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Eroica Fenice

Recensioni

Caravan Teatro presenta LAMINORE al Caos Teatro

Il 23 e il 24 marzo scorsi al Caos Teatro di Villaricca (NA) è andato in scena lo spettacolo LAMINORE della compagnia Caravan Teatro, penultimo appuntamento della stagione teatrale del Caos Teatro. Caravan Teatro e la rivalsa de La Minore Scritta e diretta da Giovanni Del Prete, con Francesca Iovine (scene e costumi di Francesco Felaco, organizzazione a cura di Maria Teresa Monda), la pièce racconta il complesso rapporto tra due sorelle: la maggiore è bravissima in ogni cosa, supera la minore in qualsiasi attività, sportiva e non, e anche nell’amore dei genitori. Questo suscita irritazione e sentimenti di rancore e invidia nella minore. Un giorno però, nel corso di una lezione di piano, il maestro – che ha assegnato il compito di eseguire il valzer di Chopin n. 19 Opera Postuma in La minore – , è costretto ad ammettere che la sorella maggiore lo ha eseguito male. In quell’episodio, che le restituisce una sorella maggiore più “umana”,  la minore intravede la possibilità di primeggiare in qualcosa per la prima volta nella sua vita e decide che quel brano sarà la sua rivalsa nei confronti della sorella. Nel volersi prendere una rivincita la sorella minore però metterà in luce ben altre verità… Una sorella ingombrante “Se non capisci come una donna possa amare teneramente sua sorella e al tempo stesso aver voglia di torcerle il collo, allora probabilmente sei figlio unico”. Questo aforisma della scrittrice statunitense Linda Sunshine descrive perfettamente il rapporto tra sorelle. Chiunque abbia un fratello o una sorella sa bene infatti quanto possano essere insopportabili a volte, ma sa anche che il loro è un legame indissolubile, che l’amore che provano l’uno per l’altro va oltre le distanze e le incomprensioni. Di solito avere una sorella maggiore significa avere una sorta di seconda mamma che protegge e si prende cura dei fratelli e delle sorelle minori, o quantomeno un’amica sincera.  Ma cosa succede invece se la figura della sorella maggiore diventa ingombrante e ciò genera sofferenza nella minore? Questo è proprio il caso della protagonista della storia raccontata dalla compagnia Caravan Teatro, Greta. Ispirandosi alla storia di Caino e Abele, i membri della compagnia hanno deciso di portare in scena la complessità del rapporto tra due sorelle. Perla, la sorella maggiore di Greta, è l’esatto contrario del “prototipo” di sorella maggiore che abbiamo descritto poco più sopra. Tra lei e sua sorella minore c’è distanza. Perla, come detto in precedenza, primeggia in tutto, anche nell’amore dei genitori. Greta tenta di somigliarle, di capire quale sia il suo segreto ma non riesce ad eguagliarla, continua a restare all’ombra della sorella e questo la fa impazzire. “Tra sorelle ci si dovrebbe scambiare i vestiti, i trucchi, uscire insieme, essere complici”, dice Greta. Tutto questo tra lei e la sorella non avviene. Le due sono distanti, come i letti nella loro camera; non c’è dialogo, non c’è complicità. “Un fratello o una sorella non si scelgono, si trovano e si subiscono”, continua. Greta soffre e il suo dolore la […]

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Musica

Riflessioni allo Specchio: intervista agli Orkestrina

Si intitola “Specchio” il nuovo album degli Orkestrina, la band emiliana fondata da Erik Montanari e Davide Massarini nel 2013, protagonista con il brano “La notte giudica” alla finale del Premio Bertoli 2018 che ha visto sfidarsi 8 nuovi cantautori selezionati tra tantissimi concorrenti nelle semifinali. “La notte giudica” è il primo singolo estratto da “Specchio” ed è un inno alla notte, “testimone silente che avvolge e amplifica rivelando certi dolori dell’anima e le ipocrisie dell’uomo”. Perderci e ritrovarci davanti ad uno specchio Pubblicato da Layell Label/iMusician, “Specchio” è il terzo album della band, dopo “Orkestrina MillEmilia” con cui ha esordito nel 2013 e “Lanterna muta” del 2016, suonato tra gli altri con Max Ghiacci e Francesco Moneti dei Modena City Ramblers. Il nuovo disco – contenente 8 brani, tra cui un omaggio al cantautore abruzzese Ivan Graziani – descrive in veste pop/rock “il riflesso, il riverbero, le riflessioni davanti ad uno specchio tanto utile a perderci quanto a ritrovarci”, come dichiarato dagli stessi Erik Montanari e Davide Massarini. Orkestrina: “Liberi di sperimentare” Gli Orkestrina spaziano dal folk al pop/rock, ma non amano le etichette. “Più che un genere –dicono – semplicemente amiamo creare canzoni per chi avrà voglia di ascoltare”. Noi di Eroica Fenice li abbiamo intervistati per conoscerli meglio. Buona lettura! Quando e come nascono gli Orkestrina? Davide: “Io ed Erik ci conosciamo sin da ragazzi. La passione per la musica ci accomuna e ci ha portato ad incontrarci diverse volte, sebbene con progetti differenti, nei vari eventi live che la provincia reggiana offriva negli anni 90. Nel 2011 Erik mi contattò su Facebook. Era un po’ di anni che non ci vedevamo e mi dice: “Davide abbiamo organizzato una partita di calcetto tra musicisti come da ragazzi, ci sei?!”. La partita non l’abbiamo mai fatta però abbiamo registrato tre album”. Quali sono le vostre influenze musicali e da dove traete ispirazione per i vostri testi? Davide: “Non so se ci influenzano. Erik è certamente un estimatore dei Beatles mentre io sono più legato a Nick Drake e David Sylvian… poi ci incontriamo sul cantautorato italiano. I testi nascono spontaneamente dal nostro sentire”. “Specchio” è il vostro terzo album, perché questo titolo e cosa c’è in più in questo lavoro rispetto ai due precedenti? “Ci siamo accorti che “Specchio” è una parola ricorrente in diversi brani del disco. Se ci pensiamo viviamo nell’epoca degli specchi e anche i social sono questo con il rischio di perdersi, confondersi, diventarne dipendenti.  In questo disco abbiamo voluto fare una incursione pop e abbiamo volutamente messo poca fisarmonica anche se dal vivo è sempre presente e tornerà nel prossimo disco, ma ci piace essere liberi di sperimentare… Siamo in cammino”. Il primo singolo estratto dall’album è “La notte giudica”, pezzo che vi ha portato alla finale dell’edizione 2018 del Premio intitolato a Pierangelo Bertoli. Perché avete scelto di presentare proprio questo brano, che è un omaggio alla notte? “Ci pareva tra i brani meglio realizzati del disco. Rappresenta uno spaccato di immagini […]

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Musica

Tuttoècomesembra, intervista agli Stanley Rubik

Tuttoècomesembra è il nuovo album della band romana Stanley Rubik, pubblicato l’11 gennaio per Metratron/INRI. Il disco, contenente 10 tracce (1. Roberto – 2. Agosto – 3. I Mostri Di Bosch – 4. Persona – 5. Kreuzberg – 6. Tempesta – 7. A Cosa Stai Pensando? – 8. Lungo Estese Orbite – 9. Kintsugi – 10. Monolite), è stato anticipato dai video di “Kreuzberg” (premiato al FIM 2018 come miglior videoclip indipendente) e “Agosto”. Chi sono gli Stanley Rubik Nati nel 2013, esordiscono con il loro primo Ep “lapubblicaquiete“, pubblicato per Cosecomuni. Nel 2015 diffondono l’album “Kurtz sta bene”, il primo targato INRI. L’anno seguente vincono il contest “Lunga Attesa” sonorizzando e interpretando il testo del singolo dell’ultimo lavoro dei Marlene Kuntz e aprendo così alcune date importanti dei loro tour. Nel 2019 tornano con il nuovo album “Tuttoècomesembra”, dove – dicono – “ogni cosa è com’è o come ci sembra di aver visto, in un colpo d’occhio, un lapsus visivo”. Tuttoècomesembra è un progetto post-electro, come lo ha definito la stessa band, “un’esperienza immersiva e pervasiva”.  Per saperne di più abbiamo intervistato il gruppo romano. Buona lettura! Intervista agli Stanley Rubik Innanzitutto, per chi ancora non vi conoscesse, chi sono gli Stanley Rubik e perché questo nome? È un gioco di parole, ci sono gli anni ‘80, c’è un rompicapo, c’è la visione di un regista e tutto viene miscelato insieme in questo progetto. Diciamo che di ‘syntetico’ abbiamo solo il suono. Che musica fanno gli Stanley Rubik? Facciamo musica con sintetizzatori, batteria acustica e elettronica, chitarra e voce. Ci definiamo un po’ ironicamente “post-electro” perché puntiamo a fondere elettronica e rock in modi nuovi, ma semplicemente detestiamo in maniera cordiale le definizioni e invitiamo tutti ad ascoltarci per scoprire le nostre sonorità. “Tuttoècomesembra” è il vostro secondo album. Com’è nato questo lavoro e quali sono le novità rispetto al precedente “Kurtz sta bene”? Tuttoècomesembra è un nuovo lavoro più diretto, più elettronico e più scuro rispetto al precedente Kurtz sta bene. Dal primo disco siamo cambiati e anche il nostro set ne ha risentito. Quando sei in giro per live hai modo di definirti e caratterizzarti maggiormente. Questo disco fa parte di un percorso. Penso che la nostra musica sia per ognuno di noi un percorso personale e il cambiamento è alla base della crescita. Quindi questo disco suona diverso perché rifletteva direttamente questa idea di fondo. Perché “Tuttoècomesembra” e perché tutto attaccato? Perché per noi scriverlo attaccato è come pronunciare un mantra per autoconvincerci e convincere che la realtà è così come si presenta. Perfettamente imperfetta. Nel presentare il vostro nuovo lavoro avete specificato: “Non uscirà sotto forma di disco, anche se suonerà lo stesso. Sarà un mazzo di tarocchi”, spieghiamo cosa intendete… Il nostro lavoro è rappresentato da un mazzo di carte. Ogni carta rappresenta un brano del disco con delle illustrazioni visionarie di Ilaria Meli. Attraverso un Qr code integrato nell’immagine è possibile scaricare ogni singola traccia del disco. Le illustrazioni sono la diretta espressione di questa imperfezione che […]

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Musica

Sanremo 2019, la terza serata: tra cantanti, gag e “super” ospiti

Sanremo 2019, la terza serata: com’è andata? Superata l’emozione del debutto e archiviata la seconda serata, il Festival di Sanremo 2019 prosegue con la terza serata. Nonostante il calo di ascolti ed un ritmo più lento rispetto allo scorso anno, la kermesse canora resta comunque seguitissima e, in un modo o nell’altro, riesce a far parlare di sé, soprattutto sui social. Da Twitter a Facebook, infatti, gli utenti non perdono occasione per commentare e ironizzare su quanto accade nel corso delle serate festivaliere. Anche la terza serata ha riservato momenti top e momenti down, creando spunti di discussione. In scena gli altri 12 cantanti in gara e tanti ospiti. Sanremo 2019, la terza serata: il resoconto La terza serata della 69° edizione del Festival di Sanremo si apre sulle note di “Viva l’Inghilterra”, brano del 1973 di Claudio Baglioni. Il direttore artistico si esibisce sul palco dell’Ariston attorniato dal corpo di ballo in abiti scozzesi. Subito dopo Baglioni introduce i suoi compagni di viaggio, Claudio Bisio e Virginia Raffaele,  che definisce rispettivamente The King e The Queen. Dopo aver ricordato il regolamento con un siparietto non indispensabile e aver aperto il televoto, il trio di conduttori dà il via alla gara. Il primo ad esibirsi è il giovane Mahmood in gara con il brano “Soldi”, scritto in collaborazione con Charlie Charles e Dardust.  La canzone parla di come i soldi possano cambiare i rapporti all’interno di una famiglia; racconta di una figura paterna concentrata più sui soldi che sull’affetto. Musicalmente parlando, il pezzo più contemporaneo di questa edizione del festival. A seguire Bisio, che continua ad indossare giacche di dubbio gusto, annuncia l’esibizione del secondo cantante in gara, Enrico Nigiotti con “Nonno Hollywood”, un brano che il cantautore livornese ha dedicato al nonno recentemente scomparso. A brani dedicati alla figura della madre o del padre eravamo già abituati, mentre per la prima volta dal palco dell’Ariston viene presentato un brano dedicato alla figura del nonno. Un pezzo molto personale, ma coinvolgente. Nigiotti si esibisce con grinta e passione (forse troppa, ma è emotivamente coinvolto, quindi capiamo) e commuove. La platea apprezza e gli tributa un lungo applauso. Ci permettiamo però di muovere una critica al suo look: Enrico, cambia pettinatura! Claudio Bisio torna sul palco con un grammofono trovato nel backstage dell’Ariston. «Forse i più giovani non sanno neanche cosa sia – dice – mentre i più vecchi avranno un effetto nostalgia», poi lo accende; a questo punto entra in scena Virginia Raffaele che con la sua voce dà vita al grammofono,  intonando la famosa “Mamma”: il giradischi s’inceppa, si spegne, si riaccende, accelera la velocità. In questi numeri, che esaltano la sua bravura, ritroviamo la vera Virginia Raffaele, che in questo Festival appare troppo costretta in vesti non sue. E’ il momento del primo superospite della serata, il grande Antonello Venditti che, seduto al pianoforte, canta uno dei pezzi più belli della sua discografia “Sotto il segno dei pesci”. Dalla platea lo raggiunge Baglioni; dopo aver raccontato qualche aneddoto – […]

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Musica

Gruppi anni 80, la musica che non passa mai di moda

La storia della musica è ricca di artisti e canzoni che hanno segnato un’epoca. Alcune epoche restano però più di altre impresse nella memoria, è il caso dei favolosi anni 80.  Possiamo infatti affermare senza indugio che, soprattutto dal punto di vista musicale, questo decennio ha lasciato il segno in quanto ha visto emergere ed affermarsi numerosi musicisti divenuti poi icone a livello mondiale; in particolare molte band, alcune ancora in voga oggi. Impossibile nominarle tutte, ma proviamo qui a proporre una selezione dei gruppi anni 80 che più hanno fatto parlare di sé. Cosa resterà di questi anni 80 (e della musica anni 80)? Sul finire degli anni ’80, in una sua famosa canzone, Raf si chiedeva cosa sarebbe rimasto di questo decennio. Sotto il profilo musicale questo decennio ha lasciato decisamente molto. Erano gli anni dell’esplosione della musica new wave. Una “nuova onda” musicale andava affermandosi con la nascita di innumerevoli gruppi, passati poi alla storia. Come non ricordare ad esempio gli Eurythmics, il duo britannico formato da Annie Lennox e dal chitarrista e polistrumentista David A. Stewart – attivo dal 1980 al 1989 e, successivamente, dal 1999 al 2005 – che insieme ad altri nomi importanti hanno definito la scena synth pop. Gli Eurythmics pubblicarono il loro primo album nel 1981, ma raggiunsero l’apice del successo solo nel 1983 con il singolo Sweet Dreams (Are Made of This), estratto dall’omonimo album. Seguirono altre hit come Here Comes the rain again – contenuta nel disco Touch, uscito sempre nel 1983 – che consacrarono definitivamente il duo. Il quarto album, Be Yourself Tonight, pubblicato nel 1985, seppur meno innovativo rispetto ai precedenti, dominò le classifiche anglofone, grazie soprattutto ai singoli Would I Lie To You? (top 5 in USA), There Must Be an Angel (Playing with My Heart) (con Stevie Wonder all’armonica), It’s Alright (Baby’s Coming Back) e Sisters Are Doin’ It For Themselves, con Aretha Franklin. In seguito alla pubblicazione di altri tre album Revenge (1986), Savage (1987) e We Too Are One del 1989, gli Eurythmics si separano; una pausa durata circa dieci anni. Dopo una parentesi da solista, la Lennox si riunisce con Stewart nel 1999 in occasione dei Brit Awards, dove ricevettero il premio alla carriera e si esibirono per la prima volta insieme dopo anni. Seguì la pubblicazione di un nuovo album, Peace, preceduto dal singolo I Saved the World Today, che segnò il ritorno del duo nella top ten degli album più venduti nel Regno Unito. Peace è stato l’ultimo album di inediti degli Eurythmics. A parte le raccolte Ultimate Collection e Boxed, uscite nel 2005, infatti,  da allora Annie Lennox e Dave Stewart  non hanno più collaborato insieme a progetti discografici. Sempre restando nell’ambito del  synth pop, negli anni 80, tra gli altri, si distinsero i norvegesi A-ha. Formatisi nel 1982, salirono alla ribalta qualche anno più tardi,  nel 1985, col brano Take on Me, di cui si ricorda anche il videoclip animato, diretto da Steve Barron. Gli A-ha hanno venduto oltre 100 milioni di dischi e, dopo gli svedesi […]

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Libri

Essere campioni è un dettaglio, Paolo Bruschi racconta il Novecento

Essere campioni è un dettaglio – Storia del XX secolo tra sport e società è un libro di Paolo Bruschi, edito lo scorso novembre da Scatole Parlanti. Il volume, suddiviso in sei sezioni, ripercorre la storia del Novecento attraverso il racconto di vicende sportive e umane, colte in relazione al loro contesto storico, sociale e culturale. Ogni unità del libro riporta fasi storiche cruciali del secolo scorso: le guerre mondiali, le dittature;  il processo di emancipazione della donna; la lotta per l’affermazione dei diritti politici e civili degli afro-americani; il periodo fascista in Italia; il fenomeno dell’emigrazione, fino ad arrivare all’inizio degli anni ’80. Mediante la descrizione di fatti sportivi più o meno conosciuti, Bruschi crea un interessante intreccio tra storia e sport. L’autore si serve di figure sportive che con le loro gesta hanno in qualche modo scritto la storia: dai calciatori che si sono opposti alle dittature alle battaglie degli atleti afroamericani, passando per le prime rappresentanti dello sport femminile e le loro lotte per affermarsi. Lo sport come motore del cambiamento “Essere campioni è un dettaglio – Storia del XX secolo tra sport e società” prende vita da un progetto didattico che l’autore da qualche anno porta in giro per le scuole della provincia di Firenze, primarie, medie e superiori, con l’obiettivo di tentare di illustrare al meglio il XX secolo. Chiaro che Bruschi abbia dovuto operare una scelta sui temi da includere nel volume che ha di conseguenza comportato l’esclusione di altre tematiche altrettanto importanti, ma che avrebbero reso il testo, già corposo, maggiormente pesante. Il libro, come spiega nella prefazione Sergio Giuntini (membro del consiglio direttivo della Società Italiana di Storia dello Sport), è “una proposta di lettura e di approfondimento che merita di venire suggerita e praticata, dalla scuola media superiore ai corsi di laurea in Scienze Motorie. Ma pure, a ogni livello, a tutti i veri amanti e studiosi del fenomeno sportivo novecentesco.” Il titolo “Essere campioni è un dettaglio” si rifà al motto adottato dalla Democracia Corinthiana di  Sócrates, la squadra che tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80 del secolo scorso riuscì ad opporsi alla dittatura che vigeva in Brasile grazie al gioco del calcio. Erano anni di fermento, il regime militare non lasciava spazio alla libertà politica e di espressione. Il Corinthians, storicamente vicino al partito dei lavoratori, portò quella libertà, fino ad allora negata, sul terreno di gioco. Lo slogan della squadra era: vincere o perdere, ma sempre con democrazia. In occasione delle elezioni statali e municipali del 1982 i calciatori diedero un segnale importante alla nazione: ogni membro della squadra votò in modo imparziale, compresi i magazzinieri. Ciò che contava è che la popolazione tornasse a votare in modo libero. Un grande esempio di democrazia applicata al calcio. Tuttavia, Bruschi, attraverso le pagine del suo libro, ci ricorda come la democrazia e la conquista dei diritti passino necessariamente anche da sconfitte e da grandi lotte. Oltre ad esempi sportivi positivi, l’autore empolese riporta anche episodi […]

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Recensioni

Compagnia Vulìe Teatro debutta al Caos Teatro con Hip Op

Sabato 12 e domenica 13 gennaio è andato in scena al Caos Teatro di Villaricca (NA) il debutto assoluto di Hip Op, uno spettacolo presentato dalla Compagnia Vulìe Teatro. Scritto da Marina Cioppa e Antimo Navarra, diretto e interpretato da Michele Brasilio (aiuto regia Stefania Remino e luci curate da Alessandro Benedetti), Hip Op è un monologo che ha come protagonista Marco, un trentenne e la sua fobia: l’hippopotomonstrosesquipedaliofobia (comunemente nota come Sesquipedaliofobia), la paura di pronunciare e scrivere le parole troppo lunghe. Un uomo e la sua fobia A causa della sua ossessione il protagonista della storia non riesce a pronunciare parole formate da più di nove lettere e ciò lo ha portato a modificare negli anni la sua vita, adattandola alla sua fobia, e a evitare di raccontarla. Marco prepara discorsi per ogni occasione e rifugge legami forti e duraturi. Si convince di dover far scorrere gli eventi secondo un ordine prestabilito. La paura delle parole lunghe condiziona a tal punto la sua vita che evita tutte le occasioni in cui si parla troppo: scappa da colazioni, pranzi e cene con amici, non canta ai concerti, non invita amici a casa, non legge a voce alta, non intrattiene lunghe conversazioni al telefono, non accetta imprevisti e così via. Marco vive da solo, fa il casellante in autostrada e ha la casa piena di scatoloni contenenti discorsi già pronti per ogni evenienza. Una delle poche cose che ama fare è andare al cinema, dove si parla poco, e ci va spesso col suo migliore amico, Andrea, che rappresenta il suo opposto, in quanto è spigliato e ha successo con le donne. Al contrario Marco non è proprio quello che suol dirsi un seduttore, pertanto si fida dei consigli di Andrea, più esperto di lui. Ad uno speed date Marco conosce Laura, che diventerà la sua fidanzata. Né Laura né Andrea però sanno del suo segreto. Il trentenne vive le sue relazioni nascondendosi dietro a parole già scelte, e questo lo porta ad allontanare anche le persone a cui tiene, a cominciare proprio dal suo amico Andrea che, dopo i suoi continui rifiuti, si allontana progressivamente. Anche Laura fa lo stesso, desidererebbe una convivenza ma Marco ha paura e quindi resta solo con la sua fobia e il timore di sentirsi giudicato se dovesse raccontarla. La Compagnia Vulìe Teatro porta in scena le paure degli esseri umani Hip Op è un viaggio tra le paure di un essere umano che teme il giudizio degli altri. Uno spettacolo intelligente e coinvolgente che nasce dalla volontà della Compagnia Vulìe Teatro di raccontare un frammento di mente umana. La scelta è ricaduta sulle fobie. La fobia delle parole lunghe è solo uno spunto per riflettere sulle paure che attanagliano l’essere umano a tal punto da condizionarne l’esistenza. Per quanto l’ossessione di Marco possa sembrare bizzarra è facile che lo spettatore si identifichi con lui e le sue angosce. Ogni persona ha infatti almeno una fobia che tiene ben nascosta e ha paura di […]

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Musica

Ferruccio Quercetti debutta come solista: Almost Mine

Recensione del concept album di Ferruccio Quercetti, Almost Mine: The Unexpected Rise and Sudden Demise of Fernando (Part 1) Ferruccio Quercetti, – da più di vent’anni chitarrista e cantante della band blues/punk/noise bolognese dei Cut – ha debuttato come solista (sotto lo pseudonimo di Ferro Solo) con l’abum Almost Mine: The Unexpected Rise and Sudden Demise of Fernando (Part 1), pubblicato in digitale, cd e vinile lo scorso 9 Novembre su RIFF Records   e Fernando Dischi e supportato da Area Pirata e Deambula Records. Almost Mine è la prima parte di un concept narrativo sviluppato su diverse uscite. Il disco contiene dodici tracce, dalle sonorità rock ’n’ roll e post punk con venature folk e blues, spalmate su 37 minuti e 57. Diverse le collaborazioni di cui si è avvalso Ferruccio Quercetti per questo suo esordio da solista: dai Giuda di Roma al gran completo (in He Spies) a Sergio Carlini (Three Second Kiss), Andrea Rovacchi (Julie’s Haircut), Riccardo Frabetti (Chow), Luca Giovanardi (Julie’s Haircut), Ulisse Tramalloni (Julie’s Haircut) . Da anni sulla scena musicale con i Cult, Quercetti ha così spiegato la sua scelta di pubblicare un album da solista: «Provare a difendermi dal mondo, dagli altri e soprattutto da me stesso con il primitivo arsenale espressivo di cui dispongo è quello che faccio più o meno da sempre. Per questo fine la mia arma preferita è sempre stata la musica, o meglio il rock and roll, nelle sue varie forme e accezioni, suonato un po’ come mi viene. Negli ultimi anni, ispirato da alcune vicende private piuttosto intense, ho ricominciato a scrivere canzoni con la chitarra acustica, come facevo da ragazzino, quando non avevo nessun altro con cui suonare. In breve le canzoni sono diventate tante e ho iniziato a suonarle dal vivo e a registrarne qualcuna sotto lo pseudonimo di Ferro Solo. Poco dopo ho iniziato a coinvolgere degli amici che mi hanno permesso di dare ai pezzi una veste sonora sicuramente più interessante di qualsiasi cosa che mi sarei potuto inventare io ed ecco come siamo arrivati a quello che potete ascoltare su Almost Mine». Ferro Solo e le avventure di Fernando In Almost Mine Ferro Solo racconta le avventure del suo alter ego, Fernando. L’album è un vero e proprio concentrato di energia distribuita in modo eterogeneo. Nel disco confluiscono le varie influenze che l’artista bolognese ha “raccolto” in decenni di carriera musicale. Un disco appassionato nel quale emerge l’anima rock dell’artista bolognese. Come accennato sopra e, come si intuisce dal titolo, questo disco costituisce solo la prima parte di un progetto più ampio, sviluppato su diverse uscite. Le canzoni sono collegate da una continuità narrativa e, a quanto pare, il secondo capitolo delle avventure di Fernando è già pronto e aspetta solo di essere pubblicato. D’altronde, lo stesso autore, parlando del disco, ha confermato che Almost Mine è solo la prima parte del suo concept album: «Benvenuti alla prima parte di Almost Mine: The Unexpected Rise and Sudden Demise of Fernando. Queste canzoni vengono da un luogo molto oscuro, talmente oscuro che sono riuscito raccontarlo solo vestendo i panni di qualcun altro. Attenzione però: la […]

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Recensioni

Caos Teatro, Murìcena Teatro porta in scena “Laura”

Ieri sera al Caos Teatro di Villaricca l’associazione teatrale indipendente Murìcena Teatro ha portato in scena la replica di Laura, spettacolo adattato e diretto da Fulvio Sacco, che è anche interprete insieme a Raffaele Parisi. Una storia semplice che ha come protagonisti due personaggi totalmente opposti che si ritrovano a parlare di tematiche universali, come l’amore. La pièce è liberamente tratta da “Notte degli uomini” di Jean Bernard–Luc, un testo risalente agli anni ’50, ma ancora attualissimo. L’adattamento è stato ispirato dai recenti episodi di terrorismo che hanno interessato in modo particolare l’Europa. Stasera, alle ore 19, sempre al Caos Teatro,  è prevista una seconda replica. Laura: la trama Siamo in una metropoli non identificata, tra circa quindici anni, sullo sfondo lo scoppio di un’imminente guerra che ancora non conosciamo, ma che fa già tanta paura: due personaggi si incontrano casualmente in un appartamento. Si tratta di Enrico, il padrone di casa, scrittore di successo famoso per le sue ideologie e i suoi romanzi amorosi, e di Riccardo, rampollo di ricca famiglia, a cui importa nient’altro che non riguardi lui e sua moglie Laura. E’ proprio quest’ultima il motivo dell’incontro tra i due. Riccardo bussa alla porta di Enrico cercando riparo dalle bombe che fuori esplodono all’impazzata, ma Ric è lì soprattutto perché ha scoperto che Enrico è l’amante di Laura, la quale sembra ora sparita nel nulla. Che fine ha fatto Laura? Sarà forse morta? Ha un altro uomo? Tutto quello che ha lasciato è una lettera indirizzata ad Enrico… “Ognuno ha la sua guerra”   Lo spettacolo racconta in parallelo due tragedie: quella collettiva dovuta alla guerra e al terrorismo e quella che si consuma all’interno dell’appartamento, un dramma intimo e ricco di colpi di scena che costringe i due protagonisti a vivere profondi sconvolgimenti esistenziali ai quali è impossibile sfuggire. La discussione tra i due uomini si anima fino ad assumere risvolti drammatici. “Due uomini che amano la stessa donna sono due nemici e lo restano”. La vicenda si svolge in uno spazio chiuso, metafisico, circondato da rumori esterni di continuo pericolo. Ottima l’interpretazione dei due giovani attori che trasmettono tutta l’intensità e la drammaticità della storia. Pochi ma essenziali gli elementi di scena, a cura di Mauro Rea: due telefonini, una pistola e, soprattutto una finestra, dalla quale spiare ciò che avviene all’esterno. La scena è vuota; la porta d’ingresso dell’abitazione non si vede; solo grandi tende nere tirate, nel fondo, e una tendina alla finestra, necessarie per dare un aspetto completamente chiuso e soprattutto raccolto. Ad accompagnare (e ad interrompere) il dialogo tra i due bravi protagonisti, solo i rumori e le voci provenienti dall’esterno. Murìcena Teatro porta in scena la paura del terrorismo Enrico e Riccardo sono due uomini totalmente diversi che ad un certo punto, senza una reale motivazione, si trovano insieme. E’ davvero solo Laura ad unire le storie dei due protagonisti? Come accennato in precedenza, l’atto teatrale è stato ispirato dalle vicende legate al terrorismo, In particolare, come spiegato dallo stesso Fulvio Sacco, è stata la […]

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Culturalmente

Fotografi famosi: 10 nomi da conoscere e approfondire

Fotografi famosi a cui ispirarsi, ne abbiamo scelti 10! Scattare una bella foto non è cosa semplice. Non basta infatti apprendere la tecnica che consente di realizzare uno scatto in maniera corretta, bisogna anche riuscire a produrre un’immagine che comunichi qualcosa e dunque coinvolga chi la osserva. Tutte le foto che negli anni hanno lasciato un segno hanno ottenuto successo soprattutto per questo motivo. Riuscire a sfruttare il potere evocativo e narrativo della fotografia è cosa solo da artisti veri. Sono tanti i maestri che hanno fatto la storia della fotografia. Impossibile citarli tutti, tuttavia esistono alcuni nomi che un appassionato di questa meravigliosa arte non può non conoscere. Proponiamo dunque qui un breve elenco di fotografi famosi, dai quali si può solo imparare. Procediamo per genere: dalla fotografia di guerra al ritratto, dalla fotografia di moda alla fotografia di strada, passando per la fotografia sociale e la fotografia pubblicitaria. Fotografi famosi – Fotografia di guerra: Robert Capa Apriamo la nostra carrellata con il più celebre fotografo di guerra, Robert Capa, al secolo Endre Ernő Friedmann. Capa, nato a Budapest nel 1913, era di origini ebraiche. Iscritto al Partito Comunista locale, dovette lasciare l’Ungheria perchè coinvolto in alcune proteste contro il governo di destra. Pertanto si trasferì a Berlino, dove visse per qualche tempo. Fu proprio nella capitale tedesca che  avvenne l’incontro con la fotografia. Con l’avvento del nazismo, nel 1933, Capa fu però costretto a lasciare anche questa città. A vent’anni si rifugiò a Parigi. Facendo fatica a trovare un lavoro, accettò di recarsi in Spagna per documentare la guerra civile in corso. Fu proprio durante il suo soggiorno in Spagna che nacque l’idea di adottare lo pseudonimo Robert Capa, scelto un po’ per scimmiottare il nome del celebre registra Frank Capra, un po’ per adottare un nome neutro a cui attribuire i lavori suoi e della sua compagna Gerda Taro, la quale poi, sempre in Spagna, perse la vita in un tragico incidente. Durante la sua seppur breve carriera, Capa ha realizzato numerosi reportage, documentando cinque diversi conflitti bellici: la guerra civile spagnola (1936-1939), la seconda guerra sino-giapponese (che seguì nel 1938), la seconda guerra mondiale (1941-1945), la guerra arabo-israeliana (1948) e la prima guerra d’Indocina (1954). Inoltre, il fotografo ungherese ha documentato lo svolgersi della seconda guerra mondiale a Londra, nel Nordafrica e in Italia, in particolare lo sbarco in Normandia dell’esercito alleato e la liberazione di Parigi. Era un fotografo audace, sempre in prima linea in ogni guerra, a tal punto da perdere la vita proprio su un campo di battaglia, mentre fotografava. Aveva solo 40 anni, era  il 22 maggio 1954, si trovava in Indocina. Morì per aver inavvertitamente calpestato una mina. La foto più conosciuta di Capa è quella del miliziano colpito a morte, risalente al 1936. Lo scatto fu realizzato a Cordova e ritrae un soldato dell’esercito repubblicano, con addosso una camicia bianca, nel momento in cui viene colpito a morte da un proiettile sparato dai franchisti. Quest’immagine – pubblicata per la prima volta […]

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Musica

Lamansarda, Foreign Bodies è l’album d’esordio del gruppo campano

Il 22 marzo 2018 è uscito, su etichetta I Make Records, Foreign Bodies, il primo album di Lamansarda, una band proveniente dalla provincia di Napoli nata nell’estate del 2013 proprio in una mansarda. È lì che i fratelli Antonio (testi, voce, chitarra acustica, tastiere, harmonium) e Lorenza Acconcio (basso), insieme a Fabrizio D’Andrea (chitarra elettrica e acustica) e Alessandro Bocchetti (batteria, percussioni), hanno iniziato a dar vita al loro progetto. Prodotto da Francesco Tedesco, Foreign Bodies è un disco contenente dieci tracce di stampo folk jazz. Foreign Bodies, il raffinato esordio del gruppo Lamansarda Seppur italianissimi, i Lamansarda hanno un respiro internazionale, non solo per la scelta di esprimersi in lingua inglese, ma anche per le sonorità, le cui origini vanno ricercate nel folk–rock americano. Tuttavia il sound della band napoletana va oltre il folk per abbracciare anche influenze di altro genere, soprattutto jazz. D’altronde il folk si presta alla contaminazione con quasi tutti i generi e i Lamansarda hanno mostrato grande maestria nel creare una commistione di generi proprio partendo dal folk. “Foreign Bodies” è un disco maturo nella composizione e nell’esecuzione, nonché un album raffinato, dal ritmo gentile e dalle atmosfere rilassanti. I “Corpi Estranei” di Lamansarda Il disco d’esordio di Lamansarda racconta della contorta condizione dell’uomo il quale, nonostante trascorra la maggior parte della giornata in compagnia di altre persone, alla fine si ritrova ad esser solo, circondato da nient’altro che Corpi Estranei. Il disco parla dunque delle “relazioni domestiche che la famiglia alimenta, seguendo i suoi nodi e le sue tensioni, fin dove, talvolta, il filo si spezza. Le case, gli uffici, le aule di scuola: viviamo tutta una vita o parte di essa gli uni accanto agli altri, quasi mai per scelta, salvo poi scoprirci corpi estranei”. Dal punto di vista prettamente musicale abbiamo detto che il folk americano è il punto di partenza del disco d’esordio della band campana, tuttavia è impossibile ricondurre Foreign Bodies ad un solo genere. Il disco, infatti, si apre con un brano, “Cuckoo”, che ricorda i classici della tradizione folk, ma già dalla seconda traccia, la delicata “Old at Heart”, ritroviamo influenze jazz e atmosfere soft. Anche i pezzi che seguono – la ballata acustica “Vesper Sparrow” e il brano dalle influenze blues e pop “Woody Woodpecker Theme” (singolo che ha anticipato l’uscita del disco, uno dei migliori dell’album) – si distaccano dal folk iniziale. Pertanto, non possiamo inquadrare il disco d’esordio di Lamansarda in un genere ben definito. Si tratta di una sperimentazione sonora indubbiamente ben riuscita, che rifugge le regole del “pop” e del commerciale per seguire una linea precisa e indipendente. Un disco coraggioso per i tempi in cui viviamo, che si contraddistingue soprattutto per la sua uniformità. Nonostante abbracci influenze diverse, infatti, Foreign Bodies è sostanzialmente un disco uniforme, continuo. Questa omogeneità potrebbe tuttavia costituire un limite, nel senso che potrebbe risultare stancante per chi ascolta, soprattutto per chi si avvicina per la prima volta a questo genere musicale. Dunque, seppur si tratti di un lavoro coerente […]

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Libri

Wilhelm Schmid e “La pienezza della vita” | Recensione

Lo scorso 30 agosto è stato pubblicato da Fazi Editore “La pienezza della vita”, il nuovo saggio del filosofo tedesco Wilhelm Schmid. Si tratta di una raccolta di riflessioni sul tema della felicità. Rifacendosi alla tradizione filosofica del frammento cara a Montaigne, Schmid propone una serie di riflessioni sulla complessità della vita e sulla spasmodica ricerca della felicità. Il filosofo tedesco invita il lettore ad apprezzare la contraddittorietà dell’esistenza umana, fatta di gioie e angosce, speranze e delusioni, e lo esorta ad accettare ogni momento della vita cercando di cogliere i frammenti di felicità possibile e impossibile. Solo in questo modo, secondo il famoso filosofo, è possibile godere della pienezza della vita. “Pare che la via per giungere alla felicità non sia una sola – dice Schmid nella prefazione del suo nuovo libro – Chi non decide esplicitamente di precludersela viene infiammato dai tanti libri sull’argomento, ciascuno con la sua “formula della felicità, che soddisfa qualcuno e delude qualcun altro”. La pienezza della vita: frammenti di felicità “La pienezza della vita” si suddivide in quattro parti; il titolo di ogni capitolo rimanda ad una stagione dell’anno e anche dell’esistenza umana. Ogni nome di stagione è seguito dalla parola “pienezza”, perché la vita, evidenzia l’autore, non è mai vuota. Ecco quindi che Schmid parla della pienezza dei sensi associandola ad un mattino di primavera; della pienezza del sentire accostata ad una giornata estiva; della pienezza del pensare ricollegata ad una sera d’autunno; infine, della pienezza dell’oltre relazionata ad una notte d’inverno. “Un mattino di primavera, una giornata estiva, la sera d’autunno e la notte d’inverno fanno risuonare la pienezza primaverile dei sensi, quella estiva dei sentimenti, la pensosità autunnale e le riflessioni notturne su che cosa vi sia oltre la vita”. In sostanza è però “l’isteria” per la felicità, ovvero la sua ricerca continua, il perno attorno al quale ruotano le argomentazioni del più apprezzato filosofo tedesco vivente. Esiste, dice Schmid, un tipo di felicità dovuta al caso o alla fortuna che, anche quando non è disponibile, ha un suo valore, perché discrimina tra l’apertura e la chiusura dell’essere umano. C’è poi la felicità del benessere, che coincide con il concetto configurato dalla modernità: gli esseri umani possono sapere dove, come e con chi raggiungerla, sebbene resti limitata a pochi momenti piacevoli e non possa essere duratura. Pertanto, prosegue il filosofo, c’è bisogno di introdurre anche un terzo tipo di felicità, quella della pienezza. Si tratta di una felicità più ampia derivante dalla complessiva compiutezza della vita. Questo terzo tipo di felicità coglie la vita in tutti i suoi contrastanti aspetti: gioia e angosce; potenza e impotenza; speranza e delusione; condivisione e solitudine; futuro e passato; finito e infinito; felicità e infelicità. Schmid sottolinea come la pienezza totale della vita sia prerogativa di Dio e non dell’uomo, il quale dispone solo di “frammenti di felicità”, più o meno grossi, che rinviano al lato felice e a quello infelice della felicità stessa. Ed è proprio all’arte del frammento, a cui hanno dato […]

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Musica

Musica anni ’90, dieci canzoni da riscoprire

Musica anni ’90 ovvero operazione nostalgia Spesso guardiamo alla musica anni ’90 con nostalgia. Il decennio che comprende gli anni dal 1990 al 1999 ha infatti rappresentato una fucina di canzoni di grande successo. Gli anni Novanta sono stati un periodo ricco di musica di tutti i generi: dal pop alla dance, passando per il rock e il grunge, fino al fenomeno delle boy band; tanti i brani celebri e i tormentoni sfornati in questo decennio d’oro che ci ha fatto ballare, emozionare e cantare a squarciagola. L’eurodance è stata protagonista indiscussa di quegli anni con i successi di Corona, Gigi D’Agostino, Robert Miles, Gala, Alexia, Snap!, La Bouche, solo per citarne alcuni. Ma gli anni Novanta sono stati anche gli anni della rivoluzione grunge capitanata dai Nirvana – seguiti da Soundgarden, Alice in Chains e Pearl Jam – e del Britpop, rappresentato da gruppi quali Oasis e Blur. Anche sul fronte della musica italiana tanti sono stati i brani di successo prodotti in questo decennio. Erano gli anni di Jovanotti, degli 883, di Laura Pausini, Giorgia, Eros Ramazzotti, Ligabue, Litfiba, per citare i più famosi. Dieci pezzi della musica anni ’90 da riscoprire                            Nonostante la vastità di canzoni nate negli anni ‘90, proponiamo qui una carrellata di 10 canzoni anni 90, venuti alla luce in questo periodo tanto florido dal punto di vista musicale che, a nostro avviso, vale la pena riscoprire. Sleeping satellite – Tasmin Archer Brano di debutto della cantante  Tasmin Archer, inciso nel 1992 e pubblicato come singolo. Il pezzo, scritto dalla stessa Archer assieme a John Beck e John Hughes, anticipava l’uscita dell’album Great Expectations, pubblicato su etichetta EMI e prodotto da Julian Mendelsohn e Paul Wickens. Il disco raggiunse il primo posto delle classifiche nel Regno Unito, il terzo in Italia, il quarto in Svezia e il quinto in Svizzera. Il brano s’ispira alle missioni Apollo degli anni 1960, quindi all’avventura dell’uomo sulla luna. Il “satellite dormiente” a cui fa riferimento il titolo della canzone è, infatti, la luna. https://www.youtube.com/watch?v=lOqVQPq8zm8 Cornflake girl – Tori Amos Da un brano pop ad uno di stampo rock: Cornflake Girl, della cantautrice rock statunitense Tori Amos. Il pezzo, pubblicato il 10 gennaio 1994 dall’etichetta discografica Atlantic, fu il primo singolo estratto dal secondo album della cantautrice, Under the Pink, per il mercato europeo, e il secondo per quello americano. Scritto dalla stessa Amos, e prodotto insieme a Eric Rosse, il brano si ispira al romanzo Possessing the Secret of Joy di Alice Walker, che narra di una donna africana costretta alla escissione del clitoride secondo un rituale tradizionale. Cornflake girl entrò nelle classifiche di diversi paesi, raggiungendo la top10 sia nel Regno Unito che in Irlanda. Nel testo la Amos, mediante metafora, contrappone le cornflake girls (ragazze cereali) alle raisin girls (ragazze uvetta). Come spiegato dalla stessa cantautrice, le prime rappresentano le “puritane, conformiste e obbedienti all’autorità”, le seconde sono invece “originali, indipendenti e sessuali”. Nel testo le cornflake girls vengono paragonate al pane bianco industriale preconfezionato, mentre le raisin girls […]

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Recensioni

MisStake, Fabiana Fazio porta in scena l’amore al Caos Teatro

“Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo…”, questa celebre frase tratta da una delle tragedie shakespeariane più conosciute dà il la a MisStake, il monologo-soliloquio di parole e canzoni andato in scena il 13 ottobre al Caos Teatro di Villaricca (Na), e in replica questa sera alle 19:00. Scritto, diretto e interpretato dalla brava e bella Fabiana Fazio – con assistenti alla regia Angela Carrano e Giulia Musciacco, collaborazione ai movimenti di scena Maura Tarantino – , MisStake  si compone di una serie di appassionanti e deliranti riflessioni sull’amore; quello con la A maiuscola (ammesso che esista), quello impossibile ma tanto desiderato, quello ostinato, quello illusorio, quello ideale, quello sempre sognato, quello perduto. MisStake, il lucido delirio d’amore di Fabiana Fazio Partendo dalla famosa frase della scena del balcone di Romeo e Giulietta, la Fazio ha rappresentato, nell’intima cornice del Caos Teatro, un monologo sul tema dell’amore e delle sue infinite possibilità. Un colloquio solitario, uno sproloquio delirante, appassionato e ironico che mette in risalto il naturale e straripante talento dell’attrice e autrice partenopea che, da sola sul palco, intrattiene, coinvolge, emoziona e diverte la platea, recitando e cantando in modo ineccepibile. La poliedrica Fabiana Fazio porta sul palco una donna che ripete sempre una stessa frase che non cambia mai nel tempo: “Mi ami?”, e lo chiede a 15 anni, poi a 30, a 40, a 60 anni e quando ormai è vecchia e stanca a tal punto da riuscire a stento a emettere suoni dalla bocca. Vestita da sposa rock con tacchi e occhiali da sole, che cambia di continuo nel corso dello spettacolo, Fabiana Fazio s’interroga incessantemente sull’amore, in un eterno meccanismo che non si blocca mai: Giulietta e Romeo. Una Giulietta e un Romeo. Tutto finisce per una serie di coincidenze e errori (what a mistake!). L’amore. La vita. Il conflitto. “La tragedia è tragedia – spiega la Fazio – Non può che finire tragicamente. Sarebbe una tragedia in ogni caso, anche se dovesse evolvere diversamente. Comunque dovesse andare a finire, sarebbe una tragedia. E’ finita. Finirebbe comunque”. “In un modo doveva pur finire. Con la morte. Con la fine. Meglio con la fine. Nessuno spargimento di sangue”, dice una delle ipotetiche Giulietta portate in scena dall’attrice. “Non c’è nessuna speranza dunque? – ha dichiarato ancora la Fazio – Non se smettiamo di farci domande”. Alla fine le domande della donna immaginata dalla Fazio non trovano risposta perché la risposta non è mai unica. L’amore ha mille volti, può essere illusione, dolore, ma anche gioia, poesia, energia positiva e devastante. Perché MisStake La scelta del titolo del suo nuovo spettacolo è stata così spiegata dalla Fazio: «Dopo aver visto un cartellone pubblicitario in strada con la foto di una Miss, mi dico: “Mistake. Anzi Misstake! Così si dovrà chiamare lo spettacolo!” Così ho iniziato a scrivere degli appunti, dei giochi di parola intorno al termine miss, al termine inglese mistake, ai suoi significati e a tutti i modi in cui si può sbagliare, fare errore. Ho pensato […]

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Attualità

10 foto famose che hanno fatto la storia

Dieci foto famose che hanno cambiato la nostra visione del mondo e che devi assolutamente conoscere La fotografia ha un potere narrativo ed evocativo enorme. Un’immagine, per dirla alla Confucio, vale più di mille parole. Non si può negare infatti che una singola immagine sia capace di arrivare velocemente alla coscienza di ciascuno di noi più di un libro e di tante descrizioni. La fotografia è un’arte che permette di cogliere l’attimo rendendolo eterno, ma prima ancora racconta storie e spesso ha un impatto emotivo molto forte. La prima istantanea della storia è datata 1826, ad opera di Nicéphore Niepce. Da allora non si contano gli attimi e le emozioni catturate dagli obbiettivi di fotografi divenuti celebri. Tanti sono gli scatti che hanno fatto la storia e hanno cambiato il mondo, scuotendo le coscienze. Pur non essendo affatto facile scegliere tra questi, di seguito presentiamo una selezione di 10 foto famose, di cui proviamo a raccontare in breve storia e curiosità. Dieci foto significative che raccontano il 900′ e gli anni 2000     1. Lavoratori in pausa pranzo su grattacielo, 1932 Questa fotografia, che vede ritratti 11 uomini intenti a mangiare e chiacchierare su una trave sospesa a 250 metri d’altezza durante una pausa pranzo, è tra le immagini storiche più conosciute.  Lo scatto, stampato nel 1932 sulle pagine del supplemento domenicale del New York Herald Tribune, è divenuto un simbolo degli anni della Grande Depressione americana (1929-1939). In un periodo di grande difficoltà per gli Stati Uniti la foto di questi undici lavoratori generò ottimismo, venendo a simboleggiare un segno di ripresa dell’America. Ancora oggi resta però sconosciuta l’identità dell’autore della foto. Gli storici non hanno infatti certezza sul nome del fotografo; il più accreditato è Charles C. Ebbets, ma quel giorno erano lì presenti anche altri fotografi, tra cui William Leftwich e Thomas Kelley. Anche sul luogo in cui è stata scattata si è discusso a lungo. Per anni infatti si è pensato che la foto fosse stata scattata sull’Empire State Building, ma in realtà è stata fatta sulle impalcature del Rockefeller Center di New York, alla cui costruzione stavano lavorando gli uomini ripresi in foto. Anche se apparentemente sembra essere una foto di cronaca, in realtà questo scatto pare avesse soprattutto una funzione pubblicitaria, ovvero mostrare al mondo la grande costruzione del Rockefeller Center, che ancora oggi rappresenta uno dei simboli di New York.  2.  Alfred Eisenstaedt, Il Bacio, 1945  Tanti sono i baci catturati dall’obbiettivo di una macchina fotografica divenuti celebri, ma quello immortalato nel 1945 da Alfred Eisenstaedt è forse il più noto. È Il 14 agosto 1945, la resa del Giappone agli Stati Uniti segna la fine della Seconda Guerra Mondiale. Tra le tante manifestazioni di gioia esplose nelle strade, il tedesco Alfred Eisenstaedt colse questo bellissimo bacio fra un marinaio e un’infermiera a Times Square. Lo scatto fu pubblicato dalla rivista Life e  divenne il simbolo dell’euforia degli americani per la fine della Seconda Guerra Mondiale. Dopo la pubblicazione della foto in molti si sono […]

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Musica

Gto, 25 anni di carriera celebrati con Super, il sesto album

Il 20 aprile 2018 è uscito su etichetta Music Force “Super”, il sesto album dei Gto. A 5 anni dall’ultimo disco, “Little Italy”, la band folk rock umbra, formatasi nel 1993, ha pubblicato questo nuovo lavoro, completamente autoprodotto, per celebrare i 25 anni di carriera. Il folk’n’roll dei Gto                La sesta fatica di Stefano Bucci (voce), Romano Novelli (chitarra, mandola, armonica, cori), Luigi Bastianoni (chitarra, fisarmonica, cori), Giampiero Passeri (basso), Alessandro Bucci (batteria), anticipata dal singolo “La Rambla”, è un concentrato di energia folk rock, con sfumature pop, dove i suoni acustici si fondono con quelli elettrici. Ritmi veloci e tanta grinta convogliati in 13 tracce. Soft ballad come “L’amore è una scelta” si alternano a brani “elettrici”  quali “Di Notte Sabato alle Tre”, traccia che racconta, esattamente come La Rambla, la vita notturna. Un album in cui coesistono dunque anime diverse, in perfetta armonia: l’energia del rock’n’roll anni ’50 incontra la tradizione del folk italiano e la vitalità della musica mediterranea. Non a caso, come hanno dichiarato, la loro musica è stata definita “folk’n’roll”. Curiosità: perché Gto e perché Super Se vi state chiedendo come mai la scelta di intitolare un album Super, ecco come i Gto, interrogati sull’argomento, hanno risposto:  “Alla fine abbiamo tirato fuori questo titolo. Banale? Scontato? Per niente. “Super” è la parola che usiamo di più quando andiamo in giro a suonare. Sì, perché il nostro Fiat ducato Panorama dell’87 va a benzina. “Super”. “Ma non va a gasolio?” “No, va a super”. D’altronde, anche il nome del gruppo rimanda ai motori. Gto infatti è l’acronimo di Gran Turismo Omologata; si tratta di una tipologia di macchina sportiva veloce, ”fatta per viaggiare, quindi il Rock”, ha spiegato la band. “Gto era anche la scritta che c’era su un carro che vedevamo sempre passare e ci saltavamo su da bambini, quindi il Folk”, hanno concluso. Il sound tipico dei Gto è una miscela di rock e folk, con venature country, ma  Super, pur conservando le caratteristiche delle origini della band umbra, presenta più sfumature rock-pop. Tuttavia, si tratta di sonorità lontane dalla musica delle nuove generazioni. I Gto restano fedeli alla tradizione e a un’idea di musica ormai quasi del tutto superata. Quello del gruppo perugino è un disco dal sound spensierato che racconta storie che rimandano al vissuto quotidiano. Per gli amanti del gruppo, ma, in generale, per gli amanti della buona musica; per chi ha una visione globale dell’arte musicale. [amazon_link asins=’B07CGZY869′ template=’ProductCarousel’ store=’eroifenu-21′ marketplace=’IT’ link_id=’85737c2f-b743-11e8-9f53-addfcbd368e8′]

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Libri

Un’estate in montagna, recensione del romanzo di Elizabeth Von Arnim

Lo scorso 12 luglio è stato pubblicato da Fazi Editore “Un’estate in montagna”, un romanzo in forma diaristica della scrittrice anglo-australiana Elizabeth Von Arnim, pseudonimo di Mary Annette Beauchamp. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1920, ha un carattere autobiografico. Fu infatti scritto dalla Von Armin tra il luglio e l’ottobre del 1919, in un momento difficile della sua vita. A causa della guerra l’autrice aveva perso molti amici e l’amato fratello. Inoltre, in Germania era venuta a mancare la figlia sedicenne Felicitas. Nel volume la Von Armin racconta dunque della perdita della sua felicità e del tentativo di ritrovarla tra la pace dei monti svizzeri. “Il peggior dolore è ricordare la felicità di un tempo nel presente infelice”. Il luogo in cui sono ambientate le vicende dei protagonisti del romanzo s’ispira allo chalet svizzero “Soleil”, dove la scrittrice era solita trascorrere alcuni periodi dell’anno in compagnia di amici intellettuali. Un’estate in montagna: la trama Siamo nel luglio del 1919. Sconvolta dagli orrori della guerra Elizabeth (il nome dell’io narrante in realtà non è mai menzionato, ma viene spontaneo associarlo a quello dell’autrice) si rifugia nel suo chalet di montagna, in Svizzera, per trovare conforto nella solitudine, nella quiete e nella bellezza del posto. Tra i pendii svizzeri, laddove era solita andare fino a pochi anni prima della guerra, Elizabeth decide di trascorrere l’estate. Tuttavia, mentre un tempo la casa era piena di amici, ora è silenziosa. Sono tutti morti ed Elizabeth si sente sola: è stanca e angosciata. Il giorno del suo compleanno, però, si imbatte in due sconosciute, due sorelle inglesi, giunte per caso allo chalet in cerca di un posto dove riprendere fiato dopo la lunga passeggiata e trovare riparo dal sole. Elizabeth le accoglie con entusiasmo, prima per un pranzo, poi per un tè, infine per qualche settimana. È l’occasione per ritrovare speranza e serenità. Successivamente arriva allo chalet anche lo zio sessantenne di Elizabeth, Rudolph, un pastore anglicano rimasto vedovo. L’uomo giunge in Svizzera con l’intento di riportare indietro la nipote, ma finisce per innamorarsi della più giovane delle due ospiti di Elizabeth, Dolly. La donna nasconde un passato ingombrante… Un’estate in montagna: il potere terapeutico della natura Con uno stile semplice, lineare ed elegante la Von Arnim racconta il senso di solitudine e tristezza scaturito dalle brutture della guerra. “Sì, ho una gran paura della solitudine, mi dà i brividi e mi scuote nel profondo. Non parlo della banale solitudine fisica, ma piuttosto della tremenda solitudine dello spirito che rappresenta la tragedia suprema di ogni vita umana. Se ci arrivi veramente, a quella solitudine priva di speranza e di vie di fuga, allora muori; non ce la fai a sopportarla, e muori”. Non è facile dimenticare la devastazione portata dalla guerra, nemmeno tra la pace dei monti svizzeri. Tuttavia, il suo animo sofferente trova sollievo di fronte alla bellezza e alla quiete della natura, che ha un potere terapeutico. Elizabeth ritrova pian piano se stessa e la voglia di vivere. Affida le sue afflizioni al […]

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