Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Cinema e Serie tv

Frozen 2: un viaggio alla scoperta di se stessi

Dopo aver visto questo film, siamo pronti a svelarvi qualcosa del segreto di Arendelle. Pronti per la recensione di Frozen 2? Prendete guanti e sciarpa, si parte! Quando l’inverno è ormai alle porte (no, stavolta non si tratta di Game of Thrones), ecco che un’ondata di ghiaccio si prepara a ricoprire buona parte del Pianeta, e no, non stiamo parlando – almeno in questo caso – dei cambiamenti climatici, ma facciamo riferimento all’uscita di Frozen 2 – Il Segreto di Arendelle. Dal 27 novembre Frozen 2 è nelle sale italiane, produzione con un “peso” sulle spalle non indifferente dato il successo planetario del primo film uscito ormai sei anni fa. 2 premi Oscar, il maggior incasso della storia del cinema nella categoria animazione, un merchandising che ha fatto impallidire qualsiasi altra produzione animata degli ultimi dieci anni, un successo di pubblico che dal 2013 a oggi non ha mai subito una flessione: Frozen, dalle mani di Chris Buck e Jennifer Lee, è diventato un simbolo di Walt Disney Animation Studios, una storia che, liberamente ispirata dalla fiaba di Hans Christian Andersen La regina delle nevi, è diventata un caposaldo delle generazioni più giovani, figlia del suo tempo. Non attendersi un sequel era da poco furbi, ma il rischio di realizzare qualcosa di vacuo e di altrettanto inutile c’era. Com’è andata? Bene, possiamo dire. Partendo da un set up convincente, la produzione si è prodigata ad immaginare i problemi in cui sarebbero potute incorrere le due sorelle protagoniste dopo l’happy end del primo capitolo, rispondendo all‘irrefrenabile voglia del pubblico di sapere di più. Il ritorno di Elsa, Anna e tutta la compagnia Il nuovo film ci riporta nel passato di Arendelle. Nell’apertura troviamo infatti una scena di vita familiare tra le piccole Elsa e Anna e i genitori, che raccontano loro la storia di una foresta magica ai confini del regno. Un posto che, dopo uno scontro tra la popolazione che vi abitava (i Northuldi) e quella di Arendelle, è rimasto completamente isolato, avvolto da una terribile nebbia impossibile da penetrare. La storia di Frozen 2 prende il via tre anni dopo quella del primo film: Elsa (voce italiana di Serena Autieri) e Anna (voce italiana di Serena Rossi), come ben sappiamo anche dai due corti spin-off visti in questi anni, vivono felici e in pace ad Arendelle, in compagnia di Kristoff, Sven e ovviamente dell’immancabile pupazzo di neve Olaf (voce italiana di Enrico Brignano). Una sera però Elsa (ormai regina) sembra sentire una voce misteriosa e angelica che proviene da lontano e, contemporaneamente, si risvegliano delle antiche magie legate ai quattro elementi (aria, acqua, terra e fuoco) che mettono in pericolo il destino del suo regno. Toccherà a lei, ad Anna e ai loro amici viaggiare verso la foresta per salvare Arendelle e scoprire cosa si nasconde dietro quella nebbia e cosa è veramente accaduto in quei posti incantati prima ancora della loro nascita, quando loro padre era appena un ragazzo. Se Frozen aveva affrontato la difficoltà di gestire i propri poteri da parte di Elsa, in Frozen 2 la consapevolezza di avere qualcosa […]

... continua la lettura
Viaggi e Miraggi

Cosa vedere a Friburgo in Brisgovia, nella Foresta Nera

Cosa vedere a Friburgo in Brisgovia, città tedesca nella Foresta Nera. Friburgo in Brisgovia, città principale della Foresta Nera, è un’incantevole cittadina situata nella regione del Baden-Württemberg, nella Germania del Sud, ma che sembra avere poco in comune con le altre città tedesche. Ha infatti un clima mite e piacevole, che la rende la città più soleggiata e luminosa della Germania, e una speciale posizione geografica, poco distante da Svizzera e Francia, che le consente di lasciarsi influenzare dai romantici paesaggi, dalla gastronomia e dalla cultura dell’Alsazia, contesa e affascinante terra di confine. Scopriamo cosa vedere a Friburgo in Brisgovia La cattedrale di Friburgo e la piazza della Cattedrale (Münsterplatz) Cosa vedere a Friburgo in Brisgovia se non la sua Cattedrale? L’imponente cattedrale gotica, costruita con pietre calcaree rosse, risale al 1200 ed è uno degli edifici sacri più belli della Germania. Nata in stile Romanico, nel tempo ha subito le influenze prima del periodo Gotico e poi del Tardo Gotico, crescendo sempre di più in dimensioni. Il vero protagonista della Cattedrale di Friburgo è il suo meraviglioso campanile che con i suoi 116 metri svetta sul panorama della città, rappresentando l’unica grande torre medievale compiuta della Germania e il primo campanile ad avere la guglia a traforo nella storia dello stile Gotico. Ma ciò che rende questa chiesa speciale è la sua storia: la sua costruzione, infatti, è avvenuta per volere degli abitanti di Friburgo e soprattutto con i loro soldi, in un periodo di particolare benessere per la città. E questo è ben visibile all’interno: sulle vetrate sono rappresentati i mestieri svolti dai suoi donatori (la vetrata dei calzolai, dei sarti, dei panettieri…). Inoltre, mentre Friburgo è stata quasi completamente rasa al suolo durante la Seconda Guerra Mondiale, la Cattedrale è rimasta miracolosamente intatta. Anche le vetrate sono quelle originali (tra le poche in tutta la Germania a non essere sostituite da copie) perché il Vescovo di allora ebbe la fortunata intuizione di metterle al riparo. La Cattedrale di Friburgo domina la Münsterplatz, la piazza della Cattedrale, dove si tiene ogni mattina (eccetto la domenica) il pittoresco Münstermarkt, un tipico mercato tedesco dove si possono acquistare fiori, frutta, verdura e specialità gastronomiche locali. Sulla Münsterplatz si affacciano anche importanti palazzi storici come l’Historisches Kaufhaus. Questo raffinato edificio rosso caratterizzato da un ingresso ad arcate era un tempo l’Antico Palazzo del Commercio. Al Münstermarkt si possono anche assaggiare vari tipi di street food, tra cui la currywurst, salsiccia aromatizzata al curry, e la käsekuchen, una cheesecake tipica della Germania. Le porte di accesso alla città Anche Friburgo, come tutte le cittadine costruite nel lontano Medioevo, ha le sue caratteristiche porte d’accesso alla città. La Schwabentor e la Martinstor, costruite entrambe nel 1250, erano un tempo integrate nella cinta muraria cittadina e sono le uniche due porte, tra le cinque originarie, ad aver resistito a tutte le guerre, tanto da essere considerate oggi tra i simboli di Friburgo. A caratterizzare queste due torri difensive, dall’aspetto tipicamente medievale, le curiose leggende che le avvolgono. La Schwabentor è la “Porta degli Svevi” perché si racconta che un giorno giunse dalla Svevia un commerciante di sale che, profondamente innamorato della […]

... continua la lettura
Culturalmente

Grandi storici latini: Cesare, Tacito ed altri

Grandi storici latini: un excursus nella storiografia romana. La civiltà romana si fonda sulla memoria; per il cittadino romano il Passato definisce l’identità e l’appartenenza, giustifica gli equilibri politici e gli assetti sociali, costruisce un codice di valori di riferimento condivisi. Al di là, quindi, del suo evidente apporto informativo in merito al concreto dipanarsi degli eventi storici, la storiografia, elaborata dai grandi storici latini, nei vari generi in cui si articolò, rappresenta una chiave di lettura imprescindibile per la conoscenza della civiltà romana nelle sue differenti manifestazioni. La storiografia romana è un genere che deriva dal suo corrispondente in Grecia, basti pensare ai grandi modelli come Erodoto e Tucidide, anche se esprime preoccupazioni diverse. Prima della Seconda Guerra Punica, non esisteva – forse – a Roma una storiografia: essa nacque probabilmente solo nel clima di fioritura letteraria seguito alla vittoriosa conclusione del conflitto, favorita dal bisogno di celebrare quell’importante evento in un’ottica interpretativa più consona alla posizione e al prestigio di Roma, accresciutisi rispetto al secolo precedente. La storiografia romana è per lo più propaganda delle res gestae, una sorta di giustificazione nonché esaltazione del potere di Roma dove venivano espressi temi quali la difesa forte e la fedeltà allo stato romano, la grandezza dell’Impero e il metus hostilis. I grandi storici latini hanno seguito vari filoni: dagli Annales di Tacito (forma annalistica sul modello degli annali del pontifex maximus), al Biografismo di Cornelio Nepote, dal Monografismo di Sallustio ai Commentari di Cesare. I grandi storici latini Fabio Pittore Tra i grandi storici latini, Fabio Pittore è considerato il “fondatore della Storiografia Romana”: fu il primo scrivere in prosa una storia di Roma in greco, anziché in latino. L’opera, conosciuta come Annales o Rerum gestarum libri, era scritta nella koiné greca, la lingua franca del Mar Mediterraneo, e ciò nasceva dal bisogno di rivolgersi ad un pubblico più ampio e poter così più efficacemente contraddire altri autori, come Timeo, che a sua volta aveva scritto, ma con accento sfavorevole, una storia di Roma fino alla Seconda Guerra Punica. Pertanto, è in difesa dello Stato romano che Quinto Fabio Pittore scrisse in greco, usando lo stile degli Annales pontificum oltre che fonti greche. Lo stile di Fabio Pittore nello scrivere la storia difendendo lo Stato romano e le sue azioni, ed usando in modo massiccio la propaganda, divenne alla fine una cifra distintiva della storiografia romana. Dopo Fabio Pittore, molti altri autori seguirono il suo esempio, ispirati da questa nuova forma letteraria, come Cincio Alimento e soprattutto Catone il Censore, accreditato come il primo storico ad aver scritto in latino, in un’opera, le Origines, impegnativa per concezione e ampiezza di respiro: essa fu da lui intesa come un mezzo per insegnare ai romani cosa significasse essere romano, ridimensionando o neutralizzando l’influenza culturale greca, da lui considerata pericolosa per l’integrità morale di Roma. Cesare Giulio Cesare è stato allo stesso tempo un geniale generale, un abile politico e un grande scrittore, tanto da poter essere annoverato tra i grandi storici latini. Le sue campagne militari, che estesero enormemente i possedimenti di Roma, sono state […]

... continua la lettura
Culturalmente

Assiri e Babilonesi: le antiche civiltà della Mesopotamia

L’antica Mesopotamia, la regione estesa tra i fiumi Tigri ed Eufrate (il nome significa, infatti, “in mezzo ai fiumi”), è considerata la culla delle prime civiltà (come quella di Assiri e Babilonesi), poiché qui sono nate le prime città e, soprattutto, la scrittura. La regione viene di solito suddivisa geograficamente in Alta Mesopotamia (la zona più a Nord, vicina all’Anatolia) e Bassa Mesopotamia (la regione più a Sud, che arriva fino al Golfo Persico). Oggi la zona dell’antica Mesopotamia si trova in gran parte nel territorio dell’Iraq. Un primo motivo per cui questa zona ha visto lo sviluppo delle prime civiltà è il fatto che la regione, compresa appunto fra due fiumi, ha permesso ai popoli che vi risiedevano di prosperare grazie allo sviluppo di sistemi di irrigazione. Il secondo motivo è che la conformazione per lo più pianeggiante del territorio ha favorito gli scambi commerciali. Accanto ai Sumeri, vivevano in Mesopotamia anche i Semiti, che si distinguevano in Assiri (zona settentrionale) e Babilonesi (nel Centro-Sud); Assiri e Babilonesi parlavano l’accadico, la lingua semitica che si diversificò nei rispettivi dialetti, l’assiro e il babilonese, simili tra loro. I Babilonesi Possiamo parlare di Babilonesi dopo il crollo del grande impero della III dinastia della città di Ur (2112-2004 a.C.), che aveva unificato l’intera Mesopotamia sotto il suo dominio. I nomadi Amorrei, che parlavano una lingua semitica affine all’accadico, erano entrati in Mesopotamia e si erano stabiliti nelle città abbandonando il nomadismo. Costoro si fusero con la popolazione locale e diedero origine ad alcuni regni, il più importante dei quali fu quello della I dinastia di Babilonia (1894-1595 a.C.), che assurse a grandi dimensioni, unificando la Mesopotamia centromeridionale sotto il re Hammurabi (1792-1750 a.C.). Hammurabi è l’autore del famoso Codice di Hammurabi, in cui il re elenca le leggi del regno. Nel 1901 venne ritrovata a Susa (oggi Shush), nell’Iran sud-occidentale, la magnifica stele di diorite nera (alta 2,25 m) che reca inciso questo Codice. Oggi il Codice di Hammurabi costituisce uno dei gioielli della collezione di Antichità Orientali del Museo del Louvre, a Parigi. Una copia si trova al Pergamonmuseum, a Berlino. Il principio più noto che si ricava dalla lettura del Codice di Hammurabi è la Legge del Taglione, secondo cui si infligge all’offensore lo stesso male che egli ha recato all’offeso (“occhio per occhio”, come dice l’espressione proverbiale), e che si trova anche in altre legislazioni antiche. Non bisogna però esagerare l’importanza del principio del taglione, come se fosse l’unico che determinava il diritto penale: in realtà il quadro delle pene e delle punizioni previste era ben più complesso. Frequente era la pena capitale e non meno frequenti le pene corporali, dalla bastonatura alle mutilazioni più orribili, che sembrano non risparmiassero nessuno («Se un bambino ha colpito suo padre, gli si taglierà la mano»). Il Codice di Hammurabi fornisce indicazioni preziose anche sui rapporti sociali. La società babilonese appare divisa in tre categorie: gli awilu (letteralmente, «uomini civilizzati») erano le persone di rango elevato; i mushkenu («coloro che si sottomettono») erano individui di condizione libera ma di ceto […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

9 cortometraggi Pixar da vedere assolutamente

Cortometraggi Pixar: quali sono da non perdere? È consuetudine dei grandi studi di animazione affiancare la lavorazione dei grandi progetti, dei lungometraggi che si apprestano a sbancare i botteghini mondiali, a dei lavori meno impegnativi ma non per questo meno interessanti, anzi capaci di emozionare con storie semplici ma d’impatto. Pensiamo per esempio a Frozen Fever di Disney Animation, che ha accompagnato l’uscita in sala del fiabesco Cenerentola, o Paperman, che anticipava Ralph Spaccatutto. Maestra in questo campo è la Pixar. Prima di ogni film Pixar, infatti, lo spettatore assiste alla proiezione di un cortometraggio animato, della durata di pochi minuti e, la maggior parte delle volte, senza parole. La storia dei cortometraggi Pixar inizia negli anni ’80: la Pixar Animation Studios, infatti, è stata fondata nel 1986 e, solo dal 2006, è di proprietà Disney. Nata inizialmente come divisione della LucasFilm di George Lucas – regista di Guerre Stellari – venne acquistata da niente di meno che Steve Jobs ed ebbe successo grazie alla computer grafica. Personaggio chiave fu John Lasseter che, avendo già esperienza nella Disney in animazione, si dedicò a sviluppare lavori con la tecnica a pc. Il primo fu, nel 1984, “The Adventures of André and Wally B.”. Ad oggi i cortometraggi Pixar si dividono in quattro categorie: i corti di “prova”, ovvero quelli realizzati quando l’azienda non era ancora uno studio di animazione; i corti cinematografici, che vengono proiettati al cinema prima dei film degli Studios; i corti per l’home video e i corti promozionali, realizzati per la prima volta al fine di pubblicizzare Toy Story 3, che di solito vengono distribuiti online e hanno come scopo quello di annunciare l’arrivo di un nuovo film in sala attraverso delle inedite gag dei protagonisti. Difficile stilare una classifica vera e propria, ma ecco i 9 cortometraggi Pixar che non potete assolutamente non vedere 1) Luxo Junior (1986) A guardarlo oggi Luxo Junior fa quasi sorridere, in quanto siamo ormai abituati a una qualità grafica di certo superiore a quella di questo cortometraggio del 1986 tutto incentrato sulla piccola lampada divenuta poi il simbolo dei Pixar Animation Studios. Il motivo per cui è doveroso inserire questo corto tra i cortometraggi Pixar da guardare è sicuramente affettivo: questo mini-film, nato quasi per caso nella mente di Lasseter, rende “personaggio” una lampada posta sulla sua scrivania. Se non ci fossero stati il piccolo Luxo, la sua palla a la sua mamma forse la Pixar non sarebbe mai diventata quello che è oggi. Si tratta di un corto estremamente breve, di appena due minuti, dove una piccola lampadina gioca con una pallina che farà la sua comparsa in numerosi film come uno dei tanti easter egg a cui ci ha abituato lo studio. La durata tuttavia non impedì alla Pixar di ricevere la prima nomination agli Oscar per il miglior cortometraggio di animazione, mostrando una piccola parte delle potenzialità di una tecnologia tanto acerba quanto promettente. 2) Il Gioco di Geri (1997) Il Gioco di Geri (Geri’s game) è stato proiettato nei cinema prima di The Bug’s Life. Scritto e diretto da Jan […]

... continua la lettura
Culturalmente

Ab Urbe Condita: tra leggenda e Tito Livio

L’espressione latina Ab Urbe Condita (“da quando la Città è stata fondata”, più comunemente “dalla fondazione di Roma”) si riferisce ad un sistema di calcolo degli anni che prese piede tra i Romani a partire dalla fine del periodo repubblicano: gli anni venivano computati a partire dal 753 a.C., la presunta data che l’erudito Marco Terenzio Varrone aveva stabilito ai tempi di Giulio Cesare per la fondazione di Roma, l’Urbe, “la Città” per eccellenza. La cosiddetta “data varroniana” era stata ricavata fissando al 509 a.C. il primo anno della Repubblica e attribuendo 35 anni di regno a ciascuno dei sette re di Roma. La storiografia moderna nega la fondazione della città come atto volontario, privilegiando invece l’ipotesi della progressiva riunione di villaggi pre-urbani sparsi, con un fenomeno di sinecismo urbano ricordato nei miti sulla fondazione stessa e nelle vicende dell’età regia. Ma Ab Urbe Condita è anche il titolo dell’opera dello scrittore e storico latino Tito Livio. Tito Livio e Ab Urbe Condita libri Tito Livio (nato, secondo Svetonio, a Padova nel 59 a.C.) intraprende la grandissima impresa di narrare tutta la storia di Roma sin dalle origini (da qui il titolo “Ab Urbe Condita”, “Dalla fondazione della città”), per intero, senza riallacciarsi a nessun’altra opera precedente. Lavora a quest’opera per tutta la vita, pubblicando in frammenti. L’opera si componeva di 142 libri che narravano la storia di Roma dalle origini (nel 753 a.C.) fino alla morte di Druso (9 a.C.); è molto probabile che l’opera si dovesse concludere con altri 8 libri (per un totale di 150) che proseguissero fino alla morte di Augusto, avvenuta nel 14 d.C. A noi ne restano solo 35: i primi dieci (che ispirano poi Machiavelli nei “Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio”) e il blocco dal 21 al 45. Ma essendo diviso in decadi, noi possediamo la prima, la terza, la quarta e metà della quinta decade. Il motivo della perdita di gran parte dell’opera è la lunghezza, tanto che sin dall’antichità i libri originali vengono sostituiti da brevi riassunti, chiamati Perìochae. L’impianto dell’opera è rigorosamente annalistico: infatti, tantissime volte le vicende di più anni sono spezzate per non abbandonare la cronologia del racconto. E infatti lui distribuisce la narrazione anno per anno e la pubblica in gruppi di libri (cinque, dieci o quindici). Ogni sezione dell’opera però doveva anche essere autonoma. Per esempio, la terza decade racconta solo la guerra annibalica. Infatti nel primo libro della decade (il 21) c’è anche una piccola prefazione (proemio).  Nel Libro I si parla delle origini mitiche e leggendarie di Roma. I sette re però non sono i protagonisti del racconto, quanto piuttosto Roma, che getta le basi della sua futura grandezza. Si parla della monarchia mostrando gli effetti negativi del regnum, fino alla degenerazione in tirannide, che è la fine della monarchia stessa. I Libri II-X (2-10), che contengono due sezioni distinte (il 5 ha una prefazione), sono considerati i più belli dell’intera opera: c’è soggettività perché l’autore è partecipe e ammira la graduale crescita di Roma. Qui sono descritti i mos maiorum come la Fede, la moderazione, il […]

... continua la lettura
Culturalmente

Anassimene di Mileto, il filosofo dell’aria

Generalmente Anassimene (586-528 a.C. circa) viene collocato, insieme a Talete e ad Anassimandro (di cui fu probabilmente discepolo), nel contesto dei “Milesi”, vale a dire i filosofi della città di Mileto, nella Ionia Minore. Sappiamo che scrisse un’opera, Sulla natura, di cui non ci resta che un breve frammento. Pertanto conosciamo il suo pensiero sulla base di testimonianze indirette, soprattutto attraverso Diogene Laerzio, che a sua volta dovette ispirarsi a un saggio monografico di Teofrasto. Come già Talete e Anassimandro, anche Anassimene si pose il problema del principio di tutte le cose: l’”archè”. Mentre Talete scelse l’acqua e Anassimandro l’apeiron (una realtà immateriale, indefinita e in continuo movimento), Anassimene afferma che tutto deriva dall’aria. Si possono avanzare ipotesi sul motivo di questa scelta: in fondo l’aria si identifica un po’ con quel cielo che era la sede degli dèi e quindi non pare una scelta insensata. Di certo sappiamo che Anassimene affermò che l’aria è il principio di tutto in quanto è principio della vita: bisogna tenere in considerazione che il termine greco che indica la vita (l’anima) in origine significava proprio “soffio vitale”. E d’altra parte, l’aria, in quanto soffio e respiro, è principio di vita e di animazione di tutti gli esseri. Anassimene rifiutò quindi il principio astratto e indeterminato posto da Anassimandro a fondamento di tutto il cosmo. Dall’aria, secondo Anassimene, derivano tutte le cose e nell’aria tutte le cose si dissolvono: ciò avviene attraverso un duplice e antitetico processo di condensazione (che conduce alla generazione di venti, nuvole, acqua, terra, ecc.) e di rarefazione (che dà origine al fuoco). L’aria è sempre in movimento, e il caldo e il freddo non sono qualità a se stanti, bensì effetti secondari del movimento: la concezione di Anassimene costituisce quindi un passo importante verso una concezione interamente meccanicistica dell’Universo. L’aria è anche quel respiro che indica la vita del corpo organico e che secondo i primitivi è l’anima; così egli può considerare l’aria come principio promotore e conservatore della vita cosmica. Anassimene, un passo indietro oppure no? Ciononostante Anassimene viene solitamente trattato a piccoli cenni ed è sempre stato considerato inferiore rispetto agli altri due milesi: Talete fu l’iniziatore della ricerca del principio, Anassimandro fece un grande passo avanti introducendo il concetto di astrazione e Anassimene ha fatto, in un certo senso, un passo indietro: è rimasto legato ad un elemento concreto quale è l’aria. Tuttavia ultimamente è stato rivalutato per diverse ragioni; tra le tante, una merita di essere ricordata: in epoche successive a quelle dei Milesi, Diogene di Apollonia penserà di riprendere la filosofia milesia e tra i tre autori scelse proprio di esaminare Anassimene, da cui mutuò l’aria come principio cosmico. Ci deve dunque essere un motivo se un uomo colto come Diogene scelse proprio Anassimene. La risposta è che evidentemente Anassimene, dei tre, era il più coerente e classico per i successori. Anassimene non si limitò a dire che l’aria era il principio di tutto, ma si sforzò e cercò di spiegare il processo (a differenza di Talete) tramite il quale l’aria […]

... continua la lettura
Culturalmente

Mito Pandora: quel vaso da cui uscirono tutti i mali

Nella mitologia greca, Pandora è la prima donna mortale, creata da Efesto su ordine di Zeus. Il mito Pandora è legato a quello del celebre quanto nefasto vaso, che lo stesso Zeus le avrebbe affidato intimandole di non aprirlo mai, perché la sua apertura avrebbe liberato tra gli uomini tutti i mali in esso racchiusi. Come racconta Esiodo sia nella “Teogonia” sia ne “Le opere e i giorni“, racconti risalenti all’VIII secolo avanti Cristo circa, c’era un tempo in cui gli uomini potevano frequentare gli dèi e sedere con loro allo stesso tavolo. Creati dal titano Prometeo (“colui che riflette prima“) e dotati di memoria e intelligenza, erano creature considerate quasi semi-divine. Poi un giorno funesto Prometeo rubò il fuoco divino scatenando le ire di Zeus, il Padre di tutti gli dèi. Questi non solo decise di punire il ladro in maniera esemplare – Prometeo fu incatenato per sempre a una roccia e condannato a vedersi mangiare ogni giorno il fegato da un’aquila – ma sfruttò anche l’occasione per portare devastazione presso gli uomini. Ma come portare la sciagura tra gli uomini senza poter essere etichettato come un dio crudele? Zeus risolse il problema così: l’avrebbe fatta portare tra gli uomini da un uomo stesso, anzi… da un esemplare femmina di uomo, una donna. La divinità diede quindi mandato al figlioccio Efesto – il dio inventore del fuoco, della tecnologia, dell’ingegneria, della scultura e della metallurgia – di creare una femmina umana di bellezza, grazia e doti straordinarie. Efesto eseguì l’ordine, facendosi aiutare da altre divinità: ognuna di esse donò qualcosa alla ragazza. A questa fanciulla così ricca di qualità venne dato il nome di Pandora (“colei che ha tutti i doni“). Zeus ordinò a Ermes di portare la fanciulla tra gli uomini e di farla incontrare con Epimeteo (“colui che si accorge in ritardo“), il titano fratello di Prometeo. Epimeteo era stato avvisato dal fratello di non accettare alcun dono che provenisse dagli dèi (e da Zeus in particolare) ma era impossibile resistere a una tale bellezza: il titano s’invaghì subito di Pandora e decise di sposarla. Al seguito della fanciulla c’era anche un misterioso dono divino: uno scrigno dal contenuto sconosciuto. Chi glielo aveva regalato, Zeus, era stato molto chiaro a riguardo: quello scrigno (vaso) doveva restare sempre chiuso e nessuno avrebbe mai dovuto guardare al suo interno. Epimeteo nascose il regalo nuziale e se ne dimenticò. Ma Pandora era curiosa. Tanto curiosa. Un giorno non riuscì più a resistere: si mise a cercare l’agognato oggetto e lo trovò. Una volta che il vaso fu tra le sue mani, aprirlo e poterne conoscere il contenuto per Pandora fu un gesto naturale. E così per l’Uomo cominciarono i problemi. Sì, perché all’interno di quel vaso erano state rinchiuse cose come la fatica, la malattia, l’odio, la vecchiaia, la pazzia, l’invidia, la passione, la violenza e la morte. Queste, liberate dallo scrigno ormai aperto, si diffusero immediatamente tra gli uomini, mutando per sempre la loro esistenza. Il mondo cambiò, diventando un luogo poco ospitale, desolato, duro. E gli uomini divennero individui molto diversi […]

... continua la lettura
Culturalmente

Fermo e Lucia, un vero e proprio romanzo a sè

“Fermo e Lucia” è la prima stesura del romanzo di Alessandro Manzoni successivamente rielaborato e pubblicato col titolo “I Promessi Sposi”. Il 24 aprile 1821 è la data d’inizio di un nuovo capitolo della storia della Letteratura Italiana, il giorno in cui Alessandro Manzoni dà avvio alla stesura di una pietra miliare della nostra cultura: il Fermo e Lucia. Il manoscritto che conserva questo stato dell’opera riporta, come estremi temporali, l’inizio, 24 aprile 1821, e il termine della scrittura il 17 settembre 1823. La prima data simboleggia il temporaneo arresto del lavoro manzoniano sul già avviato Adelchi per concentrarsi sul nuovo progetto che darà vita a I Promessi Sposi. È la data, insomma, del passaggio dalla tragedia al romanzo, quel romanzo che ha rivoluzionato e innovato il canone italiano, il primo romanzo moderno. Parlare del 24 aprile 1821 come data di inizio de I Promessi Sposi non sarebbe però del tutto corretto. Quello che noi leggiamo, e abbiamo sempre letto, è un testo che ha subito svariate e molteplici revisioni da parte dell’inarrestabile mano del Manzoni. Infatti, il Fermo e Lucia è il primo mattone di una storia romanzesca di successo, quel pezzo iniziale che il successo però non lo ha mai potuto guardare in faccia perché mai divenuto edizione e rimasto sempre e solo allo stadio di redazione. Manzoni non ha mai pubblicato il Fermo e Lucia: terminata la sua scrittura, il testo viene sottoposto alla revisione dei fidati amici Fauriel e Visconti, dopodiché, facendo tesoro dei giudizi e postille degli amici, inizia il lungo e tortuoso lavorìo di perfezionamento che ha condotto direttamente alla Ventisettana, ovvero all’edizione pubblicata con il titolo ufficiale di I Promessi Sposi. Il Fermo e Lucia non va dunque considerato come laboratorio di scrittura utile a preparare il terreno al futuro romanzo, bensì un’opera autonoma, dotata di una struttura del tutto indipendente dalle successive elaborazioni dell’autore. Rimasto per molti anni inedito (sarebbe stato pubblicato solo nel 1915 da Giuseppe Lesca, col titolo Gli sposi promessi), il Fermo e Lucia viene oggi guardato con grande interesse. Anche se la tessitura dell’opera è meno elaborata di quella de I Promessi Sposi, nei quattro tomi del Fermo e Lucia si ravvisa un romanzo irrisolto a causa delle scelte linguistiche dell’autore che crea un tessuto verbale ricco, ove s’intrecciano e si alternano tracce di lingua letteraria, elementi dialettali, latinismi e prestiti di lingue straniere. Nella seconda Introduzione a Fermo e Lucia l’autore definì la lingua usata «un composto indigesto di frasi un po’ lombarde, un po’ toscane, un po’ francesi, un po’ anche latine; di frasi che non appartengono a nessuna di queste categorie, ma sono cavate per analogia e per estensione o dall’una o dall’altra di esse». Oltre all’aspetto linguistico, che Manzoni maturerà per tutti gli anni ’20 e ’30 (fino alla stesura della Quarantana), il Fermo e Lucia differisce profondamente da I Promessi Sposi per la struttura narrativa più pesante, dominata dalla suddivisione in quattro tomi e dalla mancata scorrevolezza dell’intreccio narrativo, dovuta ai frequenti interventi dell’autore o alla narrazioni dettagliate delle vicende di alcuni protagonisti, specie della monaca di Monza. Uno spunto per la trama del racconto gli fu suggerito dall’“Historia Patria” di Giuseppe Ripamonti e dal trattato […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Il Re Leone 2019, un capolavoro di computer grafica

Mercoledì 21 Agosto è arrivato finalmente nelle sale italiane Il Re Leone 2019, l’atteso rifacimento di uno dei classici Disney più amati di sempre. “N’Aazvegnaaaaaaaa ma bagithi baba”. Sì, lo sappiamo che il verso corretto non è propriamente questo ma poco importa, cari amici trentenni e non solo: andate al cinema, alzatevi tutti in piedi, mano destra sul cuore, testa alta e cantate quest’intro come se fosse un inno. Un cielo arancio, il sole giallo che nasce all’orizzonte e in sottofondo le celeberrime note de “Il cerchio della vita”: era il 1994 quando per la prima volta questa magistrale scena de “Il Re Leone” veniva proiettata in sala, raccontando una storia che rivisitava in chiave animalesca la tragedia shakespeariana di “Amleto”. Dopo la lunga scia di live action, tra gli ultimi “Aladdin” e “Dumbo”, anche il trentaduesimo classico d’animazione Disney, dopo venticinque anni dalla sua prima uscita, ha una nuova versione, affidata a Jon Favreau (recentemente visto come attore in Spider-Man: Far From Home), che si era già approcciato a un prodotto simile, avendo diretto nel 2016 il remake de “Il Libro della Giungla”. In realtà trattandosi di una pellicola con protagonisti animali, e in particolare animali selvaggi, non si può parlare di live action, ma di fotorealismo, vale a dire una produzione che utilizza le più sofisticate tecniche di animazione digitale per realizzare un’opera che dia la sensazione di assistere a qualcosa di reale. Ebbene, Il Re Leone 2019 risulta il più definito film d’animazione in CGI finora realizzato, qualcosa di mai visto prima: tutto è stato ricreato al computer (tranne un frammento appositamente inserito per sfidare l’occhio dello spettatore a riconoscerlo). Nel 1994 gli animatori della Disney fecero un lavoro enorme, studiando di persona i movimenti e i comportamenti di leoni e altri animali della Savana per realizzare al meglio il Classico, ma insieme al realismo ovviamente il film aveva tanto del cartone animato, come scene impossibili in natura (Timon hawaiano) o espressioni buffe (le boccacce dei cuccioli) o piene di emozioni (rabbia, paura e dolore, a seconda della situazione). Nel 2019 tutto questo non c’è più, questo Re Leone è davvero un documentario, senza alcuna forzatura animata. La somiglianza con gli animali veri è assoluta e se non fosse per il bisogno di farli parlare le riprese sembrerebbero effettuate dentro qualche parco nazionale, tra autentici leoni e autentiche iene. Il Re Leone 2019: breve trama, analogie e differenze Simba è il futuro re, il cucciolo del saggio leone Mufasa, sovrano temuto e rispettato, che non cerca la guerra e sa stare entro gli ampi confini del proprio Regno. Ma qualcuno trama nell’ombra per sovvertire l’ordine costituito: è Scar, l’invidioso fratello di Mufasa, pronto a macchiarsi del più atroce delitto e a prendere il potere con l’inganno. Esiliato e convinto a torto di essere responsabile della fine dell’amato padre, Simba cresce lontano dalla Rupe dei Re, insieme a due amici molto particolari, finché il passato non torna a cercarlo e a domandargli di assumersi le sue responsabilità. Il leoncino un po’ boriosetto e ingenuo, costretto a fare i conti con le sue […]

... continua la lettura
Viaggi e Miraggi

8 cose da vedere a Valencia, la terza città della Spagna

Alla scoperta della terza città della Spagna: quali sono le cose da vedere a Valencia? La sua anima è difficile da cogliere. Mediterranea sicuramente, non settentrionale, ma nemmeno meridionale. Abituati alla dicotomia Madrid – Barcellona, ci si dimentica forse che Valencia è la terza città della Spagna per numero di abitanti. Una città vivace, allegra, dall’aspetto futuristico e pittoresco allo stesso tempo: vanta infatti splendide cattedrali in stile gotico, piazze lastricate ed edifici ultramoderni. Città de Las Fallas, del Santo Graal e della paella, Valencia è orgogliosamente spagnola ma con una sua distinta personalità frutto di un mix di cultura catalana e andalusa: spensierata, rilassata, colta ma mai snob. Scopriamo quali sono le 8 cose da vedere a Valencia assolutamente 1) CIUTAT DE LES ARTS I LES CIÈNCIES Forse la maggiore attrazione di Valencia: un viaggio tra la natura, la scienza e l’arte. La Ciutat de les Arts i les Ciències è il polo artistico-culturale-scientifico costruito dall’architetto-ingegnere Santiago Calatrava e costituito da diversi edifici: l’Oceanogràfic, El Palau de les Arts Reina Sofia, l’Hemisferic, il Museo del las Ciencias Príncipe Felipe, l’Umbracle, il Ponte de l’Assut de l’Or, l’Ágora. Insieme rappresentano la proiezione della città nel futuro. Indubbiamente, per un appassionato di mare ed animali, l’Oceanogràfic è una tappa da non perdere tra le cose da vedere a Valencia. Si tratta dell’acquario più famoso della Spagna nonché il più grande d’Europa, un parco oceanografico posto su di una superficie di 100.000 mq. Al suo interno sono rappresentati tutti i differenti habitat di mari e oceani attraverso più di 40.000 esemplari diversi. Circondati da squali, pesci, granchi giganti, foche, trichechi e delfini,si possono osservare per ore gli ambienti tropicali, artici e camminare letteralmente circondati dalla fauna marina o all’interno dell’enorme voliera, sperando di non essere presi come bersaglio dagli uccelli! 2) LA CATTEDRALE Anche se è stata costruita nel XIII Secolo, la Cattedrale di Valencia sorge su un luogo già occupato da un tempio romano e poi da una Mezquita, una moschea musulmana. Non ha uno stile unico, perchè si intrecciano il romanico, il gotico e il barocco; questa caratteristica è evidente soprattutto ammirando i tre portali che danno accesso alla Cattedrale. Il Portale principale è quello “de los Hierros” (dei Ferri) ed è di stile barocco. Il Portale degli Apostoli, invece, è di stile gotico, proprio come il Campanile, chiamato Miguelete, a cui dà accesso. Infine, il Portale del Palazzo, o dell’Almodaina, chiamato così perchè affaccia sul Palazzo Arcivescovile, è di impronta Romanica. In una delle sue cappelle si dice sia custodito il calice che Gesù utilizzò nell’Ultima Cena. È il Santo Càliz che si contende, con altre coppe sparse per il mondo, il titolo di Santo Graal. 3) IL BIOPARCO Africa? No, Valencia! Al parco zoologico della città, il Bioparc, vivono una miriade di animali davvero incredibili. Lasciate perdere gli zoo che siete abituati a vedere: qui specie diverse vivono insieme condividendo lo stesso habitat, proprio come farebbero in natura. La differenza sta tutta in una serie di barriere naturali che separano i visitatori dagli animali per assicurarne l’incolumità […]

... continua la lettura
Culturalmente

Drusilla Tanzi ed Eugenio Montale: un amore oltre la morte

“Ho conosciuto una simpatica e intelligente sua ammiratrice… porta il bizzarro nome di Drusilla…” Così scrive Eugenio Montale a Italo Svevo nel giugno del 1927, riferendosi al primo incontro con Drusilla Tanzi, una “sveviana accanita”. Drusilla Tanzi nacque a Milano il 5 aprile 1885, sorella di Lidia Tanzi (che sarà madre di Natalia Ginzburg; la Ginzburg ne proporrà la figura dagli occhiali spessi nel suo Lessico famigliare) e di Silvio Tanzi (morto suicida all’età di 30 anni e ricordato in una poesia di Satura, Xenia I, 13, da Montale); sposò nel 1910 il critico d’arte Matteo Marangoni, da cui ebbe un figlio, Andrea. Appassionata studiosa e amica di Italo Svevo, come scrittrice si muoveva nel gruppo Solaria di Firenze, dove conobbe Eugenio Montale, che nel 1927 ospitò a casa sua e con cui andò a convivere nel 1939. Soprannominata “Mosca” dagli amici per via dello spessore degli occhiali che portava a causa di una forte miopia (diviene il senhal di Eugenio, come Irma Brandeis prende il nome di Clizia e Maria Luisa Spaziani quello di Volpe), fu oggetto di numerose liriche del poeta soprattutto nell’opera a lei dedicata dopo la sua morte, Xenia (anche se era già presente ne La bufera e altro). Quello tra Drusilla Tanzi e Montale è un legame che sfida tutte le convenzioni sociali di un’Italia fascista, impegnata nella celebrazione del culto della famiglia e della donna come madre e moglie modello. Tuttavia Montale non era un uomo celebre per essere fedele e negli anni 30’ intraprende una relazione con Irma Brandeis, un’italianista americana che si trasformerà nella nuova musa del poeta, alla quale, denominandola Clizia nelle sue opere, dedica la celebre “Ti libero la fronte dai ghiaccioli”. Irma diventa una nuova “donna angelo”, non solo quindi desiderio ma anche salvezza sia per il poeta che per l’umanità. Montale decanta tante donne nel suo lungo itinerario poetico, ma queste sono tutte donne dell’Occasione, appunto. Mosca non abbandona il suo amato, sopporta per amore di qualcosa di più grande quel rapporto semi-clandestino con la Brandeis. Secondo una lettera, Montale impedisce due volte il suicidio di Drusilla, che teme la partenza di Eugenio per gli Stati Uniti. Tale partenza del poeta in realtà non avverrà mai. La Tanzi sposerà invece Montale il 23 luglio 1962 e morirà l’anno dopo in seguito a complicazioni derivanti da una caduta e dalla conseguente rottura del femore. Drusilla Tanzi e quel milione di scale Cosa c’è di tanto particolare in questa storia, che sembra “normale” lessico famigliare? Se non è tanto la vita, è il modo in cui Eugenio sopravvive a Drusilla, e soffre, e medita, e capisce ciò che la figura di questa minuta donna miope gli ha lasciato dietro.  Gli “xenia” negli epigrammi dello scrittore latino Marziale sono i “doni da inviare all’ospite”; non a caso Montale sigilla sotto questo nome le ventotto poesie dedicate a Drusilla: piccoli doni da inviare alla sua donna scomparsa, ormai “ospite” dell’aldilà. Proprio come un insetto, la Mosca di Montale vola indisturbata tra le pagine dello scrittore e in mezzo ai suoi ricordi, sorti da riflessioni o da circostanze quotidiane.  È quindi nel suo atto finale che il rapporto si sublima […]

... continua la lettura
Culturalmente

La scoperta dell’America: le 6 cose da sapere

La scoperta dell’America ha segnato, secondo la cronologia storica, la fine del Medioevo e l’inizio dell’Età Moderna. Ecco le 6 cose da sapere. «Chissà cosa avrebbe scoperto Colombo se l’America non gli avesse sbarrato la strada». Lo scrittore inglese Jonathan Swift spiegò con queste parole il carattere casuale della scoperta dell’America effettuata nel 1492 da Cristoforo Colombo, navigatore genovese che alla ricerca di una via per le Indie scoprì un nuovo continente.  Nell’aprile del 1492 Colombo, dopo aver incassato un rifiuto dai Portoghesi non interessati all’impresa, ottenne dalla regina Isabella di Castiglia l’autorizzazione e i mezzi per mettere in atto il progetto di «buscar el Levante por el Ponente», di raggiungere cioè le Indie navigando verso Occidente.   L’idea audace di Colombo maturò in seguito alla lettura de Il Milione di Marco Polo, le cui descrizioni della Cina lo avevano affascinato, e trasse forza dalle notizie sulla sfericità della Terra e sulla vicinanza delle coste dell’Europa a quelle della Cina.  Il navigatore genovese partì quindi dalle Canarie, isole spagnole nell’Oceano Atlantico al largo dell’Africa, nell’agosto del 1492 con tre navi: la Niña, la Pinta e la Santa Maria. La scoperta dell’America stava per avvenire.  Ecco 6 cose da sapere: 1) Il viaggio di Colombo fu difficile e a rischio di ammutinamento La partenza avvenne alle sei del mattino del 3 agosto 1492 da Palos de la Frontera. Il 6 agosto si ruppe il timone della Pinta e si credette a un’opera di sabotaggio, quindi Colombo e l’equipaggio furono costretti a uno scalo di circa un mese a La Gomera per le necessarie riparazioni.  Si approfittò della sosta per modificare anche la velatura della Niña, trasformandola da latina a quadra per meglio adeguarla alla navigazione oceanica. Le tre navi ripresero il largo il 6 settembre spinte dagli alisei, dei quali Colombo conosceva l’esistenza. Questi venti spirano sempre da est verso ovest formando stabilmente una striscia di nuvole galleggiante nell’aria, tanto che l’ammiraglio nel giornale di bordo scrisse: «Si naviga come tra le sponde di un fiume». Le caravelle navigarono per un mese senza che i marinai riuscissero a scorgere alcuna terra. Il 16 settembre le caravelle cominciarono a entrare nel Mar dei Sargassi e Colombo approfittò dello spettacolo delle alghe galleggianti (un fenomeno tipico di questo mare) per sostenere che tali vegetali erano sicuramente indizi di terra vicina (cosa in realtà non vera), tranquillizzando temporaneamente i suoi uomini. A partire dal giorno 17 si osservò con stupore il fenomeno assolutamente sconosciuto della declinazione magnetica: la bussola indicava il polo magnetico distaccandosi sempre più dal nord geografico, col rischio di allontanare le navi dalla loro rotta. Questi strani fenomeni ebbero l’effetto di spaventare i marinai e la tensione crebbe inevitabilmente. Il 6 ottobre Colombo registrò di aver percorso 3652 miglia, già cento in più di quante ne aveva previste. Lo stesso giorno vi fu una riunione generale dei comandanti a bordo della Santa Maria, durante la quale il capitano Martín Pinzón suggerì di cambiare rotta da ovest a sud-ovest. Il 7 ottobre Colombo decise di virare quindi verso sud-ovest, avendo visto alcuni uccelli dirigersi verso quella direzione. Il giorno 10 vi fu un principio di ammutinamento; Colombo, più che mai fermo nella propria idea e forte […]

... continua la lettura
Culturalmente

Pantheon greco: alla scoperta delle divinità elleniche

La parola “Pantheon” viene dal greco pan= tutto e tèos= dio; indica perciò l’insieme di tutti gli dèi. Come tutti i popoli antichi, ad eccezione degli Ebrei, i Greci erano politeisti, credevano cioè nell’esistenza di un gran numero di divinità e di esseri semidivini. Oltre a poteri sovrumani tutti gli dèi greci erano molto simili ai mortali e ne possedevano una parte di limiti e difetti, erano molto litigiosi, si facevano spesso dispetti tra loro e diventavano accaniti avversari quando si trattava di proteggere un eroe invece di un altro, o parteggiare per due eserciti in guerra. Gli dèi erano immortali ma non onnipotenti, in quanto sottoposti alla volontà del Fato, una forza oscura che reggeva il destino degli uomini e degli stessi dèi. Tra le fonti per “conoscere” i racconti relativi al Pantheon greco vi è sicuramente Omero, con l’Iliade e l’Odissea. Il primo che ha messo per iscritto la storia e la genealogia degli dèi greci fu Esiodo con la sua Theogonía, realizzata intorno al 700 a.C. È stato seguito da vari altri drammaturghi e poeti greci, da Eschilo a Sofocle ed Euripide, che hanno fatto la loro parte nell’espandere e, a volte, rimodellare alcuni elementi del vasto ambito della mitologia greca. Proprio i miti raccontano che Zeus, re degli dèi, scelse di costruire la sua dimora su una montagna della Grecia, a quei tempi considerata la più alta del mondo: l’Olimpo. L’Olimpo, coperto da ghiacciai, era invisibile perché era sempre avvolto da un mantello di nuvole. Gli dèi (quasi tutti) lo raggiunsero là. Pantheon greco, ecco gli dèi più importanti Zeus: era il capo degli dèi, nato da Crono. Dio supremo dell’Olimpo, signore del fulmine. Fu sottratto dalla madre Rea al padre Crono, che voleva divorarlo, e fu nascosto in una grotta del monte Ditte. Diventato adulto, detronizzò il padre con l’aiuto di Meti (la prudenza) e sposò Era. Da unioni diverse ebbe molti figli, tra i quali Apollo e Artemide, Hermes, Dioniso, Perseo, Eracle, Elena, Minosse e le Muse. Dalla legittima moglie Era secondo la tradizione ebbe Ares, Ebe, Efesto e Ilizia. Tali rapporti amorosi venivano consumati da Zeus anche sotto forma di animali (cigno, toro, ecc.) infatti tra i suoi enormi poteri egli aveva anche quello di tramutarsi in qualsiasi cosa volesse. Da lui dipendevano i fenomeni atmosferici, come la pioggia, la neve e le nubi. I simboli sono la folgore, l’aquila, la quercia, lo scettro e la bilancia. Era: Regina degli dei, nel Pantheon greco è la dea del matrimonio e della famiglia. I simboli sono il pavone, il melograno, la corona, il cuculo, la leonessa e la mucca. La più giovane figlia di Crono e Rea. Moglie e sorella di Zeus. Essendo la dea del matrimonio, ha spesso cercato di vendicarsi sulle amanti di Zeus e sui loro figli illegittimi. È famosa appunto per la sua natura vendicativa: furiosa con Paride che le aveva preferito Afrodite in una gara di bellezza, ha aiutato i Greci durante la guerra di Troia ed è stata soddisfatta solo dopo la distruzione della città. Poseidone: Dio del mare ed in […]

... continua la lettura
Culturalmente

Nascita di Roma: tra leggenda e verità storica

21 aprile 753 a.C., la nascita di Roma: il giorno in cui secondo la tradizione storica Roma fu fondata da Romolo che ne divenne il primo Re.  L’intera storia romana, ed in particolare quella relativa alla nascita di Roma, è ricca di riferimenti a personaggi ed episodi mitici, ricostruiti in piena Età Augustea per la glorificazione dell’intera gens Julia (alla quale apparteneva il primo imperatore Augusto, figlio adottivo di Cesare; il progenitore della gens Julia era considerato Enea, da cui proveniva lo stesso Romolo; Enea era a sua volta “imparentato” con la dea Venere). In tal modo si rendeva “divina” la discendenza di Augusto e di Roma stessa. Per gli storici è molto difficile ricostruire la nascita di Roma e le vicende dei primi secoli della città, perché i documenti disponibili sono molto limitati. Le opere più antiche che ci sono giunte si devono a Dionigi di Alicarnasso, Diodoro, Tito Livio: tutti storici che vissero secoli dopo la fondazione leggendaria di Roma. Anche i ritrovamenti archeologici non consentono di fare chiarezza sulle fasi d’origine della storia romana. L’area in cui sorse la città, infatti, vide nel corso dei secoli innumerevoli interventi di distruzione e ricostruzione. Così sono rimaste poche tracce dei monumenti e degli edifici più antichi. La leggenda della nascita di Roma Dopo la distruzione di Troia da parte dei Greci (è la guerra di Troia narrata da Omero nei suoi poemi), Enea, figlio della dea Venere e protagonista dell’Eneide di Virgilio, fugge con il padre Anchise, il figlio Ascanio e un gruppo di compagni dalla città in fiamme, e, dopo un lungo peregrinare nel Mediterraneo, giunge sulle coste del Lazio. Qui Enea sposa Lavinia, figlia di Latino, il re del luogo, e fonda la città di Lavinium. Anni dopo Ascanio fonda un’altra città nell’entroterra laziale, Albalonga, sulla quale regnarono i suoi discendenti almeno sino al re Numitore, il cui trono fu però usurpato dal fratello Amulio. Questa prima fase della leggenda è datata tra il XII e l’VIII sec. a.C. Numitore aveva una figlia, Rea Silvia, che fu costretta dallo zio Amulio a diventare Vestale e quindi a rispettare il voto di castità (in questo modo Amulio poteva evitare eredi da parte del fratello). Ma il dio Marte s’invaghì della ragazza e dalla loro unione nacquero i mitici gemelli: Romolo e Remo. La donna fu sepolta viva, pena inflitta alle sacerdotesse che mancavano al voto di castità. I due bambini furono abbandonati in una cesta nel Tevere e, trascinati dalla corrente del fiume, giunsero alla palude del Velabro (la valle compresa tra Palatino e Campidoglio), dove furono trovati e allattati da una Lupa (animale sacro a Marte) attratta dai loro vagiti. Il luogo del ritrovamento dei due bambini potrebbe essere il Lupercale, una grotta alle pendici del Palatino che fu poi trasformata in un santuario a memoria di questo storico avvenimento. In effetti nel 2007 sono venute alla luce alcune strutture sotto la casa di Augusto sul Palatino che potrebbero essere identificate con questo santuario. Gli scavi e le ricerche sono ancora in corso. I […]

... continua la lettura
Culturalmente

Fiabe Russe: caratteristiche e personaggi principali

C’era una volta e una volta non c’era: così inizia la storia di Vassilissa (famosa fiaba russa) e già da questa prima affermazione si deduce che le fiabe russe parlano di un mondo “altro”, che somiglia alla realtà e tuttavia non lo è: nelle fiabe russe non esistono le fate, niente esserini celesti che trasformano zucche in carrozze o topi in cavalli. Infatti in russo le fiabe sono chiamate skazka che significa “ciò che si dice”, quindi “storia”; niente a che vedere con l’inglese “fairy tales” o il francese “contes de fées”. Ciò non toglie che vi siano personaggi bizzarri, grandi cavalieri, ragazze straordinarie, principesse rane, uccelli di fuoco. Le Fiabe Russe di Afanas’ev Le fiabe possono esser viste come il ritratto di un popolo; leggere le fiabe russe significa quindi addentrarsi in un mondo in cui la natura ha una forza sovrannaturale e l’uomo civilizzato ancora combatte contro la sua parte selvaggia e oscura. Ma resta un mondo ricco di bellezza, poesia e colori sfavillanti come quello che ritroviamo nella più grande raccolta di fiabe russe, una collezione di 640 storie, ad opera di Aleksandr Afanas’ev e pubblicata tra il 1855 e il 1863. Si tratta probabilmente della più grande raccolta di fiabe che sia stata compilata da una sola persona. Afanas’ev raccolse e interpretò i racconti del popolo russo, andando a recuperare dei tentativi precedenti di altri autori e ascoltando i racconti dei contadini. Divise le fiabe in tre tipi: racconti di animali, racconti magici e racconti della vita di tutti i giorni. La raccolta di Afanas’ev fu tanto precisa, ricca e accurata che ebbe immediato successo in Russia, sia a livello popolare che negli ambienti artistici, e segnò una svolta nella ricerca e nello studio della tradizione orale, così come i Grimm avevano fatto in Germania. Il successo della raccolta influenzò il metodo di ricerca e studio delle tradizioni orali, e l’opera ha fornito le basi per gli studi di Vladimir Propp. Personaggi principali I protagonisti delle fiabe popolari russe vivono nel misterioso Regno al di là dei Monti e degli Oceani e non sanno proprio cosa sia la noia: c’è chi supera prove di ogni genere per adempiere al volere dello Zar oppure ottenere una bella moglie, c’è chi è costretto a difendere la propria terra o la famiglia da terribili creature. Scopriamoli. La strega russa: la terribile Baba Jaga Baba Jaga è il nome della strega russa per eccellenza: è una vecchina curva, dall’aria cattiva e il naso lungo, le unghie ricurve e un aspetto minaccioso. La Baba Jaga assomiglia alla nostra Befana, ma invece di portare doni ai bambini, solitamente li mangia. Vive in un bosco impenetrabile, in una casa con le zampe di gallina, e vola nel cielo con una scopa e un mortaio. I malcapitati che si trovano ad aver a che fare con lei, mandati di solito da un parente geloso, sono sottoposti a mille prove, che permettono di ricevere aiuti e ricompense dalla strega se superate. Lo Zar Nelle fiabe russe tradizionali non può mancare […]

... continua la lettura
Culturalmente

Forcella: storia e curiosità del cuore storico di Napoli

Forcella (Furcella in napoletano) è una zona del centro storico di Napoli, situata tra i quartieri Pendino e San Lorenzo a ridosso di via Duomo e tra Spaccanapoli e il corso Umberto I. Origini del nome Anticamente pare che si chiamasse “Regione Erculense”, perché sorgeva qui il tempio dedicato al semidio greco, il Tempio di Ercole. Ma il suo nome attuale ha origine dalla biforcazione in cui termina la strada principale, che ha una forma simile a una forcella. Questa spiegazione, seppur plausibile, però non è l’unica. Un’altra interpretazione, data dallo studioso Pietro Giannone nel libro “Istoria nel Regno di Napoli”, troverebbe l’origine del nome “Forcella” nella presenza delle forche di giustizia, che erano posizionate proprio nella piazza principale del quartiere. Ci sono però alcuni studiosi secondo cui l’origine del nome “Forcella” risalirebbe alla presenza nel quartiere della Scuola Pitagorica, il cui simbolo era la Y, lettera presente anche sullo stemma del seggio di Forcella. La storia di Forcella sembrerebbe, dunque, molto legata al simbolo Y, che in una più nota interpretazione, rappresenterebbe la metafora della vita. La lettera ricorda, infatti, un albero in cui il tronco simboleggia la fase embrionale dell’esistenza e la biforcazione indicherebbe il passaggio dalla fase adolescenziale della vita a quella adulta. Se dunque si vuole far risalire l’origine del nome Forcella alla Y pitagorica, si investe il quartiere di un carattere mistico. Forcella, storia e luoghi più importanti Il quartiere ha comunque origini molto antiche: circa 2300 anni fa i coloni greci, approdando sulle coste di Napoli, tracciarono un antico decumano che ancora oggi si trova proprio sotto la città. A riprova della sua antica età, in piazza Calenda, davanti al Teatro Trianon Viviani, si erge il cosiddetto cippo a Forcella, una struttura circolare di pietra dell’antica Neapolis (molto probabilmente i resti della porta Herculanensis o dell’antica cinta muraria). Il Cippo è stato ritrovato durante i lavori del Risanamento e da qui è nato uno dei detti più famosi per i napoletani: “sta’ cosa s’arricorda o’ cipp’ a Furcella”, espressione che serve a indicare che una cosa è molto vecchia. Forcella è stato lo scenario di momenti fondamentali e affascinanti della storia di Napoli. Prima che gli Spagnoli, nel 1510, cacciassero tutti gli Ebrei dal loro regno, Forcella era una delle tre giudecche di Napoli. Fu proprio qui, inoltre, che famiglie aristocratiche come gli Orsini, i Carafa, i Caracciolo e la stessa regina Giovanna II vantavano splendide dimore, qui si celebravano i Sebastà (giochi simili a quelli olimpici, in onore di Augusto), qui si trovavano i templi dedicati ad Ercole e ad Asclepio. Qui troviamo Castel Capuano (ex-sede del Tribunale), il Teatro Trianon, il secolare ospedale Ascalesi, il Caravaggio del Pio Monte della Misericordia, il Museo del tesoro di San Gennaro e la stessa Cattedrale. Qui venne costruita la Real Casa dell’Annunziata, il primo centro di assistenza e cura per i bambini abbandonati. Napoli ha un legame indissolubile con questo luogo, perché da qui nasce il cognome più diffuso nel capoluogo partenopeo, ovvero Esposito. Su via dell’Annunziata, a sinistra dell’arco cinquecentesco d’ingresso, è ancora visibile – benché oggi chiuso – il pertugio attraverso il quale venivano introdotti […]

... continua la lettura