Borromini e Bernini. Sfida alla perfezione | Recensione

Borromini e Bernini. Sfida alla perfezione recensione del documentario di Giovanni Troilo con Jacopo Olmo Antinori, Pierangelo Menci e Antonio Lanni (Credits: Nexo Digital)

Borromini e Bernini. Sfida alla perfezione, la recensione del documentario di Giovanni Troilo con Jacopo Olmo Antinori, Pierangelo Menci e Antonio Lanni 

Ammirazione è il derivato italiano del latino arcaico che, se modellato sulla Caput mundi, assorbe ogni singolo chiaroscuro del suo significato. Roma è considerata la città più bella in tutto il mondo. Ammirata per l’appunto per la sua bellezza eterea. Eterna, come i secoli di storia che hanno attraversato tutte le sue fasi. Imperatori, il Senatus Populusque Romanus, i gladiatori spalleggiati dalle guerre miste al sangue versato, oratori, poeti e l’elenco è ancora lungo. E poi c’è la Roma imponente. Superba. Solenne. La Roma da brividi caldi di cultura. L’architettura della Roma barocca non può e non deve morire. E se la Basilica di San Pietro, la Basilica di San Giovanni in Laterano, Palazzo Barberini, San Carlo alle Quattro Fontane, la Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza, Piazza Navona (solo per citare qualche esempio) sono ancora in piedi è perché nel ‘600 due architetti quasi coetanei si sono sfidati in punta di spada per rendere Roma maestosa e straordinaria: Borromini e Bernini.

Borromini e Bernini. Sfida alla perfezione: la metastoria di Borromini tra finzionalizzazione e documentario

Giovanni Troilo torna di nuovo a Roma dopo Power of Rome (2022) per dirigere un documentario inedito in chiave contemporanea, al servizio di espedienti cinematografici innovativi a tratti illusori che fotografano belle inquadrature con dovizia di particolari. Borromini e Bernini. Sfida alla perfezione è il coming of age di un giovane ragazzo che da Milano arriva a Roma e inizia a disegnare, progettare, ispessire il suo stile rivoluzionario che glorificherà la città eterna. Borromini era un ventenne disorientato approdato nella Roma dissoluta in cui il suo genio creativo poteva misurarsi sulla colonna portante della Chiesa. E uscire dagli schemi, secondo la volontà di innalzare la sua arte fino al cielo. Per cercare un punto di contatto con Dio, da fedele cattolico quale era. Ma Borromini non godeva di buona fama: il suo sguardo tanto eccentrico e diverso non era inteso. E il Papa aveva occhi solo per Bernini.

Rivali artistici si narra: da una parte, l’artista sognatore che creava capolavori ai più incomprensibili costruiti su pianta geometrica da cui riverberava una profonda spiritualità elevata fino a un allusivo infinito, con le sue curve scavate su pietra (Borromini era figlio di uno scalpellino) e precursore di idee più tardi concretizzate. E la Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza è un esempio di tecnica assolutizzata che plasma il passato per modernizzare il futuro; dall’altra, lo sfarzo, il privilegio, tanto oro incastonato nelle rifiniture dell’ingegno di Bernini da essere ricordato come colui che ha dato una facciata a Roma. Ricoperta da onori prestigiosi papali ed ecclesiastici. E quale miglior opera della Basilica di San Pietro.

Borromini e Bernini. Sfida alla perfezione non è solo la diatriba tra i due poliedrici architetti. È la metastoria, la storia dentro la storia: nella finzionalizzazione del documentario, Borromini (Jacopo Olmo Antinori) sfida la sua anima, l’arte, la vita e trascina la sua architettura dentro una spirale di depressione che lo logora fino a perdere il senno. Abbandonato nella sua indecifrabile fragilità, trascinato negli strascichi della zona più buia del suo occhio sofisticato da non voler più carpire il suo posto nella società. E sacrificando la sua esistenza per l’immortalità. Per la sua memoria. Per i suoi prospetti che osavano spingersi oltre. Per lasciare un’impronta che Roma più di tutte le altre città deve mantenere indelebile.

Sono rimaste parole scritte nero su bianco che testimoniano gli ultimi attimi di vita, studi di esperti d’arte e qualche disegno ancora intatto che tratteggia la grandezza di Borromini. C’è ancora tutta la sua arte visibile che si erge sulle mura romane da rimanerne esterrefatti. Ma non c’è un briciolo di scelta su l’uno o l’altro. Roma è ancora lì grazie a loro. Se c’è mai stata una sfida, ai posteri l’ardua sentenza.

VOTO: 7.5/10

Martina Corvaia

Immagine: Nexo Digital

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