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Eroica Fenice

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Denaro per non vedenti introdotto in Australia

Entro poco tempo l’Australia si doterà di denaro riconoscibile anche da persone non vedenti e ipovedenti. Si tratta di una piccola, grande conquista portata avanti da un adolescente non vedente, Connor McLeod. Il ragazzo, che oggi ha quindici anni, ha iniziato presto a interessarsi dei problemi di chi, come lui, ha difficoltà nell’identificazione delle monete e delle banconote con conseguenti disagi per un semplice acquisto al supermercato o per controllare il resto. Per questi motivi, a dodici anni, Connor ha lanciato una petizione su change.org per proporre alla Reserve Bank, la Banca centrale australiana, di emettere denaro con segnali in codice braille per il riconoscimento dei tagli anche da parte dei non vedenti. Proprio in questi giorni, la Reserve Bank ha diffuso la notizia: emetterà, inizialmente, banconote da 5 dollari australiani con un rilievo in alfabeto braille. In Europa chi ha problemi di vista ha un relativo vantaggio rispetto agli australiani, ad esempio, perché le banconote sono di taglio diverso, di grandezza variabile in base al valore del denaro e le monete, oltre alla grandezza, hanno incisioni sui bordi che permettono di identificare il valore della moneta. Un sistema, per l’euro, uguale per tutta l’Unione. Le banconote presentano stampe speciali in rilievo, calcografie che permettono al tatto di poter identificare la banconota, colori accesi  e il valore è indicato con inchiostro nero a caratteri grandi per venire incontro anche alle esigenze degli ipovedenti, che in questa maniera possono agevolmente maneggiare il denaro. Nel tempo si è inoltre diffusa una ulteriore forma di ausilio per riconoscere il valore del denaro, banconote e monete, tra chi ha problemi di vista, si tratta del cashtest. Un piccolo strumento di semplicissimo utilizzo, dalle dimensioni di una carta di credito con indicazioni in braille e simboli per chi non lo conosce. Per utilizzare il cashtest basta inserire la banconota nell’apposita apertura, piegarla e leggere, simboli o braille, il valore della banconota. Sul retro, invece, presenta una serie di scanalature, come un setaccio, dove posizionate le monete che, in base alla grandezza, si fermano nell’alloggiamento corrispondente al proprio valore. Si tratta di uno strumento facile da usare e dalle dimensioni così ridotte da poter essere posizionato nel portafogli. Quella di Connor McLeod è stata una risposta al bisogno elementare di avere, almeno in parte, il controllo su qualcosa che i più credono scontato, anche solo andare a far la spesa. Sicuramente, quel che è stato ottenuto sarà un valido aiuto per quanti, nelle medesime condizioni del ragazzo, avevano difficoltà anche nelle azioni più semplici fuori casa e adesso possono vivere con maggiore autonomia e sicurezza.

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Arrivano i risultati dell’Ice Bucket Challenge

Nel mese di agosto 2014 l’Ice Bucket Challenge, (consistente nelle ormai famose secchiate d’acqua gelata), riportò alla mente di tutti la SLA: si trattava di un gesto simbolico in favore di una raccolta fondi, che oggi dà i primi risultati, nella lotta contro una malattia ancora oggi, per molti versi, misteriosa. La sfida delle secchiate nonostante i dubbi sulla sua finalità pratica, è riuscita a sensibilizzare le persone su questa malattia degenerativa e a raccogliere più di 100 milioni di euro destinati alla ricerca. Un traguardo che in pochi avrebbero creduto potesse concretizzarsi con un gesto inusuale, ma di sicuro effetto. Nell’agosto del 2015 circa due terzi di questa somma sono stati spesi per una serie di progetti in vari ambiti di ricerca riguardo la SLA: tra questi, il progetto MINe finalizzato all’individuazione dei geni responsabili dell’avvio della malattia nella sua forma sporadica. I risultati vengono da due ricerche distinte che hanno visto la partecipazione di diversi centri di studio in tutto il mondo con oltre 80 ricercatori di 11 paesi diversi che hanno partecipato alla mappatura di più di quindicimila genomi del DNA di pazienti affetti da SLA e di altri 7000 individui sani. La finalità del progetto è stata quella di sequenziare il genoma della SLA e di come questa si diffonda nel corpo umano. I risultati della Ice Bucket Challenge ottenuti provengono da due ricerche a cui hanno partecipato anche i principali centri italiani del settore come il Centro Auxologico Italiano e il centro Dino Ferrari Dagli studi effettuati sono emersi risultati importanti riguardo l’associazione di determinati geni con la malattia. Si è arrivati all’identificazione del gene NEK1, implicato nell’insorgenza della malattia nella sua forma “familiare” che colpisce circa il 10 % dei pazienti affetti da SLA, mentre il secondo gene identificato, SARM1, è stato associato alla malattia per la prima volta. Entrambi gli studi sono stati pubblicati sulla rivista Nature Genetics con una lunghissima lista di medici firmatari, tra cui quelli di importanti centri italiani. La SLA è una malattia con un insorgenza di 1-3 casi su 100.000 abitanti e ogni anno solo in Italia si arrivano a diagnosticare circa 1000 nuovi casi. Dei pazienti affetti dalla malattia circa uno su dieci ha già avuto un parente malato in famiglia mentre nei restanti nove casi su dieci si tratta di una forma sporadica. La malattia è di quelle neurodegenerative, che coinvolge principalmente il midollo spinale, la corteccia, andando a intaccare i motoneuroni e quindi tutte le attività legate a movimenti involontari, come fonazione, deglutizione, respirazione vengono progressivamente compromesse, anche se la persona non perde mai, nella maggioranza dei casi, la propria capacità cognitiva e razionale. Il decorso della malattia è progressivo e a oggi non esistono cure capaci di avere come risultati l’arrestarsi o il regredire della malattia, che ha un decorso variabile da paziente a paziente. I risultati ottenuti dalla Ice Bucket Challenge con queste ricerche sono il primo, promettente passo, per trovare una cura contro questa terribile malattia.

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Ansbach: nuovo attentato in Germania

La Germania sta vivendo una situazione di estrema tensione: a Ansbach, la sera del 24 Luglio, attorno alle ore 22.00, un uomo si è fatto esplodere nei pressi del festival musicale che si tiene in questi giorni nella località tedesca. Seconde le ricostruzioni dei giornali tedeschi, sulla base delle deposizioni dei testimoni alle ore 22:10, un uomo di origine siriana si è fatto esplodere nei pressi di uno dei varchi di entrata per l’Ansbach Open. L’uomo avrebbe tentato di entrare all’interno del concerto, che al momento vedeva la partecipazione di 2500 persone circa, intervenute ad assistere all’evento. Respinto dalla sicurezza perché non in possesso del biglietto si sarebbe posto nelle vicinanze di una delle entrate facendosi esplodere. L’attentato fortunatamente non ha causato vittime, all’infuori dello stesso attentatore, anche se si sono registrati 12 feriti di cui 3 gravi. Secondo le autorità locali la bomba contenuta nello zaino dell’uomo avrebbe potuto mietere un numero estremamente alto di vittime essendo stata riempita con utensili in metallo e altri oggetti che ne avrebbero aumentato l’effetto invalidante. L’attentatore di Ansbach aveva 27 anni e viveva in Germania ma gli era stata rifiutata la richiesta di asilo L’attentatore di Ansbach era un uomo siriano di 27 anni che viveva in Germania con un permesso provvisorio, non essendo stato accolta la sua richiesta di asilo. L’uomo, che aveva avuto problemi mentali, è stato descritto da uno degli impiegati del centro di accoglienza, come estremamente cordiale e affabile, anche se negli ultimi tempi aveva tentato almeno un paio di volte il suicidio. Alla luce di queste considerazioni, le autorità locali hanno ritenuto comunque doveroso indagare sulla vicenda senza escludere nessuna pista possibile. Attualmente si stanno seguendo due piste investigative: l’attentato può essere riconducibile a un atto di suicidio così come ad un mero atto terroristico, tanto che, secondo le autorità tedesche, l’uomo avrebbe intrattenuto una lunga telefonata al cellulare con qualcuno prima di farsi esplodere. La Germania in poco tempo ha scoperto di non essere un Paese sicuro come pensava di essere, al riparo da quello sfortunato vortice degli attentati e della paura. Prima l’attentato di Monaco, il 22 Luglio, dove un uomo armato ha scatenato il panico in un centro commerciale, ed in seguito, nella mattina del 24 luglio, un uomo di origini siriane ha ucciso con un machete una donna (ma si esclude qui la matrice del terrorismo islamico, almeno per adesso) la sera stessa del giorno dell’attenato ad Ansbach. Nel giro di un mese, prima la Francia con l’attentato di Nizza, e poi la Germania con Monaco e Ansbach, hanno dimostrato che l’Europa, al momento, non è un Paese sicuro. Il timore concreto è che la situazione di pericolo divenga perenne, similmente a ciò che accade da decenni nei territori mediorientali.

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Cinema Siani a rischio di chiusura

Il cinema Siani di Marano è a rischio di chiusura definitiva La sala cinematografica di Marano, sita in via IV Novembre di fronte alla sede del comune, dopo la chiusura nel corso degli anni del cinema di Giugliano e del più vicino cinema Felix in via Santa Maria a Cubito nel quartiere Chiaiano, è rimasta la sola sala cinematografica in una città della provincia (a esclusione delle grandi maxi-sale site lontano dai centri abitati, vere cattedrali nel deserto). La storia recente del cinema Giancarlo Siani lo ha visto rinascere con questo nome quando nel 2007, dopo un periodo di chiusura della struttura, si giunse a una riapertura tramite un accordo tra i proprietari e il comune di Marano che iniziò a utilizzare la sala come una struttura comunale cambiando il nome da Lily a Giancarlo Siani giornalista del Mattino ucciso dalla camorra negli anni ’80. Il pagamento dei fitti da parte del comune, però, si interruppero dopo pochi anni a causa delle difficoltà economiche delle casse comunali e del commissariamento dello stesso comune. Nel frattempo il cinema Siani è stato protagonista di molte iniziative, quali il Marano Ragazzi Spot Festival, il festival della pubblicità progresso dei ragazzi, un evento con risvolti a livello nazionale. Siamo così al 2011 quando il cinema Siani viene affidato all’associazione Archivi Cinematografici, vincitrice del bando di affidamento emesso dal comune, che si fece carico di pagare parte del canone da corrispondere ai proprietari. Da quel momento si sono verificate una serie di incomprensioni tra i proprietari e i gestori sul pagamento o meno dei canoni arretrati da parte del comune. Cinema Siani di Marano (Napoli): ad oggi si è arrivati al punto di rottura Il 4 Luglio il cinema Siani ha chiuso, non potendo più programmare un cartellone cinematografico senza la presenza di un contratto di locazione che permetta anche all’associazione di usufruire dei sussidi previsti dalla legge, in quanto la struttura del cinema avrebbe anche bisogno di lavori di manutenzione alle infrastrutture interne e un aggiornamento delle tecnologie presenti, come ad esempio una digitalizzazione della sala. Per scongiurare la chiusura o quantomeno informare sul problema è pronta una raccolta firme che si terrà al cinema Siani dal 18 al 20 Luglio dalle 17 alle 22: si può fare! 10’000 firme per salvare il siani . Un’iniziativa ambiziosa, volta a sensibilizzare la popolazione contro la chiusura della sala che vorrebbe dire la desertificazione culturale in un territorio che, da questo punto di vista, non ha molto da offrire agli abitanti dei dintorni. Una zona, quella della provincia nord est di Napoli che, con la chiusura definitiva del cinema Siani, perderebbe una delle sale storicamente più antiche del territorio e più economiche. Confidiamo di potervi dare nuovi aggiornamenti positivi quanto prima. 

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iOS Developer Academy di Apple a Napoli

Dopo le indiscrezioni che si sono susseguite in questi ultimi mesi riguardo l’intenzione di Apple di aprire un importante sede di ricerca e sviluppo in Italia, la iOS Developer Academy aprirà a Napoli, nei vecchi capannoni industriali della Cirio e sarà frutto di una collaborazione tra l’Università Federico II di Napoli e l’azienda di Cupertino. L’idea dell’Academy è di creare nei vecchi capannoni industriali di San Giovanni a Teduccio il più grande centro di sviluppo per iOS in Europa, e a oggi l’unico presente nel vecchio continente. Quella che aprirà a Ottobre 2016 si prospetta come uno dei principali poli attrattivi per la formazione informatica e di app in Europa per i prossimi anni, una possibile calamita per i giovani esperti e non del settore provenienti da tutta l’Unione e non. La struttura dell’Accademy sarà basata su un vero e proprio campus dedicato all’attività di progettazione e sviluppo con l’accesso per studenti e insegnanti delle più innovative tecnologie hardware e software sviluppate da Apple e messe al servizio della ricerca e formazione. Per il primo anno la Federico II prevede di aprire l’OS Developer Academy a Ottobre con i primi 200 studenti che diverranno 400 già l’anno seguente Presso l’Academy il corso, sarà ripartito in un primo semestre durante il quale gli studenti approfondiranno e potenzieranno le proprie competenze sul sistema iOS e sullo sviluppo di quest’ultimo. Durante la seconda parte dell’anno invece parteciperanno a corsi su come progettare un applicazione e creare start-up e saranno coinvolti in attività di collaborazione per la creazione di applicazioni che potrebbero arrivare sugli store. In vista di quelli che potranno essere i futuri sviluppi dell’Academy la Federico II già si appresta a selezionare nuove figure di insegnanti in programmazione specializzati in iOS nei prossimi anni appositamente per la neonata struttura. Chiunque voglia approfondire l’argomento può recarsi sul sito della Federico II dove è possibile candidarsi. È previsto un questionario on-line e un successivo colloquio. Ma per accedere all’Academy non è necessario avere competenze strettamente connesse al mondo informatico in quanto nell’ottica della diversificazione dell’offerta sono previste anche altre competenze per una spinta creativa a 360 gradi non vincolata al mero mondo della programmazione. La collaborazione tra Apple e Federico II apre l’Italia e la città di Napoli verso uno dei mercati più in rapido sviluppo del mondo, quello delle programmazioni in iOS che in meno di dieci anni ha visto aumentare vertiginosamente quelli che sono gli introiti del settore, praticamente creato dal nulla dalla stessa Apple e che ha già creato migliaia e migliaia di posti di lavoro nella sola Europa. La iOS Developer Academy si appresta, quindi, a fare la stessa “magia” anche qui.

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Legalizzazione cannabis: al via l’esame del pdl

Riguardo il problema della legalizzazione della cannabis nel nostro Paese sono stati versati fiumi d’inchiostro, sia sulle pagine dei giornali che nelle aule della Camera e del Senato, sia in decine e decine di petizioni. Il quesito riguardo la legalizzazione della cannabis però verrà riproposto il 25 Luglio con la discussione di una prima proposta di legge. Ricordiamo che in Italia è vigente, riguardo l’uso e lo spaccio degli stupefacenti e la riabilitazione dei soggetti a rischio, il Decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309. La normativa introdotta dal dpr n. 309 venne aggiornata sedici anni dopo con la legge 21 Febbraio 2006 n. 49 anche conosciuta come Fini-Giovanardi dai nomi dei due relatori più importanti che inaspriva pesantemente le pene per chi produceva, trafficava e deteneva stupefacenti e per mettere sullo stesso piano le droghe leggere e quelle pesanti. La Fini-Giovanardi venne poi abolita con sentenza della Corte Costituzionale del 12 febbraio 2014, n. 32 La proposta di legge è frutto dell’elaborazione di una commissione interparlamentare che produrrebbe una rivoluzione sostanziale, se venisse approvata in futuro, nell’ottica della normativa vigente in materia di cannabis. Il testo della proposta di legge, firmato in maniera trasversale da esponenti di tutti gli schieramenti politici, può essere trovato sul sito della Camera dei deputati. Quali sono gli elementi introdotti con questa pdl riguardo la legalizzazione della cannabis? Come per le sigarette sarà previsto l’uso soltanto per i maggiorenni che potranno detenere in casa una quantità di 15 grammi al massimo e 5 fuori casa. La coltivazione per uso terapeutico e ricreativo presso le proprie abitazioni sarà permessa solo dopo autorizzazione e con un massimo di 5 piantine. Verranno attrezzati dei rivenditori appositi che saranno gli unici autorizzati; infatti, secondo il testo la produzione casalinga è solo per uso personale e non ne è permessa la coltivazione per nessun fine di lucro. Il testo introduce poi il concetto di monopolio secondo il quale la coltivazione, la lavorazione e la vendita della cannabis e dei suoi derivati sono monopoli dello Stato. I divieti poi già esistenti riguardo il fumo sono applicati anche in questo caso. Naturalmente la legalizzazione della cannabis vede, da una parte, il fronte di chi appoggia la proposta di legge osannandone i principi innovatori e grazia alla quale si eliminerebbero grosse fette di introiti alla malavita che, attraverso la liberalizzazione, confluirebbero, invece, all’interno delle casse dello Stato per finanziare quelle che possono essere attività volte alla lotta al fenomeno della tossicodipendenza o impiegabili anche in altri settori della spesa pubblica. D’altro canto, i detrattori della legalizzazione vedono in tale proposta una deriva del Governo attuale. La legalizzazione della cannabis, sicuramente rimane una sorta di nervo scoperto all’interno dell’opinione pubblica e parlamentare che con questa nuova proposta di legge vede riaccendersi l’interesse sulla questione per cui solo dopo il 25 Luglio, data della discussione al riguardo, si potrà dire di più sull’argomento.

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Cose da sapere sulle armi da fuoco negli USA

Le armi e la loro circolazione negli Stati Uniti: una questione che, ciclicamente, si ripropone all’opinione pubblica americana  ad ogni tragico episodio di cronaca. Il possesso di armi da fuoco è espresso all’interno del secondo emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti che recita: “Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, non potrà essere infranto il diritto dei cittadini di detenere e portare armi” L’emendamento trova il suo fondamento nello stesso momento storico in cui la Carta costituzionale viene scritta. Il possesso di un arma da fuoco da parte dei singoli cittadini è l’unica maniera che questi hanno per difendersi nel periodo a cavallo tra ‘700 e ‘800 dalle ingerenze delle forze coloniali europee formando milizie locali armate. Gli Stati Uniti, essendo un’insieme di Stati, non possiede una legislazione uniforme e alcune materie vengono demandate ai singoli Stati, tra cui la regolamentazione del possesso delle armi da fuoco. Esistono però linee guida che devono essere seguite in tutto lo Stato Federale, che rendono necessario: -l’aver compiuto almeno 21 anni -essere in regola con il pagamento delle tasse (regola valida soltanto in alcuni Stati) -frequentare un corso sull’uso delle armi da fuoco -il controllo del casellario giudiziario (con variazioni nei controlli da Stato a Stato, che rendono il possesso di un’arma più complicato per chi ha precedenti penali) -fornire le proprie impronte digitali. Le armi negli Stati Uniti dal punto di vista legislativo Oltre questi principi la legislazione federale si è espressa più volte riguardo limitazioni su dove, come e quando utilizzare le armi da fuoco. Esistono differenze, ad esempio, sul principio di legittima difesa, che è unanimemente riconosciuto come il fine ultimo della detenzione di un’arma, ma che nella pratica differisce con Stati che riconoscono la legittima difesa come la risposta ad un attacco già effettuato e altri come la risposta preventiva ad un’eventuale aggressione. Esistono delle deroghe, però, che vengono attuate dai singoli Stati, che in alcuni casi effettuano una differenza tra residenti e non, all’interno dello Stato in cui si acquista l’arma, oppure deroghe all’età minima a cui si può avere accesso alle armi da fuoco: secondo la legge americana il vincolo dei 21 anni può essere abbassato sotto questa soglia nel caso di “minori emancipati”. Al momento dell’acquisto vengono registrati i dati dell’acquirente e legati all’arma, un modo assai semplice per entrarne in possesso, nonostante questi controlli preventivi avvengano tramite l’incrocio dei dati dichiarati dal futuro acquirente con quelli in possesso dell’FBI. Questi controlli, però, avvengono solamente se le armi vengono acquistate all’interno di armerie, le quali costituiscono solo una delle tante vie legali con cui si può entrare in possesso di un’arma. Per la legislazione americana, infatti, si possono acquistare armi all’interno di fiere apposite, di aree appositamente create in centri di grande distribuzione e da privati. Per quanto riguarda la circolazione delle armi, in alcuni Stati è più facile girare con un’arma rispetto ad altri, anche se lo Stato Centrale è intervenuto a vietarne la presenza in alcuni luoghi: non è possibile introdurre armi all’interno di scuole, tribunali e edifici amministrativi (esistono […]

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Attualità

Uccisa Helen Cox, deputata contro la Brexit

Nel primo pomeriggio di giovedì 16 giugno la parlamentare Helen Cox è stata uccisa da un uomo, subito fermato dalla polizia inglese.  La deputata laburista era profondamente impegnata nella campagna contro la Brexit, possibile movente dell’omicidio in quanto, secondo i media britannici, l’uomo prima di colpire la donna avrebbe inneggiato all’estrema destra britannica gridando: “Britain first”. La Cox sembra esser stata aggredita attorno le 14 (ora italiana), mentre si trovava in una piccola città della sua circoscrizione elettorale, nel West Yorkshire. La dinamica iniziale dell’aggressione non è ancora stata chiarita esattamente: secondo le note dei quotidiani inglesi, basate sulle testimonianze dei presenti, la donna sarebbe intervenuta in una lite prima che si creasse il panico in strada. Helen Joanne Cox è stata raggiunta da colpi d’arma da fuoco, di cui uno al capo. Le condizioni sono parse subito critiche e, nonostante l’intervento tempestivo dei soccorsi, la deputata laburista è spirata nel pomeriggio. L’aggressore, un uomo residente non lontano dall’area della violenza, Tommy Mair di 52 anni, subito catturato dagli agenti di polizia, prima di aggredire la Cox avrebbe urlato “Britain First”, probabilmente come dichiarazione politica o in riferimento all’omonimo partito politico di estrema destra inglese, che si è subito dissociato dall’accaduto dichiarando che non inciterebbe mai ad azioni di questo genere. Helen Cox da tempo era impegnata nel supporto e all’accoglienza dei rifugiati siriani, si era schierata a favore dell’intervento militare inglese in Siria, in chiara opposizione con il suo partito. Nell’ultimo periodo era impegnata sul fronte della permanenza di Londra in Europa. A seguito dell’omicidio della parlamentare Cox, sia gli schieramenti pro che contro l’uscita dall’Europa hanno deciso di sospendere qualsiasi attività collegata alla propaganda politica in vista del referendum di fine Giugno.

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Marò: Girone torna in Italia

Il caso dei marò sembrerebbe a una svolta, almeno dal punto di vista del suo iter L’incidente dell’Enrica Lexie, che coinvolge i fucilieri di marina Girone e Latorre, approdato al tribunale dell’Aja nel mese di Gennaio, sembra avviarsi alla sua risoluzione. Il tribunale internazionale ha stabilito che Girone, ancora presente in India (mentre Latorre già in Italia da tempo per precarie condizioni di salute), ritornerà quanto prima in Italia e ivi vi soggiornerà per tutta la durata dell’arbitrato internazionale che dovrebbe concludersi nel giro di un anno, un anno e mezzo. Il ritorno del marò Girone è stato subordinato a una serie di garanzie previste dalla corte del tribunale dell’Aja e dall’India Girone, al suo ritorno in Italia, dovrà consegnare il passaporto alle autorità nazionali, sarà sottoposto all’obbligo di firma presso la sede di polizia a esso più vicina ogni mercoledì, non potrà entrare in contatto con nessuno che sia coinvolto nella questione sull’incidente dell’Enrica Lexie. Mentre il Governo Renzi ha salutato il ritorno del marò Girone come un successo della sua politica, non si sono fatte attendere le critiche da parte delle opposizioni, come M5S e Lega. Dal 15 Febbraio 2012 Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, per chi li ritenga colpevoli o meno dell’uccisione di due pescatori/pirati, sono stati conosciuti come “i due marò”. Il 15 Febbraio 2012 la petroliera Enrica Lexie incrociò un peschereccio, il St.Antony, verso cui vennero sparati, secondo la versione italiana, dei colpi di avvertimento. Per la versione indiana, gli italiani avrebbero invece colpito e ucciso due marinai nell’imbarcazione. Il 19 Febbraio, l’Enrica Lexie approdò nel porto di Koci, nel Kerala, e i marò in stato di fermo vennero incarcerati nei primi giorni di Marzo. In seguito venne deciso dal tribunale che i due potevano essere rilasciati dietro cauzione.  Il 18 Gennaio 2013 avvenne il cambio di giurisdizione dalla corte del Kerala a quella di New Delhi. A seguito del cambio di giurisdizione seguì un tentativo italiano di far restare i marò in Italia. Sotto la minaccia di ritorsioni indiane si arrivò al compromesso di far rimanere i due nell’ambasciata italiana come personale lì in servizio. Il 31 Agosto 2014 Latorre venne colto da un ischemia che costrinse l’India a farlo tornare in patria per le cure adeguate. Il 21 Luglio 2015 venne avviata la procedura di arbitrato internazionale presso il Tribunale internazionale del diritto del mare. Nel mese di Agosto venne deciso che riguardo i marò avrebbe deciso l’arbitrato e che quindi i due Paesi dovranno collaborare e non attivarsi con azioni che ostacolino la risoluzione della controversia. Maggio 2016 si decide per il rientro di Girone dietro garanzie. Tuttavia il rientro di Girone in Italia non segna naturalmente la parola fine sul destino dei due marò e sull‘incidente dell’Enrica Lexie, che nel tempo ha visto troppi passi falsi dal punto di vista giuridico da ambo le parti e che hanno soltanto complicato l’intera situazione.

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Eric Fanning : primo Capo U.S.Army omosessuale

Di questi tempi, ci si stupisce per niente delle volte. Ci si stupisce per un nuovo Secretary of the Army, Eric Fanning, con più di 25 anni di esperienza nel settore della Difesa, è un qualcosa che dovrebbe passare inosservato, ma non è così. Perché il nuovo pezzo grosso del Pentagono è omosessuale. Eric Fanning, dopo la rettifica del Senato degli Stati Uniti, ricoprirà il ruolo di capo dell’esercito americano. Fanning, già precedentemente vice sottosegretario alla Marina e sottosegretario alla Air Force, è stato proposto da Obama nel mese di Settembre, la sua nomina però è stata ritardata di diversi mesi a causa del veto del senatore repubblicano del Kansas Pat Roberts che ha richiesto rassicurazioni riguardo la questione di Guantanamo, il suo smantellamento e il vociferato trasferimento di alcuni detenuti nelle prigioni dello Stato che il senatore rappresenta. Eric Fanning, classe 1968, è il primo Capo dell’Esercito americano dichiaratamente omosessuale e impegnato nel campo di questa tipologia di diritti a ricoprire un ruolo apicale al Pentagono. Si tratta di una semplice nomina, che riprende anche l’evoluzione dell’ottica in materia di omosessualità e servizio militare negli Stati Uniti. Sono passati pochi anni da quando l’amministrazione Obama ha abolito la “don’t ask don’t tell” (non chiedere, non dire) introdotta sotto il governo Clinton che in una certa maniera per quei tempi, la metà degli anni ’90, cercava di arginare il problema con una sottile linea grigia. Il rapporto tra omosessualità e forze armate, come abbiamo già avuto modo di mostrare lo scorso anno, è trattato in maniera diversa in ogni Forza Armata. Con l’amministrazione Obama si è visto come, progressivamente, si stia rompendo il velo della discriminazione, mentre in Paesi come in sud America gli omosessuali nelle forze armate non si nascondono e possono addirittura sposarsi tra loro senza nessun timore, in altri Paesi nel settore Difesa si sta giungendo a quella che dovrebbe essere a tutti gli effetti la “normalità”.

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Ritrovate le opere di Castelvecchio

Nella notte del 19 Novembre 2015, presso il Museo civico di Castelvecchio, a Verona, avviene il furto di 17 tele, opere inestimabili dell’arte italiana. Il più sensazionale furto di opere d’arte nel nostro Paese da cinquant’anni a questa parte. Il ritrovamento Il 6 Maggio 2016, presso l’isola di Turunciuk, sul fiume Dnestr, vicino alla Transnistria, in Ucraina, avviene la risoluzione del furto con le opere ritrovate all’interno di sacchi di plastica nascosti tra la vegetazione dell’isola. Le 17 tele, tra cui capolavori di Tintoretto, Rubens, Mantegna e Pisanello, sono state rinvenute dalla polizia di frontiera ucraina coadiuvate da unità della Squadra mobile della polizia di Verona, località dove è avvenuto il furto, e la collaborazione dei carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale. Le opere di Castelvecchio trasportate in Ucraina Secondo gli inquirenti le opere di Castelvecchio sono state trasportate in Ucraina grazie a una serie di trasporti postali internazionali: attraverso comuni spedizioni le tele sono giunte in Ucraina. Dovevano poi, ipoteticamente, essere portate in Moldavia e in Russia. Assieme al ritrovamento sono avvenuti una serie di arresti dei basisti e di chi ha commesso materialmente il furto. Le persone arrestate in Italia sono: il vigilantes di Castelvecchio che è servito come talpa, il fratello di quest’ultimo e la fidanzata moldava del vigilantes che teneva i contatti con il gruppo di 9 uomini che ha commesso materialmente la rapina. Il 7 Maggio sono state effettuate le prime autenticazioni preliminari a cui seguiranno quelle ufficiali, secondo quanto auspicato dal Premier ucraino Petro Poroshenko che ha espresso il proprio apprezzamento per il lavoro delle proprie forze di sicurezza esterne e il completo appoggio alle forze di polizia italiane coinvolte nell’operazione. Come il premier ucraino anche il Ministro Franceschini e il sindaco di Verona, Tosi, hanno espresso l’apprezzamento per le forze dell’ordine che hanno risolto brillantemente il caso.

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La casa di Gramsci diventerà monumento nazionale

A 79 anni dalla morte di Antonio Gramsci e a 70 dall’instaurazione della Repubblica, lo Stato Italiano sta avviando, con legge, le procedure per dichiarare la casa di Antonio Gramsci, nella provincia sarda di Oristano, monumento nazionale. Si tratta della casa di Ghilarza, dove Gramsci visse i suoi primi anni dell’infanzia e dell’adolescenza, dal 1898. Con il tempo l’abitazione ha subito una serie di riutilizzi degli ambienti che l’hanno portata nel 1965 a essere acquistata dal PCI e divenire “sede documentale dell’opera gramsciana e operaia”. Agli inizi degli anni ’80, con la fondazione degli “Amici della casa Gramsci”, si favorì con l’aiuto di intellettuali, artisti, sindacalisti, ed ex-partigiani il restauro dell’abitazione e, con l’impegno dei nipoti di Gramsci, la diffusione del pensiero e dell’operato del politico, filosofo e giornalista sardo. Nel 1999 viene fondata la “Casa Museo di Antonio Gramsci – centro di documentazione, ricerca e attività museali” con l’intento di far fruire il materiale e l’allestimento, che nel frattempo la casa ha ricevuto, alle scolaresche e a tutti gli interessati, confermandosi ancora come sede e polo di diffusione del pensiero gramsciano. Antonio Gramsci nacque il 22 Gennaio 1891 in provincia di Oristano, e fu tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia nel 1921. Nel 1926 venne incarcerato a Turi per la sua fede politica, avversa al fascismo. Venne posto in regime di semilibertà nel 1934 e totalmente libero soltanto il 21 aprile del 1937. Ormai debilitato dall’arteriosclerosi e da una forma di tubercolosi ossea morì di emorragia celebrale pochi giorni dopo la sua liberazione, il 27 Aprile 1937. In questi ultimi giorni il PD, nella persona della deputata sarda Caterina Pes, ha promosso alla Camera dei Deputati una proposta di legge per far dichiarare l’abitazione Monumento Nazionale, proposta che ha incontrato un parere favorevole trasversale, non solo negli ambiti di Sinistra, ma anche in quelli di Destra. Mosche bianche, alle votazioni della Camera, si sono rivelati il partito della Lega che si è astenuto dalla votazione e il voto, apertamente contrario, del Movimento 5 Stelle. Il voto dei grillini vorrebbe ribadire che la dichiarazione di monumento nazionale non è altro che una mera onorificenza che, stando alle dichiarazioni, la casa di Gramsci non meriterebbe.  Dopo il voto favorevole alla Camera dei Deputati, adesso si aspetta soltanto quello del Senato.

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Alcune cose da sapere sullo scandalo Panama Papers

Il 4 Aprile sono venuti alla ribalta una serie di documenti, i Panama Papers, che permettono di conoscere i vari movimenti di flussi di denaro, la nascita e la morte, i vari nomi (accertati o meno) di società offshore e relativi proprietari che si sarebbero arricchiti, più o meno illecitamente, in un periodo che va dal 1977 al 2015, lasso di tempo abbracciato da questa documentazione. Un dipendente di un importante studio legale panamense, lo studio Mossack Fonseca, impegnato nell’amministrazione dei fondi dei suoi clienti in società di tipo offshore in paradisi fiscali, ha fornito al giornale tedesco  Süddeutsche Zeitung, una fitta documentazione nota alle cronache con il nome di Panama Papers: circa 11,5 milioni di documenti tra file di testo, immagini, e-mail e altre documentazioni varie, raccolte dalla fondazione dello studio dal 1977 al 2015, e consegnate nelle mani del giornale tedesco. Quest’ultimo ha poi ritenuto di dover condividere la grande mole di documenti con il Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) che, a sua volta, ha divulgato il materiale in suo possesso alle testate giornalistiche afferenti a questo organo, in ben oltre 80 nazioni, tra cui l’ Italia, dove del caso se ne è occupato in esclusiva il giornale l’Espresso. Lo studio Mossack Fonseca è uno studio legale fondato nel 1977 da Jurgen Mossack, avvocato di origini tedesche naturalizzato panamense, e Ramon Fonseca, avvocato panamense con alle spalle importanti studi all’estero e un vasto curriculum di consulenze in materia economica. Cosa si intende per Panama Papers? I Panama Papers rappresentano un insieme di documentazioni che accertano o suppongono in alcuni casi, che esponenti delle più svariate nazionalità e professioni, da politici a notabili del mondo dello spettacolo, abbiano creato società in paradisi fiscali evadendo il fisco e arricchendosi alle spalle di molti. I nomi sono tra i più svariati, dal padre dell’odierno primo ministro inglese Cameron, il leader del Front National Jean-Marie Le Pen, il Primo ministro ucraino Poroshenko, i re di Arabia Saudita e Marocco, il Presidente dell’Islanda Sigmundur Gunnlaugsson ma anche chi non fa parte della politica come Messi già indagato per evasione fiscale, Jackie Chan, Nico Rosberg, Clarence Seedorf, Michel Platini . Nella fattispecie, i Panama Papers si stanno rivelando un resoconto dettagliato di come, in circa 40 anni, enormi flussi di denaro si siano mossi per il mondo, cosa di per sé legale, ma che con la convivenza di banche e istituti legali, si siano elusi i sistemi che permettono di garantire la provenienza del denaro, e che questo non sia frutto di attività illecita. L’attività di una società offshore quando dichiarata è legale sotto moltissimi aspetti, al pari di qualsiasi altra associazione commerciale. Cos’è una società offshore? Si parla di società offshore quando l’attività principale di una data società è al di fuori dei confini del Paese dove la società ha sede legale. In genere il luogo di riferimento è quello identificato come un “paradiso fiscale”, cioè un Paese che, oltre ad offrire un sistema di tassazione dove le tasse imponibili sono basse, attrae investitori dall’estero grazie al suo alto […]

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L’FBI sblocca l’iPhone dell’attentatore di San Bernardino

Possono succedere strane cose quando si incrociano due tematiche importanti come terrorismo e privacy. Può succedere che per sbloccare un iphone si smuovano mari e monti, perché da questa operazione dipende la svolta decisiva delle indagini investigative. Gli stragisti di San Bernardino e l’iPhone da sbloccare: Apple vs Governo USA Il 2 Dicembre 2015 Syed Rizwan Farook e Tashfeen Malik passano alla storia come gli stragisti di San Bernardino, irrompono in un centro di cura per disabili mentali e uccidono 14 persone. Qui si ferma il fatto di terrorismo e inizia la questione della privacy: Farook aveva un iPhone, su cui gli inquirenti pensano si possano trovare informazioni fondamentali per le indagini, il problema è che l’iphone dell’attentatore corrisponde ad una delle ultime versioni presenti sul mercato, assai difficile da violare senza l’assenso del proprietario, rispetto a quelle precedenti, anche con l’apporto dei vari espedienti forniti dagli esperti delle manomissioni informatiche. Il Governo americano si è rivolto, quindi, al produttore, Apple, fiducioso di poter ottenere tutto il materiale presente sull’apparecchio, ma l’azienda di Cupertino si è rifiutata per ragioni di privacy, e ciò ha portato il governo ad intraprendere un’azione legale contro l’azienda ed aprire un procedimento apposito per costringerla a collaborare. Questo almeno fino agli ultimi giorni, che vedono la sospensione e cancellazione del procedimento, in quanto l’FBI sarebbe riuscita a sbloccare l’iPhone. Secondo delle indiscrezioni riportate da un giornale israeliano, l’FBI per sbloccare l’iphone di Farook si sarebbe avvalsa dell’aiuto di un azienda israeliana, la Cellebrite, non nuova ad attività del genere. La Cellebrite, sempre se l’informazione riportata dal quotidiano sia da ritenersi veritiera, avrebbe sviluppato una piattaforma software capace di sbloccare gli iPhone con processore a 32bit fino a iOs8.4 e che, per sbloccare poi quello dell’attentatore, un modello 5c con processore da 32 bit ma con iOs9, abbiano poi lavorato sull’hardware per fare il “salto di versione”. Che sia stata o meno l’azienda israeliana, si aprono adesso vari scenari, per cui la Apple, senza dubbio, vorrà conoscere le modalità con cui il Governo americano è riuscito a sbloccare uno degli apparecchi meglio criptati sul mercato. Si prospettano, in questo senso, l’inizio di una nuova serie di battaglie legali, tra Apple e Governo Usa, per capire in che modo gli investigatori siano riusciti ad “aprire” l’iphone del terrorista. Sull’altro fronte, quello della riflessione morale, c’è da chiedersi se, dal momento in cui si è riusciti a entrare in un apparecchio che -per quanto si possa amare o meno Apple- è notoriamente uno dei meglio protetti, possiamo davvero definire sicure dal punto di vista della privacy queste strumentazioni, come i nostri cari smartphone a cui, peraltro, sempre più spesso affidiamo le nostre relazioni interpersonali, i nostri segreti e in senso più generale le nostre esistenze? Possiamo inoltre continuare ad usarli senza avere il timore che qualcuno, a nostra insaputa, possa “osservarci”?

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Trafugate opere al museo di Castelvecchio

Nella notte tra Giovedì 19 e Venerdì 20 Novembre sono state trafugate diverse tele dal Museo di Castelvecchio a Verona, si tratta di uno degli atti criminosi nel mondo dell’arte più importanti degli ultimi anni, se non il più importante di questo genere in Italia negli ultimi 25 anni. Nella notte tra il 19 e 20 Novembre tre uomini hanno immobilizzato la cassiera e l’unica guardia giurata presente nel museo. Dopo aver legato la donna, due dei ladri si sono fatti accompagnare nelle sale del museo per trafugare alcune delle opere più importanti di tutto il museo. Tra le opere trafugate vi sono quelle di Tintoretto, Rubens, Mantegna e Pisanello. Le opere trafugate al museo di Castelvecchio L’elenco completo è composto da: Madonna col bambino oppure detta Madonna della quaglia di Antonio Pisano detto Pisanello; il San Gerolamo penitente di Jacopo Bellini; la Sacra famiglia con una santa di Andrea Mantegna; il Ritratto di giovane con disegno infantile e Ritratto di giovane benedettino di Giovanni Francesco Caroto; Dama delle licnidi di Peter Paul Rubens; Paesaggio e Porto di mare di Hans de Jode; Ritratto di Girolamo Pompei di Giovanni Benini; le opere di Jacopo Tintoretto Madonna allattante e Trasporto dell’arca dell’alleanza , Banchetto di Baltassar , Sansone e Giudizio di Salomone ,Ritratto maschile della cerchia; Ritratto di Marco Pasqualigo di Domenico Tintoretto; Ritratto di ammiraglio veneziano della Bottega di Domenico Tintoretto. Il Museo di Castelvecchio, che ha subito il furto, è uno dei più importanti musei della città di Verona, uno dei fiori all’occhiello per l’arte europea e italiana nel nord Italia. Il museo si trova nella fortezza fatta erigere da Cangrande della Scala nel 1364. Conosciuto come Castello di San Martino in Aquaro  dopo il restauro degli anni ’50 divenne museo dal 1974. La struttura museale si articola su 29 sale e le collezioni esposte comprendono oggetti paleocristiani, opere scultoree dal X al XIV secolo, armi ed armature medievali nonché dipinti che vanno dal Trecento al Settecento. Il furto è un triste presagio per la fine di un’era dei musei civici della città che perderanno la loro storica direttrice museale, Paola Marini, che ha condotto i musei da 20 anni e che a partire dal 5 Dicembre si occuperà delle aree museali della Galleria dell’Accademia di Venezia. Data la gravità dell’atto, che non è certo di lieve importanza vista la mole di opere d’arte trafugate, le indagini sono state affidate al Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dei Carabinieri che sono già al lavoro con i propri esperti in antiquariato.

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Caschi Blu della Cultura, presto una realtà

L’odierno scenario di crisi internazionale, con le frequenti notizie di distruzioni di importanti siti culturali, ha fatto emergere la necessità dell’intervento dei caschi blu in questi contesti.  Nell’ultimo anno sono state troppe le notizie di siti archeologici, spesso patrimonio dell’umanità, persi a causa di eventi traumatici e violenti legate a situazioni geopolitiche particolari. Per lungo tempo si è parlato della minaccia e dei continui video del sedicente “stato islamico” che ha distrutto le antichità del sito di Ninive o, andando ben più indietro nel tempo, i Buddha di Bamiyan distrutti dei talebani in Afghanistan nel 2001. Tutto questo in una logica della cancellazione del passato, ma questi sono solo alcuni degli esempi lampanti della necessità di un corpo apposito di caschi blu che si occupi della tutela del patrimonio culturale mondiale. Caschi Blu della Cultura, una idea Unesco L’Unesco, durante la recente seduta nella sede di Parigi, ha approvato, nell’ottica di una tutela particolare e dettata da necessità nuove e immediate, la mozione promossa dall’Italia in prima linea per l’istituzione dei cosiddetti caschi blu della cultura. Si tratterebbe sostanzialmente di una task force apposita da utilizzare nel campo dei beni culturali. Facile immaginare quali possano essere i compiti dei caschi blu della cultura, compiti di tutela del patrimonio culturale minacciato da calamità naturali o interventi in aree altamente instabili, in questo caso è facile pensare a scenari quali la Siria, il Nord Africa e ovunque sia necessario un intervento di questo tipo. In questo caso il pensiero va subito ai recenti attacchi a siti archeologici come quelli della città di Palmira, in Siria. Il corpo, che il Ministro Franceschini auspica abbia presto una normativa che ne sancisca l’ambito operativo sul territorio, dovrebbe essere composto, nel prossimo futuro, dai Carabinieri, che hanno già maturato un’ampia esperienza nel settore, e da personale civile a vario titolo. Il “Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale” costituisce, in un ottica ideale, il presupposto per i caschi blu della cultura. Il TPC ha, infatti, compiti di polizia giudiziaria nel settore del patrimonio culturale (prevenzione di scavi clandestini, falsificazioni di opere d’arte e antichità, danni e danneggiamenti a siti, opere e reperti di importanza culturale ), attività di intervento e collaborazione con enti Nazionale e Internazionali. Il TPC, alle dipendenze del MIBACT, costituisce un eccellenza italiana: il nostro Pese è stato il primo, nel 1969, a dotarsi di un corpo di polizia apposito per il settore dei Beni Culturali. Quello fatto è un passo importante, l’intervento dei caschi blu in situazioni che lo richiedano, anche da un punto di vista della salvaguardia del patrimonio culturale, sarà presto una realtà.

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Alì al-Nimr e la sua ingiusta condanna

Al giorno d’oggi potrebbe sembrare anacronistico sentire di una “decapitazione con crocifissione”. Sembra qualcosa di arcaico, medievale, se non addirittura qualcosa che potremmo collegare ad un brutto sogno. A quanto pare non è così per Alì al Nimr. Alì al Nimr, un ragazzo di soli 21 anni, sarà presto decapitato, crocifisso e il suo corpo sarà lasciato “in putrefazione”. Non è una notizia esagerata, ma la cruda realtà. Il giovane Alì nel Febbraio 2012 venne arrestato durante una manifestazione. In quel periodo, durante “la Primavera Araba”, sembrava che il mondo in Medioriente potesse cambiare. La storia di Alì al-Nimr All’epoca dei fatti Alì al-Nimr aveva solo 17 anni e fu arrestato perché manifestava contro il governo di Riad. Adesso verrà emessa la sentenza. Una sentenza crudele e di un’arroganza unica, che sembra quasi voler lanciare un segnale per tutti quelli che potrebbero manifestare in futuro contro il governo saudita. È una cosa assurda, per molti versi addirittura comica, che l’ambasciatore dell’Arabia Saudita sia stato nominato Presidente del consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Si potrebbe forse parlare di una scelta ipocrita. Tanti sono gli appelli che da più parti sono piovuti sulle istituzioni di Riad, ma nulla più di un semplice appello, come quello di Hollande, che ha chiesto la sospensione della pena. Il mondo del web si è attivato subito per il giovane cercando di raccogliere firme. Gli altri Stati avrebbero, probabilmente, l’obbligo morale di intervenire, ma, nel frattempo in maniera velata, mostrano le proprie limitazioni, in quanto nessuno sembra voler agire contro un importante partner commerciale. L‘Arabia Saudita, infatti, è uno dei paesi mediorientali più avanzati tecnologicamente, che esprime, però, un sistema penale ben peggiore dell’inquisizione, dove chi esprime il proprio dissenso può perdere ogni diritto. In molti casi l’Arabia Saudita non ha accettato “consigli” di umanità sui suoi fatti interni. Ci troviamo davanti ad un sistema in cui l’ingerenza degli Stati esterni è praticamente nulla; ciò dimostra come il denaro possa comprare le migliori tecniche, ma non possa comprare l’umanità.

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