Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Culturalmente

Donne e impresa teatrale, intervista a Stefania Bruno

“Donne e impresa teatrale” è il titolo del convegno online svoltosi il 10 e l’11 giugno, con la partecipazione di numerose protagoniste del mondo teatrale Italiano. L’evento, organizzato sulla piattaforma Zoom dalla Cooperativa En Kai Pan, in collaborazione con l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, è stato dedicato a “La nascita delle cooperative teatrali dagli anni ’70 a oggi” e alla “Ridefinizione dei ruoli femminili all’interno dei nuovi scenari organizzativi, produttivi e artistici”. Il seminario è stato parte del progetto di ricerca interdisciplinare Talking about a Revolution – Donne e impresa teatrale, ideato e progettato da En Kai Pan con il sostegno di Coopfond, per stimolare il dialogo tra la comunità accademica, il mondo delle imprese culturali e quello del lavoro, contribuendo alla costruzione di una cultura femminile del lavoro. Dalle cooperative teatrali, infatti, provengono attrici e drammaturghe come Laura Curino e Mariella Fabbris (Teatro Settimo), registe come Cora Herrendorf (Teatro Nucleo), esperienze territoriali che, nate in condizioni di marginalità, sono diventate centri culturali per l’intera regione, come la cooperativa Sardegna Teatro, divenuta Teatro Nazionale, e Teatro Koreja in Puglia o Teatri Uniti in Campania. Il ruolo delle donne nella cooperazione teatrale è potente e vario, eppure non sempre raccontato, sia in rapporto alle questioni di genere e al teatro femminista, sia alla nascita di nuove forme produttive e organizzative, alla visione artistica e alle pratiche teatrali.   Al convegno, dopo i saluti istituzionali di Roberto Tottoli, Rettore dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, e di Carmela Maria Laudando, Direttrice del Dipartimento di Studi Letterari, Linguistici e Comparati, sono state affrontate e discusse le tematiche relative al ruolo della donna nella cooperazione teatrale e culturale, mettendo in risalto le prospettive storiche, sociologiche ed economiche e dedicando spazio agli esempi di teatro femminista in Italia. Tra gli interventi Susanna Camusso, Sindacato CGIL, Giovanna Barni, Presidente CulTurMedia Nazionale, Anna Ceprano, Presidente Legacoop Campania, Fabiana Sciarelli, Economia e gestione delle imprese internazionali – Unior, Laura Angiulli, Teatro Galleria Toledo, Costanza Boccardi, Teatri Uniti, Napoli, e molti altri. Donne e impresa teatrale, due chiacchiere con Stefania Bruno Abbiamo intervistato Stefania Bruno, della Cooperativa En Kai Pan, tra le organizzatrici del convegno. En Kai Pan si occupa di “ideazione e diffusione di progetti sociali e culturali”. Ma com’è nata la vostra cooperativa e in che modo si realizza il vostro lavoro quotidianamente? En Kai Pan è stata costituita formalmente a marzo 2014. L’idea di fondare una cooperativa è nata per rispondere all’esigenza di professionalizzarsi. Tutti noi soci fondatori venivamo da percorsi di formazione molto lunghi e il rischio, dopo la crisi finanziaria e le conseguenti riforme strutturali, era di rimanere tagliati fuori dal mondo del lavoro, ritrovarsi esodati a trent’anni. Abbiamo deciso, così, di fare un salto di qualità, a cui è corrisposto anche un forte rischio, e di iniziare a realizzare da soli le nostre idee. Ci siamo dedicate negli anni alla produzione e all’organizzazione di festival di Commedia dell’Arte contemporanea, di formazione di giovani attori, di progetti di ricerca, di teatro sociale e di formazione del pubblico. Ciò che […]

... continua la lettura
Viaggi e Miraggi

Glamping Experience, intervista ad una delle ideatrici

É il “glamping” la tipologia di turismo esperienziale a prendere fortemente piede in tutto il mondo. Glamour + camping, la crasi da cui prende nome il fenomeno in cui le tradizionali attività da campeggio si fondono a moltissimi servizi in “stile resort”. Un campeggio “sofisticato”, dunque, in cui vivere esperienze incredibili con il massimo confort e sicurezza. Ne abbiamo parlato con Marcella, co-ideatrice del sito “Glamping Experience” (www.glamping-experience.com) Intervista all’ideatrice di Glamping Experience Parlaci un po’ di Glamping Experience. Da dove nasce la vostra idea? La nostra idea nasce dalla condivisa passione per il Glamping, di cui scopriamo casualmente l’esistenza per la prima volta nella primavera del 2018, durante l’organizzazione di un viaggio on the road in Portogallo. Proprio in Algarve dormiamo per la prima volta in una tenda indiana e in una casetta costruita su un albero di noce. Da lì le prime ricerche di glamping in Italia e le prime riscontrate difficoltà nell’individuare strutture di questa tipologia in maniera semplice e veloce. Il clamore che suscitavano i post che pubblicavamo sui nostri profili personali e la continua richiesta di informazioni che ricevevamo ci hanno spinto all’apertura della pagina Instagram nel luglio del 2020. La gestione del profilo social, nonostante la mancanza di una formazione specifica in tal senso, si è subito rivelata essere nelle nostre corde. Entrambe creative e socievoli, abbiamo saputo trasformare la nostra pagina social in uno spazio di libertà e di dispiegamento di energie creative e in una grande opportunità di scambio e di interazione. Lo studio e l’esperienza sul campo hanno fatto il resto. L’idea, però, è sempre stata – in una più ampia prospettiva – quella di aprire un sito dedicato alle strutture in Italia. Non sapevamo come fare e da dove incominciare. Fondamentale si rivelerà il colloquio con Aldo Nicotra, che entra nel team nel ruolo di CEO e che riesce ad aiutarci nel trasformare quella che era solo un’idea in un progetto concreto, a guidarci nel far evolvere la nostra pagina Instagram in una startup innovativa e scalabile. Dopo qualche mese di duro lavoro, interminabili call e indagini di mercato, il 26 aprile del 2021 viene alla luce la nostra piattaforma. Quali requisiti devono avere le strutture per poter far parte della vostra “rete”? 1) essere immerse nel verde, 2) essere confortevoli (si va dalla base minima di un letto comodo al super agio di una vasca idromassaggio riscaldata esterna), 3) essere ecosostenibili. Natura, lusso ed ecosostenibilità sono i punti chiave della filosofia glamping. In prima battuta puntiamo ad avere sulla nostra piattaforma il più alto numero possibile di strutture italiane. L’obiettivo – già nel breve termine – è, però, quello di “aggredire” altre Nazioni. L’ultimo anno – a causa della pandemia da Covid-19 – è stato particolarmente difficile per il settore turistico. Cosa vi aspettate dai prossimi mesi? Noi mettiamo il sito on-line, per una fortuita causalità, proprio il 26 aprile, data nella quale entra in vigore il nuovo dpcm che consente, sia pur a certe condizioni, gli spostamenti tra […]

... continua la lettura
Attualità

DDL Zan: intervista a I’m Gay/Trans, Any Problem?

In moltissime città Italiane sono previste per domenica manifestazioni in sostegno del DDL Zan, il disegno di legge del deputato del Partito Democratico Alessandro Zan, attivista LGBT, al centro di numerose polemiche nel corso delle scorse settimane. A Napoli, il flash-mob si terrà in Piazza Dante, a partire dalle 10.30, con la partecipazione di Arcigay, ATN (Associazione Trans Napoli) e Pride Vesuvio Rainbow. Ne abbiamo parlato con Raffaele di “I’m Gay/Trans, Any Problem?”, organizzatore dell’evento.     Di cosa si occupa, specificatamente, il vostro collettivo? Il nostro collettivo si occupa principalmente di informazione, lotta alla discriminazione, sensibilizzazione verso la comunità LGBTQIA+, sia sul web che con eventi dal vivo. Domenica sarete in piazza a Napoli in sostegno al DDL Zan. Cosa prevede il disegno di legge e perché è importante che venga approvato? Il disegno di legge prevede una reclusione fino a 18 mesi o una multa fino a 6.000 euro per chi commette atti di discriminazione fondati “sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere o sulla disabilità”; il carcere da 6 mesi a 4 anni per chi istiga a commettere o commette violenza per gli stessi motivi; la reclusione da 6 mesi a 4 anni per chi partecipa o aiuta organizzazioni aventi tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per gli stessi motivi. È importante che venga approvato perché siamo, innanzitutto, fra i pochi Paesi Europei – o forse l’unico – a non essere civilizzato e sensibile verso certi argomenti. Nel 2021 le persone LGBTQIA+ vengono ancora discriminate, non accettate, cacciate di casa e subiscono violenza solo per quel che sono, ed è assurdo rischiare ogni giorno la propria vita solo per essere se stess*. È importante che chi usa violenza, verbale o fisica, venga punito con la giusta pena e chi viene cacciat* di casa abbia un supporto dallo Stato, che non tutela adeguatamente le “minoranze”. Il DDL Zan ha ottenuto l’appoggio da parte di moltissimi artisti nel nostro Paese. Tra questi, Fedez, che lo ha espresso pubblicamente sul palco del Primo Maggio a Roma, riscuotendo moltissime polemiche. Qual è la vostra opinione sulla vicenda? Credo che Fedez credo sia stato forse una delle voci più rare e sensibili ad affrontare nel migliore dei modi un determinato tipo di tematica. Purtroppo è stato anche la dimostrazione di quanto questo Paese sia ancora indietro e tenti di “censurare” per paura del giudizio altrui. Appoggiamo pienamente Fedez e lo ringraziamo da parte della nostra comunità. In merito all’utilizzo del linguaggio, invece, rispetto a quanti dicono che non contano le parole, ma l’intenzione con cui vengono pronunciate, come vi ponete? Crediamo che l’utilizzo del linguaggio e delle parole, soprattutto nell’era moderna, sia fondamentale, dato che si hanno tutti i mezzi a disposizione per potersi informare e provare ad essere delle persone empatiche verso gli altri. Poi l’utilizzo delle parole e del linguaggio può aiutare anche nei rapporti personali. A volte le parole possono essere vitali ed evitare di spezzare vite. Qualche anticipazione sul Pride 2021 in […]

... continua la lettura
Culturalmente

Rupi Kaur, poetessa elegante e rivoluzionaria

Rupi Kaur è una “Instapoet”, una poetessa che ha iniziato a pubblicare le sue poesie sui social network, prima ancora che sulla carta stampata. Fa parte di una generazione di giovani autori che deve la propria fama a una community di fan, principalmente su Instagram. E la prima poesia di Rupi, su Instagram, risale al 2013, quando era ancora una studentessa. L’anno successivo ha, poi, auto-pubblicato la sua prima raccolta, “Milk and honey” che l’ha condotta al successo tra il 2015 e il 2016, con oltre mezzo milione di copie vendute. Un caso letterario, considerando che un libro di poesie in inglese vende mediamente trentamila copie. Ma, ripercorrendo la sua storia personale – che molto s’intreccia con i versi delle sue poesie – Rupi Kaur nasce a Punjab, in India, nel 1992, e a soli quattro anni si trasferisce in Canada, a Toronto, insieme alla sua famiglia. Da sempre appassionata di lettura e disegno, sviluppa una passione per i collage di parole e immagini, che raccontano e rappresentano i suoi stati d’animo. A 17 anni si trova, per caso, a un recital di poesie e, per la prima volta, legge un suo testo in pubblico. Da subito i suoi versi si contraddistinguono per semplicità e immediatezza, oltre che per la naturalezza con cui affrontano temi privati e dolorosi, come le molestie, l’alcolismo, la masturbazione. Il suo secondo libro, “The sun and her flowers”, è stato pubblicato (sempre dalla casa editrice “tre60”, con la traduzione in italiano di Alessandro Scotti) il 3 ottobre del 2017, mentre la terza raccolta, “Home body“, ha visto la luce nel 2020. In quest’ultima opera, Rupi Kaur riprende i temi che la caratterizzano con delle consapevolezze più profonde. Depressione, ansia, accettazione di sè, incubi ricorrenti, paranoie, legami e solitudine, sono solo alcuni dei temi affrontati dall’autrice. Spesso le sue parole si fanno oscure, per raggiungere i punti più bassi dell’animo. Il testo è diviso in quattro sezioni: mente, cuore, riposo e veglia. Molto spazio è lasciato al razzismo, alla sessualità e ai traumi della violenza sessuale, ma anche all’amore e alla speranza. Lo scopo di Kaur è, in ultimo, riportare la poesia alla quotidianità (fatta soprattutto di cadute, paure, piccoli eventi segnanti), ma soprattutto renderla popolare, avvicinando un pubblico nuovo. Il suo profilo Instagram ha raggiunto milioni di follower, avviando un vero e proprio trend. Il suo successo, inoltre, dimostra un cambiamento di potere nella poesia contemporanea, che lascia spazio a un modo di esprimersi nuovo, libero da regole secolari. Ad aprile del 2021, infine, Rupi Kaur si è auto-consacrata stella della poesia contemporanea con il suo spettacolo “Rupi Kaur live“, visionato in tre giorni da ogni parte del globo. Con eleganza e raffinatezza, ha letto e commentato le sue poesie, in una melodiosa litanìa da cui era impossibile non restare ammaliati.

... continua la lettura
Attualità

Curriculum dello studente: più competenze o disparità?

Il “curriculum dello studente” debutterà quest’anno, per gli esami di stato 2021. Una misura prevista dalla legge “Buona Scuola” del Governo Renzi, che dispone l’aggiunta di una sorta di “documento di presentazione” al diploma di maturità. Il curriculum conterrà un elenco di tutte le competenze acquisite dallo studente, con in allegato le attività professionali, culturali, artistiche, sportive e di volontariato svolte in ambito extra scolastico. Due terzi del documento, infatti, (la cui compilazione avverrà su piattaforma informatica) saranno a cura della scuola, il resto sarà integrato dal singolo studente. La prima parte, denominata “Istruzione e formazione”, riporterà il profilo scolastico dello studente, ovvero tutto il bagaglio acquisito durante il percorso di studi. La seconda, “Certificazioni”, riporterà le certificazioni (linguistiche, informatiche etc.) rilasciate da Enti riconosciuti dal MIUR. Infine, la terza parte, relativa alle “Attività extrascolastiche”, conterrà le informazioni relative all’ambito extrascolastico. Il curriculum sarà necessario per la presentazione dello studente stesso alla Commissione d’esame e per lo svolgimento del colloquio dell’esame di Stato, oltreché richiesto per l’orientamento e l’accesso degli studenti all’Università e al mondo del lavoro. Tuttavia, ben 200 docenti hanno richiesto una moratoria al ministro Patrizio Bianchi, vista la complessità organizzativa e professionale di una didattica scossa dalla seconda e dalla terza ondata della pandemia da Covid-19. Infatti, ad eccezione di chi ha potuto privatamente accedere a progetti extra-scolastici anche nel periodo estivo, molti studenti potrebbero trovarsi privi della possibilità di compilare quanto richiesto dalla piattaforma. Ma non solo. I docenti mettono in discussione anche il valore stesso del curriculum dello studente. “Signor Ministro – si legge nella lettera pubblica indirizzata a Bianchi – noi crediamo che qualche considerazione di maggiore respiro andrebbe sviluppata in un dibattito più consapevole. Si evince dalla stessa piattaforma ministeriale che lo strumento non è predisposto solo in vista dell’Esame di Stato, ma che è stato pensato “per presentare al meglio chi sei – si scrive rivolgendosi allo studente – in un documento che racconta te stesso e la tua storia”. E prosegue: “Ma davvero vogliamo far passare l’idea che la persona e la sua identità siano costituite dalla somma dei suoi certificati linguistici e informatici? Riteniamo sul serio che un curriculum possa costituire un “racconto” biografico? È davvero questo che ci si chiede di insegnare? E dunque coloro i quali, privi di mezzi, saranno riusciti a costruire un curriculum meno ricco di titoli o esperienze dovranno forse stimare di possedere un’identità personale scarna o una biografia misera?” Il punto, in effetti, sta in questo: il rischio è che si possa confondere l’attenzione positiva al vissuto personale con una sorta di accumulazione seriale di titoli, spesso conseguiti presso enti privati, che produrrebbero ulteriori diseguaglianze tra gli studenti stessi. Tutte le “certificazioni” e le “attività extrascolastiche” saranno rese consultabili anche alle imprese per la selezione nel mercato del lavoro, scambiando il merito, ovvero le reali competenze, capacità e abilità, con la capacità di spesa sul “mercato della formazione”.

... continua la lettura
Attualità

Perchè il video di Grillo esalta la cultura dello stupro

“Perchè non li avete arrestati?” – sbraita Beppe Grillo, leader politico del M5S, in un video pubblicato sul suo blog il 19 aprile scorso. “Ce li avrei portati io in galera, a calci nel culo! Perchè? Perchè vi siete resi conto che non è vero che c’è stato uno stupro”. Lo stupro in questione o – meglio – la vicenda a cui Grillo si riferisce (e che ha ormai lasciato i banchi del tribunale per entrare prepotentemente nel dibattito pubblico) risale a tre anni fa, nel luglio del 2019. Ciro Grillo – figlio del fondatore del Movimento – è in vacanza in Costa Smeralda con alcuni amici. Una serata in discoteca, l’incontro con due studentesse, il ritorno nella villa di proprietà per proseguire la festa. Qui – secondo la ricostruzione dei pm – sarebbe avvenuta la violenza. Una delle due ragazze – una diciannovenne italosvedese – sarebbe stata costretta a un rapporto sessuale con un ragazzo del branco, poi “afferrata per la testa, costretta a bere mezza bottiglia di vodka e ad avere altri cinque o sei rapporti sessuali”. Anche la seconda ragazza, nel frattempo addormentatasi, sarebbe – secondo l’accusa – stata sottoposta a diverse umiliazioni. Secondo Grillo, invece, da uno dei video agli atti “si vede che c’è la consensualità, si vede che c’è il gruppo che ride, che sono ragazzi di diciannove anni, che si stanno divertendo, che sono in mutande e saltellano col pisello così perché sono quattro coglioni, non quattro stupratori”. Come se ognuna di queste condizioni (il gruppo che ride, l’età dei ragazzi) pregiudicasse l’eventualità di uno stupro. Un gruppo di ragazzi che ride non può star commettendo una violenza? Dei ragazzi di diciannove anni non possono commettere uno stupro? Ma, soprattutto, perché la consensualità della ragazza al rapporto sessuale dovrebbe emergere tenendo l’attenzione sul “gruppo che ride” e non sulla ragazza stessa? Una ragazza che – sempre secondo Grillo – non può aver subito lo stupro perché “è strano che una persona stuprata la mattina, al pomeriggio va in kitesurf e dopo otto giorni fa la denuncia”. In altre parole: mente. Ed è esattamente questo il gioco: cercare di trascinare la vittima sul banco degli imputati, sminuire, mettere in dubbio, ridicolizzarne il dolore. Il tutto utilizzando la propria posizione di potere e la propria portata mediatica. Grillo, il mito e la cultura dello stupro In un minuto e mezzo, Beppe Grillo ha messo insieme molti dei pregiudizi che riguardano le violenze di genere. In primo luogo, l’assunto per cui una donna violentata debba denunciare immediatamente per non essere additata come bugiarda. Nel cosiddetto “mito dello stupro”, infatti (ovvero la visione diffusa e radicata su come avvenga questo tipo di violenza), ci sono urla, pianti, tentativi ripetuti da parte della vittima di difendersi e sottrarsi al suo carnefice e, infine, una denuncia immediata dell’accaduto. Nella cultura dello stupro, inoltre, le violenze e le molestie sessuali sono banalizzate, giustificate e alimentate attraverso battute sessiste, continua e spesso sottile colpevolizzazione della vittima, oggettivazione sessuale. Ciò ci conduce […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Il Novecento è davvero finito? La fine di un’epoca

“É finito il Novecento”. Quante volte l’abbiamo sentito dire, nell’ultimo anno! Ce lo hanno ripetuto (e magari lo abbiamo ripetuto) quasi come una litania, quasi ad esorcizzare il senso di smarrimento che proviamo di fronte a questi cambiamenti epocali, suggellati dalla pandemia da Covid-19. Quasi a trovare un senso storico alla pandemia stessa, a fissare preventivamente nel tempo un futuro che – spiace dirlo – oggi non possiamo essere in grado di fissare in alcun modo. É finito il Novecento con la morte di Luis Sepúlveda, protagonista indiscusso della “letteratura per ragazzi” e di un pezzo di Storia (come civile e come combattente al fianco del Presidente Allende) del Cile, suo paese natìo. É finito il Novecento quando ci ha lasciati Ennio Morricone, autore delle colonne sonore di un Cinema che sembra altro, antico: l’attesa polverosa e quasi dolce della “scena degli spari”, quando Joe-Clint Eastwood torna a San Miguel per la “resa dei conti” con Ramòn (Gian Maria Volontè) in Per un pugno di dollari; le romanticissime note che accompagnano Robert De Niro e il grande amore della sua vita, Deborah (Elizabeth McGovern), nel ristorante sul mare in cui le chiederà di sposarlo in “C’era una volta in America”; l’indimenticabile sottofondo per la pellicola di Alfredo – con tutti i baci censurati da don Adelfio – nella scena finale di Nuovo Cinema Paradiso. É finito il Novecento nell’ultimo sospiro di Rossana Rossanda, ragazza del secolo scorso, “Miranda”, partigiana giovanissima della Resistenza Italiana, responsabile della politica culturale del PCI, fondatrice de il Manifesto, deputata, movimentista e femminista, radiata dal suo stesso Partito per le sue idee, per le quali ha convintamente e duramente lottato. É finito il Novecento con la fine della vita di Diego Armando Maradona, e l’inizio della leggenda di un ragazzino nato nel 1960 nella provincia di Buenos Aires: in sessant’anni ha ispirato il mondo intero, con irriverenza e genio calcistico, con umanità al limiti del disumano, con la rabbia brillante del riscatto sociale e degli schiaffi o, meglio, delle pallonate dritte contro il potere, le ingiustizie, le contraddizioni del pianeta. Che sia il sogno del Cile Socialista brutalmente scomposto dal golpe e dalla successiva dittatura di Pinochet, controfirmata dagli Stati Uniti d’America; che sia la rappresentazione del proibizionismo e del post-proibizionismo Americano; che siano gli ancora difficili conti con la Storia e la Politica del dopoguerra in Italia; che sia la commistione indissolubile tra lo sport popolare e gli uomini, tutti gli uomini, che tifano, gioiscono e creano comunità attorno all’idea di un’altro mondo possibile, la Storia del secolo scorso ci è piombata addosso con tutte le sue contraddizioni, imponendoci di guardarla con l’occhio freddo e distante di chi sta vivendo un tempo completamente nuovo. Il Novecento è finito. E non è l’anno, non è lo scorrere del tempo e il susseguirsi degli eventi, è la conoscenza e la consapevolezza storica degli uomini a determinarlo. É finito il secolo di Roosevelt e Churchill; il secolo in cui nascono il Premio Nobel, il Tour de France, il […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Come ci si libera da una persona tossica?

Come ci si libera da una persona tossica? La domanda di una ragazzina di sedici/diciassette anni alla psicoterapeuta, verso la fine di un incontro scolastico sull’educazione all’affettività. Come ci si libera. Se a sedici anni avessi avuto la consapevolezza della tossicità di una relazione, mi sarei risparmiata tanti sforzi, tante lacrime, tanto tempo. Ma dieci anni fa non avevamo contezza nemmeno di qualche pillola di psicologia “spicciola” (quella che ormai si diffonde – con tutte le sue inesattezze e luoghi comuni – sui social network) e nessuno si prendeva la briga di venire in classe a spiegarci cosa stava succedendo ai nostri corpi, alla nostra crescita relazionale. Come ci si libera. Una persona tossica – consapevolmente o inconsapevolmente è indifferente – ti succhia via ogni energia, lasciandoti in un limbo di pensieri ed emozioni “negative” (dolore, frustrazione, incertezza) che a lungo andare riconosci come “rassicuranti”, addirittura piacevoli, perché non ti espongono alla paura delle “cose nuove”. Crea, in qualche modo, un rapporto di “dipendenza emotiva e/o affettiva” (parole della psicoterapeuta): sono il solo/la sola a capirti, che può amarti, che può accettarti per quello che sei. Anche se non ti voglio. Perché una persona tossica desidera, narcisisticamente, nel tempo in cui non può avere, per poi rifiutare, ripetutamente, e tornare, per assicurarsi che tutto sia ancora lì, come lo aveva lasciato. Desiderare ancora, e rifiutare ancora, e tornare ancora. In un ciclo infinito, dal quale è difficili sganciarsi, specialmente se si vivono già condizioni di estrema fragilità (testato: ho avuto due “relazioni tossiche” nella mia vita, entrambe in periodi difficili e di scarsa autostima). Quindi, come ci si libera. Sarebbe stato più facile – sicuramente più “romantico” – dire a quella ragazzina timorosa che un giorno avrebbe incontrato “la persona giusta” e che l’avrebbe “salvata” da ogni relazione tossica. Ma la verità è che incontriamo soltanto persone profondamente affini a noi stessi, che stuzzicano aspetti del nostro passato, dei nostri nodi irrisolti, o del nostro più intimo “io”. Emanciparsi da una persona tossica significa liberarsi della tossicità che è dentro noi stessi, della nostra paura di essere abbandonati, del nostro timor di vivere, di rischiare, di ferirci ancora, e ancora. La liberazione è un atto d’amore verso noi stessi. Fa male? Moltissimo. Si può fallire? Più volte. Cambiare? Certamente. Ma per far sì che il nostro corpo si rigeneri (e viva), è necessario che alcune cellule muoiano. In questo sta il cambiamento, la trasformazione. Imparare a vivere significa imparare a morire. Immagine: Psicoadvisor

... continua la lettura
Attualità

Festival di Sanremo, penultimo atto

Il Festival di Sanremo si avvia alle battute – o, meglio – alle note finali. Dopo tre serate particolarmente atipiche, ma oscillanti – come ogni anno – tra malriusciti sketch, i “si poteva evitare”, qualche gaffe, musica ascoltabile, brani da scartare e pure ottime performance, va in scena il penultimo atto della kermesse. E così, un po’ appesantiti dalle luuuunghe “puntate precedenti”, un po’ smaniosi di “vedere come va a finire”, ci prepariamo alla quarta serata Sanremese, quella che – solo un anno fa – aveva visto Bugo lasciare il palco durante la sua esibizione con Morgan, seguito dall’ormai celebre “Che succede?”, “Dov’è Bugo?”, e immediatamente dopo la dichiarazione dell’OMS sulla pandemia globale, il lockdown, i lanciafiamme eccetera, eccetera, eccetera. Festival delle Nuove Proposte, vince Gaudiano La serata comincia con la finalissima della gara tra le “Nuove proposte”. A contendersi la Palma, Davide Shorty (in “Regina”, una dedica melodica con tratti rappati), Folcast (con “Scopriti”, una riuscitissima ballata d’amore), Gaudiano e Wrongonyou. Alla fine dei giochi, il Premio della Critica “Mia Martini” va a “Lezioni di volo” di Wrongonyou. Contemporaneo, “romantico” e non banale, con ritornello super “orecchiabile”. Il Premio “Lucio Dalla” della Sala Stampa va, invece, a “Regina” di Davide Shorty.   Vince la competizione Gaudiano con “Polvere da sparo”. Tragica e melodica, dedicata – come la sua vittoria – al padre scomparso.   Il momento dei “Big” alla terza esibizione: un commento flash Se è vero, come è vero, che le canzoni del Festival vanno valutate dal giorno dopo il primo ascolto, arriviamo alla terza esibizione delle voci “Big” in gara. Annalisa, “Dieci”. Voce pulita, testo scorrevole, complessivamente pop – Sanremese – doc. Aiello, “Ora”. Una storia di sesso e analgesici. Dalle troppe urla sul finale c’è da chiedersi se abbiano fatto effetto. Maneskin, “Zitti e buoni”. Finalmente (un po’) di rock. Energia pura. Ormoni in subbuglio. Noemi, “Glicine”. Sorella – con la voce graffiante – di Annalisa. Pop – Sanremese – doc. Niente di nuovo nel repertorio dell’ex cantante di X Factor. Orietta Berti, “Quando ti sei innamorato”. Classica, ma intramontabile. In rosa confetto. Colapesce/Di Martino, “Musica leggerissima”. Testo particolarmente depressivo, patinato da un’orecchiabile musica leggera, “anzi leggerissima”. E meravigliosa. Max Gazzè, “Il farmacista”. Decisamente inquietante la storia del farmacista che risolve chimicamente alcuni “problemi femminili”. Ironico? Senza far ridere. Si salva in calcio d’angolo da un brevissimo passaggio sulla follia del protagonista. Willie Peyote, “Mai dire mai (La Locura)”. Willie critica il mercato musicale e la società dello spettacolo sul palco dell’Ariston. Con nonchalance, ritmo e supponenza, fedele al suo personaggio. Malika Ayane, “Ti piaci così”. La terza sorella del “Pop – Sanremese – doc”. Con una forte personalizzazione alla “Malika”. La Rappresentante di Lista, “Amare”. “Qualcosa di diverso”. Con una voce straordinaria. Madame, “Voce”. Bel testo, bel ritmo, bel personaggio, bella performance. Complessivamente 10, a diciannove anni. Arisa, “Potevi fare di più”. La fine di un amore cantato da una donna, ma dal punto di vista di un uomo. E si vede, nella sua interezza. […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Grace and Frankie: storia di un’esilarante amicizia

Grace and Frankie, Jane Fonda e Lily Tomlin. Due apparentemente male appaiate amiche, unite improvvisamente a causa delle rispettive crisi coniugali, dovute al coming out e al dichiarato amore tra i rispettivi ex coniugi. Due donne settantenni, che affrontano tutte le problematiche relative all’avanzamento dell’età e all’adeguarsi ai tempi che corrono. Due donne agli antipodi, dunque, che decidono di unire le forze per superare le difficoltà della loro nuova vita da coinquiline, single e pensionate. Grace è elegante, rigida, un po’ cinica, Frankie è eccentrica, hippie, divertente, spiritualista. Il divorzio di Grace e Frankie da Robert e Sol – che nascondevano la loro relazione da circa vent’anni – genera dei turbamenti in entrambe le famiglie, spinte tuttavia dal forte desiderio di raccogliere i pezzi e superare il trauma. Nel corso delle sei stagioni visibili su Netflix, le due protagoniste cercano di ritagliarsi degli spazi personali in cui reinventarsi come donne e come amiche, nonostante le continue incursioni dei figli e le difficoltà di coppia tra Sol e Robert. In particolare, metteranno su un’attività con lo scopo di infrangere il tabù della masturbazione femminile in età avanzata. “Vybrant” sarà il loro prodotto, e genererà più di un conflitto a causa delle loro differenze ideologiche e caratteriali. Le differenti dinamiche relazionali sono il fulcro della narrazione. Non solo il rapporto esilarante tra Grace e Frankie, ma anche quello tra i due ex mariti, Robert e Sol, e tra i figli delle due coppie, Mallory e Brianna, Coyote e Bud. Recentemente, Netflix ha annunciato l’uscita di una settima stagione conclusiva della serie. «Siamo felici che “Grace and Frankie” tornerà per la sua settima e anche ultima stagione» – hanno dichiarato le due protagoniste in un comunicato – «Siamo davvero grate che il nostro show sia riuscito ad affrontare questioni che hanno interessato così tanto la nostra straordinaria generazione. E i suoi figli. E, sorprendentemente, anche i loro figli. Ci mancheranno queste due vecchie ragazze, Grace e Frankie, come mancheranno a molti dei loro fan, ma c’è ancora tempo. Abbiamo superato tante cose – speriamo solo di non durare più a lungo del pianeta». In effetti, Fonda e Tomlin (nominate agli Emmy Awards come migliori attrici) hanno dato vita a una storia divertente e appassionante, che – di stagione in stagione – ha moltiplicato il suo pubblico includendo non solo la terza generazione, ma anche quelle più giovani. Jane Fonda ha anche fornito qualche aggiornamento sui piani di produzione della settima stagione sul suo blog personale (su cui tratta argomenti legati alla battaglia contro il cambiamento climatico che ha a cuore ormai da anni). Le riprese di “Grace and Frankie 7” (che ripagherà l’attesa del pubblico con ben 16 episodi) inizieranno a giugno 2021, per garantire le necessarie condizioni di sicurezza sul set e in attesa che la campagna vaccinale negli Stati Uniti dia i suoi frutti.

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

You: la serie Netflix su stalking e ossessioni sentimentali

You. “Un ragazzo pericolosamente affascinante e profondamente ossessivo ricorre a misure estreme per entrare nelle vite delle persone che lo attraggono“. Questa la descrizione breve di una serie che – dopo il debutto nel 2018 su Lifetime – è sbarcata su Netflix, riscuotendo successo e polemiche. Eppure, i suoi protagonisti sono così simili a noi: studiano, lavorano, hanno sogni, amici e relazioni, social network sui quali condividere le proprie vite. You – basato sull’omonimo romanzo di Caroline Kepnes – ruota attorno agli incontri di Joe (Penn Badgley), inizialmente responsabile di una storica libreria di New York e reduce da una relazione che sembra avergli spezzato il cuore. Prima con Beck, che studia poesia tra un gruppo di amiche stupidine e superficiali; poi – nella seconda stagione – con Love, dopo il trasferimento a Los Angeles. Relazioni che mostrano la vera essenza del protagonista: un pericoloso, folle e ossessionato stalker, spinto dalla voglia di amare, possedere e “difendere” le sue partner da quello che reputa un “mondo cattivo”. Un apparentemente perfetto fidanzato e amico con la capacità di nascondere i demoni interiori che lo tormentano fin da quando era ancora solo un ragazzino e che emergono nel corso della seconda stagione. La voce narrante del protagonista aiuta a farci capire la prospettiva sugli eventi, ci fa entrare nella sua inquietante psiche al punto che, in più momenti, le sue terribili azioni sembrano da considerarsi sotto una luce positiva, mentre l’imprevedibilità delle situazioni che affronta di volta in volta riesce a tenere alta la tensione nel corso delle puntate. Inoltre, Badgley sostiene questa struttura con un carisma tale da rendersi apprezzabile nonostante sia fondamentalmente un sociopatico, in grado di uccidere e pianificare azioni terribili a sangue freddo. Cresciuto senza l’affetto dei propri genitori, Joe crede che l’unica strada per costruire una relazione stabile sia fare terra bruciata attorno alla donna che attira le sue attenzioni e, dunque, liberarsi di presunti compagni, amiche e di tutto ciò che potrebbe ostacolare il loro legame. Il risultato è quello di un thriller psicologico, che ha catalizzato l’attenzione – secondo i dati di Netflix – di addirittura 40 milioni di abbonati nelle prime quattro settimane di permanenza sulla piattaforma. Non è mancata, ovviamente, la polemica sulla pericolosità di rendere un assassino una figura romantica. Ci è cascata l’attrice Millie Bobby Brown, che in una Instagram stories, ha decretato: “Joe non è uno psicopatico, non è uno stalker. È innamorato!“. Travolta dalle critiche, ha poi rettificato: “Ho dato un giudizio affrettato, avevo visto solo i primi due episodi. In effetti lui è uno stalker. Ma la serie è bellissima“. Tuttavia, il numero di donne affascinate dalla personalità di Joe ha raggiunto numeri così preoccupanti che il protagonista stesso, Penn Badgley, si è sentito in dovere di intervenire. Badgley in più di una intervista aveva confessato di aver rifiutato il ruolo quando i due produttori, Sara Gamble e Greg Berlanti, glielo avevano proposto per la prima volta perché “mi piaceva il progetto, ma non Joe. Lo detestavo. E […]

... continua la lettura
Attualità

Pornografia online, come spiegarla ai propri figli?

Pornografia online, come spiegarla ai propri figli? S’intitola “Keep it real”, ovvero “fare sul serio”, la campagna di sensibilizzazione del Governo neozelandese per salvaguardare i bambini da contenuti potenzialmente dannosi. I genitori potranno ricevere supporto e consigli utili per affrontare diverse tematiche (pornografia, appunto, ma anche bullismo e “grooming”, ossia l’adescamento in rete di un adolescente da parte di un adulto) con i propri figli attraverso il sito internet keepitrealonline.govt.nz. Tra i diversi spot promozionali della campagna, grande diffusione ha ricevuto il messaggio sui contenuti pornografici fruiti dagli adolescenti: due attori si presentano completamente nudi a casa di un ragazzino e svelano alla madre che il figlio ha appena visualizzato i loro video vietati ai minori, consigliandole di affrontare l’argomento insieme, ad esempio spiegandogli la differenza tra il porno e il sesso nella vita reale, parlandogli di consenso e di come funzionano le relazioni tra i sessi. La coppia di attori porno Sue e Derek è interpretata dai modelli Cassandra Woodhouse e Paris Theodosiou, mentre la madre del ragazzo è la comica neozelandese Justine Smith. L’iniziativa è stata messa in campo dal governo guidato dalla Premier Jasinda Arden, con lo scopo di sensibilizzare e sostenere i giovani e i loro genitori nel dialogo su tematiche di particolare rilevanza sociale. “Molti ragazzini usano il porno per imparare a fare sesso” – spiega lo spot. E, in effetti, la scoperta del sesso è spesso un tabù nel rapporto genitori-figli, facendo sì che la pornografia diventi l’unico mezzo per accrescere le conoscenze e consapevolezze dei più giovani. Ma vi è, ovviamente, un gap intenzionale tra vita affettiva e pornografia. La spettacolarizzazione dell’atto sessuale sacrifica concetti complessi come il sentimento, il romanticismo e soprattutto dà per scontato il consenso del partner, proprio perché si tratta di un intrattenimento creato da adulti ad uso esclusivo di un pubblico maturo. La campagna, dunque, invita gli adulti a superare “l’imbarazzo” e a guidare i propri figli con serenità, dando loro le corrette informazioni per poter avere in futuro una sana vita relazionale. Il sito è suddiviso in due sezioni: una per genitori e tutori e una per i più giovani, ai quali si offre supporto nel districarsi tra problemi online, visione di pornografia, invio/ricezione di “nudes” e bullismo. Come spiegano Alessia L’Imperio e Andrea Tarsia, sul giornale delle scienze psicologiche “State of Mind”, la dimensione sessuale rappresenta un aspetto fisiologico situato alla base delle necessità umane, strettamente legato al corretto compimento dell’individuo. Ogni essere umano, sin dalla nascita, cresce a partire dalla propria connotazione biologica e al ruolo culturale relegato al genere per poi costruire la propria identità sessuale, caratterizzata da una commistione di variabili. La scoperta dei propri organi riproduttivi e della loro utilità, la manipolazione, la fantasia sessuale, l’autoerotismo, il desiderio e la scoperta del piacere sono aspetti che dovrebbero essere normalizzati, e non censurati, dagli adulti, per garantire un corretto raggiungimento della maturità. La poca attenzione e la scarsa sensibilità al tema possono determinare una serie di disturbi e fenomeni devastanti dal punto di vista […]

... continua la lettura
Attualità

Procida sarà Capitale Italiana della Cultura 2022

Procida sarà la Capitale Italiana della Cultura nel 2022. L’annuncio è del Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini, a nome della giuria presieduta dal professor Stefano Baia Curioni, che ha esaminato i 10 progetti delle altrettante città candidate. Oltre Procida – che riceverà un milione di euro – Cerveteri, Ancona, Bari, L’Aquila, Pieve di Soligo, Taranto, Trapani, Verbania e Volterra. La Capitale Italiana della Cultura è una novità introdotta con il Decreto Legge 31 maggio 2014, n. 83, contenente nuove misure in materia di tutela del patrimonio culturale, sviluppo della cultura e rilancio del turismo (convertito in legge e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 175 del 30 luglio 2014). Stefano Baia Curioni ha spesso sostenuto, durante varie presentazioni, che il riconoscimento di Capitale Italiana della cultura è un riconoscimento alla capacità di progetto, non alla città più bella paesaggisticamente o più ricca dal punto di vista storico. “Ci è stato chiaro che il nostro lavoro non sarebbe stato facile. – ha dichiarato – Siamo stati sfidati dalla qualità delle proposte, alcune concepite dai migliori progettisti di politiche culturali non solo d’Italia, ma d’Europa. Ogni città ha portato nel suo progetto le proprie gemme e i propri demoni. E la buona notizia è che l’idea di uno sviluppo sociale ed economico a base culturale sta diventando un approccio comune e una pratica progettuale concreta. La cultura è pensata come pane quotidiano, finalmente”.  Procida Capitale della Cultura 2022, la motivazione della giuria. Questa la motivazione della giuria che ha designato la città di Procida Capitale: “Il contesto dei sostegni locali e regionali pubblici e privati è ben strutturato. La dimensione patrimoniale e paesaggistica del luogo è straordinaria. La dimensione laboratoriale che comprende aspetti sociali di diffusione tecnologica è importante per tutte le isole tirreniche, ma è rilevante per tutte le realtà delle piccole isole mediterranee. Il progetto potrebbe determinare grazie alla combinazione di questi fattori un’autentica discontinuità nel territorio e rappresentare un modello per i processi sostenibili di sviluppo a base culturale delle realtà isolane e costiere del Paese. Il progetto è inoltre capace di trasmettere un messaggio poetico, una visione della cultura che dalla piccola realtà dell’isola si estende come un augurio per tutti noi, al Paese nei mesi che ci attendono”.  Le congratulazioni della Commissione sono andate al Sindaco Dino Ambrosino, al direttore della candidatura Agostino Riitano e a tutto lo staff che ha reso possibile la candidatura e la vittoria di Procida sotto lo slogan “la cultura non isola”. Procida diviene Capitale della Cultura dopo Lecce, Siena, Cagliari, Perugia-Assisi e Ravenna nel 2015, Mantova nel 2016, Pistoia nel 2017, Palermo per il 2018, Parma per il 2020/2021. Per il 2023, l’assegnazione è già stata attribuita a Bergamo e Brescia. “E’ una enorme gioia che rappresenta, credo, un sentimento di tanti borghi italiani. – commenta il Sindaco, Raimondo Ambrosino – Procida è la metafora di tante comunità che hanno riscoperto l’entusiasmo e l’orgoglio per i loro territori. Siamo onorati per questa straordinaria opportunità per una piccola isola”. “Procida ci accompagnerà nell’anno della ripartenza. – […]

... continua la lettura
Attualità

In Argentina l’aborto ¡Es ley!, è legge!

In Argentina, l’aborto “¡Es ley!”, è legge! Dopo il via libera alla Camera, il disegno di legge che legalizza definitivamente l’aborto è stato approvato in Senato il 29 dicembre, determinando una svolta storica per il Paese e per le lotte femministe di tutto il mondo. Il provvedimento è passato con 38 voti favorevoli e 29 contrari, dopo 12 ore di discussione. Migliaia di militanti pro-aborto hanno atteso fino alle 4 del mattino, e festeggiato la notizia fuori dal Congresso a Buenos Aires. Il movimento che si è battuto per l’aborto – la Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal, Seguro y Gratuito – è nato 15 anni fa e ha come simbolo dei fazzoletti verdi, i “pañuelos”. Già nel 2018, un testo simile (ma elaborato da una piattaforma civile) era stato approvato dalla Camera, ma non dal Senato. Fino a questo momento, l’interruzione volontaria di gravidanza per le donne Argentine era consentita legalmente da una norma in vigore dal 1921 e soltanto nel caso fosse conseguenza di una violenza sessuale, o in previsione di un pericolo grave per la vita della donna stessa. Limitazioni che hanno diffuso a dismisura gli aborti clandestini nel Paese, spesso in costose cliniche private o in strutture che non adeguate alle norme di sicurezza necessarie. Secondo i dati del Governo, in Argentina, su 44 milioni di abitanti, si praticano ogni anno fra i 370mila e i 520mila aborti clandestini, con 38mila donne ricoverate in ospedale per le complicazioni che ne conseguono. Con la legalizzazione dell’aborto, il Paese diventa uno dei pochissimi Paesi dell’America Latina in cui è permessa l’interruzione volontaria di gravidanza, insieme a Uruguay, Cuba, Guyana e lo Stato di Città del Messico. Negli altri restano restrizioni e condizioni. In alcuni, come il Nicaragua, la Repubblica Dominicana e il Salvador, è vietato in ogni caso e il solo sospetto di interruzione volontaria di una gravidanza è punito con una condanna fino a 30 anni di carcere. Il provvedimento approvato in Argentina prevede che ogni gestante possa abortire entro le prime 14 settimane dopo aver sottoscritto il consenso. Indica anche dieci giorni di tempo tra la volontà esplicitamente espressa e l’intervento per evitare ogni tipo di pressione e manovra che spinga la madre a un ripensamento. Le giovani donne minori di 13 anni potranno abortire con l’approvazione di almeno uno dei genitori o di un rappresentante legale, mentre le donne di età compresa tra 13 e 16 anni avranno bisogno dell’autorizzazione solo se la procedura compromette la loro salute. Dai 16 anni in poi la decisione spetta unicamente all’interessata. La nuova legge sostiene anche la responsabilità dello Stato nell’attuazione della legge sull’educazione sessuale e aggiorna le pene detentive per chi causa l’aborto o consente di praticarlo oltre il tempo massimo previsto dalla legge. Fonte immagine: https://www.ilpost.it/2020/12/30/argentina-aborto-legale/

... continua la lettura
Teatro

Zona Rossa: la nuova sperimentazione del Teatro Bellini

“Zona Rossa” è il nuovo progetto del Teatro Bellini, in prima linea – ancora una volta – a sperimentarsi in questa difficile fase di chiusura dei teatri e di crisi dell’intero settore artistico e culturale. Solo qualche mese fa, avevamo lasciato il Bellini alle prese con il lancio del “Piano BE” – nel pieno rispetto delle norme anti-Covid – per la stagione autunnale. Ma già dalla fine del mese di ottobre, un nuovo Dpcm ha nuovamente imposto la chiusura di teatri e cinema, insieme ad altri luoghi di produzione culturale. Che fare, dunque? Daniele Russo, direttore artistico del Teatro, lo ha spiegato in apertura della Conferenza Stampa (online) che si è tenuta nell’arco della mattinata di giovedì 17 dicembre. «Abbiamo deciso di creare una nostra “Zona Rossa” all’interno del Bellini. Sarà molte cose insieme: un’istallazione, una performance, un manifesto, ma anche una provocazione vera e propria, quasi un atto politico.» La “Zona Rossa” prevederà l’ingresso e la permanenza – in un vero e proprio lockdown – di sei artisti all’interno del Teatro, collegato in streaming con l’esterno, per la creazione di un nuovo spettacolo che sarà in scena, in una sola replica, nel giorno (per ora indefinito) in cui un Dpcm ne autorizzerà la presentazione al pubblico dal vivo. Due drammaturghi/registi, due attori e due attrici inizieranno il percorso a partire dalle ore 17 di domenica 20 dicembre e l’intero processo creativo, così come i momenti di lavoro insieme agli altri professionisti che collaborano alla realizzazione dello spettacolo, sarà visibile dal pubblico attraverso il canale YouTube del Teatro Bellini. «L’orario della diretta quotidiana dello spettacolo sarà aggiornato quotidianamente e dipenderà da quello di convocazione degli attori. – spiega il co-autore del progetto, Davide Sacco – Il pubblico, oltre a poter osservare il lavoro, ne potrà discutere con gli artisti stessi, durante degli appuntamenti settimanali di approfondimento in collegamento web.» Gli attori imposteranno dei “Quaderni di Regia” su determinate linee di indirizzo con: le “edizioni” di ciò che avviene durante le prove e un diario di bordo che verrà aggiornato di lunedì e giovedì. Il tutto coniugando ciò che avverrà “dentro”, in sala prove, e “fuori”, nel mondo all’esterno del Teatro. “ZONA ROSSA”, le voci degli artisti che vivranno in Teatro. A fare il proprio ingresso al Teatro Bellini saranno Alfredo Angelici, Federica Carruba Toscano, PierGiuseppe di Tanno, Licia Lanera, Pier Lorenzo Pisano e Matilde Vigna. «Quando il Teatro Bellini mi ha contattato per entrare in “Zona Rossa” – racconta l’attore Alfredo Angelici – ho pensato a quanto fosse folle un progetto simile. Una follia nobile, che porterebbe gli eroi dei romanzi ai grandi trionfi perché viene dalla volontà di chi vuole il mondo come deve essere. Quanto è attuale oggi la storia del segreto di Pulcinella! “Laddove c’è una catastrofe, c’è una via d’uscita”, lui oggi farebbe un gesto comico e mostrerebbe la possibilità di un’altra storia e cosa può un corpo quando ogni azione diventa impossibile.» «Ho sempre sentito che il teatro mi desse la libertà di svincolarmi dal […]

... continua la lettura
Teatro

Consegne, una performance da coprifuoco | intervista

“Consegne // una performance da coprifuoco” arriva a Napoli dal 15 dicembre, grazie al Collettivo lunAzione. Lo spettacolo ha debuttato a Bologna lo scorso novembre con la compagnia Kepler-452: si tratta di un percorso-performance site specific e vedrà in sella a Napoli Cecilia Lupoli, nel ruolo di attrice/rider. L’adattamento per la città partenopea è a cura di Eduardo Di Pietro, l’organizzazione di Martina Di Leva e il coordinamento tecnico di Tommaso Vitiello. Un corriere si sposterà per le strade per effettuare le consegne, attraversando la notte desolata. Lo spettatore – o più spettatori che abitano allo stesso indirizzo – seguiranno sulla piattaforma Zoom il percorso-performance che condurrà il rider a bussare proprio alla sua porta per un incontro finale. “Consegne, una performance da coprifuoco”, intervista al regista In un momento in cui i teatri e – più in generale – i centri di produzione culturale sono chiusi, diventa molto complesso costruire narrazioni e rappresentazioni “artistiche” del reale. L’idea del “percorso-performance” è una sperimentazione in tal senso? Nella versione di “Consegne” a cura del Collettivo lunAzione c’è senz’altro un interesse sperimentale in questa direzione, che tra l’altro coinvolge il tentativo di commistione tra differenti strumenti comunicativi (videochiamata via Zoom e audio-narrazione in cuffie wireless dal vivo) che si adeguino alle esigenze dell’attualità e riecheggino come caratteristiche proprie della comunicazione contemporanea. Tali strumenti, assieme all’attrice-rider Cecilia Lupoli e al suo Piaggio Liberty 50, compongono l’atto performativo: la città deserta, le finestre illuminate, la notte, diventano inoltre personaggi che accompagnano il percorso. Qualsiasi momento di grandi trasformazioni, di traumi più o meno forti e, tra gli altri, i timori e le restrizioni del presente, necessitano di rielaborazioni del reale che ci consentano di comprendere e metabolizzare il dolore, la morte, il disorientamento, la solitudine. Il teatro può ancora farlo: ha bisogno delle sale teatrali da abitare, ma non ne ha bisogno per esistere. Perchè la scelta è ricaduta prioritariamente sui rider? Il rider è un simbolo di questi tempi: è il lasciapassare per il coprifuoco, può viaggiare liberamente nella notte e la sua attività prospera nella pandemia – o meglio, le aziende di delivery prosperano mentre i rider corrono da un indirizzo all’altro. Queste figure nuove e solitarie, operose e fuggevoli, sono state considerate essenziali dalle direttive, anche a fronte delle chiusure generalizzate a causa dell’emergenza sanitaria. “Consegne” parte così da un’attrice, rappresentante di un lavoro che – come tanti altri – non è stato ritenuto essenziale. Questo dispiega una sfilza di interrogativi: chi può definire cosa è essenziale? E soprattutto cos’è l’Essenziale? La ricerca di risposte condivise con lo/gli spettatore/i, assume le forme di un vagabondaggio notturno, dissimulato da una consegna: in fin dei conti un pretesto per dar vita a un incontro. Con “Consegne” il teatro scende dunque in strada e si traveste da corriere per indagare le infinite possibilità di incontro racchiuse nella sua figura. Il Collettivo lunAzione è da anni impegnato nella promozione e nello studio del teatro come forma di espressione ad alta funzione sociale. Qual è, dunque, […]

... continua la lettura
Teatro

Lello Marangio: l’Umorismo è in tutto ciò che ci circonda

Intervista a Lello Marangio.  Lello Marangio scrive comicità da oltre trent’anni. Umorista napoletano, ha lavorato per il teatro, per il cinema, il cabaret e la televisione. Tra i numerosi artisti che hanno portato in scena i suoi testi, Peppe Iodice, Paolo Caiazzo, Lino Barbieri, I Ditelo Voi, i Teandria, Nello Iorio, Enzo Fischetti e molti altri. Lucio Pierri, attore, regista e sceneggiatore, è la sua spalla più solida nella stesura di commedie teatrali di successo. Ma Marangio ha partecipato come autore anche in tantissime trasmissioni televisive: a partire da Zelig, passando per Colorando, fino ad arrivare a Made in Sud e Comedy Central. Il volume Aritmie Teoriche raccoglie i testi di quattro delle sue commedie. Successivamente, Lello Marangio ha pubblicato: nel 2017, Nel suo piccolo anche Marangio s’incazza; nel 2019, Al mio segnale scatenate l’infermo, che lo ha reso vincitore del premio “Lucio Rufolo”; nel 2020, Una Lunghissima Giornata di Merda, con il quale ha vinto il Premio Charlot per la Letteratura Umoristica. Lello Marangio, intervista all’autore Umorista. Marangio, Bergson disse che «al di fuori di ciò che è propriamente umano, non vi è nulla di comico». Lei è d’accordo? No. Con tutto il rispetto per il grande filosofo francese, io credo che la comicità non abbia bisogno di pensieri così estremi. La comicità può essere semplice e complessa nello stesso momento, e ha bisogno necessariamente di grossi talenti per esplicitarsi. Talenti che possono essere umani, ma anche “disumani” perché uomini come Totò o Charlot sono talmente fuori dal comune da potersi tranquillamente considerare “disumani”. E poi Bergson ha vissuto a cavallo fra l’800 ed il ‘900. Oggi le cose sono molto cambiate, anche la comicità. Da oltre trent’anni scrive per il teatro, il cinema, la televisione. In base alla sua esperienza, cos’è che suscita maggiormente il riso? La sorpresa, l’imprevisto, una risposta che spiazza, una situazione anomala a metà fra il reale e il surreale. Il contrasto fra l’alto e il basso, fra il congruo e l’incongruo. Gli accostamenti che non ti aspetti, anche il solo suono di certe parole, certi aggettivi fanno ridere. I gesti inconsulti, i movimenti strani, le parole fuori luogo. Come dicevo prima, tutto può far scattare una risata. L’importante è che riesca stupire. Oggi, le forme di comunicazione e dell’espressività artistica sono nuove e sempre più molteplici. Esistono, dunque, molteplici forme del comico per diversi canali di trasmissione? Cosa differenzia, ad esempio, la comicità teatrale da quella televisiva? La comicità nasce teatrale: l’antica ma sempre moderna Commedia dell’Arte era teatro itinerante. I grandi comici del passato si formavano sulle tavole del palcoscenico. A parte il già citato Antonio De Curtis, personaggi immortali come Peppino De Filippo, Alberto Sordi, Aldo Fabrizi, hanno iniziato la loro carriera così. Successivamente hanno utilizzato anche la televisione e il cinema per farsi conoscere di più. Ma in teatro il comico non ha nessuna rete che lo protegge: o fai ridere o non fai ridere. E il pubblico se ne accorge, sempre. Se sei un bravo comico in teatro, lo […]

... continua la lettura