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Eroica Fenice

Teatro

Autobiografia erotica, una relazione pericolosa al Piccolo Bellini

Con “Autobiografia erotica”, in scena dal 17 al 22 Aprile, la casa di produzione di Silvio Orlando si affida ancora una volta alla penna di Domenico Starnone e fa un passo ulteriore nelle complessità di quel sentire che chiamiamo amore. La scena è affidata questa volta a Pier Giorgio Bellocchio e Vanessa Scalera, che con Orlando sono stati già protagonisti in Lacci. Nei panni di Aristide e Mariella, si rivedono dopo 20 anni in un appartamento romano. Non sono due vecchi amici ma due sconosciuti che si sono incontrati, una volta sola e per poche ore 20 anni prima, e hanno avuto un furtivo e frettoloso rapporto sessuale. Lui neanche si ricordava lei chi fosse quando ha ricevuto la mail in cui, con linguaggio provocatorio e ammiccante, lo convocava. Lui accetta l’invito e ora lei gli chiede di scavare in quelle poche ore di molti anni prima, di ricostruirle minutamente, utilizzando, per giunta, ancora un linguaggio lascivo: cosa è accaduto allora? Autobiografia erotica, un capovolgimento dell’amore senza paura dell’oscenità che lo rappresenta Perché parlarne con il linguaggio dolce dell’amore? Meglio l’oscenità. Comincia così un gioco in cui i due ripercorrono, scompongono e analizzano il loro primo incontro, mettendo a confronto, ora con allegria, ora con crudeltà, due esperienze sessuali molto diverse: dal punto di vista femminile e maschile. Andrea De Rosa in “Autobiografia erotica” dirige il duo rendendo quasi inevitabile il concatenarsi degli eventi come una ‘relazione pericolosa’ che gioca a sfregiare ogni idealizzazione sentimentale. Dietro l’esibizione verbale si rivelerà invece il pulsare commovente e fragile della vita, con un finale che porterà nuovi sensazioni nel profondo dell’anima. L’esperienza più importante che si possa fare ancora oggi a teatro è quella di mettere in discussione la propria identità. Per questo si è affascinati da quei personaggi che, credendo di conoscersi, nel corso di un dramma o di una commedia finiscono invece per vedere sgretolarsi le proprie certezze, scoprendo che ciò che credevano di sapere di se stessi e della propria vita era falso, artefatto o almeno incompleto. È ciò che accade ad Aristide Gambia nel corso del bellissimo testo che Domenico Starnone ha tratto dal suo romanzo. Una donna si ripresenta nella vita di Aristide a distanza di vent’anni e lo invita, in maniera insieme ludica e misteriosa, a ripercorrere un episodio che lui aveva velocemente archiviato nel reparto “avventure erotiche senza importanza della mia vita”: una mezza giornata trascorsa insieme, una scopata veloce, vent’anni prima. Attraverso un linguaggio crudo ed esplicito, la memoria di quella giornata diventa pian piano il pretesto per andare a fondo nel pozzo nero della rimozione, dove spesso accantoniamo ciò che crediamo senza alcuna importanza e che è invece lì, in agguato, pronto a rimescolare profondamente il senso della nostra vita. “Ho scelto di cancellare dalla scena e dal testo originale qualunque riferimento realistico”, dice De Rosa. “Dopo molti spettacoli in cui ho sperimentato a fondo gli apparati che le nuove tecnologie offrono al teatro (soprattutto nel campo delle tecnologie del suono), ho scelto stavolta […]

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Teatro

Ranavuottoli, le Sorellastre di Cenerentola al Piccolo Bellini

Come appare il mondo visto dalla parte dello specchio? E come appare visto dal basso verso l’alto? Certamente la visuale sarà distorta. E Ranavuottoli si inserisce lì, in quella fiaba travestita da realtà, provando a capovolgere l’affresco presentatoci da “Cenerentola”, e iniziando a rileggere la storia vista dalla parte non della “vincente” Cinderella, ma da quella delle due sconfitte: le Sorellastre. Uno spettacolo che, in fin dei conti, è una fiaba acida. Una fiaba nera sulla diversità. La celebre storia ci presenta le due sorellastre, Anastasia e Genoveffa, come la quintessenza di una cattiveria pari soltanto alla loro bruttezza. In poche parole, brutte dentro e brutte fuori. Ma da dove nasce la Bruttezza? Può davvero trattarsi di una questione cromosomica, qui dove la la bruttezza appare essere un destino già segnato? Ranavuottoli, il rovesciamento di una fiaba illuminata dalla napoletanità Il testo, a questi quesiti, dà una risposta secca: non si nasce brutti, lo si diventa come conseguenza, prodotto di quanto di brutto si vive o si è costretti a vivere. E, alla fine, quando la conseguenza del proprio stato diventa del tutto consapevole, la bruttezza finisce per rivelarsi una forma di protesta nei confronti di un mondo che ci pretende belli e vincenti. Essere brutti, quindi, diventa una forma di reazione: una resistenza più o meno armata. Genoveffa: goffa e tarchiata. Pratica delle “cose pratiche” ma totalmente delusa dall’esistenza. Anastasia: allampanata, sognatrice instabile e pericolosa sia per se stessa, che per gli altri. Le personalità delle sorellastre di Cenerentola risultano schiacciate da un trauma permanente: il rifiuto subito non solo dall’universo che le circonda, ma dai loro stessi genitori. Aleggiano su di loro, come ombre onnipresenti, due figure inquietanti: quella dell’irritante Cenerentola, destinata alla vittoria, e la costante delusione di un padre che non le vide mai dalla prospettiva di un genitore. Pur essendo un lavoro prevalentemente comico, Ranavuottoli si addentra nei meandri della psiche dei due personaggi, scandaglia le motivazioni psicologiche che porteranno Genoveffa, e soprattutto Anastasia, sorellastre di Cenerentola, a patire di quel “mal di vivere” basato sulla consapevolezza (in parte reale, in parte paranoica) del “non essere”. In questa ultima accezione, ne rientra soprattutto la certezza di un ruolo che continuerà a vederle come gregarie di una vita vissuta perennemente all’ombra della sorella, tra prove di scarpe indossate che non riusciranno mai a calzare a pennello e la rivisitazione del principe in chiave napoletana, buffa e perfettamente azzeccata date le risate del pubblico in platea.   Ranavuottoli, lo spettacolo di Gabriele Russo e Biagio Musella, con Nunzia Schiano e Pino L’Abbate, sarà in scena al Teatro Piccolo Bellini fino al 15 Aprile 2018.

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Teatro

Operazione San Gennaro, una leggenda al Teatro Diana

Operazione San Gennaro, film cult di Dino Risi e Nino Manfredi, rivive in teatro con lo spettacolo “Operazione San Gennaro, la leggenda”. Dal 14 Marzo all’1 Aprile, Massimo Ghini, che è anche autore, oltre che regista insieme a Stefano Reali, sarà in scena nel ruolo strepitoso che fu di Nino Manfredi, al teatro Diana di Napoli. “Un’idea nata da un incontro con Alessandro Siani, nella veste di produttore – racconta Ghini – che mi ha subito entusiasmato”. Ad oltre 40 anni dall’uscita nelle sale cinematografiche italiane, la Produzione Best Live propone al pubblico teatrale il capolavoro tratto da “Operazione San Gennaro” di Dino Risi. Un omaggio alla Napoli degli anni ‘60, in cui le canzoni di Sergio Bruni e del Festival di Napoli fanno da sottofondo al losco piano di alcuni americani di svaligiare il tesoro del Patrono Partenopeo con l’aiuto di una sgangherata banda di malviventi locali capeggiati da Dudù: l’attraente capo clan, interpretato magistralmente da Massimo Ghini che, da non napoletano, riesce nel delicato intento di immedesimarsi nel dialetto partenopeo.  Uno spettacolo arricchito dalla presenza determinante delle musica Armando Trovajoli, le quali, fanno sì che vengano rispettate due anime in contrapposizione tra loro come quella napoletana e americana. Operazione San Gennaro e la Napoli di Dudù Accostarsi a Napoli e ai napoletani per un non napoletano genera sempre un po’ di ansia. Il film “Operazione San Gennaro” non è assolutamente un’opera napoletana, ma una bellissima e fortunatissima commedia ambientata a Napoli, nata dal genio creativo di Dino Risi e Nino Manfredi. Spesso si commette l’errore di relegare Napoli e la sua immensa arte, confinandola solo a Napoli, come se fosse un prodotto solo nostro e non esportabile al di fuori dei confini campani. Ma la verità è che l’arte napoletana è cosi immensa che potrebbe superare ogni limite precostituito, non solo campano, ma anche italiano ed internazionale. Nel cast, accanto a Massimo Ghini, ci sono molti attori, napoletani e non, tra cui Stefania De Francesco, Antonio Fiorillo, Ernesto Mahieux e Nunzia Schiano che seguono le stesse scelte stilistiche del film. Il pubblico ha avuto l’impressione di assistere ad una fiaba, tra scenografie mastodontiche e molto evocative, una colonna sonora e grandi voci da far impallidire i musical americani più famosi. I testi, seppur lunghi, risultano molto scorrevoli, rendendo una commedia ironica e capace di compensare la  narrazione violenta della città, troppo spesso esagerata rispetto alla realtà delle cose.

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Teatro

New Magic People Show, un condominio di personaggi al Piccolo Bellini

Si ride tanto grazie al New Magic People Show. Ma alla fine di ogni risata, ci si rende conto di quanto quei personaggi, artefici di sketches impareggiabili, facciano orrore alla nostra coscienza. Su un ritmo vertiginoso da commedia nera, Giuseppe Montesano chiama in scena il suddito televisivo, il consumatore globale, l’uomo medio assoluto, lo schiavo della pubblicità. E poi i risanatori dell’economia nazionale, i venditori di spiagge, quelli di aria da respirare, i venditori e i compratori di anime. Dieci anni dopo una nuova versione di quel comico, feroce e colorito avanspettacolo pop, arriva in un crescendo che mescola l’opera buffa con il dramma, fatto di ridicoli mostri drogati dal sogno del denaro, di prigionieri illusi di essere liberi, di gaudenti che hanno seppellito la passione e l’amore: un nuovo capitolo del tragicomico romanzo teatrale dell’Italia malata di questi ultimi anni. L’intento dello spettacolo, come spiega Montesano, è il sovraffollamento del condominio globale, il pullulare comico di personaggi messi a cuocere in una stessa pentola a pressione demenziale, le vite non più protette dall’intimità della casa, ma sempre sotto l’occhio di tutti, e con un ritmo che sembra sposare i Simpson ed Aristofane, Eduardo e Woody Allen, i Soprano e la Commedia dell’Arte, Totò e Godot. Come farlo con soli quattro attori? Da qui la loro idea straordinaria di recitare su un tavolino da salotto, gomito a gomito come sardine in una scatola mentale, ricreando la sensazione della mancanza di spazio interiore del condominio coatto. E poi, attinta alle radici stesse del teatro popolare napoletano e ai Maestri della Farsa, la trovata del travestimento: solo quattro attori si trasformano e si moltiplicano, con pochissimi trucchi, in maschi, femmine e bambini, in una folla di personaggi, una sorta di avanspettacolo postmoderno. New Magic People Show ci insegna che si può ridere su cose drammatiche. Si può fare ironia su ciò che in realtà ci sta strangolando. New Magic People Show: la condanna in chiave comica di quell’ignoranza esibita con protervia New Magic people Show parla di come stiamo diventando servi del mediatico e del denaro, rifiutando di usare le categorie della politica; parla di come la politica, invece, abbia invaso le anime, ma senza nominarle mai; di come la cara e amata vita quotidiana sia modificata e deformata dallo strapotere dell’Economia, ma senza scriverne trattati aggrappati alle ideologie vecchie e nuove. Non si possono più usare innocentemente le parole che i nemici dell’uomo hanno trasportato nella menzogna e, se si vuole restare vivi, bisogna provare a smascherare quelle menzogne: ma in che modo? Dando la parola a loro, i mutanti di quella che è già da tempo la ex società del benessere: facendo confessare a loro stessi la propria vergogna e assurdità, la mancanza d’amore e la banalità del male. Con Enrico Ianniello, Tony Laudadio, Andrea Renzi, Luciano Saltarelli e su drammaturgia di Giuseppe Montesano, New Magic People Show andrà in scena al Teatro Piccolo Bellini fino a domenica 18 marzo.

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Teatro

“Gli uccelli migratori” di Francesco Lagi, dal 20 al 25 febbraio al Piccolo Bellini

Si è aperta ieri la settimana de Gli uccelli migratori, lo spettacolo scritto e diretto da Francesco Lagi, con Anna Bellato, Francesco Colella, Leonardo Maddalena e Mariano Pirrello, in scena dal 20 al 25 febbraio al Teatro Piccolo Bellini. Francesco Lagi, autore e regista, ha raccontato che uno degli spunti che nutre l’idea dello spettacolo si muove attorno a questo paradosso: il viaggio reale, visibile e aperto degli uccelli che attraversano chilometri di cielo. Gli uccelli migratori appaiono, dunque, come un viaggio nascosto che si propone di raccontare e scoprire, il viaggio di una donna che sta per mettere al mondo una persona. E in quella casa il tempo è sospeso in un’attesa. C’è una persona che sta per arrivare e delle persone che la stanno aspettando. Ci sono una tutina azzurra e l’invenzione di un’app. Una casa in mezzo a una pineta, dove una ragazza aspetta la nascita della propria figlia circondata da tre uomini: il fratello, uno scrittore inconcludente nonché programmatore fallito; il padre della nascitura (amante di una notte), per il quale la paternità rappresenta un’occasione per combinare qualcosa di buono nella vita; e un ornitologo, che parla con gli uccelli, preso dalla ricerca di Yoda, un uccello migratore sparito. Con il tipico linguaggio della compagnia, dall’incedere lieve e poetico, Teatrodilina ci insegna ad osservare la vita, la quale scorre attraverso una serie di personaggi che ne affrontano i cambiamenti e che, come dice lo stesso regista, “ruotano intorno a un centro, si affaticano distrattamente cercando di sintonizzarsi sulla frequenza del loro motivo di stare al mondo. Cercando di trovare una grammatica emotiva, una lingua comune che possa svelarne la loro identità”. “Gli uccelli migratori” di Francesco Lagi: uno spettacolo pieno di luce Un ricordo di bambini, Yoda che è sparito e non si trova più. L’arrivo di un padre, il linguaggio degli uccelli, una bussola rimasta in tasca. La paura di cambiare e la vita che prima bussa alla porta e poi improvvisante si rivela. I personaggi ruotano intorno a un centro, si affaticano distrattamente cercando di sintonizzarsi sulla frequenza del loro motivo di stare al mondo, cercando di trovare una grammatica emotiva, una lingua comune che possa svelarne loro un cambiamento. La pratica in Gli uccelli migratori è l’indagare su quel periodo misterioso che riguarda la fine di una gravidanza e l’inizio di un parto, quell’intercapedine di tempo nella quale, come dichiarato da Francesco Colella, si muovono tra le persone dei sentimenti speciali. 

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Teatro

Donne che sognarono cavalli di Daniel Veronese al Piccolo Bellini

Donne che sognarono cavalli, lo spettacolo di Daniel Veronese su adattamento e regia di Roberto Rustioni, interpretato da Valeria Angelozzi, Maria Pilar Perez Aspa, Michela Atzeni, Paolo Faroni, Fabrizio Lombardo, Valentino Mannias e Federico Benvenuto, continua la sua settimana al Piccolo Bellini, che lo vedrà in scena fino a domenica 11 febbraio. Nato l’8 novembre del 1955 a Buenos Aires, Daniel Veronese è una delle figure di riferimento del teatro argentino nel periodo della post­‐dittatura. Donne che sognarono cavalli: storie di violenza in contesti familiari Mujeres soñaron caballos, uno dei testi più riusciti e rappresentativi dell’opera di Daniel Veronese, presenta una qualità di ambiguità e di mistero nella scrittura ed un andamento strutturale abbastanza particolare, tali da richiedere una breve esplicazione per facilitarne la lettura. Innanzitutto l’architettura dell’opera contiene uno sfasamento temporale: le scene o quadri sono cinque. Lucera, il personaggio più giovane, con i suoi monologhi che provano a ricostruire dolorosamente la sua memoria, aiuterà anche a ricostruire l’intera vicenda: è chiaramente una figlia di desaparecidos, una dei tanti figli di dissidenti tolti di mezzo durante la feroce dittatura militare che ha coinvolto l’Argentina tra il ’76 e l’83. Questa verità terribile è nascosta dietro ad una situazione ordinaria e familiare apparentemente normale: tre fratelli si ritrovano con le loro rispettive mogli per un improvvisato pranzo che li riunisce. Bugie, tradimenti, sospetti reciproci, competizioni continue e ridicole si alternano in un’atmosfera contemporaneamente torbida e tragicomica, fino ad arrivare ad un finale inaspettato e catartico. Un’opera teatrale inizia ad accadere sulla scena. Non succede nella testa dell’autore né in quella del regista e nemmeno in quella degli attori. Accade proprio lì, sulla scena. Il teatro è quello che succede, non quello che si dice Il teatro è accadimento. E noi non siamo abituati a vedere questo. Siamo abituati a vedere cose finte. La gente va a vedere delle falsità. Siamo abituati a essere molto comprensivi con il teatro. Non sto dicendo che sia facile o che io riesca ad ottenerlo, però la mia intenzione è riuscire a creare un tipo di realtà che ha a che fare con questo. Stando nell’aria in disequilibrio costante, a cosa ci esponiamo? Fino a che punto possiamo arrivare? Che cambiamenti profondi possiamo generare dentro di noi? C’è un nuovo tipo di violenza nell’aria, la si vede, la si sente dentro di noi e nelle persone che ci stanno accanto. “Mujeres” parla di diversi tipi di violenza che vivono dei personaggi facilmente riconoscibili all’interno di contesti familiari, in un’opera nella quale gli enigmi non vengono risolti e i nodi non sono mai sciolti. Del resto, ci sono risposte alla crudeltà? All’ineluttabilità della violenza? Nel mistero della vita forse ne troveremo qualcosa.

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Teatro

White Rabbit, Red Rabbit: l’interpretazione di Iaia Forte al Piccolo Bellini

Il teatro Bellini ha accolto, per il terzo lunedì, White Rabbit, Red Rabbit: un esperimento sociale in forma di spettacolo. Per 6 lunedì di fila il pubblico potrà vivere un momento unico, di forte empatia e condivisione, in cui un attore porterà in scena un testo che non ha mai letto, senza regia e senza aver mai fatto prove. Ieri sera è stata la volta di Iaia Forte, l’attrice napoletana, infatti, solo dopo essere salita sul palco, ha potuto aprire la busta sigillata contenente il copione che ha poi letto ed interpretato al pubblico. Una sedia, un leggìo e due bicchieri sono stati gli unici elementi concessi all’interprete che, accettando di partecipare, ha accettato anche una sfida, armandosi di ironia e leggerezza e senza aver mai visto lo spettacolo in cui è arrivata in punta di piedi e ha iniziato a giocare con il testo ripettandone alcune regole, tra le quali, c’era anche quella, da parte dei giornalisti, di non svelarne il contenuto, potendone condividere solo le impressioni percepite. Ciascun artista può quindi inseguire White Rabbit, Red Rabbit solo una volta e la sua performance non può essere documentata da video che andrebbero a svelarne il contenuto dello spettacolo. White Rabbit, Red Rabbit: l’analisi improvvisata ma quantomai sincera dei giorni nostri Il progetto White Rabbit, Red Rabbit è di Nassim Soleimanpour; l’autore iraniano che impossibilitato a lasciare il suo paese per motivi politici, ha creato uno spettacolo che gira il mondo al suo posto, durante il quale gli spettatori si uniscono all’attore di turno per intraprendere, insieme, un viaggio verso l’ignoto, una vertiginosa caduta verso una destinazione sconosciuta dove soltanto il teatro è in grado di condurre. Iaia Forte e il White Rabbit: non ho mai affrontato sul palcoscenico un testo di cui non so nulla White Rabbit, Red Rabbit attraversa il mondo dal 2011, anno in cui ha debuttato all’Edinburgh Fringe Festival; da allora è stato tradotto in 20 lingue e ha fatto più di mille repliche: da New York a Tokyo, da Città del Messico a San Paolo del Brasile, passando per Francia, Belgio, Svezia, Olanda. Ad oggi, è stato portato in scena da grandi attori: Sinead Cusack, Whoopi Goldberg, Ken Loach e in Italia da Lella Costa e Federica Fracassi, solo per citarne alcuni. Finalmente, quest’esperienza teatrale, unica nel suo genere, arriva a Napoli con Iaia Forte, al Teatro Bellini, con la complicità degli attori che si sono prestati all’esperimento: seguiranno il coniglio bianco per esplorare, insieme al pubblico, il paese delle meraviglie.  

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Musica

James Senese e Napoli Centrale al Teatro Sannazaro

Si avvicina il concerto di James Senese e Napoli Centrale al Teatro Sannazaro, rinviato a mercoledì 31 gennaio alle ore 21, nell’ambito della rassegna “Sound of The City”, a cura dell’etichetta Jesce Sole. L’icona del Neapolitan Power torna a calcare il palco dopo il live-recording in occasione del festival “Sorrento Incontra – M’Illumino d’Inverno 2017/18”, che lo ha visto impegnato nella registrazione dal vivo del nuovo disco prossimo all’uscita. In scaletta, tanti brani cari ai suoi fan che hanno segnato le tappe fondamentali della carriera di un artista che, a distanza di cinquant’anni, continua a stupire ed emozionare con il suo inconfondibile groove. Napoletano nato a Miano. Figlio di James Smith, soldato statunitense afroamericano e di Anna Senese, giovane ragazza napoletana. Inizia da giovanissimo la sua carriera di sassofonista, nel 1961, insieme a Mario Musella. Un sodalizio che proseguirà dando vita alla nascita degli Showmen. Insieme ai Napoli Centrale, gruppo formato insieme all’amico Franco Del Prete, incide gli album “Mattanza” e “Qualcosa ca nun mmore”, distinguendosi per il suo jazz-rock dalla forte e innovativa connotazione popolare. Insieme a Pino Daniele, Tullio De Piscopo, Tony Esposito, Joe Amoruso e Rino Zurzolo, ha preso parte ad uno dei più grandi gruppi che il panorama partenopeo abbia mai ricevuto in dote, collaborando ai dischi d’esordio del cantautore partenopeo. Testimone e protagonista assoluto di uno spaccato della musica napoletana, precursore di un sound d’innovazione, capace di entusiasmare e dare spunti alle nuove generazioni di musicisti che sempre più a fatica tentano di scalare il gradimento di un pubblico il quale sembra aver già ascoltato tutto. Uno stile inimitabile, quello di Senese. Lo stesso che, oltre ai Napoli Centrale e agli Showmen, ha regalato tante emozioni insieme al suo grande amico Pino Daniele, di cui è stato accompagnatore fidato in quei brani che ancora oggi riecheggiano a tutto volume per i vicoli del centro storico. James Senese e Napoli Centrale: nel ricordo di Pino Daniele, o’sanghe di un nero a metà sulle note del Sax più amato dai napoletani Di ritorno da un lunghissimo tour di oltre 150 date in due anni, James Senese ha girato  l’Italia e l’Europa per promuovere “O’ Sanghe” (Ala Bianca/Warner), album uscito nel 2016 e vincitore della Targa Tenco. L’instancabile musicista partenopeo si prepara quindi alla pubblicazione – nella primavera 2018 – di un doppio disco celebrativo per i 50 anni della sua carriera, a cui farà seguito un fitto calendario di concerti. La formazione attuale dei Napoli Centrale, la stessa che ha registrato “Nero a metà” di Pino Daniele, vedrà Senese alla voce e al sax, Ernesto Vitolo alle tastiere, Gigi De Rienzo al basso e Agostino Marangolo alla batteria.  

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Food

Chiaia, la Pizzeria 1000 Gourmet ospita la solidarietà

Martedì 19 dicembre, alle ore 21, la nuova pizzeria 1000 Gourmet, in via San Pasquale a Chiaia 41, ha ospitato i ragazzi della “Bottega dei Semplici pensieri” in una serata che ha saputo unire ricerca gastronomica e impegno sociale. Con un percorso di degustazione, il maestro pizzaiolo Giuseppe Maglione ha presentato al pubblico le sue pizze gourmet, frutto di una ricerca attenta e rigorosa sia sulle farine che sulle materie prime. La “Bottega dei Semplici Pensieri”, la Onlus che propone opportunità ai ragazzi diversamente abili,  ha affiancato il personale di sala nella speciale veste di esperti sommelier. Un’associazione costituita nel 2012 e finalizzata a formare professionalmente i ragazzi affetti da sindrome di down o lieve deficit intellettivo, restituendo loro un inserimento sociale concreto. Alle sei pizze presentate in sala, sono state abbinate le birre artigianali del marchio napoletano KBirr: la lager “Natavot”, la Scotch Ale “Jattura” e la Imperial “Stout Paliat”, tutte ispirate, anche nella grafica delle etichette, ad icone e tradizioni del panorama partenopeo. Ad accompagnare il finale, i dolci e le creazioni all’avanguardia della pasticceria di Mario Di Costanzo, che da anni combina esperienza e sperimentazione. La Pizzeria 1000 Gourmet è il nuovo indirizzo di Chiaia che si propone di raccontare una pizza diversa: dalle farine non raffinate, gluten free, senza lattosio, fino alla sperimentazione di impasti aromatizzati, serviti a spicchi per una innovativa forma di consumo. Un progetto che nasce per soddisfare nuovi segmenti di mercato e un pubblico sempre più consapevole, curioso ed esigente. 1000 Gourmet, l’incontro tra i vari sapori territoriali  Il disco della pizza diventa la base di sperimentazioni gastronomiche, di incontri tra territori diversi e i loro sapori: la patata viola con lo speck dell’Alto Adige Igp, i fichi bianchi del Cilento con il lardo e il Gorgonzola Dop, ed ancora il Fior di latte di Agerola e la ‘nduja di Spilinga. Il tutto racchiuso nella ricerca e selezione di materie prime di eccellenza: ingredienti freschi, certificati e di qualità Il menù di 1000 Gourmet si presenta come una continua scoperta delle migliori produzioni italiane, dalla Sicilia alle Alpi: un invito alla degustazione e alla sperimentazione di nuovi abbinamenti. Da qui l’idea di servire a spicchi le pizze su eleganti dischi di pietra lavica, per consentire l’assaggio di più pizze e un vero e proprio percorso gastronomico. Una delle innovazioni dello Chef Giuseppe Maglione, insieme agli impasti gluten free cotti in forni appositi e senza rischio di contaminazione, si è dimostrata essere quella degli impasti aromatizzati. Tre tipi diversi (al limone, alle noci e al cacao) che spingeranno il palato ad una nuova percezione di sapore.

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Recensioni

Il genio di Oscar Wilde al Ridotto del Mercadante

Il 7 Dicembre è andato in scena il processo di Oscar Wilde al Ridotto del Mercadante. In tempi in cui accuse, tabù sociali e violenze non cedono ancora il passo ai valori dell’accettazione, dell’inclusione e del rispetto reciproco, l’ironia dissacrante e lo spirito di Oscar Wilde rimarcano l’importanza della libertà e della salvaguardia dei diritti civili. Oscar Wilde al Ridotto del Mercadante, il processo Il primo di questi fu intentato da lui stesso ai danni del Marchese di Queensberry che, scoperta la relazione tra suo figlio Alfred e lo scrittore, l’aveva accusato di “posare a sodomita”. A causa delle notizie sulla sua vita privata emerse in questo primo processo, Oscar Wilde verrà  giudicato colpevole dei reati di “sodomia” e “gravi indecenze”e condannato a due anni di lavori forzati. I verbali dei processi non vennero mai resi pubblici perché ritenuti scabrosi e compromettenti. Solo nel 2000, l’eccezionale ritrovamento di un manoscritto presso la British Library consente oggi di rivivere, parola per parola, l’interrogatorio in cui Wilde diede prova del suo famigerato acume. Roberto Azzurro, in scena nel ruolo di Oscar Wilde, e Pietro Pignatelli in quello dell’avvocato Edward Carson, ripercorrono i momenti salienti di un interrogatorio in cui Wilde è costretto a rispondere dei suoi rapporti con omosessuali e ragazzi di vita; e lo fa di volta in volta negando, mentendo, scherzandoci sopra. In questo folle ma reale dialogo si intrecciano le note di Chopin, eseguite da Rebecca Lou Guerra, che accompagnano questo acrobatico battibecco come fosse una voce dell’anima dei personaggi e dello spettatore contemporaneamente. E diventa quasi un miracolo poter assistere al genio di Oscar Wilde al Ridotto del Mercadante, al genio dell’umorismo del poeta inglese, nelle vere risposte date al suo inquisitore, nell’espressione massima della grande ironia di un gigante della letteratura mondiale. Azzurro in questo spettacolo riesce a far sorridere quella giuria, composta dagli spettatori, che Wilde non riuscì a sensibilizzare ad inizio secolo. Un processo in cui le battute tra l’imputato e l’avvocato, condite dalla straordinaria ironia di un genio della letteratura, si rivelano come l’eterno scontro tra l’illuminato e il bigottismo che, mai come in quei tempi, aleggiava nelle aule dei tribunali. L’insieme degli eccessi che diventano un capolavoro Una libertà d’intenti che non poteva essere compresa e in cui, in uno straordinario monologo finale, Roberto Azzurro lascerà trasparire tutti i conflitti che l’autore britannico si portava dietro nella sua ossessiva, ma naturale, ricerca dell’eccesso a tutti i costi. I dialoghi del processo di Wilde, se ne volessimo fare un paragone meramente scolastico, riescono a racchiudere tutto il vocabolario della lingua, arricchendolo con l’uso impeccabile degli aggettivi, dei sinonimi e dei contrari: una vera e propria arma, tirata fuori con il ritmo impeccabile e la maestria di un personaggio che più parlava, più riusciva a rendersi accattivante agli occhi di chi lo ascoltava. Uno spettacolo che Roberto Azzurro è riuscito a portare in giro per l’Italia, dai teatri più defilati, fino ad arrivare a Parigi. Parigi. La città in cui Oscar Wilde, dopo due anni di prigionia […]

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Eventi/Mostre/Convegni

World Press Photo, Napoli ospita il fotografo turco Burhan Ozbilici

Dopo il grande successo dello scorso anno, torna a Napoli, nella suggestiva location di villa Pignatelli, il World Press Photo. Ad ospitare quello che è il più grande concorso di fotogiornalismo al mondo, sarà la Casa della Fotografia (Riviera di Chiaia 200). Ieri, alle 13.30, si è svolta la cerimonia di inaugurazione nella cornice neoclassica del Museo Pignatelli, alla presenza del vincitore assoluto Burhan Ozbilici, il fotografo turco autore dello scatto “An Assassination in Turkey” in cui, ad Ankara, il 19 Dicembre 2016, il poliziotto attentatore Mevlut Mert Altintas uccise l’ambasciatore russo Andrey Karlov, immortalato da quella serie di scatti che sconvolsero l’Europa. Uno scatto irripetibile, capace di suscitare sensazioni altalenanti. Lo spavento, la rabbia e l’impotenza davanti ad un mondo che sembra legittimare sempre di più la sua permanenza cospargendola dal sentimento dell’odio. La grandezza del Primo Premio ad Ozbilici risiede nella potenza visiva di chi è riuscito, con un solo scatto, a scatenare un vero e proprio conflitto politico. La libertà d’informazione come diritto inalienabile, quello sguardo sulla realtà che solo il fotogiornalismo di qualità riesce ad alimentare. Una serie di 150 scatti, selezionati da una giuria internazionale presieduta da Stuart Franklin. Le fotografie arrivano nel capoluogo campano grazie all’impegno dell’organizzazione Cime, in collaborazione con il Polo Museale della Campania e il patrocinio della Regione Campania e del Comune di Napoli, come sottolineato dalla presenza del Sindaco Luigi De Magistris. Istanti di realtà quotidiana, immagini da tutto il Mondo, selezionate da una giuria che si rinnova ad ogni edizione, e, riunita ad Amsterdam, con scrutinio segreto (finché una foto non ottiene sei preferenze) aggiudica il premio. Una selezione fotografica che racchiude momenti di vita che spesso risultano vissuti al limite, altre volte emozionano perché non te ne aspetti la straordinaria bellezza di quell’inconfutabile paradiso chiamato natura. World Press Photo, il trionfo del  fotogiornalismo Grazie al World Press Photo, il fotogiornalismo riesce ad arrivare, senza restrizioni, a quel processo di conoscenza al quale tante volte i media non danno spazio, che fa tanto breccia nelle nostre menti proprio perché troppo lontano dal nostro immaginario. Scatti che affascinano, racchiudono al loro interno tutta quella serie di opinioni raggruppate nei nostri pensieri e che, spesso, finiscono per essere archiviate in un post al quale si voglia dare l’ormai onnipresente tocco di solidarietà. Tra i vincitori del World Press Photo anche quattro italiani: Antonio Gibotta con il suo scatto “Infarinati”, Francesco Pomello con “L’isola della salvezza”, Alessio Romenzi nella sezione General news con “Non prendiamo prigionieri” e Giovanni Capriotti per la categoria Sport sezione “Storie”. Come negli anni precedenti, la mostra, aperta fino al 7 Gennaio, si ripropone come un vero e proprio festival, arricchendosi di appuntamenti che vedranno impegnati in interessanti public lecture i fotoreporter nazionali ed internazionali protagonisti del concorso.

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Eventi/Mostre/Convegni

Eromata, intervista al fotografo Luca Matarazzo

Luca Matarazzo. Luca Mata. Ma per chiamarlo “Luca” bastano più o meno trenta secondi perchè uno dei pochi reduci a possedere quella qualità innata capace di girare le spalle alla spocchia: l’umiltà. Quando gli chiedi a che ora sia arrivato a Napoli, ti risponde mercoledì. Ma non ti dà il tempo di rifiatare, che comincia a giustificarsi subito dicendo che non ha ancora mangiato il babà. Perchè la forza di Luca è proprio quella di inserirsi nel contesto, in tutti quegli organigrammi che se pure non gli appartengono a leggere il documento d’identità, finiscono per appartenergli dopo pochi istanti. Gira le spalle al superfluo, a tutto quel chiacchiericcio irruento che può sfociare nei pettegolezzi da concorrenza. Classe ’82, professione fotoreporter. Collabora da anni con i principali quotidiani nazionali e da tre anni porta avanti quello che lui detesta definire “progetto”, la sua raccolta di istantanee “Eromata”. Lo abbiamo intervistato ieri, ai Magazzini Fotografici di via San Giovanni in Porta, in uno dei tanti cuori pulsanti della Bella Napoli, tra una birretta e l’andirivieni di motorini 50 che, spumeggianti, scodinzolavano nel vico. intervista a Luca Matarazzo Io non sono un fotografo, ma se c’è una cosa che ho imparato negli anni e di cui vado fiero, è che nascendo nell’87, riesco ancora a percepire il valore romantico di una fotografia conservata in un cassetto, delle raccolte maniacali di una madre che le andava a sviluppare per ritrovarsele negli anni. Quei ricordi nostalgici che talvolta ti fanno scavare i morti, ma anche ammirare la repentina mutazione che negli anni assumono le pieghe dei pantaloni e le cuciture che cambiano. Oggi i giga di uno smartphone hanno sostituito le raccolte di mia madre. E tu? Come mai hai scelto le Polaroid? Le Polaroid nascono poco prima di me e rispecchiano un grande valore nostalgico, ho vissuto la loro epoca e quando i telefoni cellulari non esistevano, anticipavano già i tempi con il carattere dell’istantaneità. La necessità di avere una foto subito e poterla condividere. Per me, che sono un feticista degli oggetti, avere una foto su un pc e non un prodotto fisico da conservare, è come non avere nulla. Sarebbe solo una sequenza di dati che senza stampa non avrai mai davvero. Come è nato il tuo rapporto con la fotografia? E quanto conta, o ha contato, il tuo passato nella scelta di questo lavoro In casa mia c’era mio padre che era un grande appassionato di fotografia. Sono sempre girate tante macchine fotografiche. Io sono una persona molto timida, lo sono sempre stato. Per anni la fotografia è stato il mezzo che mi ha aiutato a comunicare e cominciare ad instaurare rapporti autentici con le persone. In ambito commerciale, il chiacchiericcio che spesso si genera, finisce sempre per gettare un occhio alla concorrenza dandole una visione a volte positiva, a volte negativa. “Questi sono bravi e mi tolgono il lavoro, questi sono incompetenti e quindi non fanno altro che alimentare il mio successo”. Nell’epoca in cui tutti scattano a ripetizione, quanto […]

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Teatro

DuePenelopeUlisse, il mito prende vita al Piccolo Bellini

Un regista e due spettacoli. Un appuntamento per conoscere e osservare il percorso in regia di Pino Carbone attraverso due lavori in scena in contemporanea a Napoli. Due momenti diversi ma uniti da una direzione comune. A Napoli, dal 31 ottobre al 5 novembre, un interessante progetto per conoscere il lavoro del regista napoletano e i suoi ultimi due spettacoli prodotti dalla compagnia Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro. Due spettacoli, diversi tra loro, ma accomunati dall’indirizzo artistico di Carbone, e un incontro con il collettivo di scrittori Wu Ming, autori del romanzo “L’armata dei sonnambuli”. Al Teatro Piccolo Bellini va in scena un dialogo sulla relazione umana e teatrale.  L’incontro tra i due protagonisti dell’Odissea, dopo venti anni di lontananza, è colto nel momento in cui, lontano dalla narrazione pubblica, si trasforma in dimensione privata, intima. Un semplice ma intenso dialogo tra due esseri umani, tra attesa e ritorno, immersi nel desiderio che contemporaneamente muove e paralizza nell’accattivante interpretazione di Anna Carla Broegg e Giandomenico Cupaiuolo. Da Penelope e Ulisse, a Marina Abramović e Ulay, per il regista il passo è stato immediato. Entrambi legati da un amore passionale e provato duramente, entrambi artisti della vita, entrambi ritrovatisi dopo anni. Un legame forte, quello con la Abramović: l’artista statunitense che durante la mostra allestita al MoMa di New York, di fronte a lei, lascia scorrere lacrime ed emozioni all’apparire del suo storico compagno, prima di scambiarsi sguardi carichi di ogni significato. E il teatro prende forma, si fa vita. DuePenelopeUlisse, la trasposizione teatrale di un mito che sa accompagnare anche l’amore dei giorni nostri Il mito e il contemporaneo sono uniti nella performance di Carbone dall’opera musicale di Monteverdi “Il ritorno di Ulisse in patria”, determinandone anche la struttura narrativa. Un melodramma come legame tra antico e attuale, tra invenzione e realtà, tra personaggi e persone. Dalla rivoluzione privata nei sentimenti e nelle emozioni di DuePenelopeUlisse, alla rivoluzione storica de “L’Armata dei Sonnambuli”, in scena al Teatro Nuovo dal 3 al 5 novembre. DuePenelopeUlisse nasce come studio sulla relazione, muovendosi su un asse che va dal mito alla contemporaneità attraverso la letteratura, l’arte performativa, la musica e l’espressione scenica. Due i punti di partenza. Il primo è il momento preciso in cui Penelope e Ulisse, nell’Odissea, si ritrovano dopo venti anni di lontananza, l’attimo in cui il mito si fa dimensione privata e intima. Il secondo è un altro sublime incontro a due: quello avvenuto durante la performance di Marina Abramović “The Artist is Present”. L’artista restò per mesi seduta su una sedia mentre a turno i visitatori, simili ai Proci di Omero, si accomodavano di fronte a lei. Di fronte a lei ci sono le lacrime e le emozioni scaturite dall’apparizione dello storico compagno. E il teatro prende forma, si fa vita. D’un tratto, su quella sedia si è seduto il suo compagno storico, Ulisse, con il quale aveva trascorso gran parte della vita artistica e amorosa. I due non si vedevano da trent’anni, per cui l’impatto emotivo, pur tradendo l’iniziale […]

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Cinema & Serie tv

Così parlò De Crescenzo, un documentario sui popoli d’amore

Per un napoletano nato a Napoli, a Mergellina, di Domenica, a Mezzogiorno, non è mai semplice scrivere di Luciano De Crescenzo. Mammà ti aveva appena messo al mondo, si era fatta una nottata di combattimenti e aveva speso una cosa di soldi per partorirti vista mare. Sapeva già, insieme al babbo, che il figlio sarebbe nato sotto l’aura di un popolo d’amore, ma voleva farglielo capire da subito con un occhio alla zizza e l’altro a Marechiaro. Neanche il momento di staccare il cordone ombelicale, che già ne nasceva un altro. Ti portavano via dall’abbraccio materno e nelle ore in cui dovevi stare per forza da solo, affianco alle culle degli altri bambini, con i parenti ad osservarti dietro ad un vetro, sostituivi l’abbraccio più bello con quello del golfo. Mia madre, infatti, ha sempre preferito il mare al Vesuvio. Perché uno, prima o poi, finirà per alzare la voce con te che ci rimarrai male. L’altro, invece, a parte qualche mareggiata, non ti abbandonerà mai. Insomma, la mamma di un bambino che nasce a Napoli può ritenersi mediamente tranquilla: suo figlio avrà sempre una madre di riserva a disposizione. Potrai andartene a Milano, a vivere all’estero, ma quell’abbraccio lo porterai sempre con te, definendolo “napoletanità”. Ce ne hanno trasmesse di vari tipi i nostri autori concittadini. A volte litigavano tra loro su chi fosse il più bravo, il più giusto, il più vero. Negli anni la “napoletanità” è stata usata con accezioni positive e negative a seconda del messaggio che si voleva far passare. Il contrabbando, il mandolino, i pastori, le stese di panni nei vicoli, le stese di camorra. Ma se c’è una cosa che si deve a quel genio di Luciano De Crescenzo, è proprio quella di metterle insieme e rimescolarle in chiave comica, sotto la straordinaria luce dell’ironia. Oggi, i napoletani, in particolare i giovani, hanno acquisito una diversa coscienza sociale, ma resta immutato il carattere di questo popolo, il quale, mentre copre con uno velo di humor la sua tragicità del quotidiano, riesce a rivelare sempre uno stato di profonda malinconia. Siamo malinconici e ce lo portiamo dentro. Abitiamo a Milano, ci trasferiamo in Germania, ma continueremo sempre a ricordare quella volta che mettemmo tremila lire di benzina al Parco della Rimembranza, tappezzammo la macchina di vestiti e, sotto le luci di una Nisida illuminata dai botti di qualche festeggiamento e le luci delle case in lontananza, facemmo l’amore con l’unica ragazza capace di illuminarci il cuore. Non bisognerebbe mai innamorarsi ma continuare per sempre a volersi bene. L’amore può degenerare nell’odio, il bene è destinato a crescere per sempre. Poi ci sono quelli che diventano milanesi convinti, magari arrivano a votare pure Salvini perché hanno la “fede incrollabile” del punto esclamativo.  Quello è però un caso più unico che raro. Probabilmente saranno nati a Villa Literno, con il primo impatto su una bufala al posto del mare e tanta voglia di scappare fin dalla nascita. Quello che si percepisce in “Così parlò De Crescenzo”, […]

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Teatro

La Morte della Bellezza in scena al Ridotto del Mercadante

Ritorna in scena, nella sala dove debuttò con successo nel 2015, l’allestimento teatrale di La Morte della Bellezza di Giuseppe Patroni Griffi, in scena dal 24 al 29 Ottobre al Ridotto del Mercadante. Uno spettacolo che approccia il testo secondo le regole del “teatro nel teatro” di Pirandello, autore caro a Patroni Griffi, presentato in contemporanea in sala grande con Sei personaggi in cerca d’autore. Un allestimento curato da Benedetto Sicca, che ne è anche interprete, insieme a Francesco Aricò. La Morte della Bellezza, il piacevole ricordo di Patroni Griffi La Morte della Bellezza, romanzo capolavoro di Patroni Griffi, narra la storia romantica e al tempo stesso crudele di Lilandt ed Eugenio, in uno spettacolo che celebra l’amore di due ragazzi il cui segno distintivo è la bellezza, nella cornice di quella Napoli che ha la stessa caratteristica e che, devastata dai bombardamenti, riuscirà a diventare ugualmente culla del loro amore. Un amore omosessuale, raccontato con un linguaggio che riesce a rendere lirica la sodomia di un’irresistibile attrazione fisica, in cui Patroni Griffi si interroga con se stesso, approcciando le paure e i complessi di inferiorità rispetto a coloro che sembrano vivere quell’amore definito da tutti “normale”, con una vera e propria apologia, in cui alla fine risulterà la tenerezza a farla da padrone. La paura di accettarsi, l’imbarazzo del primo incontro e il non sapere cosa dire, il mistero del primo bacio ad un uomo del quale, però, saresti capace di riconoscere quegli occhi in mezzo a milioni di persone. Nell’interpretazione dei due protagonisti c’è tutto il pathos nel quale potrebbe inserirsi una storia d’amore autentica, raccontata da quel “verismo” letterario di un autore che nella sua vita ha fatto a calci con la censura, cercando di togliere innumerevoli pregiudizi ad una società sempre più conformista che illuminata. “Il Mondo poteva andare in rovina, e si sarebbero rovinati con esso perchè della loro salvezza e della salvezza del mondo, a loro, in quel tempo felice di loro due, non gl’importava niente” Un’altalena di emozioni. Dai minuti di silenzio in cui piangere diventa la sola rappresentazione fisica per comprendere davvero il dolore; quegli istanti in cui il corpo si stanca a tal punto che l’unica cosa da fare resta dormire sotto le coperte; fino alle notti passate insieme abbracciati, così speciali perché ci si può addormentare parlando, negli istanti che precedono lo scambio del primo “ti amo”. L’analisi dei propri errori davanti allo specchio della propria coscienza, in cui Lilandt si renderà conto che il più grande errore è stato quello di non confidarsi con Eugenio, quel liceale smarrito capace di offrirgli la propria verginità per collocarla nell’inventario della propria vita. L’amore descritto ne La Morte della Bellezza da Patroni Griffi è talmente completo da racchiudere tutte le insidie che ne rivelano la sua essenza, fatta di armi a doppio taglio. Quell’inizio che sembra scritto nel destino, la leggerezza d’animo, la costante ricerca dell’unico abbraccio capace di completarti, fino alle ansie generate dall’insicurezza di non essere in grado di mantenerlo […]

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Attualità

Fortunata, è sold out al Napoli Film Festival

Si è svolto ieri sera, al cinema Hart, quello che per i nostalgici continua a chiamarsi Ambasciatori, l’ultimo incontro del Napoli Film Festival, dedicato al film Fortunata di Sergio Castellitto, premiato con tre Nastri d’Argento e il riconoscimento a Jasmine Trinca nella sezione “Un Certain Regard” del Festival di Cannes. Incontro che, oltre ai tanti aneddoti cinematografici, verrebbe da definire come celebrativo di un amore, quello per Margaret Mazzantini, che il regista stesso ha definito come scritto dal destino. Un appuntamento che è riuscito ad andare avanti perché in amore incontrarsi non è mai abbastanza, in quello che diventa un mestiere a tempo pieno e non ha nulla a che vedere con il part-time. E un’intervista, quella rivolta al regista, che ha saputo sorprendere per la piacevole armonia celata dietro così tante diversità. Quelle che contrappongono il mestiere di scrittore a quello di regista. La perfetta antitesi che si inserisce tra caratteri e lavori diversi. La stesura di personaggi come culmine di un gesto di solitudine, contrapposta all’interpretazione cinematografica di chi lavora lo stesso con la fantasia, ma è immerso in una moltitudine di persone che compongono un set. Due anime diverse, che hanno imparato a rispettare i segreti interiori dell’altro. Un cinema, quello di Castellitto, che si nutre di una raccolta di personaggi e di archetipi che sanno resistere nel tempo, in cui, spesso e volentieri, ha rivelato che è difficile tagliare troppo perché portatori quasi sempre di qualcosa di vivente e strettamente necessario. Personaggi dei quali si finisce per avere nostalgia proprio perché diventano figure esistenti, ancor più esistenti di tante persone che fingono di esistere. Fortunata, un cuore grande quanto la periferia È in questa miriade di pagine scritte, di quelle che il regista ha definito “fantasmi” che piano piano prendono vita, che si inserisce Fortunata. Condottiera di un film in cui la vita sembra giri intorno alla frenesia di un mondo in cui tutti “dormono male” le poche ore in cui riescono a farlo. Un universo fatto di personaggi belli e dannati, con la fisionomia scavata dai pensieri. Una figura di madre alle prese con un marito assente, quella di una splendida Jasmine Trinca, che, per certi versi e sicuramente il guardaroba, ricorda Eva Mendes in “Come un Tuono” di Derek Cianfrance. Meches bionde, jeans strappati e quello stile rock che fa da cornice ai sobborghi di Tor Pignattara, nella corrente di verismo che accompagna gli spettatori in una Roma buia e dannata alla quale spesso non siamo abituati. Fortunata, che di mestiere fa la parrucchiera, è il rincorrersi di stati d’animo che fanno a schiaffi con la realtà, che vorrebbero uscire dalla sua pelle per entrare in quella di un’altra, che continuano a tatuarsela per protesta ma che al tempo stesso si rivelano paladini di un grandissimo esempio di libertà, sconosciuta a tutti coloro che vivono una vita tranquilla, con la routine al posto delle pasticche. Un’interpretazione che si mescola con la vita di Chicano (Alessandro Borghi), il suo amico tatuato dall’equilibrio instabile ed una […]

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Napoli & Dintorni

Napoli, un brindisi per Giancarlo Siani in via Chiatamone

Il 19 settembre non è mai stata una data qualunque. Nel giorno di San Gennaro, appena dopo la controra, in una Napoli più rilassata del solito, senza troppi clacson e la frenesia dei motorini che imperversano da una sponda all’altra dei marciapiedi, si è svolta fuori la sede de “Il Mattino”, in via Chiatamone, la sesta edizione di “Buon compleanno, Giancà”, manifestazione organizzata dall’Associazione “Studenti contro la Camorra”. A poche ore dall’ultimo agguato di camorra, nell’ennesima scia di sangue che, silente, continua a sconvolgere la città, c’è una Napoli che non dimentica, che mette il naso fuori dalla Galleria Vittoria e che riesce, animata dal coraggio del giornalista partenopeo, ad affacciarsi sul lungomare di via Partenope con gli occhi di chi vuole continuare a sfidare il titolo di Anna Maria Ortese dicendo che il mare “bagna” Napoli. Paolo Siani: “Un miracolo che Giancarlo continui a vivere nei nostri cuori” Nato sotto la stella di San Gennaro, sotto l’ala protettiva dell’unico Santo che il popolo riusciva a gestirlo davvero, Giancarlo Siani non possedeva la “licenza speciale”, ma voleva denunciarla con l’arma più potente – al tempo stesso indifesa – che aveva a sua disposizione: quella parola che gli costò la vita in quel tragico 23 Settembre dell’85. Una denuncia e quel desiderio di giornalismo così come dovrebbe essere, che non teme la vigliaccheria di ritorsioni fatte da ronde di uomini che ti seguono inferociti per sfogarti addosso la loro vendetta. Giancarlo Siani era il connubio perfetto che metteva la parola al posto delle pistole e la denuncia al posto dell’omertà. La sua figura continua ad essere accompagnata dall’orgoglio di generazioni intere, che pur non avendo vissuto gli anni di quella camorra, per certi versi così diversa da quella odierna, continuano a trovarsela davanti agli occhi tutti i giorni, a spasso sui sellini di un T-Max che non si capisce più se alimentato dalla benzina o da tutta la cocaina che si porta dietro. Un punto di riferimento per gli studenti, per i ragazzi che continuano a non piegarsi a tutte quelle meschine strategie di quartiere che non hanno nulla a che vedere con Palazzo San Giacomo. Un brindisi, quello per Giancarlo, al quale erano presenti il fratello Paolo, il referente della fondazione Pol.i.s., Geppino Fiorenza, che ha sottolineato quanto gli studenti siano anticorpi per la legalità, e l’artista Greta Bartolini, che, dal 20 al 24 Settembre, terrà una mostra al Museo Pan intitolata “14 per non dimenticare”, suddivisa in 14 scatti che racconteranno i luoghi in cui sono state uccise vittime della camorra. Fosse stato tra noi, Giancarlo oggi avrebbe pensato che non serve una cresta per camminare a testa alta. Ma siamo tutti sicuri che lo starà urlando lì, in quel pezzetto di Paradiso destinato a chi se n’è fregato del male, girando le spalle all’omertà. Gli uomini passano, le idee restano. Auguri Giancà.

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