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Eroica Fenice

Beata Ignoranza: Giallini, Gassmann e i social

Beata Ignoranza: Giallini, Gassmann e i social

Oggi possiamo vivere senza tecnologia o dipendiamo totalmente da essa? Cosa succede se l’uomo con lo smartphone incontra l’uomo con il Nokia del 1995? Lo scopriamo in Beata Ignoranza, nelle sale dal 23 febbraio, quinto film da regista di Massimiliano Bruno, in cui Marco Giallini e Alessandro Gassmann, due degli attori più in forma del cinema italiano, interpretano una coppia di professori in conflitto con la tecnologia e con i fantasmi del passato.

Una satira dolce-amara sulla guerra tra chi è entusiasta dell’era social e i suoi strenui oppositori.

Beata Ignoranza, la trama

In un liceo si ritrovano, dopo anni di ostile lontananza, Ernesto (Marco Giallini), professore di italiano, severo conservatore rigorosamente senza computer che impone agli alunni di depositare gli smartphone sulla cattedra, e Filippo (Alessandro Gassmann), professore di matematica tanto entusiasta delle nuove frontiere da sostituirle sfacciatamente a una competenza che non ha. Lui il portabandiera della beata ignoranza. I due si ritrovano a insegnare nella medesima classe e questo riaccende una rivalità personale nata molti anni prima e mai veramente sopita. Gli atteggiamenti opposti che hanno nei confronti delle nuove tecnologie diventano subito il pretesto per un nuovo scontro. Quando il video di un loro litigio diventa pubblico, Nina (Teresa Romagnoli, nota per la webserie “Under – The Series”), una ragazza proveniente dal loro passato, li costringe a un esperimento-documentario: il nemico del Web dovrà imparare a connettersi, mentre l’entusiasta della Rete dovrà fare a meno di Internet. Sarà l’occasione per guardare sotto una nuova luce l’evento che ha originato la rivalità fra i due. 

Beata Ignoranza, buon cast, molti limiti

Dopo aver scelto Marco Giallini per Confusi e felici (2014) e Alessandro Gassmann per Gli ultimi saranno ultimi (2015), Massimiliano Bruno li ha voluti insieme per la sua quinta regia, Beata ignoranza, commedia incentrata, quindi, su un tema relativamente nuovo, ma già un classico del genere: l’uso di internet, social media e smartphone, e il loro impatto sulla vita quotidiana.

Sorretto da uno dei classici meccanismi della commedia, lo scambio di ruoli opposti, Bruno prova a continuare un discorso su nuove tecnologie e relazioni già iniziato con successo da Perfetti Sconosciuti, il film di Paolo Genovese vincitore del David di Donatello 2016.

Tuttavia Beata Ignoranza soffre di una particolare situazione nella quale diversi dettagli del “tessuto” sono perfetti ma nell’insieme risulta tutto confuso e poco originale. I dettagli di successo sono quelli delle interpretazioni: Giallini ha un ruolo cucito su di sé, ironico, cinico ma con retrogusto dolce e, nonostante la parte gli calzi a pennello, lui fa anche di più deliziandoci con battute e soluzioni interpretative di livello. Anche Gassman fa un buon lavoro, e spiccano nel reparto cast una divertentissima Emanuela Fanelli con accento ciociaro, nel ruolo di un membro della troupe di Nina, e Valeria Bilello, chiamata ad animare il lato sentimentale. Sul lato comico c’è poco da obiettare: si ride sempre e di gusto. Il problema pende però sulle spalle della sceneggiatura dello stesso Bruno, che scrive con Herbert Simone Paragnani e Gianni Corsi.

Siamo davanti a un film sul nuovo ma con argomentazioni banali. Insomma la solita tiritera nella quale al giorno d’oggi Internet e i social hanno rovinato il contatto umano, non ci si guarda più in faccia e troppa comunicazione genera rumore e non relazione. Si aggiunga poi il fatto che questa banalità è tradotta cinematograficamente con altra poca originalità cioè col contrapporre a smartphone e chat la lettura, il parco, il verde e le persone che fanno attività all’aria aperta.

Beata ignoranza parla di relazioni ai tempi dei social network, di paternità, di scuola, ma non imbocca mai una strada precisa e ricade in esasparazioni semplicistiche, gag stonate, conclusioni ovvie. 

Con fare ammiccante, ricorre anche ad espedienti narrativi che invece di conquistare disaffezionano, rendendo singhiozzante il ritmo: viaggi a ritroso nel tempo, personaggi che rompono la quarta parete e si rivolgono al pubblico, il volto in foto della defunta Marianna (Carolina Crescentini) che si anima e dispensa consigli. 

Beata ignoranza ha sicuramente il merito di tematizzare un male del nostro tempo, ammonendoci sul fatto che è trasformato in male da noi stessi: «non è il mezzo che porta alle patologie, ma è l’uso che se ne fa», afferma acutamente la terapeuta (interpretata dalla brava Michela Andreozzi). Potrebbe apparire una verità scontata eppure ce ne dimentichiamo, facendo prevalere nel quotidiano l’atteggiamento che demonizza il mezzo, tanto che alcuni arrivano all’estrema soluzione, come il rifiuto di Internet e della tecnologia.

Si esce dalla sala con il sorriso sulle labbra misto a riflessione, anche se poi, dopo qualche ora, il film è sempre più lontano, come uno status su Facebook da migliaia di like sommerso presto da nuove foto e video.

Nunzia Serino