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Eroica Fenice

Interviste emergenti

Carpe Diem: intervista ad Enrico Nocera

Carpe Diem è il suo primo lavoro, classe 1989, napoletano di nascita e parigino d’adozione. Parliamo di Enrico Nocera, conosciuto sui social anche come Enrico Fayah: un ragazzo dalle mille risorse che otto anni fa decise di trasferirsi nella capitale francese per inseguire i suoi sogni. E quando la grande passione è complice, i sogni pian piano si avverano. Lo abbiamo incontrato per conoscere meglio la sua storia fatta di sacrifici ma anche di grandi successi. Come mai hai scelto Parigi come terra di realizzazione? Nacque tutto inconsciamente quando avevo diciotto anni. All’indomani delle vacanze estive trascorse all’ombra della Tour Eiffel, decisi di provare un casting che mi avrebbe permesso di entrare nella celebre scuola parigina EICAR –École Internationale de Création Audiovisuelle et de Réalisation. Passai le selezioni e non mi sembrò vero. Ma le difficoltà erano tante: non parlavo il francese e soprattutto non avevo a disposizione le risorse economiche richieste per il pagamento della retta annuale. Feci, dunque, un accordo con la scuola che mi permise di entrarvi l’anno successivo, il 2009, così da aver il tempo di racimolare la somma e di imparare al meglio la lingua. Quindi l’EICAR ti ha portato fortuna? Più che fortuna, mi ha permesso di incontrare persone appassionate di cinema come me. Al termine del biennio trascorso nella scuola, ho perfezionato il mio bagaglio di insegnamenti in un’attività privata di coaching con l’attore e regista Iulian Fortuna, dopodiché ho frequentato per due anni il Conservatorio di teatro di Parigi –le studio–théâtre d’Asnières- che vanta il terzo posto nelle classifiche francesi per la formazione dei suoi allievi. Ho iniziato, poi, a scrivere copioni e ad ideare progetti con alcuni amici conosciuti all’EICAR con i quali ho fondato la Fayah Production, un collettivo di registi, autori, attori e sceneggiatori disposti ad intavolare il proprio sapere per raggiungere lo scopo comune di mettere in scena film. Ho preso parte anche ad una decina di cortometraggi, dei quali, però, non ero regista ma solo attore. Cos’è un cortometraggio? È un film dalla durata massima di quindici minuti; se vengono superati sarà un mediometraggio e potrà durare al massimo sessanta minuti altrimenti sarà un lungometraggio, dunque, un vero e proprio film. Carpe Diem e il successo Parlaci del tuo grande lavoro Carpe Diem Carpe Diem è un cortometraggio (qui il trailer) ambientato a Parigi che mi ha dato modo di esibire al pubblico i frutti dei miei studi. Figuro, infatti, contemporaneamente come autore, regista ed attore principale. L’idea è nata dall’intenzione di voler rappresentare le difficoltà che incontra un emigrato nel primo anno di permanenza nella Ville Lumière nel cercare lavoro. Ed è praticamente, in parte, una storia autobiografica che risale al tempo in cui mi serviva lavorare per pagare la tassa dell’EICAR. I francesi sono molto esigenti e conoscere la loro lingua è un attributo fondamentale anche in lavori modesti come il servizio al tavolo alla clientela. Quali sono stati i tempi e i modi di attuazione dell’intero progetto? La fase di pre-produzione di Carpe Diem è durata circa […]

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Culturalmente

Albero natalizio: storia di una tradizione

Ci risiamo. Come ogni anno è giunta l’ora di rimettere in sesto il nostro caro albero di Natale: per trecentotrentacinque giorni ha atteso che qualcuno gli aprisse la porta della cantina per uscirne un po’ impolverato e un po’ svigorito dal lungo letargo. Sfoggiando il suo bel vestito verde, pronto ad essere impreziosito da luci e colori, l’albero è entusiasta di fare ancora una volta compagnia alla casa durante il mese con l’atmosfera più magica dell’anno. L’albero di Natale è un albero sempreverde e per questo, sin dall’antichità, simboleggia la vita. L’abete è l’albero più utilizzato in quanto conserva a lungo i suoi aghi, il suo colore ed il suo profumo, ma in Europa è diffuso anche il pino -soprattutto il silvestre e il cembro- mentre in America si è soliti addobbare anche la douglasia, la sequoia, il cipresso, il ginepro e l’araucaria. Nel 1980, in Germania, nacque l’idea di produrre alberi artificiali per affrontare le problematiche causate dalle deforestazioni diffuse sul globo. Ma da dove giunge questa tradizione che è tra le più diffuse al mondo? Tante sono le leggende che ne narrano il presunto inizio: in una si racconta di un taglialegna che, rincasando in una fredda notte, si accorse di quanto fosse affascinante l’effetto che creava la luce delle stelle riflessa sui rami innevati di un albero; così sradicò un albero, lo portò nella sua casa e lo addobbò con nastri bianchi per richiamare il candido colore della neve, con delle candele che rammentassero la luce delle stelle e da allora ogni casa ebbe il suo albero natalizio. Un’altra leggenda, decisamente più antica, narra che, alla morte di Nimrod, nipote di Cam, figlio di Noè, sua madre -che era anche sua moglie- convinse il popolo babilonese che ogni 25 dicembre Nimrod apparisse sotto forma di abete e che quindi fosse necessario preservare la sua memoria portandogli dei doni. L’albero natalizio nei secoli Nell’antica Roma, gli abitanti usavano adornare con oggetti votivi un abete sacro in onore del dio Attis, mentre nel Medioevo, ogni 24 dicembre, si riproponeva nelle chiese lo scenario del Paradiso decorando alcuni alberi dapprima con mele ed ostie e poi con candele, noci e biscotti. Le capitali dell’Estonia e della Lettonia si affrontano per ottenere il record di prima città al mondo ad aver allestito un albero di Natale: gli abitanti di Tallin sostengono di aver addobbato il primo albero di Natale nel 1441 nella piazza del Municipio, attorno al quale uomini e donne erano soliti danzare in cerca dell’anima gemella; la popolazione di Riga è convinta, invece, che il primato spetti a lei ed infatti una targa, tradotta in otto lingue, attesta che nel 1510 la città diede luogo al primo albero di Capodanno del mondo. Alcune documentazioni rinascimentali svelano che a Brema, nel 1570, vi era un grande albero decorato con mele, noci e datteri. Grazie ad alcuni scritti di un cittadino tedesco, invece, si è scoperto che nel 1605 a Strasburgo si stava allestendo un albero di Natale con carta, frutta e dolciumi. Si narra, […]

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Attualità

Cina: abolizione della legge del figlio unico

In Cina è stata revocata la One child policy, la legge del figlio unico, in vigore dal 1979. Le coppie, dunque, non dovranno più rispettare l’obbligo di dare alla luce un unico figlio, bensì due. È la conquista di una libertà, seppur parziale, che permetterà alla Cina di riscattarsi. Le motivazioni che spinsero la Cina al varo di questa legge sono da individuare negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione cinese, al termine della quale Mao Tse Tung instaurò la repubblica e vi rimase a capo fino al 1976 divulgando l’idea che una popolazione numerosa avrebbe contribuito all’affermazione della forza e della grandezza della Cina. Agevolò così una crescita demografica che fece della Cina lo stato più popoloso del mondo: vietò gli aborti, le sterilizzazioni, l’uso dei contraccettivi e statuì dei bonus mensili per le famiglie più numerose. Le conseguenze di questa politica diedero numeri da capogiro: negli anni Settanta la Cina includeva il 25% della popolazione mondiale, nascevano circa trenta milioni di bambini ogni anno e i due terzi della popolazione erano composti da giovani al di sotto della trentina. Ma le risorse per soddisfarli tutti non c’erano. Bisognava intervenire: l’enorme crescita demografica minacciava le strutture economiche e sociali della Cina. La Cina fu percossa così da una prima politica di pianificazione familiare, la Wan Xi Shao, che imponeva alle donne al massimo due gravidanze in età avanzata e con intervalli prolungati tra l’una e l’altra. Ma non bastò. Il controllo dello Stato per osteggiare il massiccio incremento demografico necessitava di decisioni più drastiche. La Cina fu costretta a soggiacere a norme sempre più rigide a partire dal 1979. La Cina accoglie una seconda politica di pianificazione familiare Un solo figlio. Non di più. Chi non si atterrà a questa legge dovrà pagare un’ammenda di migliaia di yuan, un valore di circa quattro volte superiore ad uno stipendio medio annuo. E riuscire a pagarla in Cina è complicato: il tenore di vita è molto basso. Il ministero delle nascite verificherà che la norma verrà rispettata e a quest’organo bisognerà chiedere l’autorizzazione per concepire un figlio. Se, malauguratamente, una donna scoprirà di essere incinta otterrà agevolazioni economiche per rispondere alla gravidanza con un aborto. Le stesse agevolazioni spetteranno alle donne che vorranno procedere con la sterilizzazione. Il prezzo pagato dalla Cina per il raggiungimento dell’obiettivo del calo demografico è stato salatissimo. Le donne sono state costrette ad aborti indotti anche al sesto mese di gravidanza; i figli non autorizzati dal ministero non venivano registrati all’anagrafe per evitare il pagamento della tassa: per lo Stato non sono mai esistiti e mai esisteranno. Il ministero controllava anche il sesso dei nascituri: se maschio era accettato perché la forza maschile era qualità ambita nei lavori più duri; se femmina veniva uccisa o affidata ad un orfanotrofio perché solo fonte di spese. Negli anni Novanta, infatti, le statistiche hanno registrato picchi altissimi di infanticidi femminili in Cina: ne derivò une netta maggioranza di uomini rispetto alle donne – circa trenta milioni di unità in più – che, […]

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Culturalmente

Battaglia di cibo: beffa alla fame nel mondo

In molte zone del mondo si combatte ancora oggi una giornaliera battaglia contro la fame. Risulta, dunque, molto faticoso accettare che, nello stesso mondo, esistano altre zone in cui le festività locali vengono celebrate all’insegna dello spreco di cibo. Uno spreco talmente grande da apparire inopportuno. La battaglia di cibo caratterizza i festeggiamenti di molte ricorrenze in giro per il mondo e consiste in lanci di cibo da parte dei partecipanti. Per appagare semplicemente una fame di divertimento. Lo storico Carnevale di Ivrea ne è l’esempio italiano. È dall’Ottocento, infatti, che il comune piemontese ospita la celebre battaglia delle arance, che si rifà ad episodi di storia medievale: la tradizione vuole, infatti, che su grandi carri colorati i seguaci del feudatario Raniero di Biandrate sfidino a colpi di arance nove squadre di “arancieri” a piedi, i quali rappresentano il popolo insorto contro le leggi del tiranno. Si dà vita, così, ad una divertente sfilata per la quale accorrono sempre più visitatori e partecipanti da ogni parte del mondo. Ma si stima che avvenga lo spreco di centinaia di tonnellate di arance. La battaglia di cibo nel mondo Di origini senza dubbio più recenti è un festival che si tiene ogni anno in provincia di Valencia, nel piccolo comune di Buñol: qui, ogni ultimo mercoledì di agosto, ha luogo la “Tomatina”, una battaglia di pomodori. Una tradizione nata per caso durante il regime franchista quando, nel corso di una festa locale nel 1945, scoppiò una rissa e si usarono come armi gli ortaggi in vendita in una bottega. La battaglia divertì molto e l’anno seguente essa si ripropose, lo stesso giorno, seppur non autorizzata. Il governo cittadino, infatti, in un primo momento si oppose fermamente e la vietò, condannando il grande spreco dell’ortaggio. Dal 1957, però, la battaglia di pomodori di Buñol è stata autorizzata e il comune, dal 1980, ogni anno mette a disposizione dei partecipanti dodicimila pomodori -circa 125 tonnellate- pronti ad essere lanciati da grandi carri verso gente divertita proveniente da tutto il mondo. Beffandosi della miseria dei popoli e della crisi che colpisce il paese. Il successo mediatico della Tomatina di Buñol è stato talmente grande da essere considerata una festa di interesse turistico internazionale ed infatti, sulle sue orme, molti altri paesi hanno accolto nei loro territori la battaglia di pomodori: dal 2011, infatti, si organizzano Tomato fights negli Stati Uniti, a Dallas, Seattle e Reno; dal 2008 in Cina, a Dongguan, dove, in una grande arena costruita per l’occasione, ci si sfida con circa quindici tonnellate di pomodori; dal 2007 a San José de Trojas, in Costa Rica, la battaglia di pomodori conta lo spreco di circa 4000 chili pomodori. Dal 2004 in Colombia, nel comune di Sutamarchán, ogni anno si festeggia con una battaglia di pomodori l’avvicinarsi del raccolto invernale. Ben 20 tonnellate di pomodori, a detta delle autorità troppo maturi per essere consumati a tavola, vengono posizionati al centro della piazza e al fischio d’inizio bambini ed adulti sono pronti a gettarseli addosso. In provincia di Alicante, nel comune di Ibi, ogni […]

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Attualità

Maurizio de Giovanni: scrivo perché non so disegnare

Maurizio de Giovanni dona il suo contributo a F2 Cultura, il grande progetto presentato il 25 novembre di un anno fa dai vertici della Federico II che si rivolge innanzitutto a studenti di università e licei con l’intento cardinale di arricchire il patrimonio culturale di una città che ha sete di sapere. Siamo in una delle piazze più affascinanti di Napoli, dove si percepisce profumo di storia ad ogni respiro; siamo all’interno di uno dei licei più illustri della città, quello dove un tempo bazzicavano Benedetto Croce, Enrico de Nicola, Roberto de Simone; siamo all’interno dell’Aula Magna del Liceo classico Antonio Genovesi, di fronte ad una facoltosa commissione composta dal rettore della Federico II Gaetano Manfredi, dal prorettore Arturo de Vivo, dalla preside del liceo Maria Filippone, dal professore di letteratura italiana Pasquale Sabbatino e dall’affermato scrittore Maurizio de Giovanni. A lui l’incarico di portare avanti un ciclo di sei seminari sulla scrittura di gialli e noir dal titolo Raccontare il lato oscuro dell’anima camminando in città che si protrarrà fino al 2016. Dopo le presentazioni di rito comincia il seminario Romanzo e racconto. Il romanzo, quel gigante dalla grande architettura necessaria, un palazzo dove risiedono i vari punti di vista; il racconto, una scultura dalla conformazione prettamente estetica che prepara al finale con una grande emozione. Maurizio de Giovanni inizia sottolineando l’importanza della lettura. E lo fa indirizzando il pubblico verso un paragone, a mio parere molto significativo, tra un libro ed un film. La lettura è immaginazione: quando si legge si è costretti a dare forma a ciò che è scritto; così la mente lavora, aleggia in luoghi e tempi lontani o vicini, affida un profilo ed una sagoma ai personaggi. Quando si guarda un film, invece, nulla è concesso, tutto è già stato decretato dall’autore, dal regista; sono loro che manipolano le menti del pubblico che, intanto, riposano. È possibile guardare un film in compagnia, e contemporaneamente fare anche altre cose. Leggere, invece, richiede attenzione: si legge da soli e quando non si ha nient’altro da fare. Leggere è complicato perché ci si ritrova registi, sceneggiatori, fotografi e personaggi allo stesso tempo. E se è capitato di vedere un film dopo aver letto un libro, ora si riuscirà a giustificarne la delusione provata. Un libro è un biglietto per un viaggio. Perché un libro deve portare altrove. Ma per farlo deve possedere potere sensoriale: deve essere capace di far vedere il sangue, di sentire l’amore, di avvertire il male, di assaggiare passioni e ascoltare voci. Maurizio de Giovanni ritiene che non tutti i momenti della vita siano adatti per leggere un determinato libro e non di rado può capitare di giudicarne uno in modo negativo per poi riprenderlo in futuro ed apprezzarlo. Non eravamo pronti prima ad aprirci a quelle determinate emozioni. Per Maurizio de Giovanni Napoli è il paradiso della scrittura grazie ai suoi contrasti. Pensare a Via Toledo e ai vicini Quartieri Spagnoli come due mondi così vicini ma così lontani, dove si ascoltano due musiche diverse, dove […]

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Attualità

Vaticano: nuovo scandalo. Vatileaks 2015

Ci risiamo, il Vaticano dopo soli due anni e mezzo torna a tremare: si assiste in questi giorni ad un nuovo scandalo, un nuovo Vatileaks. Roma non sta vivendo certamente i suoi anni più felici. Era il 2012. Il Vaticano era sotto le redini di Papa Ratzinger quando la notizia della pubblicazione di un libro troppo scomodo generò le ire e le preoccupazioni di Piazza San Pietro. Si tratta di Sua Santità. Le carte segrete di Benedetto XVI volume scritto da Gianluigi Nuzzi. In Vaticano c’è un corvo, un ladro, un traditore che ha trafugato le carte segrete indirizzate al Papa e al segretario particolare Georg Ganswein. Le ha date poi allo scrittore. Sì, è lui, il maggiordomo. Semplicemente il maggiordomo. Capro espiatorio o meno, l’uomo viene arrestato con l’accusa di furto aggravato. Anche se in realtà non si sa come abbia potuto agire da solo, indisturbato. Dalla lettura dei documenti ne esce un Vaticano di certo non immacolato, intriso di lotte di potere e di irregolarità finanziarie. Un Vaticano che nasconde i risvolti dei casi Boffo e Orlandi. Un Vaticano che sta organizzando l’uccisione del Papa per favorire l’ascesa del cardinale Angelo Scola. Un Vaticano che cela dietro un alone di mistero incontri segreti e verità proibite. Meno di un anno dopo, Ratzinger si dimette. Forse essere Papa non è poi così piacevole. Fumata bianca: ecco che arriva Francesco, Papa Bergoglio. I fedeli sono sicuri che il Vaticano con lui cambi, che il mondo migliori. Un Papa molto poco intransigente, aperto nei confronti delle problematiche attuali; è contro lo sfarzo e le dimostrazioni di ricchezza plateali. All’inizio del suo pontificato istituisce un organo che possa monitorare l’economia del Vaticano, la COSEA, scegliendone come segretario il monsignor spagnolo Lucio Angel Vallejo Balda e come sua collaboratrice, a sorpresa di tutti, una lobbista esperta in comunicazione, Francesca Chaouqui: unica donna, unica italiana, unica laica in Vaticano. Subito la donna darà filo da torcere: sui social network, infatti, apostrofa come corrotto il cardinale Tarcisio Bertone, rifacendosi al primo Vatileaks, come omosessuale l’ex ministro Tremonti e dà per malato di leucemia Ratzinger. Ma smentirà tutto denunciando un attacco hacker al suo profilo. A Francesco la personalità ribelle della donna va stretta, ma decide di darle tempo e fiducia. D’altronde il perdono è uno dei pilastri del suo pontificato. Ma presto dovrà ricredersi. Nell’aprile 2014 Chaouqui organizza un party sulla terrazza della Prefettura per permettere a vip e politici di assistere da una posizione privilegiata alle commemorazioni di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Il monsignor Balda è complice della bravata: è proprio lui che distribuisce le comunioni ai presenti in calici d’argento. Papa Francesco è costretto, così, ad assistere a ciò che ha sempre cercato di combattere e condannare. Ora è troppo. Il perdono lascia spazio alla delusione. A maggio scioglie la COSEA e prega affinché la donna possa trovare la sua strada. La foto del congedo tra Francesco e Chaouqui viene usata dalla donna per farsi pubblicità in internet. Nuova fuga di […]

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Attualità

Galeotto fu il ristorante: mangiare in carcere

E poi, questo ve lo dico con il cuore, ci sono tante persone che vogliono cambiare vita davvero. […] Perché oggi il carcere non ha niente di “rieducativo” ma è solo un’università del male. Date a queste persone una nuova possibilità. Io sono uno di questi. Voglio pagare la mia pena ma uscire migliore e non peggiore, ritornare alla società e non odiare la società. Grazie per avermi ascoltato. Queste le parole con cui si chiude una lunga lettera di un detenuto del carcere di Poggioreale pubblicata sul Corriere della Sera nel 2012. Parole sulle quali riflettere. Parole che potrebbero cambiare totalmente l’opinione che noi, uomini liberi, abbiamo del carcere. Chi ha mai creduto che la detenzione in carcere generasse nel detenuto un pentimento? Chi ha mai creduto che un rigido 41bis servisse davvero ad un uomo di mafia per migliorare? Chi ha mai creduto che un regime carcerario duro potesse far sì che il detenuto, una volta fuori, non ricommettesse lo stesso reato? In carcere non si hanno gli spazi per migliorare, non si hanno i modi per reinventare nuovi uomini, migliori. Si ha solo tempo, troppo tempo per non far niente, per pensare. Pensare a ribellarsi quando si sarà liberi. Ribellarsi ai modi con cui si è trattati. Come animali in gabbia. Perché in carcere non è concessa distrazione. Ne nasce rabbia, una rabbia verso il prossimo che taglia le ali a quella voglia di cambiare che stava per posarsi sulle coscienze. Anche i detenuti di un carcere hanno diritto ad una seconda possibilità e solo dando un senso alla loro prigionia potranno rinascere ed essere salvati da quel baratro in cui sono precipitati. Da questa prospettiva nascono importanti progetti che mirano al recupero e al reinserimento dei detenuti nella società attraverso la creazione di aree di ristorazione all’interno delle carceri, nelle quali i reclusi lavorano, imparano, migliorano e guadagnano. Fare in modo che capiscano che lavorare e guadagnare il salario onestamente sia meglio che rubare. Fare in modo che imparino le buone maniere nei confronti della clientela, il rispetto degli orari e, soprattutto, un mestiere da sfruttare quando la libertà sarà raggiunta. L’idea di aprire i cancelli di un carcere ad un ristorante è partita dallo chef britannico di origini italiane Alberto Crisci che nel 2009 ha dato vita nel Regno Unito alla catena The Clink, iniziando dal carcere di High Down per poi proseguire in quelle di Styal, Bristol e Cardiff. Nella capitale del Galles il successo è stato incredibile: a trenta detenuti ne è affidata la gestione e lavorano in modo così impeccabile – sia in cucina che in sala – che il The Clink è recensito ottimamente in internet. Mangiare in carcere in Italia Sulle orme inglesi, l’Italia ha dato vita ad un progetto analogo: mangiare in carcere. Un’azione che fino a qualche giorno fa avremmo giudicato possibile solo per i detenuti. O, al massimo, per le guardie carcerarie. E, invece, non occorre commettere reati per farlo: il carcere milanese di Bollate dal 26 ottobre ospita […]

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Culturalmente

Comunità matrilineari: una differente realtà

Constatare che al giorno d’oggi esistano comunità organizzate in strutture matrilineari potrebbe sorprendere non poco. In fondo la storia ci ha insegnato che sin dall’antichità il compito di continuare la discendenza parentale è sempre spettata all’uomo, il quale ha garantito, fino ad oggi, la prosecuzione del cognome attraverso i figli. Qualcuno sostiene, però, che nell’età primitiva prevalessero le comunità matrilineari in forma di matriarcato e che la famosa storia delle Amazzoni si rifacesse proprio a quel periodo: le Amazzoni, donne guerriere, escludevano dalla loro società qualsiasi uomo e uccidevano o restituivano al padre ogni figlio maschio, non dopo averlo reso incapace di combattere. I greci, noti forse più dei romani per il loro maschilismo, giudicavano negativamente questo mito e relegavano alla donna solo ruoli secondari. E questo è stato il destino della donna di famiglia nei vari secoli: nel Medioevo come nel Rinascimento, passando per l’Umanesimo, la donna non ha mai avuto potere decisionale. Era inconcepibile pensare a strutture matrilineari. E così fino al secondo Dopoguerra quando è salita a galla la questione dell’autonomia della donna e i suoi diritti. Seppur in forte minoranza rispetto ai diffusi canoni patrilineari, ancora oggi si possono toccare con mano realtà matrilineari in giro per il mondo. La donna è la figura centrale intorno alla quale gravita tutto: a lei spettano le competenze genitoriali, le decisioni più importanti della famiglia e il prosieguo del cognome. Comunità matrilineari nel mondo In Africa le tribù matrilineari sono numerose. A nord del fiume Zambesi le etnie Yao e Makonde hanno preservato una millenaria tradizione di matrilinearità: i figli e il patrimonio appartengono alla madre e, dopo il matrimonio, spetta al marito trasferirsi nel villaggio della moglie. Presso il popolo dei Makua, in Mozambico, al padre non spetta la patria potestà e il cognome dato ai figli sarà quello materno. Nell’Africa occidentale spicca la tribù Kru e in Ghana quella Akan. L’etnia Kongo, presente nell’Africa centrale, era riuscita in passato a costituire il Regno del Kongo su strutture matrilineari, dove i figli appartenevano al lignaggio della madre e allo zio paterno ne erano affidate le responsabilità e l’autorità. Una tribù con strutture matrilineari è presente anche tra Colombia e Venezuela: è quella Wayùu che conta circa trecentomila persone al suo interno. In Asia, nella provincia cinese dello Yunnan, risiede la tribù dei Mosuo che oltre ad essere spiccatamente matrilineare, con conseguente ruolo marginale dell’uomo, possiede costumi davvero interessanti e particolari. Le leggi che ne regolano la sopravvivenza non prevedono il matrimonio: la vita sentimentale è totalmente distinta da quella familiare. Ogni famiglia è presieduta da una capofamiglia detta Dabu, la donna più anziana alla quale spettano tutte le decisioni. Nei Mosuo nascere donna è considerata una benedizione. La figlia femmina fino ai tre anni vive con la madre, poi fino ai tredici con la Dabu che la educa. Raggiunta la maggiore età, i tredici anni appunto, la ragazza riceve le chiavi della camera dei fiori, dove potrà ospitare ogniqualvolta vorrà degli uomini per intrattenere rapporti amorosi. Gli ospiti dovranno porre […]

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Attualità

Camorra, indifferenza e omertà

È mezzanotte nel rione Berlingieri. Il quartiere dorme. La camorra torna a sparare. Domenico ha solo ventiquattro anni ma una fedina penale già imbrattata da spaccio di droga e da una rapina in gioielleria. Dagli inquirenti è ritenuto un affiliato della camorra: è sotto le redini del clan della Vanella Grassi di Secondigliano. È con suo fratello Mariano, incensurato, nel silenzio di una notte qualsiasi. Insieme scorrazzano nei meandri del quartiere in sella ai loro scooter. Si fermano in Via Monte Faito. Qualcuno gli si avvicina e apre il fuoco. Non si è mai troppo al sicuro quando la camorra è la propria casa. I colpi uccidono Domenico e feriscono Mariano. Ma non svegliano il quartiere. Mariano raggiunge l’ospedale più vicino convinto che di lì a poco Domenico lo avrebbe raggiunto, ferito anche lui. Ma suo fratello è morto. E lui non lo sa ancora. Lo scoprirà solo tre ore dopo quando, ritornato in Via Monte Faito con gli inquirenti, vedrà il suo corpo insanguinato sull’asfalto. Ancora lì. Perché nessuno ha chiamato le forze dell’ordine. In fondo tutti dormivano a mezzanotte. Di sabato sera. Nel rione Berlingieri. La camorra ha educato in modo impeccabile i sudditi: non guardate, non ascoltate, non riferite. Siate schiavi dell’indifferenza, dell’omertà. Altrimenti guai a voi e ai vostri parenti. Scene già viste nella Napoli della camorra. Ma non nei film, non nelle fiction. Scene di vita quotidiana, riprese dalle telecamere di videosorveglianza. Scene maledettamente realistiche. Dove il morto non conta niente. Conta solo mettersi al sicuro, fuggire e fare finta di niente. La camorra genera indifferenza Era l’11 maggio 2009. La camorra quel giorno scelse come obiettivo Mariano Bacioterracino. È all’esterno di un bar molto frequentato, nel quartiere Sanità. Il killer spara, uccide e si allontana a piedi, in tutta tranquillità. La tranquillità del mestiere. Il corpo esanime di Mariano giace a terra. La zona è affollata, non è mezzanotte. Alcune persone rientrano nel bar, impaurite. Un uomo prende in braccio la figlia e fugge. C’è chi passa, dà uno sguardo e va via. Una donna scavalca il cadavere. Smuove il corpo tirandogli la camicia bianca che indossa, lo guarda in faccia e grida qualcosa. Lo scavalca di nuovo e si allontana. Chiamare un’ambulanza è fuori discussione. Chiamare la polizia è inopportuno. Il 26 maggio dello stesso anno la camorra sottopone la città ad un’altra prova. Questa volta siamo nella Pignasecca. Un comando formato da quattro motociclette apre il fuoco verso un bersaglio del clan avversario, quello dei Mariano dei Quartieri Spagnoli. E anche questa volta la camorra uccide. Ma non il suo bersaglio. A morire è Petru Birlandeanedu, un innocente. Dopo essere stato colpito, Petru fugge all’interno della stazione della Cumana, porta la moglie al sicuro da altri spari impazziti e si accascia a terra, vicino alla macchina obliteratrice dei titoli di viaggio. La gente in preda al panico fugge. Vede Petru sanguinante e sente la moglie gridare aiuto. Ma preferisce obliterare il biglietto, scattare qualche fotografia, allontanarsi. E lasciare morire Petru. Nessuno contribuì alle indagini, eppure […]

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Attualità

Corrida: tradizione o carneficina?

Il ruedo è gremito di gente: tutti attendono l’inizio. Le musiche del paso doble creano l’atmosfera giusta. Ecco entrare le cuadrillas che si presentano al loro pubblico in una colorata sfilata: toreros e picadores sono pronti ad affrontare con maestria e destrezza tori feroci e cruenti in una lotta alla pari. A chi spetterà la vittoria, all’uomo o al perfido animale? I valletti aprono la stalla, il toril. Ne esce un toro, correndo, in cerca di una via di fuga. Gli spettatori applaudono. Il toro cerca di difendersi con l’unica arma in suo possesso, due solide corna. Ma subito viene trafitto al collo da una lunga lancia, la vara de picar, che inizia a renderlo inerme. Il toro sanguina. Gli spettatori applaudono. Il compito del picador a cavallo è terminato, ora tocca al torero. Con le oscillazioni di un manto rosso distrae l’animale e con uno spadino, lungo circa novanta centimetri, lo colpisce. Gli spettatori applaudono. Ad ogni colpo gridano un Olè carico di soddisfazione. Il toro è stato sconfitto, il torero è il vincitore. È stato particolarmente abile: gli spettano le orecchie e la coda del toro. Come trofeo da portare a casa. Compiaciuto, il matador esce dall’arena. Anche il toro lascia l’arena. Presto verrà macellato. Folklore spagnolo. Un folklore, però, di cui va fiero solo un superfluo numero di cittadini iberici. Infatti ben l’82% della popolazione si è professata contro la corrida ma, per il momento, solo la Catalogna, le isole Canarie e, da qualche giorno, le Baleari ne hanno promosso il severo divieto. Hemingway scrisse: «La corrida […] non è una gara o un tentativo di gara tra un toro e un uomo. È piuttosto una tragedia; la morte del toro, che è recitata, più o meno bene, dal toro e dall’uomo insieme e in cui c’è pericolo per l’uomo ma morte sicura per l’animale». I sostenitori delle corride, infatti, difendono una tradizione millenaria fatta di lotte chiaramente impari. I numeri parlano chiaro: nell’ultimo secolo sono morti in arena quaranta tra toreros e picadores ma non è mai sopravvissuto un toro, se non a Marbella lo scorso agosto quando il torero Morante de la Puebla si è lasciato convincere da alcune contestazioni anti-corrida. Ma come è possibile che i tori, sin dall’antichità simbolo di forza e potenza, trovino così difficoltoso avere la meglio su un uomo che gli gironzola intorno sventolando una stoffa rossa? Il discorso è tanto semplice quanto atroce. Piacerebbe pensare che i simpatizzanti della corrida non sappiano delle torture a cui sono sottoposti gli animali prima di accedere al ruedo ma il male riservato loro è, ormai, alla portata di tutti. Rispettare la tradizione, fare finta di niente, cullarsi nella scusa che i tori vengono macellati anche se non partecipano alle corride e divertirsi: queste le loro leggi. Leggi pagate a caro prezzo dai tori che vengono drogati, purgati, i loro occhi accecati dalla vasellina, la gola e il naso ostruiti dalla stoppa. Per non parlare delle profonde ferite, degli abrasivi sugli zoccoli, della fame che […]

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Attualità

Via Pino Daniele: una targa per sempre

Via Pino Daniele: una scelta presa in considerazione da subito. Richiesta e desiderata dal popolo napoletano sin dalla magica notte in Piazza del Plebiscito dove le voci dei giovani, degli anziani e dei più piccoli si incrociavano per ricordarlo, per sempre. E così il desiderio è stato esaudito: la città di Napoli può godere e vantarsi di aver regalato al suo Pino una delle strade del centro storico, situata a pochi passi da Piazza Santa Maria La Nova, dimora adolescenziale dell’artista, e dalla scuola “Oberdan” che egli frequentò in gioventù. Via Pino Daniele: un regalo esiguo, penseranno in molti, a confronto dei tanti pezzi musicali che Pino ha donato al mondo. La delibera della Giunta comunale arrivò il 3 agosto: Vicoletto Donnalbina cede il posto a Via Pino Daniele e per i più distratti la targa ricorda anche la professione dell’artista. Alla cerimonia di inaugurazione il sindaco De Magistris, circondato da familiari, amici e fans del cantante, ha anche annunciato di voler riproporre la stessa incantevole atmosfera di quella notte alle falde del Palazzo Reale informando i presenti che Napoli festeggerà il Capodanno 2016 in nome e in ricordo del suo Lazzaro felice. Come se la città si dovesse illudere che quello visto in televisione un anno prima non fosse stato veramente l’ultimo, quando da Courmayeur cantò per l’ultima volta sulle dolci note di Quando e il resto dell’Italia iniziava il countdown per brindare all’anno che di lì a poco sarebbe arrivato. Non sapendo che tutto ciò che sarebbe rimasto da chiamare col suo nome, dopo la musica, sarebbe stata proprio via Pino Daniele. Dopo Pino anche Massimo Troisi tra i vicoli napoletani Ma non è tutto. Quella stessa delibera accolse anche un’altra proposta. Altrettanto piena d’amore per la città. Napoli ha dei pilastri culturali da venerare e che non vuole dimenticare; vuole tenerli in vita per riscatto, per vanto, per immenso affetto. E così da Piazza Amedeo, qualora volessimo arrivare in Piazza Roffredo Beneventano, potremmo percorrere Via Francesco Crispi e dopo qualche centinaio di metri prendere la scalinata sulla sinistra: così attraverso le scale Massimo Troisi eccoci a destinazione. L’inaugurazione, a detta del sindaco, è prevista a breve, la città è dunque in attesa di festeggiare un’altra conquista, di ricordare il suo Massimo dopo aver inaugurato via Pino Daniele. Due quartieri distanti, due quartieri diversi che l’opera risanatrice di fine Ottocento delineò come zona “bene” e ventre paravento di misere realtà quotidiane. Ma poco importa oggi delle differenze e delle polemiche: ai napoletani piace solo credere che un attore e un musicista si incontrino, di notte, per le strade della città, sorseggino un caffè dinanzi al Monastero di Santa Chiara e passeggino verso la Riviera di Chiaia, ammaliati dalle bellezze di Napoli e lusingati dai doni dei cittadini.

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Pet’s bar e Neko cafè: movida a quattro zampe

Se fino a qualche decennio fa l’attenzione della società nei confronti dei nostri amici a quattro zampe era molto scarsa, adesso può considerarsi notevolmente aumentata grazie soprattutto a campagne di sensibilizzazione contro l’abbandono e a leggi che ne regolano la presenza negli spazi pubblici. É appunto del 2010 un’ordinanza che ne sancisce il libero accesso in ristoranti, bar, negozi, uffici, a patto che i cani siano portati al guinzaglio, e qualora servisse indossino la museruola, e i gatti siano all’interno di un trasportino. Ma, seppur raggiunti importanti obiettivi in merito, la questione ha superato qualsiasi aspettativa. Sulla scia di un’iniziativa nata nel 2012 a Newcastle, che ha aperto le porte al primo pub al mondo per cani, a Sesto Fiorentino, nello stesso anno, apre il primo bar per cani in Italia: se nel primo caso il nostro amico potrà assaporare insieme al padrone biscotti, dessert e birra, nel caso toscano dovrà accontentarsi di croccantini ed acqua fresca. Qualora, invece, il nostro amico abbia anche voglia di socializzare, dal 2014 esiste il luogo che fa per lui: il Bau Bar di Torino ha creato un ambiente familiare dove non solo il nostro cane avrà l’opportunità di gustare menù ad hoc ma anche di giocare spensierato con altri cani in una delle sale arredate su misura per loro. Per quelli dal palato più fine, invece, si consiglia di raggiungere al più presto Berlino e recarsi al famosissimo Pets Deli, ristorantino chic per animali che, oltre ad offrire una vasta scelta tra menu di terra, di mare e addirittura vegetariano, dà anche la possibilità di intrattenersi nel confortevole salottino per familiarizzare con altri animali e padroni. Per gli amanti dei gatti, invece, è da considerare il RistoMiao di Gussago che permetterà al nostro amico di degustare squisite crocchette e morbide mousse. I Neko Cafè e l’ultima frontiera I Neko Cafè sono bar nei quali si avrà la possibilità di sorseggiare caffè e bere aperitivi in compagnia di teneri felini. L’espressione è di origine giapponese e il termine “neko” vuol dire, appunto, “gatto”. L’idea di creare questo tipo di locale è stata favorita da recenti scoperte scientifiche che hanno segnalato come le fusa dei gatti rallentino il ritmo cardiaco, abbassino la pressione, guariscano i reumatismi e facciano bene all’artrite. Il primo Neko Cafè al mondo aprì nel lontano 1998 a Taiwan che mantenne l’esclusiva fino al 2004, anno in cui Osaka decise di seguirne l’esempio. Dal Giappone, l’originale novità, passando per gli Usa con il Miao di Boston, arriva nel 2012 a Vienna dove si dà vita al primo Neko Cafè in Europa, seguito nel 2013 dal Cafè des chats nel quartiere Marais di Parigi, da La gatoteca di Madrid, poi da Berlino, Budapest, Londra. In Italia il primato va al Miagola Cafè di Torino aperto nel 2014 che invita i clienti con il simpatico slogan “Vieni a gustare un buon caffè o un gattuccino in compagnia dei nostri a-mici gatti“. A Roma, invece, se i gatti ci affiancheranno nella nostra cena vegana o raw nel locale Romeow, a Milano è attesa per la […]

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Il ritorno della lupara bianca tra sangue e mistero

Un’automobile parcheggiata, crivellata di colpi; tracce di sangue sul selciato tra le quali si scorgono le chiavi dell’auto, una Panda bianca. Questa la scena che si presenta agli occhi degli agenti sabato 3 ottobre, in Via Alfonso D’Avalos, nel quartiere Arenaccia, a qualche centinaio di metri dalla Stazione centrale. Presumibilmente all’interno dell’auto si troverà un cadavere, vittima di un agguato o di una rapina, al quale si darà un nome e si procederà con le solite indagini. Tutto troppo semplice. Spalancato lo sportello della Panda si susseguono scoperte macabre, raccapriccianti: sangue sulla tappezzeria, materia cerebrale sul sediolino e un paio di occhiali appoggiati sul volante: nessun corpo, nessun cadavere. Niente che suggerisca se la persona sia stata uccisa o semplicemente ferita. Gli ospedali della città non hanno ricevuto nessun ferito compatibile con la dinamica. La Lupara Bianca è tornata Il lavoro degli agenti risulta arduo sin dall’inizio: in assenza di prove, il primo passo da compiere è quello di risalire al proprietario dell’auto e prelevare le tracce ematiche, cercando di stabilire a chi appartengano. L’intestatario della vettura è un sessantottenne che sostiene di aver prestato l’auto al fratello Michele ed i risultati delle analisi rafforzano la sua tesi: quel sangue appartiene a Michele Di Biase, cinquantasettenne al servizio del clan Mallardo, operante a Giugliano soprattutto nel campo degli stupefacenti. Il quadro inizia così a delinearsi. La zona dell’Arenaccia è nelle mani del clan Contini, storicamente legato da un patto di sangue con il clan Licciardi di Secondigliano e il clan Mallardo sin dagli anni Ottanta: la cosiddetta Alleanza di Secondigliano. Probabilmente Michele, detto Paparella, avrà commesso uno sgarro nei confronti dell’alleanza e sarà stato punito con la morte o con profonde ferite. Già, perché a tutt’oggi del corpo non si ha nessuna traccia. Alla luce dei fatti, gli inquirenti stanno portando avanti l’ipotesi di lupara bianca, una tecnica punitiva silenziosa, tipica degli ambienti criminali, che consiste nell’uccidere il prescelto e occultarne il cadavere. L’espressione si rifà ad un tipo di fucile, appunto la lupara, usato nella caccia ai lupi, modificato artigianalmente da un tornitore di fiducia che ne lavora con cura canne e manico per renderlo il più simile possibile ad una pistola, i cui colpi uccidono la preda in pochi secondi. È la più atroce delle pratiche: la vittima d’improvviso non esiste più, la famiglia non ha una tomba sulla quale andare a piangere. Perché probabilmente il corpo sarà stato murato in qualche costruzione edile. Sarà stato gettato in mare con un peso al braccio. O sarà stato sciolto nell’acido. Questo ci insegnano le deposizioni dei pentiti di mafia, ‘ndrangheta e camorra. Nel 2010 grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonio Pitrollo si riuscì a far luce sulla vicenda del boss di Cosa Nostra Giuseppe Mililli, scomparso nel nulla nel 1998: la sua sorte fu affidata ad un fusto di gasolio che, prendendo fuoco, lo bruciò vivo. Nel 2011 la testimonianza di un ex affiliato all’ ‘ndrangheta, Antonino Belnome, svelò il mistero intorno alla sparizione di un altro […]

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