Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Attualità

Sul lungomare di Napoli un (lungo) mare di libri

Un (lungo) mare di libri, la nuova fiera del libro e della lettura made in Naples sul lungomare Caracciolo, è un’iniziativa lanciata dal Comune di Napoli per la promozione del libro e dell’editoria: a partire da domenica 19 aprile e per una domenica al mese per sei mesi, il lungomare diventa teatro d’incontro tra librai, editori, lettori, libri, musica, spettacolo! Venti stand a disposizione, il tutto gratuitamente, con la possibilità di organizzare reading di autori ed eventi musicali in un’area comune: tutti gli aderenti avranno la possibilità di partecipare durante il corso della manifestazione. Il bando si è concluso il 31 marzo, e il comune si occuperà della campagna promozionale. Bisognerà solo attendere il programma degli eventi per i prossimi mesi e segnare il tutto su calendari e promemoria! Libri, musica, condivisione sul “lungomare liberato”, divenuto ormai la vetrina del bello della città, che potrebbe mettere d’accordo sostenitori e detrattori: chi gioisce della sparizione di auto e di inquinamento ambientale e acustico sul lungomare di Napoli e chi pensa che non si faccia che spazzare la polvere sotto il tappeto, ripulendo solo le zone turistiche. Questa iniziativa è per Napoli e per i napoletani, che sono sempre i giudici più critici nei confronti della propria città. Il 2014 è stato un anno difficile per le librerie cittadine: a luglio si assiste alla controversa questione delle “bancarelle di libri” in strada, prima fioccano le multe, gli stand spariscono e appaiono auto in sosta vietata, poi l’ordine viene ristabilito; chiudono librerie storiche, a settembre chiude per sempre i battenti Guida a Port’alba, snodo culturale e vitale della città, dove hanno fatto tappa grandissimi nomi italiani, tra cui Benedetto Croce, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, e a guardare ancora più indietro, solo negli ultimi anni, sono scomparse Pisanti, Loffredo e la Mondadori, a pochi passi dal teatro San Carlo, nel cuore della città, che ha resistito solo pochi mesi. Con questa iniziativa, che si svolge in un “teatro” di punta della città qual è il lungomare, il Comune di Napoli si impegna a promuovere il mondo dei libri e l’editoria, un mercato che ha conosciuto negli ultimi anni arresti, perdite, una parziale conversione al digitale, scivolando su una pericolosa china che, dopo il fallimentare sbarco in Italia del reality per scrittori Masterpiece, sembra portare in grande accelerazione verso la provocatoria previsione del saggista e romanziere britannico Howard Jacobson: “tutti scrivono, nessuno legge“. E allora, per sfatare questo futuro apocalittico e bibliofago, è necessario fare un appello a tutti i lettori potenziali, anche a quelli che hanno un romanzo in un cassetto, perché se prima non si è lettori, non si può diventare scrittori: partecipate in tanti, leggete i libri. Sul lungomare di Napoli un (lungo) mare di libri

... continua la lettura
Eventi nazionali

Giorgio Morandi, la mostra al Vittoriano

Giorgio Morandi 1890-1964, 150 le opere in mostra al complesso del Vittoriano a Roma dal 28 febbraio al 21 giugno 2015. La rassegna è stata affidata a Maria Cristina Bandera, esperta dell’opera di Morandi, che si è già occupata delle ultime mostre internazionali, tra cui quella di New York al Metropolitan Museum nel 2008, al MAMbo di Bologna (città natale dell’artista) nel 2009 e la più recente al Bozar di Bruxelles nel 2013. Non solo dipinti ma anche disegni, acquerelli e incisioni, con le rispettive matrici in bronzo che generalmente non sono mostrate al pubblico per ragioni conservative (come ci informa Comunicare organizzando, che si è occupato dell’organizzazione generale della mostra). Le opere di Giorgio Morandi provengono da musei di tutta Italia (Musei Vaticani, Firenze, Bologna, Parma, Rovereto) e da Parigi, nonché da prestigiose collezioni private. Nato a Bologna nel 1890, frequenta l’Accademia di belle arti e qui si diploma nel 1913, prendendo parte, cinque anni dopo, al movimento metafisico. Di lui scrisse Giorgio De Chirico, nel catalogo dell’esposizione «La Fiorentina primaverile» tenutasi fra l’8 aprile e il 31 luglio 1922: “Vediamo da qualche anno sorgere, svilupparsi e maturarsi con lenta, faticosa ma pur sicura mente, degli artisti quali Giorgio Morandi. Egli cerca di ritrovare e di creare tutto da solo: si macina pazientemente i colori e si prepara le tele e guarda intorno a sé gli oggetti che lo circondano, dalla sacra pagnotta, scura e screziata di crepacci come una roccia secolare, alla nitida forma dei bicchieri e delle bottiglie“. Sono questi poveri e semplici oggetti quotidiani che lo circondano nelle sue stanze e nei suoi atelier a diventare protagonisti sulla tela. La sua opera rispecchia pienamente la semplicità della sua vita, mai segnata da eventi eccezionali, riservata, semplice, come pure il suo carattere schivo e solitario. Dalla grande arte pittorica italiana degli anni fra Giotto e Masaccio, Giorgio Morandi conoscerà poi la pittura di Cézanne ed approderà, infine, al circolo metafisico, di cui rarissime sono le figure umane, rappresentate, sposando pienamente lo stile che ha abbracciato, come manichini. Suo carattere distintivo sono piuttosto le nature morte che riproduce continuamente e con accanita perseveranza negli anni, soprattutto oggetti semplici, quotidiani, come le bottiglie, il suo soggetto più famoso. L’interesse della mostra risiede non solo nella possibilità di vedere opere normalmente dislocate in tutta Italia, già un enorme vantaggio per gli estimatori di Giorgio Morandi e di uno stile peculiare come quello metafisico del primo Novecento italiano, ma anche nella possibilità di visionare un aspetto poco conosciuto e sottovalutato di questo artista, l’attivissima opera di incisore che lo ha accompagnato per tutta la vita. Se c’è un messaggio da cogliere nel lavoro di Giorgio Morandi, non  esistono parole migliori per spiegarne il senso di quelle usate da De Chirico, fra i primi a comprendere quanta eredità si annidava nelle tele di questo grande pittore, di certo ancora oggi ai margini dell’Olimpo degli artisti Novecenteschi. “Guarda con l’occhio dell’uomo che crede e l’intimo scheletro di queste cose morte per noi, perché immobili, gli appare […]

... continua la lettura
Attualità

Vincenzo Gemito: un pazzo al Museo di Capodimonte

Vincenzo Gemito dal 28 novembre 2014 è al museo di Capodimonte. La mostra «Vincenzo Gemito, dal salotto Minozzi al Museo di Capodimonte» è aperta al pubblico. Sono esposte 90 delle 372 opere raccolte da Achille Minozzi, che fu amico dell’artista e dall’inizio del Novecento collezionò i suoi lavori, allestendo una sala nella propria abitazione: disegni, sculture in bronzo, marmo e terracotta. Le opere sono state acquisite dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e, al termine della mostra, resteranno stabilmente esposte nelle nuove sale dell’Appartamento reale di Capodimonte. Di indole irrequieta e turbolenta, mostrò precocemente velleità artistiche ed entrò presto nel Regio Istituto di belle arti. A soli 16 anni, Vincenzo Gemito realizzò il Giocatore, acquistato poi da Vittorio Emanuele II per le collezioni di Capodimonte. Una storia che, come si vede, ha ben più di un secolo e che ancora offre dimora eletta a questo artista che ha fatto della scultura la sua vita e dei vicoli di Napoli la sua ispirazione. Studiando con un maestro di pittura naturalistica quale fu a Napoli Domenico Morelli, perfino il mondo classico del Gemito diveniva la piena rappresentazione della realtà, del momento, della gente comune. Vincenzo Gemito ha incarnato la Napoli e i napoletani del suo tempo, un pezzo di storia che ancora vive, fissato per sempre dalla materia plastica modellata da mani frenetiche, che vivono e ci raccontano la città, dopo aver squarciato il velo della bellezza iconica e della nobiltà. Divenne importante e famoso, la sua arte era richiesta dai re e conosciuta anche in Francia, soprattutto dopo l’Esposizione universale parigina del 1878, nella quale presentò il Pescatore napoletano. Sposò Anna Cutolo, che fu modella di moltissimi artisti e per la quale nutrì una tormentosa gelosia. Vincenzo Gemito veniva chiamato “‘o scultore pazzo”, probabilmente a causa dei crolli psichici che costellarono l’insoddisfazione della sua carriera artistica e le tribolazioni della vita privata, il più grave dei quali lo spinse a fuggire dalla casa di cura e a trascorrere vent’anni rinchiuso a lavorare nella sua casa di via Tasso, proprio negli anni in cui gli arrideva il successo internazionale. Tornato alla vita pubblica nell’ultimo ventennio della sua vita, si dedicò all’oreficeria e divenne estremamente prolifico, anche nell’arte del disegno che da questo momento non era più considerata un semplice lavoro preparatorio in vista della realizzazione scultorea. Vincenzo Gemito, artista dalla vita e dall’opera estremamente tormentata e discussa, morì a Napoli nel 1929. C’è tempo fino al 16 luglio 2015 per assistere alla mostra e, perché no, fare una passeggiata nel bosco di Capodimonte, parco pubblico che ha vinto la XII edizione del concorso dei parchi più belli d’Italia. Conoscere Napoli vuol dire anche conoscere chi ne ha fatto la storia artistica, chi, seppure scomparso da quasi un secolo, è in grado di mostrarsi ancora, più vivo dei vivi, e indicarci quanta Storia dei sommersi ci viene sottratta, gli scugnizzi, le donne del popolo, la folla dei vicoli, la verità in fondo, quella che cerchiamo nei libri o nei nostri tratti genetici e […]

... continua la lettura
Teatro

Ernesto Lama porta Il Varietà al Teatro Nuovo

Ernesto Lama ha portato il suo Varietà nell’accogliente e familiare sala del Teatro Nuovo di Napoli dal 5 all’8 dicembre e ogni replica ha registrato il sold out, un successo insomma. Il Varietà – dalla Bella Epoque al Varieté – è un omaggio ai grandi nomi del teatro, alla comicità non stantia e piena di brio, al talento di ogni singolo. Si ride, ci si gode la musica dal vivo e la bravura di un folto gruppo di ragazzi che recitano e cantano, muovendosi su un palco spoglio, per dare spazio alla partecipazione immaginifica di un pubblico entusiasta. Un cast di 27 attori, 5 musicisti in platea, ai piedi del palco, il tutto sotto la guida di Ernesto Lama, un regista di mestiere che ha consumato le scarpe sui teatri napoletani e sa come tenere insieme e orchestrare ogni singolo elemento, lasciando il pubblico con l’impressione che a muoversi fosse un solo corpo. Impossibile poi, anche se sarebbe doveroso, recare giustizia a ogni nome, tenendo conto anche di quelle figure invisibili che lavorano dietro le quinte con grande precisione e passione, contribuendo alla riuscita di ogni replica. Non bisogna mai dimenticare quanti professionisti e quanto lavoro occorrano, e questo Ernesto Lama lo sa bene e ce lo dimostra, perché si arrivi a realizzare uno spettacolo in cui non si ha il tempo di guardare l’orologio, che scorre dall’inizio alla fine senza perdere ritmo e tensione, lasciando allo spettatore la sensazione di aver trascorso due ore rinfrancanti ed esilaranti. Se ogni reparto fa del proprio meglio per oleare la macchina teatrale, lo spettacolo libera tutte le proprie potenzialità e fa ciò che si dovrebbe sempre pretendere da un prodotto artistico, spalancare occhi, bocche e mani, strappare le emozioni dalle labbra, rendere il momento un evento. Grazie a Ernesto Lama perché se è vera l’espressione attribuita a Peppino De Filippo, “è più facile far piangere che far ridere”, allora è una vittoria riuscire cimentandosi nella prova più complessa, e vedere gli spettatori andare via sorridenti mentre canticchiano le canzoni dello spettacolo. Il Varietà di Ernesto Lama: la comicità a teatro

... continua la lettura
Nerd zone

3D: immagina, stampa, crea

La stampa 3D sta monopolizzando, da qualche anno, l’attenzione delle ricerche nel campo informatico, tecnologico e, perfino, medico. Ecco la vera rivoluzione, con pochi input si è ormai in grado di produrre da sé un qualsiasi oggetto utile o del tutto superfluo, qualsiasi cosa, qualsiasi, e sembra di essere stati magicamente scagliati nel futuro! «Il signor Simpson suonò alla mia porta […] raggiante, e portava fra le braccia, con l’affetto di una nutrice, una scatola di cartone ondulato. Non perse tempo in convenevoli: – Eccolo, – mi disse trionfante, – è il Mimete: il duplicatore che tutti abbiamo sognato». Il brano è tratto dalle Storie naturali di Primo Levi, siamo negli anni Sessanta e quel duplicatore assomiglia moltissimo alle moderne stampanti 3D, perché duplica un modello. Ma se appena cinquant’anni fa certa tecnologia era presente solo nei racconti di fantascienza, eccoci nel 2014 ad osservare il successo di un percorso che promette un’incredibile rivoluzione. La stampa 3D non è (più) una costosissima tecnologia inarrivabile. È già alla portata di tutti. Oltre alla presenza sul mercato di modelli che costano molto meno di un iphone!, in Italia, come in tutto il mondo, fioccano e hanno enorme successo i negozi 3D print. Roma, Pescara, Torino, Milano sono solo alcune delle città in cui questi stores sono ormai presenti e frequentatissimi. Luoghi dove poter acquistare stampanti 3D oppure ordinare tramite email l’oggetto da stampare e ritirarlo in negozio: da gadgets di ogni tipo a occhiali personalizzati, fino ad arrivare al proprio selfie. Esatto, la nuova frontiera della moda di questo decennio è diventato uno fra gli oggetti 3D più richiesti. Basta “lasciarsi scannerizzare” e…pronti! Si potrà avere un piccolo selfie da portare ovunque. Non vi sembra abbastanza strano? Allora potete andare su 3ditaly.it, liberare la vostra fantasia e lasciare che la stampa 3D la renda realtà. Il motto è “se lo puoi immaginare lo puoi creare”, più futuristico di così? E se una parte di voi si lamenta della solita trovata consumistica, si metta di nuovo a sedere perché c’è dell’altro. La stampa 3D sta avendo una fortissima diffusione in campo medico e promette cambiamenti epocali. La possibilità di stampare organi e tessuti ex novo ha rivoluzionato del tutto il concetto di trapianto e si presenta come un incredibile universo di opportunità da cogliere e perfezionare. Si ricorderà che, appena nel marzo scorso, per due bambini curati all’ospedale dell’università del Michigan è stato possibile il trapianto di due bronchi “stampati” che coadiuvassero i loro organi non funzionanti. E questo è solo uno dei numerosissimi esempi delle incredibili frontiere del progresso che questa nuova tecnologia è in grado di raggiungere. Dovremmo preoccuparci dei suoi usi degenerativi? Non ancora, almeno per il momento ci godiamo gli enormi risultati raggiunti e speriamo di vederne di nuovi, esaltanti e che ci facciano ancora sperare nei progressi della medicina. 3D: immagina, stampa, crea

... continua la lettura
Attualità

Fabiola Gianotti, direttrice del Cern

Si chiama Fabiola Gianotti ed è la prima donna a ricevere l’incarico di direttrice del Cern, il laboratorio europeo di fisica delle particelle nato sessant’anni fa. Fabiola Gianotti si laurea in fisica nel 1987, dopo essersi diplomata al liceo classico, questo accade nascendo in una famiglia con un genitore geologo e una madre letterata. La scienza ha vinto e, appena laureata, entra al Cern di Ginevra. La sua vita e la sua carriera, ha confessato la scienziata, sono ispirate all’esemplare vita di Marie Curie, che scoprì il radio, vinse due nobel, in fisica e chimica, e fu la prima donna a insegnare alla Sorbona. Il nome di Fabiola Gianotti diventa famoso in tutto il mondo appena due anni fa, quando il team di cui è a capo giunge finalmente, dopo anni di studi e ricerca, alla scoperta del bosone di Higgs, una particella che permea l’Universo e conferisce la massa alla materia. La scoperta avviene il 4 luglio 2012, successivamente il Time la include al quinto posto della classifica degli “uomini dell’anno”, al primo posto, e in copertina, c’è Barack Obama. E così, dopo la scoperta della “particella di Dio”, la Gianotti è ufficialmente in corsa per ricoprire l’incarico di direttore generale del Cern, mai toccato prima ad una donna. Poi l’annuncio, a partire dal gennaio 2016 sarà a capo del laboratorio europeo di fisica delle particelle. Ha 52 anni ed è romana. Alla domanda “ti senti un cervello in fuga?” risponde di no, perché dopo il dottorato vinse un posto da ricercatore a Milano e un paio di anni più tardi ebbe un contratto permanente al Cern. Ha colto l’occasione di lavorare nel laboratorio di punta a livello mondiale nel campo della fisica. Chi mai avrebbe rifiutato? Una “eccellenza italiana”, si dice e si scrive dovunque, ma se le si chiede cosa pensa dell’Italia, resta per lei un Paese che spreca i propri talenti, che non investe, che evidentemente incita alla fuga. È ancora lontano il giorno in cui smetteremo di stupirci che sia una donna a ricoprire una carica di comando, che l’orgoglio per una concittadina non ci spinga impettiti a sterili condivisioni di articoli che terminano nel dimenticatoio in pochi giorni o solo quando la televisione e gli altri media avranno deciso che la notizia sia divenuta ormai stantia. C’è una donna, italiana, la cui base è un incontro fra umanesimo e scienza, che ha fatto della vita di una scienziata vissuta un secolo fa il proprio modello, che studiando e impegnandosi ha raggiunto la più alta carica potesse aspettarsi nel suo campo. Si parla di una scienziata, di una persona che ha consacrato la propria vita, il proprio impegno ad uno scopo che, come il bosone di Higgs permea l’universo, satura ogni sua più piccola “particella”. E ora che ha raggiunto un così importante ruolo, la stessa Gianotti potrà diventare, a sua volta, un esempio di caparbietà e tenacia, di forza di volontà e di spirito, una spinta a cercare di realizzare le proprie aspettative e i […]

... continua la lettura
Culturalmente

Editore o bibliofilo? Intervista a Domenico Cosentino

L’editore Domenico Cosentino, che in realtà vedrete non definirsi tale, è il fondatore della ‘round midnight edizioni, uno degli esempi (ormai sempre più rari) della sana editoria italiana. Con lui si è parlato non solo della sua casa editrice e del suo lavoro, ma della situazione italiana, di letteratura, della differenza fra tipografo, editore e “stampatore”, della pura gioia di un mestiere per il quale “basta solo forza di volontà e passione, perché soldi non ne fai e se non hai le prime due, col cazzo che vai avanti”. Prima di tutto, qualche domanda per conoscerti meglio. Cominciamo. Il tuo romanzo italiano preferito: “Il volo delle anatre a rovescio” di Alberto Calligaris Recita i versi della prima canzone o poesia che ti viene in mente: “Onore a coloro che nella vita / hanno scelto le proprie Termopili e vi stanno a guardia. / Mai distogliendosi dal proprio dovere / giusti e retti ni ogni azione, / pur con un senso di pietà e di compassione”. (Costantino Kavafis) Uno scrittore del Novecento di cui non puoi fare a meno: uno solo? Piero Ciampi Un nome che proprio non puoi sentir pronunciare: meglio di no che dopo mi fa causa Il romanzo che avresti voluto scrivere: avrei voluto scrivere le poesie di Pedro Pietri pubblicate in Scarafaggi Metropolitani Quello che avresti voluto pubblicare: “Factotum” di Bukowski, il passato deve essere sempre ricordato In quale personaggio della letteratura ti identifichi:  Benjamin Malaussène, capro espiatorio e protagonista di molti romanzi di Pennac (un autore che adoro), sfigato, sfortunato, tutti se la prendono con lui, ma lui ha fatto di questo la sua forza.   Come e quando è nata la ‘round midnight edizioni? La ‘round midnight è nata esattamente due anni fa, in ottobre, come Monk a cui è dedicato tutto il nostro lavoro. Il suo brano in un certo senso ci ha portato fortuna. Siamo nati per scommessa, perché volevo leggere libri che non venivano pubblicati e allora ho deciso di pubblicarmeli da solo, con  l’aiuto della tipografia Fotolampo di Campobasso, che riesce a fare delle cose davvero belle.   Sul sito dell’AIE (Associazione italiana editori) si legge: «Per diventare editore non bastano buona volontà e passione per i libri. Il ruolo di un editore e l’insieme di attività che egli svolge nella catena del valore sono ben più complessi di quanto il senso comune lasci intendere con l’espressione “pubblicare un libro”».  Cosa significa per te essere un editore? Proprio il contrario che dicono quelli dell’AIE. Basta solo forza di volontà e passione, perché soldi non ne fai e se non hai le prime due, col cazzo che vai avanti. E poi tanto lavoro, notti insonni, la gente che compra i nostri libri, i giornalisti che ci seguono.  Io non sono un editore, a me piacciono i libri.   Mi piace quello che dici: “Io non sono un editore, a me piacciono i libri”. Un editore è, prima di tutto, un lettore e questo vale (o dovrebbe valere) anche per gli scrittori. Uno scrittore che non legge è come un medico […]

... continua la lettura
Culturalmente

Nobel per la letteratura 2014: Patrick Modiano

È avvenuto alle 13.00 di giovedì 9 ottobre l’annuncio del vincitore del premio Nobel per la letteratura 2014. Il nome è quello di Jean Patrick Modiano, scrittore francese nato poco fuori Parigi nel 1945. Introdotto giovanissimo negli ambienti letterari da Raymond Queneau, che è stato suo insegnante di geometria negli anni del liceo, dal 1968, anno in cui pubblica il suo primo libro La Place de l’Étoile, dà il via ad una produzione ininterrotta di romanzi, annoverando tra i suoi lavori anche sceneggiature di film. «Sono nato il 30 luglio 1945 a Boulogne-Billaincourt, allée Marguerite 11, da un ebreo e da una fiamminga che si erano conosciuti a Parigi durante l’Occupazione», confessa lo scrittore in Pedigree. Il rapporto difficile con i genitori è una costante nel campo della memoria entro cui la sua letteratura si muove, pregna di momenti infelici, raccontati da Modiano senza remore: Vichy, il nazismo, il collaborazionismo dei genitori. Scelte difficili, posizioni scomode, verità non celate. Nel 1978 conquista il prestigioso premio Goncourt con Rue des boutiques obscures.  In Italia sono stati tradotti e pubblicati: Bijou, Un pedigree, Sconosciute, Nel caffè della gioventù perduta, L’orizzonte (Einaudi), Dora Bruder (Guanda), Fiori di rovina (Lantana). Scelto tra 210 scrittori, 36 dei quali candidati per la prima volta, dopo aver battuto recidivi della candidatura come Philip Roth o scrittori più quotati come Murakami: «Per l’arte della memoria con la quale ha evocato i destini umani più inafferrabili e svelato la vita reale durante l’Occupazione». Curiosità: Modiano è il quindicesimo scrittore francese a vincere il premio Nobel, la Francia detiene con tale cifra il record rispetto agli altri paesi, tra l’altro francese fu anche il primo vincitore del premio, Sully Prudhomme nel 1901. L’Italia ha collezionato 6 premi, l’ultimo fu consegnato a Dario Fo nel 1997. Solo 13 le donne a vincere il premio, tra le quali Grazia Deledda nel 1926. Conclusione critica: Dacia Maraini ha commentato: “Mi fa piacere che abbia vinto un europeo e un francese in particolare”. Ma l’Occidente non è il mondo intero. La letteratura si fregia di essere la spia principale persino di quei problemi che sono sopiti, nascosti, ma dov’è lo specchio che mostra i difetti reali del mondo? Dove sono gli occhi spalancati e gli orizzonti abbattuti? Eccoci rinchiusi di nuovo nel nostro tecnocratico cantuccio a fare ammenda per gli errori di ieri, rimandando a domani quelli di oggi. Nulla contro Patrick Modiano, nulla contro la Francia o l’Europa, ma tutto tutto contro ciò che finisce con l’apparire scontato ed elitario. -Nobel letteratura 2014: ha vinto Patrick Modiano-

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Terry Gilliam: l’uomo che uccise Don Chisciotte

Terry Gilliam ha iniziato la sua carriera come unico membro americano dei Monty Python, delineando poi un curriculum di tutto rispetto non solo come regista di film del calibro di Brazil (1985), Le avventure del Barone Munchausen (1988), L’esercito delle dodici scimmie (1995), Paura e delirio a Las Vegas (1998) e Parnassus (2009), ma anche con una lista di progetti spettacolari mai portati a termine. Fra tutti questi “incompleti” di Terry Gilliam campeggia in cima alla classifica il non-finito: The man who killed don Quixote, L’uomo che uccise don Chisciotte. Il progetto, nato nell’ormai lontano 2000 e naufragato in breve tempo per mancanza di fondi e vari sfortunati eventi, avrebbe raccontato la storia di Toby Grosini, interpretato da Johnny Depp, un uomo del XXI secolo scaraventato indietro nel tempo e scambiato da Don Chisciotte per Sancho Panza. Il fallimento di Terry Gilliam, sancito dal superamento del budget, cui contribuì un nubifragio che distrusse  parte dell’attrezzatura e modificò totalmente l’ambiente della zona desertica a nord di Madrid dove parte delle scene erano già state girate, nonché dall’abbandono di Jean Rochefort (attore scelto per interpretare Don Chisciotte), viene registrato due anni dopo dalla realizzazione del documentario Lost in la Mancha. Testimone di una parziale pre-produzione che prometteva l’ormai nota e potentissima carica visionaria del regista di Brazil generata dal capolavoro di Cervantes, una delle opere letterarie che più hanno stimolato la fantasia di pittori, scrittori, registi di ogni luogo e tempo. Il progetto viene ripreso da Terry Gilliam nel 2008, ma anche questa volta sono i problemi economici a tarpare le ali alla fantasia brulicante e insaziabile del regista, che sembra essere marchiato a fuoco dalla maledizione di don Chisciotte. La stessa che morse Orson Welles e lo portò alla conclusione della sua carriera senza riuscire a terminare quel progetto che sembrava avere vita propria, crescendo ininterrottamente nella mente del regista e facendogli accumulare tanta pellicola da poter montare tre film, senza esserne mai appagato. Ad oggi, sembrerebbe che Terry Gilliam non si sia affatto arreso, il progetto ha ripreso corpo e avanza, pur timidamente. Lo dice lui stesso in un’intervista apparsa nei giorni scorsi su craveonline.com: «Il produttore sta contattando gli agenti di un paio di attori per ora, e qualcuno che dice di avere fondi per noi. Questo è ciò che sta accadendo. Se poi tutto questo diventerà realtà, lo scopriremo presto». Pieno di se e forse, il suo discorso non ci convince. Inutile braccarlo nelle interviste o porgli domande dirette, il regista non si sbilancia. Del resto, con due grossi fallimenti alle spalle, sarebbe assurdo il contrario. L’intervistatore non vede l’ora che il progetto si concretizzi, così Terry Gilliam scherzando nota quanto sia terribile che le persone abbiano dovuto aspettare tanto tempo, eppure c’è il rischio che possa deluderle. «Anche questa è la libertà del regista», afferma l’intervistatore. Ma Terry Gilliam sa che non è possibile, che il pubblico ha un suo ruolo, ma fino ad un certo punto. Che fare un film è solo l’ultima parte di un processo che si svolge per lo più dentro […]

... continua la lettura
Culturalmente

Marc Chagall a Milano al Palazzo Reale

La più grande retrospettiva mai dedicata a Marc Chagall «L’amore non è amore senza una capra che suona il violino» La nota battuta di Julia Roberts tratta dal film Notting Hill, recitata di fronte ad un quadro di Chagall che diventa il simbolo della storia d’amore della commedia inglese, è un ottimo modo per presentare un evento attesissimo nel campo dell’arte e della cultura non solo italiana ma mondiale. Fortunato chi sarà a Milano tra il 17 settembre e il giorno 1 febbraio 2015, perché al Palazzo Reale sarà possibile assistere ad un evento unico, la più grande mostra di opere del pittore russo.  220 dipinti provenienti dai musei di tutto il mondo, oltre che da collezioni pubbliche e private con molti inediti concessi dagli eredi. Una produzione che parte dal 1908, anno in cui Marc Chagall (nato Mark Zacharovič Šagalov) realizzò il suo primo dipinto, fino ai grandi quadri degli anni ’80 del secolo scorso. Ebreo nato a Vitebsk nell’Impero russo nel 1887, frequentò l’Accademia Russa di Belle Arti a San Pietroburgo, ma ben presto raggiunse la patria elettiva di pittori e artisti d’inizio Novecento, stabilendosi a Parigi dove risiederà per molti anni della sua vita. Con l’occupazione nazista della Francia, visse gli anni della seconda guerra mondiale a New York per poi tornare in Europa, continuando a viaggiare e a dipingere, nonostante un breve periodo di depressione che seguì la morte della moglie nel 1944. Oltre ai suoi innumerevoli dipinti, realizzò le vetrate dell’ Hassadah Medical Center a Gerusalemme, le pitture del soffitto dell’Opéra di Parigi, le grandi pitture murali sulla facciata della Metropolitan Opera House di New York o, ancora, le vetrate del coro e del rosone del Fraumünster di Zurigo e i mosaici a Chicago. Morì all’età di 97 anni nel 1985. Le sue profonde radici ebraiche si intrecciano alle grandi avanguardie europee d’inizio secolo, al fauvismo francese, al cubismo, all’arte di Modigliani e della scuola di Parigi, generando una retorica di simboli, colori e spazi che hanno reso la sua pittura un unicum del Novecento mondiale. E così la capra, il pesce, il violino, i fiori, vedute aeree di città, popolano i suoi quadri insieme alle leggerissime figure umane che fluttuano nei suoi blu e rossi brillanti. Una religiosità scarnificata e ricomposta secondo canoni pittorici resi personali ed irripetibili. Come un acquario che accolga pennellate corpose e lievità incorporee, profondità abissali e carezze di velluto, storie di vita si compongono in un tempo fuori dal tempo, nello spazio fisico e irreale dove speciali sinfonie di colori abbracciano l’umanità tutta, e tutta la Storia, passata e futura. «Esiste forse una misteriosa quarta o quinta dimensione che, intuitivamente, fa nascere una bilancia di contrasti plastici e psichici colpendo l’occhio dello spettatore mediante concezioni nuove e insolite» Un simbolismo che squarcia il velo dell’immanenza temporale e attraversa ogni luogo e ogni tempo per rinnovarsi oggi, a più di un secolo dalla realizzazione del suo primo dipinto, davanti agli occhi di migliaia di spettatori felici di partecipare all’estasi dell’arte. Informazioni sulla mostra: […]

... continua la lettura