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Eroica Fenice

Attualità

Curriculum dello studente: più competenze o disparità?

Il “curriculum dello studente” debutterà quest’anno, per gli esami di stato 2021. Una misura prevista dalla legge “Buona Scuola” del Governo Renzi, che dispone l’aggiunta di una sorta di “documento di presentazione” al diploma di maturità. Il curriculum conterrà un elenco di tutte le competenze acquisite dallo studente, con in allegato le attività professionali, culturali, artistiche, sportive e di volontariato svolte in ambito extra scolastico. Due terzi del documento, infatti, (la cui compilazione avverrà su piattaforma informatica) saranno a cura della scuola, il resto sarà integrato dal singolo studente. La prima parte, denominata “Istruzione e formazione”, riporterà il profilo scolastico dello studente, ovvero tutto il bagaglio acquisito durante il percorso di studi. La seconda, “Certificazioni”, riporterà le certificazioni (linguistiche, informatiche etc.) rilasciate da Enti riconosciuti dal MIUR. Infine, la terza parte, relativa alle “Attività extrascolastiche”, conterrà le informazioni relative all’ambito extrascolastico. Il curriculum sarà necessario per la presentazione dello studente stesso alla Commissione d’esame e per lo svolgimento del colloquio dell’esame di Stato, oltreché richiesto per l’orientamento e l’accesso degli studenti all’Università e al mondo del lavoro. Tuttavia, ben 200 docenti hanno richiesto una moratoria al ministro Patrizio Bianchi, vista la complessità organizzativa e professionale di una didattica scossa dalla seconda e dalla terza ondata della pandemia da Covid-19. Infatti, ad eccezione di chi ha potuto privatamente accedere a progetti extra-scolastici anche nel periodo estivo, molti studenti potrebbero trovarsi privi della possibilità di compilare quanto richiesto dalla piattaforma. Ma non solo. I docenti mettono in discussione anche il valore stesso del curriculum dello studente. “Signor Ministro – si legge nella lettera pubblica indirizzata a Bianchi – noi crediamo che qualche considerazione di maggiore respiro andrebbe sviluppata in un dibattito più consapevole. Si evince dalla stessa piattaforma ministeriale che lo strumento non è predisposto solo in vista dell’Esame di Stato, ma che è stato pensato “per presentare al meglio chi sei – si scrive rivolgendosi allo studente – in un documento che racconta te stesso e la tua storia”. E prosegue: “Ma davvero vogliamo far passare l’idea che la persona e la sua identità siano costituite dalla somma dei suoi certificati linguistici e informatici? Riteniamo sul serio che un curriculum possa costituire un “racconto” biografico? È davvero questo che ci si chiede di insegnare? E dunque coloro i quali, privi di mezzi, saranno riusciti a costruire un curriculum meno ricco di titoli o esperienze dovranno forse stimare di possedere un’identità personale scarna o una biografia misera?” Il punto, in effetti, sta in questo: il rischio è che si possa confondere l’attenzione positiva al vissuto personale con una sorta di accumulazione seriale di titoli, spesso conseguiti presso enti privati, che produrrebbero ulteriori diseguaglianze tra gli studenti stessi. Tutte le “certificazioni” e le “attività extrascolastiche” saranno rese consultabili anche alle imprese per la selezione nel mercato del lavoro, scambiando il merito, ovvero le reali competenze, capacità e abilità, con la capacità di spesa sul “mercato della formazione”.

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Attualità

Perchè il video di Grillo esalta la cultura dello stupro

“Perchè non li avete arrestati?” – sbraita Beppe Grillo, leader politico del M5S, in un video pubblicato sul suo blog il 19 aprile scorso. “Ce li avrei portati io in galera, a calci nel culo! Perchè? Perchè vi siete resi conto che non è vero che c’è stato uno stupro”. Lo stupro in questione o – meglio – la vicenda a cui Grillo si riferisce (e che ha ormai lasciato i banchi del tribunale per entrare prepotentemente nel dibattito pubblico) risale a tre anni fa, nel luglio del 2019. Ciro Grillo – figlio del fondatore del Movimento – è in vacanza in Costa Smeralda con alcuni amici. Una serata in discoteca, l’incontro con due studentesse, il ritorno nella villa di proprietà per proseguire la festa. Qui – secondo la ricostruzione dei pm – sarebbe avvenuta la violenza. Una delle due ragazze – una diciannovenne italosvedese – sarebbe stata costretta a un rapporto sessuale con un ragazzo del branco, poi “afferrata per la testa, costretta a bere mezza bottiglia di vodka e ad avere altri cinque o sei rapporti sessuali”. Anche la seconda ragazza, nel frattempo addormentatasi, sarebbe – secondo l’accusa – stata sottoposta a diverse umiliazioni. Secondo Grillo, invece, da uno dei video agli atti “si vede che c’è la consensualità, si vede che c’è il gruppo che ride, che sono ragazzi di diciannove anni, che si stanno divertendo, che sono in mutande e saltellano col pisello così perché sono quattro coglioni, non quattro stupratori”. Come se ognuna di queste condizioni (il gruppo che ride, l’età dei ragazzi) pregiudicasse l’eventualità di uno stupro. Un gruppo di ragazzi che ride non può star commettendo una violenza? Dei ragazzi di diciannove anni non possono commettere uno stupro? Ma, soprattutto, perché la consensualità della ragazza al rapporto sessuale dovrebbe emergere tenendo l’attenzione sul “gruppo che ride” e non sulla ragazza stessa? Una ragazza che – sempre secondo Grillo – non può aver subito lo stupro perché “è strano che una persona stuprata la mattina, al pomeriggio va in kitesurf e dopo otto giorni fa la denuncia”. In altre parole: mente. Ed è esattamente questo il gioco: cercare di trascinare la vittima sul banco degli imputati, sminuire, mettere in dubbio, ridicolizzarne il dolore. Il tutto utilizzando la propria posizione di potere e la propria portata mediatica. Grillo, il mito e la cultura dello stupro In un minuto e mezzo, Beppe Grillo ha messo insieme molti dei pregiudizi che riguardano le violenze di genere. In primo luogo, l’assunto per cui una donna violentata debba denunciare immediatamente per non essere additata come bugiarda. Nel cosiddetto “mito dello stupro”, infatti (ovvero la visione diffusa e radicata su come avvenga questo tipo di violenza), ci sono urla, pianti, tentativi ripetuti da parte della vittima di difendersi e sottrarsi al suo carnefice e, infine, una denuncia immediata dell’accaduto. Nella cultura dello stupro, inoltre, le violenze e le molestie sessuali sono banalizzate, giustificate e alimentate attraverso battute sessiste, continua e spesso sottile colpevolizzazione della vittima, oggettivazione sessuale. Ciò ci conduce […]

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Voli Pindarici

Il Novecento è davvero finito? La fine di un’epoca

“É finito il Novecento”. Quante volte l’abbiamo sentito dire, nell’ultimo anno! Ce lo hanno ripetuto (e magari lo abbiamo ripetuto) quasi come una litania, quasi ad esorcizzare il senso di smarrimento che proviamo di fronte a questi cambiamenti epocali, suggellati dalla pandemia da Covid-19. Quasi a trovare un senso storico alla pandemia stessa, a fissare preventivamente nel tempo un futuro che – spiace dirlo – oggi non possiamo essere in grado di fissare in alcun modo. É finito il Novecento con la morte di Luis Sepúlveda, protagonista indiscusso della “letteratura per ragazzi” e di un pezzo di Storia (come civile e come combattente al fianco del Presidente Allende) del Cile, suo paese natìo. É finito il Novecento quando ci ha lasciati Ennio Morricone, autore delle colonne sonore di un Cinema che sembra altro, antico: l’attesa polverosa e quasi dolce della “scena degli spari”, quando Joe-Clint Eastwood torna a San Miguel per la “resa dei conti” con Ramòn (Gian Maria Volontè) in Per un pugno di dollari; le romanticissime note che accompagnano Robert De Niro e il grande amore della sua vita, Deborah (Elizabeth McGovern), nel ristorante sul mare in cui le chiederà di sposarlo in “C’era una volta in America”; l’indimenticabile sottofondo per la pellicola di Alfredo – con tutti i baci censurati da don Adelfio – nella scena finale di Nuovo Cinema Paradiso. É finito il Novecento nell’ultimo sospiro di Rossana Rossanda, ragazza del secolo scorso, “Miranda”, partigiana giovanissima della Resistenza Italiana, responsabile della politica culturale del PCI, fondatrice de il Manifesto, deputata, movimentista e femminista, radiata dal suo stesso Partito per le sue idee, per le quali ha convintamente e duramente lottato. É finito il Novecento con la fine della vita di Diego Armando Maradona, e l’inizio della leggenda di un ragazzino nato nel 1960 nella provincia di Buenos Aires: in sessant’anni ha ispirato il mondo intero, con irriverenza e genio calcistico, con umanità al limiti del disumano, con la rabbia brillante del riscatto sociale e degli schiaffi o, meglio, delle pallonate dritte contro il potere, le ingiustizie, le contraddizioni del pianeta. Che sia il sogno del Cile Socialista brutalmente scomposto dal golpe e dalla successiva dittatura di Pinochet, controfirmata dagli Stati Uniti d’America; che sia la rappresentazione del proibizionismo e del post-proibizionismo Americano; che siano gli ancora difficili conti con la Storia e la Politica del dopoguerra in Italia; che sia la commistione indissolubile tra lo sport popolare e gli uomini, tutti gli uomini, che tifano, gioiscono e creano comunità attorno all’idea di un’altro mondo possibile, la Storia del secolo scorso ci è piombata addosso con tutte le sue contraddizioni, imponendoci di guardarla con l’occhio freddo e distante di chi sta vivendo un tempo completamente nuovo. Il Novecento è finito. E non è l’anno, non è lo scorrere del tempo e il susseguirsi degli eventi, è la conoscenza e la consapevolezza storica degli uomini a determinarlo. É finito il secolo di Roosevelt e Churchill; il secolo in cui nascono il Premio Nobel, il Tour de France, il […]

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Voli Pindarici

Come ci si libera da una persona tossica?

Come ci si libera da una persona tossica? La domanda di una ragazzina di sedici/diciassette anni alla psicoterapeuta, verso la fine di un incontro scolastico sull’educazione all’affettività. Come ci si libera. Se a sedici anni avessi avuto la consapevolezza della tossicità di una relazione, mi sarei risparmiata tanti sforzi, tante lacrime, tanto tempo. Ma dieci anni fa non avevamo contezza nemmeno di qualche pillola di psicologia “spicciola” (quella che ormai si diffonde – con tutte le sue inesattezze e luoghi comuni – sui social network) e nessuno si prendeva la briga di venire in classe a spiegarci cosa stava succedendo ai nostri corpi, alla nostra crescita relazionale. Come ci si libera. Una persona tossica – consapevolmente o inconsapevolmente è indifferente – ti succhia via ogni energia, lasciandoti in un limbo di pensieri ed emozioni “negative” (dolore, frustrazione, incertezza) che a lungo andare riconosci come “rassicuranti”, addirittura piacevoli, perché non ti espongono alla paura delle “cose nuove”. Crea, in qualche modo, un rapporto di “dipendenza emotiva e/o affettiva” (parole della psicoterapeuta): sono il solo/la sola a capirti, che può amarti, che può accettarti per quello che sei. Anche se non ti voglio. Perché una persona tossica desidera, narcisisticamente, nel tempo in cui non può avere, per poi rifiutare, ripetutamente, e tornare, per assicurarsi che tutto sia ancora lì, come lo aveva lasciato. Desiderare ancora, e rifiutare ancora, e tornare ancora. In un ciclo infinito, dal quale è difficili sganciarsi, specialmente se si vivono già condizioni di estrema fragilità (testato: ho avuto due “relazioni tossiche” nella mia vita, entrambe in periodi difficili e di scarsa autostima). Quindi, come ci si libera. Sarebbe stato più facile – sicuramente più “romantico” – dire a quella ragazzina timorosa che un giorno avrebbe incontrato “la persona giusta” e che l’avrebbe “salvata” da ogni relazione tossica. Ma la verità è che incontriamo soltanto persone profondamente affini a noi stessi, che stuzzicano aspetti del nostro passato, dei nostri nodi irrisolti, o del nostro più intimo “io”. Emanciparsi da una persona tossica significa liberarsi della tossicità che è dentro noi stessi, della nostra paura di essere abbandonati, del nostro timor di vivere, di rischiare, di ferirci ancora, e ancora. La liberazione è un atto d’amore verso noi stessi. Fa male? Moltissimo. Si può fallire? Più volte. Cambiare? Certamente. Ma per far sì che il nostro corpo si rigeneri (e viva), è necessario che alcune cellule muoiano. In questo sta il cambiamento, la trasformazione. Imparare a vivere significa imparare a morire. Immagine: Psicoadvisor

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Attualità

Festival di Sanremo, penultimo atto

Il Festival di Sanremo si avvia alle battute – o, meglio – alle note finali. Dopo tre serate particolarmente atipiche, ma oscillanti – come ogni anno – tra malriusciti sketch, i “si poteva evitare”, qualche gaffe, musica ascoltabile, brani da scartare e pure ottime performance, va in scena il penultimo atto della kermesse. E così, un po’ appesantiti dalle luuuunghe “puntate precedenti”, un po’ smaniosi di “vedere come va a finire”, ci prepariamo alla quarta serata Sanremese, quella che – solo un anno fa – aveva visto Bugo lasciare il palco durante la sua esibizione con Morgan, seguito dall’ormai celebre “Che succede?”, “Dov’è Bugo?”, e immediatamente dopo la dichiarazione dell’OMS sulla pandemia globale, il lockdown, i lanciafiamme eccetera, eccetera, eccetera. Festival delle Nuove Proposte, vince Gaudiano La serata comincia con la finalissima della gara tra le “Nuove proposte”. A contendersi la Palma, Davide Shorty (in “Regina”, una dedica melodica con tratti rappati), Folcast (con “Scopriti”, una riuscitissima ballata d’amore), Gaudiano e Wrongonyou. Alla fine dei giochi, il Premio della Critica “Mia Martini” va a “Lezioni di volo” di Wrongonyou. Contemporaneo, “romantico” e non banale, con ritornello super “orecchiabile”. Il Premio “Lucio Dalla” della Sala Stampa va, invece, a “Regina” di Davide Shorty.   Vince la competizione Gaudiano con “Polvere da sparo”. Tragica e melodica, dedicata – come la sua vittoria – al padre scomparso.   Il momento dei “Big” alla terza esibizione: un commento flash Se è vero, come è vero, che le canzoni del Festival vanno valutate dal giorno dopo il primo ascolto, arriviamo alla terza esibizione delle voci “Big” in gara. Annalisa, “Dieci”. Voce pulita, testo scorrevole, complessivamente pop – Sanremese – doc. Aiello, “Ora”. Una storia di sesso e analgesici. Dalle troppe urla sul finale c’è da chiedersi se abbiano fatto effetto. Maneskin, “Zitti e buoni”. Finalmente (un po’) di rock. Energia pura. Ormoni in subbuglio. Noemi, “Glicine”. Sorella – con la voce graffiante – di Annalisa. Pop – Sanremese – doc. Niente di nuovo nel repertorio dell’ex cantante di X Factor. Orietta Berti, “Quando ti sei innamorato”. Classica, ma intramontabile. In rosa confetto. Colapesce/Di Martino, “Musica leggerissima”. Testo particolarmente depressivo, patinato da un’orecchiabile musica leggera, “anzi leggerissima”. E meravigliosa. Max Gazzè, “Il farmacista”. Decisamente inquietante la storia del farmacista che risolve chimicamente alcuni “problemi femminili”. Ironico? Senza far ridere. Si salva in calcio d’angolo da un brevissimo passaggio sulla follia del protagonista. Willie Peyote, “Mai dire mai (La Locura)”. Willie critica il mercato musicale e la società dello spettacolo sul palco dell’Ariston. Con nonchalance, ritmo e supponenza, fedele al suo personaggio. Malika Ayane, “Ti piaci così”. La terza sorella del “Pop – Sanremese – doc”. Con una forte personalizzazione alla “Malika”. La Rappresentante di Lista, “Amare”. “Qualcosa di diverso”. Con una voce straordinaria. Madame, “Voce”. Bel testo, bel ritmo, bel personaggio, bella performance. Complessivamente 10, a diciannove anni. Arisa, “Potevi fare di più”. La fine di un amore cantato da una donna, ma dal punto di vista di un uomo. E si vede, nella sua interezza. […]

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Cinema e Serie tv

Grace and Frankie: storia di un’esilarante amicizia

Grace and Frankie, Jane Fonda e Lily Tomlin. Due apparentemente male appaiate amiche, unite improvvisamente a causa delle rispettive crisi coniugali, dovute al coming out e al dichiarato amore tra i rispettivi ex coniugi. Due donne settantenni, che affrontano tutte le problematiche relative all’avanzamento dell’età e all’adeguarsi ai tempi che corrono. Due donne agli antipodi, dunque, che decidono di unire le forze per superare le difficoltà della loro nuova vita da coinquiline, single e pensionate. Grace è elegante, rigida, un po’ cinica, Frankie è eccentrica, hippie, divertente, spiritualista. Il divorzio di Grace e Frankie da Robert e Sol – che nascondevano la loro relazione da circa vent’anni – genera dei turbamenti in entrambe le famiglie, spinte tuttavia dal forte desiderio di raccogliere i pezzi e superare il trauma. Nel corso delle sei stagioni visibili su Netflix, le due protagoniste cercano di ritagliarsi degli spazi personali in cui reinventarsi come donne e come amiche, nonostante le continue incursioni dei figli e le difficoltà di coppia tra Sol e Robert. In particolare, metteranno su un’attività con lo scopo di infrangere il tabù della masturbazione femminile in età avanzata. “Vybrant” sarà il loro prodotto, e genererà più di un conflitto a causa delle loro differenze ideologiche e caratteriali. Le differenti dinamiche relazionali sono il fulcro della narrazione. Non solo il rapporto esilarante tra Grace e Frankie, ma anche quello tra i due ex mariti, Robert e Sol, e tra i figli delle due coppie, Mallory e Brianna, Coyote e Bud. Recentemente, Netflix ha annunciato l’uscita di una settima stagione conclusiva della serie. «Siamo felici che “Grace and Frankie” tornerà per la sua settima e anche ultima stagione» – hanno dichiarato le due protagoniste in un comunicato – «Siamo davvero grate che il nostro show sia riuscito ad affrontare questioni che hanno interessato così tanto la nostra straordinaria generazione. E i suoi figli. E, sorprendentemente, anche i loro figli. Ci mancheranno queste due vecchie ragazze, Grace e Frankie, come mancheranno a molti dei loro fan, ma c’è ancora tempo. Abbiamo superato tante cose – speriamo solo di non durare più a lungo del pianeta». In effetti, Fonda e Tomlin (nominate agli Emmy Awards come migliori attrici) hanno dato vita a una storia divertente e appassionante, che – di stagione in stagione – ha moltiplicato il suo pubblico includendo non solo la terza generazione, ma anche quelle più giovani. Jane Fonda ha anche fornito qualche aggiornamento sui piani di produzione della settima stagione sul suo blog personale (su cui tratta argomenti legati alla battaglia contro il cambiamento climatico che ha a cuore ormai da anni). Le riprese di “Grace and Frankie 7” (che ripagherà l’attesa del pubblico con ben 16 episodi) inizieranno a giugno 2021, per garantire le necessarie condizioni di sicurezza sul set e in attesa che la campagna vaccinale negli Stati Uniti dia i suoi frutti.

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Cinema e Serie tv

You: la serie Netflix su stalking e ossessioni sentimentali

You. “Un ragazzo pericolosamente affascinante e profondamente ossessivo ricorre a misure estreme per entrare nelle vite delle persone che lo attraggono“. Questa la descrizione breve di una serie che – dopo il debutto nel 2018 su Lifetime – è sbarcata su Netflix, riscuotendo successo e polemiche. Eppure, i suoi protagonisti sono così simili a noi: studiano, lavorano, hanno sogni, amici e relazioni, social network sui quali condividere le proprie vite. You – basato sull’omonimo romanzo di Caroline Kepnes – ruota attorno agli incontri di Joe (Penn Badgley), inizialmente responsabile di una storica libreria di New York e reduce da una relazione che sembra avergli spezzato il cuore. Prima con Beck, che studia poesia tra un gruppo di amiche stupidine e superficiali; poi – nella seconda stagione – con Love, dopo il trasferimento a Los Angeles. Relazioni che mostrano la vera essenza del protagonista: un pericoloso, folle e ossessionato stalker, spinto dalla voglia di amare, possedere e “difendere” le sue partner da quello che reputa un “mondo cattivo”. Un apparentemente perfetto fidanzato e amico con la capacità di nascondere i demoni interiori che lo tormentano fin da quando era ancora solo un ragazzino e che emergono nel corso della seconda stagione. La voce narrante del protagonista aiuta a farci capire la prospettiva sugli eventi, ci fa entrare nella sua inquietante psiche al punto che, in più momenti, le sue terribili azioni sembrano da considerarsi sotto una luce positiva, mentre l’imprevedibilità delle situazioni che affronta di volta in volta riesce a tenere alta la tensione nel corso delle puntate. Inoltre, Badgley sostiene questa struttura con un carisma tale da rendersi apprezzabile nonostante sia fondamentalmente un sociopatico, in grado di uccidere e pianificare azioni terribili a sangue freddo. Cresciuto senza l’affetto dei propri genitori, Joe crede che l’unica strada per costruire una relazione stabile sia fare terra bruciata attorno alla donna che attira le sue attenzioni e, dunque, liberarsi di presunti compagni, amiche e di tutto ciò che potrebbe ostacolare il loro legame. Il risultato è quello di un thriller psicologico, che ha catalizzato l’attenzione – secondo i dati di Netflix – di addirittura 40 milioni di abbonati nelle prime quattro settimane di permanenza sulla piattaforma. Non è mancata, ovviamente, la polemica sulla pericolosità di rendere un assassino una figura romantica. Ci è cascata l’attrice Millie Bobby Brown, che in una Instagram stories, ha decretato: “Joe non è uno psicopatico, non è uno stalker. È innamorato!“. Travolta dalle critiche, ha poi rettificato: “Ho dato un giudizio affrettato, avevo visto solo i primi due episodi. In effetti lui è uno stalker. Ma la serie è bellissima“. Tuttavia, il numero di donne affascinate dalla personalità di Joe ha raggiunto numeri così preoccupanti che il protagonista stesso, Penn Badgley, si è sentito in dovere di intervenire. Badgley in più di una intervista aveva confessato di aver rifiutato il ruolo quando i due produttori, Sara Gamble e Greg Berlanti, glielo avevano proposto per la prima volta perché “mi piaceva il progetto, ma non Joe. Lo detestavo. E […]

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Attualità

Pornografia online, come spiegarla ai propri figli?

Pornografia online, come spiegarla ai propri figli? S’intitola “Keep it real”, ovvero “fare sul serio”, la campagna di sensibilizzazione del Governo neozelandese per salvaguardare i bambini da contenuti potenzialmente dannosi. I genitori potranno ricevere supporto e consigli utili per affrontare diverse tematiche (pornografia, appunto, ma anche bullismo e “grooming”, ossia l’adescamento in rete di un adolescente da parte di un adulto) con i propri figli attraverso il sito internet keepitrealonline.govt.nz. Tra i diversi spot promozionali della campagna, grande diffusione ha ricevuto il messaggio sui contenuti pornografici fruiti dagli adolescenti: due attori si presentano completamente nudi a casa di un ragazzino e svelano alla madre che il figlio ha appena visualizzato i loro video vietati ai minori, consigliandole di affrontare l’argomento insieme, ad esempio spiegandogli la differenza tra il porno e il sesso nella vita reale, parlandogli di consenso e di come funzionano le relazioni tra i sessi. La coppia di attori porno Sue e Derek è interpretata dai modelli Cassandra Woodhouse e Paris Theodosiou, mentre la madre del ragazzo è la comica neozelandese Justine Smith. L’iniziativa è stata messa in campo dal governo guidato dalla Premier Jasinda Arden, con lo scopo di sensibilizzare e sostenere i giovani e i loro genitori nel dialogo su tematiche di particolare rilevanza sociale. “Molti ragazzini usano il porno per imparare a fare sesso” – spiega lo spot. E, in effetti, la scoperta del sesso è spesso un tabù nel rapporto genitori-figli, facendo sì che la pornografia diventi l’unico mezzo per accrescere le conoscenze e consapevolezze dei più giovani. Ma vi è, ovviamente, un gap intenzionale tra vita affettiva e pornografia. La spettacolarizzazione dell’atto sessuale sacrifica concetti complessi come il sentimento, il romanticismo e soprattutto dà per scontato il consenso del partner, proprio perché si tratta di un intrattenimento creato da adulti ad uso esclusivo di un pubblico maturo. La campagna, dunque, invita gli adulti a superare “l’imbarazzo” e a guidare i propri figli con serenità, dando loro le corrette informazioni per poter avere in futuro una sana vita relazionale. Il sito è suddiviso in due sezioni: una per genitori e tutori e una per i più giovani, ai quali si offre supporto nel districarsi tra problemi online, visione di pornografia, invio/ricezione di “nudes” e bullismo. Come spiegano Alessia L’Imperio e Andrea Tarsia, sul giornale delle scienze psicologiche “State of Mind”, la dimensione sessuale rappresenta un aspetto fisiologico situato alla base delle necessità umane, strettamente legato al corretto compimento dell’individuo. Ogni essere umano, sin dalla nascita, cresce a partire dalla propria connotazione biologica e al ruolo culturale relegato al genere per poi costruire la propria identità sessuale, caratterizzata da una commistione di variabili. La scoperta dei propri organi riproduttivi e della loro utilità, la manipolazione, la fantasia sessuale, l’autoerotismo, il desiderio e la scoperta del piacere sono aspetti che dovrebbero essere normalizzati, e non censurati, dagli adulti, per garantire un corretto raggiungimento della maturità. La poca attenzione e la scarsa sensibilità al tema possono determinare una serie di disturbi e fenomeni devastanti dal punto di vista […]

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Attualità

Procida sarà Capitale Italiana della Cultura 2022

Procida sarà la Capitale Italiana della Cultura nel 2022. L’annuncio è del Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini, a nome della giuria presieduta dal professor Stefano Baia Curioni, che ha esaminato i 10 progetti delle altrettante città candidate. Oltre Procida – che riceverà un milione di euro – Cerveteri, Ancona, Bari, L’Aquila, Pieve di Soligo, Taranto, Trapani, Verbania e Volterra. La Capitale Italiana della Cultura è una novità introdotta con il Decreto Legge 31 maggio 2014, n. 83, contenente nuove misure in materia di tutela del patrimonio culturale, sviluppo della cultura e rilancio del turismo (convertito in legge e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 175 del 30 luglio 2014). Stefano Baia Curioni ha spesso sostenuto, durante varie presentazioni, che il riconoscimento di Capitale Italiana della cultura è un riconoscimento alla capacità di progetto, non alla città più bella paesaggisticamente o più ricca dal punto di vista storico. “Ci è stato chiaro che il nostro lavoro non sarebbe stato facile. – ha dichiarato – Siamo stati sfidati dalla qualità delle proposte, alcune concepite dai migliori progettisti di politiche culturali non solo d’Italia, ma d’Europa. Ogni città ha portato nel suo progetto le proprie gemme e i propri demoni. E la buona notizia è che l’idea di uno sviluppo sociale ed economico a base culturale sta diventando un approccio comune e una pratica progettuale concreta. La cultura è pensata come pane quotidiano, finalmente”.  Procida Capitale della Cultura 2022, la motivazione della giuria. Questa la motivazione della giuria che ha designato la città di Procida Capitale: “Il contesto dei sostegni locali e regionali pubblici e privati è ben strutturato. La dimensione patrimoniale e paesaggistica del luogo è straordinaria. La dimensione laboratoriale che comprende aspetti sociali di diffusione tecnologica è importante per tutte le isole tirreniche, ma è rilevante per tutte le realtà delle piccole isole mediterranee. Il progetto potrebbe determinare grazie alla combinazione di questi fattori un’autentica discontinuità nel territorio e rappresentare un modello per i processi sostenibili di sviluppo a base culturale delle realtà isolane e costiere del Paese. Il progetto è inoltre capace di trasmettere un messaggio poetico, una visione della cultura che dalla piccola realtà dell’isola si estende come un augurio per tutti noi, al Paese nei mesi che ci attendono”.  Le congratulazioni della Commissione sono andate al Sindaco Dino Ambrosino, al direttore della candidatura Agostino Riitano e a tutto lo staff che ha reso possibile la candidatura e la vittoria di Procida sotto lo slogan “la cultura non isola”. Procida diviene Capitale della Cultura dopo Lecce, Siena, Cagliari, Perugia-Assisi e Ravenna nel 2015, Mantova nel 2016, Pistoia nel 2017, Palermo per il 2018, Parma per il 2020/2021. Per il 2023, l’assegnazione è già stata attribuita a Bergamo e Brescia. “E’ una enorme gioia che rappresenta, credo, un sentimento di tanti borghi italiani. – commenta il Sindaco, Raimondo Ambrosino – Procida è la metafora di tante comunità che hanno riscoperto l’entusiasmo e l’orgoglio per i loro territori. Siamo onorati per questa straordinaria opportunità per una piccola isola”. “Procida ci accompagnerà nell’anno della ripartenza. – […]

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Attualità

In Argentina l’aborto ¡Es ley!, è legge!

In Argentina, l’aborto “¡Es ley!”, è legge! Dopo il via libera alla Camera, il disegno di legge che legalizza definitivamente l’aborto è stato approvato in Senato il 29 dicembre, determinando una svolta storica per il Paese e per le lotte femministe di tutto il mondo. Il provvedimento è passato con 38 voti favorevoli e 29 contrari, dopo 12 ore di discussione. Migliaia di militanti pro-aborto hanno atteso fino alle 4 del mattino, e festeggiato la notizia fuori dal Congresso a Buenos Aires. Il movimento che si è battuto per l’aborto – la Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal, Seguro y Gratuito – è nato 15 anni fa e ha come simbolo dei fazzoletti verdi, i “pañuelos”. Già nel 2018, un testo simile (ma elaborato da una piattaforma civile) era stato approvato dalla Camera, ma non dal Senato. Fino a questo momento, l’interruzione volontaria di gravidanza per le donne Argentine era consentita legalmente da una norma in vigore dal 1921 e soltanto nel caso fosse conseguenza di una violenza sessuale, o in previsione di un pericolo grave per la vita della donna stessa. Limitazioni che hanno diffuso a dismisura gli aborti clandestini nel Paese, spesso in costose cliniche private o in strutture che non adeguate alle norme di sicurezza necessarie. Secondo i dati del Governo, in Argentina, su 44 milioni di abitanti, si praticano ogni anno fra i 370mila e i 520mila aborti clandestini, con 38mila donne ricoverate in ospedale per le complicazioni che ne conseguono. Con la legalizzazione dell’aborto, il Paese diventa uno dei pochissimi Paesi dell’America Latina in cui è permessa l’interruzione volontaria di gravidanza, insieme a Uruguay, Cuba, Guyana e lo Stato di Città del Messico. Negli altri restano restrizioni e condizioni. In alcuni, come il Nicaragua, la Repubblica Dominicana e il Salvador, è vietato in ogni caso e il solo sospetto di interruzione volontaria di una gravidanza è punito con una condanna fino a 30 anni di carcere. Il provvedimento approvato in Argentina prevede che ogni gestante possa abortire entro le prime 14 settimane dopo aver sottoscritto il consenso. Indica anche dieci giorni di tempo tra la volontà esplicitamente espressa e l’intervento per evitare ogni tipo di pressione e manovra che spinga la madre a un ripensamento. Le giovani donne minori di 13 anni potranno abortire con l’approvazione di almeno uno dei genitori o di un rappresentante legale, mentre le donne di età compresa tra 13 e 16 anni avranno bisogno dell’autorizzazione solo se la procedura compromette la loro salute. Dai 16 anni in poi la decisione spetta unicamente all’interessata. La nuova legge sostiene anche la responsabilità dello Stato nell’attuazione della legge sull’educazione sessuale e aggiorna le pene detentive per chi causa l’aborto o consente di praticarlo oltre il tempo massimo previsto dalla legge. Fonte immagine: https://www.ilpost.it/2020/12/30/argentina-aborto-legale/

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Teatro

Zona Rossa: la nuova sperimentazione del Teatro Bellini

“Zona Rossa” è il nuovo progetto del Teatro Bellini, in prima linea – ancora una volta – a sperimentarsi in questa difficile fase di chiusura dei teatri e di crisi dell’intero settore artistico e culturale. Solo qualche mese fa, avevamo lasciato il Bellini alle prese con il lancio del “Piano BE” – nel pieno rispetto delle norme anti-Covid – per la stagione autunnale. Ma già dalla fine del mese di ottobre, un nuovo Dpcm ha nuovamente imposto la chiusura di teatri e cinema, insieme ad altri luoghi di produzione culturale. Che fare, dunque? Daniele Russo, direttore artistico del Teatro, lo ha spiegato in apertura della Conferenza Stampa (online) che si è tenuta nell’arco della mattinata di giovedì 17 dicembre. «Abbiamo deciso di creare una nostra “Zona Rossa” all’interno del Bellini. Sarà molte cose insieme: un’istallazione, una performance, un manifesto, ma anche una provocazione vera e propria, quasi un atto politico.» La “Zona Rossa” prevederà l’ingresso e la permanenza – in un vero e proprio lockdown – di sei artisti all’interno del Teatro, collegato in streaming con l’esterno, per la creazione di un nuovo spettacolo che sarà in scena, in una sola replica, nel giorno (per ora indefinito) in cui un Dpcm ne autorizzerà la presentazione al pubblico dal vivo. Due drammaturghi/registi, due attori e due attrici inizieranno il percorso a partire dalle ore 17 di domenica 20 dicembre e l’intero processo creativo, così come i momenti di lavoro insieme agli altri professionisti che collaborano alla realizzazione dello spettacolo, sarà visibile dal pubblico attraverso il canale YouTube del Teatro Bellini. «L’orario della diretta quotidiana dello spettacolo sarà aggiornato quotidianamente e dipenderà da quello di convocazione degli attori. – spiega il co-autore del progetto, Davide Sacco – Il pubblico, oltre a poter osservare il lavoro, ne potrà discutere con gli artisti stessi, durante degli appuntamenti settimanali di approfondimento in collegamento web.» Gli attori imposteranno dei “Quaderni di Regia” su determinate linee di indirizzo con: le “edizioni” di ciò che avviene durante le prove e un diario di bordo che verrà aggiornato di lunedì e giovedì. Il tutto coniugando ciò che avverrà “dentro”, in sala prove, e “fuori”, nel mondo all’esterno del Teatro. “ZONA ROSSA”, le voci degli artisti che vivranno in Teatro. A fare il proprio ingresso al Teatro Bellini saranno Alfredo Angelici, Federica Carruba Toscano, PierGiuseppe di Tanno, Licia Lanera, Pier Lorenzo Pisano e Matilde Vigna. «Quando il Teatro Bellini mi ha contattato per entrare in “Zona Rossa” – racconta l’attore Alfredo Angelici – ho pensato a quanto fosse folle un progetto simile. Una follia nobile, che porterebbe gli eroi dei romanzi ai grandi trionfi perché viene dalla volontà di chi vuole il mondo come deve essere. Quanto è attuale oggi la storia del segreto di Pulcinella! “Laddove c’è una catastrofe, c’è una via d’uscita”, lui oggi farebbe un gesto comico e mostrerebbe la possibilità di un’altra storia e cosa può un corpo quando ogni azione diventa impossibile.» «Ho sempre sentito che il teatro mi desse la libertà di svincolarmi dal […]

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Teatro

Consegne, una performance da coprifuoco | intervista

“Consegne // una performance da coprifuoco” arriva a Napoli dal 15 dicembre, grazie al Collettivo lunAzione. Lo spettacolo ha debuttato a Bologna lo scorso novembre con la compagnia Kepler-452: si tratta di un percorso-performance site specific e vedrà in sella a Napoli Cecilia Lupoli, nel ruolo di attrice/rider. L’adattamento per la città partenopea è a cura di Eduardo Di Pietro, l’organizzazione di Martina Di Leva e il coordinamento tecnico di Tommaso Vitiello. Un corriere si sposterà per le strade per effettuare le consegne, attraversando la notte desolata. Lo spettatore – o più spettatori che abitano allo stesso indirizzo – seguiranno sulla piattaforma Zoom il percorso-performance che condurrà il rider a bussare proprio alla sua porta per un incontro finale. “Consegne, una performance da coprifuoco”, intervista al regista In un momento in cui i teatri e – più in generale – i centri di produzione culturale sono chiusi, diventa molto complesso costruire narrazioni e rappresentazioni “artistiche” del reale. L’idea del “percorso-performance” è una sperimentazione in tal senso? Nella versione di “Consegne” a cura del Collettivo lunAzione c’è senz’altro un interesse sperimentale in questa direzione, che tra l’altro coinvolge il tentativo di commistione tra differenti strumenti comunicativi (videochiamata via Zoom e audio-narrazione in cuffie wireless dal vivo) che si adeguino alle esigenze dell’attualità e riecheggino come caratteristiche proprie della comunicazione contemporanea. Tali strumenti, assieme all’attrice-rider Cecilia Lupoli e al suo Piaggio Liberty 50, compongono l’atto performativo: la città deserta, le finestre illuminate, la notte, diventano inoltre personaggi che accompagnano il percorso. Qualsiasi momento di grandi trasformazioni, di traumi più o meno forti e, tra gli altri, i timori e le restrizioni del presente, necessitano di rielaborazioni del reale che ci consentano di comprendere e metabolizzare il dolore, la morte, il disorientamento, la solitudine. Il teatro può ancora farlo: ha bisogno delle sale teatrali da abitare, ma non ne ha bisogno per esistere. Perchè la scelta è ricaduta prioritariamente sui rider? Il rider è un simbolo di questi tempi: è il lasciapassare per il coprifuoco, può viaggiare liberamente nella notte e la sua attività prospera nella pandemia – o meglio, le aziende di delivery prosperano mentre i rider corrono da un indirizzo all’altro. Queste figure nuove e solitarie, operose e fuggevoli, sono state considerate essenziali dalle direttive, anche a fronte delle chiusure generalizzate a causa dell’emergenza sanitaria. “Consegne” parte così da un’attrice, rappresentante di un lavoro che – come tanti altri – non è stato ritenuto essenziale. Questo dispiega una sfilza di interrogativi: chi può definire cosa è essenziale? E soprattutto cos’è l’Essenziale? La ricerca di risposte condivise con lo/gli spettatore/i, assume le forme di un vagabondaggio notturno, dissimulato da una consegna: in fin dei conti un pretesto per dar vita a un incontro. Con “Consegne” il teatro scende dunque in strada e si traveste da corriere per indagare le infinite possibilità di incontro racchiuse nella sua figura. Il Collettivo lunAzione è da anni impegnato nella promozione e nello studio del teatro come forma di espressione ad alta funzione sociale. Qual è, dunque, […]

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Teatro

Lello Marangio: l’Umorismo è in tutto ciò che ci circonda

Intervista a Lello Marangio.  Lello Marangio scrive comicità da oltre trent’anni. Umorista napoletano, ha lavorato per il teatro, per il cinema, il cabaret e la televisione. Tra i numerosi artisti che hanno portato in scena i suoi testi, Peppe Iodice, Paolo Caiazzo, Lino Barbieri, I Ditelo Voi, i Teandria, Nello Iorio, Enzo Fischetti e molti altri. Lucio Pierri, attore, regista e sceneggiatore, è la sua spalla più solida nella stesura di commedie teatrali di successo. Ma Marangio ha partecipato come autore anche in tantissime trasmissioni televisive: a partire da Zelig, passando per Colorando, fino ad arrivare a Made in Sud e Comedy Central. Il volume Aritmie Teoriche raccoglie i testi di quattro delle sue commedie. Successivamente, Lello Marangio ha pubblicato: nel 2017, Nel suo piccolo anche Marangio s’incazza; nel 2019, Al mio segnale scatenate l’infermo, che lo ha reso vincitore del premio “Lucio Rufolo”; nel 2020, Una Lunghissima Giornata di Merda, con il quale ha vinto il Premio Charlot per la Letteratura Umoristica. Lello Marangio, intervista all’autore Umorista. Marangio, Bergson disse che «al di fuori di ciò che è propriamente umano, non vi è nulla di comico». Lei è d’accordo? No. Con tutto il rispetto per il grande filosofo francese, io credo che la comicità non abbia bisogno di pensieri così estremi. La comicità può essere semplice e complessa nello stesso momento, e ha bisogno necessariamente di grossi talenti per esplicitarsi. Talenti che possono essere umani, ma anche “disumani” perché uomini come Totò o Charlot sono talmente fuori dal comune da potersi tranquillamente considerare “disumani”. E poi Bergson ha vissuto a cavallo fra l’800 ed il ‘900. Oggi le cose sono molto cambiate, anche la comicità. Da oltre trent’anni scrive per il teatro, il cinema, la televisione. In base alla sua esperienza, cos’è che suscita maggiormente il riso? La sorpresa, l’imprevisto, una risposta che spiazza, una situazione anomala a metà fra il reale e il surreale. Il contrasto fra l’alto e il basso, fra il congruo e l’incongruo. Gli accostamenti che non ti aspetti, anche il solo suono di certe parole, certi aggettivi fanno ridere. I gesti inconsulti, i movimenti strani, le parole fuori luogo. Come dicevo prima, tutto può far scattare una risata. L’importante è che riesca stupire. Oggi, le forme di comunicazione e dell’espressività artistica sono nuove e sempre più molteplici. Esistono, dunque, molteplici forme del comico per diversi canali di trasmissione? Cosa differenzia, ad esempio, la comicità teatrale da quella televisiva? La comicità nasce teatrale: l’antica ma sempre moderna Commedia dell’Arte era teatro itinerante. I grandi comici del passato si formavano sulle tavole del palcoscenico. A parte il già citato Antonio De Curtis, personaggi immortali come Peppino De Filippo, Alberto Sordi, Aldo Fabrizi, hanno iniziato la loro carriera così. Successivamente hanno utilizzato anche la televisione e il cinema per farsi conoscere di più. Ma in teatro il comico non ha nessuna rete che lo protegge: o fai ridere o non fai ridere. E il pubblico se ne accorge, sempre. Se sei un bravo comico in teatro, lo […]

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Attualità

Ti ammazzo e corro via, misoginia nella musica Pop

«Ti ammazzo, ti picchio e poi corro via – cantava Cacho Castaña nel 1975 – Dicono che sono un violento, ma non dimenticare che sono veloce. Dicono che ero geloso, ma non dimenticare che ero un imbroglione.» Questa e molte altre sono le canzoni utilizzate da una classe di studenti e studentesse argentini per rappresentare la violenza di genere nei testi della musica Pop che “consumiamo” abitualmente. Sono le hit dell’estate, canticchiate sotto la doccia, spesso senza conoscerne il significato. Ma che un significato hanno. E spesso terrificante. Nella mostra, allestita in un Istituto Superiore di Buenos Aires, i ragazzi e le ragazze hanno utilizzato delle barbie per riprodurre le frasi misogine e violente di Maluma, Kevin Roldán, Romeo Santos, Arjona, Cacho Castaña, Pimpinela e tanti altri. Le immagini della mostra, tenutasi durante il fine-settimana, sono diventate rapidamente virali. «Non ti immagini che rospo ho dovuto ingoiare – cantano i Los Chakales – se fosse stata con un altro uomo non mi sarebbe importato. Non compresi quest’ironia della vita, sparai senza preoccuparmi di poterla uccidere.» E ancora, Como la tele, dei fratelli Lucìa e Joaquìn Galàn: «Non c’è nessuno che capisca le donne. Ci provo da anni. Dovrebbero essere come la televisione, che ha un manuale di istruzioni. Accendile con telecomando. Spegnile toccando un pulsante e se si rompono o si graffiano, rispediscile indietro.» Perfettamente centrato, dunque, l’obiettivo degli studenti argentini: analizzare l’impatto che la musica ha sull’apprendimento e la naturalizzazione dei comportamenti misogini. Infatti, sono proprio l’emarginazione delle donne, il comportamento autoritario nei loro confronti e la leadership maschile alcune delle caratteristiche della violenza sessista identificate in classe. Un esempio è il desiderio di un uomo che la sua partner accetti tutto ciò che fa. Il cantante di reggaeton colombiano Kevin Roldàn lo esplica ne La Muda, a cui gli studenti hanno accompagnato una bambola legata e imbavagliata: «Voglio una donna molto carina e tranquilla, che non dica di no. Che quando vado la sera e torno la mattina lei non dice no. Prendilo, stai zitta e non dire no.» Carolina de la Fuente, l’insegnante che ha organizzato il programma di educazione sessuale, spiega che gli studenti hanno riflettuto durante tutto l’anno su misoginia, oggettivazione e femminicidi aiutandosi con materiali informativi e giornalistici.  Per la mostra, hanno poi deciso di recuperare le bambole con le quali avevano lavorato sui canoni di bellezza. «Abbiamo iniziato ad ascoltare reggaeton e cumbia, che è la musica che ascoltano di più. Molti dei testi in analisi utilizzano le parole “Ti ammazzo” e questo è terrificante. – racconta De la Fuente – “Durante l’esposizione, una donna è stata commossa da una poesia appesa al muro e ha chiesto un abbraccio, un’altra madre si è fermata ad ogni canzone per spiegare alla figlia ciò che vedeva, alcuni nonni hanno litigato con la nipote che spiegava loro che la mostra non era una mancanza di rispetto verso donne.» E il dibattito continua ancora, amplificato, attraverso i social, dove gli applausi si mescolano alle critiche per l’iniziativa. Immagine: Radio […]

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Attualità

La maestra licenziata e il siparietto di un’Italia bigotta

La maestra d’asilo, licenziata nel Torinese in seguito alla diffusione di un video privato che la ritraeva in un momento d’intimità, è l’ennesima vittima di un Paese bigotto e incivile. Gli attori di questa vicenda sono, più o meno, gli stessi che partecipano ad ogni caso di Revenge Porn, di “vendetta pornografica”. Ma, forse, dovremmo dire: in ogni episodio in cui un uomo si arroga il diritto di diffondere fotografie o video che ritraggono una donna (partner, fidanzata, ex o finanche sconosciuta) in momenti d’intimità. Sì, perché più che di “vendetta”, si tratta – profondamente – dell’idea malsana per cui del corpo di una donna si può disporre a proprio piacimento, e dei momenti di intimità (che magari si sono condivisi) si può fare sfoggio con i propri amici, con altri uomini. È un vero e proprio esercizio di potere sulla libertà delle donne. E non è nemmeno “pornografia” perché la pornografia di norma è consensuale, mentre insistere sul porno significa legare il corpo femminile a un consumo di tipo erotico: infatti, nei vari gruppi, viene diffuso e sessualizzato qualsiasi tipo di immagine ritragga una donna, con epiteti degradanti e misogini. Il protagonista indiscusso di questa vicenda è l’uomo. Badate bene, l’uomo. Non la donna di cui viene morbosamente sottolineato il lavoro, cosicché possa apparire in antitesi (al limite dello scandaloso) con le parole digitate immediatamente dopo:”video hard”. Il protagonista della storia è, dunque, quell’uomo che decide di condividere nella “chat del calcetto” alcune foto e un video che ritraggono la sua ex partner per “puro intrattenimento maschile” e, inutile ribadirlo, senza il consenso di quest’ultima. Tra gli altri uomini che usufruiscono della condivisione, uno riconosce la donna come la maestra d’asilo di suo figlio e coinvolge sua moglie. E cosa fa, a questo punto, la seconda donna coinvolta nella vicenda? Diffonde a sua volta le foto e il video – allargando il bacino di “utenti”, violandone ancora una volta la privacy, perseverando nell’insano e squallido “gioco” – e comunica il tutto alla preside della scuola. E cosa fa, a questo punto, la terza donna coinvolta nella vicenda? Licenzia la maestra. Ovviamente, l’inchiesta e le indagini scaturite dalla vicenda hanno condotto a un processo in cui cinque persone rispondono – a vario titolo – di diffamazione, violenza privata e divulgazione di materiale privato. In particolare, l’ex fidanzato è stato condannato allo svolgimento di lavori socialmente utili e al risarcimento alla donna. Tralasciando le vicende giudiziarie, il punto focale dell’episodio (e del fenomeno in generale) sono i suoi aspetti e sviluppi socio-culturali. “Non potevo credere che una maestra facesse certe cose” – ha dichiarato il marito della donna che ha nuovamente diffuso le foto della ventiduenne fino al suo licenziamento – “Se si inviano certi video, si deve mettere in conto che qualcuno li divulghi”. Dunque, se si decide di fotografare il proprio corpo o di condividere momenti di intimità con il proprio partner o chicchessia, si deve mettere in conto che qualcuno compia un reato? E, in particolare, se si è una maestra o […]

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Attualità

Cile: ¡Quiere usted una Nueva Constitución!

In Cile trionfa il “Sì” al referendum per riformare la Costituzione di Pinochet. Alla domanda «Quiere usted una Nueva Constitución?» («Vuole una nuova Costituzione?»), più dei tre quarti degli elettori ha risposto «apruebo», sì, “approvo”. Una vittoria schiacciante, del 79,24% (con un flusso di affluenza intorno al 50%), che vedrà la nomina dei 155 membri dell’Assemblea Costituente nell’aprile del prossimo anno. La seconda domanda referendaria, infatti, riguardava proprio la scelta dei membri che redigeranno la nuova Costituzione, se gli attuali Parlamentari o una nuova Assemblea apposita. I Cileni hanno deciso di fare tabula rasa: l’Assemblea sarà composta al 100% da membri estranei al mondo della politica e delle istituzioni, scelti attraverso un voto popolare, sulla base di un criterio di parità di genere e con una rappresentanza di delegati delle popolazioni indigene, e il risultato del suo lavoro sarà sottoposto da un secondo referendum (di ratifica popolare) che si svolgerà nel secondo semestre del 2022. Nell’ottobre del 2019, decine di migliaia di persone scesero in piazza in tutto il Cile con la richiesta di più welfare e meno oligopoli. Le proteste, scoppiate in seguito a un aumento del prezzo dei trasporti pubblici, durarono per settimane, nonostante le restrizioni imposte per la pandemia da Covid-19, e portarono il consenso del Governo di Sebastian Piñera ai minimi storici, intorno all’8%. Dopo il risultato del referendum, il Presidente Piñera (che ha accolto ministri legati a Pinochet e si è mosso con quella linea di politica economica che l’ondata conservatrice in America Latina ha adottato in molti Stati) ha dichiarato: «I Cileni hanno espresso la loro volontà, scegliendo un’Assemblea costituente che avrà piena uguaglianza tra uomini e donne per redigere una nuova Costituzione. Ciascun voto ha avuto lo stesso valore, ha trionfato la cittadinanza e la democrazia, l’unità sulla divisione, la pace sulla violenza. Questo trionfo della democrazia ci deve riempire di gioia e speranza, perché abbiamo dimostrato che il dialogo è più fecondo dell’intolleranza». I tre pilastri di questa ripartenza saranno: la riscrittura di una nuova Carta senza traumi (quella di Pinochet nacque in un contesto di violenza e gravi soprusi nel 1980 ed è diventata poi simbolo della paralisi del sistema economico-sociale Cileno); il “recupero della legittimità politica della società Cilena” (come spiega Vicky Murillo, direttrice dell’Istituto latinoamericano della Columbia University); la “redistribuzione di poteri e beni pubblici”, ben illustrata da Miriam Henriquez, giurista dell’Università Alberto Hurtado. Cile: ¡Quiere usted una Nueva Constitución! La nuova Costituzione tutelerà la popolazione, le istituzioni e la libertà di parola. Quella di Pinochet, infatti, favoriva il privato a danno del pubblico, la classe imprenditoriale a scapito dei dipendenti, e concentrava nelle mani dell’esecutivo (che dipendeva direttamente dalla Presidenza), molti diritti fondamentali. Sul piano economico, si avvaleva della collaborazione dei “Chicago boys”, una vera e propria scuola di iper-liberismo. La sera del 25 ottobre scorso, alla diffusione delle prime proiezioni che confermavano la schiacciante vittoria del “Sì”, migliaia di persone si sono riversati nelle strade del centro di Santiago e di molte altre città del Cile (Iquique, La Serena, Valparaíso, […]

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Attualità

Cento anni dalla nascita di Gianni Rodari

Cento anni fa, il 23 ottobre del 1920, nasceva Gianni Rodari, l’unico scrittore Italiano della storia ad aver vinto il Premio Andersen. Uno scrittore geniale, con la missione di divertire con la fantasia i più piccini, commuovere gli adulti e ispirare gli artisti. Per i suoi cento anni, si mobilita il mondo dei social (ma non solo). L’edizione 2020 della Settimana della Lingua Italiana nel mondo – come ha ricordato il Ministro per i Beni Culturali, Dario Franceschini – è stata dedicata proprio al rapporto tra la parola e l’immagine, di cui Gianni Rodari, con le sue opere e con i suoi insegnamenti, è stato precursore. In più, le Biblioteche di Roma offriranno un ricco pacchetto di iniziative, eventi e mostre per festeggiare lo scrittore; al Lucca Changes (nuova edizione del Lucca Comics & Game, in corso dal 29 ottobre al 1° novembre), si terrà una mostra dedicata al centenario di Rodari con un variegato programma di attività, spettacoli e conferenze online; a Reggio Emilia (fino al 25 ottobre) si tengono i “Rodari Days”, in presenza e online, tra mostre, narrazioni, atelier e videointerviste; a partire dal 24 ottobre, sul sito www.archivioaperto.it, saranno visibili una serie di video inediti, tratti dall’Archivio audiovisivo Franco Cigarini, che ripercorrono, tra le altre cose, la visita di Rodari alla scuola dell’infanzia Diana di Reggio Emilia, dove lo scrittore – seduto su una piccola sedia circondato dai bambini – raccontò la storia de “Il Re dei Topi”. Alle differenti celebrazioni, si è poi aggiunta l’emissione di un nuovo francobollo Italiano dedicato proprio ai cento anni dalla nascita di Rodari. Il francobollo mostra un disegno realizzato dalla stesso scrittore: un bambino con un palloncino che reca la scritta “Omegna”, sua città natale, in Piemonte, dove – in sua memoria – è stato realizzato nel 2002 il “Parco della Fantasia”. Ma Rodari non fu soltanto lo strepitoso inventore di favole e filastrocche per bambini. Fu un giornalista, poeta, partigiano. Trasferitosi in provincia di Milano da bambino, frequentò prima il seminario e, poi, si diplomò come maestro, lavorando anche come precettore privato. Iniziò gli studi universitari presso l’Università Cattolica di Milano, ma li abbandonò presto. Esonerato dal servizio militare durante la Seconda guerra mondiale, partecipò alla Resistenza, disertando la Repubblica di Salò e avvicinandosi al Partita Comunista Italiano. La sua attività di giornalista iniziò ufficialmente nel 1945, in particolare all’Unità (dove fondò “La domenica dei piccoli”), e poi con Paese Sera. Già nel 1952, però, quando più di trecento operai restarono chiusi per oltre un mese nella miniera di zolfo più grande d’Europa, a Cabernardi e Percozzone, in provincia di Ancona, in segno di protesta contro le ottocentosessanta lettere di licenziamento ricevute, Gianni Rodari raccontò in un reportage ai lettori di “Vie nuove” quest’esperienza di lotta sindacale con la stessa sensibilità e intelligenza che lo avrebbero poi contraddistinto come scrittore per l’infanzia. Le sue prime pubblicazioni di libri per ragazzi furono Manuale del pioniere, Il libro delle filastrocche e Il romanzo di Cipollino. Fu presto notato dalla Einaudi, che cominciò a pubblicare […]

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