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Eroica Fenice

Libri

Pietro Treccagnoli e il suo nuovo libro: Salva con nome

Presentato il 10 aprile a laFeltrinelli di Piazza dei Martiri a Napoli, Salva con nome è il nuovo libro di Pietro Treccagnoli Con lo scrittore e giornalista Pietro Traccagnoli si inaugura una nuova collana della Alessandro Polidoro Editore. I MiniPerkins sono piccoli gioielli, come i racconti meravigliosi contenuti in Salva con nome. In copertina, oltre alle inconfondibili bande nere, identità grafica forte della casa editrice napoletana, uno sfondo azzurro Napoli su cui si staglia un castello fiammante, simbolo della focosa napoletanità condensata in questo piccolo ma profondo volume. Pietro Treccagnoli non credeva avrebbe pubblicato il materiale grezzo poi confluito in Salva con nome. I racconti qui raccolti sono per lui come le carte d’autore che si ritrovano postume in bauli impolverati o nelle cartelle virtuali sul desktop. Sono testi sparsi, frammenti di un’esperienza letteraria inediti o precedentemente impressi sui fogli de Il Mattino, giornale che lo ha visto attivo protagonista per circa un quarantennio. Il senso del postumo. Fabrizio Coscia, critico letterario e lettore di Pietro Treccagnoli, coglie un senso profondo nella disomogeneità di questa raccolta in frammenti, un grumo di verità. Salva con nome è un libro personale, intimo, più che per i riferimenti biografici, per il manifesto della sua concezione della scrittura. Salvare con nome è il suo gesto principale: associato ai file del computer, corrisponde più profondamente al nominare le cose e le persone. Dare un nome comporta un’evocazione, una materializzazione, e così un fissaggio nella memoria di ciò che si indica con il verbo. Tramite la soluzione dell’autofiction, gioco letterario e verità biografica godono di vita attiva nei racconti di Pietro Treccagnoli. Un romanzo familiare mai scritto ma snocciolato nei frammenti di Salva con nome, fino alla consapevolezza della necessaria vecchiaia. Una consapevolezza improvvisa, che si connette ancora al desiderio di imprimersi nella memoria di chi verrà. Il percorso di questa coscienza al tramonto si apre con un racconto sulla figura materna, intrecciata alla storia della sua lingua madre, il napoletano, e ai racconti così trasmessi, nel pieno gusto dell’oralità. La madre è associata all’elemento nutritivo e al racconto, binomio essenziale e programmatico della vicenda letteraria di Pietro Treccagnoli. Salva con nome si chiude nel nome del padre, associato questa volta al silenzio, al raccoglimento, e all’amnesia. Insieme alle figure dei genitori, le dramatis personae della famiglia Treccagnoli, gli zii e il nonno. La storia personale è però intrecciata inesorabilmente a quella di Napoli, che sia quella di un mistico atavismo o la città novecentesca ai tempi della guerra. In questa cornice si muovono gli avi contadini, personaggi del mondo fatato della sua infanzia. L’oralità, tradotta in racconto, consente il recupero del tempo perduto, di un mondo scomparso che proustianamente diventa un tempo infine ritrovato per il tramite della memoria. Raccontare per Pietro Treccagnoli Salva con nome è una resa dei conti con i fantasmi del passato. L’immediatezza della forma breve di Pietro Treccagnoli consente incontri prima d’ora impossibili, a partire da quello con il padre. Proprio dall’assenza, dalla morte, attinge la sua autorità. Ripercorre il […]

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Eventi/Mostre/Convegni

A Palazzo Pennese di Portici si festeggia Ottocento Napoletano

In occasione della sua riapertura, Ottocento Napoletano di Portici festeggia tra storia e buona musica nello splendido Palazzo Pennese Il 5 aprile è un giorno memorabile per Ottocento Napoletano. Cuore di un progetto nato nel 2011, lo storico Palazzo Pennese di Portici, piccola e accogliente cittadina in provincia di Napoli, è stato rivitalizzato sotto la guida dell’amministratore Stefano Silvestro con un’apertura all’insegna della novità. Nessuna melodia di apertura migliore che il sottofondo dell’Ave Maria di Franz Schubert, intonata dal canto lirico, con accompagnamento di clavicembalo e del violino del Maestro Antonio Mazza nella storica cappella del Palazzo Pennese. La musica è infatti una delle componenti della storia di Ottocento Napoletano. Nella cappella del Palazzo di Portici, infatti, ha sede l’Orchestra della “Compagnia degli Artisti”. Quello della cappella, solo uno degli ambienti dell’imponente Palazzo sito in una delle strade principali di Portici. Visitando i suoi interni si resterà sorpresi dagli spazi adibiti all’accoglienza tanto per la ristorazione quanto per il pernottamento. Due sale congresso, rispettivamente di 200 e 70 posti, eventualmente fruibili dalle scolaresche per convegni e proiezioni. Sale di intrattenimento e da pranzo, con eleganti decorazioni floreali e ambienti adibiti a cene spettacolo, come l’imponente sala ovale, esempio di sublimità e compostezza. Senza dimenticare la Terrazza, da sempre luogo di ritrovo dei porticesi, con il suo Lounge Bar ed eventi esclusivi. Infine, il piano del laboratorio e delle classi. Ottocento Napoletano rifugge nella sua poliedrica natura da ogni categorizzazione. Il progetto ha la sua matrice primaria nel supporto nel sociale, tema di estrema importanza per uno dei principali fondatori, venuto a mancare recentemente: Monsignor Carlo Pinto. A farsi portavoce del suo ideale, una storica colonna portante, l’avvocato Riccardo Russo. La Fondazione Istituto Pennese nasce da un sogno di resistenza. L’Ottocento Napoletano Accademia è la scuola di enogastronomia che ha preso corpo da questi ideali. L’avvocato Russo nel pieno della commozione parla di un connubio di formazione e bellezza, di un’alternativa al degrado malavitoso, una possibilità che i giovani devono conoscere. Da quest’anno partono così nuovi corsi di pasticceria, gastronomia, pizzeria, panificazione. Il tutto al Palazzo Pennese, fornito degli strumenti adatti a una formazione completa. Imperativo categorico, la trasparenza. Gli ingranaggi di questo sofisticato meccanismo continuano a girare grazie all’iniziativa privata. Obiettivo, cercare di dare alle istituzioni pubbliche un esempio di isola felice e possibile anche su un territorio che conosce bene il male della Camorra. Il sindaco Vincenzo Cuomo ha tagliato il nastro sulle note della fisarmonica del Maestro Sasà Piedepalumbo. Il primo cittadino definisce l’Istituto Pennese un «ente morale», un luogo di formazione e accoglienza. Da questa sinergia prosegue infatti l’attività dei volontari della Mensa del Buon Samaritano per contrastare la povertà che tocca in maniera ravvicinata Portici e i comuni limitrofi di San Giorgio a Cremano, Ercolano e Torre del Greco. Un’iniziativa che riempie il cuore, nella speranza che ci siano altre strade possibili da tracciare per il futuro. L’anima della Portici ridente aleggia nella struttura del Palazzo Pennese, allargata e aperta al pubblico in tutti i suoi […]

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Libri

Roberto Quesada e un sognatore honduregno: Big Banana

Il 2019 ha assistito all’uscita di Big Banana di Roberto Quesada, nuova perla della collana I Selvaggi della Alessandro Polidoro Editore «Pensò e sentì che era nato per vivere in un posto come Manhattan». Eduardo è di natura un viaggiatore. Sangue honduregno e fremiti di libertà scorrono nelle sue vene. Ha fatto della madeleine de Proust il suo stile di vita, ormai più che camminare fluttua da un’avenue all’altra, oscillando senza sosta tra presente e passato. La sua più grande aspirazione, diventare un attore. Novello Madame Bovary, ha studiato letteratura e teatro, e come l’eroina suicida ne è rimasto fin troppo scottato. Quella di Eduardo, solo una delle voci della melodia festosa, carnascialesca, a tratti grottesca, che ci sembra di ascoltare tra le pagine di Big Banana di Roberto Quesada. Autore honduregno ormai di fama mondiale, Quesada intride la sua scrittura di uno spirito prorompente, con una prosa che Kurt Vonnegut definisce «caustica e provocatoria». Big Banana: un grande viaggio dalla penna di Roberto Quesada Ciò che ancora lega Eduardo alla sua terra d’origine è il sottile filo dell’odiosamato telefono, unico veicolo della dolce carezza delle voci familiari. New York aveva fatto parte di quella vita letteraturizzata alimentata dai suoi sogni giovanili. Niente di meglio di un lunedì mattina per iniziare la storia di questo avventuriero honduregno. Eppure il tempo, in Big Banana, è un dato quanto mai relativo. Roberto Quesada regala al lettore un biglietto aereo per il passato, il presente e il futuro, spesso compresenti nella mente di Eduardo. Il passato: l’Honduras, l’inizio della focosa relazione con Mirian, una brillante e promettente scrittrice, dall’acume invidiabile appreso dall’immersione in film di spionaggio (quelli di James Bond, in primis). Ma anche il South Bronx, l’inferno, dove «è l’aria che è scarsa, rispetto alle altre parti del pianeta» e dove «l’estraneo sei tu. Che faresti tu se un estraneo venisse a respirare la tua aria sapendo che questa scarseggia? Forse non gli faresti del male, però di sicuro gli impediresti a tutti i costi di respirare». Il presente: New York, una città che ormai è abitudine per i pendolari della metropolitana, ma per Eduardo un’orchestra polifonica, tra il bilinguismo ispano-americano e l’intricato e vivace reticolato urbano, nello splendore delle sue luci e delle sue donne. Il futuro: una brillante carriera da attore immortalata dalle righe del New York Times. Il futuro è quel sogno che Eduardo cova dentro di sé, mentre costruisce per una società edile la sua New York. Ovunque vada però, Eduardo porta con sé la sua natura di «bananiero», nato nella Repubblica delle Banane, «The Big Banana in The Big Apple», come lo canzona l’amico, se non guida spirituale, Casagrande, uno dei personaggi più irriverenti del lavoro di Roberto Quesada. L’iniziazione di Eduardo al gran mondo si intreccia alla travagliata storia della Grande Mela. Il personaggio-uomo si muove nel suo romanzo di formazione sullo sfondo di una New York sineddoche del mondo. Come su un grande palcoscenico, Eduardo aspira ad affermarsi, distinguendosi dalla mischia dei «semplici spettatori di […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Arash Radpour: Ten Thousand Names alla DAFNA Gallery

Dal 14 marzo al 14 maggio, Ten Thousand Names dell’artista iraniano Arash Radpour ospite alla DAFNA Gallery L’artista vive nel contatto con la materia un’esperienza di creazione. La trasfigurazione dell’idea dall’iperuranio al mondo fisico è veicolata dal tocco ora delicato ora deciso delle sue mani. Arash Radpour, deviando (ma non completamente) dal percorso artistico all’insegna della bidimensionalità che lo aveva visto fotografo di rilievo, tocca oggi cocci di vetro, cera e smalto, una pittura di vivo rosso. Ciò che l’artista crea rappresenta il compimento del desiderio, l’appagamento di un’aspettativa, alla pari di quella materna nei confronti del figlio che riposa nel suo grembo, palpitante di quella vita dalla quale è però ancora misteriosamente escluso. La figura della donna-madre è centrale nell’esposizione Ten Thousand Names alla DAFNA Gallery. Arash Radpour tematizza il concetto di ispirazione creatrice, soffermandosi sull’essenza generatrice per eccellenza, su quell’origine del mondo che silenziosamente avviene ogni giorno. Da uomo persegue un esercizio di empatia nei confronti dell’universo femminile, non assumendo le veci di portavoce delle istanze del sesso opposto, bensì indagandone le viscere. L’Universo Utero di Arash Radpour L’immagine dell’utero richiama nell’immediato la potenza vivificante della donna, tappa prima della vita dell’uomo. Ten Thousand Names è una installazione in sospensione di cocci di vetro rosso. Pensata inizialmente da Arash Radpour come una cascata informe, l’opera ha assunte le sembianze di un imponente utero rosso. La scelta del vetro rosso come materia prima dell’opera non è casuale. «L’ispirazione prima» afferma Arash Radpour «è la pellicola di Ingmar Bergman Sussurri e grida, un film interamente sul dolore femminile. Il primo film a colori in cui Bergman ha studiato tutto il linguaggio del colore. Quattro storie di donne all’interno di una casa rossa. Bergman stesso disse: “questa casa è per me la metafora dell’anima”». Il colore rosso macula gli ambienti della DAFNA Gallery nella sua simbologia positiva di trionfo del calore vitale, della fiamma creatrice. Ten Thousand Names, l’opera cardine che dà il nome al percorso, è la macchia più distesa. Da essa deriva un discorso sulla creazione che si declina nelle fattezze più svariate. L’utero immenso porta con sé il senso della passione mensile vissuta dalla donna, immagine di potenza creatrice così come di fragilità e sofferenza che si erge nella sala come un Christus patiens, o, per meglio dire, come il suo stesso antesignano. Arash Radpour pone l’accento sul lento momento della gestazione della vita nella rappresentazione delle nove fasi della gravidanza, dalla pienezza al definitivo svuotamento del grembo materno. Le serie di illustrazioni di uteri, da lui stesso considerate le opere più socialmente impegnate, recano quella nota di colore come ferita, lacerazione, simbologia fallica o fuoco purificatore, tentativo di oltraggio a una femminilità inestinguibile. Così l’illustrazione da manuale di anatomia dell’utero diventa oggetto di lapidazione, ma persiste e si erge nelle sue fattezze, mai offuscando la sua inalienabile natura benefica. Dal film di Bergman Sussurri e grida però, anche la suggestione del vetro. Una delle protagoniste, incastrata in un matrimonio infelice, «si ferisce tra le gambe con un […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Ernest Pignon-Ernest torna a Napoli con la mostra Extases

Dal 2 marzo al 28 aprile, la mostra Extases al Complesso museale di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco è il segno del grande ritorno a Napoli dell’artista francese Ernest Pignon-Ernest Con lo spirito, mai Ernest Pignon-Ernest aveva abbandonato questa città palinsesto. Andrea Viliani, direttore del Museo Madre, parlando della città partenopea non fa mai a meno di ricordare l’etimo stesso del suo nome. Neapolis, perché per quanto antica, la città è continuamente rinnovata negli occhi degli artisti, e restituita in forme nuove dalle loro voci. La dimensione in cui si muovono infatti è quella di un Grand Tour permanente, a partire da François-René de Chateaubriand e Alphonse de Lamartine fino ad artisti contemporanei come Anne Goyer e lo stesso Ernest Pignon-Ernest. Il primo viaggio a Napoli lo aveva compiuto nel 1988, travolto dalla compresenza di contrari, decidendo di tornarvi periodicamente fino al 1995. Ispirato dalla pittura caravaggesca e dalle sinuose curve del Sanmartino, l’artista nizzardo sparge per la città il frutto delle calde suggestioni napoletane. La strada diventa lo studio dell’artista: Ernest Pignon-Ernest dissemina disegni e serigrafie nei luoghi simbolici della città. In quelle installazioni, grazie alle quali l’artista francese si era dimostrato degno precursore dello street art, confluivano le due istanze di spazio e tempo. Opera e luogo si fondono, lo spettatore passa dal mondo dell’apparenza a quello dell’essenza. I disegni di Ernest Pignon-Ernest sono manifesto di un’arte figurativa volta alla rappresentazione della tragedia del reale. La seconda dimensione, quella temporale, è oggi palesata dalla scomparsa di quelle installazioni. Le uniche testimonianze della loro esistenza sono le fotografie di quegli anni memorabili, scattate per la maggior parte da Alain Volut. L’intento dell’opera non era quello di permanere, piuttosto quello di esemplificare la stessa identità napoletana, in costante mutamento. Un progetto che era il trionfo dell’effimero. Il ritorno di Ernest Pignon-Ernest a Napoli «Il tempo fa parte della mia paletta, rappresento la fragilità stessa» ha affermato Ernest Pignon-Ernest al rendez-vous tenuto presso l’Institut Français di Napoli. Sulla fragile carta ha rappresentato una possanza marmorea, tra i protagonisti dei dipinti di Caravaggio e altri uomini eterni. Famosa la Pietà di Pier Paolo Pasolini incastonata tra le vele di Scampia. Proprio l’Institut Français rende omaggio alla storia d’amore iniziata nel 1988 con la mostra Ernest Pignon-Ernest a Napoli, in occasione del suo ritorno con Extases presso il Complesso museale di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco. Il ricordo delle anime pezzentelle aleggia ancora negli ambienti della chiesa di Via dei Tribunali, un luogo di culto che chiede all’uomo terreno di compiere con la preghiera un percorso di astrazione dalle sue spoglie mortali. Lo sguardo si eleva: dall’immagine mortifera del teschio sdentato con le ali spiegate, inquietante memento mori, all’imponente quadro di Massimo Stanzione raffigurante le anime del Purgatorio, fino alla volta celeste, con la rappresentazione del trionfo della Madonna, grazie alla quale saranno aperte le porte del Paradiso. Questa ascensione graduale vive però di un primo momento tutto fisico, quello di un’anima che scalpita nel suo carcere […]

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Libri

Francesco Bove e João Gilberto: un incontro possibile

Da gennaio, João Gilberto. Un impossibile ritratto d’artista di Francesco Bove per la Arcana Edizioni «Ascoltare il canto e tacere», tutto quello che basta. Quando il canto si alza e procede in punta di piedi, quel bisogno di silenzio si rende dovuto omaggio alla delicatezza, culto del sommesso contro il caos dell’imperterrito. Francesco Bove, appassionato ed esperto di musica e teatro, dipinge un volto pacificato dal sogno di una vita in musica, una sonorità soffice che intride delle sue vibrazioni anima e corpo dell’artista. Il ritratto impossibile di João Gilberto «costruito con tanta passione e dedizione», come rivela Francesco Bove al suo lettore, si profila come una summa enciclopedica di un periodo storico e culturale dalle svolte vistose e necessarie. Pietra miliare della Bossa Nova, Joãozinho (come spesso veniva chiamato) è una rivoluzione di uomo e di artista. Il libro segue la curva sinuosa dell’emozione che dall’adolescenza ha alimentato l’amore di Francesco Bove per il musicista di Juazeiro. Scampato da una carriera da impiegato desiderata per lui dal padre, João Gilberto non ha potuto rinunciare alla seduzione della chitarra regalo del suo padrino per i quattordici anni. Il percorso biografico è scandito dalla pulsione costante al compimento dell’amore, spesso inevitabilmente perseguita in uno stato di ripiegamento creativo senza esplosioni devastanti. Il volto di João, come si è detto, è sereno. «A João, quindi, interessa il suono delle parole, la linea melodica che esce dall’incontro delle sillabe ma, soprattutto, vuole creare nuovi suoni e un’altra lingua dentro la propria lingua». Francesco Bove ne analizza l’anatomia di artista, una ricostruzione plastica e tangibile, nel desiderio mai spento di dargli vita con il fuoco della parola. Si resta incantati dalla magia della sua musica, nata sotto un tamarindo nella città natale, dall’intuizione necessaria di risemantizzare una linea melodica strutta. João Gilberto è partito dalla culla della tradizione del samba per creare un «ritmo nuovo, iconico, sofisticato». Francesco Bove aggiunge pagine preziose al grande libro del culto della Bossa Nova A incorniciare il ritratto di João Gilberto, il contesto della Musica Popular Brasileira (MPB), il sapore tropicale ed esotico da sempre associato alla realtà di questo variopinto Carnevale. Tradizione culturale e tendenze musicali si intrecciano come ragioni della narrazione e dello stile, in una trattazione dettagliata di un tempo e delle sue voci. Il samba si rende luogo sociale per la sopravvivenza dell’identità, «rito collettivo da preservare, puro e spontaneo». Quando si parla di musica brasiliana non si può tralasciare la sua natura corale. Questa plurivocità talvolta resa indistinta dalle credenze comuni o da filtri banalizzanti è tutelata dal meticoloso quanto appassionato studio delle fonti alla base di questo ritratto impossibile. Dalle tendenze che precedono la Bossa Nova al 1957, anno della registrazione di Chega de Saudade, battesimo del genere. Quella di João, una voce che sembra provenire dal fondale marino. Suggestioni nuove e un vibrato potente sono agli albori del suo percorso musicale. Il ritratto di un uomo con la sua chitarra, un musicista pronto a uscire dal guscio della tradizione, mai dimentico […]

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Libri

Massimiliano Nuzzolo ne L’agenzia della buona morte

Già in libreria, L’agenzia della buona morte è il nuovo libro di Massimiliano Nuzzolo, pubblicato dalla Marlin Editore «Let me out of here» è l’invocazione straziante di Thom Yorke nella sua celebre No surprises. L’agenzia della buona morte si apre a suon di Radiohead, con una canzone che è l’emblema della castrazione sociale imposta dall’ipocrisia della massificazione, illusione di comunità per una essenza di gabbia. Ma Massimiliano Nuzzolo non ha intenzione di perdersi nei soliti paternali sulla società dei consumi. Attraverso Marco, antieroe irriverente, esorcizza la pressione sociale con una leggerezza grottesca, irrimediabilmente macabra. Marco non ha nulla da invidiare: un lavoro come produttore discografico dopo una precedente carriera da musicista; un matrimonio che suona bene, con Nina, la perfezione personificata; viaggi per il mondo ad alimentare la sua passione. Marco aveva tutto, fino a quella telefonata. Morta in un incidente stradale, Nina viene trovata sul sedile da passeggero accanto al corpo di un altro uomo, il suo amante. A Marco non resta che l’estremo desiderio di morte, ma il tentativo fallito di suicidio si trasforma in pulsione all’approfondimento del mistero della vita. «Voglio morire!». Quante volte, per stanchezza o nervi a fior di pelle, abbiamo pronunciato con semplicità queste tremende parole? Massimiliano Nuzzolo tematizza questa leggerezza di costume tramite l’idea brillante perseguita da Marco e da altri tre giovani compagni di sventura: aiutare a morire. L’agenzia della buona morte nasce così, dalle esperienze dei membri di una comitiva alla Friends, accomunati dall’esperienza ravvicinata con la morte, mai raggiunta per cause esterne. Ma attenzione, non si tratta di istigazione al suicidio. Tramite consulenza telefonica, Marco e i suoi colleghi propongono all’interlocutore che li abbia rintracciati un ideale di maieutica verso una consapevole presa di posizione nei confronti del desiderio di vita o della pulsione alla morte. A telefono, l’agenzia della buona morte si premura di comprendere quanto quella affermazione abbia un senso per chi l’abbia pronunciata, e in caso di attitudine irremovibile alla dipartita, si preoccupa di condurre il vivo verso la morte, senza troppo dolore. Massimiliano Nuzzolo crea dei personaggi che sono agli occhi dei perbenisti degli agitatori sociali. Raggiunta la notorietà, Marco si ritrova a parlare del progetto allo studio televisivo di Mattina Italia con l’ammaliante giornalista Carla, forse reale anello di congiunzione tra la Vita e la Morte. Massimiliano Nuzzolo tra sentimentale e grottesco Massimiliano Nuzzolo è abile artigiano di un black humor all’inglese ispirato dai grandi amori di Marco, tra i Radiohead e Lou Reed, nell’analisi impietosa di un mondo bigotto e sordo. L’agenzia della buona morte è però anche maculata da momenti di estrema delicatezza, con fotogrammi erotici di bellezza viscerale, in un mondo dove anche Dio è morto. Da qui, il piacere fisico necessario a perdere anche solo per un istante l’amara consapevolezza che tutto finirà in una nuvola di fumo. Ma, come ci dice Marco, «anche i drammi contengono spesso una componente assoluta di comicità e grottesco». Il finale sarà forse solo un breve epilogo senza alcuna morale, o possiamo ancora contare in […]

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Libri

Luigi Mollo e il viaggio sentimentale di Mariposa

Il 18 febbraio presso la Libreria Raffaello è stato presentato Mariposa di Luigi Mollo pubblicato dalla Turisa Editrice Una prova difficile quella a cui si è sottoposto Luigi Mollo nella stesura di Mariposa. Da sempre amante della poesia, l’autore dal cuore diviso tra la nuova vita a Tolosa e un passato tutto italiano si è sempre espresso in poesia, da lui percepita come una forma non immediata di comunicazione a dalla anfibolica chiave di lettura. Mariposa si configura come un prosimetro, unione di forme di espressione differenti: i versi, amati fin dall’infanzia, manifesto di quella che Luigi Mollo ha definito una «vena poetica interiore», ma dall’andamento fortemente narrativo; testi in una prosa chiara, limpida, delicata e a tratti liricizzante. Mariposa di Luigi Mollo – Le ragioni di un titolo Mariposa, farfalla in spagnolo. La vita della farfalla è della durata di un giorno di un uomo. Luigi Mollo legge il trascorrere del tempo negli spasmodici battiti d’ali, impazienti di abbracciare il soffio effimero cui sono destinate. Ogni momento diventa quindi indispensabile, «dolce, banale ma straordinaria follia», si legge in uno dei racconti. La vita libera elettricità, e le parole sono come «cuscini sui quali coricarci». Luigi Mollo si aggrappa al carattere evocativo delle immagini che dipinge tra le pagine di Mariposa, esibendo le infinite sfaccettature dell’esistenza. Si racconta senza filtri, dona se stesso come poeta e intellettuale. Rifacendosi ai grandi della letteratura nazionale e non, l’autore fa l’occhiolino anche ai musicisti da lui più amati, aprendo ogni composizione con un esergo, nota di una sinfonia sinestetica. Dai grandi cantautori italiani, fra tutti i più amati Fabrizio De André e Luciano Ligabue, a Michael Stipe, head della storica band dei R.E.M., sciolta nel 2011. Le cinque sezioni di cui si compone Mariposa esibiscono un’alternanza costante tra tono dimesso e sublime, riflessione malinconica e giocosa stravaganza, mimesi dei comportamenti psichici differenziali. Luigi Mollo insegue se stesso in un dedalo freddo e infernale, diviso tra il ripiegamento nel passato e la spinta elativa verso il nuovo. Gli oggetti della sua vita affollano le stanze della memoria. Non sempre si dovranno sfogliare le pagine di Mariposa ricercando un senso, perché il suo obiettivo è proprio quello di portare in scena l’inspiegabile che caratterizza la logica dell’inconscio. Il percorso di ricerca culmina nella presa di coscienza della dicotomia passione e morte. La figura di Dio viene lasciata sulla soglia, la sua comparsa è indistricabilmente legata a un se ontologico. Il dolore della dipartita è attutito dalla consapevolezza che la morte sarà solo un ulteriore viaggio, tappa inevitabile e necessaria della vita così come ogni altra esperienza. La vita è una ricerca costante di emozioni, del contatto con gli altri esseri umani, quelli che la rempiono di senso. La vita, intessuta di queste spesso amare consapevolezze, è resa più autentica. Luigi Mollo compie un viaggio tutto terreno, una ricerca costante del forte sentire. Lui che insiste nella ricerca del suo posto nel mondo, con la scrittura esperienza il viaggio del pensiero. Un percorso spesso onirico e […]

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Culturalmente

Dagherrotipo: storia e leggenda di un antenato

Una breve storia del dagherrotipo, l’antenato della fotografia «Tutte le immagini scompariranno». Dal tono ieratico la sentenza contenuta nel Premio Strega Gli Anni, tra gli ultimi capolavori di Annie Ernaux. Una tragica consapevolezza per gli abitanti della società dello spettacolo. Régis Debray, fra gli studiosi più attenti all’importanza dell’occhio nel mondo Occidentale, afferma che nel momento in cui l’uomo non avrà più timore della morte, allora non avrà più bisogno di immagini. Dal sarcofago egizio alla fotografia, l’uomo ha perseguito un’avventura contro la forza dirompente del tempo, duplicando se stesso nell’ossessione della rappresentazione. La leggenda del dagherrotipo Fin dal dagherrotipo, considerato l’antenato della fotografia, l’immagine è stata concepita come uno spettro. Victor Hugo e Guy de Maupassant parlano dell’altro che è dentro di noi, celato allo specchio. L’immagine riproducibile della fotografia ha svuotato la morte cristiana della trascendenza. Come si nota nella letteratura decadente, la fotografia ha una furia omicida. La letteratura ha caricato di senso religioso la fotografia, creando quindi il mito della sua creazione, il racconto La leggenda del dagherrotipo di Jules Champfleury. Champfleury, fondatore del giornale “Le realisme”, narra la vicenda di un borghese provinciale che recatosi a Parigi, luogo di perdizione per l’anima del poeta, decide di fare un regalo alla moglie: un ritratto fotografico. La fotografia era considerata il rifugio degli incapaci, dei pittori mancanti, il talismano dei trafficanti di apparenze. Il fotografo costringe così il borghese a lunghe sedute, cospargendolo di creme, così come fa con la lastra fotografica, preparando il suo soggetto al sacrificio. L’uomo, impresso sulla pellicola fotografica, scompare fisicamente. Ne resta la voce, tormento per il suo fotografo carnefice. Il reale è messo seriamente in pericolo dal dagherrotipo. L’immaginario mortifero alimentato dall’avvento del dagherrotipo persiste nella letteratura francese (e non solo), con le voci autorevoli di Marcel Proust e Roland Barthes. Famoso per l’aneddotica sul suo conto, lo scrittore di Alla ricerca del tempo perduto, fu a tal punto affascinato dal mondo fotografico da svenire in camera oscura. La fotografia si connota come un’immagine malinconica connessa alla morte perché, come afferma Barthes, la persona rappresentata è relegata nel ça a été. L’atto fotografico diventa un memento mori, ricordo costante a chi è fotografato che il suo destino è la morte. Famosi i primi dagherrotipi dei uomini sul proprio letto di morte, realizzati per immortalare il momento e coglierne il senso, il mistero. La storia del dagherrotipo Il dagherrotipo è un procedimento fotografico realizzato dal francese Louis Jacques Mandé Daguerre da un’idea di Joseph Nicéphore Niépce e di suo figlio Isidore. Lo scienziato François Arago presentò questa ambiziosa invenzione davanti alla comunità scientifica nel 1839, presso l’Académie des Sciences e dell’Académie des Beaux Arts. Macedonio Melloni si pronunciò sul dagherrotipo parlando di «miracolo». Il dagherrotipo non è in realtà il primo procedimento di riproduzione fotografica, ma l’immagine riprodotta dalla maggior parte delle precedenti tecniche aveva la tendenza a scomparire rapidamente a causa dell’azione della luce del sole o dell’assenza di fissatori chimici adeguati. Il dagherrotipo è stato il primo procedimento a consentire […]

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Libri

Mirella D’Orsi e le sue Donne Perdute

L’8 febbraio si è tenuta presso la sede della storica Società Umanitaria in Piazza Vanvitelli la presentazione del libro Donne Perdute di Mirella D’Orsi Sociologa e narratrice sontuosa e diretta a un tempo, Mirella D’Orsi restituisce un affresco variamente tinteggiato di uno degli aspetti più noti ma forse anche più superficialmente trattati nelle dimensioni pubbliche e sociali della nostra contemporaneità: l’Alzheimer. Francesco Junod, geriatra e collega della scrittrice, esperto in materia insieme all’ortopedico Antonio Vitale, dalla sua esperienza quotidiana lancia un appello agli enti pubblici durante la presentazione di Donne Perdute, chiedendo di assecondare gli interventi costanti dei privati nei supporti alla comunità, per sostenere tanto i soggetti compromessi gravemente nelle facoltà psichiche, quanto i loro cari. Donne Perdute di Mirella D’Orsi: memoria d’amore Edito dalla nascente casa editrice Turisa, Donne Perdute di Mirella D’Orsi, utilizzando una metafora tanto cara al giovane sociologo Roberto Flauto, è il palcoscenico di quei personaggi che vedono calare il sipario troppo presto. Lo spettacolo continua intorno a loro, ma intanto sono già smarriti entro se stessi. Figure vicine e allo stesso tempo lontanissime, in una condizione di sospensione di tempo e spazio, che le proietta in una dimensione tanto di esilio quanto di salvezza. Può l’assenza di ricordo salvare chi è rinchiuso nell’oblio? Spezzare il filo che lega al passato comporta l’isolamento da ciò che c’è stato, ma anche protezione dal dolore vissuto. Queste Donne Perdute vagano in un tempo sospeso, privo dell’ancoraggio al passato, quello stesso che intride la memoria spesso di amare consapevolezze. Mirella D’Orsi ritrae con la delicatezza che contraddistingue una penna lieve come una calda carezza profili intimi di donne sospese fra dimenticanza e ricordo. Tjuna Notarbartolo, scrittrice e relatrice dell’evento di presentazione del libro di Mirella D’Orsi, riflette sul valore etimologico dei due membri di questa apparentemente in districabile dicotomia. Di-menticare comporta un allontanamento dalle capacità cognitive che riguardano la memoria e la mente. La ragione smette di esercitare il pieno controllo, ed entra in scena il ri-cordo, che non compromette più le capacità cognitive, quanto quelle più strettamente emotive. Alla memoria spiegabile con i parametri della logica aristotelica, si contrappone la potenza della memoria del cuore, guida poetica di tutto il libro. Donne Perdute è dunque il manifesto di una speranza possibile anche nel buco nero dell’Alzheimer, quell’auspicio che risiede nella memoria d’amore. Le protagoniste dei vari racconti tornano inspiegabilmente sempre dai loro cari, come magneticamente attratte da quei volti e da quei nomi resisi indelebili. La sociologa Mariella D’Orsi insegna come, quando si parla di sentimento, non si possa mai partire per sempre, come si resti imbrigliati nei fili lunghi e talvolta contorti che correndo in lungo e in largo le mani capricciose hanno intrecciato in reticoli senza fine. In queste trame spesse sono stretti i cari amori del passato, i figli attenti e premurosi, le contorsioni del proprio animo che con la demenza si acuiscono, fuoriuscendo in modo spesso violento e incontrollabile. Gli attori di Donne Perdute Mariella D’Orsi opta per un mondo tutto al femminile, […]

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Musica

1989, il gruppo napoletano dall’anima elettronica

Lanciato il 13 ottobre il primo EP del gruppo napoletano 1989, Alberi nudi, una cornice di elettronica per voci italiane «Limpido è lo sguardo sulla mia realtà», recita uno dei cinque brani di Alberi nudi, primo EP nato dallo sperimentalismo del gruppo partenopeo 1989. Le sue anime, Antonio Ardito, Andrea De Prisco e Guido Molea, dopo il sound pop e la lingua inglese caratterizzanti l’iter musicale dei Guido e la legge di Murphy, dal 2015 perseguono la spasmodica ricerca di un linguaggio appagante. Ognuno ha contribuito con le proprie inclinazioni: Antonio è il drummaster; Andrea l’esperto di mastering e mixaggio; Guido lo sperimentatore di synth digitali e analogici. La scelta dell’elettronica con brani in italiano si presenta come un approdo coraggioso in un ambiente poco abituato agli sperimentalismi dall’afflato internazionale. La tradizione si inscrive nella perizia innovatrice, una svolta di cui solo il 1989 poteva farsi portavoce, come lo stesso frontman Antonio Ardito ha affermato. Un’atmosfera pulviscolare, aerea. «Grida con me», ma è un urlo sommesso. Il tono procede come avanzano le onde, si espande come i rami di un albero nudo. L’elettronica dei 1989 è il sottofondo esatto di una voce che celebra la sorte di un’anima smarrita. «Abbiamo tutto / non abbiamo niente / la paura di uscire fuori allo scoperto» si recita in Riflesso (/Anime sole). Lentamente fuori dal guscio, l’io si imbatte nel mondo, «vogliono cambiarmi nelle mie ferite». Allo stesso tempo «scoppia nel mio petto il mio desiderio antico di vita», e di sbattere la testa contro il muro del reale. L’anima desidera sradicarsi dall’aridità dei cerchi di questi Alberi nudi, nella speranza di tuffarsi in Mari, ritrovando un Noi. «Ci dividono silenzi carichi di fulmini e punti irrisolti». L’ambiguità risiede nella tortuosità del viaggio, che non si esime dal ripensamento e dalla necessità di evasione, «tutti i modi possibili per cancellarci». Lo stesso build up esplode in modo sommesso, portando con sé i detriti di un tripudio di coralità strumentale. Il crescendo melodico è accompagnato a una remora ideologica, la partenza. «Lasciami certezze e ritorni / sento che anche fuori sei dentro». Intervista al gruppo 1989 Da Guido e la legge di Murphy ai 1989: quali sono state le difficoltà riscontrate nella ricerca del sound di Alberi nudi? Le difficoltà sono state senz’altro dovute alla nostra ignoranza nell’ambito della musica elettronica “suonata”. Siamo sempre stati affascinati dalle sonorità dei grandi gruppi che si avvalevano dell’elettronica, Depeche mode e Radiohead su tutti, e sapevamo che quella era la musica che volevamo fare ma non eravamo assolutamente in grado di poterla suonare come loro. Come in ogni percorso vi è un inizio, e 1989 ovvero ex G&LDM era alla sua fase embrionale. Le sonorità di G&LDM erano comunque provenienti dal sound anglosassone (melodie trascinate e testi in inglese) e con richiami ad alcuni riferimenti a quelli che secondo noi sono tipici della musica elettronica, quali la ripetitività e il flow incalzante senza per forza l’utilizzo di troppe parole o del tipico schema strofa-ritornello. Difatti le strutture […]

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Food

KBirr Natavota Red: gusto e arte al Museum Shop di Napoli

Presentata nella storica cornice del Museum Shop Napoli la Natavota Red, nuova birra del birrificio KBirr Il luogo simbolo della Napoli del centro storico, il Museum Shop sito in Largo Corpo di Napoli, è una struttura quattrocentesca adibita da uno degli illustri esponenti della corte d’Aragona, umanista del napoletano, socio di Giovanni Pontano ai tempi della fondazione della nota Accademia. Attualmente sotto il livello stradale, quest’antro che echeggia di una Partenope lontana è oggi uno spazio dedicato alle più varie manifestazioni dell’arte, generando giochi sinestetici dalle stimolanti influenze. La Natavota Red è il nuovo capolavoro della casa della birra artigianale napoletana KBirr, sita a Torre del Greco, impegnata, dopo la Natavota Lager, in una Strong Ale rossa che ancora una volta «si lascia bere un’altra volta». Queste le parole di Fabio Ditto, l’ideatore del brand. Per quanto la gradazione si elevi, la Natavota Red gode di una facile bevibilità, con l’aggiunta di un retrogusto agrumato e dolce. La sua semplicità cela invece un tocco raffinato nella sua essenza speziata, con la ricercata scelta del coriandolo. La Natavota Red ha l’ambizioso obiettivo di rappresentare la napoletanità sul territorio nazionale e non. Non ci si stanca mai infatti di sollecitare l’ambiente del napoletano, continuamente sensibilizzato dalle iniziative della Casa KBirr, spesso tenute in luoghi pulsanti di vita ma infelicemente dimenticati, come nei veri vasci. Le iniziative sociali organizzate da Fabio Ditto e la sua “famiglia” continuano a generare un’emotiva e vivace partecipazione sul territorio, iniziando i cittadini non solo al gusto, con prodotti del calibro della Natavota Red, l’ultima rappresentante di una ricca serie di Casa KBirr, ma anche alle svariate forme d’arte figurativa e concettuale. Natavota Red di Casa KBirr e Alessandro Flaminio: una sinestesia di intenti Durante ogni evento, i prodotti KBirr sono associati a un’esposizione temporanea. Il Museum Shop accoglie il 12 dicembre ben due ospiti illustri: insieme alla Natavota Red, l’estro artistico di Alessandro Flaminio, una delle anime de Le Voci di Dentro, atelier d’arte che nasce a San Biagio dei Librai e che si ispira allo stesso valore di napoletanità salvaguardato e diffuso dalle iniziative KBirr. L’installazione di Flaminio ruota intorno all’immagine rappresentativa di San Gennaro, patrono della città e suo immortale salvatore. Spesso protagonista di mitizzazioni, il suo sangue si fa nella mostra al Museum Shop linfa vitale della città, e viene posto in analogia proprio con il siero beverino della Natavota Red. Le opere di Alessandro Flaminio si pongono in un crocevia tra tradizione e innovazione, storia e policroma arte minimalista. Una città in fermento Napoli, che vive proprio dei mille colori delle opere de Le Voci di Dentro e del nettare divino di casa KBirr, immortalati dall’iniziativa del cuore pulsante del Museum Shop.

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Eventi/Mostre/Convegni

Robin Kennedy all’Intragallery: Snack Bar Olympia

Inaugurata il primo dicembre, Snack Bar Olympia di Robin Kennedy è la nuova esposizione temporanea della galleria d’arte contemporanea Intragallery Robin Kennedy, artista americana già nota sul territorio nazionale per mostre come Bride of Pluto e Shadow Boxing, si è lasciata intrigare dall’immortale capacità comunicativa del mito, conosciuto attraverso le sculture che ne recano perenne memoria. Fin dal mondo arcaico, il solenne atavismo dell’universo del forte sentire ha trovato piena incarnazione nelle sfumature chiaroscurali del racconto mitologico, incutendo timore o estrema devozione. Snack Bar Olympia è un tributo al cuore del mito, l’involucro che ha meglio saputo preservarlo e che echeggia ancora della vivacità delle sue storie: Napoli. Culla della civiltà greca, nata nel segno dell’amore esasperato di Partenope, ospita adesso le divinità in scultura di Robin Kennedy. L’artista le immagina in un pantheon irriverente, riunite come al bar e svincolate dalla celebrazione solenne che le ha viste più volte protagoniste. Di queste, Robin Kennedy restituisce solo le teste, in sculture in gesso patinato a calce. La sua è una chiara sfida con se stessa: realizzare la pianezza in un frantume, riportare la vita negli incavi della materia, lavorata con grande cura. In questo modo l’artista rende palpabile la nodosità della rampicante barba di Re Mida, maestose le acconciature delle muse Calliope e Pasithea, comunicativi gli sguardi di Eolo e Kronos. Questa dovizia si accompagna alla necessità della rappresentazione della complessità dell’umano, che solo il mito è da sempre in grado di insegnarci. Le sculture della Kennedy possono essere ruotate dal visitatore grazie a un sistema dinamico di sospensione realizzato con la collaborazione degli ingegneri di Spoleto, con i quali l’artista è in stretto contatto per progetti precedenti. La mostra assume toni più intimi nella seconda sala della galleria. Inscenata è la sequenza teatrale di Baubo, la divinità dell’osceno che si narra fosse priva di testa e comunicasse con la vagina. I suoi toni libidinosi servirono a rallegrare la dea Demetra, distrutta dalla perdita della figlia Persefone, oggetto del desiderio di Plutone, divinità infernale. I due personaggi trovano nella mostra di Robin Kennedy grazie alla figura chiave di Baubo un rinnovato dialogo. La figura di Persefone nell’immaginario dell’artista americana si rende manifesto stesso dell’atto creativo. Plutone si invaghisce di lei fra tutte le donne per quel colore che portava nell’incedere, per il suo tocco con il quale non solo conosceva la realtà, ma la creava. Pia Candinas, curatrice della mostra Snack Bar Olympia, parlando di Persefone ricorda il punto di vista dell’artista: «riflettendo sulle lunghe vicende che seguono la storia di Plutone e Persefone, Kennedy ipotizza che non vi fosse stato un legame carnale che univa la coppia, visto che da questo amore non sono stati generati figli, ma che, piuttosto, vissero in connubio e in serenità, legati solo dalla passione per la bellezza». «Ciò che chiedo al futuro è una macchina per il passato», le parole di Robin Kennedy Il contemporaneo è connotato dalla velocità, l’indifferenza. Il mito, che l’artista crede di aver appena graffiato in superficie, si fa […]

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Food

VitignoItalia 2019: la preview all’Hotel Excelsior

Si è tenuta il 26 novembre la preview di VitignoItalia 2019 all’Hotel Excelsior, suggestiva ed elegante location di via Partenope Un evento unico per le 90 aziende e le 500 etichette dalle sedici delle più prolifere regioni d’Italia che hanno preso parte alla serata del 26 novembre. Al tepore delle luci natalizie, l’Anteprima VitignoItalia 2019 ha riscosso il suo consueto successo, coinvolgendo ristoratori, stampa, operatori del settore e palati di visitatori incuriositi. La sensibilizzazione al gusto ha visto professori ed esperti del settore impegnati, nella mattina del 26 novembre, nel convegno Vino e Ambiente, quale futuro?. Presenti Franco Alfieri (Capo della Segreteria del Presidente della Regione Campania), Raffaele Borriello (Direttore Generale ISMEA), Emilio Renato De Filippi (Vicepresidente Assoenologi), Carlos Santos (Amministratore Delegato Amorim Cork Italia), Michele Buonomo (Presidente Greener Italia), Valerio Calabrese (Direttore Museo Dieta Mediterranea), Luigi Frusciante (Professore di Genetica Agraria presso l’Università Federico II di Napoli) e Raffaele Papa (Presidente Associazione Spazio alla Responsabilità). Da nord a sud, come ogni anno la preview del Salone dei Vini e dei Territori Vitivinicoli Italiani non si esime dall’ingaggiare quale protagonista assoluta la qualità. Quest’anno, una peculiare predominanza delle cantine campane, per spaziare poi in un meridione dai sapori siciliani, e procedere verso Marche, Abruzzo, Umbria, Lazio, Toscana, Piemonte, Veneto, fino alle botti del Trentino. VitignoItalia 2019: la preview della XV edizione Maurizio Teti, direttore di VitignoItalia, parla di «un’avventura che ci ha visti crescere di anno in anno, fino a diventare uno degli eventi a tema vino più significativi dell’intero Paese, sicuramente quello di rilevanza maggiore nel Mezzogiorno». Con VitignoItalia 2019 si è giunti alla quindicesima edizione, evento che si terrà dal 19 al 21 maggio. La rilevanza dell’evento ha sensibilizzato il mondo del business, che ormai partecipa attivamente a ogni sua edizione. Presenti all’Anteprima VitignoItalia 2019 anche le maggiori case di supporto alla ristorazione, come Horeca, nota per i suoi Menù personalizzabili che nascono dalla fitta collaborazione tra l’azienda e l’unità ristorante o albergo. I social giocano un ruolo essenziale nella vita del consumatore, così VitignoItalia 2019 vede tra i principali media partner Enosocial, un’App che permette di ordinare online il vino appena degustato. Anteprima VitignoItalia 2019 è stata anche occasione per degustare le delizie dei dolci della Pasticceria Di Costanzo; prodotti gourmet dell’Azienda Agricola Nonna Rosa di Francesco e Peppe Guida, chef stellato di Vico Equense; le Aziende Agricole Il Moera di Avella e Nonno Andrea di Villorba; gli affetti del Salumificio Cillo di Airola; l’Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia DOP firmato Venturini Baldini; il salmone UpStream di Claudio Cerati, cresciuto in mare aperto, alimentato in modo naturale e lavorato artigianalmente; le praline di cioccolato fondente con gocce di vino di Calaf Dolci Misteri, cioccolatini differenti da abbinare a vini bianchi e rossi; i biscotti artigianali Pintaudi; il cioccolato del maestro partenopeo Mario Gallucci. Un preludio al gusto che ogni anno regala sempre nuove emozioni.

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Libri

Giulia Quaranta Provenzano, la poetessa di “L’Amore è…”

Recensione della raccolta di poesie L’Amore è… della studiosa indipendente Giulia Quaranta Provenzano «L’Amore esiste solo in Poesia». Giulia Quaranta Provenzano irrompe sulla scena con un manifesto che pullula di trite e sfiancanti verità. Tendenza, quella del meticoloso scavo nel reale, che la studiosa, poetessa e fotografa d’arte ligure custodisce gelosamente in un bagaglio conoscitivo che affonda le radici nell’ardita scelta di un iter di studi filosofici. L’approdo alla scrittura poetica è frutto della felice unione fra il costante domandarsi e il ragionamento sul significato. Giulia Quaranta Provenzano rivive questi due noccioli duri della sua vita nelle lezioni della professoressa Rita Mascialino, presidente dell’Accademia Italiana per l’Analisi del Significato del Linguaggio “MeQRiMa”, e fondatrice del Secondo Umanesimo Italiano. Un movimento che getta un’innovativa base all’interpretazione del testo letterario, ricercando una Teoria e un Metodo e mantenendo quale punto di partenza il valore del significato dell’opera d’arte, contro una logica di casta mascherata da libero pensiero. L’Amore è… di Giulia Quaranta Provenzano L’Amore è… è un’indagine sulla fenomenologia erotica che si spoglia di verbosità altisonanti per afferrare a mani nude la vita vera. La realtà è costellata di attese snervanti che rallentano il fluire regolare e pacifico. «Un miracolo/l’imbattermi in te» che scandisce il tempo, con l’impetuoso desiderio di godere del momento. L’io lirico della raccolta di Giulia Quaranta Provenzano si lascia inebriare dalla «frenesia», si aggrappa all’attimo consapevole che, nel lasciare la presa, potrà unicamente cadere in un infimo nulla. «Il passato è forse ingombrante/ma non quanto l’adesso/i suoi silenzi che fanno a pugni/con pezzi di vita mai vissuta». «Allungo la mano e ti ho/seppure non davvero» La dolcezza dell’attimo e l’amarezza di notti insonni. Si persiste nell’errore di un coinvolgimento impetuoso in virtù di quell’amore che si prova per l’Amore. Nemmeno l’amante in questa fenomenologia è una fonte di salvezza, ma è «signore dell’ancora inconoscibile», fonte di turbamento, ma causa prima di quell’eterno che esorcizza il nulla. Un gioco ossimorico costante si dipana nelle pagine di L’Amore è…, tra benedizione e dannazione, notte e giorno, teoresi e prassi. Innamorato dell’Amore, l’io lirico si imbatte nell’incarnazione di quell’ardimento, e ne resta trafitto. L’amore è… studio anatomico. Giulia Quaranta Provenzano delinea i tratti del corpo amato, visto non nella sua dolcezza, ma proprio nella ruga inflitta dal pensiero. «Quando sembrerebbe averti/sfuggi aldilà d’ogni umana/comprensione». Questo Amore è sempre un grido strozzato, un bacio negato, eppure speranza: «non chiudermi in una gabbia/donami sempre risorgivo amore/finché ubriachi capiremo/cosa davvero significa/e sapremo/restare». Per quanto quello descritto dalla Provenzano sia Amore nella sua fragilità, il timore che si spenga quel minimo bagliore nel buio è persistente. «L’Amore esiste solo in Poesia», perché certo finirà prima di essere vissuto davvero, ma la penna lo avrà già imprigionato, rendendolo eterno. «Incarnato l’amore è mezzo/ma qui Ti amo/Ti amo alla follia». L’Amore è… è stato realizzato con il supporto dell’Associazione Culturale Articoli Liberi, un’organizzazione impegnata nella distribuzione gratuita di libri di spessore negli ambienti scolastici di tutto il mondo. La penna di Giulia Quaranta Provenzano esaudirà così ancora […]

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Eventi/Mostre/Convegni

The Time, Gianluca Carbone all’Art Gallery di AM Studio

Inaugura il 16 novembre all’AM Studio Art Gallery di via Massimo Stanzione a Napoli la mostra personale di Gianluca Carbone, The Time, in esposizione fino al 7 dicembre. Gianluca Carbone, giovane artista napoletano, è già noto nell’ambiente espositivo campano. Vincitore della sezione scultura della Prima Edizone della Biennale d’Arte Contemporanea e del Design di Salerno, ha riempito con le sue opere le sale del PAN, del NAF, e vive attivamente svariate realtà concorsuali. L’approdo all’AM Studio è motivato dall’emersione di un fluido comune a tutte le opere realizzate negli ultimi anni che ha trovato solidificazione nell’esposizione The Time. «Veste grafica a un’entità astratta», come afferma Francesca Panico. Il tempo è dunque il fil rouge, o sarebbe meglio parlare di fil vert. Lo sperimentalismo di Gianluca Carbone ha come linfa vitale una resa cromatica vivida, quasi violenta, un colore che nasce da dentro e che fedelmente è ricondotto sul supporto pittorico o scultoreo. «Con il verde ci lavoro da tempo, ma è stata una cosa quasi inconscia. Mi sono reso conto dopo anni di sperimentazione che questo colore mi accomunava alla pittura, e ho cominciato a eliminare la tavolozza e a lavorare solo con il verde». Il soggetto della rappresentazione non motiva di per sé la scelta del colore, per quanto l’elemento vegetale possa suggerirlo. La ragione principale è insita nella personalità di Gianluca Carbone: «il verde mi esalta, ma lascio agli altri dedicare le loro parole a questo colore». La pittura materica rende palpabile il verde in tutte le sue accezioni cromatiche. Si fa claustrofobico, eternizzante, congelante. Esplode dalle teste degli uomini, si fa muffa, malattia e contagio. La tavola è erosa dalla potenza del verde, talvolta gli schizzi infliggono alla materia profonde ferite. La riflessione metacromatica che il verde consente di inscenare infonde all’opera di Gianluca Carbone lo statuto di appartenenza a una corrente concettuale. Anche se presenti e distinguibili, le figure, umane o vegetali che siano, sono avvolte dal colore, talvolta come da un manto coprente, e talaltro come se il colore provenisse dall’interno. I protagonisti della mostra personale The Time di Gianluca Carbone L’astrattezza di colore e tempo dà vita a uno sviluppo narrativo dagli emblematici personaggi: San Matteo, nella rivisitazione dell’opera del Caravaggio che fa Gianluca Carbone; nel Bianconiglio, nato dalla penna di Lewis Carroll, costantemente in preda al ticchettio; in Usain Bolt, una figura antonomastica quando si parla di velocità. Infine, un uomo alla scacchiera, l’immobilità, che a mano a mano viene fagocitato dal verde scorrere del tempo. La vegetazione si fa esemplificativa del dialogo con il tempo, nell’intricato rapporto tra l’industrializzazione e la tecnicizzazione della vita e la fioritura degli alberi. Gianluca Carbone si appella a una atavica consapevolezza, quella che solo la chioma e il tronco di un albero secolare potranno rapprendere, contro il mondo dell’effimero. «Fino alla rappresentazione di una fabbrica dell’impossibile: non inquina, non distrugge e produce natura, ossigeno, vita».

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Libri

Mentiras, racconti di tradimento dal mondo ispanico

Il mese di ottobre ha assistito all’uscita della seconda raccolta di racconti dal mondo ispanico edita dall’Alessandro Polidoro Editore: Mentiras. Dopo il successo di Amapolas, gli studenti del Corso Specialistico in Traduzione Letteraria per l’Editoria, sostenuti dall’Istituto Cervantes di Napoli e dall’Università “L’Orientale”, si sono cimentati in una tematica ancor meno circoscrivibile, un aspetto che Marco Ottaiano, docente universitario e direttore del Corso, ha definito «vasto e inafferrabile»: il tradimento. Mentiras, le menzogne. Dal mondo ispanico novellieri noti o meno tornano a sconvolgere il lettore italiano con la sensibilità del perverso, della deviazione da un codice precostituito, ennesima lotta all’asfissiante prerogativa borghese della norma. Il vero connotato dell’uomo è proprio quell’organo malato, quell’arto che per quanto tranciato resta fantasma. La descrizione esplicita della dimensione corporea non ha una finalità prettamente estetica, ma è espressione dell’inevitabile consapevolezza di un fuoco che si scatena nella membra. Da qui, l’accostamento del tradimento alla malattia, inesorabilmente senza cura. «Si accorse che l’infedeltà non era altro che la morte, e vide infine aprirsi la porta del forno in cui il suo corpo sarebbe stato cremato». Mentiras: mondo ispanico e fenomenologia del desiderio Mentiras tratta dell’atto di coraggio di uscire da una tradizione di prigionia rappresentata dalle precedenti generazioni, portatrici di una morale castrante, probabile stigma di una ineluttabile caducità. «Non mi butterò nel pozzo con loro, dietro i loro tulle da bambola, i loro fiocchi e le cravatte color salmone. Ma lo feci, mi buttai, mi sposai». Mentire diventa un atto di liberazione, un momento di assoluta verità, di onestà verso se stessi. L’alienazione è fomentata da un capitalismo omologante, che detta e instilla nelle menti ragioni che censurano il sentire, per quanto puro o profano possa essere. «Tutti i miei clienti sono brutte persone. Per via della televisione le coppie hanno smesso di vivere con naturalezza le proprie relazioni. Si spiano. Camminano in cerchio». I personaggi di Mentiras si abbandonano a quel seppure inopportuno «impeto di eccitazione». Lou Reed cantava «I’ve been set free and I’ve been bound», perché la liberazione comporta una nuova sottomissione, «imprigionato dal suo sguardo»: «quel che prima era magia si trasformò in sortilegio: con il solo attrito del suo corpo lo sottomise a un incantesimo di cui restò prigioniero per cinque lunghi anni». Si diventa ghiotti del proibito, proprio in virtù di quel senso del divieto, e anche quando si è sazi fino alla nausea non si vuole «scappare da questa bulimia emozionale». Mentiras è dunque un’indagine sulla fenomenologia del desiderio di deviazione, contro i connotati limitanti dell’uomo di quella che Massimo Recalcati definisce «clinica dei nuovi sintomi»: la costante insoddisfazione e l’impossibilità di vivere il desiderio stesso. La prospettiva non è solo quella dei traditori, si concede libero sfogo anche alle riflessioni dei traditi. «Uno non è solo nel mondo, anche gli altri contano, anche gli altri hanno il diritto di partecipare», e il tradimento in alcuni racconti di Mentiras si traduce proprio in esclusione e isolamento. L’illuminazione del momento di passione, vissuta come abbandono o scelta (non […]

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