso Iaccarino nel suo “Don Alfonso 1890”. Il senso della squadra lo porta ancora oggi alla valorizzazione del suo team, composto attualmente anche da volti nuovi, giovani, che grazie al suo supporto possono smantellare la credenza fittizia che lo «sì, chef» televisivo ha inculcato nelle menti dei non addetti ai lavori. Mario Strazzullo afferma: «il percorso non è tutto riflettori, bisogna tornare indietro, farsi le ossa. Ristorazione e non solo luci della ribalta». La propensione al sacrificio è palpabile nella cucina di “Mesa”, dove la cura per il prodotto non si accompagna alla sola attenzione a ingredienti genuini. L’obiettivo è quello di costituire una grande famiglia in questa città vesuviana, coinvolgendo tutti i più affidabili fornitori nel campo alimentare per creare un percorso di gusto completo ed efficace. L’atavica dimensione della comunità sta nello spolverare i libri di ricette del passato con le abilità dell’oggi. Non si cerca di stupire il visitatore con piatti complessi o pietanze considerate in. Si cercano piuttosto i metodi per tranquillizzarlo, per accoglierlo nel mondo del gusto. E così un piatto come l’inglese Fish&Chips è realizzato con patate dal sapore delicato e pesce azzurro nostrano. “Mesa” di Mario Strazzullo, un ristorante dal multiforme ingegno Mario Strazzullo fa appello a cibi non troppo ricchi, a quelli della nostra tradizione, evitando così di usurpare le pietanze del mondo esterno, il cui uso è spesso abusato, in una forma di ostentazione d’alta moda. Usurpare altri prodotti non trova ragion d’essere quando si riscopre ciò che si ha. Il ristorante “Mesa” vive sulle fondamenta misteriose di una probabile scuderia, con dei tratti che rendono l’ambiente, utilizzando le parole dello chef, una «trattoria elegante», dallo stile dunque composito, con colori caldi, legno, lampadari con illuminazione a vista e con richiami alla villa storica che probabilmente fu. La location complessivamente rustica è tinteggiata di moderno e classicheggiante, e si presta a una lettura esotica con le tipiche sedute arabeggianti con cuscini in tinte calde. L’ambiente esterno è una piccola oasi urbana piacevolmente ben curata. La sala interna apre al visitatore la visuale sulla cucina, ben esposti i cuochi in uno spasmodico e attento lavoro, con quel valore aggiunto di un sorriso familiare e premuroso. L’approccio positivo dello chef Mario Strazzullo lo ha portato ad amare la cucina in toto, con una tensione per i piatti […]

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Food

#PizzAward 2018, arriva la Notte degli Oscar della Pizza

Il 9 dicembre 2017, dopo un lungo percorso di amore e dedizione alimentato dal desiderio di «sacralizzare il prodotto» (parole del noto foodblogger italiano Luciano Pignataro), la pizza viene proclamata patrimonio dell’Unesco, dono per l’umanità. Uno stimolo notevole non solo per gli animi di chi la pizza ce l’ha nel DNA, i centenari maestri pizzaioli, ma anche uno sprone all’economia campana e di tutta la penisola. Eppure, c’è qualcuno che crede che questo sia solo l’inizio di un percorso finalizzato a portare la nostra amata Pizza ancora più in alto, agli Oscar perfino! Alla sua terza edizione, il #PizzAward si rinnova, e, dopo aver realizzato il suo primordiale obiettivo di eleggere la pizza patrimonio dell’umanità, la porta alla ribalta nella Notte degli Oscar della Pizza. Quello che Girolamo Pettrone, commissario della Camera di Commercio di Napoli, vorrebbe fosse istituzionalizzato, è un progetto ambizioso, ma che ha già riscontrato grandi successi nelle due edizioni precedenti. Il contest  nasce infatti dall’orgoglio tutto partenopeo nei confronti della pizza e dei suoi grandi maestri, così come dalla speranza di un proficuo incontro con realtà nazionali e mondiali. Quest’anno avrà inizio il 7 maggio e si concluderà il 7 agosto,  nei mesi cruciali per la presentazione delle proprie ricette sul sito web MySocialRecipe, gestito dalla presidente napoletana Francesca Marino. I dieci finalisti saranno presentati alla Notte degli Oscar della Pizza che avrà luogo a Napoli il 16 ottobre. Come registrarsi al #PizzAward 2018? Si incomincia dal raccontarsi su un profilo personale creato sul sito di MySocialRecipe, parlando, oltre che di passioni ed esperienze, anche della pizza in concorso. Si possono caricare ricette (fino a cinque) e video illustrativi della preparazione. La candidatura è spontanea e non sussistono limiti di età. In palio, insieme all’oliera in rame simbolo della pizza e di questi originali Oscar, un invito dal Mulino Caputo a partecipare alle gare mondiali di Las Vegas. A quel punto il lavoro sarà nelle mani della giuria composta da un team invidiabile di esperti:  la presidente è Anna Scaguri, giornalista di Rai 1; al suo fianco, Giorgio Calabrese, medico nutrizionista; Antonio Puzzi, antropologo dell’Alimentazione; Patrizio Roversi, attuale conduttore televisivo di Linea Verde; Antonio Scuteri, responsabile di Repubblica Sapori; e infine, dal momento che la prospettiva è quella dell’apertura a una dimensione mondiale, Scott Wiener, blogger statunitense specializzato nella ricerca delle pizze più buone di New York. A quella della giuria si associa la valutazione dell’Academy, nonché il contributo di punteggi ottenuti tramite la pubblicizzazione della propria ricetta sui social network. Veri e propri Oscar, i #PizzAward prevedono dei premi di categoria. Quelli assegnati dalla giuria sono i premi alla Miglior Pizza dall’estero, alla Carriera Professionale, alla Miglior Pizza senza Glutine e alla Miglior Pizza Healthy. L’Academy premierà la Miglior Pizza in teglia, la Miglior Pizza in Rosa, la Miglior Pizza per gli Effetti speciali, il Pizzaiolo Protagonista dell’anno e il Pizzaiolo chef. Inoltre sarà assegnata una menzione speciale da parte dei numerosi sponsor dell’iniziativa: il Mulino Caputo, Ferrarelle, La Fiammante, Parmigiano Reggiano, Sorì, tutti riuniti […]

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Teatro

Veronica Pivetti è Viktor und Viktoria: un canto all’amore

«Ditemi un po’ se è civiltà combattere chi ama». Questa la mordace sentenza che apre lo spettacolo Viktor und Viktoria, in scena al Teatro Augusteo di Napoli dal 20 aprile. Il canto di inizio è la modernizzazione di un inno all’amore libero diffuso nella Germania degli anni della Repubblica di Weimar, un tripudio musicale che l’autrice Giovanna Gra rivela di aver ardentemente cercato. Questo spettacolo dai mille volti, tra il comico e il serio, l’ironico e lo spaventoso, è, come afferma Veronica Pivetti, interprete del personaggio di Susanne Weber, «un inno all’apertura mentale». Per la prima volta nel suo adattamento teatrale, lo spettacolo Viktor und Viktoria si rifà direttamente al film omonimo del 1933 diretto da Reinhold Schünzel. La trama, resa maggiormente nota dal film con Julie Andrews, Victor Victoria, è, grazie al testo originale di Giovanna Gra e della regia di Emanuele Gamba, arricchita di nuovi spunti di riflessione, che, come sottolinea argutamente Nicola Sorrenti (Gerhardt in scena), dimostrano ancora una volta quanto la storia abbia parlato, urlato a squarciagola, ma nessuno l’abbia ascoltata. Diversamente dal film del 1982, Viktor und Viktoria è sensibile ai mutamenti storici di una Berlino inebriata dall’estrema libertà della repubblica di Weimar. Quegli anni hanno visto il primo trapianto di sesso, la lascivia dei locali notturni, l’amore libero. Una libertà di costumi sulla quale già incombeva inquietante l’ombra del nazionalsocialismo. Un momento storico dunque delicato, un po’ beffeggiato all’interno dello spettacolo, che resta una commedia, per quanto dal sapore agrodolce e dalle note malinconiche. Veronica Pivetti la definisce la «commedia degli equivoci per eccellenza, si entra ed esce da panni maschili e femminili». Veronica Pivetti è Viktor und Viktoria Il gioco dei sessi è infatti al centro delle vicende di Susanne, che condivide la miseria con Vito Esposito (Yari Gugliucci), un immigrato italiano innamorato del teatro quanto delle sue “bionde” ballerine, come Lilli Shultz (Roberta Cartocci). Susanne non riesce a essere scritturata, per quanto dotata di una gran voce, forse un po’ roca. Proprio i suoi lati più mascolini, il tono di voce e un energico sputo contro l’amore e le frivolezze, suggeriscono a Vito di portarla a un audizione sotto mentite spoglie, quelle di «una donna che finge di essere un uomo che finge di essere una donna». Dopo aver convinto la donna più influente di Berlino nel campo dello spettacolo, la Baronessa Elinor Von Punkertin (Pia Engleberth), l’ascesa al successo è immediata. Alla fine di ogni spettacolo, Viktoria solleva la parrucca e si fa Viktor. Ma cosa ne sarà di Susanne? L’incontro con l’affascinante conte Frederich Von Stein (Giorgio Lupano), scettico nei confronti della natura maschile di Viktor, potrebbe mutare il suo modo di guardare il mondo. L’epoca di un teatro ingenuo e del mascheramento, che porta alla ribalta un personaggio multiforme che con la sua energia stimola chiunque le si accosti. Come afferma Freud, spesso citato all’interno dello spettacolo insieme ad altri pensatori di quel tempo, le due sessualità non sono incasellata e ben distinte fra loro. Per questo Veronica Pivetti […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Diversamente belli: una messa a nudo tra inclusione e indipendenza

L’obiettivo fotografico non è costretto a evitare sguardi imbarazzanti, a prodigarsi in espressioni pietose. L’obiettivo fotografico è in questo spietato: un occhio nero che risucchia l’immagine che accoglie, la rigetta su un supporto bidimensionale, mettendo il suo soggetto completamente a nudo. Ma la nudità in quanto tale, come quella quasi perenne delle nostre mani, le uniche a mostrare i nostri reali intenti, non è per forza la dimensione dell’inerme. Colui che è nudo non ha niente da nascondere, si palesa nella sua vera natura. I protagonisti della mostra Diversamente belli, di cui si è dato un assaggio il 20 aprile all’ingresso dell’incontro Vita indipendente dopo di noi tenutosi al Teatro comunale De Filippo di Portici, sono attori di una scena interamente spoglia. Il coordinatore del team di fotografi impegnato in questa raccolta di anime, Stefano Renna, ha dato loro supporto e coesione di intrbti. La scelta dei soggetti è frutto di un legame profondissimo che Stefano ha intrattenuto con i “diversamente belli” grazie all’esempio di sua madre, per lungo tempo presidente dell’associazione porticese L’isola, spesso interessata a progetti di integrazione artistica, prima con spettacoli teatrali, e ora con il contatto diretto con fotografi del suo calibro. Protagoniste sono persone chiuse dalle proprie inibizioni, spesso retaggio dell’apprensione genitoriale, molto diffusa in nuclei familiari comprendenti diversamente abili, che hanno avuto modo di leggere la fotografia come forma di partecipazione. Come in un’opera di Caravaggio: i “diversamente belli” protagonisti della scena Diversamente belli è un progetto dedicato a Rosaria, una donna che Stefano Renna ha avuto modo di conoscere all’inizio della frequentazione del gruppo de L’isola, dieci anni fa. Il suo era un viaggio di conoscenza, «alla ricerca del sorriso», perché grazie alla fotografia è riuscito a «fermare un momento suo». Stefano è venuto a conoscenza della sua scomparsa di Rosaria, ma non di quello che ha ancora da raccontare. «La sua foto lascia oltre la vita qualcosa che racconta ancora, entra nelle cose e le incide sulla memoria». Dopo dieci anni, Stefano comprende oggi come questo sia un progetto di attraversamento, che persisterà anche dopo di noi. Con il suo peculiare stile caravaggesco, i suoi soggetti sono illuminati, messi in evidenza da un fondo scuro, come sulla scena di un teatro, ma con riflettori che riprendono ciò che di più naturale ci sia. Vita indipendente dopo di noi è infatti il titolo del convegno cui hanno presieduto il sindaco di Portici Vincenzo Cuomo e le forze motrici della coordinazione del terzo settore, nonché della salvaguardia dei “diversamente belli”. L’idea di diversità è spesso connessa a quella di deviazione, come se ci fosse una retta via, e l’allontanarvisi costituisse un oltraggio a una vita normale. La società non è spontaneamente accogliente, ed è per questo che necessaria è una rivoluzione della percezione della persona. Questo è in prima istanza un discorso culturale. Il sindaco Cuomo parla della necessità di «tradurre in atti concreti i buoni propositi dei legislatori», portando in auge gli effetti benefici che la legge del Dopo di noi, la 112, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Napoli sa Accogliere Ad Arte: un progetto di formazione dell’anima

AAA Accogliere Ad Arte è la concretizzazione di un’idea del Progetto Museo volta alla valorizzazione della grande bellezza del territorio napoletano e del patrimonio artistico che caratterizza la nostra città. Alla conferenza di presentazione il rappresentante del Pio Monte della Misericordia, uno dei poli museali coinvolti nell’adempimento del progetto, aggiunge alle tre iniziali una quarta e fondamentale A, quella senza la quale questo lavoro non sarebbe iniziato e non avrebbe visto pulsare i cuori dei suoi rappresentanti: l’Anima. Energia e passione colmano di gioia la storica dell’arte, nonché orgogliosamente docente di una delle scuole medie del centro storico di Napoli, Francesca Amirante. Il suo entusiasmo rivela una marcia in più, quella che solo la consapevolezza può dare. Parlare di Napoli e delle sue attrattive oggi sembra ridursi a una questione di numeri. Cercare di incrementare il tasso dei visitatori, contare uno ad uno gli stranieri che dal Porto Angioino decorrono i vicarielli, potrebbe distogliere l’attenzione da ciò che davvero importa e cioè l’uomo. L’umanità non si soppesa con un bilancio. Accogliere Ad Arte si prodiga a una finalità ben precisa: «Facciamo fisicamente incontrare arte e umanità, facciamo in modo che si conoscano reciprocamente e poi affidiamoci alla libera scelta di ognuno di entrare a far parte di questa spontanea comunità dell’accoglienza!» Francesca Amirante, presidente dell’associazione Progetto Museo parla così del grande lavoro nato dalla costante osservazione di ciò di cui Napoli pulsa, dall’ingegno di Laura Fusca, e dal supporto della Reale Mutua. La compagnia assicurativa di Torino ha infatti compreso il valore del glocal, il concetto di comunità diffusa e l’aiuto che Napoli può dare allo smantellamento dei luoghi comuni, etichette e giudizi di valore superficiali che i turisti spesso non dimenticano di riporre nei propri bagagli prima di partire. La grande famiglia di Francesca Amirante: Accogliere Ad Arte La cultura può salvare Napoli, ma c’è bisogno di una rete di supporto, un modo per coinvolgere e appassionare. Il metodo proposto da Accogliere Ad Arte è degno di essere esportato in tutte le città d’Italia. Le risorse umane del nostro territorio addette alla prima accoglienza sono i membri della Polizia Municipale, i tassisti di Consortaxi e TaxiNapoli, i dipendenti di Napoli Servizi, i custodi di chiese e musei. A tutti loro sono dedicate le tre A. Oltre 200 componenti di questi enti sono stati accompagnati da personale specializzazione e da volontari alla scoperte delle meraviglie del nostro territorio nei grandi musei che hanno partecipato all’iniziativa: le  Catacombe di Napoli, gli Incurabili,  il Complesso museale di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco,  il Museo Civico Gaetano Filangieri,  il Pio Monte della Misericordia,  il Museo Cappella Sansevero, il Museo e Real Bosco di Capodimonte, il Palazzo Zevallos Stigliano, Il Cartastorie / Museo dell’Archivio Storico del Banco di Napoli,  il Museo MADRE e il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. L’Assessore alla cultura Nino Daniele parla di «piccoli modelli virtuosi», persone appassionate alla cultura, che si impegneranno nel connubio fra arte e funzione civica nell’ottica lungimirante di un 2018 prospero. «Da soli […]

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Libri

Sherman Alexie tra Danze di guerra e di salvezza

Cos’è la guerra? Forse un polverone che si alza quando si parte in corsa dalla propria trincea a quella dell’avversario, colpendo spasmodicamente il suolo al ritmo dei propri passi, con in mente il nulla, se non l’istinto di sopravvivenza. Sarebbe dunque necessario un io determinato a combattere e un tu da distruggere. Nessuno vieta che siano compressi nello stesso individuo. Lo dimostra Sherman Alexie, considerato fra i migliori scrittori americani in circolazione, con una raccolta di frammenti di esistenza, pallottole dolorose alle nostre tempie caricate in Danze di guerra, in uscita a gennaio per la NN Editore. Poeta, romanziere e sceneggiatore, Sherman Alexie risiede attualmente nella Seattle chiaroscurale descritta nelle sue opere, quell’ambiente multietnico che fin dall’infanzia lo ha visto immergersi in altri mondi. L’altro è il suo oggetto di osservazione preferito, il cosiddetto “diverso”. Un membro della riserva indiana che ha problemi di fede, immerso in canti propiziatori e coperte magiche; un padre di famiglia con gli scrupoli di coscienza per aver ucciso un ragazzino di colore intrufolatosi nel suo appartamento; un sedicenne che scopre la sessualità e quando trova il coraggio del temuto coming out viene respinto dal suo miglior amico. Danze di guerra è un tripudio di colori, delle sfumature della quotidianità confuse sulla fragile tavolozza della vita, troppo grumose per essere ben stese sulla tela del perbenismo. Tutto quello che spazziamo sotto al tappeto, Sherman Alexie lo recupera, nel bildung che associa a ogni personaggio, nella speranza di dar loro vita dopo quei continui tentati suicidi. «Perché i poeti pensano di poter cambiare il mondo?» l’angosciosa domanda di Sherman Alexie in Danze di guerra La risposta è un’amara consapevolezza: «L’unica vita che posso salvare è la mia». L’autore definisce così la sua investitura poetica, parlando di un’arte che salva, la letteratura. Forse, solo partendo dalla cura del sé potrà suturare le ferite degli altri. Realizza così un’opera che ha un confine sottilissimo con l’autobiografia, soprattutto quando si fa riferimento all’identità, al senso di appartenenza. «La maggior parte della gente pensa che sia l’ennesimo bianco dall’abbronzatura facile». Molti dei suoi personaggi rispecchiano il periodo della sua vita nella riserva indiana, uno in particolare è venuto al mondo con un’idrocefalo, un accumulo di liquidi nel cervello, proprio come il piccolo Sherman Alexie. Potrebbe forse celarsi dietro i vari racconti incentrati sulla figura paterna, una necessità di narrazione come cura che avrebbe portato Franz Kafka alla sua Lettera e Philip Roth a Patrimonio? Sherman Alexie condivide indubbiamente caratteri stilistici e contenutistici con il grande autore americano Roth, nonché con il minimalista Carver e il massimalista Wallace. Un presente mostrato nella cruda realtà, alla ricerca di una qualche spiritualità che solo le danze indiane possono infondere nella nostra vita. Riti misterici che evocano spiriti invisibili, quelli che si manifestano in Danze di guerra nel canto di un padre al quale sono stati amputati un piede e diverse dita, così come nel senso del perdono. Nello spazio della battaglia con l’altro c’è ancora posto per la grazia. Ma cosa accadrà nella battaglia […]

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Eventi/Mostre/Convegni

L’estetica dello scarto: Lapo Simeoni all’Intragallery

Dalla bocca del vulcano al centro della Terra. Un diorama è una finestra sul mondo, una scenografia di ambientazioni, spesso immaginifiche. Entrando nell’Intragallery, cuore dell’arte contemporanea a Via Cavallerizza a Chiaia, si prende parte a un diorama, si diventa arte. In movimento tra la rappresentazione del Vesuvio in una sua oleografia settecentesca e una sua fotografia dell’estate scorsa, tra i fumi degli incendi, presumibilmente dolosi, si diventa lapillo e pietra vulcanica. Lapo Simeoni vuole partire da questa dimensione, quella della primordiale materialità, l’essenza dello scarto, nella sua nuova installazione: DIORAMA/NAPOLI. Alla “Saint Martin” di Londra Lapo Simeoni interiorizza le tecniche adatte a comunicare qualcosa con l’arte, a trovare cosa davvero possa esprimere il proprio pensiero. Per Lapo l’arte permette di andare controcorrente rispetto alla società. L’arte ha l’essenza immortale che ci permette di vedere ciò che mai abbiamo visto, rivela un segreto. Il mistero che l’artista toscano svela nella sua opera di DIORAMA/NAPOLI è questo: come la distruzione possa essere forma di creazione. Lapo Simeoni e la sua opera La prima sala è frutto dell’osservazione di ciò che ci circonda, un’immersione nel reale. Si incontra la terra, la pietra vulcanica, riposta su un mobile sventrato, le cui parti sono state poi ricongiunte, ottenendo così forma nuova e vitale. La materia intatta viene distrutta, poi ricomposta, rivitalizzata, come i 25.000 euro tritati che Lapo Simeoni ha acquistato in Germania, ormai privi di valore, da lui imbustati come una refurtiva, ma in una borsa trasparente come in una vetrina, esposta su un piedistallo di ante di un armadio, scarto ulteriore divenuto protettore di una ingente somma. L’opera è da lui esposta all’Intragallery, e messa in vendita allo stesso prezzo del valore originario di quelle banconote da venti euro, ormai divenute coriandoli, irriverente rivitalizzazione della carta straccia. La moneta è ancora protagonista sui riquadri azzurro mare. I centesimi, le monete più insignificanti, sono lì che scivolano su uno sfondo colorato, nella graduale dissolvenza. Lapo Simeoni è da sempre interessato alle questioni sociali, la cui attenzione è riversata anche nelle opere dell’esposizione DIORAMA/NAPOLI. Quelle monete sono come i migranti, immersi nell’oblio del mare, a mano a mano solo impronte d’uomo, ma anche merce, un ulteriore tassello dell’astuzia del capitalista, che ha ormai oppresso lo spazio delle cose dell’amore, lasciando lo spazio agli oggetti. Famelica espansione nel mondo: è Napoleone la personalità che la incarna. La sua silhoutte sul materiale di recupero è sintomatica del tramonto della onnipotenza umana, alle falde del Vesuvio. Lapo Simeoni salva le cose, le smonta e riassembla, generando vita vera. Il consumismo è l’ossessione dell’uomo, l’unica risposta è l’estetica dello scarto. Persino la materia dello scarto dello spray per la realizzazione delle sue opere, come pelle di serpente viene grattata via per poi essere incorniciata, diventa protagonista. La frammentazione e la demolizione della materia sono strettamente connesse al tempo, fonte di ispirazione per il suo viaggio al centro della Terra. Novello Jules Verne, Lapo Simeoni porta il visitatore in profondità, dove le cose sono sedimentate in un luogo sicuro, nel […]

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Libri

Abbandonarsi per ritrovarsi: Io sono qui di Michelle Grillo

Io sono qui. Ma qui dove? E chi sei tu, che prorompi nella mia vita così improvvisamente, dopo avermi abbandonata, dopo aver preferito costruire la tua vita altrove? «Perché ci si sente sempre un po’ sbagliati quando un genitore va via». Queste e innumerevoli altre domande confondono il lettore nella spasmodica ricerca della verità, la stessa agognata da Céline, protagonista del primo romanzo di Michelle Grillo, Io sono qui. La scrittrice francese, in passato giornalista per la Repubblica-l’Espresso e attualmente parte della direzione artistica del bistrot letterario Freadom Book & Music, si misura qui per la casa editrice Alessandro Polidoro Editore con il mondo interiore di una protagonista tormentata dai fantasmi del passato e dagli spettri del presente, nessuno realmente in grado di svelarle il mistero della scomparsa improvvisa della madre. Io sono qui di Michelle Grillo si apre con una telefonata, una telefonata fatale. Céline viene a conoscenza della morte della madre, Simone, ormai da quattordici anni divenuta una sconosciuta. «Una volta davanti alla porta di casa mi aveva detto che mamma era andata via, che non l’avremmo mai più rivista. Non aveva cercato parole diverse, mi aveva detto le cose come stavano. Eravamo entrati dentro, la casa mi era sembrata buia ed enorme». La notizia della sua morte è in ogni caso accolta con un velo di malinconia, nella consapevolezza della distanza fisica e psichica che ormai intercorre fra queste due anime tormentate. Il tormento è la chiave di lettura, ma Céline, accecata dall’ira tutta rivolta alla sua assente genitrice, non lo capirà facilmente. I funerali si tengono a Parigi e così Céline è costretta a sradicarsi dalla sua quotidianità, quella in cui il suo essere autosufficiente l’aveva allontanata da profondi legami umani. «Sono abituata a caricarmi dei miei pesi». La sua psiconarrazione è affollata di oggetti, la muraglia entro la quale si è barricata dopo che il contatto con l’altro le ha arrecato solo ferite. Da qui, la sua tendenza a non attaccarsi mai alle persone, come fanno i gatti, perennemente randagi. Ma a mano mano il suo racconto in prima persona si affollerà di ricordi della madre, della loro vita insieme. Abituata all’assenza, Céline rivela il malessere della solitudine, il dolore causato dal non lasciarsi mai alleggerire dal peso che la opprime. Un personaggio duro nel tono della voce, «con i capelli rasati e la giacca di pelle nera», ma debole una volta a letto, la sera, in preda all’insonnia. Il viaggio di Io sono qui sarà per lei una bildung, una formazione. La scoperta della vera identità e del vero passato della madre avrà qualcosa a che fare con la scoperta di sé. Avevano imparato a bastarsi da soli, suo padre e Céline. «Una posata. Un bicchiere». Eppure, qualcosa ancora sfuggiva a quell’egocentrismo emozionale. Io sono qui, tu dove sei? L’intreccio avvincente di Michelle Grillo Io sono qui di Michelle Grillo con il suo intreccio avvincente e una prosa minimalista propone la strada verso la redenzione, quella cura per trovare se stessi che il riconoscimento del proprio passato […]

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Riflessioni

Hikikomori, fenomenologia del guscio

Cosa pensiamo quando parliamo di adolescenza? Probabilmente la prima risposta sarà “è un periodo intermedio della vita“. Ormai consumata l’espressione “non si è né carne né pesce”. Definizioni su definizioni, risposte inconcludenti, perché tutte dallo stampo mortifero. La definizione dell’adolescenza è all’insegna della non-essenza, come insegna lo psicologo Stefano Maltese. La non definizione sottolinea una condizione di halfness, di incompiutezza, che in un’ottica psicopedagogica non agevola il dialogo, “perché tanto poi gli passa“. L’argomento delicato del fenomeno hikikomori, cioè dei ragazzi tartaruga, parte da qui. Indubbio lo scarto che la fase adolescenziale presenta con il periodo dell’infanzia o dell’età adulta. È l’età della vita (perché questa è la sua definizione corretta) delle prime relazioni, del contatto con il mondo della scuola, forse il più critico, con il mondo degli adulti, tanto nel riconoscimento dell’essenza umanizzata dei genitori, riconosciuti nella loro ridimensionata onnipotenza, tanto nelle vite degli insegnanti. Nell’alterità si conosce se stessi, ci si incomincia a porre le prime domande e c’è qui quel momento di rottura, che è una demolizione del guscio dell’infanzia e apertura al mondo selvaggio e sconosciuto. La differenza sta nel come lo si venga percepito: una grande avventura o il peggior incubo. Gli hikikomori e il lancio nel buio Partire dalla dimensione dell’infanzia per riconoscere il problema degli hikikomori non è scontato. L’ottica adottata è quella della teoria sistemica, caposaldo della realtà psicanalitica dei nostri tempi. Il sistema è costituito da un centro e da tutto ciò che vi ruota intorno, l’individuo e il suo spettro di relazioni. La falla di uno dei componenti del sistema è una ferita di cui tutto il sistema si prende (o dovrebbe prendersi) carico. Il sistema di un ragazzino di 14 anni alle soglie dell’adolescenza è quello che vede protagonisti la famiglia e la scuola. Mettiamo caso che quel ragazzo diventi adolescente e non sappia nemmeno il perché. Viene trattato semplicemente in modo diverso e incomincia a porsi domande. A quelle domande gli viene risposto con un continuo “è solo una fase” o “un giorno capirai“. E nell’attesa di quel giorno? Annichilimento. L’impossibilità di relazionarsi porta al cosiddetto ritiro, alla sindrome di hikikomori, dei ragazzi chiusi nel proprio guscio, perché se il mondo esterno non può sopportare il peso delle proprie domande, se il taboo nei confronti delle pulsioni sessuali e dionisiache non avrà un attimo di sosta, ma soprattutto se non sussisterà il dialogo, allora è meglio sparire. L’annullamento del peso corporeo porterebbe quindi l’adolescente a immergersi nella realtà virtuale, dove il peso del sé che il mondo non sorregge può essere in sospensione nella rete. La fobia della relazione ha la sua genesi nella fobia del rifiuto, perché una delle prime domande potrebbe essere: “chi sono io?“. Nessuna risposta, perché nemmeno gli adulti lo sanno. Una concezione rigida della divisione per età della vita crolla qui. Non rari i fenomeni dell’adultescenza, di quella cosiddetta condizione di stallo dell’adulto che è rimasto nel suo guscio e non si è riconosciuto nell’alterità. L’elogio del fallimento e spiragli di luce Il […]

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Food

La veracità della pizzeria di Salvatore Vesi a San Biagio dei Librai

Una volta da Vesi, sei come a casa. Un ambiente piccolo e accogliente, i tavolini in legno e profumo di vissuto, quell’odore dell’impasto modellato da dita esperte, mani decise ma delicate. Entri alla pizzeria Vesi, e incontri lo sguardo di Salvatore, terzo fratello dopo Giuseppe e Ferdinando a calcare le orme antichissime di una famiglia che figura tra le più illustri nella preparazione di questa pietanza divina, tutta napoletana. Nel 1921 ad inaugurare la tradizione che si concreta negli intenti degli eredi, nonno “don Ciccio”, dalla verve creativa che contraddistingue oggi il nostro Salvatore, cuore pulsante della sede della pizzeria Vesi a San Biagio dei Librai. Gli altri fratelli, orgogliosi delle loro origini, si distinguono per creatività e ricette nelle due sedi di Piazzetta Miraglia e Via Bellini. La pizzeria di Salvatore Vesi rinnova La nuova straordinaria apertura dopo la ristrutturazione di questo tempio del sapore è all’insegna della valorizzazione del retro. Il variopinto menù di ben quarantadue tipologie di pizza differenti persiste nell’intramontabile tradizione del sano gusto di ingredienti genuini, qualità indiscutibilmente garantita dal marchio STG. Il pluripremiato team di casa Vesi mantiene le ricette classiche di nonno Ciccio, non dimenticando però l’inclinazione familiare alle nuove creazioni. Tra queste, l’opera presentata al Napoli Pizza Village 2017: ‘O Cappiello ‘e Totò, dedicata proprio al principe della risata dallo chef Salvatore Vesi nel cinquantesimo anniversario dalla sua scomparsa. Specialità della casa nel cuore di San Gregorio Armeno, arteria di Napoli, è questa una pizza dalla peculiare forma di cappello garantita dalla sua lavorazione con doppio impasto. L’impasto alla base è farcito nella parte centrale di un cuore di pomodorini gialli, rucola selvatica e provolone del monaco D.O.P. Il prezioso ripieno è conservato da un ulteriore strato di impasto, questa volta accerchiato da pomodorini del Piennolo e parmigiano, corona di bontà. Non appesantitasi la zona ripiena una volta alla bocca del forno crescerà vertiginosamente, favorendo il noto Cappiello. In uscita ad attenderla l’atavica benedizione del pesto, e poi finalmente pronta per essere degustata. Totò stesso ne andrebbe fiero! Specialità della casa, il Cappello di Totò è però solo una delle grandi protagoniste della cucina di Salvatore Vesi. Se non vi è ancora venuta l’acquolina in bocca,il provolone del monaco torna alla riscossa nella ricetta della pizza a lui dedicata e il cui sapore è valorizzato dalla presenza delle noci di Sorrento. E ancora, la pizza Tricolore, tavolozza di squisitezza, trionfo del pomodoro e delle sue sfumature. «Emana/una luce propria/maestà benigna» ci insegna Pablo Neruda nella sua Ode. Nella sua veracità, il provolone del monaco continua a stupire anche sulla classica, tanto amata, pizza Margherita. Salvatore Vesi afferma: «io faccio un quadro, loro la cornice». Presenta così il suo team vincente, quei componenti che sono più di semplici collaboratori, compagni di un viaggio di sapori in quest’atmosfera di casa. Oggi festeggiano la tradizione con l’allegria di sempre, nella speranza di inondare ancora le strade di Napoli con il calore del loro forno esperto e dei loro irresistibili sapori.

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Libri

L’Ars amatoria di Paolo Gisonna: L’amore ha i baffi blu

La suggestiva cornice del Castelnuovo di Napoli e la calorosa accoglienza di Giuseppe Branca e Maria Avitabile, giovani cuori pulsanti della GM Press, hanno dato il via al viaggio di Paolo Gisonna sull’onda del suo nuovo libro, che vede proprio protagonista il cuore. Quelle che l’autore definisce conversazioni cardiache ornano il suo scritto L’amore ha i baffi blu, titolo bizzarro e dalla medesima attrattiva delle sue due precedenti pubblicazioni, L’uomo senza ricordi e Il dio con gli occhiali rotti. Cambia radicalmente registro Paolo Gisonna nell’opera pubblicata per la GM Press, riaffondando le nude mani nella comicità e nell’ironia tipiche della sua indole. Il meglio di sé Paolo Gisonna lo aveva regalato alle onde radiofoniche di Rai Radio 2, nonché al supporto nella realizzazione di testi di successo per numerosi artisti, tra i quali lo stesso Fiorello. Questa la sua vita a Roma, ma nato a Napoli, l’autore di L’amore ha i baffi blu vi ritorna oggi con il nobile proponimento di «cercare di rinascere nella mia città come Eroico Fenice». Parte attiva di un processo di rinascita, il suo nuovo libro è fonte di divertimento come di riflessione di una tematica ossessionante al tempo degli schermi digitali. L’amore ha i baffi blu di Paolo Gisonna Il titolo sembra gli sia stato ispirato dall’incontro di un gruppo di ragazzini in metro, alla stazione Toledo. Nella foga uno di loro persisteva nell’indignazione del tipico «ha visualizzato senza rispondere». I baffi blu (realizzati sulla coperta nella riproduzione grafica di Serena Ercole) rappresenterebbero dunque i segni indelebili di quel senso di abbandono che i disperati amanti dell’oggi rinfacciano alle rispettive metà. Questo manuale si fa Ars amatoria del tempo ipermoderno, giocando con ironia e semplicità sulle indagini di vita reale portate avanti da Paolo Gisonna nel corso della preparazione del suo libro. «Sarei figlio di Ovidio, o meglio nipote». Nella velocità della tecnologia si sente a disagio, ma non nega di aver detto in alcuni casi «questa cosa l’ho fatta anch’io». Tra le regole d’oro di queste conversazioni cardiache regna sovrana la tendenza a «pensare con la testa degli altri». Un semplice “ciao” diventa ai nostri occhi veicolo di speranze e scrigno di un celato misterioso e attraente. Da qui la dipendenza, il disagio del doppio legame, fonte di avventure e disavventure raccontate con mordace ironia all’interno del libro. La stessa ironia che ha colpito lo scrittore umorista Pino Imperatore, presente al primo evento di presentazione di L’amore ha i baffi blu. Con veraci sentenze napoletane ha ribadito il tratto tragicomico di quella che è ormai dipendenza. A supportare con basi scientifiche la tesi di Paolo Gisonna, la sessuologa e psicoterapeuta Valentina De Maio, che cita a suo vantaggio il primo assioma della comunicazione umana: non si può fare a meno di comunicare. Che sia tramite il linguaggio verbale, non verbale, paraverbale, non c’è scampo. La comunicazione tramite sistemi digitali però riduce la conversazione a mera trasmissione di vocaboli, lasciando perdere quelle espressioni e intonazioni che supportano la comunicazione vis-à-vis. È un viaggio che […]

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Libri

Ah, ma è BUFALE.NET! Lotta alla disinformazione per la GM Press

«Lercio e gli sbufalatori sono ormai fedeli alleati che conducono fianco a fianco l’ardua battaglia per vaccinare il web contro le notizie infide e truffaldine». Con questa condanna alle bugie telematiche si apre il libro dei debunker più agguerriti del web, Claudio Michelizza e Fabio Milella, inchiesta giornalistica pubblicata per la GM Press lo scorso dicembre: BUFALE.NET. Ammettilo… Ne hai condivisa qualcuna. Un titolo che non può di certo lasciare indifferenti nemmeno i più abili della rete che tra social network e siti di intrattenimento si soffermano abitualmente sui titolo shock accalappia – moralisti. La famosa piattaforma giornalistica Lercio nasce d’altronde proprio dalla spinta propulsiva di quei giornalisti un po’ “impulsivi”, o di quelli che si improvvisano tali tra le fitte trame della rete. La prefazione al libro BUFALE.NET si apre nel nome di una missione nata per loro quanto per Lercio.it nel 2013, quando di questi titoli tronfi e ingannatori pullulavano le righe degli articoli in costante circolazione. Non raro l’intervento di lettori incalliti e pronti a fare del facile moralismo, ingannati dalle menzogne ricoperte di oro colato. La soluzione di Lercio è ormai nota: l’espediente di titoli paradossali richiama l’attenzione tanto di creduloni quanto degli abituali frequentatori, consci dell’escamotage parodico della pagina. Per tutti loro ormai è prassi pronunciare la nota sentenza: «Ah, ma è Lercio!». Claudio Michelizza e Fabio Milella reagiscono in BUFALE.NET stigmatizzando questa giungla di disinformazione che non di rado porta alla ribalta l’elogio di mirabilia dalla dubbia integrità morale e culturale, infangando il buon nome del giornalismo e dell’informazione. Il libro si articola in una serie di titoli e immagini circolanti sul web dalla dubbia origine. L’obiettivo è stigmatizzare tali siti internet che avanzano bufale giornalistiche verosimili rintracciando la reale fonte alla quale ha attinto lo sbadato informatore. Clamoroso notare come fonti predilette siano proprio siti satirici e persino lo stesso Lercio! Ne abbiamo parlato con Fabio Milella, co-autore di BUFALE.NET Panda marini, bicarbonato come elisir di lunga vita, donna di 101 anni in sala parto, Putin e le sue manie di fecondazione invadono la Russia, e molte altre informazioni circolanti e condivise sui social, che per immagini e talvolta video sembrano ottenere una parvenza di credibilità. Come fermare questo flusso di disinformazione? La disinformazione, a mio avviso, si combatte solo attraverso una corretta informazione. Quella che sembra un frase banale, nasconde, in realtà, l’unico sistema efficace per combattere (ma non sconfiggere) la diffusione delle fake news. Quando troviamo una notizia su internet, dobbiamo, prima di tutto, analizzare e verificare le fonti, cercando di capire se, chi ha pubblicato la notizia, è da considerarsi attendibile o meno. Il controllo va fatto con molta attenzione poiché i creatori di “bufale”, spesso, storpiano il nome di testate giornalistiche famose, traendo in inganno i lettori. Dobbiamo, successivamente, controllare anche la data in cui la notizia è stata scritta, controllare le immagini che la accompagnano e non fidarsi di notizie provenienti solo da blog o siti personali. La rete, responsabile della diffusione di moltissime fake news, ci mette […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Exodus rivive: Anne Goyer al Pio Monte della Misericordia

Lo sguardo è una porta al mondo dell’altro. Thomas Eliot, quando parla al lettore di opere lontane nel tempo e nello spazio, gli prescrive di «stare da entrambe le parti di uno specchio». La lettura e la scrittura permettono un’opera di continua immedesimazione nell’altro, l’empatia, che sola continua a condurre le nostre menti allo studio, la quale altro non è che attraversare una soglia, penetrare uno sguardo. La scrittura può questo, certo, ma c’è una forma di comunicazione forse più antica anche delle «trite parole»: il disegno. Di arti figurative oggi ancora se ne parla, ma con un tocco nuovo, un che di ermetico e spesso poco apprezzato. Il realismo è quella tendenza atavica dell’arte che ancora cerchiamo tra le sale dei musei. Tra le opere di Francesco De Mura e degli altri geni del ‘700 napoletano nella prima sala del Pio Monte della Misericordia, si erge una nuova visione del reale, sguardi immensi nei quali è quasi impossibile non immergersi. Sono le opere di “Exodus #2016”, installazione dell’artista francese Anne Goyer. La storia dell’“Exodus” La storia dell’”Exodus” è, utilizzando le parole di Fabrizia Paternò dei Duchi di San Nicola, vice-soprintendente del Pio Monte della Misericordia,«romanzesca, al di là della nostra immaginazione, un’epopea». Eco dell’episodio biblico, l’imbarcazione “Exodus 1947” solcò i mari con a bordo le speranze di 4500 ebrei alla volta della “Terra Promessa”, la Palestina. Sotto protezione britannica per decisione delle Nazioni Unite, un provvedimento aveva vietato lo sbarco su quelle terre, così i passeggeri dell’“Exodus” furono rimandati indietro, lasciati alla totale desolazione sulle coste meridionali della Francia. Un ulteriore decreto aveva stabilito il divieto di soccorso agli ebrei dell’imbarcazione, lasciati quindi per giorni a un destino di fame e miseria. Anne Goyer, originaria di Marsiglia, città a circa 40 chilometri da Port-de-Bouc, luogo dello sbarco degli ebrei, ha voluto raccontare questa storia, che sarà aperta al pubblico da sabato 27 gennaio,“Giornata della Memoria“, penetrando negli sguardi dei tre volti presenti nelle loro imponenti dimensioni al Pio Monte della Misericordia, attraverso l’arte, perché l’arte è un mezzo per arrivare al bene. La sofferenza di un popolo è nello sguardo di Noah Klieger, l’ultimo sopravvissuto dell’equipaggio dell’”Exodus”, uno sguardo basso per la commozione di aver trovato ancora umanità, dopo Auschwitz, dopo lo sterminio, dopo il fallimento della ricerca della “Terra Promessa”. Il volto di Noah è accompagnato da quelli di Robert-Paul Vigoroux, medico di Port-de-Bouc, pronto a dare il suo soccorso ai passeggeri, e da quello del panettiere Thomas Corella, che, inondando le strade del profumo delle sue creazioni, ha donato la speranza della vita, salvando dalla fame. I loro ritratti non sono incorniciati, si presentano nelle loro imponenti dimensioni così come hanno accerchiato l’artista nel suo studio ad Avignone, dove attualmente risiede e lavora. Il visitatore sarà così maggiormente immerso in questi volti voluminosi, la prossimità all’opera non avrà ostacoli, e potrà provare il candore della loro pelle, il calore delle loro parole. Infatti, ad accompagnare la visita ci saranno tre mp3 con le tracce audio in diverse […]

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Libri

Massimo Ranieri è il mio incendio: l’ardore di Jacopo Cirillo

«Le passioni incendiano le vite, le muovono e le modificano». Fabio Geda e Francesca Mancini motivano così il loro interesse per quelle che hanno definito narrazioni combustibili. La nuova collana dell’addEditore, casa editrice di Torino, folgora con il suo nome eloquente, che riporta alla mente l’ardore per le passioni della vita, le passioni di coloro che hanno deciso di esprimere su carta l’amore che nutrono, e che oggi ornano gli scaffali delle librerie nella trasparenza delle loro anime, messe a nudo davanti ai curiosi lettori. Tra di loro, lo scrittore Jacopo Cirillo, autore e collaboratore di Topolino, scrittore e organizzatore di eventi a Milano, con il suo libro edito a settembre: Massimo Ranieri. Le rose non si usano più. La collana delle narrazioni combustibili è un luogo di ripiegamento, dove si liberano pensieri e riflessioni verso grandi ispiratori e modelli di vita. Jacopo Cirillo ha avuto il suo incendio a soli cinque anni. La conoscenza  del mondo esterno è quella di un bambino spinto da una costante curiosità, spesso in realtà sottovalutata dagli adulti, intrappolati nella macchina della quotidianità. I suoi occhi ingenui si illuminano quando, mentre la nonna napoletana, con il grembiule sporco di salsa, e attenta al caffè sul fuoco e ai piatti da lavare, ascolta in cucina nel suo silenzio solenne le canzoni di Massimo Ranieri. Questo surdato ‘nnammurato folgora il piccolo Jacopo, che quasi senza accorgersene dondola le gambe al ritmo delle sue canzoni, ormai impresse nel suo cuore. L’unico modo per comunicare con una nonna dalla lingua incomprensibile, è la passione comune per Massimo Ranieri. Il napoletano è il punto debole di Jacopo, non riesce a comprendere mai cosa sua nonna voglia dirgli, e trent’anni dopo quasi pensa di essere stato forse sempre troppo piccolo per comprenderla davvero. Ma quella musica, quella era il collante. Così, i pranzi abbondanti e le pile di stoviglie diventano una consolazione, più musica per loro, più «massimoranieri». Come un mantra, Jacopo Cirillo sa che quel nome ha dello spirituale. Una magia accade in cucina, e la nonna si fa dispensatrice di consigli per la vita. La vita non dovrebbe essere che questo per Jacopo: «Noi tre, nonna. Tu, io, e massimoranieri. Tutti attaccati». Da Giovanni Calone a Jacopo Cirillo Jacopo Cirillo inizia nella finzione narrativa dell’incontro con Massimo Ranieri, fino ad approdare alla conoscenza di Giovanni Calone. Non tutti sanno che Massimo Ranieri è di fatto uno pseudonimo. Un uomo fatto da sé, in una condizione familiare ed economica complessa. Da piccolo Giovanni, ma già sognava di diventare Massimo. Blues, rock, jazz e tanti sogni hanno guidato la vita del noto cantante napoletano. Il multiforme ardore di Giovanni, ha generato il «massimoranieri» di Jacopo Cirillo. Le narrazioni delle due vite si combinano nel libro, e dalle prime note di Massimo Ranieri, si passa alla giovinezza di Jacopo Cirillo, alle sue amicizie, e a come abbia provato a concretizzare la figura del suo cantante napoletano nelle menti di chi lo circondava. Un incendio che non poteva che divampare, con la […]

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