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Eroica Fenice

Eventi/Mostre/Convegni

Villa Fernandes di Portici: incontro con Alessio Forgione

Incontro a Villa Fernandes di Portici con Alessio Forgione, autore di Napoli mon amour e Giovanissimi, giovedì 5 marzo. Marocco ha quattordici anni e vive con il padre a Soccavo, un quartiere di Napoli. La madre li ha abbandonati qualche anno prima, senza dare più notizie di sé, e lui vive quell’assenza come una ferita aperta, un dolore sordo che non dà pace. Frequenta il liceo con pessimi risultati e le sue giornate ruotano attorno agli allenamenti e alle trasferte: insieme a Gioiello, Fusco e Petrone è infatti una giovane promessa del calcio, ma nemmeno le vittorie sul campo riescono a placare la rabbia e il senso di vuoto che prova. Finché non accadono due cose: l’arrivo di Serena, che gli porta un amore acerbo e magnifico, e la proposta di Lunno, il suo amico più caro, che mette in discussione tutte le sue certezze. Dopo l’esordio di Napoli mon amour, Alessio Forgione torna con Giovanissimi, un romanzo di prime volte, che racconta un mondo di ragazzini che crescono tra desideri di grandezza e delusioni repentine, piccoli crimini e grandi violenze, in attesa di scorgere il varco che condurrà all’età adulta. La presentazione si terrà a Villa Fernandes (Via Armando Diaz, 144, Portici) alle 18.00 nell’ambito della rassegna “Napolidea”, un ciclo di presentazioni dedicate ad autori napoletani, grazie al partenariato della libreria Mondadori Point di Portici, l’associazione B-Lab, il Comune di Portici e il Premio Napoli. Ci sarà una breve introduzione della giornalista Ileana Bonadies. Dialogherà con l’autore la giornalista Marina Finaldi. Il progetto “Villa Fernandes”, sostenuto da Fondazione CON IL SUD in collaborazione con la Fondazione Peppino Vismara, ha l’obiettivo di creare – all’interno di un bene confiscato alla camorra – un Polo di sviluppo locale, apprendimento e innovazione, incrementando la partecipazione dei cittadini alla vita socio-culturale della città e favorendo nuove realtà imprenditoriali, percorsi formativi e posti di lavoro. Frutto del lavoro sinergico di 22 partner unitisi in rete, espressione di realtà associative fortemente radicate al territorio, il progetto mira, in particolare, alla creazione di un hub creativo in cui far dialogare Arte e Scienza, formazione e attività laboratoriali, servizi di assistenza alla persona e di orientamento per le nuove generazioni. Temi di interesse principali, dunque, saranno: l’uso sostenibile delle risorse ambientali, l’attenzione alle fasce più deboli non solo come destinatarie di interventi assistenzialistici ma come risorse da far emergere e valorizzare, il sostenere nuovi scenari integrati di sviluppo locale e sostenibile, il promuovere l’utilizzo di spazi comuni da favorire con la partecipazione e l’impegno dei cittadini, il reimpiego dei ricavi in nuove iniziative a vantaggio di tutti, la diffusione di varie forme d’arte liberandole dai luoghi chiusi e accompagnandole lì dove la società civile si incontra, dialoga e riscopre il senso e il valore del proprio essere comunità. Immagine: Cesare Abbate

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Food

Cantina La Barbera: la nuova proposta del locale vomerese

Cantina La Barbera: la rivoluzione del gusto con gli chef Igor Margotti e Fabiana Ferrucci. L’edificio Ottocentesco in Via Morghen, tra le zone più suggestive del quartiere Vomero, ospita negli ambienti spaziosi delle due sale superiori, della taverna e del giardino pensile, la Cantina La Barbera, luogo del gusto dal 1999. Fondata da Alberto Turco, scomparso prematuramente nel 2018, il locale vive ancora lo spirito del suo ideatore, grazie alla curatela dei suoi due amici, Antonio Pizzo e Alfonso Maria Avitabile, cultori della tavola e perdutamente innamorati del progetto della Cantina. Gli chef Igor Margotti e Fabiana Ferrucci contribuiscono oggi a saldare un’intesa culinaria che non teme di unire alle novità delle sue proposte i grandi classici della carta della Cantina La Barbera. Un trionfo di sapori è quindi la variegata selezione di formaggi proposta dal maestro Elio Testa. Con emozione racconta di un amore nato da quando, ancora piccolo, lo chiamavano Calimero, mentre rivolgeva gli occhi stregati dal basso verso il bancone di quelle leccornie che “colleziona” tutt’oggi, giocando con gli accoppiamenti e proponendo esperienze degustative raffinate. Tra queste, il Quadrello di capra alla salvia, dal sentore delicato; lo Stregato alla menta, frutto di lungo lavoro, uno dei formaggi portanti della tradizione casearia italiana, affogato nella strega beneventana e foderato di menta fresca; il Portocereja, dolce, erborinato di mucca consistente ma infiltrato dal vino liquoroso del Porto e coperto di ciliegia rossa di Vignola; il formaggio Fiori di Arancio, infiltrazione siciliana al Passito di Pantelleria, giocato con arancio trattato con l’erborinato di mucca come il Portocereja, la resa finale è qui di una consistenza meno marcata, piuttosto una crema morbidissima; il Blufalimo, primo dedicato alla Campania, lavorato meticolosamente su certezze di gusto. Punto di forza della Cantina La Barbera è la carne alla brace nella sue varianti più pregiate e, grazie all’impatto creativo dello chef Igor Margotti, anche nei tagli meno nobili, alla base di piatti delicati come la Tartare di diaframma di manzo con crackers di capperi, polvere di pomodoro e maionese di limone, e il Quinto quarto, cialdina di pane all’origano, cremoso al pecorino. Accoppiamenti interessanti quelli previsti per le variazioni di meat balls, una tavolozza di colori nel menu della Cantina La Barbera: si sono ottenuti così il Ragù inverso (fondente di pomodoro nel ripieno), il Burger di maialino nero in salsa di provola, il Black Angus, cremoso di zucca e chips di provolone piccante, e l’Absolute di vitellone bianco. Tra i classici intramontabili e irrinunciabili anche nella rivoluzione della nuova carta, i primi piatti di Riso acquerello, cremoso di blu di bufala e tartare di black angus e gli Ziti alla genovese. Lo chef Fabiana Ferrucci presenta la nota dolce della proposta della Cantina La Barbera, con la sua Sfera di cioccolato callebaut ripiena di rocher al cocco. Lo spazio della cantina, reso accessibile nei suoi ampi locali dal 2012, gode dell’intimità che l’esperienza enogastronomica è in grado di ispirare. La Cantina La Barbera si nutre della competenza del sommelier e degustatore Ais: Steggen Wagner. […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Vincenzo De Simone e Le anime di Partenope al PAN

Le anime di Partenope, mostra a cura di Vincenzo De Simone, al PAN dal 26 febbraio al 9 marzo. In un coro polifonico, ognuno ha il suo idioletto. Nove sono le voci incantatrici della collettiva in esposizione presso il Palazzo delle Arti di Napoli. La mostra Le anime di Partenope è un percorso plurilingue in cui si intonano melodie ogni volta nuove, perché sempre mutevole è lo sguardo sulla città. Rievocare Partenope vuol dire recuperare una dimensione di atavismo mitico che non dimentica di essere stato a lungo un tassello fondamentale della Storia, con misteri e suggestioni di quegli antichi che comunicano costantemente con i moderni. Il profilo della sirena madre della città è così riprodotto dai tratti innovativi delle grafiche di Riccardo Scognamiglio, il quale nel suo Canto accorato ricorda l’estremo sacrificio per la fondazione di Napoli, tratto fondamentale di questa intramontabile figura di donna. E ancora, Partenope rivive nelle fotografie di Valentina De Felice, nel territorio del parco Nazionale del Vesuvio, devastato dagli incendi del 2017. «L’alchimia della terra ha trasformato il carbone in argento», recita la didascalia del polittico della De Felice, dove figurano in parallelo la terra martoriata dall’azione dell’uomo e il busto di una Partenope che «oggi porta una serpe in petto». In questa ricostruzione dell’identità della città, si ritorna alla materialità tangibile della pittura con le opere di Giuliana Divino. Partenope è da lei riconosciuta nella sua essenza marina, e trasposta quindi nell’ideale attualizzazione di protettrice dei viaggiatori per mare, coloro che, abbandonati spesso a un destino di morte, vengono da lei traghettati verso luoghi sicuri, perché protetti dall’abbraccio della madre dell’accoglienza. Il curatore della mostra, Vincenzo De Simone, figura tra i nomi degli artisti de Le anime di Partenope, nella sua indagine sul cosiddetto genius loci, «che gli antichi riconobbero come quell’”opposto” con cui l’uomo deve scendere a patti per acquisire la possibilità di abitare». Per il tramite della fotografia, De Simone indaga i luoghi del quotidiano, sondandone la superficie sensibile, recuperandone lo spiritello. Di luoghi e sovrapposizioni di linguaggi si fa portavoce anche Gioia Sassano, con un gioco di acrilico su riproduzione fotografica. La sua Napoli è quella della metropolitana, degli angoli di strada individuabili nella loro quotidiana ricorsività, nel miracolo del quotidiano. Ancora un linguaggio nuovo quello adottato da Cristina Sodano, con il suo dipinto su tessuto La Dea della Luna. Una Partenope questa che vive la «capacità di creazione vulcanica» nel suo essere anello di congiunzione tra il mondo terrestre e quello celeste. Maurizio di Nassau è il fotografo premonitore, come dimostra con la sua serie irriverente Vacanze 2021, presentata all’inaugurazione del 26 febbraio con un esperimento di performing art di estrema attualità. Le acque di Partenope vivono la psicosi degli uomini di terra, in una contemporaneità virale, che nell’opera di Nassau gioca con se stessa, recuperando quel sano infantilismo ormai avvelenato da una claustrofobica ossessione. Francesca Cerfeda trasmette la sua Napoli con il linguaggio della scultura, nell’opera Amplesso, installazione che partecipa dell’innato presentimento mortifero del momento dell’estremo tripudio del […]

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Aladino Di Martino: un ricordo dal Conservatorio di Napoli

Signore dell’arte Artista della vita. Una manifestazione in ricordo di Aladino di Martino il 21 febbraio al Conservatorio “San Pietro a Majella” di Napoli. «Trent’anni che non ci sei». Inizia così la sua narrazione Patrizia Di Martino, figlia del compositore molisano. Eppure, continua, questa assenza è solo della sua fisicità, perché «tu resti nel cuore di tutti». Aladino Di Martino è nelle parole di sua figlia, nello sguardo emozionato di sua moglie, nel ricordo dei tanti alunni dei conservatori di Foggia e di Napoli, di quelli che lo hanno ascoltato a lezione di composizione, e di coloro che, troppo giovani, lo hanno conosciuto attraverso la sua musica, innamorandosi dell’idea intramontabile di arte che tutti oggi associano al suo nome. Aladino Di Martino è stato Signore dell’arte, nobilitato dal suo esserle totalmente devoto, fino a padroneggiarla e a diventare, utilizzando le parole a lui dedicate da Domenico Sapio, «un maestro dalla serena grazia delle persone grandi». Il suo approcciare libero e semplice alla materia e alla didattica è il segno riconoscibile dell’umiltà di questo magnanimo, ricordato ieri, 21 febbraio, attraverso la sua musica. Aladino è poi Artista della vita. Patrizia Di Martino è stata voce narrante degli episodi del percorso del padre. La vita del compositore potrebbe essere scandita in due momenti: dalla Puglia, come direttore dell’“Umberto Giordano”, liceo musicale nel 1932 e poi, grazie a lui, Conservatorio, a Napoli, come maestro e successivamente direttore del Conservatorio “San Pietro a Majella”; dalla prima famiglia, stroncata dalla tragica scomparsa della moglie, alla seconda, da cui nascerà Patrizia Di Martino, cresciuta nella cura consapevole di quell’inestimabile eredità che è stata l’educazione paterna, docente dal 2009 proprio presso il Conservatorio “Umberto Giordano”, nonché attrice dal 1993 di teatro, cinema e fiction, attualmente impegnata ne L’amica geniale. Uno dei più prestigiosi allievi di Aladino Di Martino, Riccardo Muti, dice di lui: «un compositore eccellente, grande insegnante, un uomo di bontà infinita». Aladino Di Martino e la scuola meridionale Adesso il nome di Aladino Di Martino spicca sulla porta di una delle aule del Conservatorio di Napoli, insieme ai grandi della generazione napoletana che ha vivificato la musica in un tempo di pieno rinnovamento. Un periodo vivace nella cultura della città, afferma Paola De Simone, autrice del libro Il signore della musica. Vita ed arte del maestro Aladino Di Martino, un tesoro documentario dell’esperienza artistica del compositore. Ricordare oggi quel tempo senza percepirlo come remoto e distante è chiaro manifesto della consapevolezza di un segno lasciato dalle guide fondamentali, modelli di musica e vita, di cui si ha ancora bisogno per innovare. Aladino Di Martino era attento alle novità del suo tempo, in una spinta verso il modernismo, senza trascurare un lavoro di artigianato costante nei confronti delle opere della tradizione. La scuola di questi pionieri ha rappresentato un serbatoio di storia, che riconosce le sue origini ma vive la rivoluzione, ricercando un linguaggio compositivo nuovo. Nell’opera del nostro, questo si traduce in un suono delicato mai stucchevole, in una linea melodica piena ed elegante. Un […]

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Alfredo Maiorino in mostra: Giallo camera

La personale di Alfredo Maiorino, Giallo camera, in mostra dal 14 febbraio al 30 marzo presso lo Studio Trisorio di Napoli. Nella sospensione del biancore espositivo della galleria sulla Riviera di Chiaia, Alfredo Maiorino rafferma dietro superfici opache le figure geometriche della mobilità. La tridimensionalità freme nel suo galleggiare lontano nel tempo, resa imprendibile e seducente da tratti di accennato nitore. La provocante evidenza della tensione alla superficie che alcune geometrie anelano in un contatto sempre più ravvicinato con lo spettatore è un viaggio spazio-temporale possibile solo nell’attimo, tra l’oblio eterno del buio e l’ardita messa a fuoco del puntuale. Artista affermatosi nell’ambiente internazionale tra personali e collettive, dalla Biennale di Venezia alle esposizioni di Seoul, Alfredo Maiorino concentra in Giallo camera un’esperienza artistica che vive del nesso tra le rappresentazioni pittorica e architettonica, nella plasticità che uno studio delle forme primarie tanto nell’una quanto nell’altra può rendere evidente e percettibile. Lo spazio è pensato, afferrato in un’esperienza sensoriale poliedrica, agitandosi costantemente nella bidimensionalità della materia. Nel 2015 lo Studio Trisorio aveva accolto il primo stadio della ricerca di Maiorino con la mostra Ri-Velare. Giallo camera è manifesto di un’evoluzione che affonda le sue radici nella prima esposizione presso la galleria d’arte napoletana. Alfredo Maiorino e Giallo camera: qui e altrove Figure geometriche dell’esattezza si piegano in uno spazio di non necessaria flessione, perse in una tridimensionalità atavica che discute vivacemente con i capisaldi del positivismo. La straordinaria tensione immersiva scaturita dall’opera è allo stesso tempo consapevolezza della distanza tra l’ici e l’ailleurs. La scelta cromatica trasmette una luminosità effimera e caduca, autentica solo in un attimo soffiato via dal suo progressivo opacizzarsi. I blocchi materici protetti nelle loro teche sono resi inscalfibili dalla rassicurante lontananza, forme perfette di un evento artistico inquieto. Marcello Francolini, nella sua lettura critica di Giallo camera, scrive che la ricerca artistica di Alfredo Maiorino «mira a colmare quel famoso “Horror Pleni” diagnosticato come ultima malattia da quel medico dell’estetica che era Gillo Dorfles, che ammoniva la necessità di pausare, eletto a strumento di ribellione dell’uomo del Duemila». La lontananza protettiva suggerisce nella sua tensione alla perfettibilità il bisogno di sostare, inibendo la ricerca dell’esperienza per il tramite dell’oggetto artistico, di per sé considerabile l’esperito ante litteram. Riecheggiano in questi intenti le parole di Mark Rothko, tra i massimi esponenti dell’espressionismo astratto. Le teche di Maiorino vivono in rapporto con il pittore statunitense una comunione cromatica quasi perfetta. Comparando l’esposizione delle tele di Rothko, conservate nell’ambiente permanente della Tate Modern di Londra, con le scelte adottate nel percorso narrativo dello Studio Trisorio, si rende evidente il buio delle sale del primo in contrasto con la luminosità della galleria napoletana. Se infatti le forme dell’artista statunitense pretendono un impatto visivo dal nitore lancinante della violenta contingenza, con i loro contorni in dissolvenza tra sfumature coloristiche in aperto contrasto, Alfredo Maiorino necessita della piena luce per proiettare le sue nell’eternità. Ed è lì che siamo ora anche noi. Immagine: Studio Trisorio

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Villa Pignatelli saluta la mostra fotografica OpenHeArt

Con la giornata del 2 febbraio termina l’esposizione OpenHeArt, dal 7 dicembre ospite della Casa della Fotografia di Villa Pignatelli. La fotografia è uno strumento autoptico. Se da un lato infatti il filtro della lente crea il profondo scarto semiotico tra l’oggetto e la sua riproduzione, mutano insieme all’occhio dell’osservatore la scelta dell’osservato e il modo dell’osservante. L’evento in sé è di invidiabile unicità, un dono da custodire. Questa la parola che Antonio Biasiucci, artista della memoria vesuviana, associa alla fotografia. Memore degli insegnamenti del maestro e amico, l’attore e regista di teatro Antonio Neiwiller, Biasiucci è sensibile allo strenuo scavo del viaggio nell’io, e al potere dell’arte quale sonda. Ed è per questo che afferma: «capii che la fotografia era un mezzo senza limiti e al tempo stesso una pratica esistenziale capace di stare perfettamente in sintonia con il mio mondo interiore». Biasiucci antepone alla concezione della fotografia-documento umano quella di fotografia-journal intime, valorizzando il brulicare della vita impressa su lastra, «rivelazione di qualcosa che è già dentro di te e che in quel momento riconosci come tuo». OpenHeArt a Villa Pignatelli La mostra fotografica OpenHeArt (Villa Pignatelli, 7 dicembre – 6 gennaio, prorogata al 2 febbraio) nasce da queste consapevolezze. Il laboratorio sorge dal contatto di quelli che Biasiucci definisce «ventisette sguardi autonomi». Giovani artisti ed emergenti nel settore museale si sono uniti per un progetto corale che si è nutrito dell’eterogenea dimostrazione di una spontanea veridicità. Una delle gravosità della pratica espositiva, rivela Federica Palmer, tra i membri dei quattro laboratori convogliati nel progetto, è stata infatti quella di equilibrare la potenza emotiva profusa dagli artisti nelle proprie opere, accompagnando il visitatore talvolta con delicatezza, altre con una spinta energica, nelle menti dei fotografi. Il dialogo si è instaurato tra talenti nascenti e affermati, nella consapevolezza da parte di Antonio Biasiucci della necessità di un laboratorio per i giovani. Sarebbero loro i più inconstanti in materia di continuità nel medesimo soggetto considerato. L’esposizione collettiva costringe alla selezione di un numero ridotto di opere tratte da progetti più ampi, il che se da un lato risulta gratificante per i responsabili dell’esposizione nel momento dell’effettiva riuscita del percorso, dall’altro costringe tanto queste figure quanto quelle dei fotografi a un lavoro di concentrazione di energia nello spazio vitale di poche cornici. OpenHeArt è il risultato di un’organicità schizofrenica, che vede come unico filo conduttore la tematizzazione della personalissima percezione di cosa voglia dire intimità: dallo studio ravvicinato e meticoloso del microcosmo anatomico (in comparazione spesso con la grande potenza del macrocosmo natura), agli spaccati quotidiani di vita familiare. La ricerca dell’intimo non comporta il destino ermetico di un respiro strozzato. Ognuno ha ricercato la propria dimensione, per elevarla su un piano universale, sul quale ogni visitatore ha potuto seguire i passi dell’artista per accorgersi poi di calpestare impronte perfettamente corrispondenti alle proprie. La manipolazione della materia trattata arriva spesso a un’astrazione dalla stessa. C’è stato dunque chi si è avvicinato così tanto all’osservato da renderlo irriconoscibile (come Fulvio Ambrosio e […]

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Musica

Parco Lambro: intervista al gruppo musicale

La consistenza sonora dei Parco Lambro, dal 2014 a oggi Risonanze jazz per i Parco Lambro, gruppo musicale nato nel 2014 da menti già attive nel panorama musicale italiano. Come affermano i suoi membri, nella scelta del nome risuona il senso di appartenenza alla vivacità di un mondo in fermento, sotto l’aspetto musicale e non. L’esperienza caotica degli anni ’70 presso il Parco Lambro, favorita dal fervore della redazione del Re Nudo, è il ricordo indelebile del delirio scoppiato nel parco milanese, la cui eco non poteva restare inascoltata nel territorio nazionale. Re Nudo, fondata da Andrea Valcarenghi, è il cuore di quegli anni, animata da intellettuali ed artisti della controcultura. Scegliere di creare nel nome del Parco Lambro ancora oggi vuol dire rivivere la cultura underground, contro la pedanteria di un moralismo ipocrita. Un Festival musicale, quello del 1974, che ha visto sul palco artisti come Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Lucio Dalla, Giorgio Gaber. E ancora, l’esplosione dello scandalo del Festival del 1976, le urla dei giovani. Sulla copertina dell’Espresso per l’occasione si legge: «Com’è difficile essere giovani». Se la musica possa davvero incarnare tutto questo, i Parco Lambro lo dimostrano dal 2014, chiedendo all’ascoltatore di ritrovare (per mai dimenticare) le proprie radici nella forza pulsionale della controtendenza. Radicarsi, però, per fiorire, in una posa elativa che proietta il gruppo italiano in una dimensione internazionale. Nel 2017 esce il loro lavoro di debutto per l’etichetta Music Force, Parco Lambro. Su una superficie solida elettronica per vibrazioni sonore di euforia e smodatezza, trionfa l’eccitazione del movimento allucinato, un concertato sfrenato di energia e fermezza. Tra jazz e rock, psichedelica e progressive, punk e metal, cercare di individuare un unico genere musicale, etichettare cosa si ascolta quando ci si approccia ai Parco Lambro non permetterebbe di restituire la complessità reale delle loro vibrazioni. Sette pezzi poliedrici, densi, di una notevole consistenza sonora. La band, nata in uno scantinato di Bologna dall’idea di cinque menti udinesi, comprende Giuseppe Calagno (chitarra elettrica, basso elettrico, microbrute); Mirko Cisilino (farfisa, nordlead, synth, moog, tromba, trombone); Clarissa Durizzotto (sax contralto, clarinetto, effetti, voce); Andrea Faidutti (chitarra elettrica, basso elettrico); Alessandro Mansutti (batteria). Una formazione che passo tutt’altro che inosservata e che conferma la poliedricità e versatilità dei Parco Lambro. Lo spirito jazz dell’improvvisazione, alla base delle prime esperienze del gruppo, sopravvive, innervandosi degli impulsi accolti negli anni. Le prove nello scantinato approdano così alle registrazioni nel 2016, rendendo possibile nell’attimo della contingenza sonora di un album un’energia maturata nel tempo. Intervista ai Parco Lambro Quando e come è nato il vostro ardore per le vicende del Parco Lambro? Dare questo nome al gruppo è stata un’idea di Clarissa, la sassofonista. Ovviamente la musica e l’avanguardia rock italiana che fu protagonista di quell’evento è nel nostro DNA, in particolare gli Area, ma ci piaceva molto anche rievocare nella nostra musica il caos e l’anarchia che hanno caratterizzato i festival del Parco Lambro, quindi immaginare il rumore che fanno organizzazione e ideali quando scontrandosi con la realtà […]

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Libri

Mario Sapia e L’ebbrezza: il vino della vita | Recensione

Pubblicato da Ferrari editore, L’ebbrezza di Mario Sapia: la grande storia di un piccolo uomo. Paolo è inseguito dalla morte. Una morte raccontata, direttamente connessa al suo essere al mondo. La consapevolezza della durezza della fine è la spinta a rafforzare le sue braccia, a lavorare con la terra. La logica dell’utile guida le richieste di una vita parsimoniosa, dedita al guadagno, alla testa sulle spalle, al limite da non valicare. Paolo vuole godere delle dolcezze della vita. Una vita sognata, letta da ignorante tra le citazioni dei grandi della storia del pensiero, travisata dalla mente giovanile. La consapevolezza della durezza della fine è la spinta a viaggiare, a star fermi forse con il fisico, ma mai con il cuore. È la bellezza il bene supremo, il nutrimento primo, la ragione di una vita votata alla sua ricerca, al superamento della barriera. Lo spigolo duro della realtà e la strada del sogno sono i due movimenti chiave del nuovo romanzo di Mario Sapia, L’ebbrezza. Tra vita fisica e vita della mente la linea è sottile. A cosa è più connesso l’impulso di morte? Forse, a quel comportamento da contadino laborioso, dedito nel suo piccolo a fare di quel breve tempo che resta sulla terra un’oasi tranquilla. Forse, alla ricerca del vino, dell’eccesso, della carnalità di un amore momentaneo nel suo essere travolgente in quanto fugace. L’ebbrezza di Mario Sapia: la grande storia di Paolo Immerso nella cornice storica del primo dopoguerra, Mario Sapia racconta la storia di un logoramento interiore nato dal piccolo di una mente contadina. Dall’infanzia alla conoscenza della donna, dai tempi del servizio militare alla maturità più disinibita, nella liberazione progressiva di uno scalpitante io interiore. Paolo naviga sul fiume di Bacco, alla volta della scoperta di cosa sia la bellezza, la vera ragione di una vita di stenti. «La felicità è fatta di momenti irregolari, intervallati da inquietudini che attraversano la mia, la tua, la vita di ogni uomo». Le inquietudini di Paolo ruotano intorno all’incompatibilità tra l’ebbrezza, di per sé già dallo statuto ampio e ambiguo, e la sobrietà della realtà, troppo difficile da sostenere. L’ebbrezza è quella della «bellezza della intelligenza», dell’emotività dilagante. Ma l’ebbrezza è anche concreta devozione alle delizie del vino, al piacere procurato da una sigaretta furtiva e dal rapido sfiorare un seno morbido. Mario Sapia in L’ebbrezza segue le vicende sentimentali del protagonista, una voce di giovane che dà voce ai giovani, persi tra le aspettative dei padri e la tensione centrifuga verso il mondo vero. Paolo è affetto da bovarismo, acquisito indirettamente dalle voce dei compagni istruiti, così come dalla diretta esperienza della mollezza dell’animo, una volta che è immerso nel filtro d’amore. Gli è stato insegnato che «la vita è come un labirinto dove è facile smarrirsi», ma è su questa consapevolezza che si edifica la pulsione di morte. Contro la logica delle certezze, perdersi fra gli incastri, fra le pieghe dell’esistere, vuol dire morire o vivere davvero? L’ebbrezza è un lasciarsi ubriacare da sentimenti impossibili. È la […]

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Libri

Giuseppe Raudino in Stelle di un cielo diviso | Recensione

Stelle di un cielo diviso è il nuovo libro di Giuseppe Raudino per l’Alessandro Polidoro Editore. La collana dei piccoli gioielli Perkins è una finestra sul mondo: dalle grandi Londra e Parigi alla realtà circoscritta ma complessa di Cipro. Intreccio di Storia e intimità è Stelle di un cielo diviso di Giuseppe Raudino, docente di comunicazione, antropologia culturale e ricerca sociale dell’Università di Scienze Applicate di Groningen. Stelle di un cielo diviso di Giuseppe Raudino: cambiare per vivere Indossati i panni di un io donna, Cathy, letta nelle sue gambe irrobustite dal perpetuo moto, ma anche nella sua testa leggera, «una donna in viaggio da sola, una donna che è fragile per definizione», Giuseppe Raudino dà voce a chi fa la Storia. Tra «scarpe smaltate e bicchieri scintillanti», Cathy viene a conoscenza dell’evoluzione ideologica della sua terra natia, Cipro, parla con i politici in politichese, comprendendo, spesso amaramente, quanto la divisione culturale sia accettata perché deterministicamente immutabile. L’insistenza su sguardo e memoria è indizio del modo che la protagonista ha di muoversi nel mondo. «Io adesso vedo solo blu, un blu intenso e abbacinante che va dal turchese vicino la riva al lapislazzuli più lontano». Il potere evocativo del colore impresso sulla retina genera un immediato legame con il ricordo di un tempo, un passato di amore e di rinuncia. Quindi sguardo e memoria così come memoria di uno sguardo. «Capii anche che nel suo guardarmi come un oggetto c’era un senso di ammirazione estetica mista a stupore». Le figure sensuali del suo passato si aggirano nei luoghi ritrovati nel presente, e ogni luogo ha la sua anima. «Ho imparato che la vita, quaggiù, segue il ritmo delle passioni che attraversano il cuore della gente». Cipro pulsa, Londra corre. Nella ricerca costante dell’ardimento, Cathy evade dalla sua piccola realtà d’origine conoscendo il grande mondo. Con la sua voce Giuseppe Raudino analizza il bivio che costantemente si presenta in una vita in transito, tra Londra, Cipro, Parigi. Il presente e il passato. «In fondo allontanarsi mi era sembrata una scelta naturale, come se avesse dovuto accadere insieme a tutte le altre cose che costituiscono l’ordine dell’universo». La partenza comporta la rinuncia della propria terra e del primo travolgente amore per Yasim, inevitabilmente vivo nel ricordo, evocato da oggetti feticcio e da un tremore indelebile. Partire, separarsi. «A volte la vita te la puoi cambiare radicalmente anche in meno di dieci minuti, anche in un istante, addirittura, ma bisogna stare al gioco». Stelle di un cielo diviso di Giuseppe Raudino è un libro sul potere vivificante del cambiamento, sulla pagina calda della vita raccolta e su quella scottante della Storia, sul senso della ricerca di cos’altro possa esserci al di là di una frontiera, al di là di un’abitudine.

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Libri

Una furtiva lacrima di Manlio Santanelli | Recensione

Una furtiva lacrima è l’ultimo romanzo di Manlio Santanelli, pubblicato dalla casa editrice GMPress Manlio Santanelli realizza con Una furtiva lacrima «un’opera prima all’età di 75 anni». Così esordisce il critico Matteo Palumbo nel presentare l’arguto drammaturgo contemporaneo. Precedente a questo infatti, solo un altro esperimento di romanzo breve, La venere dei terremoti. Che siano però canovacci teatrali o testi dal parlato disteso, Manlio Santanelli non si smentisce mai, esacerbando una verve a tinte accese. La scrittura, a detta dello stesso autore, è l’emorragia del pensiero. Il sangue sgorga dalle vene e lo scrittore lo tampona sulla carta. Il pensiero è però anche sfuggente, viaggia nell’aria e non lo si afferra. Lo scrittore quindi deve anche assecondare questa seconda natura inafferrabile, lasciando andare libera la parola e la successione torrenziale di frasi. Sineddoche della mente dell’autore è quindi per Manlio Santanelli la città di Napoli, luogo del caos calmo, l’urbs alluvionale. L’affastellarsi in asindeto sulla pagina è una corsa frenetica per l’intrigo dei vicoli, con il timore che il cielo possa crollare sulla testa. Una furtiva lacrima di Manlio Santanelli I modi di interpretare la scrittura e di leggere la città trovano ampio respiro tra le pagine di Una furtiva lacrima. Armato di ironia, Manlio Santanelli racconta del costante dialogo generazionale, del rapporto di maestri solerti e di allievi non sempre disciplinati. Per un atto di vampirismo succhiano via dai maestri una conoscenza che non sono pronti a restituire. Allievo per eccellenza è Giorgio, amante del cinema e allergico a espressioni come lavoro sicuro e paga fissa. Un sognatore meridionale che scappa dalla logica dell’utile, trovando a Roma una guida preziosa per la sua carriera. Tarquinio, il suo «amico-maestro», scopre di dover curare una grave malattia in Provenza, ma proprio nel momento del bisogno è abbandonato da tutti perché «la vita ha la memoria corta e spesso ti picchia proprio dove ha già picchiato». Sarà proprio Giorgio, in onore dei tempi romani, ad andare in Francia in suo soccorso. Da questo incrocio di vite, fili tesi tra gli opposti di umorismo e malattia, Una furtiva lacrima si presenta come un viaggio nella mente e nelle sue contorsioni, tra slanci facoltativi dal punto di vista di un narratore inattendibile e umori insostenibili. L’incomunicabilità è costantemente tematizzata: da un lato, un discorso diretto reso indistinto dal piano della voce narrante, flusso continuo e concertato nevrotico; dall’altro, un italiano che entra in contatto con il mondo estero, intrecciando la sua alla lingua dell’altrove, un altrove spesso meno avvelenato dai picchi di debilitante inefficienza del suo paese d’origine. Se anche la risata esorcizza e cura, la lacrima diventa spesso liberazione, insieme godimento e patimento con lo sguardo rivolto all’indietro. Giorgio e Tarquinio rivivono insieme i giorni fasti e i nefasti, liberando finalmente il flusso ininterrotto del pensiero, quello che Manlio Santanelli tampona su carta. In sottofondo, le note di Donizzetti e la voce di Nemorino. Immagine: Tele-Diocesi

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Eventi/Mostre/Convegni

Eugenio Giliberti all’Intragallery: indici.casa.volo

Dal 16 maggio all’11 luglio la mostra indici.casa.volo di Eugenio Giliberti alla galleria per le arti contemporanee Intragallery Quando Eugenio Giliberti parla di artista abitante, a chi fa riferimento? L’artista nasce e cresce con il mondo, per poi sublimare la sua essenza in forma estetica, immortalando il mortale. Il pensiero non muore con il corpo, e carta, tela, spartito lo imprimono e incidono nel corso della storia. Se anche il supporto è perituro, si ricorre alla voce. Quando ci si ammutolisce, persiste la memoria. L’artista di Eugenio Giliberti è poi abitante. L’abitato, il luogo della vita, è segnato dal passaggio dell’artista, l’abitante. La mostra indici.casa.volo rappresenta un tassello espositivo del mosaico pensato da Eugenio Giliberti per la città di Napoli. Fino all’11 luglio sarà esposta all’Intragallery la prima tappa del più ampio Voi siete qui/ vico Pero/ Giacomo Leopardi – progetto di artista abitante. Collaborando anche con la Fondazione Morra e con la galleria Dafna di Santa Teresa degli Scalzi, il maestro Giliberti realizzerà un’installazione site specific presso il palazzo che echeggia degli ultimi passi del poeta di Recanati. Ad animare il progetto che vedrà la rivitalizzazione del palazzo di Vico Pero, il valore riconosciuto alla memoria. L’interesse per il palazzotto di Vico Pero è nutrito dal contatto quotidiano che Eugenio Giliberti intrattiene con la zona in cui abita ormai da anni. L’archeologia metropolitana nasce da qui, l’artista sfoglia la città strato per strato. Esposta in mostra la doppia ricostruzione della Napoli di oggi e di quella di Leopardi. Sfogliate lungo il percorso di scavo anche le carte, come rivela Eugenio Giliberti: «fogli pieni di numeri, gli indici tematici dello Zibaldone». L’artista ha lavorato sulle note polizzine, gli indici numerici ideati da Leopardi per la suddivisione della sua opera. Eugenio Giliberti e indici.casa.volo L’intreccio di corrispondenze è stato la linea guida del lavoro di Eugenio Giliberti. Per ogni cifra dell’indice tematico, uno dei colori fondamentali tratto dalla scala cromatica. «Ho seguito poi pedissequamente l’ordine dei numeri che sono presenti negli elenchi leopardiani. Alla base di tutto, le combinazioni di colori». Passaggio successivo, la suggestione sinestetica nata dall’intreccio di menti: l’encausto dell’artista Giliberti dialoga con la musica elettronica. «Abbiamo elaborato un sistema di traduzione della sensazione luminosa in sensazione sonora». La mostra indici.casa.volo segue già nel titolo le tappe d’artista. Gli indici, riconoscibili sui quattro quadri organizzati nei temi di teorica delle arti, lettere, ec., trattato delle passioni, della natura degli uomini e delle cose, memorie della mia vita; la casa, quella ricostruita dal plastico dove campeggia via Santa Teresa, quella dei lavori su carta, riproduzioni degli autografi sui palazzi della città; il volo infine, quello di un omino che come su un carillon, nella sua gestualità patetica, si ispira all’operetta morale sul volo degli uccelli. «Mi interessava astrarmi dalle considerazioni sulla realtà fisica del poeta. Questo è un omino generico, quasi atletico. Sulla grande curva, che non chiude, partiamo dalle lettere ai numeri, dai numeri ai colori, dai colori alle note musicali e poi all’animazione tridimensionale». Con Stefano Silvestri e […]

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Libri

Gabriela Ybarra e il suo primo romanzo: Il commensale

Il commensale di Gabriela Ybarra, nella traduzione di Maria Concetta Marzullo, è il nuovo selvaggio dell’Alessandro Polidoro Editore I Selvaggi, collana diretta dall’ispanista Marco Ottaiano, vanta da aprile la presenza della famiglia Ybarra, raccolta a tavola tra le righe de Il commensale. Il primo romanzo della giovane autrice di Bilbao, nelle intenzioni autoriali espresse in una personalissima nota introduttiva, prende le sembianze di una vera e propria autofiction. L’epoca ipermoderna vede il coagulo di biografia, fonti documentarie e reportage nella trama proteiforme del romanzo. Contro il trionfo mass mediatico del pieno Novecento, gli autori a cavallo tra il secolo passato e gli anni 2000 sono tornati alla pagina calda dell’evento. Interpolato tra le fotografie del passato e le notizie raccolte in rete, ciò che Gabriela Ybarra immagina. Così l’autrice motiva: «spesso, immaginare è stata l’unica opzione che ho avuto per provare a capire». La difficoltà nella comprensione degli eventi che avevano segnato la storia della sua famiglia risiede nell’atrocità degli stessi e nella lontananza cronologica dal loro accadimento. Il risultato è un romanzo misto di storia e invenzione. Non un’esatta ricostruzione dell’accaduto, bensì l’effetto impresso dalla notizia sulla Gabriela bambina prima, su quella adulta poi. Il percorso di crescita di Gabriela Ybarra è infatti coinciso con un’indagine storica. Un viaggio a doppio senso tra futuro e passato che si traduce in una scelta narrativa tutt’altro che progressiva e cronologicamente ordinata. Il tempo della vita e il tempo della memoria non possono coincidere se a esser chiamato in causa è lo spirito di una famiglia che, segnata da drammi di dimensione storica, rivela a stento il suo vissuto. Scomparsa e memoria per Gabriela Ybarra Filo conduttore de Il commensale è la scomparsa. Un’oscura presenza che «di tanto in tanto appare, proiettando la sua ombra sul tavolo e facendo svanire qualcuno dei presenti». In dissolvenza la figure di nonno Javier Ybarra, sindaco di Bilbao, nonché referente intellettuale del quartiere problematico di Neguri. Nonno Javier è inquadrato storicamente al tempo degli attentati dell’ETA, che Gabriela Ybarra ha imparato a conoscere dalle sue ricerche. La scomparsa del nonno avviene infatti sei anni prima della nascita della scrittrice, ragion per cui la ricostruzione di questo tempo mitico deve fare i conti con il filtro dello schermo dei mass media, depauperato dal calore che solo la voce umana può garantire. Se Javier Ybarra rappresenta la grande Storia, il secondo cono d’ombra si proietta sulla vita dell’intimità, quella della madre di Gabriela. La seconda parte del romanzo è tutta dedicata a questa figura delicata, letta nell’estrema quotidianità della sua vita. Un colosso di fede e grande nome della rete contro una piccola donna nelle sue umane debolezze. Gabriela Ybarra trova però capacità combinatorie tra i due piani di intimità e spettacolarizzazione. Collante tra Storia e vita è la memoria. «La mia vita privata è ancora una questione politica […] La lingua, i silenzi, le case, la convivenza, i sentimenti… Tutto è politica. Perfino la letteratura». La scelta ideologica della scrittrice spagnola dialoga, dalla sua posizione privilegiata del […]

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Libri

Maurizio Vicedomini, la sua indagine sul racconto

Esce per la casa editrice Les Flâneurs Sul racconto. Da Calvino a Wallace, di Maurizio Vicedomini, uno studio sulla forma breve «Di cosa parliamo quando parliamo di racconti». L’espressione, usata da Antonio Esposito in prefazione e mutuata da uno dei geni della forma breve della contemporaneità, Raymond Carver, è la felice sinossi di un lungo studio della forma breve perseguito da Maurizio Vicedomini fin dai tempi dell’università. Un progetto audace quello della ricostruzione della genealogia della forma racconto, che trova espressione nel libro Sul racconto. Calvino, Cortázar, Hemingway, James e Wallace. Una sacra verità: in letteratura non esistono forme pure. Ebbene, si può comprendere quanto lo studio di Maurizio Vicedomini sia stato lungo e articolato. Approdato a noi in un volume fresco, veloce e di immediata fruibilità, Sul racconto pone un quesito decisivo: «ci basta?». Insita nella domanda un’innata tensione all’esattezza, allo sfatamento dei miti della critica tradizionale, alla destrutturazione e alla conseguente (e necessaria) ricostituzione di una storia ai limiti del surreale. «L’abitudine di studiare i testi letterari solo in quanto opere di autori illustri ha oscurato per secoli la tradizione della novella». Scriveva così Gianni Celati ne Lo spirito della novella, ricordando come la fama dell’autore spesso oscuri un necessario percorso ermeneutico, forma di allenamento primaria per la quale non si è mai troppo giovani. Rivitalizzare la forma breve con un progressivo ma chiaro metodo maieutico è sicuramente il colpo di genio di Maurizio Vicedomini. «L’imperativo categorico di ogni scrittore che si rispetti è la cura nell’utilizzo delle parole». L’esordio di Sul racconto è il manifesto programmatico di un percorso in quattro sezioni: dalla definizione impossibile al peso della ricezione; dai racconti d’autore al close reading di David Foster Wallace. Sul racconto: il viaggio sentimentale di Maurizio Vicedomini Maurizio Vicedomini conosce il peso delle parole, quelle con cui intesse il filo del discorso in ambito saggistico (si ricordi il suo contributo a Il romanzo in Italia, edito da Carocci e curato da Giancarlo Alfano e Francesco de Cristofaro), così come nella narrativa. Studente, autore di racconti e saggista. Tutto confluisce in Sul racconto, dove i cenni all’esperienza di ricerca sono efficaci alla comprensione del faticoso percorso intrapreso nello studio della forma breve. Ci si interroga dunque, interpellando le voci più autorevoli, sul ruolo del critico. Che fare di fronte al racconto? Se si definisce – e Maurizio Vicedomini ci ricorda spesso quanto sia questo un termine pericoloso – forma breve, allora in cosa differisce dalla forma lunga? A mano a mano che si procede, si opera una demistificazione di quelle teorie fondate sul principio di un ottuso manicheismo. La critica letteraria si fonda sul gradiente dal momento che, come ricorda Vicedomini, gli scrittori quando impugnano la penna lasciano nel cassetto le rigide categorie narratologiche. Non per questo allora bisogna riporre la sonda. Dall’analisi delle condizioni sufficienti, con testimoni alla mano, si opera una ricerca delle condizioni necessarie a un inquadramento della forma breve in tutte le sue sfaccettature. Così si passa da un’apertura teorica alla decostruzione articolata in […]

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Libri

Pietro Treccagnoli e il suo nuovo libro: Salva con nome

Presentato il 10 aprile a laFeltrinelli di Piazza dei Martiri a Napoli, Salva con nome è il nuovo libro di Pietro Treccagnoli Con lo scrittore e giornalista Pietro Traccagnoli si inaugura una nuova collana della Alessandro Polidoro Editore. I MiniPerkins sono piccoli gioielli, come i racconti meravigliosi contenuti in Salva con nome. In copertina, oltre alle inconfondibili bande nere, identità grafica forte della casa editrice napoletana, uno sfondo azzurro Napoli su cui si staglia un castello fiammante, simbolo della focosa napoletanità condensata in questo piccolo ma profondo volume. Pietro Treccagnoli non credeva avrebbe pubblicato il materiale grezzo poi confluito in Salva con nome. I racconti qui raccolti sono per lui come le carte d’autore che si ritrovano postume in bauli impolverati o nelle cartelle virtuali sul desktop. Sono testi sparsi, frammenti di un’esperienza letteraria inediti o precedentemente impressi sui fogli de Il Mattino, giornale che lo ha visto attivo protagonista per circa un quarantennio. Il senso del postumo. Fabrizio Coscia, critico letterario e lettore di Pietro Treccagnoli, coglie un senso profondo nella disomogeneità di questa raccolta in frammenti, un grumo di verità. Salva con nome è un libro personale, intimo, più che per i riferimenti biografici, per il manifesto della sua concezione della scrittura. Salvare con nome è il suo gesto principale: associato ai file del computer, corrisponde più profondamente al nominare le cose e le persone. Dare un nome comporta un’evocazione, una materializzazione, e così un fissaggio nella memoria di ciò che si indica con il verbo. Tramite la soluzione dell’autofiction, gioco letterario e verità biografica godono di vita attiva nei racconti di Pietro Treccagnoli. Un romanzo familiare mai scritto ma snocciolato nei frammenti di Salva con nome, fino alla consapevolezza della necessaria vecchiaia. Una consapevolezza improvvisa, che si connette ancora al desiderio di imprimersi nella memoria di chi verrà. Il percorso di questa coscienza al tramonto si apre con un racconto sulla figura materna, intrecciata alla storia della sua lingua madre, il napoletano, e ai racconti così trasmessi, nel pieno gusto dell’oralità. La madre è associata all’elemento nutritivo e al racconto, binomio essenziale e programmatico della vicenda letteraria di Pietro Treccagnoli. Salva con nome si chiude nel nome del padre, associato questa volta al silenzio, al raccoglimento, e all’amnesia. Insieme alle figure dei genitori, le dramatis personae della famiglia Treccagnoli, gli zii e il nonno. La storia personale è però intrecciata inesorabilmente a quella di Napoli, che sia quella di un mistico atavismo o la città novecentesca ai tempi della guerra. In questa cornice si muovono gli avi contadini, personaggi del mondo fatato della sua infanzia. L’oralità, tradotta in racconto, consente il recupero del tempo perduto, di un mondo scomparso che proustianamente diventa un tempo infine ritrovato per il tramite della memoria. Raccontare per Pietro Treccagnoli Salva con nome è una resa dei conti con i fantasmi del passato. L’immediatezza della forma breve di Pietro Treccagnoli consente incontri prima d’ora impossibili, a partire da quello con il padre. Proprio dall’assenza, dalla morte, attinge la sua autorità. Ripercorre il […]

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A Palazzo Pennese di Portici si festeggia Ottocento Napoletano

In occasione della sua riapertura, Ottocento Napoletano di Portici festeggia tra storia e buona musica nello splendido Palazzo Pennese Il 5 aprile è un giorno memorabile per Ottocento Napoletano. Cuore di un progetto nato nel 2011, lo storico Palazzo Pennese di Portici, piccola e accogliente cittadina in provincia di Napoli, è stato rivitalizzato sotto la guida dell’amministratore Stefano Silvestro con un’apertura all’insegna della novità. Nessuna melodia di apertura migliore che il sottofondo dell’Ave Maria di Franz Schubert, intonata dal canto lirico, con accompagnamento di clavicembalo e del violino del Maestro Antonio Mazza nella storica cappella del Palazzo Pennese. La musica è infatti una delle componenti della storia di Ottocento Napoletano. Nella cappella del Palazzo di Portici, infatti, ha sede l’Orchestra della “Compagnia degli Artisti”. Quello della cappella, solo uno degli ambienti dell’imponente Palazzo sito in una delle strade principali di Portici. Visitando i suoi interni si resterà sorpresi dagli spazi adibiti all’accoglienza tanto per la ristorazione quanto per il pernottamento. Due sale congresso, rispettivamente di 200 e 70 posti, eventualmente fruibili dalle scolaresche per convegni e proiezioni. Sale di intrattenimento e da pranzo, con eleganti decorazioni floreali e ambienti adibiti a cene spettacolo, come l’imponente sala ovale, esempio di sublimità e compostezza. Senza dimenticare la Terrazza, da sempre luogo di ritrovo dei porticesi, con il suo Lounge Bar ed eventi esclusivi. Infine, il piano del laboratorio e delle classi. Ottocento Napoletano rifugge nella sua poliedrica natura da ogni categorizzazione. Il progetto ha la sua matrice primaria nel supporto nel sociale, tema di estrema importanza per uno dei principali fondatori, venuto a mancare recentemente: Monsignor Carlo Pinto. A farsi portavoce del suo ideale, una storica colonna portante, l’avvocato Riccardo Russo. La Fondazione Istituto Pennese nasce da un sogno di resistenza. L’Ottocento Napoletano Accademia è la scuola di enogastronomia che ha preso corpo da questi ideali. L’avvocato Russo nel pieno della commozione parla di un connubio di formazione e bellezza, di un’alternativa al degrado malavitoso, una possibilità che i giovani devono conoscere. Da quest’anno partono così nuovi corsi di pasticceria, gastronomia, pizzeria, panificazione. Il tutto al Palazzo Pennese, fornito degli strumenti adatti a una formazione completa. Imperativo categorico, la trasparenza. Gli ingranaggi di questo sofisticato meccanismo continuano a girare grazie all’iniziativa privata. Obiettivo, cercare di dare alle istituzioni pubbliche un esempio di isola felice e possibile anche su un territorio che conosce bene il male della Camorra. Il sindaco Vincenzo Cuomo ha tagliato il nastro sulle note della fisarmonica del Maestro Sasà Piedepalumbo. Il primo cittadino definisce l’Istituto Pennese un «ente morale», un luogo di formazione e accoglienza. Da questa sinergia prosegue infatti l’attività dei volontari della Mensa del Buon Samaritano per contrastare la povertà che tocca in maniera ravvicinata Portici e i comuni limitrofi di San Giorgio a Cremano, Ercolano e Torre del Greco. Un’iniziativa che riempie il cuore, nella speranza che ci siano altre strade possibili da tracciare per il futuro. L’anima della Portici ridente aleggia nella struttura del Palazzo Pennese, allargata e aperta al pubblico in tutti i suoi […]

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Libri

Roberto Quesada e un sognatore honduregno: Big Banana

Il 2019 ha assistito all’uscita di Big Banana di Roberto Quesada, nuova perla della collana I Selvaggi della Alessandro Polidoro Editore «Pensò e sentì che era nato per vivere in un posto come Manhattan». Eduardo è di natura un viaggiatore. Sangue honduregno e fremiti di libertà scorrono nelle sue vene. Ha fatto della madeleine de Proust il suo stile di vita, ormai più che camminare fluttua da un’avenue all’altra, oscillando senza sosta tra presente e passato. La sua più grande aspirazione, diventare un attore. Novello Madame Bovary, ha studiato letteratura e teatro, e come l’eroina suicida ne è rimasto fin troppo scottato. Quella di Eduardo, solo una delle voci della melodia festosa, carnascialesca, a tratti grottesca, che ci sembra di ascoltare tra le pagine di Big Banana di Roberto Quesada. Autore honduregno ormai di fama mondiale, Quesada intride la sua scrittura di uno spirito prorompente, con una prosa che Kurt Vonnegut definisce «caustica e provocatoria». Big Banana: un grande viaggio dalla penna di Roberto Quesada Ciò che ancora lega Eduardo alla sua terra d’origine è il sottile filo dell’odiosamato telefono, unico veicolo della dolce carezza delle voci familiari. New York aveva fatto parte di quella vita letteraturizzata alimentata dai suoi sogni giovanili. Niente di meglio di un lunedì mattina per iniziare la storia di questo avventuriero honduregno. Eppure il tempo, in Big Banana, è un dato quanto mai relativo. Roberto Quesada regala al lettore un biglietto aereo per il passato, il presente e il futuro, spesso compresenti nella mente di Eduardo. Il passato: l’Honduras, l’inizio della focosa relazione con Mirian, una brillante e promettente scrittrice, dall’acume invidiabile appreso dall’immersione in film di spionaggio (quelli di James Bond, in primis). Ma anche il South Bronx, l’inferno, dove «è l’aria che è scarsa, rispetto alle altre parti del pianeta» e dove «l’estraneo sei tu. Che faresti tu se un estraneo venisse a respirare la tua aria sapendo che questa scarseggia? Forse non gli faresti del male, però di sicuro gli impediresti a tutti i costi di respirare». Il presente: New York, una città che ormai è abitudine per i pendolari della metropolitana, ma per Eduardo un’orchestra polifonica, tra il bilinguismo ispano-americano e l’intricato e vivace reticolato urbano, nello splendore delle sue luci e delle sue donne. Il futuro: una brillante carriera da attore immortalata dalle righe del New York Times. Il futuro è quel sogno che Eduardo cova dentro di sé, mentre costruisce per una società edile la sua New York. Ovunque vada però, Eduardo porta con sé la sua natura di «bananiero», nato nella Repubblica delle Banane, «The Big Banana in The Big Apple», come lo canzona l’amico, se non guida spirituale, Casagrande, uno dei personaggi più irriverenti del lavoro di Roberto Quesada. L’iniziazione di Eduardo al gran mondo si intreccia alla travagliata storia della Grande Mela. Il personaggio-uomo si muove nel suo romanzo di formazione sullo sfondo di una New York sineddoche del mondo. Come su un grande palcoscenico, Eduardo aspira ad affermarsi, distinguendosi dalla mischia dei «semplici spettatori di […]

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Arash Radpour: Ten Thousand Names alla DAFNA Gallery

Dal 14 marzo al 14 maggio, Ten Thousand Names dell’artista iraniano Arash Radpour ospite alla DAFNA Gallery L’artista vive nel contatto con la materia un’esperienza di creazione. La trasfigurazione dell’idea dall’iperuranio al mondo fisico è veicolata dal tocco ora delicato ora deciso delle sue mani. Arash Radpour, deviando (ma non completamente) dal percorso artistico all’insegna della bidimensionalità che lo aveva visto fotografo di rilievo, tocca oggi cocci di vetro, cera e smalto, una pittura di vivo rosso. Ciò che l’artista crea rappresenta il compimento del desiderio, l’appagamento di un’aspettativa, alla pari di quella materna nei confronti del figlio che riposa nel suo grembo, palpitante di quella vita dalla quale è però ancora misteriosamente escluso. La figura della donna-madre è centrale nell’esposizione Ten Thousand Names alla DAFNA Gallery. Arash Radpour tematizza il concetto di ispirazione creatrice, soffermandosi sull’essenza generatrice per eccellenza, su quell’origine del mondo che silenziosamente avviene ogni giorno. Da uomo persegue un esercizio di empatia nei confronti dell’universo femminile, non assumendo le veci di portavoce delle istanze del sesso opposto, bensì indagandone le viscere. L’Universo Utero di Arash Radpour L’immagine dell’utero richiama nell’immediato la potenza vivificante della donna, tappa prima della vita dell’uomo. Ten Thousand Names è una installazione in sospensione di cocci di vetro rosso. Pensata inizialmente da Arash Radpour come una cascata informe, l’opera ha assunte le sembianze di un imponente utero rosso. La scelta del vetro rosso come materia prima dell’opera non è casuale. «L’ispirazione prima» afferma Arash Radpour «è la pellicola di Ingmar Bergman Sussurri e grida, un film interamente sul dolore femminile. Il primo film a colori in cui Bergman ha studiato tutto il linguaggio del colore. Quattro storie di donne all’interno di una casa rossa. Bergman stesso disse: “questa casa è per me la metafora dell’anima”». Il colore rosso macula gli ambienti della DAFNA Gallery nella sua simbologia positiva di trionfo del calore vitale, della fiamma creatrice. Ten Thousand Names, l’opera cardine che dà il nome al percorso, è la macchia più distesa. Da essa deriva un discorso sulla creazione che si declina nelle fattezze più svariate. L’utero immenso porta con sé il senso della passione mensile vissuta dalla donna, immagine di potenza creatrice così come di fragilità e sofferenza che si erge nella sala come un Christus patiens, o, per meglio dire, come il suo stesso antesignano. Arash Radpour pone l’accento sul lento momento della gestazione della vita nella rappresentazione delle nove fasi della gravidanza, dalla pienezza al definitivo svuotamento del grembo materno. Le serie di illustrazioni di uteri, da lui stesso considerate le opere più socialmente impegnate, recano quella nota di colore come ferita, lacerazione, simbologia fallica o fuoco purificatore, tentativo di oltraggio a una femminilità inestinguibile. Così l’illustrazione da manuale di anatomia dell’utero diventa oggetto di lapidazione, ma persiste e si erge nelle sue fattezze, mai offuscando la sua inalienabile natura benefica. Dal film di Bergman Sussurri e grida però, anche la suggestione del vetro. Una delle protagoniste, incastrata in un matrimonio infelice, «si ferisce tra le gambe con un […]

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