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Eroica Fenice

Il Re Leone 2019

Il Re Leone 2019, un capolavoro di computer grafica

Mercoledì 21 Agosto è arrivato finalmente nelle sale italiane Il Re Leone 2019, l’atteso rifacimento di uno dei classici Disney più amati di sempre.

“N’Aazvegnaaaaaaaa ma bagithi baba”. Sì, lo sappiamo che il verso corretto non è propriamente questo ma poco importa, cari amici trentenni e non solo: andate al cinema, alzatevi tutti in piedi, mano destra sul cuore, testa alta e cantate quest’intro come se fosse un inno.
Un cielo arancio, il sole giallo che nasce all’orizzonte e in sottofondo le celeberrime note de “Il cerchio della vita”: era il 1994 quando per la prima volta questa magistrale scena de “Il Re Leone” veniva proiettata in sala, raccontando una storia che rivisitava in chiave animalesca la tragedia shakespeariana di “Amleto”. Dopo la lunga scia di live action, tra gli ultimi Aladdin e Dumbo, anche il trentaduesimo classico d’animazione Disney, dopo venticinque anni dalla sua prima uscita, ha una nuova versione, affidata a Jon Favreau (recentemente visto come attore in Spider-Man: Far From Home), che si era già approcciato a un prodotto simile, avendo diretto nel 2016 il remake de “Il Libro della Giungla”. In realtà trattandosi di una pellicola con protagonisti animali, e in particolare animali selvaggi, non si può parlare di live action, ma di fotorealismo, vale a dire una produzione che utilizza le più sofisticate tecniche di animazione digitale per realizzare un’opera che dia la sensazione di assistere a qualcosa di reale. Ebbene, Il Re Leone 2019 risulta il più definito film d’animazione in CGI finora realizzato, qualcosa di mai visto prima: tutto è stato ricreato al computer (tranne un frammento appositamente inserito per sfidare l’occhio dello spettatore a riconoscerlo).

Nel 1994 gli animatori della Disney fecero un lavoro enorme, studiando di persona i movimenti e i comportamenti di leoni e altri animali della Savana per realizzare al meglio il Classico, ma insieme al realismo ovviamente il film aveva tanto del cartone animato, come scene impossibili in natura (Timon hawaiano) o espressioni buffe (le boccacce dei cuccioli) o piene di emozioni (rabbia, paura e dolore, a seconda della situazione).

Nel 2019 tutto questo non c’è più, questo Re Leone è davvero un documentario, senza alcuna forzatura animata. La somiglianza con gli animali veri è assoluta e se non fosse per il bisogno di farli parlare le riprese sembrerebbero effettuate dentro qualche parco nazionale, tra autentici leoni e autentiche iene.

Il Re Leone 2019: breve trama, analogie e differenze

Simba è il futuro re, il cucciolo del saggio leone Mufasa, sovrano temuto e rispettato, che non cerca la guerra e sa stare entro gli ampi confini del proprio Regno. Ma qualcuno trama nell’ombra per sovvertire l’ordine costituito: è Scar, l’invidioso fratello di Mufasa, pronto a macchiarsi del più atroce delitto e a prendere il potere con l’inganno. Esiliato e convinto a torto di essere responsabile della fine dell’amato padre, Simba cresce lontano dalla Rupe dei Re, insieme a due amici molto particolari, finché il passato non torna a cercarlo e a domandargli di assumersi le sue responsabilità.

Il leoncino un po’ boriosetto e ingenuo, costretto a fare i conti con le sue debolezze, sembra uscito davvero dalle africane “Terre del branco”, in carne e artigli. Questo “effetto realtà”, però, al cartone che all’epoca vinse il Golden Globe come miglior film commedia o musicale (e altri due Globe per le musiche) e due Oscar per canzone e colonna sonora, toglie un po’ di magia

La rivisitazione del 2019 manca del cuore che aveva caratterizzato l’originale firmato Roger Allers e Rob Minkoff. Nella ricerca naturalistica, Favreau smarrisce il tocco incantato. 

Nonostante duri mezz’ora in più Il Re Leone 2019 è quasi uguale a Il Re Leone edizione 1994. La nuova versione digitalizzata segue dialogo per dialogo, scena per scena, quella animata a mano, come fosse un testo teatrale rimesso in scena. Del resto è teatrale la base della storia (l’Amleto di Shakespeare, come abbiamo detto, regge tutta la struttura dell’intreccio) e sono teatrali molti dei confronti e degli scontri, basati su grandi monologhi e una recitazione sopra le righe. Stessa presentazione del giovane erede Simba agli altri animali riuniti, stessi tentativi di Scar di metterlo in difficoltà fino al piano per eliminare il giovane e il vecchio re sotto gli zoccoli degli gnu impazziti, stesso auto-esilio al di là del deserto dove incontra Timon, Pumba e la filosofia dell’«Hakuna Matata», stesso ritorno alle responsabilità del ruolo grazie all’intervento della sua amica-futura compagna Nala.

Uno dei punti in cui Favreau però si distacca dalla matrice è la ricerca di un’estetica da National Geographic. Non è solo il realismo ma proprio l’uso di inquadrature, l’imitazione di lenti lunghe, l’incastro degli animali nei grandi paesaggi, a voler rimandare ai documentari naturalistici (solo raramente sceglie inquadrature più cinematografiche e impossibili per un documentario).

Tutto questo è il grandissimo pregio del film, quello che strabilia, ma anche il suo grande difetto. La versione originale era infatti stilizzata come sempre sono i film d’animazione, aveva iene che marciano come nazisti, luci costruttiviste durante le canzoni, volti nelle nuvole e gag impossibili (Pumba e Timon che ballano con un gonnellino hawaiano). Questo film invece riduce tutto al realismo, mantenendo però quegli svolgimenti e inevitabilmente finendo per impoverire la potenza di diversi momenti.

I doppiatori urlano di dolore, piangono o ridono appassionati, ma in omaggio al realismo gli animali hanno un range molto limitato di espressioni che crea una dissonanza notevole tra ciò che senti e ciò che vedi. Ovviamente perché nella realtà non esistono quei colori così accesi e soprattutto gli animali non hanno le sopracciglia, e non sono in grado di trasmettere le stesse smorfie umane.

Un cast stellare

Esattamente come il film precedente, anche questa versione ha al doppiaggio molti nomi di grande spessore. Nella versione originale Mufasa ha nuovamente l’imponente voce di James Earl Jones, noto al pubblico per aver doppiato lo stesso personaggio venticinque anni fa, oltre che Darth Vader nella saga di Star Wars. Nella versione italiana, invece, non potendo tornare dietro al microfono il grande e compianto Vittorio Gassman, la scelta è saggiamente ricaduta su Luca Ward, che è riuscito a rendere meravigliosamente giustizia al padre e mentore di Simba. 

La vera sorpresa sono stati Edoardo Leo e Stefano Fresi, che hanno prestato la voce rispettivamente al suricato Timon e al facocero Pumba. Era noto che Fresi e Leo funzionassero perfettamente come coppia artistica sullo schermo, ma in questo caso hanno dimostrato di essere fenomenali insieme anche nel doppiaggio. Va anche detto che probabilmente Timon e Pumba sono i personaggi resi meglio e le gag che sono state affidate loro, alcune inedite, sono semplicemente irresistibili e, in alcuni casi, citazioniste nei confronti di altri classici Disney.

Senza ombra di dubbio, il personaggio più affascinante ne Il Re Leone rimane Scar: ombroso, avvelenato dall’invidia e dalla brama di potere, viscido. Nulla è stato cambiato, ma l’aspetto emaciato e vissuto è reso forse anche meglio dalla grafica fotorealistica. In italiano hanno affidato la sua interpretazione ad un grande professionista, quel Massimo Popolizio che aveva già fatto un ottimo lavoro nel doppiare Voldemort nella saga cinematografica di Harry Potter.

Nell’edizione originale nelle loro versioni adulte Simba e Nala sono doppiati da Donald Glover e Beyoncé, a cui si sostituiscono due cantanti nostrani come Marco Mengoni e Elisa nella versione italiana.
Inutile negarlo: entrambi pagano un po’ l’inesperienza nel campo della recitazione e del doppiaggio. Si rifanno però ampiamente sul lato musicale, reinterpretando in maniera egregia pezzi originali, con l’aggiunta di Spirit, la canzone che Beyoncé ha realizzato per il film. Elton John ha poi composto la nuova canzone dei titoli di coda: Never too late. E la famosa “Il Cerchio della Vita”? Nella nostra versione stavolta non c’è Ivana Spagna ma Cheryl Porter. L’interpretazione di quest’ultima non trasmette forse le stesse emozioni del 1994 ma dà un grande tocco d’Africa.

Anche le musiche ricalcano fedelmente il lungometraggio animato. A metterci mano nei passaggi bisognosi di qualche ammodernamento è stato nientemeno che Hans Zimmer, che ha coordinato il lato musicale della pellicola. 

Il Re Leone 2019 è uno stupendo e perfetto esercizio di stile. Una pellicola tecnicamente impressionante che però, da un punto di vista emozionale, soffre il confronto con la versione animata. Può essere un’occasione utile per riscoprire questa storia classica sul grande schermo e una via d’accesso alle avventure di Simba per le nuove generazioni.

Il Re Leone, non (solo) un film per bambini

Sì, perché la vicenda di Simba è molto più complessa di quel che sembra. A tal proposito, proprio in un’epoca come quella contemporanea in cui i problemi ambientali cominciano a stare a cuore a un numero sempre maggior di persone, un’opera come “Il Re Leone”, in cui viene celebrata la bellezza della natura, può coinvolgere anche le nuove generazioni.

Nel 1994 alla base dell’idea vi fu l’intenzione di aggiungere tematiche più mature e di carattere politico. Il classico Disney è sicuramente un film molto divertente, con splendidi colori, siparietti esilaranti (come le scene con Timon e Pumba) e canzoni, ma presenta messaggi che vanno oltre il semplice film per bambini.

La prova più ovvia si ha già nella canzone che apre il film. Il cerchio della vita è un insegnamento a rispettare la natura e a sentirsi in armonia con essa.

“Essere re vuol dire molto di più che fare quello che vuoi. Tutto ciò che vedi coesiste grazie ad un delicato equilibrio. Come re, devi capire questo equilibrio e rispettare tutte le creature, dalla piccola formica alla saltellante antilope”.

Mufasa a Simba

Questo principio viene rispettato da un re buono e giusto come Mufasa, che insegna al figlio a rispettare la dignità della vita di ogni essere vivente, perfino di quelli di cui si nutre, perché siamo tutti parte della natura. Il rispetto della natura è un concetto base nel film; il re, mostrandogli il regno, insegna al figlio che il compito di un vero sovrano non è dominare sul prossimo, ma mantenere l’equilibrio tra i vari elementi che compongono la propria enorme casa. Un insegnamento che si contrappone allo sfruttamento realizzato da Scar, il quale una volta salito al potere si dimostra un despota che per avidità distrugge in poco tempo tutte le risorse circostanti.

Oltre agli aspetti in comune con l’Amleto, bisogna evidenziare come ne Il Re Leone viene affrontata in maniera delicata, ma intensa, la tematica della morte e della perdita, compensata però dalla speranza di una presenza costante nella nostra vita anche di chi non c’è più. 

Dal dolore si può rinascere, anzi, il dolore è addirittura utile per imparare a vivere: Simba scappa per insegnarci proprio questo. Dopo la sua maturazione, infatti, decide di aiutare le persone a cui tiene e di prendersi il regno per il bene del suo popolo. Perciò fra una canzone e una risata, Simba è cresciuto ed ha imparato ad affrontare la vita. E noi insieme a lui impariamo che tutto ciò che dobbiamo fare è trovare il nostro posto… nel grande cerchio della vita.

Ricorda chi sei.

Nunzia Serino

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