Giulia: il nuovo film italiano da Venezia a Napoli

Giulia: il nuovo film italiano da Venezia a Napoli

Giulia. Ha un nome di donna il nuovo film di Ciro De Caro, presentato a Napoli nell’ambito della rassegna “Venezia a Napoli. Il cinema esteso”. 

Alla presenza in sala del regista romano, Ciro De Caro, preceduto dai saluti del console francese a Napoli, Laurent Burin des Roziers, e dall’introduzione di Aurora Bergamini, giornalista per il Corriere del mezzogiorno, è stato presentato all’Istituto francese di Napoli il nuovo film di De Caro, Giulia. Un film dal nome di donna. Una donna interpretata dalla giovane Rosa Palasciano, autrice romana di talento, che ha lavorato alla sceneggiatura – in tal senso “cucitale addosso” – insieme al regista. 

GIULIA: trama e recensione 

Giulia è una giovane donna romana così come l’attrice che la interpreta. La prima inquadratura è un suo primo piano durante quello che si rivela essere un colloquio di lavoro: Giulia si toglie la mascherina e risponde alle domande che le vengono poste. Domande di routine sull’ultimo impiego ottenuto, sul se fosse “scaduto” prima, durante o dopo la pandemia. Le risposte di Giulia sono vaghe, contraddittorie e visibilmente incerte, mentre suona ferma la sua asserzione: «Io non sono depressa», nel momento in cui viene fatto accenno ad alcuni problemi psichici sorti per molti durante l’emergenza sanitaria. 

Magari Giulia non è depressa, ma una qualche dissociazione ce l’ha. Del suo passato si sa poco: ha chiuso durante il lockdown una relazione con un certo Alessandro, col quale inizialmente c’era un accordo di vivere insieme durante la quarantena, periodo dopo il quale la loro storia è naufragata. Quel che sorprende è che Giulia non sembra essersene resa del tutto conto: continua a parlare al plurale, a rinfacciargli una decisione del passato come se fosse appena avvenuta, o a presentarsi a casa della sorella di lui – non invitata – portando per dessert delle merendine confezionate. 

Giulia lavora in un centro per anziani e racimola qualche extra accompagnando a casa alcuni degli ospiti del centro dopo le attività pomeridiane. Ha inoltra l’abitudine di raccogliere oggetti abbandonati per strada, tra cui una riproduzione in legno di un piccolo Pinocchio, il cui naso e personaggio potrebbero forse avere una qualche valenza metaforica nell’economia del racconto. 

Un racconto che però stenta a decollare. Nel presentare le linee-guida del suo film, Ciro De Caro aveva presentato Giulia come una donna in bilico, ma sulla via della liberazione. Un personaggio borderline, che come tale risulta difficile da seguire e da comprendere appieno. Al centro per anziani incontra infatti un ragazzo, Sergio, il cui debutto sulla scena è una pessima lettura – probabilmente così voluta – del celebre passo sull’essere o non essere tratto dall’Amleto di Shakespeare. Oltre ad improvvisarsi lettore teatrale e ad intrattenere gli ospiti del centro anziani con varie attività, Sergio ha un talento segreto: disegnare. È così che attrae Giulia nella sua orbita, resa tale dalla necessità, per lei, di trovare un posto in cui dormire, dopo l’ennesima storia andata male. 

Con il suo numero di telefono scritto accanto ad un bel ritratto della ragazza, nasce una snervante vicinanza tra Sergio e Giulia, che si trasferisce nell’appartamento in cui abita lui, in un palazzo piuttosto curioso della periferia romana popolato da altri personaggi piuttosto particolari, primo tra tutti il coinquilino di Sergio e proprietario dell’appartamento, Ciavoni, omone grande e grosso ma dal cuore tenero, che prova un po’ a fare da “cuscinetto” tra i due. C’è poi la vicina di casa Nella, rimasta vedova del giovane marito, che fatica a riprendersi dalla perdita dolorosa del compagno. O ancora l’amico burino del piano di sopra, sposato con una donna che non fa mistero di essere pronto a tradire, e che possiede una casa al mare dove, alla fine, vanno tutti insieme a finire senza che però nessuno riesca a dormire. 

Che percorso fa, dunque, Giulia, nel suo cammino di liberazione? E da chi e da che cosa, ed in che modo, Giulia vuole liberarsi? Sono domande che, nel film, restano prive di risposta, a meno che la soluzione non sia fuggire da chiunque e continuare a scappare da chicchessia. Le uniche note di distensione del film – due in tutto, una ambientata al Centro per anziani ed una su una spiaggia del litorale romano – sono regalate dalla canzone che Giulia ama cantare: Funiculì funiculà, che l’attrice intona meglio che può, benché un orecchio napoletano possa solo allargarsi generosamente apprezzandone il tentativo. 

Un film distorto e non riuscito, che ha lasciato piuttosto perplessi gli spettatori in sala, tutti intenti a commentare il finale, dopo quasi due ore di scene spesso slegate e prive di consistenza. Presentato alle Giornate degli Autori – Notti Veneziane al Festival del Cinema di Venezia 2021, Giulia è il terzo film di Ciro De Caro, dopo Spaghetti Story e Acqua di marzo. Un’occasione mancata a dispetto dell’idea promettente di fondo, svolta forse senza alcun punto focale né finale, e che pertanto non è stata all’altezza delle aspettative. 

GIULIA

di Ciro De Caro

Italia, 2021 / 109’

Fonte immagine: Ufficio Stampa Venezia a Napoli. Il cinema esteso 

A proposito di Giulia Longo

Napolide di Napoli, Laurea in Filosofia "Federico II", PhD al "Søren Kierkegaard Research Centre" di Copenaghen. Traduttrice ed interprete danese/italiano. Amo scrivere e pensare (soprattutto in riva al mare); le mie passioni sono il cinema, l'arte e la filosofia. Abito tra Napoli e Copenaghen. Spazio dalla mafia alla poesia.

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