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Eroica Fenice

Culturalmente

Assistenti di italiano all’estero, racconti e interrogativi: lo rifareste?

Ogni anno circa 300 neolaureati italiani sono selezionati come Assistenti di italiano all’estero; scorrono una graduatoria sul sito del MIUR (il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) e leggono il proprio nome, per poi conoscere la destinazione da raggiungere e il Paese in cui esportare la lingua e la cultura italiana. Una volta giunti sul posto, gli Assistenti sono chiamati ad affiancare gli insegnanti di italiano di ruolo nelle mansioni didattiche quotidiane per 7 mesi, con uno stipendio di 800 € al mese per 12 ore di lavoro settimanali. Nella realtà dei fatti, però, cosa significa concretamente lavorare come Assistenti di italiano all’estero? Insegnare l’ italiano in Francia: la parola agli assistenti La Francia, vicina per lingua e distanza geografica, offre annualmente circa 180 contratti per Assistenti di italiano. Un numero consistente di neolaureati, quindi, fa i bagagli e parte con la sola certezza di un lavoro, più o meno consapevole dei disagi burocratici e organizzativi ai quali va incontro. Potrebbe essere interessante analizzare gli aspetti positivi e disastrosi di questa esperienza, in compagnia di colleghi che, come me, hanno vissuto l’incarico nelle varie zone dell’Esagono. Ricevere il plico dall’Académie che ti designa come assistente di una data scuola è, sicuramente, un’emozione forte: spacchetti quella busta marrone, leggi la città in cui sei stato destinato e, se sei stato fortunato, non hai bisogno di cercare su google maps il villaggio sperduto in cui vivrai per sette mesi in compagnia di mucche, marmotte e anziani che parlano provenzale o bretone. Nel mio caso, la soleggiata e popolatissima Montpellier era la prima scelta e, come per molti altri assistenti, una buona dose di fortuna mista agli sforzi accademici mi hanno consentito di evitare questo click selvaggio alla ricerca della mia futura casa. Nuove abitudini, mille strette di mano, conversazioni più o meno imbarazzanti, gaffes tremebonde, istinti violenti nei confronti dei ‘cugini’. Comincia, bene o male, sempre così. Essere Assistenti di italiano rappresenta, per molti, una prima esperienza in campo lavorativo: posso dire che mi sono ritrovato, di punto in bianco, a gestire dodici lezioni settimanali in completa autonomia con una manciata di indicazioni da parte dei professori di ruolo. Insomma, lo spazio per l’emotività e l’ansia da prestazione sono ridotti all’osso, pena le facce disorientate e annoiate degli studenti, che talvolta si ritrovano a scegliere l’italiano come ultima opzione del proprio piano di studi. Cosa significa essere Assistenti di italiano all’estero? Nel ricco meridione francese la varietà delle situazioni da fronteggiare è, senza dubbio, un valore positivo e centrale di questa esperienza, ma non sempre gli studenti sono l’esempio lampante di ciò che si potrebbe definire ‘una scolaresca bendisposta e accomodante’: vedere mille facce, cercare di calibrare il proprio atteggiamento, avere così tanti “datori di lavoro”, specie se consideriamo che lo sguardo esigente di un liceale incute più timore di un professore universitario, tutto finirà per formarti e lasciarti dentro un certo spirito di sopravvivenza e improvvisazione. Di questo arricchimento ci parla Federica Gargiulo, studentessa salentina selezionata per la tanto agognata Académie […]

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Attualità

Sanremo 2016: l’arcobaleno del politically correct

Sanremo 2016 comincia ancor prima di cominciare: Elton John deve esserci senza parlare dell’omosessualità e del suo essere padre, come d’altronde la presenza dei fiori impedisce di discutere sulla fotosintesi clorofilliana, e i sorrisetti di Gabriel Garko escludono qualsiasi riferimento ai ritocchini facciali. Insomma, più che della Canzone Italiana, questo è il Festival del silenzio politically correct. Tacere un argomento di questa portata è, in una sola parola, vergognoso: non è un affare politico, una manovra economica, un’elezione imminente. Nella nostra Italia non si parla d’altro che di estendere i diritti di coppia alle famiglie omosessuali. Sanremo 2016: dallo show alle aule del Parlamento Nelle aule della politica e nelle piazze volano improperi, ingiurie, insulti, divisioni, talvolta originate da una frammentaria conoscenza enciclopedica della religione cattolica, della pedagogia e della psichiatria. Per lanciare anatemi e giudizi, molti italiani necessitano soltanto di pochi ingredienti: un pizzico di sentito dire, un libretto di informazioni calate dall’alto  in un arraffazzonato paniere, una spolverata di attenta rielaborazione ad opera di menti eccelse, che prendono la tintarella (o forse un’insolazione) sotto i raggi di un sole di pregiudizi. Questa cattiva informazione, adesso, si moltiplica esponenzialmente in occasione del voto sulle Unioni civili e, soprattutto, sul tema dell’omosessualità. Mentre il Senato respinge la richiesta di non passaggio all’esame degli articoli del ddl Cirinnà sulle Unioni civili (per noi comuni mortali: si andrà al voto, prima o poi), sotto il profumo di salsedine di Sanremo si completano le esibizioni dei 20 Big in gara. Di questi, alcuni hanno scelto, usando una formula molto in voga, di agire secondo libertà di coscienza per esprimere il proprio favore nei confronti dell’unica libertà possibile: la libertà di tutti di poter creare una famiglia. L’arcobaleno, simbolo contemporaneo della pace e, per estensione, dei diritti omosessuali, sale sull’Ariston e ne diventa, in un modo o nell’altro, la colonna sonora. Sanremo 2016: l’arcobaleno dei big Un gesto pacifico, semplice, tenero, con la timidezza di un bacio: Noemi arriva sul palco e porta con sé dei nastri colorati con le tinte dell’arcobaleno. Stretto con fermezza, il nastro torna fra le mani di Arisa, sfila sulle aste di Enrico Ruggeri e Irene Fornaciari. Il batterista dei Bluvertigo faceva balzellare, ad ogni movimento, il suo fiore all’occhiello colorato. La super ospite, Laura Pausini, sbandiera il testo di Simili, singolo di enorme successo, per dire all’Italia tutta che siamo diversi ma uguali. Nella seconda serata, con la tranquillità di una giovincella, Dolcenera lega il nastro allo sgabello del pianoforte, prendendosi tutto il tempo prima di cantare. Al polso di Patty Pravo, dall’alto della sua età ed esperienza, compare ancora l’arcobaleno, lo stesso che tornerà poco dopo al polso di Francesca Michielin. Eros Ramazzotti espone il suo favore: “Porto questo nastro, l’educazione dei bambini è l’unica cosa che conta”. E ancora, Valerio Scanu lo espone in primo piano sull’asta. Rainbow, a sorpresa, è il papillon di Peppe Vessicchio, attesissimo direttore d’orchestra. Uno slancio di fantasia (casuale? Ma come non aspettarselo da loro) sulla tinta rosa degli abiti del gruppo […]

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Attualità

Attentato a Parigi: la Tour Eiffel è spenta

Attentato a Parigi, di nuovo, a pochi mesi dall’attacco a Charlie Hebdo. Con tutti i nomi che possiamo affibbiargli, la bandiera dell’odio sventola di nuovo il 13 Novembre sul suolo francese. Al Bataclan, sala di spettacoli dell’arrondissement XI di Parigi, si tiene il concerto degli Eagles of Death Metal; allo Stade de France è in corso una partita Francia-Germania con Hollande come spettatore; in un bar e in un ristorante dell’arrondissement X ci sono persone che stanno mangiando o sorseggiando del vino in una qualsiasi serata parigina;  a Rue Voltaire o a Rue de la Fontaine qualcuno sta passeggiando. Esplosioni, colpi di kalashnikov, sparatorie: mentre si arriva a contare il 129esimo morto, l’Isis battezza questo giorno come l’11 settembre francese e si bea attraverso i social network con la formula “Parigi in fiamme”. Alle 21:20 comincia l’attentato con un’esplosione davanti ad uno degli ingressi del grande Stade de France. Il Presidente Hollande viene fatto evacuare immediatamente e in pochi minuti la situazione è fuori controllo, con una serie di azioni coordinate su tutto il territorio parigino: mentre il presidente francese chiude le frontiere, dai terroristi nessuna particolare richiesta, i kamikaze si fanno saltare in aria. Al Bataclan i terroristi prendono alcuni ostaggi, e la situazione resta tesa e insanguinata fino alle 00:20, quando le forze speciali francesi fanno irruzione per sedare il terrore. Recatosi nel cuore della notte al teatro, Hollande ha espresso i suoi pensieri, con fierezza e commozione: “Le forze di sicurezza e l’esercito sono mobilitate al massimo livello delle loro possibilità: la Francia sarà spietata, non avremo pietà contro i barbari. Quello che è successo ieri a Parigi e a Sant Demis vicino allo Stade de France è stato un atto di guerra commesso da un’armata jihadista contro i valori che noi difendiamo e che siamo: un Paese libero La Francia è forte, può essere ferita ma si rialza.” La politica internazionale teme e condanna gli attentati Il presidente Obama si dichiara vicino alla Francia, pronto a tutto per fare giustizia e per sostenere il popolo francese. Dalla Russia, Putin interpreta questi atti come una minaccia alla civiltà umana, proponendo una severa e adeguata punizione. Dalla Germania poche parole: la Merkel esprime la sua commozione; mentre dall’Italia Renzi si unisce al pianto dei fratelli francesi, e teme per le fondamenta dell’idea e della vita europee. Il terrorismo, lo suggerisce la parola, crea terrore: non è soltanto l’attentato in sé o il numero di morti, è anche lo strascico che segue l’avvenimento. È la ferita che resta: una società multiculturale e multietnica, quale è quella francese, rischia il collasso sociale proprio a causa di questo panico. Ci sono 5 milioni di musulmani e arabi in Francia, e la convivenza con i nativi non è sempre pacifica, spesso oggetto di diffidenza e sede di espressioni razziste. Il rischio principale è che si diffondano forme di squilibrio sociale fra questi due mondi, che qualcuno allarghi a tutto il mondo musulmano la colpa di alcuni estremisti, vanagloriosi di un Dio che […]

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Voli Pindarici

Un étalion in Francia: diario di bordo

La parte più difficile è il risveglio. Sono in Francia dal 9 settembre, arrivato a Montpellier dopo 13 ore di viaggio: auto, aereo, treno, accompagnato dai miei genitori e da un mio romantico groppo alla gola che lentamente ho mandato giù. Nei loro occhi quella luce della scoperta che avevo anche io alla mia prima esperienza all’estero, il mio erasmus a Nantes, nel nord della Francia, 5 giorni di sole su 5 mesi di permanenza. Stavolta, per lavoro, sperimento la differenza col sud, quindi Bienvenu chez les ch’tis. Sarò un assistente linguistico in alcune scuole della città. Mio padre ha svalvolato dopo il secondo giorno, ritenendo troppo difficile la pratica degli infiniti saluti di commiato, au-revoir, bonne journée, merci, à vous aussi, che si complicavano con l’appendice del fine settimana et bon week-end. La galette, tipico piatto bretone, l’ha ribattezzata “e che r’è sta cosa?”. Mia madre aveva le caviglie gonfie per il troppo camminare su e giù alla ricerca di un’abitazione, senza riposo a fine giornata perché il nostro albergo ci offriva una fatiscente stanza di 6 metri quadri scarsi, in cui erano stipati a mò di tetris un letto matrimoniale ed un lettino: con vista sul muro del palazzo di fronte. La Francia è un’Italia capovolta Il profondo nord qui è accogliente, ha una magia ancestrale che ricorda lo spirito del sud Italia, più spoglio e più voluttuoso, materno. Il meridione francese, invece, è ricco, ha quell’arroganza di chi ha tutto, che tanto ti abbatte e tanto ti convince di essere sul carro del vincitore. Qui essere italiano ti fa montare la testa: lo stereotipo dell’étalion italien è una specie d’interruttore dell’erotismo, la traduzione è “stallone italiano”, motto che ho imparato giusto ieri chiacchierando con una persona che ha deciso di chiamarmi così. Non ho capito precisamente perché quelle quattro ragazze mi abbiano abbordato alla fermata del tram chiedendomi se stessi dirigendomi ad una certa festa. Sono state fortunate, in effetti. È bastato dire “Sì” e “Sono italiano” per provocare risatine emozionate, cosa che mi ha procurato un certo imbarazzo. Le occhiate dei ragazzi non sono di certo meno invadenti. Perché Montpellier è considerata fra le città più libere della Francia, e in effetti qui nel maggio 2013 è arrivata la prima coppia gay a dire “Sì”. Sento una strana libertà sessuale nell’aria, che fa rizzare il capo a quel pizzico di romantico moralismo da uomo del sud che ho sempre voluto conservare, per potermi puramente concedere all’amore, un giorno, magari, insomma, si spera. Nel frattempo, étalion, champagne. Dalla mia Napoli mi chiedono come va: non so dare una risposta precisa. Devo attendere un’altra settimana per cominciare a lavorare, nel frattempo mi tengo occupato nei piccoli doveri quotidiani, interpretando i panni della gioiosa massaia, dell’uomo d’affari oberato di documenti, di investigatore antropologico a tempo perso. Non ho ancora trovato la dimensione di me stesso all’estero. Ansioso come sono, ho preferito arrivare in Francia il prima possibile, memore di quanto fosse lunga e tediosa la burocrazia. Non sapevo che dietro la porta […]

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Attualità

Pochos: calcio e omosessualità

Il numero di Sport Week dell’11 luglio fa le cose in grande: piazza un bacio fra due rugbisti, due uomini s’intende, due muscolosi, barbuti e (supponiamo) mascolini rugbisti, simbolo per eccellenza dello sport che, più fra tutti, viene ritenuto un simbolo di forza bruta. Chapeau. Via alle discussioni, agli articoli di giornate, alle critiche più o meno velate, alle principali più avversative “Non ho nulla contro i gay ma…”. Girando per il Gay Pride di Napoli dell’11 luglio, nel mezzo delle varie forme di vita ordinarie, sfilano alcuni ragazzi con una maglia azzurra ed uno striscione che recita “Diamo un calcio all’omofobia”. Sono i Pochos, giovani napoletani con la passione per il calcio. Sorridono, scherzano, camminano, ammiccano alle fotografie e, a quanto pare, udite udite, giocano a calcio! E sì, la maggioranza fra loro è omosessuale. Sì, durante le partite sudano, corrono, sbraitano, si gasano e si fanno la doccia allo stesso modo di qualsiasi altra squadra. Ma perché hanno sfilato al Pride? Il presidente della squadra, Domenico di Marzo, si è detto ben disposto ad un’intervista, per cercare di mettere a fuoco il punto di vista della sua squadra e l’orientamento della sua esperienza. Ciao Domenico, com’è nata questa idea dei Pochos? I Pochos, Associazione Sportiva Dilettantesca, nascono come squadra amatoriale in un primo momento come semplice momento aggregativo: il nostro capitano Giorgio Sorrentino cominciò a reperire su un sito di incontri gay dei ragazzi interessati al calcio. Così si formò un gruppetto di ragazzi gay amanti del calcio. Lentamente è cresciuto il desiderio di giocare a pallone per motivi sociali e sensibilizzare le persone attraverso il calcio a combattere contro omo e transfobia e a favore dei diritti civili LGBT. C’è ancora qualche disagio a coniugare il binomio omosessualità e calcio? Essere gay e giocare a calcio rompe lo stereotipo machista ed eterosessista che vuole i calciatori tutti fieramente maschi ed eterosessuali. Noi esistiamo per dire il contrario: che il calcio e lo sport in generale sono una possibilità per tutti, anche per le persone gay, lesbiche e trans. Quindi in squadra non siete solo ragazzi omosessuali? No, affatto, abbiamo anche due ragazzi trans, ex donne. Chiunque può giocare con noi, c’è anche un ragazzo etero che gioca. È importante però che sia sensibile alle nostre tematiche. Questo è un punto importante: essere gay dichiarati che giocano a calcio non vuol dire che creiamo una separazione con gli altri orientamenti: la novità della nostra squadra è appunto quella di essere una squadra aperta a tutti gli orientamenti. A quanto pare i Pochos non sono pionieri di questa iniziativa: Domenico ci  informa che in altre città italiane vi sono realtà analoghe (a Roma, Torino, Genova, Firenze, etc) e tutte sono accomunate da una tendenza all’attivismo sociale per i diritti delle comunità LGBT in generale. Ogni azione sovversiva è, ovviamente, esposta a critiche: Domenico racconta che la squadra è stata biasimata perché, dicono, ha creato un ghetto. La sua replica è secca: Chi ci vede come ghetto è omofobo e […]

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Teatro

Il baciamano: Angiulli dirige Alessandra D’Elia

Il baciamano, opera teatrale scritta da Manlio Santanelli nel 1993, è in scena nel complesso di San Domenico Maggiore, nel centro storico di Napoli, dal 20 al 31 luglio, per l’iniziativa “Estate a Napoli 2015. FemmeNa – Alle origini della creatività”, una rassegna gestita dalla Galleria Toledo, pioniere del teatro d’avanguardia di Napoli, con la regia di Laura Angiulli. Si sente l’eco di quella meravigliosa cornice dei romanzi ambientati nella Napoli della Rivoluzione del 1799: ne Il baciamano, quando sulla scena comincia il suo monologo su una vita più agiata, la protagonista, Janara, interpretata da un’incredibile Alessandra D’Elia, riporta alla mente di tutti i lettori de Il resto di niente (Enzo Striano) il grandioso popolino di Napoli, che lotta giorno dopo giorno con la fame, la necessità, lo stento. La trama, all’apparenza semplice, raccoglie in sé il perno sociale del mondo partenopeo, quel mondo in cui con forza si tentava di introdurre una rivoluzione ancora prematura: una donna, povera e con quattro figli, riceve dal marito il cibo da preparare, sotto forma di un giacobino dabbene, del quale è Stefano Jotti a vestire i panni e la calda voce. Nel tentativo di rinvenire la ricetta migliore, i due mondi de Il baciamano si incontrano e scontrano partendo dai primordi dell’umano faccia a faccia, il linguaggio: Janara si esprime in un agile, onomatopeico, voluttuoso napoletano d’altri tempi, che ci rimanda all’antica tradizione della canzone napoletana; l’uomo, invece, espone con forbito linguaggio le sue idee, reclamando il diritto inalienabili di decidere della propria cottura post-mortem. Il nodo del bavaglio che imprigiona il giacobino viene slacciato da Janara: il gesto porta i due mondi ad incontrarsi, generando effetti tragicomici in una schizofrenia di riso e malessere. Ancora una volta, è Napoli con le sue sfaccettature in ogni tempo, ad offrire sul piatto d’argento il suo personaggio principale, basato sulle profonde differenze sociali, economiche e linguistiche che serpeggiano nell’animo dei suoi multiformi abitanti. Alessandra D’Elia è una vera janara sul palco Janara veste i panni di una sporca Sherazade, quando il giacobino le chiede una storia, “nu cunto”, per conciliare il sonno prima che la scure si abbatta sul suo collo: e in una delle Mille notti del tutto rovesciata, la myse en abyme propone la storia di Ficucciello, l’ultimo, orribile figlio di un parto plurigemellare, che riserverà alla povera madre un destino inaspettato. La donna vestita di stracci brama come unico desiderio quel gesto che dà il titolo all’opera: un misericordioso uomo in punto di morte inscena per lei un regale baciamano, facendole sognare la vita che non ha mai avuto, donandole quel piacere dolceamaro che giace nel fondo delle fantasie. Il giacobino, da che considerava la sua carnefice alla stregua di una bestia, si trova a poggiare le labbra sulla sua mano, producendo uno shock ed un finale unico nel suo genere.   Il baciamano: Angiulli dirige Santanelli

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Attualità

Gay Pride a Napoli: Amore, Diritti e Scuola

L’11 luglio la manifestazione per il Gay Pride, Mediterranean Pride di Napoli, dedicato alle scuole e ai diritti degli esponenti della comunità LGBT, sfila per le vie del centro storico della città. In opposizione alla blanda demonizzazione della teoria gender, il Pride, gestito in concerto da associazioni come Arcigay e Arcilesbica e con il supporto degli organizzatori delle serate gay friendly di Napoli, è dedicato alla scuola, con lo scopo di favorire la propaganda delle semplici verità dell’uguaglianza e dell’amore. Numeri, nomi, esponenti politici, chilometri percorsi possono riempire le righe di un articolo, ma nella realtà dei fatti il Pride è del popolo, della gente che sfila per strada, gli uni addossati agli altri, nella naturalezza del sudore, della stanchezza, del desiderio di arrivare fino alla fine, dei vestiti sporchi e dei saluti agli amici. Migliaia di persone si sono date appuntamento in un caldo pomeriggio estivo nel centro del capoluogo partenopeo, sfidando le intemperie e le difficoltà, come l’inaspettato sciopero dei trasporti stabilito per la giornata di ieri: si fa di tutto pur di seguire il carro vittorioso del Gay Pride. Drag Quenn, arcobaleni e famiglie al Gay Pride Sono le 18,00 quando il corteo, guidato da un carro che ci bombarda di musica vivace, coriandoli, ballerini e ballerine provocanti, Drag Quenn, parte da Piazza Dante, con la folla al seguito. Ed è lì che si comincia a intravedere la potenza dell’evento: famiglie arcobaleno composte da due donne o due uomini con i loro bambini fra le braccia, famiglie eterosessuali che insegnano ai bambini il semplicissimo concetto di civiltà, turisti sorpresi dalla manifestazione nella quale si sono ritrovati catapultati, coppie più o meno dichiarate che approfittano di quella giornata per scambiarsi quel bacio in più, amici che si abbracciano ritrovandosi nel marasma generale.  Una coppia di giovani ha sfilato vestita da esponenti religiosi, con gli abiti tradizionali, ed un cartellone che recitava “L’Amore unisce ciò che religione e guerra dividono” e la loro provocazione ha sortito l’effetto desiderato, attirando sguardi, fotografie, sorrisi spavaldi. I fedeli che erano in preghiera nella chiesa di San Nicola alla Carità, su via Toledo, escono a fotografare la sfilata, e lo stesso entusiasmo coinvolge gli abitanti della grande strada commerciale di Napoli, che si espongono insieme, chi per scattare una fotografia e chi per sbandierare un vessillo arcobaleno, esprimendo solidarietà. Ci raggiungono alcune persone che distribuiscono questi cartelloni bianchi, con due lati stampati: il primo ha un cuore con al centro l’ormai noto simbolo dell’uguale, l’altro con una scritta rossa perentoria “Lo stesso amore, gli stessi diritti, #lostessosì”. Napoli viene invasa di questi cuori rossi, tenuti in alto dalle mani speranzose e combattive di una gioventù che intende salvare i resti di una verità seppellita dalle paure della politica bigotta. L’onda Pride travolge gli omofobi   Il Gay Pride omaggia Piazza del Plebiscito, dove la folla comincia a poter respirare. La musica è fortissima, rimbomba nei secoli della storia di Napoli. Qualcuno ha osato fare timide mosse contrarie, distribuendo dei fogli di colore giallo di […]

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Teatro

La bottega del caffè al Mercadante

La bottega del caffè è in scena l’8 e il 9 giugno presso il Teatro Mercadante di Napoli, in occasione del Napoli Teatro Festival Italia, con la regia di Maurizio Scaparro e con Pino Micol. Lo spettacolo è tratto fedelmente dall’omonima opera del veneziano Carlo Goldoni, celebre riformatore del teatro italiano ed europeo, pioniere del superamento della Commedia dell’Arte. La bottega del caffè è una delle più fortunate commedie del veneziano, scritta intorno al 1750, data cardine della poetica goldoniana: è questo, infatti, il periodo di netto cambiamento degli ideali teatrali, che mutano da un’adesione ai canoni della commedia dell’arte, virando su un nuovo modo di far teatro, in cui ai tipi fissi si sostituiscono in modo lento e graduale i personaggi. Ed è ciò che palesemente si nota nella commedia in scena: una mano tendono al passato personaggi come l’allegro Trappola e la ballerina Lisaura, più approfondita è invece la psiche dell’avido e pettegolo Don Marzio, più scandagliati i pentimenti e le incertezze di Eugenio. Goldoni sceglie per la stesura definitiva la lingua toscana, giunto all’epoca al desiderio di maggiore diffusione delle sue commedie: il veneziano, e di lì a poco Venezia, gli iniziano a star stretti e il suo sguardo zooma lentamente sull’Europa. “I miei caratteri sono umani, sono verisimili, e forse veri, ma io li traggo dalla turba universale degli uomini, e vuole il caso che alcuno in essi si riconosca. Quando ciò accade, non è mia colpa che il carattere tristo a quel vizioso somigli; ma colpa è del vizioso, che dal carattere ch’io dipingo, trovasi per sua sventura attaccato”, scrive l’autore in prefazione a La bottega del caffè. La rappresentazione teatrale affida tutta se stessa al valore della parola e del segreto, che non scivolano che intorno alla pura verità: scriverà Francesco De Sanctis nella sua critica a Goldoni che “La sua riforma era in fondo la restaurazione della parola, la restituzione della letteratura nel suo posto e nella sua importanza, la nuova letteratura. E vide chiaramente che a restaurare la parola bisognava non lavorare intorno alla parola, ma intorno al suo contenuto, rifare il mondo organico o interiore dell’espressione. [ … ]  La vita non è il gioco del caso o di un potere occulto, ma è quale ce la facciamo noi.” Nella rappresentazione de La bottega del caffè al Teatro Mercadante è emerso tutto l’ideale goldoniano: una media borghesia veneziana in attesa di un altro carnevale si muove in una piazza, dove hanno sede una bisca, sede dei lussi degli uomini, una bottega del caffè, il cui proprietario, Ridolfo, incarna il tentativo di vivere secondo rettitudine, infine un salone da barbiere. Le vite dei personaggi si intrecciano a causa dei pettegolezzi diffusi da Don Marzio, gentiluomo napolitano, inventore di inganni e maldicenze, interpretato da un magistrale Pino Micol. È il movimento delle sue parole a caricarsi di senso nell’intricato gioco del vivere sociale, fra bugie e amare verità sulle vite altrui. La malinconia della sua condizione, portatore apparente e deludente della sincerità, ricorda nelle […]

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Attualità

La Locanda del Cerriglio

La Locanda del Cerriglio, in via del Cerriglio 3, ubicata nel più stretto vicolo di Napoli, nasce da un fortuito incontro fra le menti dei suoi restauratori e la storia di Napoli. Cantata nelle poesie come un luogo di ritrovo dei più grandi artisti napoletani e italiani, Basile, Cortese, Caravaggio, ad oggi la Locanda del Cerriglio, lasciata intatta nella sua struttura settecentesca, è divenuta un elegante ma familiare ristorante di cucina napoletana. Costituita su due piani, il primo dei quali ricalca l’antica locanda e il secondo le antiche camere dei piaceri carnali, le mura della Locanda riportano numerose fonti letterarie della poesia napoletana che hanno tessuto le lodi di questo posto evocativo. La Locanda del Cerriglio è ancora oggi famosa per l’evento avvenutovi molti secoli fa: l’aggressione a Michelangelo Merisi da Caravaggio, uno dei più grandi artisti italiani di tutti i tempi. I muri della locanda sono arricchiti dei luminosi quadri dell’artista e la loro compagnia, insieme al cibo, ricrea il suggestivo ambiente della Napoli di altri tempi. Periodicamente e con una partecipazione entusiasta del pubblico affezionato, la Locanda del Cerriglio propone una formula che fonde i piaceri del corpo e della mente: una ricca cena a base di ricette napoletane, servita da una équipe di camerieri con un piglio genuinamente napoletano e, subito dopo, la rappresentazione dei Tableaux vivants dei quadri dell’artista. Nella serata del 27 maggio, la cucina della Locanda del Cerriglio ha proposto dei gustosi antipasti tradizionali come la parmigiana di melanzane accompagnata da una ricotta al forno. La scelta del primo era orientata fra una pasta col pomodoro e provola e un piatto di pasta con fagioli e cozze, cavallo di battaglia delle anziane cuoche di Napoli. E nell’assaggio di un piatto, che a giusta ragione potremmo definire ancestrale, il pensiero vola: «Sento la buonanima della nonna ancora qui a cucinare per me».  Il secondo rallegrava gli ospiti con un’arista con patate arrosto o una generosa porzione di alici fritte e insalata verde. Venendo incontro ad ogni tipo di scelta alimentare, la Locanda del Cerriglio ha proposto ai commensali vegetariani un’abbondante frittata di uova fresche. Infine, il dolce ha deliziato gli amanti del babà e della delizia al limone. Le pietanze sono state accompagnate da un buon Aglianico, rigorosamente servito in calici scintillanti. Dopo cena, tutti i commensali de La Locanda del Cerriglio hanno avuto il piacere di esistere ad uno spettacolo di Tableaux vivants dall’opera di Michelangelo Merisi da Caravaggio, dal titolo “Per Grazia Ricevuta.” Gaetano Coccia, Francesco O.  De Sanctis e Antonella Parrella hanno rappresentato alcuni dei celebri quadri dell’artista (come la Crocifissione di San Pietro, il Martirio di Sant’Orsola, San Matteo e l’Angelo, la Resurrezione di Lazzaro). Attraverso una serie di scene, alternando luci ed ombre, linearità e fusione, intervalli di staticità e movimento, accompagnate dalla musica e dal suo potere evocativo, hanno saputo ricostruire l’opera nella sua pienezza. Gli attori raccontano di essersi preparati a questo tipo di rappresentazioni attraverso anni di studio e di ricerca introspettiva. Arrivare alla costruzione del quadro non è il fine – ciò che […]

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Teatro

Suggestioni all’imbrunire – Nacque dunque il caos

Nacque dunque il caos primissimo fa parte di Suggestioni all’imbrunire, una manifestazione sovrintesa dal Centro Studi Interdisciplinari Gaiola Onlus. Per il periodo che va dal 10 maggio al 21 giugno, nell’affascinante complesso dell’antica Villa d’Otium, I secolo a.C. di Publio Vedio Pollione, si terranno una serie di spettacoli musicali e teatrali, talvolta al crocevia fra le due forme d’arte. L’evento è reso possibile grazie anche alla Soprintendenza Archeologica della Campania, al Patrocinio della Regione Campania e all’Assessorato alla cultura del Comune di Napoli.  Nella giornata di ieri, domenica 17 maggio, Suggestioni all’imbrunire ha proposto lo spettacolo “Nacque dunque il caos primissimo” di A. Cossia, S. Scognamiglio e A. Poledro (alle percussioni). Suggestioni all’imbrunire, un viaggio al tramonto Dopo aver attraversato la suggestiva grotta di Seiano, un chilometro di strada sotterranea che taglia l’intera montagna di Coroglio, si rivede in lontananza la luce, la nostra Suggestione all’imbrunire: tuffati in un giardino verdeggiante, ci si ritrova poi in uno spazio aperto di epoca imperiale romana, curato con un’attenzione ed un rispetto che colpiscono al cuore. La bellezza del panorama si accompagna alla maestria architettonica dell’anfiteatro, predisposto nel totale rispetto della natura, quindi privo di allestimenti scenici o elettronici che potrebbero deturpare l’autenticità della catarsi. Gli spettatori sono invitati a degustare un rinfresco a base di vini locali e stuzzicherei dolci e salate, proposte dall’associazione Ager Campanus, alla luce delle ore che attendono il tramonto. Una terrazza lascia intravedere la scogliera della Gaiola e un vento caldo ci accarezza, in silenzio. Pausilypon è “il luogo dove finisce il dolore”: Suggestioni all’imbrunire – Nacque dunque il caos primissimo vuole, invece riportarci alle origini. E prima di ogni cosa, prima che il mondo assumesse la forma del suo esserci, c’era il mito. I due attori recitano brani che ci riportano ad un quadro inconcepibile, ci parlano di questo impalpabile Caos, che la mente umana non riesce a comprendere, al quale segue Gea, la madre terra, seguita da Ponto, il mare, e Urano, il cielo, il quale instaurò il suo dominio. Ci parlano della loro continuità, dell’abbraccio che li unisce. Ci perdiamo assieme agli attori, poiché in lontananza la manifestazione del mito è sotto i nostri occhi, in un orizzonte distante e loquace. E questa sua voce, quasi voce del destino, si esprime nella musica delle percussioni, che scandisce il tempo del mondo, di Crono, il potere che seguì l’evirazione di Urano. E dopo il regno di Zeus, i nostri sensi si catapultano in avanti, abbracciando Omero e la guerra di Troia, nelle rimembranze delle letture del pelide Achille e dei tanti lutti che arrecò agli Achei. In un salto nel tempo, quella conquista del tempo che può essere soltanto dell’arte, ascoltiamo poi i versi dell’Odissea, e viaggiamo insieme a Ulisse, altrove. Finito lo spettacolo, tutto ci viene svelato, nell’ultima delle Suggestioni all’imbrunire, dopo aver compreso come Nacque dunque il caos primissimo: consapevoli della grande opera che è l’universo, assistiamo al Sole che cala dietro il mistero dell’orizzonte. Roma e la Grecia, insieme, ci hanno catturati, ostaggi di […]

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Viaggi e Miraggi

Cosa vedere ad Amsterdam: tra canali e vetrine

Gli stereotipi distruggono il mondo, d’altro canto creano una così bassa aspettativa, che tutto ciò che andiamo a toccare con mano sarà uno spettacolo di impressioni e colori. Amsterdam è la capitale dell’Olanda, con 2 milioni di residenti nella zona metropolitana. Il fiume Amstel si ramifica in mille canali, sfocia nell’IJ, per abbandonarsi nella culla del Mare del Nord, così ha guadagnato la fama di Venezia del Nord. Ad oggi viene accostata al suo fardello di patria della droga ma non può che essere un’offesa ad uno dei luoghi più vivi, movimentati, culturalmente validi dell’Occidente. Amsterdam è patria della libertà in ogni sua forma. Nel Medioevo e per tutta l’epoca moderna, la città è il paradiso per tutti coloro che fuggono dalle costrizioni intellettuali e religiose del resto dell’Occidente. La libertà religiosa e di pensiero è stata il perno centrale di un mondo basato su un’economia all’avanguardia che ha visto fiorire famiglie di banchieri che hanno fatto impallidire i nostri connazionali. Invece di espellere stranieri e individui controcorrente, il consiglio cittadino ha di volta in volta esteso sapientemente il perimetro. Camminando per la città ci si domanda come tutto l’artificio risulti uniforme, esteticamente valido e funzionale. Occorrono tre cose per poter visitare Amsterdam: aprire cuore, mente e portafogli. Bisogna spalancare la mente per accogliere la moltitudine di culture, aprire il cuore per lasciarsi catturare da uno spirito tranquillo che guida le giornate di turisti e cittadini. E il portafogli? Ad Amsterdam tutto costa e molto. Nel viaggio d’andata la mia compagna di viaggio ed io abbiamo fatto la conoscenza di una donna, pendolare per motivi familiari fra Napoli ed Amsterdam. La frase che mi ha colpito di più nelle sue lunghe chiacchierate è stata: “Loro sono un popolo di commercianti. Sanno vivere, sanno guadagnare ma non te lo faranno mai capire.” Cosa vedere ad Amsterdam? C’è un ampia scelta di attrazioni! L’Olanda è il popolo del denaro, è vero. Ma se quello è il prezzo da pagare per tranquillità, efficienza, apertura mentale, è addirittura la città più economica di questo piccolo mondo. Amsterdam è costellata di musei e sarebbe un peccato non approfittarne. Da qui, la decisione strategica di acquistare una IAmsterdamCard: 48 ore no-stop di mezzi di trasporto e musei per la cifra “irrisoria” di 59 €. Forse è scattata addirittura una gara fra me e la mia compagna di viaggio con i 13 musei visitati nel tempo a disposizione: il Museo di Van Gogh, il Museo dei Canali con le sue storie interattive, i plastici, le diapositive, il Joods Cultureel Kwartier, l’Hermitage Amsterdam con tutti i suoi costumi rinascimentali, l’Amsterdam Museum, lo stravagnte Stedelijk Museum e i vari musei della fotografia ci hanno coinvolti nella vita di un paese, saltando da un’epoca all’altra, dal volto di Van Gogh alla storia della costruzione medievale della città per poi rilassarci durante la visita in barca lungo le acque torbide dei canali. Ad Amsterdam ci sono poche piazze ed il suo aspetto è molto lontano dalla cara monumentalità delle capitali europee. Perdi l’orientamento una, due, tre volte ma […]

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Teatro

Samuel, titre de travail – Piccolo Bellini

Samuel, titre de travail è stato inscenato al teatro Piccolo Bellini di Napoli il 9 e 10 Maggio. La compagnia è formata dalla collaborazione del trio CDT, Clémentine Deluy, Damiano Ottavio Bigi e Thusnelda Mercy, artisti del Tanztheater Wuppertal Pina Bausch, con il coreografo e regista Pascal Merighi. Questa sinergia fra echi francesi e tedeschi si coniuga anche nella collaborazione fra l’Institut Français Italia, l’Institut Français di Napoli e il Goethe Institut. La messinscena, che fonde danze, simboli, musica e copioni si ispira ad un’opera di Beckett, Le Dépeupleur, un racconto scritto in francese nel 1966 e ripreso nel ’70. Così come nello scritto dell’autore, in Samuel, titre de travail è il tema della solitudine a dominare su ogni cosa; è la ricerca costante dell’altro che fugge e al contempo insegue. I tre attori-danzatori non hanno nome e nel loro anonimato i loro corpi sono un puro involucro. Il palco è scarno, c’è una scala, due microfoni con luci verso il pubblico che si abbaglia, infastidito e mentre ognuno cerca di farsi spazio fra le teste degli altri spettatori, la distorsione applicata alle voci dei microfoni già preannuncia un senso di inquietudine. Samuel, titre de travail si discosta dall’opera dell’inglese con una personalissima interpretazione. Quello che resta sono echi e profumi di mondi diversi, quale era lo spirito artistico di Beckett, diviso fra ambiente francese e inglese per necessità lavorative. Non è cosa facile comprendere o scrivere quando uno spettacolo è ispirato all’assurdo Beckett: ho però sentito in un certo momento della messinscena che Samuel, titre de travail stava cercando di mostrare il mondo svuotato dal mondo, come una sfera cava di cristallo in cui l’umanità, ormai priva di senno, cercava altro da sé senza potersi fermare. Anche il più inesperto spettatore (e dinnanzi a Beckett, lo siamo quasi tutti) non ha potuto esimersi dall’apprezzare i corpi quasi fluidi delle ballerine-attrici di Samuel, titre de travail, che sembravano volare e danzare al contempo sul palco. Il giudizio di uno spettatore per Samuel, titre de travail non può fermarsi al “mi è piaciuto”: non era e non è questo l’intento dell’inglese, in quanto l’intrattenimento non rappresenta(va) il suo traguardo. Un modo per guardare dentro le cose, da un punto di vista completamente depauperato da ogni sensazione superflua. Il senso di smarrimento ti porta a riflettere, anche uscendo dalla platea. Dunque, lo scopo è stato raggiunto.  Samuel, titre de travail – Piccolo Bellini

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Attualità

Meet: intervista all’ideatrice Oriana Lippa

Le idee brillanti nascono speso dall’iniziativa di un singolo che cerca di far ruotare i pensatori attorno ad un perno comune. Lo sforzo del singolo diventa allora una delle tante stelle gravitanti attorno ad un pianeta, abitato da ideali condivisi, che cercano di farsi strada nella folla del mondo. In quest’ottica Oriana Lippa si è fatta pianeta: ha deciso di dare vita al Meet, un progetto musicale ospitato nella cornice di una casa barocca del 600 sita in Via Toledo 55, nel cuore del centro storico di Napoli.  Ho intervistato l’organizzatrice, che rivela un entusiasmo coinvolgente per un progetto solo all’apparenza semplice e dunque così geniale. Ciao Oriana, com’è nata l’idea del Meet? È nata per caso, cercando una nuova chiave per intendere la musica indie cantautoriale a Napoli. In questi ultimi anni c’è un grossissimo fermento, ma ho notato che ogni artista va per la sua strada, e tranne per casi sporadici, non consideravano l’ipotesi di collaborare e di unirsi ad altri artisti che in fondo fanno la stessa cosa. Cosa vedi in questo tuo progetto? In effetti si tratta di aver visto dall’esterno una possibilità che chi era all’interno non focalizzava. Ho immaginato il MEET anche per mio sano egoismo, mi divertiva l’idea che alcuni cantautori che mi piacciono, creassero qualcosa insieme, e s’incontrassero generando qualcosa di ancora più forte e ricco.  La tua idea è stata accolta con favore? Insomma, il Meet è stato un successo? Si è rivelata vincente, e soprattutto ha destato entusiasmo negli artisti. Ho avuto la fortuna che quasi tutti i cantautori napoletani abbiano accettato di mettersi in gioco e di fondersi con altri. Il Meet è una sfida artistica ed umana, e chi l’ha accolta ne ha ricevuto solo benefici in termini di emozioni e di musica. Ciro Tuzzi, Federica Ottombrino, Marilena Vitale, Sasio Carannante, Roberto Colella, Salvatore Lampitelli, Giuseppe Di Taranto, Raffaele Giglio, Lelio Morra, Massimo De Vita, Victor Zeta, Simone Spirito, Nicola D’Auria, Luigi Bucarelli, Giampiero Troianiello, Katres, Giovanni Block e Vincenzo Rossi. Il pubblico poi è stato eccezionale durante i concerti. Molte persone si sono davvero affezionate al format, incuriosendosi, condividendo i video, gli eventi, sponsorizzando l’idea, cercando di indovinare volta dopo volta quale sarebbe stato la successiva “coppia” del Meet. E quindi il Meet è alla fine: che prospettive hai? Il 10 maggio ci sarà il nono e ultimo incontro per quest’anno. Non so se l’anno prossimo proseguirà, anche perchè probabilmente il Meet ha innescato la molla che doveva innescare, e sempre più collaborazioni stanno nascendo, e ad un certo punto, com’è naturale che sia, le cose vanno da sé. Che altro aggiungere? Il mio consiglio è quello di visitare la pagina Facebook dell’evento e passare una domenica sera diversa dal solito, immersi nel processo di creazione della musica. Appuntamento a Via Toledo 55, domenica 10 Maggio alle 21,30.

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Teatro

Hamlet Travestie – Teatro Nuovo di Napoli

Hamlet Travestie, di Emanuele Valenti e Gianni Vastarella, è al Teatro Nuovo di Napoli il 28 e 29 Aprile, candidato al Premio Hystro ‘14/’15,  in occasione dell’ultimo giro di boa della stagione teatrale 2014/2015 del Nuovo. La messinscena mescola elementi sapientemente orchestrati, in primo luogo tratti dall’Amleto di Shakespeare, in una parodica riscrittura del Settecento, accompagnati dallo stampo della farsa di Antonio Petito. Sul palcoscenico Giuseppina Cervizzi, Christian Giroso, Carmine Paternoster, Valeria Pollice, Emanuele Valenti e Gianni Vastarella. Il padre di Amleto muore in un incidente stradale, probabilmente suicida. È da questo punto nevralgico che si sviluppa Hamlet Travestie, parallelo dell’Amleto shakespeariano, dove ogni personaggio inscena un nuovo ruolo di sé. Il giovane Amleto Barilotto perde il senno dopo la morte del padre e dopo aver scoperto che la sua donna, Ornella, una specie di rocambolesca Ofelia, aspetta un bambino. La pazzia del giovane, che compare in scena con una grossa coperta colorata, unico scudo dalla cruda realtà, viaggia in parallelo con la famelica lettura della tragedia del massimo autore inglese. Il giovane uomo si esprime per frasi fatte che si rifanno alle battute dell’opera trasposte in napoletano, l’unico canale di comunicazione con la famiglia, caduta in preda alla preoccupazione più nera: la situazione economica disastrata, accompagnata dall’incapacità dei familiari di comprendere la crisi esistenziale di Amleto, provocano una serie di misunderstanding e inganni. Il suocero di Amleto, ‘O professore, la cui blanda cultura esplode come una palma d’alloro di fronte all’ignoranza della famiglia Barilotto, decide di assecondare la follia del ragazzo ed ordina alla famiglia di imparare la propria parte nel quadro della tragedia di Shakespeare: soltanto alla fine di questa rappresentazione il giovane Amleto potrà riprendersi. In Hamlet Travestie, scoppiano così una serie di scene tragicomiche, dove nessun personaggio riesce a rappresentare nulla all’infuori di sé, della cruda realtà dalla quale è impossibile fuggire. Ognuno cerca alla meglio di inscenare la parte che gli spetta, fra un rocambolesco matrimonio e plateali funerali. La messinscena, o meglio, le messinscene, hanno il sapore dolceamaro del teatro napoletano,  in cui i protagonisti cercano di sopravvivere alla giornata confidando su ingannevoli palliativi quotidiani. In Hamlet Travestie il riso c’è, ma come viene così sfuma, per l’empatia profonda che può legare lo spettatore al tormento di Amleto Barilotto, quel tormento della modernità in cui domina l’incapacità di capire se stessi e il mondo. Hamlet Travestie – Teatro Nuovo di Napoli

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Teatro

Il Mago dell’aria e il baraccone delle ombre

Il mago dell’aria e il baraccone delle ombre, diretto da Gennaro Monti ed ispirato al “Baraccone delle marionette meccaniche” di Petito,  è (andato) in scena dal 10 al 26 Aprile al teatro Zona Teatro Naviganti di Napoli. È usuale nel linguaggio giornalistico (almeno in quello che tentano di insegnarci) profondersi in toni impersonali e atemporali, assegnando una parvenza scientifica e microlinguistica alla comunicazione ‘cartacea’. Mi permetto di dissentire in questo caso: quando uno spettacolo coinvolge in tal modo, nelle sue improvvisazioni, nel suo canovaccio, nei suoi mai pesanti rimandi al teatro classico, nei riferimenti mai stonati con la realtà contemporanea, nei suoi saluti che sembrano continuare la messinscena (“ma è finito lo spettacolo?”, ho domandato alla mia accompagnatrice durante i ringraziamenti dello smascherato Pulcinella), ebbene, è in questo caso che l’impersonalità va lasciata fuori e l’io del ‘giornalista’ deve irrompere sulla carta (o sullo schermo). “Il mago dell’aria e il baraccone delle ombre” racconta di una compagnia di pupari, colorita dalla grande figura di Pulcinella, catapultata dalla periferia di Aversa all’affollata e caotica Napoli. Nella multiforme realtà partenopea, il gruppo si troverà a confrontarsi con una più famosa e navigata compagnia ‘del nord’: è a questo punto che prende avvio la grande serie di beffe, fraintendimenti, siparietti, una comicità a crocevia fra il sapore tutto antico per lo scherno delle maschere e una più moderna risata fragorosa da varietà televisivo. Pulcinella riesce a coinvolgere l’eterno amico Felice Sciosciammocca, uomo che da sempre mira e ostenta una grazia e una cortesia malriuscita; quest’ultimo si innamora di una giovane della compagnia, Merope, attirando le ire della Prima donna e di sua madre, che irrompe continuamente sulla scena alla ricerca del figlio fuggito in città alla ricerca di una donna.  La trama impenna con l’arrivo del Mago dell’aria, misterioso incappucciato dalla favella forbita e antiquata, che porta con sé un copione dell’Otello rivisitato  nientepocodimenoché da Shakespeare in persona. La serie di incomprensioni linguistiche che si genera fra il Mago e il duo Pulcinella-Felice ci ha infiammati: il pubblico ha riso, davvero, di cuore, lacrimando. Il Mago con la sua formalità, i suoi annunci dall’oltretomba, il suo copione frutto di un mondo lontano, le sue movenze pantomimiche si ritrova a dover persuadere la coppia di amici, una coppia goffa, estenuante, ignorante, intimidita di fronte all’ancestrale sapere del mago. La compagnia si ritrova così tutta intera di fronte a una tale autorità e ognuno cerca di primeggiare, nel suo piccolo. Lo spettacolo di marionette vero e proprio è al limite dell’assurdo, un bailamme allo stato puro, in cui seguire la scena diviene difficile ed ogni spettatore ritaglia pochi secondi per gustarsi al meglio questo o quel personaggio, in quel così magico momento di strabordante metateatro. L’esigenza ‘giornalistica’ mi impone di non raccontare il finale: Pulcinella ha ripetuto più volte che non ve n’era uno, ma chiuso il sipario e attori alla ribalta, ognuno tira le proprie somme e le mani, inevitabilmente, scrosciano applausi. “Il mago dell’aria e il baraccone delle ombre” è uno spettacolo brillante. […]

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Teatro

Le Statue movibili – Teatro Piccolo Bellini

«Le Statue movibili» da Antonio Petito, con adattamento di Lello Serao, è al Teatro Piccolo Bellini dal 21 al 26 Aprile. Sembra sempre di tornare sempre bambini quando si sente parlare di Pulcinella. Ricordo le sere d’estate coi teatrini dei Fratelli Ferraiolo, storici burattinai che girano per la costa tirrenica ancora oggi, portando a adulti e bambini una mezz’ora di serenità. Quel Pulcinella che parla per detti popolari, il Pulcinella degli ipercorrettismi e delle mosse sgraziate, degli “a parte” furbeschi, del giocoso erotismo e della vita come arte del gioco, è lo stesso de «Le Statue movibili». Pulcinella è il servitore di Felice, un giovane aspirante artista senza talento, di buona famiglia ma privo di aspirazioni, se non quello di far bella figura sulla sua amata; nella stessa casa abita Cardillo, l’amico « studente, che in cinque anni ha dato solo un esame… ed è stato pure bocciato! » I tre non possono che vivere alla giornata, domandandosi continuamente «ma come si fa a campare senza soldi?». Accanto a loro, la bella e verace Luisella, vera femmina napoletana, capace di malriusciti esempi di grazia e di schietta verità. A completare la scena, un trio di persone che ostentano forzatamente la ricchezza, lo sfarzo, la presunta onestà cittadina: il padrone di casa, Asdrubale Barilotto, avvolto nel suo cappotto costoso, la zia di Felice, prorompente donna imbellettata e truccata secondo una moda che la campagna da cui proviene ha eletto col criterio dell’ostentazione simbolo di ricchezza, e un misterioso padrone di una casa infestata dagli spiriti, che irrompe sulla scena come un Puck tutto vestito in rosso, saltellando e squittendo entusiasta. Ciò che prende vita sulla scena non è un evento extra-ordinario: si tratta, piuttosto, della quotidianità dei tre amici, che cercano ancora una volta di trovare il pane per la giornata. E per far ciò sono disposti a tutto: il titolo dell’opera racconta un momento essenziale, tragicomico della pièce, la dimostrazione che questi “poveri” sono disposti a tutto pur di trovare denaro, finanche fingersi statue che si muovono sotto lo stimolo di un presunto pulsante, assecondando così questo continuo movimento di debiti, pagherò, inganni bonari ai danni di chi possiede più ricchezze. La rappresentazione è scorrevole, piacevole, umoristica oltre che comica. Tutto è concentrato sulla parola nella sua potenza e ambiguità, con un’accortezza sicuramente non casuale sulle varietà dialettali dei vari personaggi, marcate perfettamente per provenienza, come nel caso della ricca zia di campagna, o per estrazione sociale, è il caso di Pulcinella e il suo repertorio di detti popolari. Non si può campare senza soldi: quei poche che riusciamo a mettere da parte, però, usiamoli per fare un salto a teatro, tornando bambini che applaudono le marionette. Le Statue movibili – Teatro Piccolo Bellini

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Culturalmente

Vuoi insegnare l’italiano? Le nuove prospettive

La via dell’insegnamento è sempre più congestionata: decreti su decreti, ministri dell’Istruzione e dell’Università che si susseguono rapidamente, ognuno con le sue idee politiche e culturali. L’ultimo decreto mette in tavola l’assunzione dei precari, i nuovi saperi, il curriculum dello studente, l’estensione dei poteri dei presidi e una probabile riforma per l’accesso alle graduatorie, una specializzazione al posto del TFA. Perfetto, sì: nel frattempo gli aspiranti insegnanti attendono che le forze politiche smettano di “tirarsi i coppetielli”. La risposta al desiderio di trasmissione dei saperi, ad oggi, sembra una: l’insegnamento dell’italiano all’estero.  In Italia la formazione per l’insegnamento dell’italiano L2/LS (italiano a stranieri in Italia/italiano a stranieri all’estero) avviene nelle aule dell’Università per Stranieri di Siena, Perugia, Venezia, tramite lauree triennali, magistrali, master, dottorati e certificazioni riconosciute all’estero come il DITALS, il DILS e il CEDILS, mentre Napoli offre terreno fertile con un Master di II livello all’Università “L’Orientale”. Facciamo un passo in avanti: l’esperienza sul campo. Lo studente si siede dall’altra parte, di fronte a sé ha una classe da gestire, la cui poliedricità stravolge spesso le nozioni della conoscenza libresca. Chi ha vissuto questo cambiamento può darci testimonianze interessanti. Le persone intervistate si sono offerte volontarie all’interno di un gruppo Facebook, “Insegnare all’estero”, dove numerosi aspiranti insegnanti o professionisti già qualificati si scambiano informazioni sulle opportunità di lavoro fuori dal confine italiano. Un sincero ringraziamento per la loro disponibilità. Eleonora Sarlo, classe ’88, originaria di Asti, ci racconta con passione il suo percorso ancora in fieri. Che studi hai compiuto per raggiungere la competenza che hai oggi? Stai già insegnando agli stranieri? Io mi sono laureata 3 anni fa presso l’Università degli Studi di Torino, in Scienze della Mediazione Linguistica, in francese e portoghese. Siccome ho sempre avuto la passione per l’insegnamento delle lingue ho cercato una strada alternativa. Dopo la laurea inizierò il master in didattica dell’italiano LS e nel frattempo ho cominciato un progetto di volontariato nella mia città, Asti. Io mi occupo di studenti alfabetizzati di livello A1, per la maggior parte africani rifugiati politici. Ascoltiamo la voce di un’altra insegnante: Simona Scigliuolo, classe ’87, nata a Bari, neolaureata in Filologia Moderna con esperienze pregresse in campo editoriale, della comunicazione e un progetto Leonardo. Simona, raccontaci della tua esperienza di Assistente linguistico nelle scuole francesi, resa possibile nell’ottobre del 2013 dal bando annuale del MIUR. É stata un’esperienza bellissima per la quantità di cose che puoi imparare in un paese straniero e per l’esperienza di lavoro finalmente reale cioè uno stipendio regolare, dei diritti in quanto lavoratore e molta umanità da parte della gente del luogo. Contenta di questa avventura, ho deciso di restare in Francia per una supplenza part-time. Attualmente ho un contratto, in teoria rinnovabile per il prossimo anno. Stare fuori non è da tutti. Bisogna avere molto coraggio. Simona lamenta inoltre quello che è un malessere generalizzato di questo folto gruppo di assistenti linguistici in Francia: lavoro tendenzialmente banale e strutturato in lezioni ripetitive, incentrate su stereotipi del nostro paese. La nostra generazione è disposta a tutto per trovare un lavoro e tu ne sei l’esempio, non trovi? Sì, siamo una generazione in movimento che non […]

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