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Eroica Fenice

Libri

Luigi Mollo e il viaggio sentimentale di Mariposa

Il 18 febbraio presso la Libreria Raffaello è stato presentato Mariposa di Luigi Mollo pubblicato dalla Turisa Editrice Una prova difficile quella a cui si è sottoposto Luigi Mollo nella stesura di Mariposa. Da sempre amante della poesia, l’autore dal cuore diviso tra la nuova vita a Tolosa e un passato tutto italiano si è sempre espresso in poesia, da lui percepita come una forma non immediata di comunicazione a dalla anfibolica chiave di lettura. Mariposa si configura come un prosimetro, unione di forme di espressione differenti: i versi, amati fin dall’infanzia, manifesto di quella che Luigi Mollo ha definito una «vena poetica interiore», ma dall’andamento fortemente narrativo; testi in una prosa chiara, limpida, delicata e a tratti liricizzante. Mariposa di Luigi Mollo – Le ragioni di un titolo Mariposa, farfalla in spagnolo. La vita della farfalla è della durata di un giorno di un uomo. Luigi Mollo legge il trascorrere del tempo negli spasmodici battiti d’ali, impazienti di abbracciare il soffio effimero cui sono destinate. Ogni momento diventa quindi indispensabile, «dolce, banale ma straordinaria follia», si legge in uno dei racconti. La vita libera elettricità, e le parole sono come «cuscini sui quali coricarci». Luigi Mollo si aggrappa al carattere evocativo delle immagini che dipinge tra le pagine di Mariposa, esibendo le infinite sfaccettature dell’esistenza. Si racconta senza filtri, dona se stesso come poeta e intellettuale. Rifacendosi ai grandi della letteratura nazionale e non, l’autore fa l’occhiolino anche ai musicisti da lui più amati, aprendo ogni composizione con un esergo, nota di una sinfonia sinestetica. Dai grandi cantautori italiani, fra tutti i più amati Fabrizio De André e Luciano Ligabue, a Michael Stipe, head della storica band dei R.E.M., sciolta nel 2011. Le cinque sezioni di cui si compone Mariposa esibiscono un’alternanza costante tra tono dimesso e sublime, riflessione malinconica e giocosa stravaganza, mimesi dei comportamenti psichici differenziali. Luigi Mollo insegue se stesso in un dedalo freddo e infernale, diviso tra il ripiegamento nel passato e la spinta elativa verso il nuovo. Gli oggetti della sua vita affollano le stanze della memoria. Non sempre si dovranno sfogliare le pagine di Mariposa ricercando un senso, perché il suo obiettivo è proprio quello di portare in scena l’inspiegabile che caratterizza la logica dell’inconscio. Il percorso di ricerca culmina nella presa di coscienza della dicotomia passione e morte. La figura di Dio viene lasciata sulla soglia, la sua comparsa è indistricabilmente legata a un se ontologico. Il dolore della dipartita è attutito dalla consapevolezza che la morte sarà solo un ulteriore viaggio, tappa inevitabile e necessaria della vita così come ogni altra esperienza. La vita è una ricerca costante di emozioni, del contatto con gli altri esseri umani, quelli che la rempiono di senso. La vita, intessuta di queste spesso amare consapevolezze, è resa più autentica. Luigi Mollo compie un viaggio tutto terreno, una ricerca costante del forte sentire. Lui che insiste nella ricerca del suo posto nel mondo, con la scrittura esperienza il viaggio del pensiero. Un percorso spesso onirico e […]

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Culturalmente

Dagherrotipo: storia e leggenda di un antenato

Una breve storia del dagherrotipo, l’antenato della fotografia «Tutte le immagini scompariranno». Dal tono ieratico la sentenza contenuta nel Premio Strega Gli Anni, tra gli ultimi capolavori di Annie Ernaux. Una tragica consapevolezza per gli abitanti della società dello spettacolo. Régis Debray, fra gli studiosi più attenti all’importanza dell’occhio nel mondo Occidentale, afferma che nel momento in cui l’uomo non avrà più timore della morte, allora non avrà più bisogno di immagini. Dal sarcofago egizio alla fotografia, l’uomo ha perseguito un’avventura contro la forza dirompente del tempo, duplicando se stesso nell’ossessione della rappresentazione. La leggenda del dagherrotipo Fin dal dagherrotipo, considerato l’antenato della fotografia, l’immagine è stata concepita come uno spettro. Victor Hugo e Guy de Maupassant parlano dell’altro che è dentro di noi, celato allo specchio. L’immagine riproducibile della fotografia ha svuotato la morte cristiana della trascendenza. Come si nota nella letteratura decadente, la fotografia ha una furia omicida. La letteratura ha caricato di senso religioso la fotografia, creando quindi il mito della sua creazione, il racconto La leggenda del dagherrotipo di Jules Champfleury. Champfleury, fondatore del giornale “Le realisme”, narra la vicenda di un borghese provinciale che recatosi a Parigi, luogo di perdizione per l’anima del poeta, decide di fare un regalo alla moglie: un ritratto fotografico. La fotografia era considerata il rifugio degli incapaci, dei pittori mancanti, il talismano dei trafficanti di apparenze. Il fotografo costringe così il borghese a lunghe sedute, cospargendolo di creme, così come fa con la lastra fotografica, preparando il suo soggetto al sacrificio. L’uomo, impresso sulla pellicola fotografica, scompare fisicamente. Ne resta la voce, tormento per il suo fotografo carnefice. Il reale è messo seriamente in pericolo dal dagherrotipo. L’immaginario mortifero alimentato dall’avvento del dagherrotipo persiste nella letteratura francese (e non solo), con le voci autorevoli di Marcel Proust e Roland Barthes. Famoso per l’aneddotica sul suo conto, lo scrittore di Alla ricerca del tempo perduto, fu a tal punto affascinato dal mondo fotografico da svenire in camera oscura. La fotografia si connota come un’immagine malinconica connessa alla morte perché, come afferma Barthes, la persona rappresentata è relegata nel ça a été. L’atto fotografico diventa un memento mori, ricordo costante a chi è fotografato che il suo destino è la morte. Famosi i primi dagherrotipi dei uomini sul proprio letto di morte, realizzati per immortalare il momento e coglierne il senso, il mistero. La storia del dagherrotipo Il dagherrotipo è un procedimento fotografico realizzato dal francese Louis Jacques Mandé Daguerre da un’idea di Joseph Nicéphore Niépce e di suo figlio Isidore. Lo scienziato François Arago presentò questa ambiziosa invenzione davanti alla comunità scientifica nel 1839, presso l’Académie des Sciences e dell’Académie des Beaux Arts. Macedonio Melloni si pronunciò sul dagherrotipo parlando di «miracolo». Il dagherrotipo non è in realtà il primo procedimento di riproduzione fotografica, ma l’immagine riprodotta dalla maggior parte delle precedenti tecniche aveva la tendenza a scomparire rapidamente a causa dell’azione della luce del sole o dell’assenza di fissatori chimici adeguati. Il dagherrotipo è stato il primo procedimento a consentire […]

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Libri

Mirella D’Orsi e le sue Donne Perdute

L’8 febbraio si è tenuta presso la sede della storica Società Umanitaria in Piazza Vanvitelli la presentazione del libro Donne Perdute di Mirella D’Orsi Sociologa e narratrice sontuosa e diretta a un tempo, Mirella D’Orsi restituisce un affresco variamente tinteggiato di uno degli aspetti più noti ma forse anche più superficialmente trattati nelle dimensioni pubbliche e sociali della nostra contemporaneità: l’Alzheimer. Francesco Junod, geriatra e collega della scrittrice, esperto in materia insieme all’ortopedico Antonio Vitale, dalla sua esperienza quotidiana lancia un appello agli enti pubblici durante la presentazione di Donne Perdute, chiedendo di assecondare gli interventi costanti dei privati nei supporti alla comunità, per sostenere tanto i soggetti compromessi gravemente nelle facoltà psichiche, quanto i loro cari. Donne Perdute di Mirella D’Orsi: memoria d’amore Edito dalla nascente casa editrice Turisa, Donne Perdute di Mirella D’Orsi, utilizzando una metafora tanto cara al giovane sociologo Roberto Flauto, è il palcoscenico di quei personaggi che vedono calare il sipario troppo presto. Lo spettacolo continua intorno a loro, ma intanto sono già smarriti entro se stessi. Figure vicine e allo stesso tempo lontanissime, in una condizione di sospensione di tempo e spazio, che le proietta in una dimensione tanto di esilio quanto di salvezza. Può l’assenza di ricordo salvare chi è rinchiuso nell’oblio? Spezzare il filo che lega al passato comporta l’isolamento da ciò che c’è stato, ma anche protezione dal dolore vissuto. Queste Donne Perdute vagano in un tempo sospeso, privo dell’ancoraggio al passato, quello stesso che intride la memoria spesso di amare consapevolezze. Mirella D’Orsi ritrae con la delicatezza che contraddistingue una penna lieve come una calda carezza profili intimi di donne sospese fra dimenticanza e ricordo. Tjuna Notarbartolo, scrittrice e relatrice dell’evento di presentazione del libro di Mirella D’Orsi, riflette sul valore etimologico dei due membri di questa apparentemente in districabile dicotomia. Di-menticare comporta un allontanamento dalle capacità cognitive che riguardano la memoria e la mente. La ragione smette di esercitare il pieno controllo, ed entra in scena il ri-cordo, che non compromette più le capacità cognitive, quanto quelle più strettamente emotive. Alla memoria spiegabile con i parametri della logica aristotelica, si contrappone la potenza della memoria del cuore, guida poetica di tutto il libro. Donne Perdute è dunque il manifesto di una speranza possibile anche nel buco nero dell’Alzheimer, quell’auspicio che risiede nella memoria d’amore. Le protagoniste dei vari racconti tornano inspiegabilmente sempre dai loro cari, come magneticamente attratte da quei volti e da quei nomi resisi indelebili. La sociologa Mariella D’Orsi insegna come, quando si parla di sentimento, non si possa mai partire per sempre, come si resti imbrigliati nei fili lunghi e talvolta contorti che correndo in lungo e in largo le mani capricciose hanno intrecciato in reticoli senza fine. In queste trame spesse sono stretti i cari amori del passato, i figli attenti e premurosi, le contorsioni del proprio animo che con la demenza si acuiscono, fuoriuscendo in modo spesso violento e incontrollabile. Gli attori di Donne Perdute Mariella D’Orsi opta per un mondo tutto al femminile, […]

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Musica

1989, il gruppo napoletano dall’anima elettronica

Lanciato il 13 ottobre il primo EP del gruppo napoletano 1989, Alberi nudi, una cornice di elettronica per voci italiane «Limpido è lo sguardo sulla mia realtà», recita uno dei cinque brani di Alberi nudi, primo EP nato dallo sperimentalismo del gruppo partenopeo 1989. Le sue anime, Antonio Ardito, Andrea De Prisco e Guido Molea, dopo il sound pop e la lingua inglese caratterizzanti l’iter musicale dei Guido e la legge di Murphy, dal 2015 perseguono la spasmodica ricerca di un linguaggio appagante. Ognuno ha contribuito con le proprie inclinazioni: Antonio è il drummaster; Andrea l’esperto di mastering e mixaggio; Guido lo sperimentatore di synth digitali e analogici. La scelta dell’elettronica con brani in italiano si presenta come un approdo coraggioso in un ambiente poco abituato agli sperimentalismi dall’afflato internazionale. La tradizione si inscrive nella perizia innovatrice, una svolta di cui solo il 1989 poteva farsi portavoce, come lo stesso frontman Antonio Ardito ha affermato. Un’atmosfera pulviscolare, aerea. «Grida con me», ma è un urlo sommesso. Il tono procede come avanzano le onde, si espande come i rami di un albero nudo. L’elettronica dei 1989 è il sottofondo esatto di una voce che celebra la sorte di un’anima smarrita. «Abbiamo tutto / non abbiamo niente / la paura di uscire fuori allo scoperto» si recita in Riflesso (/Anime sole). Lentamente fuori dal guscio, l’io si imbatte nel mondo, «vogliono cambiarmi nelle mie ferite». Allo stesso tempo «scoppia nel mio petto il mio desiderio antico di vita», e di sbattere la testa contro il muro del reale. L’anima desidera sradicarsi dall’aridità dei cerchi di questi Alberi nudi, nella speranza di tuffarsi in Mari, ritrovando un Noi. «Ci dividono silenzi carichi di fulmini e punti irrisolti». L’ambiguità risiede nella tortuosità del viaggio, che non si esime dal ripensamento e dalla necessità di evasione, «tutti i modi possibili per cancellarci». Lo stesso build up esplode in modo sommesso, portando con sé i detriti di un tripudio di coralità strumentale. Il crescendo melodico è accompagnato a una remora ideologica, la partenza. «Lasciami certezze e ritorni / sento che anche fuori sei dentro». Intervista al gruppo 1989 Da Guido e la legge di Murphy ai 1989: quali sono state le difficoltà riscontrate nella ricerca del sound di Alberi nudi? Le difficoltà sono state senz’altro dovute alla nostra ignoranza nell’ambito della musica elettronica “suonata”. Siamo sempre stati affascinati dalle sonorità dei grandi gruppi che si avvalevano dell’elettronica, Depeche mode e Radiohead su tutti, e sapevamo che quella era la musica che volevamo fare ma non eravamo assolutamente in grado di poterla suonare come loro. Come in ogni percorso vi è un inizio, e 1989 ovvero ex G&LDM era alla sua fase embrionale. Le sonorità di G&LDM erano comunque provenienti dal sound anglosassone (melodie trascinate e testi in inglese) e con richiami ad alcuni riferimenti a quelli che secondo noi sono tipici della musica elettronica, quali la ripetitività e il flow incalzante senza per forza l’utilizzo di troppe parole o del tipico schema strofa-ritornello. Difatti le strutture […]

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Food

KBirr Natavota Red: gusto e arte al Museum Shop di Napoli

Presentata nella storica cornice del Museum Shop Napoli la Natavota Red, nuova birra del birrificio KBirr Il luogo simbolo della Napoli del centro storico, il Museum Shop sito in Largo Corpo di Napoli, è una struttura quattrocentesca adibita da uno degli illustri esponenti della corte d’Aragona, umanista del napoletano, socio di Giovanni Pontano ai tempi della fondazione della nota Accademia. Attualmente sotto il livello stradale, quest’antro che echeggia di una Partenope lontana è oggi uno spazio dedicato alle più varie manifestazioni dell’arte, generando giochi sinestetici dalle stimolanti influenze. La Natavota Red è il nuovo capolavoro della casa della birra artigianale napoletana KBirr, sita a Torre del Greco, impegnata, dopo la Natavota Lager, in una Strong Ale rossa che ancora una volta «si lascia bere un’altra volta». Queste le parole di Fabio Ditto, l’ideatore del brand. Per quanto la gradazione si elevi, la Natavota Red gode di una facile bevibilità, con l’aggiunta di un retrogusto agrumato e dolce. La sua semplicità cela invece un tocco raffinato nella sua essenza speziata, con la ricercata scelta del coriandolo. La Natavota Red ha l’ambizioso obiettivo di rappresentare la napoletanità sul territorio nazionale e non. Non ci si stanca mai infatti di sollecitare l’ambiente del napoletano, continuamente sensibilizzato dalle iniziative della Casa KBirr, spesso tenute in luoghi pulsanti di vita ma infelicemente dimenticati, come nei veri vasci. Le iniziative sociali organizzate da Fabio Ditto e la sua “famiglia” continuano a generare un’emotiva e vivace partecipazione sul territorio, iniziando i cittadini non solo al gusto, con prodotti del calibro della Natavota Red, l’ultima rappresentante di una ricca serie di Casa KBirr, ma anche alle svariate forme d’arte figurativa e concettuale. Natavota Red di Casa KBirr e Alessandro Flaminio: una sinestesia di intenti Durante ogni evento, i prodotti KBirr sono associati a un’esposizione temporanea. Il Museum Shop accoglie il 12 dicembre ben due ospiti illustri: insieme alla Natavota Red, l’estro artistico di Alessandro Flaminio, una delle anime de Le Voci di Dentro, atelier d’arte che nasce a San Biagio dei Librai e che si ispira allo stesso valore di napoletanità salvaguardato e diffuso dalle iniziative KBirr. L’installazione di Flaminio ruota intorno all’immagine rappresentativa di San Gennaro, patrono della città e suo immortale salvatore. Spesso protagonista di mitizzazioni, il suo sangue si fa nella mostra al Museum Shop linfa vitale della città, e viene posto in analogia proprio con il siero beverino della Natavota Red. Le opere di Alessandro Flaminio si pongono in un crocevia tra tradizione e innovazione, storia e policroma arte minimalista. Una città in fermento Napoli, che vive proprio dei mille colori delle opere de Le Voci di Dentro e del nettare divino di casa KBirr, immortalati dall’iniziativa del cuore pulsante del Museum Shop.

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Eventi/Mostre/Convegni

Robin Kennedy all’Intragallery: Snack Bar Olympia

Inaugurata il primo dicembre, Snack Bar Olympia di Robin Kennedy è la nuova esposizione temporanea della galleria d’arte contemporanea Intragallery Robin Kennedy, artista americana già nota sul territorio nazionale per mostre come Bride of Pluto e Shadow Boxing, si è lasciata intrigare dall’immortale capacità comunicativa del mito, conosciuto attraverso le sculture che ne recano perenne memoria. Fin dal mondo arcaico, il solenne atavismo dell’universo del forte sentire ha trovato piena incarnazione nelle sfumature chiaroscurali del racconto mitologico, incutendo timore o estrema devozione. Snack Bar Olympia è un tributo al cuore del mito, l’involucro che ha meglio saputo preservarlo e che echeggia ancora della vivacità delle sue storie: Napoli. Culla della civiltà greca, nata nel segno dell’amore esasperato di Partenope, ospita adesso le divinità in scultura di Robin Kennedy. L’artista le immagina in un pantheon irriverente, riunite come al bar e svincolate dalla celebrazione solenne che le ha viste più volte protagoniste. Di queste, Robin Kennedy restituisce solo le teste, in sculture in gesso patinato a calce. La sua è una chiara sfida con se stessa: realizzare la pianezza in un frantume, riportare la vita negli incavi della materia, lavorata con grande cura. In questo modo l’artista rende palpabile la nodosità della rampicante barba di Re Mida, maestose le acconciature delle muse Calliope e Pasithea, comunicativi gli sguardi di Eolo e Kronos. Questa dovizia si accompagna alla necessità della rappresentazione della complessità dell’umano, che solo il mito è da sempre in grado di insegnarci. Le sculture della Kennedy possono essere ruotate dal visitatore grazie a un sistema dinamico di sospensione realizzato con la collaborazione degli ingegneri di Spoleto, con i quali l’artista è in stretto contatto per progetti precedenti. La mostra assume toni più intimi nella seconda sala della galleria. Inscenata è la sequenza teatrale di Baubo, la divinità dell’osceno che si narra fosse priva di testa e comunicasse con la vagina. I suoi toni libidinosi servirono a rallegrare la dea Demetra, distrutta dalla perdita della figlia Persefone, oggetto del desiderio di Plutone, divinità infernale. I due personaggi trovano nella mostra di Robin Kennedy grazie alla figura chiave di Baubo un rinnovato dialogo. La figura di Persefone nell’immaginario dell’artista americana si rende manifesto stesso dell’atto creativo. Plutone si invaghisce di lei fra tutte le donne per quel colore che portava nell’incedere, per il suo tocco con il quale non solo conosceva la realtà, ma la creava. Pia Candinas, curatrice della mostra Snack Bar Olympia, parlando di Persefone ricorda il punto di vista dell’artista: «riflettendo sulle lunghe vicende che seguono la storia di Plutone e Persefone, Kennedy ipotizza che non vi fosse stato un legame carnale che univa la coppia, visto che da questo amore non sono stati generati figli, ma che, piuttosto, vissero in connubio e in serenità, legati solo dalla passione per la bellezza». «Ciò che chiedo al futuro è una macchina per il passato», le parole di Robin Kennedy Il contemporaneo è connotato dalla velocità, l’indifferenza. Il mito, che l’artista crede di aver appena graffiato in superficie, si fa […]

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Food

VitignoItalia 2019: la preview all’Hotel Excelsior

Si è tenuta il 26 novembre la preview di VitignoItalia 2019 all’Hotel Excelsior, suggestiva ed elegante location di via Partenope Un evento unico per le 90 aziende e le 500 etichette dalle sedici delle più prolifere regioni d’Italia che hanno preso parte alla serata del 26 novembre. Al tepore delle luci natalizie, l’Anteprima VitignoItalia 2019 ha riscosso il suo consueto successo, coinvolgendo ristoratori, stampa, operatori del settore e palati di visitatori incuriositi. La sensibilizzazione al gusto ha visto professori ed esperti del settore impegnati, nella mattina del 26 novembre, nel convegno Vino e Ambiente, quale futuro?. Presenti Franco Alfieri (Capo della Segreteria del Presidente della Regione Campania), Raffaele Borriello (Direttore Generale ISMEA), Emilio Renato De Filippi (Vicepresidente Assoenologi), Carlos Santos (Amministratore Delegato Amorim Cork Italia), Michele Buonomo (Presidente Greener Italia), Valerio Calabrese (Direttore Museo Dieta Mediterranea), Luigi Frusciante (Professore di Genetica Agraria presso l’Università Federico II di Napoli) e Raffaele Papa (Presidente Associazione Spazio alla Responsabilità). Da nord a sud, come ogni anno la preview del Salone dei Vini e dei Territori Vitivinicoli Italiani non si esime dall’ingaggiare quale protagonista assoluta la qualità. Quest’anno, una peculiare predominanza delle cantine campane, per spaziare poi in un meridione dai sapori siciliani, e procedere verso Marche, Abruzzo, Umbria, Lazio, Toscana, Piemonte, Veneto, fino alle botti del Trentino. VitignoItalia 2019: la preview della XV edizione Maurizio Teti, direttore di VitignoItalia, parla di «un’avventura che ci ha visti crescere di anno in anno, fino a diventare uno degli eventi a tema vino più significativi dell’intero Paese, sicuramente quello di rilevanza maggiore nel Mezzogiorno». Con VitignoItalia 2019 si è giunti alla quindicesima edizione, evento che si terrà dal 19 al 21 maggio. La rilevanza dell’evento ha sensibilizzato il mondo del business, che ormai partecipa attivamente a ogni sua edizione. Presenti all’Anteprima VitignoItalia 2019 anche le maggiori case di supporto alla ristorazione, come Horeca, nota per i suoi Menù personalizzabili che nascono dalla fitta collaborazione tra l’azienda e l’unità ristorante o albergo. I social giocano un ruolo essenziale nella vita del consumatore, così VitignoItalia 2019 vede tra i principali media partner Enosocial, un’App che permette di ordinare online il vino appena degustato. Anteprima VitignoItalia 2019 è stata anche occasione per degustare le delizie dei dolci della Pasticceria Di Costanzo; prodotti gourmet dell’Azienda Agricola Nonna Rosa di Francesco e Peppe Guida, chef stellato di Vico Equense; le Aziende Agricole Il Moera di Avella e Nonno Andrea di Villorba; gli affetti del Salumificio Cillo di Airola; l’Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia DOP firmato Venturini Baldini; il salmone UpStream di Claudio Cerati, cresciuto in mare aperto, alimentato in modo naturale e lavorato artigianalmente; le praline di cioccolato fondente con gocce di vino di Calaf Dolci Misteri, cioccolatini differenti da abbinare a vini bianchi e rossi; i biscotti artigianali Pintaudi; il cioccolato del maestro partenopeo Mario Gallucci. Un preludio al gusto che ogni anno regala sempre nuove emozioni.

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Libri

Giulia Quaranta Provenzano, la poetessa di “L’Amore è…”

Recensione della raccolta di poesie L’Amore è… della studiosa indipendente Giulia Quaranta Provenzano «L’Amore esiste solo in Poesia». Giulia Quaranta Provenzano irrompe sulla scena con un manifesto che pullula di trite e sfiancanti verità. Tendenza, quella del meticoloso scavo nel reale, che la studiosa, poetessa e fotografa d’arte ligure custodisce gelosamente in un bagaglio conoscitivo che affonda le radici nell’ardita scelta di un iter di studi filosofici. L’approdo alla scrittura poetica è frutto della felice unione fra il costante domandarsi e il ragionamento sul significato. Giulia Quaranta Provenzano rivive questi due noccioli duri della sua vita nelle lezioni della professoressa Rita Mascialino, presidente dell’Accademia Italiana per l’Analisi del Significato del Linguaggio “MeQRiMa”, e fondatrice del Secondo Umanesimo Italiano. Un movimento che getta un’innovativa base all’interpretazione del testo letterario, ricercando una Teoria e un Metodo e mantenendo quale punto di partenza il valore del significato dell’opera d’arte, contro una logica di casta mascherata da libero pensiero. L’Amore è… di Giulia Quaranta Provenzano L’Amore è… è un’indagine sulla fenomenologia erotica che si spoglia di verbosità altisonanti per afferrare a mani nude la vita vera. La realtà è costellata di attese snervanti che rallentano il fluire regolare e pacifico. «Un miracolo/l’imbattermi in te» che scandisce il tempo, con l’impetuoso desiderio di godere del momento. L’io lirico della raccolta di Giulia Quaranta Provenzano si lascia inebriare dalla «frenesia», si aggrappa all’attimo consapevole che, nel lasciare la presa, potrà unicamente cadere in un infimo nulla. «Il passato è forse ingombrante/ma non quanto l’adesso/i suoi silenzi che fanno a pugni/con pezzi di vita mai vissuta». «Allungo la mano e ti ho/seppure non davvero» La dolcezza dell’attimo e l’amarezza di notti insonni. Si persiste nell’errore di un coinvolgimento impetuoso in virtù di quell’amore che si prova per l’Amore. Nemmeno l’amante in questa fenomenologia è una fonte di salvezza, ma è «signore dell’ancora inconoscibile», fonte di turbamento, ma causa prima di quell’eterno che esorcizza il nulla. Un gioco ossimorico costante si dipana nelle pagine di L’Amore è…, tra benedizione e dannazione, notte e giorno, teoresi e prassi. Innamorato dell’Amore, l’io lirico si imbatte nell’incarnazione di quell’ardimento, e ne resta trafitto. L’amore è… studio anatomico. Giulia Quaranta Provenzano delinea i tratti del corpo amato, visto non nella sua dolcezza, ma proprio nella ruga inflitta dal pensiero. «Quando sembrerebbe averti/sfuggi aldilà d’ogni umana/comprensione». Questo Amore è sempre un grido strozzato, un bacio negato, eppure speranza: «non chiudermi in una gabbia/donami sempre risorgivo amore/finché ubriachi capiremo/cosa davvero significa/e sapremo/restare». Per quanto quello descritto dalla Provenzano sia Amore nella sua fragilità, il timore che si spenga quel minimo bagliore nel buio è persistente. «L’Amore esiste solo in Poesia», perché certo finirà prima di essere vissuto davvero, ma la penna lo avrà già imprigionato, rendendolo eterno. «Incarnato l’amore è mezzo/ma qui Ti amo/Ti amo alla follia». L’Amore è… è stato realizzato con il supporto dell’Associazione Culturale Articoli Liberi, un’organizzazione impegnata nella distribuzione gratuita di libri di spessore negli ambienti scolastici di tutto il mondo. La penna di Giulia Quaranta Provenzano esaudirà così ancora […]

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Eventi/Mostre/Convegni

The Time, Gianluca Carbone all’Art Gallery di AM Studio

Inaugura il 16 novembre all’AM Studio Art Gallery di via Massimo Stanzione a Napoli la mostra personale di Gianluca Carbone, The Time, in esposizione fino al 7 dicembre. Gianluca Carbone, giovane artista napoletano, è già noto nell’ambiente espositivo campano. Vincitore della sezione scultura della Prima Edizone della Biennale d’Arte Contemporanea e del Design di Salerno, ha riempito con le sue opere le sale del PAN, del NAF, e vive attivamente svariate realtà concorsuali. L’approdo all’AM Studio è motivato dall’emersione di un fluido comune a tutte le opere realizzate negli ultimi anni che ha trovato solidificazione nell’esposizione The Time. «Veste grafica a un’entità astratta», come afferma Francesca Panico. Il tempo è dunque il fil rouge, o sarebbe meglio parlare di fil vert. Lo sperimentalismo di Gianluca Carbone ha come linfa vitale una resa cromatica vivida, quasi violenta, un colore che nasce da dentro e che fedelmente è ricondotto sul supporto pittorico o scultoreo. «Con il verde ci lavoro da tempo, ma è stata una cosa quasi inconscia. Mi sono reso conto dopo anni di sperimentazione che questo colore mi accomunava alla pittura, e ho cominciato a eliminare la tavolozza e a lavorare solo con il verde». Il soggetto della rappresentazione non motiva di per sé la scelta del colore, per quanto l’elemento vegetale possa suggerirlo. La ragione principale è insita nella personalità di Gianluca Carbone: «il verde mi esalta, ma lascio agli altri dedicare le loro parole a questo colore». La pittura materica rende palpabile il verde in tutte le sue accezioni cromatiche. Si fa claustrofobico, eternizzante, congelante. Esplode dalle teste degli uomini, si fa muffa, malattia e contagio. La tavola è erosa dalla potenza del verde, talvolta gli schizzi infliggono alla materia profonde ferite. La riflessione metacromatica che il verde consente di inscenare infonde all’opera di Gianluca Carbone lo statuto di appartenenza a una corrente concettuale. Anche se presenti e distinguibili, le figure, umane o vegetali che siano, sono avvolte dal colore, talvolta come da un manto coprente, e talaltro come se il colore provenisse dall’interno. I protagonisti della mostra personale The Time di Gianluca Carbone L’astrattezza di colore e tempo dà vita a uno sviluppo narrativo dagli emblematici personaggi: San Matteo, nella rivisitazione dell’opera del Caravaggio che fa Gianluca Carbone; nel Bianconiglio, nato dalla penna di Lewis Carroll, costantemente in preda al ticchettio; in Usain Bolt, una figura antonomastica quando si parla di velocità. Infine, un uomo alla scacchiera, l’immobilità, che a mano a mano viene fagocitato dal verde scorrere del tempo. La vegetazione si fa esemplificativa del dialogo con il tempo, nell’intricato rapporto tra l’industrializzazione e la tecnicizzazione della vita e la fioritura degli alberi. Gianluca Carbone si appella a una atavica consapevolezza, quella che solo la chioma e il tronco di un albero secolare potranno rapprendere, contro il mondo dell’effimero. «Fino alla rappresentazione di una fabbrica dell’impossibile: non inquina, non distrugge e produce natura, ossigeno, vita».

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Libri

Mentiras, racconti di tradimento dal mondo ispanico

Il mese di ottobre ha assistito all’uscita della seconda raccolta di racconti dal mondo ispanico edita dall’Alessandro Polidoro Editore: Mentiras. Dopo il successo di Amapolas, gli studenti del Corso Specialistico in Traduzione Letteraria per l’Editoria, sostenuti dall’Istituto Cervantes di Napoli e dall’Università “L’Orientale”, si sono cimentati in una tematica ancor meno circoscrivibile, un aspetto che Marco Ottaiano, docente universitario e direttore del Corso, ha definito «vasto e inafferrabile»: il tradimento. Mentiras, le menzogne. Dal mondo ispanico novellieri noti o meno tornano a sconvolgere il lettore italiano con la sensibilità del perverso, della deviazione da un codice precostituito, ennesima lotta all’asfissiante prerogativa borghese della norma. Il vero connotato dell’uomo è proprio quell’organo malato, quell’arto che per quanto tranciato resta fantasma. La descrizione esplicita della dimensione corporea non ha una finalità prettamente estetica, ma è espressione dell’inevitabile consapevolezza di un fuoco che si scatena nella membra. Da qui, l’accostamento del tradimento alla malattia, inesorabilmente senza cura. «Si accorse che l’infedeltà non era altro che la morte, e vide infine aprirsi la porta del forno in cui il suo corpo sarebbe stato cremato». Mentiras: mondo ispanico e fenomenologia del desiderio Mentiras tratta dell’atto di coraggio di uscire da una tradizione di prigionia rappresentata dalle precedenti generazioni, portatrici di una morale castrante, probabile stigma di una ineluttabile caducità. «Non mi butterò nel pozzo con loro, dietro i loro tulle da bambola, i loro fiocchi e le cravatte color salmone. Ma lo feci, mi buttai, mi sposai». Mentire diventa un atto di liberazione, un momento di assoluta verità, di onestà verso se stessi. L’alienazione è fomentata da un capitalismo omologante, che detta e instilla nelle menti ragioni che censurano il sentire, per quanto puro o profano possa essere. «Tutti i miei clienti sono brutte persone. Per via della televisione le coppie hanno smesso di vivere con naturalezza le proprie relazioni. Si spiano. Camminano in cerchio». I personaggi di Mentiras si abbandonano a quel seppure inopportuno «impeto di eccitazione». Lou Reed cantava «I’ve been set free and I’ve been bound», perché la liberazione comporta una nuova sottomissione, «imprigionato dal suo sguardo»: «quel che prima era magia si trasformò in sortilegio: con il solo attrito del suo corpo lo sottomise a un incantesimo di cui restò prigioniero per cinque lunghi anni». Si diventa ghiotti del proibito, proprio in virtù di quel senso del divieto, e anche quando si è sazi fino alla nausea non si vuole «scappare da questa bulimia emozionale». Mentiras è dunque un’indagine sulla fenomenologia del desiderio di deviazione, contro i connotati limitanti dell’uomo di quella che Massimo Recalcati definisce «clinica dei nuovi sintomi»: la costante insoddisfazione e l’impossibilità di vivere il desiderio stesso. La prospettiva non è solo quella dei traditori, si concede libero sfogo anche alle riflessioni dei traditi. «Uno non è solo nel mondo, anche gli altri contano, anche gli altri hanno il diritto di partecipare», e il tradimento in alcuni racconti di Mentiras si traduce proprio in esclusione e isolamento. L’illuminazione del momento di passione, vissuta come abbandono o scelta (non […]

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Food

Trentodoc, un mare di bollicine bagna Napoli

Nella sontuosa ambientazione dell’Hotel Excelsior, il 21 e 22 ottobre le giornate Trentodoc. Bollicine sulla città. Il consorzio Trentodoc allea cinquantuno case spumantistiche, le grandi etichette della produzione d’eccellenza del Trentino. Piccole e grandi cantine si stagliano tra valle e alta quota, sulle sponde dell’Adige e circondate dalle Dolomiti. Insieme a Vitigno Italia, una delle più efficaci possibilità di interfacciarsi con i grandi del settore. La giornata del 21 è stata dedicata in particolare alla programmazioni di masterclass per la formazione di operatori nel settore e per la sensibilizzazione del consumatore, mentre il 22 ottobre ha visto estimatori della stampa e non scoprire un mondo di tradizione di montagna e di nuove sperimentazioni concesse dai progressi tecnologici. La produzione ha avuto inizio dalla spinta propulsiva di Giulio Ferrari, il quale ai primi del ’900 ha proposto una produzione di stile tradizionale sulla scorta della Francia, rinomata nel settore. L’uva di partenza è lo Chardonnay, accompagnato dalle varietà di Pinot nero, bianco e meunier per ottenere un Trentodoc brut, millesimato e riserva. Un prodotto poliedrico, che nelle sue diverse sfaccettature può accompagnare il consumatore nei più svariati momenti del pasto e della vita, regalando il gusto che solo un’opera di così alta qualità può offrire. Ogni prodotto dall’etichetta Trentodoc è investito di una grande responsabilità: rappresentare il proprio territorio. Il legame è fortissimo, il riconoscimento della provenienza degli spumanti presentati a Trentodoc. Bollicine sulla città è immediato. La quota, la temperatura e il suolo di produzione infondono carattere all’operato stesso dei viticoltori. Il presidente Enrico Zanoni ha inoltre stretto un accordo con Antonello Maietta dell’Associazione italiana Sommelier per l’istituzione della competizione annuale Concorso Miglior Sommelier d’Italia – Premio Trentodoc. Sarà premiato, nel mese di novembre colui che verrà considerato il più eclettico comunicatore di vino. Trentodoc, i nomi delle Bollicine sulla città di Napoli Protagonista indiscusso è dunque il marchio Trentodoc nelle sue molteplici declinazioni. Si va da un Abate Nero dalla grande bevibilità, aggressivo nelle note giovanili o più frizzantino e morbido per la Riserva Cuvée, ai residui zuccherini dell’Altemasi, tra il Pas Dosé con i suoi 40% di Pinot nero o lo Chardonnay puro del Millesimato. Inoltre i frutti rossi infondono all’Altemasi Rosé una maggiore morbidezza, già raggiunta con note di cremosità nel Riserva Graal. Obiettivo è esprimere la territorialità, quella che la cantina Bellaveder ritrova nel suo Brut Nature Riserva. Cantina a San Michele d’Adige, adiacente al Lago di Garda, vanta di terreni calcarei e argillosi, che influenzano inevitabilmente la riuscita del prodotto Trentodoc. L’escursione termica garantisce il raggiungimento del primato. La cantina Borgo dei Posseri opta per il suo Trentodoc Tananai per una percentuale più elevata di Pinot nero, un retrogusto forte e inesauribile. Ogni cantina infonde ai suoi prodotti un tratto di originalità profuso da scelte personalissime, come quella del culto dei vini biologici per la Cantina Aldeno, con il conseguente Trentodoc Altinate Blanc de Blanc Brut Biovegan. La cantina più piccola del Trentino, la Cantina d’Isera, vanta poi bianchi aromatici di gran rilievo, con la […]

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Teatro

Stagione teatrale 2018/2019 del Teatro Elicantropo

Oggi si inaugura la stagione teatrale 2018/2019 del Teatro Elicantropo, spazio di arte ed eventi culturali di Vico Gerolomini. Carlo Cerciello, direttore artistico del Teatro, dopo ormai ventitré anni continua a credere che la cultura possa salvarci dall’assuefazione. L’indignazione è alla base di una comunicazione consapevole, di un teatro coraggioso, proprio in virtù del fatto che «si può anche morire di teatro». Per quanto sparuta, la minoranza può fare la differenza, e, nel teatro soprattutto, infondere valore alla performance. «Dobbiamo smettere di fare i narcisi, mentre sulle nostre teste aleggia qualcosa di terrificante». Il Teatro Elicantropo, con la collaborazione di Elledieffe e della Fabbrica dell’Attore di Roma, ha ottenuto riconoscimenti ministeriali per la formazione teatrale, grazie soprattutto a quei valori per i quali Carlo Cerciello continua a lottare. Da quest’anno, il Corso di perfezionamento professionale per attori, incentrato sulla recitazione e la regia, gode della presenza di maestri noti a livello nazionale e internazionale. Il compito di questi educatori è quello di lasciare quel qualcosa che aiuterà a edificare un teatro da ereditare. Ma vediamo ora nel dettaglio quali saranno gli spettacoli della stagione teatrale 2018/2019 del Teatro Elicantropo. La stagione teatrale 2018/2019 del Teatro Elicantropo: gli spettacoli del 2018 La prerogativa degli spettacoli della rassegna di quest’anno è quella di parlare agli esseri umani in quanto esseri umani. Carlo Cerciello crede che la comunicazione possa nobilitare, donando allo spettatore la capacità di esprimere un’opinione autonoma. Terrore e miseria del Terzo Reich, regia di Carlo Cerciello, dal 18 ottobre all’11 novembre Rivivono sulla scena le parole di Bertolt Brecht, dimostrando ancora una volta quanto possano essere attuali, in un’Italia che a Cerciello sembra rivolta ancora una volta a una deriva fascista. Denuncia e protesta, uno spettacolo dai toni forti. Io so e ho le prove, scritto, diretto e interpretato da Giovanni Meola, 15-18 novembre Ispirato all’omonimo libro inchiesta di Vincenzo Imperatore, racconta la «conversione di un ex-manager bancario» che decide di denunciare le nefandezze della nota banca italiana per la quale ha lavorato. Insieme alla voce dell’attore, l’accompagnamento di un’attrice muta, musicista e rumorista. Ballerina, regia di Iolanda Salvato, 22-25 novembre Adattamento teatrale di un racconto di Patricia Highsmith, sul rapporto fra animali e uomini visto dalla prospettiva di una elefantessa. Un racconto in musica di denuncia civile e sociale. Orfeo – Piombato giù, diretto e interpretato da Roberto Azzurro, dal 29 novembre al 2 dicembre Con incursioni di Rilke, Nietzsche, Pavese, Savinio e Azzurro, una rivisitazione del mito di Orfeo nella sua prigionia terrena. Pinuccio, di e con Aldo Rapè, 6-9 dicembre Pluripremiato monologo struggente di un bambino alla ricerca del padre nel contesto delle miniere siciliane. Moby Dick. La bestia dentro, testo e regia di Davide Sacco, 13-16 dicembre Acab è il rappresentante di una generazione senile che combatte contro i propri limiti. Una favola che raccoglie i fondamenti della cultura occidentale contemporanea, simbolo di un’accoglienza necessaria. Fosco, scritto, diretto e interpretato da Peppe Fonzo, 20-23 dicembre Tratto da una canzone di Domenico Modugno, la storia del tipico scemo del […]

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Libri

Napoli mon amour: la voce e il tono di Alessio Forgione

Napoli mon amour, romanzo d’esordio di Alessio Forgione, pubblicato per la NN Editore, diventa in pochi mesi un caso letterario. Perché leggerlo? «Ho letto i suoi racconti e, le confesso, mi piacciono molto. Mi sono piaciuti molto. C’è qualcosa da rivedere, non glielo nascondo, ma lei ha una voce, un tono. Mi piace molto, il suo modo». A queste parole Amoresano, protagonista di Napoli mon amour, romanzo d’esordio di Alessio Forgione, si commuove dopo tanto tempo, dopo il tanto soffrire immerso in una vita di stenti economici e continue delusioni. Questo picaro precocemente in pensione, ormai lontano dalla vita di nave che continuamente rammenta, si crogiola in un abisso presente che, tra dimensione onirica e ruvido vero, gonfia e mortifica a tempi alterni ogni speranza futura. Inizia a Piazza Dante il flusso di Amoresano, voce narrante di timori ed esami di realtà amari e costanti. A ogni passo in avanti si rivela l’impossibilità stessa di un avanzamento, inibito dal muro insormontabile del mondo reale. Intanto il timore stesso del non averci provato abbastanza, «che forse mi ero seduto sul ciglio della strada ad aspettare che le cose accadessero o che qualcuno si fermasse a raccogliermi». L’imagery urbana partenopea è la cornice di un eterno vagare tra la folla indistinta, dai vicoli del centro storico, dai colori caldi e dalle improbabili possibilità di amori occasionali, fino alla periferica Bagnoli. «Mi sarebbe piaciuto essere chiunque eccetto che me». Amoresano si osserva dall’esterno, nelle sue continue ricerche di un posto di lavoro, nella dimensione monetaria in cui rinchiude gli eventi della sua vita. La prospettiva è quella del fondo di bottiglia di una Peroni che a mano a mano si svuota, portando linfa putrida a membra sgangherate. «Perché la mia non era una reale timidezza, di quelle che vinci e vai, ma un imperativo al silenzio, dettato da una spropositata considerazione di me stesso». Napoli mon amour: la città di Alessio Forgione L’atteggiamento nichilista descritto da Alessio Forgione per bocca di Amoresano concede delle dovute eccezioni. Napoli, il suo amore, la città che vive da cima a fondo, la devozione nei confronti della sua squadra, un tifo spesso unico veicolo di comunicazione con il padre. Camminare a Napoli regala ad Amoresano un inaspettato momento di beatitudine. Proprio tra la folla incontra lo sguardo della misteriosa Lola (così almeno si fa chiamare, memore dell’idolo letterario di Vladimir Nabokov, questa misteriosa studentessa di filosofia). Attraverso i suoi occhi, Amoresano fa esperienza di un universo-dinamite, «ed io pensai ch’era meglio un mondo così, che rischiava di esplodere e finire in ogni istante, che un mondo come il mio, dove non accadeva nulla». Così come in Hiroshima mon amour, il film che insieme guardano, un crogiuolo di amore e guerra. Il lento procedere di questa stanca vita gode di momenti di luce, di speranza, e di meno sane illusioni. Napoli è il luogo della luce della vita e il profondo blu di una eterna immersione. Vige la lotta tra il partire e il restare, fonte di tentativi […]

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Eventi/Mostre/Convegni

I Mondi di Peter Flaccus e Luca Padroni all’Intragallery

La galleria d’arte contemporanea Intragallery apre la nuova stagione espositiva il 6 ottobre con la mostra Mondi di Peter Flaccus e Luca Padroni Apparentemente, un dialogo nato da uno scontro quello che prende corpo nelle composizioni di Peter Flaccus e Luca Padroni, le anime della mostra Mondi aperta al pubblico dal 6 ottobre all’Intragallery, cuore dell’arte contemporanea del quartiere Chiaia. Da un lato, l’artista newyorkese Peter Flaccus, un pittore poliedrico che a seguito di un primo periodo di studio dedicato al più tradizionale olio su tela, si converte alla sperimentazione astratta, in particolare con la tecnica dell’encausto, un procedimento raffinato che così spiega: «una possibilità inaspettata, la materia può essere molto densa e trasparente. La cera ha un certo spessore, il mio mondo è anche quello dello studio e della pratica». Il mondo della pittura a olio è quello della cosiddetta «ultima pennellata», come Peter Flaccus nota. La tecnica compositiva dell’encausto e la natura stessa della cera punica, riscaldata e incisa, conferisce all’opera una trasparenza tale da permettere la lettura delle varie fasi della sua realizzazione. Uno dei punti fondamentali del dialogo Flaccus – Padroni risiede proprio nella percezione della consistenza della materia, portata a uno studio intenso e paziente, per quanto al contempo deciso e spontaneo, degli effetti che possa dare la lavorazione di un materiale tanto complesso, quanto alla realizzazione di un dipinto a olio che risenta della stessa ingombrante attenzione allo strato di colore, quasi palpabile nell’opera di Luca Padroni. «È la natura che dice che diversi colori caldi si mischiano in una certa maniera», continua Peter Flaccus, nelle sue riflessioni sulla materia. Proprio colori caldi si alternano alla cera di Flaccus, quelli delle opere di Luca Padroni, piccole o grandi tele che accostano il mondo dell’intimità di una casa romana alla fauna urbana. «È come se Peter avesse fatto un’estrazione di tutti questi movimenti che io ho nei miei quadri» ammette Padroni, ragionando sulle diverse tecniche compositive. «Ritratti di personaggi tra l’eroe epico e il barbone, di grandi capacità ma con grande difficoltà a raggiungere i propri desideri in una società che esclude chi ritiene diverso», così descrive il suo mondo Luca Padroni. Con un percorso che sembra speculare a quello di Peter Flaccus, l’artista romano ha vissuto un primo periodo di astrattismo per poi giungere nelle opere esposte in Mondi all’Intragallery, frutto di uno studio che ormai persegue da tre anni, a una forma d’arte figurativa. Ma lo stesso Padroni, parlando delle opere della prima fase, rettifica: «non le ho mai considerate astratte. Per me è importante che ci sia sempre un aggancio, e se lo stile è totalmente astratto trovo difficile relazionarmici». I due grandi quadri protagonisti della prima sala della galleria, sono il risultato di un lavoro a lungo espresso in quelli che Luca Padroni definisce quadri «analitici», con particolare attenzione agli interni della nota casa romana della musa pitturessa Anna Paparatti, una casa colma di cose sorprendenti, «tra miseria e nobiltà». «Elementi nei quadri più piccoli che riuso per ricostruire un ambiente […]

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Libri

A qualcuno piace Fashion: intervista ad Adelaide Caiazzo

Maestra di eleganza e novella icona della moda nel mondo dei social, Adelaide Caiazzo, con la sconsideratezza che lei stessa si riconosce, si cimenta per la GM Press in un «manuale semiserio per una settimana da Dea»: A qualcuno piace Fashion. Nato da una passione personalissima, questo vademecum dello stile nasce come il diario personale della protagonista, Dea, una consulente di immagine che racconta la propria settimana al suono di tacchi a spillo e battute esilaranti, per non prendersi mai troppo sul serio. Cresciuta in un mondo «fatto di lustrini e paillattes», la protagonista del nuovo libro di Adelaide Caiazzo è brillante, propositiva, una ritardataria cronica, ma sempre pronta ad ascoltare i drammi delle esistenze delle sue clienti, concorrendo a salvarle dall’oblio della sciatteria. Il mantra per scagionare questa incuria resta il sacrosanto «vengo prima io», inevitabile spinta alla cura della proprio immagine, che si accompagna a un sano rispetto per il sé che, per quanto professato con toni ironici, resta uno dei temi di A qualcuno piace Fashion. Una prosa mordace, che alterna i racconti della quotidianità di Dea, conditi da analisi antropologiche tutte da ridere, agli angoli di Consulenza, veri e propri tips per presentarsi nel modo giusto al momento giusto. La veste grafica di A qualcuno piace Fashion gode del dialogo che Adelaide Caiazzo ha scelto di intessere con l’arte fotografica, facendosi musa di Matteo Anatrella, il quale ha tradotto in immagini il significato di moda che l’autrice ha posto a fondamento del suo libro. Intervista ad Adelaide Caiazzo, autrice di A qualcuno piace Fashion A qualcuno piace Fashion: com’è nata l’idea di questo «manuale semiserio»? L’idea per questo manuale nasce proprio in seguito alle richieste delle followers, che da anni ormai seguono con affetto il mio lavoro sui social. In seguito ad una serie di “Diari di bordo” nei quali raccontavo le mie giornate e il mio lavoro, sempre con un taglio fortemente ironico e autoironico, sempre più spesso mi è stato chiesto di “scrivere un libro”! Nasce così “A qualcuno piace Fashion”, che mixa il mio amore per la scrittura ai consigli di stile che ogni donna può trovare ed applicare poi su se stessa. Quanto c’è di Adelaide Caiazzo in Dea, la protagonista? C’è praticamente tutto! In questo libro racconto una mia settimana tipo, il mio lavoro, i miei affetti e la sconfinata passione per il mio lavoro. Magari ho cambiato giusto qualche nome! La devozione per il proprio aspetto è un argomento quanto mai delicato nella «società dello spettacolo». Qual è il consiglio più significativo per chi desidera prendersi cura tanto della propria immagine esteriore quanto di quella interiore? Mi piace moltissimo questa domanda, perché ogni giorno e ormai da tantissimi anni cerco di insegnare alle donne a prendersi cura di se stesse nella giusta misura, senza ossessioni, imparando ad amarsi nella propria interezza, imperfezioni comprese. È molto facile oggi, anche per la continua pressione mediatica, finire in un tunnel di senso d’inadeguatezza, quindi il mio consiglio è sempre quello di accettarsi, curare […]

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Food

Palazzo Petrucci ospita “In The Kitchen Tour”, chef chic a Napoli

Il mare increspato e un sole cocente incorniciano la suggestiva terrazza di Palazzo Petrucci. Situato su Via Posillipo, è il punto panoramico di maggior efficacia: sulla sinistra il Castel dell’Ovo e una veduta del Vesuvio; a destra, una gouache del Palazzo Donn’Anna, storico simbolo di una delle zone più affascinanti del sud. Proprio in questo punto focale della città partenopea sbarca il 26 settembre, per la prima volta a Napoli, In The Kitchen Tour, la jam session culinaria organizzata dall’associazione CHIC – Charming Italian Chef. CHIC si batte per la le tre “s” di Semplicità, con un rapporto diretto con il cliente, Sostenibilità, nella ricerca della qualità, Salubrità, con una corretta alimentazione e necessaria offerta di prodotti di qualità. Palazzo Petrucci è il trait d’union di grandi artisti del sapore più adatto nella città partenopea. Nel 2008, a solo un anno dalla nascita, il ristorante, allora in Piazza San Domenico Maggiore, ha ottenuto una stella Michelin, ergendosi così come il primo ristorante stellato a Napoli. Nel 2016 il gusto affianca Palazzo Donn’Anna, aprendo la nuova sede di Via Posillipo. In questa location edificata con il tempo e cresciuta con cura si è tenuto In The Kitchen Tour, evento di dialogo fra le menti culinarie più acute. Gli chef stellati trovano così il loro punto di incontro, una giornata dedicata al sapore e all’innovazione, che un vero e proprio scambio ha dato loro modo di raggiungere. Presenti all’evento, tanto gli chef, quanto i più noti produttori della qualità, spaziando dalle eccellenze del territorio campano, a quelle dei suoli nazionale e internazionale. Solo alcune fra le grandi produzioni presenti all’evento In The Kitchen Tour di Napoli: “Ciarcia” con i prosciutti dell’Irpinia; “Eccellenze dei Tartufi” della famiglia Capasso; “Mozz’Art” di Casoria; l’”Aglio Orsino”, selvatico, perfetto per il pesto e per le sue proprietà mediche; il consorzio “BRODO”, nato dal dialogo fra otto aziende esperte nel settore agroalimentare; Il “Borgo del Balsamico”; l’azienda agricola “Moera”; le cipolle ramate di “Casa Barbato”; il pastificio agricolo “Mancini”, con variegate tipologie di pane; “Spirito Contadino”, con il valore della terra; l’azienda agricola “Riso Guidobono Cavalchini”, con il Riso Buono Carnaroli Gran Riserva. Alle eccellenze agricole si accompagnano i grandi nomi dell’enogastronomia locale, come i produttori di birra “Amarcord”, e ancora i viticoltori del consorzio “BRODO”. Insieme ai prodotti culinari, anche i macchinari più raffinati per la loro lavorazione, come gli efficienti miscelatori per gelati Carpigiani e le cucine GICO. Palazzo Petrucci, in the Kitchen Tour: i protagonisti CHIC Grandi incontri dunque a questa edizione napoletana di In The Kitchen Tour. Presenti all’evento gli chef stellati del territorio campano, che hanno preparato opere d’arte culinaria con i prodotti messi a disposizione dalle grandi aziende, spesso collaborando per la loro realizzazione. Insieme al resident chef Lino Scarallo e al pizzaiolo di Palazzo Petrucci Davide Ruotolo: Luigi Salomone di “Piazzetta Milù”, Basilio Avitabile della “Masseria Guida”, Fabio Caiazzo dell’Hotel “Santa Lucia”, Vittorio Carotenuto di “Osteria Donna Maria”, Francesco Gallifuoco del Ristorante Pizzeria “Franco”, Francesco Martucci della Pizzeria “I Masanielli”, Cristiano […]

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Culturalmente

Religione buddista: storia, pratica e nobili verità

Nata dagli insegnamenti di Siddharta Gautama, la religione buddista vanta una delle più antiche tradizioni, presumibilmente fiorita nel IV-V secolo a.C. Il termine religione è associato a una dimensione di venerazione provata dall’uomo nei confronti di ciò che ritiene sacro. Nel caso del buddismo, il credo è stato definito “ateo” in quanto il culto di una divinità non sarebbe adeguato al raggiungimento dell’atarassia. A tale scopo invece, fondamentali gli insegnamenti di Siddharta, il Buddha. Il Buddha, “colui che si è risvegliato”, ha meritato questo appellativo nel momento in cui, fatta esperienza di riflessione sull’esistenza e sulla morte, ha lasciato gli agi della corte principesca che lo vedeva protagonista, comprendendo la sua precarietà, e la conseguente ricerca di una soluzione alternativa alla sofferenza. Il Buddha è un illuminato, che cerca le sue risposte in un ripiegamento ascetico. Lo stato di illuminazione è quello di una saggezza che supera la sofferenza. Il viaggio del Buddha dalla sua condizione d’agio a quello di insegnante di vita è alla base della religione buddista. È lo stesso viaggio che ogni credente deve compiere tendendo a un risveglio spirituale che corrisponde a un cammino personale. Per quanto la religione buddista si sia diffusa inizialmente nel continente asiatico, oggi ci sono circa 350 milioni di credenti in tutto il mondo, annoversandosi fra le quattro religioni più popolari. La differenza principale fra la religione buddista e tutti gli altri credi è proprio l’assenza della centralità di Dio, perché secondo l’insegnamento del Buddha, chi cerca l’illuminazione non deve perseguire questo tipo di ricerca. La nostra verità deve superare un credo codificato da una religione dogmatica, nonché la pratica ha un ruolo preponderante, ancora più importante del concetto del credo in sé. Solo così ci si può liberare della sofferenza, stato preponderante della vita dell’uomo fin dalla sua nascita. Le Quattro Nobili Verità della religione buddista Un lavoro su se stessi fondato sul primo insegnamento del Buddha è il primo passo verso il superamento della sofferenza. Anche nei momenti di serenità incombe la sofferenza, secondo il principio che giustifica la necessità delle Quattro Nobili Verità: l’impermanenza. Ogni cosa è in balia di un costante divenire, e così lo stato di appagamento è destinato a un inevitabile ribaltamento. Le cose mondane, secondo l’insegnamento di Siddharta, non appagano in quanto per definizione portatrici di un senso di insoddisfazione. Inoltre, il nostro io subisce lo stesso inesorabile destino delle cose: muta e non dà certezze. Da qui le Quattro Nobili Verità della religione buddista. La prima verità è la duhkha, la verità della sofferenza. Il dolore si esplica in varie forme, motivate per la maggior parte dall’impermanenza, cioè dalla mutevolezza, dall’impossibilità di liberarci dal dolore in sé, o dalla percezione stessa della nostra esistenza, troppo spesso segnata dall’inutilità. La Prima Verità della religione buddista è dunque una presa di coscienza. La Seconda Verità è la samudaya, la verità sulla causa del dolore. L’origine della sofferenza è nella nostra illusione di poter trovare appagamento nelle cose terrene, il dolore nasce dall’interno. La Terza Verità […]

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