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Eroica Fenice

Culturalmente

Più libri più liberi: l’incontro annuale di chi crede nei libri

Si è conclusa con 50.000 presenze la quindicesima edizione di Più libri più liberi, la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria promossa e organizzata da AIE – Associazione Italiana Editori. Fiera nazionale, baluardo, piazza d’incontro e scambio per un folto ed eterogeneo gruppo umano che gravita attorno all’editoria: lettori, editori, appassionati di letteratura, cacciatori di talenti, scrittori, traduttori, scribacchini, giornalisti, autori, illustratori, disegnatori. Tutti gli artigiani del libro, i cultori della carta stampata e i pendolari dell’immaginario d’autore sono stati riuniti per cinque giorni nello spazio del Palazzo dei Congressi, nel quartiere dell’EUR a Roma. Più libri più liberi: un posto d’onore per il libro All’infuori del cane, il libro è il migliore amico dell’uomo. Dentro il cane è troppo scuro per leggere. (Groucho Marx) Il volume importante di vendite registrate in fiera dà un messaggio molto importante: il libro prodotto dalla piccola e media editoria è un oggetto che torna ad alimentare il mercato, che i lettori vogliono, che cercano. Per cinque giorni abbiamo visto i due piani del centro congressi gremiti di appassionati a caccia di novità e consigli, ma soprattutto di lettori informati alla ricerca delle chicche di case editrici che conoscono e seguono da tempo. Un brulicare di piccoli e medi “laboratori” di letteratura, alcuni decennali, altri appena nati, tutti con una propria storia alle spalle, con un percorso fatto e idee per il futuro. Autori, illustratori, traduttori italiani ed esteri hanno partecipato alla fiera e hanno richiamato grandi numeri, dando ancora per vincente la volontà di perseguire uno scopo tanto nobile da sembrare anacronistico: la letteratura. Ovunque ci si volti, guardando e scavando tra gli stand, si vedono i protagonisti veri della fiera, i libri. Sono oggetti unici, con formati inediti e design dedicati: sembra quasi che, nell’era di internet, per vendere libri sia necessario creare degli oggetti desiderabili anche per la loro estetica, da volere esporre. Un libro si guarda, si tocca, se ne sente l’odore. E tutti questi sensi, nel medesimo momento, devono essere avvolti e ubriacati dal gesto: “prendo questo qui”. La fiera del libro e delle persone La piccola editoria è fatta di persone: autori che credono nei lavori che producono, editori che credono in autori che scrivono, lettori che credono in editori che pubblicano. A monte di tutto, le parole hanno fatto il loro dovere: si sono vestite con abiti nuovi e hanno passeggiato fra i sentieri della nostra mente, provocando in noi un’evoluzione. Usciti dalla scuola, il nostro cervello è come fermo alla preistoria, è con i libri che mandiamo avanti la sua evoluzione nelle ere geologiche. Ogni volta che leggiamo un libro, un buon libro, il nostro cervello avanza di un’epoca. Ci sono persone che sono già arrivate al futuro, altre che vagano tra mura medievali, quando queste si incontrano non si comprendono, non parlano la stessa lingua. Più libri più liberi saluta tutti al prossimo anno, nessun amante della lettura dovrebbe perdere questo appuntamento fisso. Martina Salvai

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Libri

Guna in viaggio con Giovanni Masi e Nigraz tra le emozioni umane

Dal 17 novembre è possibile acquistare l’imperdibile volume cartonato di NPE (Nicola Pesce Editore), Guna. La storia nasce dalla penna di Giovanni Masi e prende forma nei disegni e colori dell’esordiente Nigraz. Quello che viene definito come “un intenso viaggio attraverso le emozioni umane” è un racconto che partecipa di una filosofia profondissima e antica, che dall’Oriente giunge ad ispirare e colorare una storia che ha un punto di vista molto particolare. Guna: una storia apocalittica fuori dallo spazio e dal tempo Guna è la protagonista di una storia che riguarda l’intero genere umano: una piccola scimmia che guida i suoi compagni attraverso sfide difficili. Siamo in un’inquietante realtà alternativa, in un tempo indefinito, e la guerra sconvolge il mondo. I civili fuggono e un gruppo di artisti circensi sopravvissuti all’attacco della battaglia si rifuggiano, guidati da Guna, scappando e nascondendosi, cercando di salvare ciò che di più caro hanno: la propria vita. Lo spazio e il tempo restano, in tutta la linea della storia, assolutamente sospesi. Del resto, non abbiamo bisogno di coordinate spazio-temporali per orientarci in una dimensione specifica, ci viene fornito già tutto ciò di cui necessitiamo: dei personaggi, dei pensieri, delle emozioni. Sono dieci, per l’esattezza, le “emozioni” o “mondi” coinvolti in questa storia e, forse, proprio i più definiti protagonisti che si manifestano ora nel corpo del nano, ora della donna barbuta, ora si impossessano di Guna e guidano le sue azioni e i suoi pensieri. Questo lasciarsi trasportare dalle emozioni umane porta il disegno a travalicare gli spazi del foglio: sono esplosioni di inchiostro e colori che abitano la pagina e narrano, senza voce e con poche ed essenziali parole, un percorso più che una storia nel senso canonico del termine. I dieci mondi: una filosofia alla base del racconto “I Dieci mondi“ o “I Dieci regni dell’esistenza” consiste in una dottrina buddhista mahāyāna cinese, poi diffusa in tutti i Paesi influenzati dal Canone buddhista cinese, ovvero Giappone, Corea e Vietnam. È basata sulla convinzione che in ogni creatura siano instillati dieci stati che possono manifestarsi in ogni aspetto dell’esistenza. Qualsiasi essere vivente li possiede potenzialmente tutti e dieci potendo passare, in ogni momento della propria vita, dall’uno all’altro. Seguiremo la piccola protagonista passare dall’Inferno all’Illuminazione, attraverso l’Avidità, l’Animalità e la Collera, e, dopo, attraverso l’Umanità, l’Estasi, lo Studio, la Realizzazione. Ogni stadio è analizzato e ne sono mostrati i comportamenti e le conseguenze. Un punto di vista particolare: Guna la scimmia alle origini dell’umanità Lasciare che sia Guna a prendere il controllo della narrazione e del punto di vista non è una scelta casuale e impone al nostro giudizio critico di soffermarsi su questo elemento un attimo di più: scegliere una scimmia come protagonista e filtro di ogni emozione descritta e di ogni osservazione impone di ricordare un dettaglio fondamentale. Gli esseri umani hanno in comune con le scimmie una storia evolutiva lunga secoli. Le scimmie ci ricordano uno stadio della nostra esistenza in cui eravamo in pieno contatto con la natura, non civilizzati, preda dell’istinto piuttosto […]

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Libri

Chiedi alla luce: la dimensione metafisica del mondo

Iniziare a leggere un libro è già di per sé l’apprestarsi ad intraprendere un viaggio che si sa quando comincia, ma di cui non si possono prevedere soste e tantomeno la meta. Si parte con il proprio bagaglio culturale e mentale, si arriva alla fine con la sensazione di essere più leggeri o più carichi, in ogni caso irrimediabilmente cambiati. Ogni viaggio (ogni libro) ha le sue particolarità (non tutti i libri sono buoni, non tutti i libri arrivano nel momento giusto); e come ogni viaggio, non esiste un libro che sia uguale ad un altro o che possa lasciare o togliere ciò che darebbe o sottrarrebbe un altro. Chiedi alla luce : un biglietto per molti mondi Leggere Chiedi alla luce di Tullio Avoledo, edito da Marsilio, rappresenta un viaggio in molti sensi. In primo luogo perché il protagonista è ciò che la quarta di copertina definisce un archistar, un architetto ricco e famoso. Il suo nome è Gabriel e ciò porta con sé un universo di simboli e constatazioni: viaggia per il mondo in cerca di persone da salvare, non sa perché, non sa cosa succederà, sente il peso della fine imminente e ne diventa il testimone. Gabriel è forse un angelo? Chi ha visto Il cielo sopra Berlino (Wim Wenders, 1987) resterà probabilmente affascinato dall’atmosfera metafisica delle prime pagine del libro: il protagonista si aggira, spesso “invisibile”, tra le rovine di un mondo che sta per finire; riflette sulla natura umana; cerca salvezza e si muove tra piani ai confini della realtà possibile. Mondi inventati, mondi più reali di quello che ogni giorno ci investe in forma di schermo e virtualità. «Amo la fredda perfezione degli specchi, che un tempo, quando gli uomini hanno cominciato a pronunciare il mio nome, erano dischi di bronzo levigati, buoni appena a riflettere gli oggetti più vicini […]. Nessuno, che io sappia, ha mai verificato che l’immagine nello specchio corrisponda esattamente a ciò che vi si riflette. Lo si dà per scontato. Ma se così non fosse? Se la mia immagine, ad esempio, non vi apparisse?» Chiedi alla luce tra proiezioni di verità potenziali Tullio Avoledo realizza un romanzo corposo, denso di eventi, luoghi, personaggi, ricco di vita, in cui la trama si annoda al reale e al fantastico, in spirali di percorsi che si muovono con agilità tra il destino del protagonista, quello dell’umanità e persino quello della letteratura. L’apocalisse è imminente? C’è un dio che ci scruta o che ci ignora? Qual è l’immagine che di noi va per il mondo e resta, se qualcosa resta, oltre la fine? Un viaggio che si interiorizza e pone il lettore di fronte a quesiti per lo più insolubili, come nodi che si aggiungono al filo dell’esistenza: ciò non lo rende più resistente, ci offre solo maggiori appigli per continuare a porci domande e proseguire, anche se in un mondo che non ci è mai dato di capire per intero. La letteratura, come sempre, ci offre la possibilità di penetrare fino al fondo delle cose e […]

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Culturalmente

Intervista a Nicola Pesce: dalla NPE una collana per Dino Battaglia

Nicola Pesce Editore riporta sugli scaffali delle librerie Dino Battaglia, in una collana dedicata che ripercorre tutta la carriera di uno dei capisaldi della storia del fumetto, in tirature limitate che rendono ancora più preziosa e rara questa impresa editoriale. L’editore ci ha concesso la possibilità di porgli qualche domanda per conoscere meglio la collana e presentare ai neofiti del genere (o ricordare ai frequentatori delle sue pagine) la figura dell’immenso Dino. Prima di tutto, vi chiedo di raccontarci questa collana. Com’è nata l’idea di raccogliere in volume la splendida opera di Dino Battaglia e in base a cosa avete operato la selezione dei lavori inseriti nel programma. La NPE ha sempre sognato di pubblicare i grandi classici del fumetto italiano, quegli autori assolutamente imprescindibili che hanno creato il medium così come noi lo concepiamo oggi. Un amore particolare ci legava proprio a Dino Battaglia ed al suo stile così particolare. Appena abbiamo avuto l’opportunità di prendere i diritti per pubblicare tutta la sua opera ci siamo gettati a capofitto, sebbene ci sia costato e ci costerà grandi sacrifici! Non abbiamo operato una selezione: pubblicheremo tutto quello che è possibile reperire, ivi comprese opere che non erano mai state raccolte in volume o che non venivano pubblicate da oltre vent’anni. La NPE è anche lavoro di ricerca. Fare l’editore significa anche sottrarre a un sicuro oblio molte opere e portarle alla luce prima che vadano perdute per sempre col tempo e l’incuria. L’introduzione di Gianni Brunoro offre un quadro chiarissimo, anche per i neofiti del genere, sulla figura dell’artista e sull’opera di Poe. Apre anche una piccola finestra sul perché Battaglia abbia avuto un “rapporto” così stretto con il clima e le suggestioni dei racconti dello scrittore americano, soprattutto di quelli più grotteschi, abitati dal macabro, dalla suspense, fino alla necrofilia. Come si traduce artisticamente questa passione per l’orrorifico? È ancora attuale e in che modo incontra il gusto dei lettori di oggi? Gianni Brunoro collabora con noi da molti anni e la sua penna è sempre stata una scelta sicura per introdurre bene un volume. I contenuti sono volutamente semplici e divulgativi, perché il nostro scopo non è quello di presentare Battaglia a un pubblico di esperti che lo conosce già fin troppo bene, ma quello di dare nuova diffusione, a lettori nuovi, a questo autore che la merita. I temi di “genere”, così cari tanto a un Battaglia quanto a un Poe, sono perfettamente rappresentati dalle tecniche inconsuete utilizzate dal maestro veneziano. Come nel più puro Poe (si veda ad esempio Arthur Gordon Pym, ecc.) è proprio il bianco, inconsuetamente, a veicolare la paura, a rappresentarla, che esso trami con una sottile ragnatela i magnifici disegni oppure che appaia in tutta la sua angosciante fissità a sottolineare una figura che si muove furtiva. Battaglia è certamente molto “colto” come autore, basti pensare ai temi da lui scelti, ma ha una magnifica propensione per il macabro. Il suo horror però è qualcosa di molto elegante, non è splatter, non è […]

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Voli Pindarici

Terremoto, sciacalli, rovine: superare il lutto non è dimenticare

Sono le 3.30 di notte del 24 agosto di un’estate come tante donate dalla recessione: chi ha potuto ha prenotato le vacanze, pochi all’estero perché il terrorismo fa paura, qualcuno ha fatto ritorno nei paesi d’infanzia, da genitori e nonni, tanti, per la verità. Sono le 3.30 di notte e la terra trema. È il terremoto che scuote il sonno al nord e al sud; in centro Italia, per molti, quel sonno non ha cambiato aspetto, si è trasformato in consistenza. Chi ha riaperto gli occhi il mattino dopo ha dovuto cancellare ogni pensiero che aveva portato con sé sul proprio cuscino. Ma non si può immaginare ciò che può significare un cambiamento così radicale e repentino della propria vita. Più lontano, al nord e al sud, chi ha riaperto gli occhi il mattino dopo ha dovuto fare i conti con una realtà tanto “vicina” e tanto dolorosa. C’è chi ha perso parenti, amici, cari, chi condivide un dolore di lutto e addii, chi non è stato all’altezza del nome di “essere umano”, si è rivolto ad uno schermo e una tastiera per dire la sua, complimentarsi per il potenziale economico dell’evento e poi si è voltato dall’altra parte. E c’è, ancora, chi ha rivisto in quelle immagini un pezzo della propria vita. Un terremoto, tanti terremoti Perché ci sono timori che si risvegliano (a differenza di chi non c’è più), ricordandoci sempre di star camminando e vivendo in un territorio fortemente a rischio. Il 23 novembre del 1980 era una domenica. Troppo lontano? Ma chi ha appena passato i 40 in Campania lo ricorda bene. Basta un niente a rievocare certe immagini, e ad Accumoli, Amatrice, Pescara del Tronto in queste ore il “niente” sembra tutto ciò che rimane. Bastano immagini comuni a ogni cataclisma che si abbatta senza indulgenza: e perché mai dovrebbero averne le forze della natura se ne sono sprovvisti coloro che dovrebbero essere preposti alla sicurezza di persone ignare, che di notte dormono nelle loro case senza sapere quanta sabbia era stata impastata col cemento delle costruzioni; bare aperte, condanne sottoscritte e firmate da mani colpevoli, consapevoli. Ed è un ripetersi, ogni volta, di un copione, sempre lo stesso. La terra che trema, la vita fuori dalle case che non si sapeva se avrebbero retto, dormire in macchina, gli sciacalli in agguato. Prima e dopo il terremoto: gli sciacalli in agguato sono tanti e hanno molteplici forme Possono definirsi “giornalisti” quei signori e signore che gridano la parola “sciacallo” con disgusto e disprezzo, ma poi si infilano nei resti delle case, violando proprietà private (non esiste il vilipendio di rovine)? Fanno “fotografie alle fotografie”, riprendono la distruzione, lo sconcerto, la fine di ogni oggetto vivo, carico di memoria e per sempre perduto. Una vita intera andata in mille pezzi tra calcinacci, plastica, legno, polvere, e poi domandano a chi ha perso tutto e tutti, con candida innocenza e drammatico trasporto: “e adesso?”. E già, adesso. Adesso è l’ora del lutto, dei pianti, della disperazione. Adesso […]

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Libri

Camera single: la vita di Linda fra Bridget Jones e Carrie Bradshaw

Camera single è un romanzo nato dalla penna di Chiara Sfregola, rubricista su Lezpop.it dove l’embrione di questo libro è nato ed è diventato un cult del pubblico. Con le sue peripezie sentimentali e la sua folta e “variegata” schiera di amici più o meno imbarazzanti, più o meno concreti nell’apportare aiuto (quando non disastrosi!) ma sempre presenti, questo romanzo offre una prospettiva fresca, ironica e “normale” sulla semplice vita di una trentenne omosessuale romana. Se vi aspettate un manuale su come ci si riprende dalla fine di una storia d’amore (il romanzo si apre con la protagonista mollata dall’oggi al domani e costretta a condividere l’appartamento con la donna per la quale è diventata completamente invisibile), ebbene, non acquistate il libro. Se vi aspettate un romanzo hot o romantico su come una donna recupera la propria vita sentimentale e/o sessuale, ancora una volta, cambiate idea. Qui non c’è nulla di convenzionale: sulle donne, sugli uomini, sull’essere lesbica, perfino su Roma, su come la politica e i media vogliono dipingere la condizione degli stereotipi che fanno comodo a tutti e non fanno più ridere nessuno. Camera single: un romanzo che fa ridere di gusto Un po’ Bridget Jones, un po’ Carrie Bradshaw, lanciata fra le vie di Roma in compagnia di una schiera di amiche e amici, unici in grado di ridarle un po’ di “equilibrio e stabilità” (sono folli, sono sregolati, danno consigli improponibili, criticano tutte le donne con cui esce), Linda è una trentenne in carriera che ha gli stessi problemi di tutte le sue coetanee e cerca di superarli come può, come farebbero un po’ tutti: piangendo, “sclerando”, uscendo con ragazze nuove. Il risultato è un libro le cui pagine scorrono con una tale leggerezza da imprimerci la sensazione che le cose siano realmente come dovrebbero essere, in un mondo in cui il centro della storia non è l’omosessualità della protagonista, ma la sua normalissima vita. Un libro in cui i drammi sono quelli di tutti, i problemi sono gli stessi per ognuno dei coetanei dei protagonisti e qualsiasi lettore può immedesimarsi in una storia che ha il merito e il pregio di raccontare con estrema autoironia e leggerezza la vita. E allora sarebbe un delitto terribile prendersi sul serio, piangersi addosso e restare seduti al proprio posto in attesa che qualcun altro, nel proprio tempo libero, si ricordi di, faccia attenzione a, possa parlare di. Chiara fa da sola, senza proclamazioni politiche o intenti didattici. Nulla di tutto questo. Nasce un libro come un gioco ed è un discorso sull’umanità, all’umanità. È forse la cosa più seria di cui si possa parlare di questi tempi, pensando alla natura umana, e per questo merita che ci si possa ridere su. Questo libro merita di essere letto. Martina Salvai Chiara Sfregola, Camera single Edito da: Leggereditore ———— Camera single è in offerta su Amazon. Clicca qui per acquistarlo

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Libri

Nove volte per amore: De Giovanni a caccia di mostri

Nove volte per amore, o sarebbe meglio dire “nove volte in cui l’amore non c’entrava nulla”. Maurizio De Giovanni sceglie di partire da nove notizie di cronaca nera italiana e realizzarne altrettanti racconti, per analizzare qualcosa che giornali e televisione non sono in grado di suggerire, ciò che nella quarta di copertina del libro viene definita come “l’anima oscura che alberga in ognuno di noi”. Un lettore appassionato di casi di cronaca nera si approccerà al libro credendo di riconoscere gli omicidi più efferati e famosi degli ultimi anni (tra i più recenti Yara Gambirasio, Sarah Scazzi, Chiara Poggi). Non si ingannerà, ma dovrà fare un ulteriore passo in avanti: il lettore più avveduto saprà prendere le giuste distanze e capire che la realtà per il libro non può essere altro che pura ispirazione letteraria, mentre la narrazione è tutt’altra cosa. Nove volte per amore: i mostri sono in mezzo a noi Una chiara volontà di porsi nei panni di un “mostro” per conoscerne i più intimi pensieri e le più recondite verità è espressa attraverso una penna che si cala nelle mani sporche di sangue dei narratori colpevoli: colpevoli, sì, i più sono rei confessi, ma si tratta realmente di mostri? È attorno a questa domanda che ci si arrovella per provare a risalire alle radici del male, capire se devono essere cercate dentro o fuori dall’uomo, dentro o fuori la nostra “umanità”. Ed è proprio fra le righe di queste storie, immerse fra una straniante quotidianità e la più consueta eccezione, che De Giovanni dà una propria risposta a uno dei quesiti più sconvolgenti cui siamo chiamati a rispondere. Non creature mostruose, non abomini di natura o errori colossali di un piano divino in cui le falle sarebbero da paragonare a voragini d’abissi incommensurabili, ma donne e uomini come tutti gli altri. Donne e uomini con cui la vita è stata più crudele oppure no, arroccati sulla loro montagna di scuse come fossero biglietti d’auguri collezionati negli anni, qualcuno spiega l’omicidio come un interruttore che si spegne all’improvviso, un vuoto di memoria troppo esibito per potervi dare credito, ma chi potrà credere a un assassino? La loro testimonianza (è di personaggi e non di persone che si parla) è certo falsata dalla “personale versione” dei fatti ed è impossibile recuperare uno sguardo obiettivo sulle cose del mondo. Quando sono le vittime a parlare, la mostruosità è edulcorata e filtrata da sguardi d’amore, attraverso occhi appannati e resi ciechi dalla forza di un sentimento inarrestabile, anche di fronte al crimine. Così la mostruosità, scusata, non percepita, fraintesa, ci viene rivelata con più forza: come la luce di un faro che si staglia nelle notti nere senza luna, quando il mare e il cielo si confondono nell’oscurità più totale. La luce rivela solo ciò che non avremmo mai voluto vedere. Dalla voce delle vittime a quella degli assassini Di fronte a questo libro ci si ritrova a fare con l’autore un evidente salto della barricata o anche un decisivo cambio […]

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Libri

Fiori d’asfalto ed altre solitudini: il primo libro di Allan Corsaro

Edita da Round Midnight Edizioni, Fiori d’asfalto ed altre solitudini è la prima raccolta poetica di Allan Corsaro. “Allan Corsaro, parafrasando Pessoa, è un fingitore, di cose inutili come le radici che spaccano l’asfalto. Trascorre il tempo tra la sua stanza e il traffico di città di periferia scrivendo poesie nell’intento di racimolare i resti di un’impossibile identità”. Alcune delle sue poesie sono apparse su Extravesuviana.com. Fiori d’asfalto ed altre solitudini. Allan Corsaro tra Prufrock e la Waste Land eliotiana La lotta fra antico e moderno si gioca tra stasi e movimento (“velocità”, “corsa”, “immobilità”, “attesa”), tra silenzio e suono, ed è suono di “clacson”, di città che isola e allontana, che produce un corto circuito di rumore da generare silenzio d’incomprensione. È l’agglomerato urbano di Eliot che mangia la campagna, sovraffollate solitudini cittadine dove l’immondizia si accumula. Il “cinematografo” è nella stessa area urbana dove le auto danno il ritmo alla musica dei locali coi loro clacson, dove l’asfalto copre tutto, dove i rifiuti diventano corpi vivi in attesa del ritorno dell’uomo che li ha gettati agli angoli delle strade, anche quelle deserte e disabitate perché “inumane”. La parola e il poeta si spostano in verticale, seguendo l’altezza degli alberi che hanno ancora fiori sui rami più alti, ma soprattutto dei lampioni, che sono gli alberi delle aree urbane e smaterializzano i corpi che illuminano, privi d’anima e consistenza. La stanza è una conchiglia dove l’uomo si ripara, ma ancora una volta la solitudine è il pericolo più grande, “restare chiusi dentro” (come scrisse Virginia Woolf) è il più terrificante incubo. Le distanze sono gradite, ma deve pur esserci, sempre, un contatto intimo e terreno. Uno solo, fondamentale, che riesca a dare la forza di sopportare tutto, a dare un senso a tutto. E quell’unico, intimo contatto di cui l’uomo ha bisogno per non “impazzire di solitudine” possono anche essere “due mani sconosciute/ che si sfiorano tra la folla”, purché un contatto avvenga, purché non si resti isolati, soli, spaventati dalla velocità con cui cambia il mondo, con cui corre avanti lasciandoci indietro, confusi e atterriti. Stiamoci accanto/ occhi negli occhi/ dita contro dita/ imitando le nostre rispettive solitudini Le lancette dell’orologio sono “esauste”, siamo di fronte alle “macerie del mondo”, anche l’amore, alla fine, è una lotta contro le distanze e la solitudine erette dall’incomprensione. “Potrei essere felice / Entro nei tuoi occhi come in un fiume oscuro/ inafferrabile/ in cui dimentico d’essere”, ma questa felicità, così “facile”, non arriva. E gli occhi non redimono, sono solo una speranza disattesa, un sogno tradito. Negli occhi l’unico movimento possibile è la caduta, dall’alto in basso, giù nel fondo oscuro, che forse redime o forse no, che di certo è un desiderio frustrato e chissà se corrisposto. In un mondo in cui tutto si muove ad un ritmo insostenibile, le distanze si slabbrano e i contatti diventano via via più impalpabili fino a scomparire, ecco che la Storia diventa un evento secondario, rivolta il senso della propria esistenza e la velocità del proprio corso. […]

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Libri

Nyarlathotep: Lovecraft incontra la NPE

Nyarlathotep, edito dalla Nicola Pesce Editore, è il volume già disponibile negli store realizzato da Rotomago e J. Noirel e tradotto da Andrea Plazzi, dedicato all’omonima figura della mitologia dell’orrore firmata H.P. Lovecraft. Nyarlathotep appare per la prima volta nel 1920 in un racconto firmato dalla penna dello scrittore e critico statunitense ed è una divinità particolare, diversa da quelle che popolano il “pantheon” lovecraftiano, il cui unico scopo è di condurre l’umanità alla follia. In una lettera scritta da Lovecraft e posta saggiamente alla fine del volume è possibile leggere di come l’idea sia nata in realtà da un sogno e saggiare come sia in effetti nato un mondo letterario anacronisticamente fantascientifico, pienamente nel genere prima ancora che la fantascienza fosse codificata. La trama e il fumetto: il dio Nyarlathotep Il volume snoda attraverso un vortice concentrico il percorso di caduta verso gli antri più bui del proprio io, dove Nyarlathotep spinge gli esseri umani che recluta, portandoli alla pazzia. La vittoria del buio sulla luce, del caos sull’ordine è un salto oltre il baratro e neanche la mente più razionale, come quella del protagonista, può ribellarsi e trovare scampo. La forza con cui le immagini codificano l’orrore che pregna il racconto d’ispirazione e poi la storia e i dialoghi, sapientemente tradotti da Andrea Plazzi che riesce a preservare un clima di inesorabilità e tensione dall’inizio alla fine, colpisce anche il lettore meno avvezzo al genere come all’universo di Lovecraft. Il sapore di un mondo diverso attaccato da un male insanabile e senza speranza di guarigione, come un’entità spirituale che lascia inermi e va oltre ogni potere umano, accompagna per giorni il lettore e lo inebria, lasciandolo preda di una suggestione in grado di cambiare la percezione di molti generi e mezzi contemporaneamente. Il fatto che non siamo di fronte a un racconto illustrato ma a un fumetto (lo si dica con orgoglio) significa che le immagini hanno un proprio statuto e dignità di esistere, sono portatrici di senso tanto quanto i testi e li accompagnano, ne sono voce o semplicemente gli si affiancano. La sapienza con cui i due veicoli artistici si incontrano nel volume firmato NPE ci ricorda quanto potere abbia ancora oggi questo mezzo di comunicazione e quale meraviglioso dialogo esista ancora fra i classici (Lovecraft data ormai un secolo fa) e il moderno, quanto ancora la storia artistica abbia da dire oggi, ma in una veste del tutto “nostra”. Consiglio vivamente la lettura di queste pagine, realizzate con cura editoriale dalla prima all’ultima: godibili, vive, essenziali. Nyarlathotep tratto da: H.P. Lovecraft autori: Rotomago, J. Noirel traduttore: Andrea Plazzi isbn: 978-88-97141-78-5 formato: 210×300 mm, cartonato, 64 pp., a colori edizioninpe.it Martina Salvai —————————- Nyarlathotep è in offerta su Amazon. Clicca qui per comprarlo!

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Libri

Il sentiero smarrito: l’incanto delle fiabe nei labirinti del sogno

C’era una volta Alice perduta nel Paese delle Meraviglie, accompagnata da creature straordinarie, inquietanti, illogiche, indimenticabili. Poi è arrivata Amélie, per mostrarci il suo sentiero smarrito. Un altro passo nell’illogico, nel fiabesco, nella magia. Un altro passo per ritrovarsi perduti come bambini di fronte a una storia inafferrabile, affondare le mani nella meraviglia, accarezzare appena la superficie della coscienza realizzando che un sogno sarebbe troppo vasto e la realtà troppo ristretta per spiegare. Allora Amélie racconta, lo fa disegnando, disegna anche le parole, le tracce testuali sono avvolte in riquadri perfettamente incastonati nel dipinto. La pagina è piena, non ci sono vuoti se non quelli lasciati dalle vertigini di profondità che le emozioni scavano accompagnando la lettura. Il sentiero smarrito è un corto circuito di forme che danzano e si avviluppano, invitando gli occhi a tuffarsi in un tripudio di segni e colori. Il sentiero smarrito e le sue creature Ad offrirci una particolare prospettiva sugli eventi del racconto sono tre bambini, persi di vista dagli animatori del Campeggio della felicità, il campo invernale che ha istituito una caccia al tesoro per tutti gli iscritti, e mal guidati da un inesperto lettore di mappe (il più chiacchierone dei tre amici) alla ricerca di improbabili scorciatoie. I giovani protagonisti si perdono molto presto, ritrovandosi inconsapevolmente nel cuore di un regno tormentato, anzi, una vera e propria tirannide in cui le lotte per il potere non sono che all’inizio e loro nient’altro che involontari e inermi spettatori. La trama è appena accennata e avvolge i personaggi, i loro ruoli e le storie in un alone di luce incerta, ma dosata con grande maestria. È in realtà il disegno il cuore della narrazione, che ci racconta la ricchezza di un mondo che pullula di vita e di morte, che vive sospeso tra bene e male e dove sia il bene e dove il male questo non è dato sapere. Forse ciò che una volta era stato un grande amore si è trasformato in un odio profondo e tutto ciò che rimane per decretare la vittoria, il predominio, è un cappello che tutti desiderano. Creature animalesche popolano le pagine, ognuna con una sua mania, ognuna in qualche modo superflua ai fini del racconto e della fabula, in un mondo dove tutto è potenzialmente vivo mentre in realtà nulla accade, ma ognuna nel suo piccolo essenziale perché l’intreccio visivo risulti completo, perché ogni allegoria conosciuta attraverso la tradizione fiabesca venga scardinata (la volpe, il gufo, l’istrice, il montone, il topo) laddove il disegno e la tradizione europea incontrano i manga giapponesi, perché una realtà bidimensionale si faccia vita a tutto tondo, popolando i nostri sogni come solo da bambini poteva accadere. Questo libro è un biglietto sempre valido per l’accesso a una dimensione onirica privilegiata e testimonianza di un grande talento da non lasciarsi sfuggire, ma attenzione agli effetti collaterali, alla fine vorreste averne di più senza poterlo ottenere. Amélie Fléchais in Italia grazie alla Tunué Amélie è un’autrice francese dal tratto inconfondibile: delicato ma deciso, […]

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Attualità

La Pellegrini portabandiera a Rio 2016: la forza delle donne

È grande attesa per i XXXI Giochi Olimpici che si svolgeranno ad agosto a Rio de Janeiro, in Brasile. La cerimonia d’apertura il 5 agosto avverrà nell’Estádio Jornalista Mário Filho, meglio noto come Estádio do Maracanã, e a Rio 2016 portabandiera e rappresentante dell’Italia sarà l’amata e pluripremiata campionessa del nuoto Federica Pellegrini. La nostra campionessa raccoglie il testimone di un altro grande nome femminile dello sport italiano, quello di Valentina Vezzali, la prima schermitrice ad essere stata oro olimpico in tre edizioni consecutive, che aveva rappresentato il Paese nel 2012 a Londra sfilando nella cerimonia d’apertura e portando a casa un bronzo grazie al suo fioretto. Federica Pellegrini: una carriera da record Federica è l’atleta dei record mondiali e personali. Nel 2004 ad Atene, a soli 16 anni, divenne l’atleta più giovane ad essere salita sul podio olimpico per uno sport individuale, vincendo la medaglia d’argento per i 200 m stile libero. Tra Atene 2004 e Pechino 2008 Pellegrini colleziona una costellazione di medaglie in tornei mondiali ed europei, stabilendo fra l’altro nel 2005 a Trieste il nuovo primato italiano nei 200 m stile libero. A Pechino, poi, il trionfo indiscusso di un’atleta promettente, dalle enormi capacità e ancora giovanissima. Ha appena vent’anni quando porta a casa il suo primo oro olimpico. Continua a collezionare vittorie e medaglie negli anni, ma quando arriva a Londra 2012 le delusioni si inanellano e Federica non nasconde la sua amarezza. Da questo momento sembra aprirsi una nuova fase nella carriera della Pellegrini, con il proposito di prendere un anno sabbatico e la collaborazione col tecnico francese Philippe Lucas. Dopo Londra 2012 Sono anni in cui si mette alla prova, quelli fra Londra e Rio, anni di test e di tentativi per superare i propri limiti, perché Rio è lì, al varco, in attesa di accogliere un’atleta che rappresenta tutti gli aspetti più sani e nobili dello sport. Restino fuori i gossip e le storie collaterali. Ciò che conta sono i numeri, i tempi, contano la fatica e la determinazione, la forza di volontà e il talento. Federica Pellegrini, atleta che ha realizzato 11 record mondiali e che compirà 28 anni sfilando col tricolore italiano a Rio 2016 che si presenta come la sua più grande sfida, rappresenta non solo l’Italia tutta ma cosa vorremmo fosse lo sport sano e nobile come disciplina e stile di vita: la costanza e la determinazione del tendere al superamento dei propri limiti e del continuo perfezionarsi, scoprendo delusioni e sconfitte come nuove sfide a se stessi, per ricominciare ogni volta con nuova forza. Martina Salvai

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Culturalmente

Le Antiprincipesse: intervista a Rapsodia Edizioni

Intervista a Igor D’Antoni di Rapsodia Edizioni.  Le antiprincipesse sono il contrario degli antieroi. La parola “antieroe” ci fa pensare a un uomo debole, “antiprincipessa” a una donna forte. E questo perché all’origine di tutto ci sono dei ruoli, stabiliti in altre epoche da altre civiltà, che vorremmo fossero scardinati e cancellati per sempre, per rendere la parità veramente equa. Le principesse, nella storia della letteratura e delle fiabe, non sono mai state eroine, né per gli altri né tantomeno per se stesse. Possiamo ripercorrere a ritroso il tempo, scandagliare ogni luogo, letterario e non, ogni pagina dei romanzi e della storia, ogni mondo più o meno incantato, il risultato sarebbe lo stesso, inutile “raccontarsi favole”. I personaggi femminili che oggi (come ieri) dimostrano indipendenza e autonomia, che sono autosufficienti e non gravitano nell’orbita di una figura maschile risolutrice, destano l’attenzione del pubblico e della critica come casi isolati e straordinari. Ecco, allora, che Rapsodia edizioni ha deciso di andare oltre lo straordinario, sostenendo e portando in Italia il progetto di Editorial Chirimbote, casa editrice argentina, per raccontare un punto di vista diverso su alcuni concetti come “modello di riferimento”, “bellezza”, “ruoli di genere”. Parliamo allora delle Antiprincipesse con Igor D’Antoni, responsabile della distribuzione e della promozione nella casa editrice Rapsodia edizioni. Prima di tutto, raccontaci cos’è un’antiprincipessa Un’antiprincipessa è l’esatto contrario di una principessa. Le principesse sono donne che aspettano di essere salvate, che hanno tutto e non hanno fatto nulla per meritarselo. Le antiprincipesse no,  sono donne comuni con un potere speciale, la forza di volontà. Questo potere permette loro di raggiungere obiettivi impensabili per il loro ceto. Loro, le antiprincipesse si mettono al servizio degli altri. Sono Donne, con la D maiuscola Come hai scoperto la collana argentina e cosa ti ha spinto a scegliere di portarla in Italia per Rapsodia Edizioni? Un nostro collaboratore è argentino e dalla madre, militante femminista, tramite facebook e per puro caso siamo venuti a conoscenza di questa collana l’estate scorsa. Per curiosità Eleonora, amante delle principesse Disney è andata a controllare… da lì si è mossa una macchina alimentata a entusiasmo, siamo letteralmente impazziti per il progetto, l’idea che si potessero proporre modelli di donne del genere in Italia ci è sembrata efficace e necessaria. Quando li abbiamo contattati per chiedere informazioni loro sono stati disponibilissimi, e da lì ne è nata una collaborazione preziosa, quasi un’amicizia C’è un diverso concetto di bellezza che colpisce da subito il lettore, a maggior ragione se parliamo di libri per bambini. Ma sono libri per bambini o c’è qualcosa di più? La bellezza di questa collana sta nella sua disarmante semplicità, nonostante tratti di temi complessi. E’ di facile comprensione per i bambini ma è affascinante anche per i grandi. Colori intensi, tratti decisi e testi semplici e brevi ne fanno un libro fruibile per tutti. Stimola le domande dei bambini e permette agli adulti di affrontare con loro argomenti importanti. Per promuovere la collana abbiamo deciso di organizzare dei laboratori per bambini. In […]

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Notizie curiose

5 invenzioni create da giovanissimi

Per giorni il web è stato invaso da un nuovo termine coniato da un bambino di 8 anni con l’aiuto della sua maestra, “petaloso“. Tra sostenitori di questa insolita lezione di grammatica e detrattori invece stanchi delle momentanee ossessioni mediatiche per invenzioni che dilagano per poi svanire senza più neanche il ricordo di come siano nate, la battaglia è aperta (o forse già conclusa). Il popolo di internet è volubile e si infervora, così come dimentica, molto in fretta. È dolce e allo stesso tempo didattica la storia di un bambino che ha voluto inventare un nuovo termine, e così la storia di una maestra che ha sostenuto la creatività e non censurato la fantasia. 5 invenzioni realizzate da giovanissimi che hanno cambiato il mondo (o quasi) Ma Matteo non ha inventato una nuova parola, ha solo offerto la possibilità di una lezione di grammatica all’Italia intera. Mentre nel mondo e nei secoli ci sono stati molti bambini e ragazzi giovanissimi che di invenzioni ne hanno realizzate e brevettate. Cose che usiamo tutti i giorni o che sono fondamentali per alcuni gruppi di persone e che non avremmo mai immaginato fossero nate da mani tanto piccole e menti così geniali. Vediamone alcune. Il trampolino elastico  George Nissen nel 1930 era un ginnasta sedicenne dell’Iowa. Osservando i trapezisti che al circo, dopo le loro evoluzioni, atterrano su reti elastiche effettuando altri salti, ebbe un’idea geniale. Nel garage di casa sua, con l’aiuto del suo mister, realizzò il prototipo del primo trampolino. Gli diede poi questo nome solo anni dopo quando partì per un viaggio con alcuni amici in Messico e sentì la parola spagnola trampolìn, che si riferiva al trampolino di cui sono dotate le piscine, ritenendolo adatto alla propria invenzione. L’alfabeto Braille  Questo particolare alfabeto prende nome dal suo inventore. Louise Braille aveva tre anni quando si infortunò ad un occhio nell’officina paterna e presto l’infezione si estese ad entrambi gli occhi rendendolo cieco. Ma il giovanissimo Louise era molto intelligente e questo permise alla sua vita di fiorire, nonostante gli ostacoli. All’età di 10 anni vinse una borsa di studio a Parigi, in uno dei primi istituti specializzati per non vedenti. Qui gli venne insegnato a leggere caratteri neri in rilievo, ma non vi era ancora un sistema che permettesse alle persone cieche di scrivere. L’idea per la sua invenzione venne al dodicenne Louise due anni dopo, nel 1821, con la visita di un militare che spiegò ai ragazzi un sistema di codificazione di messaggi notturni con un alfabeto basato su dodici punti. Braille realizzò quindi l’alfabeto, basato su sei punti, che da allora porta il suo nome e permette ai non vedenti di leggere e scrivere. Una tra le invenzioni più rivoluzionarie mai realizzate. I paraorecchie I paraorecchie termici furono inventati nel 1873 dal quindicenne Chester Greenwood, originario del Maine. L’idea venne al ragazzo un giorno in cui pattinava sul ghiaccio con la famiglia. Per proteggere le orecchie dal freddo inventò delle protezioni rivestite di velluto e pelliccia di castoro. […]

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Attualità

Unioni civili for dummies: cos’ha approvato il Senato?

Dopo settimane di discussioni, rinvii, modifiche e cambi di fronte, ieri il Senato ha approvato, con grande maggioranza, il maxi emendamento sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso. E così, dunque, si è giunti alla conclusione che se gli eterosessuali possono sposarsi, agli omosessuali spetti qualcosa di simile, sì, ma non proprio uguale e che, per carità!, non lo si chiami matrimonio né le persone unite siano riconosciute come coniugi. Matrimonio vs unioni civili Tralasciando per ora la questione della Stepchild adoption, pietra dello scandalo e organo non vitale asportato alla proposta della senatrice Monica Cirinnà, perché si potesse averla vinta se non sulle adozioni quanto meno sulle unioni, vediamo nel dettaglio quali sono le effettive differenze tra diritti e doveri del matrimonio e ciò che viene garantito dalle unioni civili. Dopo aver registrato la propria unione civile, senza l’obbligo delle pubblicazioni e in presenza di due testimoni, l’unione civile viene attestata da un documento. Per uno dei due partner è possibile assumere il cognome dell’altro e conservare il proprio con la formula del doppio cognome. A differenza del matrimonio, l’unione civile non prevederebbe l’obbligo di fedeltà. Seppure a prima vista sembri una contraddizione in termini o un rimarcare il cliché della promiscuità omosessuale, pare doveroso chiarire che questo “dovere coniugale” deriva dall’antico retaggio dell’accusa penale di tradimento che ricadeva, per lo più, sulle donne e ha conseguenze ancora attuali nei divorzi che prevedono l’addebito della colpa per il coniuge infedele. Per quanto riguarda il patrimonio, se non specificato si riterrà da assumere la comunione dei beni, che diviene quindi l’opzione di default, equiparabile al matrimonio. I punti economici, quelli che ci fanno dimenticare il romanticismo Da ciò derivano tutti gli obblighi e diritti che sono stati fino ad ora riservati alle coppie sposate: comunione o separazione dei beni; pagamento degli alimenti in caso di separazione; pensione di reversibilità; eredità e legittima. Per chi non lo sapesse, la pensione di reversibilità fu introdotta alla fine degli anni Trenta per tutelare le vedove prive di reddito e consiste nella possibilità, in caso di morte di un coniuge, che l’altro, privo di reddito e pensione, ottenga la reversibilità della pensione del partner defunto. Mentre l’assicurazione di eredità e legittima riguarda lo status di riconoscimento del partner unito civilmente al pari di un coniuge e quindi la possibilità di ottenere una parte certa d’eredità alla morte del “non coniuge” o partner o compagno civile. Il contratto di convivenza I contraenti, ovvero due persone dello stesso sesso che si amano e decidono (per questo o nonostante questo) di unirsi secondo vincoli di diritto perché possano essere vicendevolmente tutelati di fronte alla legge, stipulano un contratto. Ebbene, avranno facoltà di scelta perché la questione posta dal maxi emendamento prevede due tipi di unioni. Le unioni civili riservate esclusivamente alle coppie omosessuali e il contratto di convivenza, per coppie eterosessuali e omosessuali. Di nuovo i diritti sembrano essere equiparabili a quelli matrimoniali, e sarà inutile ribadirli, salvo il fatto che un’unione civile può essere sciolta in tre mesi, […]

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Fun e Tech

Facebook reactions: geroglifici 2.0

È arrivata una novità in casa Zuckerberg e no, non si tratta di un altro bebè! Ma di un cambiamento che riguarda l’interazione con i contenuti digitali di Facebook. Parliamo delle Facebook reactions, ovvero sei “reazioni” che con un click permettono di condividere il proprio stato d’animo suscitato dalla notizia, canzone, video condiviso sul social network. Accanto all’ormai noto (e quasi “antico”) mi piace, 5 alternative per commentare il contenuto di vostra scelta: love, ahah, wow, sigh, grr. Mi piace o Non mi piace? Questo è il problema L’intera gamma di sfumature emotive racchiuse in cinque onomatopee rappresenta la nuova frontiera dello schermo social a sfavore delle interazioni sociali. Fino ad oggi, un’unica Facebook reaction ha permesso la sola condivisione del consenso con un semplice tasto: il “mi piace“, l’ok, il pollice in alto. Un click sul “mi piace” e l’autore di un post viene informato del fatto che voi condividete una sua idea, che siete dalla sua parte, che odiate ciò che odia lui, che ascoltate la sua stessa musica o che apprezzate la foto appena condivisa, cuccioli o bambini, di regola! E la gamma di emozioni condivisibili con un tasto era tutta racchiusa in quell’unico gesto. “Click” se ti piace, mentre se non apprezzi e sei pigro per esprimerlo a parole, pazienza, nessuno ne sarebbe stato informato. Facebook reactions: più emozioni, meno parole Ed ecco che invece Facebook, dopo il rifiuto della proposta giunta da più voci di aggiungere un non mi piace accanto al pollice alto per non promuovere la diffusione di sentimenti negativi, aggiunge ben cinque emoji che permettono alle persone di esprimere un’emozione semplicemente selezionando quella che meglio racchiude, generalizzando certo, la propria reazione. Amore, se adori quello che vedi; divertimento, per ironia, simpatia, situazioni buffe o comiche; stupore, se il contenuto condiviso ti ha sbalordito senza lasciare tracce ben definibili; tristezza, per le notizie che deludono o mettono malinconia; rabbia, per i contenuti che suscitano sdegno, rancore. Una gamma ristretta di generalizzazioni e stigmatizzazioni che farebbe invidia al “cast” di Inside out della Pixar. C’è da dire però che, almeno nel film, il messaggio finale ci fa comprendere l’importanza che ha l’interazione fra le emozioni, quanto meno quelle opposte, che aiutano, nel loro avvicendarsi, ad apprezzare appieno ogni sfumatura. Le Facebook reactions, invece, concedono un messaggio esiguo e quasi impalpabile, e non è certo positivo se vediamo arricchirsi di sempre nuove emoji ed emoticon le più grandi piattaforme di interazione sociale (non a caso connesse, come sappiamo) Facebook e Whatsapp, che ha da poco lanciato un aggiornamento per rinfoltire il pacchetto emoticon. Abbiamo bisogno di sempre maggiori immagini, e sempre più particolareggiate, per esprimere ciò che proviamo, le parole stanno scomparendo. Il prossimo passo della civiltà sarà forse il ritorno dei geroglifici? Martina Salvai

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Attualità

La giornata della memoria: i ricordi sepolti

Questo è il giorno giusto. Così dicono, così ci hanno insegnato. Che ci sono giorni migliori per fare festa e dimenticare, e poi ci sono quelli buoni per ricordare. Ricordare, una parola che ha dentro il cuore (cor, cordis), perché era il cuore, secondo alcuni popoli antichi, il custode dei ricordi. Ma a mettere una mano sul petto, il cuore non batte più forte, la memoria non si attiva, è la giornata della memoria e i ricordi non tornano, non ce ne sono mai stati. Passa il tempo, dieci, vent’anni, cinquanta. Le generazioni si avvicendano e le storie che una volta si erano vissute o erano nei racconti di chi ne era stato testimone, adesso non sono che pellicola e carta. In quei “capolavori”, film e libri, salvati dal buco nero dell’oblio temporale, che formano le maglie della rete della cultura occidentale, l’Olocausto per noi non è più vero dei mondi e delle guerre di Star Wars. E altrettanto lontano. E allora perché una Giornata della memoria? Per chi? Eppure basterebbe mettere a fuoco i contorni e guardare più a fondo. Non fermarsi alla superficie, non lasciare scorrere via il tempo. Se c’è un giorno, uno solo, non è fatto per chi c’era, per chi ha visto. Per loro la memoria è stata la dannazione più grande e forse qualcuno avrebbe voluto che fosse un organo non vitale, quella sua memoria, per poterlo dare via per sempre. Per smettere di rivivere in ogni istante tutto quanto era stato in grado di trasformare la sua stessa vita fino a renderla un peso insopportabile; fino a decidere di uscire di scena in anticipo, o forse nell’unico momento che si era ritenuto giusto, da sopravvissuti, per poter testimoniare, al di là del dolore, che ognuno possiede la propria vita e nessun altro può averne il controllo, per nessuna ragione al mondo. E se c’è un giorno, uno solo, è per noi che siamo arrivati oltre il tempo limite consentito, che siamo nati lontano da certe follie e ignari delle nostre piccole, immense fortune, quelle di cui non sappiamo fare tesoro, perché la vita è un gioco di sottrazioni. Per noi che dobbiamo fare uno sforzo immane per immaginare, tentare di capire, avvicinarci ad un’idea pur vaga e imprecisa di quello che deve essere stato. E leggendo, osservando, ascoltando, forse, da qualche parte, dentro di noi si accenderà una luce, quella stessa luce che ci illumina i ricordi in un lampo d’intuizione, e il ricordo atavico che si imprimerà a fuoco nella nostra mente, l’unica frase degna di essere pronunciata di fronte a un orrore che nessuno è all’altezza di raccontare né nominare, sarà pensiero, richiesta, imperativo categorico per i secoli a venire:  mai più. Il superstite Since then, at an uncertain hour, dopo di allora, ad ora incerta, quella pena ritorna, e se non trova chi lo ascolti gli brucia in petto il cuore. Rivede i visi dei suoi compagni lividi nella prima luce, grigi di polvere di cemento, indistinti per nebbia, tinti di morte nei […]

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Teatro

Comico inCanto: l’insostenibile leggerezza della comicità

La Compagnia teatrale Gli Ipocriti presenta al teatro Nuovo Comico in Canto fra ‘800 e ‘900, arie, poesie, sketch e macchiette tratti dal repertorio delle più grandi voci di teatro, lirica e poesia. Con recitati e canzoni che spaziano dal teatro di varietà al grande teatro lirico dell’Ottocento, Ernesto Lama guida alla regia e in scena un nuovo appuntamento teatrale a cui affidarsi senza remore, per lasciarsi portare in un mondo senza tempo, dove la morte e la vita si fondono in un’unico fluire che è l’esistenza nella sua totalità. Tutto funziona e convince, dalla recitazione al ballo, dai costumi alle luci, la musica che accompagna dall’inizio alla fine gli attori e guida l’intero spettacolo; Ernesto Lama, il vero collante del lavoro che offre momenti fra i più esilaranti in scena. Il “comico incanto” del pubblico Comico in Canto mostra l’estrema sapienza scenica, costruzioni musicali godibili e sorprendenti, un’orchestra che suona dal vivo accompagnando le voci degli attori, un ottimo livello d’interpretazione e l’affiatamento di un gruppo che lavora da tempo e con grande perizia. Queste le garanzie di un lavoro fondato sull’esperienza, lo studio, la conoscenza del teatro e dei suoi tempi. Queste le garanzie di un “comico incanto” che arriva diretto al pubblico e mantiene viva la sua capacità di ridere avviluppandolo in giochi verbali, trascinandolo in situazioni assurde e invitandolo a ridere, ridere continuamente di tutto, anche della morte. Un gioco di abilità che sa intrattenere e coinvolgere con passione ed arte, che punta alla catarsi nello spirito di una realtà sospesa che assume su di sé ogni tempo e ogni luogo possibile, quasi convincendoci che la morte sia solo un momento, che i vivi non sono mai soli nella propria dimensione, che non c’è modo di dire addio se non quando si smette di essere ascoltati. Lo spettacolo sarà in scena al Teatro Nuovo di Napoli fino al 30 dicembre. Lasciatevi incantare dalle voci del passato reinterpretate con arte e passione. Andate a teatro! La Compagnia degli Ipocriti presenta: Passioni e storie d’amore, Comico in Canto tra ‘800 e ‘900, arie, poesie, sketch e macchiette da V. Bellini, G. D’Annunzio, S. Di Giacomo, R. Leoncavallo, E.A. Mario, P. Mascagni, F. Mastriani, A. Perrucci, G. Puccini, G. Rossini, E. Scarpetta, G. Verdi, R. Viviani. Regia di Ernesto Lama con Ernesto Lama, Cinzia Annunziata, Stefania Autuori, Andrea Avagliano, Lorenza Bartoli, Germano Ciaravola, Gennaro Ciotola, Marika Costabile, Angela Rosa D’Auria, Annalisa De Giulio, Mariano Di Palo, Simona Esposito, Benedetta Fontana, Valeria Frallicciardi, Roberta Gesuè, Lorena Leone, Carlo Liccardo, Marco Lupi, Eliana Manvati, Andrea Martorano, Laura Pagliara, Massimiliano Palumbo, Vittorio Passaro, Melania Pellino, Francesco Riveccio, Nicola Sergianni, Marco Serra. Musiche dal vivo eseguite da: Luigi Sigillo (basso), Mimmo Napolitano (piano), Peppe di Colandrea (fiati), Aniello Palomba (chitarra), Riccardo Schmitt (batteria). Coreografie: Carlotta Bruni Consulenza musicale e canto: Salvatore Cardone – Aniello Palomba Arrangiamenti musicali: Mimmo Napolitano Ricerca storiografica: Antonio Speranza – Paola Manetta Costumi: Violetta Di Costanzo – Nunzia Russo Luci: Dario Russo

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