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Eroica Fenice

Culturalmente

Forcella: storia e curiosità del cuore storico di Napoli

Forcella (Furcella in napoletano) è una zona del centro storico di Napoli, situata tra i quartieri Pendino e San Lorenzo a ridosso di via Duomo e tra Spaccanapoli e il corso Umberto I. Origini del nome Anticamente pare che si chiamasse “Regione Erculense”, perché sorgeva qui il tempio dedicato al semidio greco, il Tempio di Ercole. Ma il suo nome attuale ha origine dalla biforcazione in cui termina la strada principale, che ha una forma simile a una forcella. Questa spiegazione, seppur plausibile, però non è l’unica. Un’altra interpretazione, data dallo studioso Pietro Giannone nel libro “Istoria nel Regno di Napoli”, troverebbe l’origine del nome “Forcella” nella presenza delle forche di giustizia, che erano posizionate proprio nella piazza principale del quartiere. Ci sono però alcuni studiosi secondo cui l’origine del nome “Forcella” risalirebbe alla presenza nel quartiere della Scuola Pitagorica, il cui simbolo era la Y, lettera presente anche sullo stemma del seggio di Forcella. La storia di Forcella sembrerebbe, dunque, molto legata al simbolo Y, che in una più nota interpretazione, rappresenterebbe la metafora della vita. La lettera ricorda, infatti, un albero in cui il tronco simboleggia la fase embrionale dell’esistenza e la biforcazione indicherebbe il passaggio dalla fase adolescenziale della vita a quella adulta. Se dunque si vuole far risalire l’origine del nome Forcella alla Y pitagorica, si investe il quartiere di un carattere mistico. Forcella, storia e luoghi più importanti Il quartiere ha comunque origini molto antiche: circa 2300 anni fa i coloni greci, approdando sulle coste di Napoli, tracciarono un antico decumano che ancora oggi si trova proprio sotto la città. A riprova della sua antica età, in piazza Calenda, davanti al Teatro Trianon Viviani, si erge il cosiddetto cippo a Forcella, una struttura circolare di pietra dell’antica Neapolis (molto probabilmente i resti della porta Herculanensis o dell’antica cinta muraria). Il Cippo è stato ritrovato durante i lavori del Risanamento e da qui è nato uno dei detti più famosi per i napoletani: “sta’ cosa s’arricorda o’ cipp’ a Furcella”, espressione che serve a indicare che una cosa è molto vecchia. Forcella è stato lo scenario di momenti fondamentali e affascinanti della storia di Napoli. Prima che gli Spagnoli, nel 1510, cacciassero tutti gli Ebrei dal loro regno, Forcella era una delle tre giudecche di Napoli. Fu proprio qui, inoltre, che famiglie aristocratiche come gli Orsini, i Carafa, i Caracciolo e la stessa regina Giovanna II vantavano splendide dimore, qui si celebravano i Sebastà (giochi simili a quelli olimpici, in onore di Augusto), qui si trovavano i templi dedicati ad Ercole e ad Asclepio. Qui troviamo Castel Capuano (ex-sede del Tribunale), il Teatro Trianon, il secolare ospedale Ascalesi, il Caravaggio del Pio Monte della Misericordia, il Museo del tesoro di San Gennaro e la stessa Cattedrale. Qui venne costruita la Real Casa dell’Annunziata, il primo centro di assistenza e cura per i bambini abbandonati. Napoli ha un legame indissolubile con questo luogo, perché da qui nasce il cognome più diffuso nel capoluogo partenopeo, ovvero Esposito. Su via dell’Annunziata, a sinistra dell’arco cinquecentesco d’ingresso, è ancora visibile – benché oggi chiuso – il pertugio attraverso il quale venivano introdotti […]

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Culturalmente

Luigi Sedicesimo: il tragico destino di un Re

Luigi Sedicesimo – nipote di Luigi XV – era figlio di Luigi Ferdinando, Delfino di Francia, e della consorte Maria Giuseppina di Sassonia. Nacque a Versailles nella notte del 23 agosto 1754 e gli fu imposto il nome di Louis-Auguste e il titolo di Duca di Berry. Per volere dei genitori, al giovane viene imposta sin dall’infanzia una rigida educazione cattolica e lo studio della teologia, e questo, insieme a un’innata timidezza, lo spinge a maturare un carattere represso e pudico. Non solo, ma in virtù dei contrasti fra Luigi Ferdinando e Luigi XV, viene continuamente incoraggiato dai genitori a fuggire tutti i comportamenti disdicevoli e licenziosi di suo nonno (amante delle belle donne), sviluppando una personalità fortemente schiva e inibita verso tutti gli atteggiamenti amorosi. Gli viene imposto per ragioni politiche il fidanzamento con Maria Antonia d’Asburgo-Lorena, arciduchessa d’Austria. La coppia non potrebbe essere peggio assortita: Maria Antonia (che poi cambierà il nome in Maria Antonietta poco prima del matrimonio) è una ragazza bellissima, dal viso d’angelo, la corporatura esile e minuta e un’innata classe ed eleganza. Luigi Augusto, al contrario, è grasso, con lineamenti rozzi e totalmente privo di fascino. Maria Antonietta lascia Vienna nella primavera del 1770 per sposarsi con Luigi Augusto a Versailles, e i due si incontrano per la prima volta a Schüttern, al confine tra la Francia e la Germania. Luigi XV, in particolar modo, rimane entusiasta della bellezza dell’arciduchessa quattordicenne, con la quale andrà sempre molto d’accordo, ma la giovane rimane profondamente amareggiata dalle fattezze del suo futuro sposo. Nonostante la delusione iniziale, spinta dal suo senso del dovere verso l’Austria, convola con lui a giuste nozze nella cappella reale della Reggia di Versailles, ma il matrimonio si rivela subito un disastro: Luigi Augusto è fortemente inibito di fronte alla sua giovane sposa, e sarà incapace di consumare il matrimonio per 7 anni. Nonostante sia stato educato all’arte della scherma, dell’equitazione e del balletto, Luigi Augusto preferisce passare le giornate nella bottega del fabbro nei pressi dei giardini di Versailles e costruire personalmente serrature e lucchetti, andando a dormire sporco e maleodorante. Con la consorte, che parla poco il francese, non tiene conversazioni ed è un pessimo ballerino.  Ben presto, la Delfina decide di consolarsi dalle delusioni del matrimonio dedicandosi a spese da capogiro e al gioco d’azzardo, impoverendo ancora di più le casse dello Stato già fortemente compromesse da Luigi XV e dal suo predecessore. Ma soprattutto comincia a frequentare il giovane conte Hans Axel di Fersen, un ufficiale svedese che ha fama di essere un grande seduttore. Tra i due nascerà un amore segreto e a carattere soprattutto epistolare che avrà fine solo alla morte di Maria Antonietta, senza che suo marito mostri mai alcun sospetto o interesse verso la cosa. Luigi Sedicesimo: re di Francia fino alla Rivoluzione Il 10 maggio 1774 Luigi XV muore di vaiolo e Luigi Augusto gli succede col nome di Luigi XVI all’età di diciannove anni. L’incoronazione avviene nel giugno dell’anno successivo a Reims, e non appena è sul trono, il giovane re decide di ripristinare il Parlamento fatto sciogliere da suo nonno e di nominare nuovi ministri. La situazione economica che gli si presenta subito davanti non è facile: il nonno, morendo, gli ha lasciato un Paese che è fortemente in deficit, e il giovane re, già dal carattere debole e inetto, ha sempre […]

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Culturalmente

I 14 punti di Wilson: aspirazione alla pace universale

I 14 punti di Wilson: il Presidente americano che intendeva promuovere una “pace senza vincitori”, basata sull’eguaglianza delle nazioni, sull’autogoverno dei popoli, sulla libertà dei mari, su una riduzione generalizzata degli armamenti. Con l’entrata nella Prima Guerra Mondiale degli Stati Uniti al fianco della Triplice Intesa, nel 1917, l’andamento generale prese immediatamente una piega più chiara, profilandosi l’impotenza dell’Alleanza (ormai non più Triplice, ma Duplice col passaggio dell’Italia all’altro fronte) di resistere agli attacchi con un tale dispiegamento di forze, ben fornite di ogni tipo di materiale. Ma il Presidente americano Wilson sapeva benissimo che una guerra non finisce semplicemente con una vittoria e con la dichiarazione di fine delle ostilità: per essere certi che il periodo successivo porti effettivamente ad un periodo di pace e tranquillità, è necessario avere un’ampia visione delle prospettive. Ecco dunque che l’8 gennaio 1918, il Presidente degli Stati Uniti d’America Wilson espose in un discorso tenuto davanti al Congresso il suo progetto per ristabilire la pace internazionale dopo la guerra mondiale che si avviava alla conclusione (sarebbe terminata nel novembre dello stesso anno). Le sue idee furono raccolte nei famosi “14 punti di Wilson”. Di questi, otto sono dedicati alla risoluzione di questioni geopolitiche specificamente legate al contesto internazionale dell’epoca ed hanno, dunque, oggi, un’importanza perlopiù storica. I restanti sei, invece, contengono la base di un progetto di pace democratica universale e sono quindi di grande interesse anche a un secolo di distanza. Prima di affrontare concretamente i 14 punti di Wilson, è necessario capire bene quali idee sono alla base del pensiero che guidò il Presidente nella loro formulazione. Prima di tutto, egli aveva ben presente che una pace stabilita dai soli vincitori, così come era accaduto al Congresso di Vienna del 1815, seguito alla sconfitta di Napoleone, crea semplicemente le basi per nuove guerre. Quindi, l’idea fondamentale era un tavolo di pace aperto a vincitori e vinti, dalla stessa parte del tavolo delle trattative. La seconda idea chiave molto cara al pensiero di Wilson era l’affermazione senza se e senza ma, del concetto di Nazionalità. La nazione, cioè l’insieme di individui legati e collegati da una stessa storia, lingua, religione, usi, costumi e tradizioni, non può e non deve essere divisa, sfruttata, oppressa in quanto sarebbe la strada migliore per una nuova guerra. I 14 punti di Wilson enunciavano: Pubblici trattati di pace, stabiliti pubblicamente e dopo i quali non vi siano più intese internazionali particolari di alcun genere, ma solo una diplomazia che proceda sempre francamente e in piena pubblicità. Assoluta libertà di navigazione per mare, fuori delle acque territoriali, così in pace come in guerra, eccetto i casi nei quali i mari saranno chiusi in tutto o in parte da un’azione internazionale, diretta ad imporre il rispetto delle convenzioni internazionali. Soppressione, per quanto è possibile, di tutte le barriere economiche ed eguaglianza di trattamento in materia commerciale per tutte le nazioni che consentano alla pace, e si associno per mantenerla. Scambio di efficaci garanzie che gli armamenti dei singoli stati saranno ridotti al minimo compatibile con la sicurezza interna. […]

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Cinema e Serie tv

Aladdin live action: Guy Ritchie dirige il tappeto volante

Dal 22 maggio ha fatto la sua comparsa nelle sale cinematografiche Aladdin live action, il remake del classico d’animazione Disney del 1992 con attori in carne e ossa. Reduce dal recente Dumbo e in vista del prossimo Il Re Leone, la major ha ora deciso di portare sul grande schermo un cartoon che è nell’Olimpo dei Classici, Aladdin. Un’operazione condotta in maniera “testarda” dalla casa di Topolino, intenzionata a conquistare le nuove generazioni offrendo loro “nuove versioni“ delle storie che, in passato, hanno reso grande la Disney.  Per riproporre le Notti d’Oriente di Aladdin e farci volare sul tappeto volante della fantasia, gli Studios hanno voluto chiamare dietro la macchina da presa Guy Ritchie, regista avvezzo al crime, all’action e all’ironia, che spesso ha riportato in sala, in chiave “moderna”, dei miti della letteratura, dando vita a pellicole come Sherlock Holmes e King Arthur. Una scelta che ripaga soprattutto quando le riprese si fanno movimentate e spericolate. Aladdin live action è quello che potevamo aspettarci e forse anche di più: paesaggi e colori accesi d’Oriente, romanticismo spensierato, amicizia e sentimenti che superano le diversità, corse coreografiche tra mercati arabi. Aladdin live action: la trama Aladdin (Mena Massoud) è un ragazzo che vive alla giornata insieme alla sua scimmietta Abu. Un giorno, mentre scappa dalle guardie per un furtarello al mercato di Agrabah, si imbatte nella principessa Jasmine (Naomi Scott) – fuggita da palazzo -, e la salva da una brutta situazione grazie a una fuga rocambolesca. Per il ragazzo è amore a prima vista verso quella che gli si è presentata come l’ancella della figlia del Sultano, ma la cui vera identità gli verrà svelata dal malvagio visir Jafar (Marwan Kenzari), che lo coinvolgerà nei suoi piani con la promessa di un grande tesoro in cambio del recupero di una misteriosa lampada dalla Caverna delle Meraviglie. La lampada e il Genio (Will Smith) contenuto in essa diventeranno proprietà di Aladdin, che ovviamente esprimerà il desiderio di diventare un principe molto ricco, invece che uno straccione, per poter essere degno di Jasmine. Un inganno che verrà presto smascherato da Jafar stesso, stufo di essere il numero due e pronto a soppiantare il Sultano in carica a qualunque costo. Il cast: Will Smith “geniale” Guy Ritchie è bravo nel restituire al film l’atmosfera esotica e ammaliante da “Mille e una Notte” del cartoon originale, facendone una versione stile Bollywood. E giova al dinamismo della storia la sua regia briosa, specie nella scena della fuga tra le strade di Agrabah (quasi una sequenza di parkour tra tetti cittadini) o in quella dell’ingresso di Aladdin in città, sotto le vesti del principe Alì. Aladdin/Alì arriva in un corteo strabordante e gioioso di danzatori, ballerine, struzzi, elefanti, doni imponenti, coreografie, canti, tripudi cromatici e di tessuti. Una festa per occhi e orecchie.  Ma a fare la differenza è sicuramente la scelta di Will Smith come Genio della Lampada. Il personaggio sembra letteralmente cucito addosso all’attore, che mescola la sua simpatia al passato da rapper e a una CGI pirotecnica, dando […]

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Nerd zone

Westeros, il continente occidentale di Game of Thrones

Tutti pazzi per Game of Thrones! Il kolossal televisivo è ormai agli sgoccioli, l’ultima stagione sta andando in onda in queste settimane e orde di fan in delirio sono alle prese con le teorie su chi siederà sull’agognato Trono di Spade e governerà Westeros. La celebre serie, com’è noto, è ispirata alla saga Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (titolo originale: A Song of Ice and Fire), dello scrittore americano George R. R. Martin, che è riuscito a creare un ampio mondo fantastico, tra i più suggestivi della letteratura fantasy. I romanzi di Martin e la serie, infatti, sono ambientati in due continenti immaginari: il continente orientale (Essos) e l’occidentale (Westeros). Westeros è il continente occidentale nel quale si svolgono quasi interamente gli eventi narrati, eccetto quelli di Daenerys Targaryen, ambientati inizialmente ad Essos. Martin ha affermato che Westeros è circa delle stesse dimensioni del Sud America. Il territorio ha un’estensione notevole dal punto di vista latitudinale, mentre si presenta relativamente stretto da quello longitudinale; ciò ha favorito lo svilupparsi di climi e culture differenti. Il continente è diviso in due parti, note semplicemente come Nord e Sud, separate da un lembo di terra detto “Incollatura“. Ad ovest il continente si affaccia sul Mare del Tramonto; questo grande oceano non è mai stato attraversato, o per lo meno nessuno è mai tornato indietro a raccontare di averlo fatto. A sud, il continente è lambito dal Mare dell’Estate; nel profondo di questo mare giacciono le omonime isole. Verso est si trova invece il continente orientale, separato da quello occidentale dal Mare Stretto. Si tratta di un oceano spesso tempestoso, ma ciò non ha mai fermato i numerosi traffici di merci da e verso le Città Libere, città-stato che si trovano nella parte più occidentale del continente orientale; nella zona più meridionale di questo oceano si trovano anche le Stepstones, una catena di isole che connette Westeros ad Essos; secondo i miti, le Stepstones sarebbero i resti di un antico ponte di terra che collegava i due continenti, distrutto in un cataclisma diecimila anni prima della narrazione. All’estremo nord, nelle terre dell’Eterno Inverno, si erge un colossale muro di ghiaccio detto la Barriera: le condizioni climatiche proibitive e la presenza dei Bruti e degli Estranei hanno da sempre reso le terre Oltre la Barriera un luogo semi-inesplorato e quasi leggendario; ad ogni modo, si crede che Westeros si estenda fino alla calotta polare. Le cinque città principali del Continente Occidentale, in ordine di grandezza, sono: Approdo del Re, Vecchia Città, Lannisport, Città del Gabbiano e Porto Bianco. Prima di essere unificato in seguito alla Guerra di Conquista, il continente era diviso in vari regni indipendenti. Dopo questo conflitto, e la successiva annessione di Dorne, tutte le regioni a sud della Barriera vengono unite sotto il dominio della Casa Targaryen, andando così a creare un unico stato sovrano conosciuto col nome di Sette Regni. Storia di Westeros, il continente occidentale Circa dodicimila anni fa, Westeros era abitato dai Figli della Foresta, una piccola razza non umana, dotata di poteri magici, che viveva in pace e armonia con la natura, venerando gli Antichi Dei della Foresta. Intorno a quell’epoca, i Primi Uomini, una razza umana, […]

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Viaggi e Miraggi

Cosa vedere a Ischia: dalle terme al Castello Aragonese

Cosa vedere a Ischia, l’isola “verde” del Golfo di Napoli. Tra le incantevoli isole che chiudono a cerchio il Golfo di Napoli, Ischia non è soltanto la più grande ma è anche la più varia per le tante e continue scoperte che riserva. Posta a poca distanza dall’isola di Procida, con una superficie totale di 46 km² è la “sorella maggiore” delle isole Flegree. Con i suoi 64.115 abitanti è la terza più popolosa isola italiana, dopo Sicilia e Sardegna. In antichità era nota col nome “Pithecusae” (“isola delle scimmie”), ma probabilmente fu detta così per la vivace industria dei vasi di creta. A Ischia spiagge ampie e assolate si alternano a riposanti pinete, a verdi colline e a balze rocciose. L’isola, di origine vulcanica, racchiude nel suo sottosuolo, inoltre, autentiche “miniere d’oro”: otto bacini termominerali e numerose sorgenti, stufe, fumarole ed arene. Le acque termali dell’isola d’Ischia sono ben conosciute e utilizzate fin dall’antichità. Se i Greci furono i primi a conoscere i poteri delle acque termali ischitane, i Romani le esaltarono come strumento di cura e relax attraverso la realizzazione di Thermae pubbliche e utilizzarono proficuamente le numerose sorgenti dell’Isola (come dimostrano le tavolette votive rinvenute presso la Sorgente di Nitrodi a Barano d’Ischia, dove sorgeva un tempietto dedicato ad Apollo e alle Ninfe Nitrodie, custodi delle acque). Oggi l’isola è amministrativamente divisa in sei comuni: Ischia, Casamicciola Terme, Lacco Ameno, Forio, Serrara Fontana e Barano. Ma scopriamo cosa vedere a Ischia, quali sono le tappe imprescindibili per un giro dell’isola [Vi consigliamo di noleggiare uno scooter (tanto più se si è in coppia), per girare l’isola a dovere. In alternativa ci si muove agevolmente anche con i pullman o con l’auto, ma è bene sapere che i servizi pubblici, soprattutto nei mesi estivi, sono super affollati e che per le macchine, quattro mesi l’anno, vigono importanti restrizioni di sbarco e circolazione (per i soli residenti in Campania)] Castello Aragonese Cosa vedere a Ischia, se non il Castello Aragonese? Senza dubbio la cartolina più famosa dell’isola. Si trova in fondo al caratteristico borgo di Ischia Ponte su uno sperone roccioso, a 113 metri sopra il livello del mare, collegato alla terraferma da un istmo in pietra fatto realizzare da Alfonso V d’Aragona. Un comodo ascensore porta in cima alla struttura e da lì il panorama è mozzafiato, come pure molto belli sono i resti della Cattedrale dell’Assunta, la Chiesa dell’Immacolata e il Cimitero delle suore Clarisse, che fanno parte del complesso. Le spiagge Non si può parlare di un’isola come Ischia senza citare le sue splendide spiagge, tra le più belle d’Italia. La spiaggia più estesa è quella dei Maronti, antico approdo saraceno e oggi luogo perfetto per chi ama il turismo balneare. L’ultimo tratto di spiaggia è quello delle Fumarole, con acqua termale mista ad acqua di mare: il posto ideale per chi vuole fare il bagno anche d’inverno. Sul lato occidentale di Ischia si trova la spiaggia di Cava dell’Isola, baciata dal sole fino a sera e caratterizzata da un clima caldo, ventilato e secco. A […]

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Culturalmente

Figure retoriche di suono e di significato, quali sono

Cosa e (quali) sono le Figure retoriche di suono e di significato? Nell’arte poetica ricorrono frequentemente alcuni “artifici”, modi particolari di servirsi delle parole che si allontanano dal normale uso linguistico e grammaticale: sono le cosiddette figure retoriche. La loro funzione è quella di comunicare una particolare carica emotiva. Poiché in poesia la parola non è usata solo nel suo valore denotativo ma si carica di sensi diversi da quello letterale, il poeta sente l’esigenza di potenziare l’efficacia delle immagini e di ravvivare il linguaggio per renderlo più espressivo: ricorre così a figure e simboli che contribuiscano a dare forza, vigore e musicalità a quanto intende comunicare. L’aggettivo “retorico” allude al fatto che si tratta di un abbellimento del linguaggio col quale si intende impressionare chi legge o ascolta. Bisogna aggiungere, però, che le figure retoriche non sono esclusive dello stile letterario o poetico. Ricorrono infatti anche nel comune parlare quotidiano, e in ogni tipo di linguaggio.  Ci sono varie categorie di figure retoriche, tra le più usate troviamo le figure retoriche di suono e di significato. Figure retoriche di suono e di significato, scopriamo quali sono Le figure di suono Le figure di suono riguardano il livello delle strutture foniche, la ripetizione, il parallelismo, la musicalità dei suoni; modificano il suono delle parole per ottenere un effetto poetico, diverso da quello del linguaggio comune. Si tratta di espedienti stilistici che conferiscono alla lettura del testo un particolare suono: dolce, aspro, piano, solenne, vivace. Tra le più comuni figure di suono si trovano: allitterazione, assonanza, consonanza, onomatopèa, paranomàsia. – allitterazione: ripetizione di una lettera (suono) o di un gruppo di lettere all’inizio o all’interno di più parole. Esempio: Di me medesimo meco mi vergogno (F. Petrarca) – assonanza: due parole sono legate da assonanza quando nella loro parte finale (la parte che va dalla vocale che porta l’accento in poi) presentano le stesse vocali, ma diverse consonanti. Esempio: Piove sui nostri volti silvani (G. D’Annunzio, da La pioggia nel pineto). – consonanza: due parole sono legate da consonanza quando nella loro parte finale (la parte che va dalla vocale che porta l’accento in poi) presentano le stesse consonanti, ma diverse vocali. Esempio: Tra gli scogli parlòtta la marétta (E. Montale, da Maestrale) – onomatopèa: è una parola o una frase che riproduce il suono o il rumore di una cosa o il verso di un animale. Esempio: Nei campi / c’è un breve gre-gre di ranelle (G. Pascoli, da La mia sera). – paranomàsia: accostamento di due parole che presentano suoni simili ma significato diverso. Esempio: sedendo e mirando (G. Leopardi, da L’Infinito) N.B. la figura retorica della paranomàsia non ricorre solo nel testo poetico ma anche nel parlato quotidiano (giochi di parole, frasi fatte, slogan pubblicitari), basti pensare a “detti” come “Ogni riccio un capriccio” o “Chi non risica non rosica”. Le figure di significato Le figure di significato incidono sul significato della parola, ampliandolo, connotandolo e rendendolo diverso dal senso comune; in questo caso l’effetto è prodotto da un uso particolare e inconsueto del significato delle parole stesse ed è chiamato in causa soprattutto il lessico. Esse sono utilizzate sia in prosa, sia in poesia […]

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Culturalmente

Regioni italiane a Statuto Speciale, quali e perchè

Quali e quante sono le Regioni italiane a Statuto Speciale e che differenze ci sono rispetto alle Regioni a Statuto Ordinario? Quando e perchè sono state istituite? Di quali forme di autonomia godono? Lo Stato Italiano è suddiviso, a livello amministrativo, in 20 regioni, 5 delle quali godono di una maggiore autonomia gestionale e finanziaria, e sono appunto definite Regioni a Statuto Speciale. Si tratta delle seguenti regioni: Sicilia, Sardegna, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia. Tutte terre di confine e isole. Semplificando, hanno lo statuto speciale per le loro: a) particolari caratteristiche storiche (non naturale appartenenza all’Italia), b) istanze autonomiste (anche secessioniste), c) caratteristiche culturali (tutela delle minoranze, come prevede l’Art. 6 della Costituzione). Ciò che caratterizza le regioni elencate è il fatto di possedere uno “Statuto Speciale”, appunto, diverso dallo “Statuto di diritto comune” che appartiene invece alle Regioni a Statuto Ordinario. Quest’ultimo è adottato e modificato con legge regionale, mentre lo Statuto Speciale è adottato con legge costituzionale, così come ogni sua modifica. Le Regioni italiane a Statuto speciale godono di una triplice autonomia: amministrativa, legislativa e finanziaria. Nel caso di quest’ultima si parla di privilegi concessi, tanto che vi sono stati tentativi di “migrazione” verso una determinata Regione a Statuto Speciale da parte di Comuni di confine delle Regioni ordinarie (è noto il caso di Cortina d’Ampezzo). Nel tempo la differenza effettiva tra l’autonomia finanziaria di una Regione a Statuto Speciale e di una Regione Ordinaria si è attenuata. Regioni italiane a Statuto Speciale, tra Storia e attualità Le regioni italiane sono nate con la Costituzione Italiana, che entrò in vigore il 1° gennaio 1948; come è noto, però, le regioni non entrarono in funzione subito: fino al 1970 non venne eletto alcun consiglio regionale, tranne quelli delle Regioni a Statuto Speciale. Le Regioni italiane a Statuto Speciale, che sono previste dall’articolo 116 della Costituzione e sono un unicum in uno stato centralizzato, non vennero decise tutte insieme e sono nate con motivazioni parzialmente diverse. La parziale autonomia della Sicilia, iniziata già con l’istituzione dell’Alto commissariato per la Sicilia nel 1944, venne confermata nel 1946 con un decreto firmato dall’allora Luogotenente del Regno d’Italia, il principe Umberto di Savoia. Il motivo era il forte movimento indipendentista siciliano, che a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale era diventato molto numeroso. Le prime elezioni dell’Assemblea Regionale Siciliana avvennero nel lontano aprile del 1947, ma già l’anno prima si erano tenute le elezioni in Valle d’Aosta. Inizialmente le Regioni a Statuto Speciale furono quattro: Sicilia, Sardegna, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta. La legge costituzionale che aggiunse anche il Friuli Venezia Giulia venne proposta e approvata solo molto tempo dopo, all’inizio del 1963. Ogni statuto speciale aveva i suoi motivi e la sua storia particolare: in Sardegna, i politici locali avevano cominciato a parlare di autonomia già alla fine della Seconda Guerra Mondiale (ma ne ottennero poi una più limitata di quella siciliana); in Trentino Alto Adige l’autonomia venne concessa anche per le rivendicazioni territoriali austriache, infatti il governo austriaco trattò con […]

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Culturalmente

Uovo di Pasqua: origine e storia del simbolo più dolce

L’Uovo di Pasqua: origine e storia del simbolo più dolce che ci sia! L’Uovo è il simbolo della Pasqua. Che sia dipinto o intagliato, di cioccolato o di zucchero, di terracotta o di cartapesta, l’uovo è il must della ricorrenza pasquale. Ma quali sono la sua origine e la sua storia? Ebbene, l’Uovo di Pasqua è l’evoluzione di una tradizione molto antica. Tra simbologia e religione, ecco un breve excursus storico sull’Uovo di Pasqua Le origini della simbologia dell’uovo risalgono a tempi antichissimi, precedenti al Cristianesimo e ai suoi significati connessi alla Pasqua. Per i popoli più antichi, l’uovo era sinonimo di vita, nonché irrinunciabile ingrediente per energia e salute. Alcune culture pagane consideravano il cielo e la terra come due parti che unite formavano un uovo, mentre gli Egiziani ritenevano che fosse il centro dei quattro elementi: terra, aria, fuoco e acqua. Pare che la consuetudine di portare uova di gallina in dono risalga agli antichi Persiani: in concomitanza con le celebrazioni per l’arrivo della primavera, si narra avvenisse lo scambio del prezioso alimento. La tradizione si sarebbe poi diffusa in Egitto e in Grecia, arrivando persino in Cina. Nei paesi nordici, come le attuali Russia e Scandinavia, all’uovo sembra fosse connesso un significato legato al Cosmo: l’alimento rappresentava la continua rinascita nel ciclo della vita, quindi lo si celebrava con forte sacralità. Non a caso, molte uova in terracotta da sempre si rilevano in antichi sepolcri. Simbolo universale della rinascita, era anticamente ricollegato anche alla mitica Fenice che, secondo la leggenda, prima di morire, preparava un nido a forma d’uovo, su cui si adagiava, lasciandosi incenerire dai raggi del Sole. Sulle ceneri nasceva l’uovo dal quale l’Uccello di Fuoco riprendeva vita. Il Cristianesimo affianca queste tradizioni e le reinterpreta alla luce delle Nuove Scritture. L’uovo diventa così il simbolo che meglio coglie il significato del miracolo della Resurrezione di Cristo. Nei Paesi celtici del Nord Europa si usava far rotolare le uova dalla cima di una collina per imitare il movimento del Sole nel cielo; la Chiesa Cattolica rimodellò il rituale per simboleggiare la pietra che rotola via dalla tomba di Cristo risorto. L’uovo, inoltre, somiglia a un sasso e appare privo di vita, così come il sepolcro di pietra nel quale era stato sepolto Gesù. Dentro l’uovo c’è però una nuova vita pronta a sbocciare da ciò che sembrava morto. In questo modo, l’uovo diventa un simbolo di risurrezione. Sembra sia stato nel Medioevo, però, che il dono delle uova decorate cominciò ad affermarsi come tradizione pasquale: è in questo periodo storico, infatti, che, in Germania e nei Paesi Scandinavi, si diffuse l’abitudine di regalare uova colorate la domenica di Pasqua. Qui tra la gente comune la consuetudine era distribuire uova bollite, avvolte in foglie e fiori in modo che si colorassero in maniera naturale. Contestualmente, in questi paesi si svilupparono anche le prime tradizioni legate all’albero pasquale: in modo simile al Natale, le ampie fronde di meli e altre piante spoglie venivano addobbate con uova sode, oggi […]

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Cinema e Serie tv

Dumbo ri-vola al cinema con Tim Burton

Dumbo ri-vola sul grande schermo: al cinema dal 28 marzo il live action diretto da Tim Burton. Sono passati quasi ottant’anni da quando Dumbo, l’elefantino volante, debuttava nei cinema. Era il 1941, e, a causa delle ingenti perdite di Fantasia, Walt Disney optò per un film semplice e a basso costo per realizzare il suo quarto Classico. Partendo da un soggetto già esistente (Dumbo era protagonista di un libro per bambini), nacque così il film: un lungometraggio dalla durata di “soli” sessanta minuti, ma perfetto nella sua poetica lineare. Sulla scia di riportare i suoi classici al cinema in versione live-action, la Disney ha chiamato il genio visionario Tim Burton (recentemente premiato ai David di Donatello 2019) per far volare ancora una volta il piccolo elefante; stavolta in CGI, ma dagli stessi occhioni blu che riescono a esprimere tutte le sue emozioni. Nonostante le divergenze creative del passato (Burton lasciò la Disney quando era un animatore), il regista torna a lavorare con la major realizzando un film che, sebbene non sia un capolavoro, porta con sé aspetti positivi. Solo il pittore dei freaks, colui che è stato in grado di dare voce e dignità agli outsider (con Edward mani di forbice, primo fra tutti) poteva avvicinarsi a Dumbo, una delle figure più strazianti della cinematografia, simbolo di inadeguatezza ed emarginazione. È sempre difficile confrontarsi con i classici, e, come già era successo per Alice in Wonderland, Burton rivisita il materiale originale. Qui la scelta è quella di dare maggiore spazio agli uomini e lasciare gli animali a un ruolo quasi secondario. Eliminata ogni forma di antropomorfismo, Dumbo e le altre creature del circo non parlano, comunicano con gli occhi e con i loro versi.  Dumbo versione live-action: la trama 1919. Holt Farrier (Colin Farrell), dopo aver perso un braccio ed essere rimasto vedovo, torna dalla guerra e riabbraccia i figli Milly (Nico Parker) e Joe (Finley Hobbins). La loro casa è il Circo Medici, diretto dall’inarrestabile Max Medici (Danny DeVito) che spera di risollevare le sorti della sua attività grazie a un cucciolo di elefante la cui nascita è imminente, ma il piccolo messo al mondo da mamma Jumbo ha orecchie enormi ed è considerato un mostro. Mentre gli altri lo prendono in giro, Milly e Joe consolano l’elefantino, distrutto dalla separazione dalla mamma. Per caso, grazie a una semplice piuma, scopriranno che Dumbo può volare. Il successo del magico elefantino cambia le sorti dell’intera famiglia del Circo Medici, che si trasferisce a “Dreamland”: incredibile parco giochi del villain Mr. Vandevere (Micheal Keaton). Ma basterà l’aiuto dei piccoli Farrier e dell’acrobata Colette Marchant (Eva Green) per riunire Dumbo e la sua mamma? Dumbo, analogie e differenze con il Classico animato Il Dumbo di Tim Burton, come accennato poco sopra, si prende le sue libertà creative rispetto al classico degli anni ’40. Meno malinconico e più lungo (il film originale durava circa un’ora, quindi nuovi inserti sono stati inevitabili), le avventure dell’elefantino volante puntano sempre e comunque al tema del diverso (tanto caro a Burton) e della famiglia aggiungendo però un senso ecologista di contrarietà all’utilizzo di animali nei […]

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Culturalmente

Frasi sull’Arte: le più belle e significative

Frasi sull’Arte: una selezione di citazioni che spiegano il significato profondo dell’arte. Cos’è l’arte? Questa è una di quelle domande che prima o poi ogni individuo si pone; è una domanda dal carattere fortemente filosofico perchè è un po’ come chiedersi “Cos’è la vita?” o “Perchè esistiamo?“ Il significato della parola «arte» non è definibile in maniera univoca ed assoluta, varia nel passaggio da un periodo storico a un altro, e da una cultura ad un’altra. Volendo provare a fornire una definizione, l’arte, in ogni sua manifestazione, è la più alta espressione umana di creatività e di fantasia, che poggia – al contempo – su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall’esperienza. Nella creazione di un’opera d’arte si assiste, come sosteneva il filosofo Schelling, alla straordinaria fusione di una fase inconscia, quella dell’ispirazione, e di una conscia, la concreta realizzazione dell’idea. Quali e quante sono le forme dell’Arte? Se ne possono individuare dieci, da cui scaturiscono tutte le altre – dette arti minori. Esse sono: Pittura (inclusi il disegno, l’incisione e la grafica digitale) Scultura (inclusi l’oreficeria, l’arte tessile, l’arazzo e l’origami) Architettura Letteratura Musica Danza Teatro Cinema Fotografia Fumetto Videogioco Ma, dopo aver provato a fornirne una definizione, e dopo aver illustrato in quante forme possiamo trovarla, come possiamo spiegare in maniera concreta l’Arte? Come possiamo individuare il suo significato più profondo? Alcune frasi sull’Arte di scrittori, filosofi e pittori famosi possono aiutarci. Ecco 8 Frasi sull’Arte, le più belle e significative Cominciamo la nostra carrellata di frasi sull’Arte con… Si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima. (George Bernard Shaw) Scrittore, drammaturgo e linguista irlandese, George Bernard Shaw vinse il Premio Nobel per la Letteratura nel 1925. È sua la prima citazione da segnalare. Se si vuole comprendere il mondo e la società nella quale si vive bisogna guardare all’arte che produce. Lo stesso vale per noi stessi: fissiamo un’opera e immaginiamo la sua storia, in tal modo capiremo più profondamente la nostra. L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni. (Pablo Picasso) Pablo Picasso non ha bisogno di presentazioni: è stato uno dei più grandi artisti del Novecento, uno dei più influenti e rivoluzionari pittori di tutta la storia dell’arte. Non poteva che provenire da lui questa citazione che intende l’arte come “rinnovamento”, “rivoluzione” dello spirito. Se ci sentiamo stanchi, se ci sembra quasi di aver perso di vista la bellezza che ci circonda, soffermiamoci davanti a un’opera d’arte e, dalla sola visione, trarremo una percezione di rinnovamento. L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è. (Paul Klee) Artista versatile, insieme pittore, musicista, architetto e filosofo dell’arte, Klee viene spesso presentato come autore-veggente, provvisto di uno sguardo penetrante e dilatato, capace di indagare e interpretare i misteri del nostro mondo. L’arte di Klee può essere collocata nella corrente astratta. L’artista, infatti, concepiva l’opera non come una mera riproduzione della realtà, ma come mezzo di rappresentazione dell’essenza del reale: ecco, dunque, […]

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Viaggi e Miraggi

5 cose da fare e vedere a Procida assolutamente

Ecco 5 cose da fare a Procida, per avere un assaggio dell’essenza di quest’isola! Antica e colorata. Autentica e “sgarrupata”. Affascinante e ancora da scoprire. Procida, isola del Golfo di Napoli, è la “quintessenza” del posto di mare, un territorio da secoli votato alla pesca, alla navigazione e al buon vivere. Qui non impazzano i vip, non si trovano paparazzi e non c’è rischio di perdersi nell’omologazione. Isola di pescatori, è profondamente diversa dalle “sorelle maggiori” Capri e Ischia, lontana dalla ribalta e dal viavai mondano. Una terra semplice e schiva, gelosa e orgogliosa delle proprie tradizioni: dalla pesca con le tipiche imbarcazioni in legno alla coltivazione dei limoni. Il turismo è arrivato tardi: mentre già a fine Ottocento Capri era il rifugio prediletto di viaggiatori colti, e Ischia chiamava a sé gli aristocratici di tutta Europa, la piccola Procida continuava a coltivare i suoi orti e i giovani prendevano il largo sui grandi mercantili. Oggi il nuovo comincia a farsi avanti ma ciò non sta snaturando l’isola: i pescatori e i contadini restano l’anima vera di Procida, disegnano il suo paesaggio da cartolina con i pescherecci di legno, le reti ammassate sui pontili, le case dall’intonaco colorato, i giardini di limoni e gli orti nascosti oltre le mura di vecchi palazzi. Un’isola di appena quattro chilometri quadrati che si visitano facilmente in un giorno, e se avete abbastanza tempo a disposizione potete pensare di esplorarla a piedi. In alternativa, ci sono quattro opzioni: utilizzare il servizio pubblico degli autobus, contrattare con un taxi per un giro completo dell’isola, noleggiare uno scooter o, ancora meglio, affittare una bici elettrica, a patto di fare attenzione ai tanti dettagli architettonici e ai frammenti di vita di gente semplice, temprata dalle dure leggi del mare. Per alcuni Procida è irrimediabilmente “L’isola di Arturo“, il luogo che ha ispirato il capolavoro letterario di Elsa Morante. Ma anche se non hai letto il libro e vuoi scoprire le bellezze di quest’isola, ecco le 5 cose da fare e vedere a Procida per avere un assaggio della sua essenza. 5 cose da fare a Procida: dal carcere borbonico a “Il Postino” 1. VISITARE TERRA MURATA Comonciamo la nostra lista di cose da fare e vedere a Procida con Terra Murata. Terra Murata è una contrada posta sul punto più alto dell’isola, contraddistinta da case color pastello e dominata da un’antica Abbazia, consacrata a San Michele Arcangelo, da cui si gode di uno splendido panorama del Golfo. Qui in cima tutto è iniziato, si tratta della parte più antica dell’isola. L’intero borgo era costruito in funzione difensiva per proteggere i cittadini dalle numerose invasioni, da quelle barbariche del primo Medioevo fino ai saccheggi saraceni. Terra Murata è la sede del Palazzo d’Avalos. Edificato tra il 1560 e il 1570 dai d’Avalos, feudatari dell’isola fino al 1729, fu trasformato in Palazzo reale e casino di caccia da Carlo III di Borbone. Successivamente, dal 1815, divenne prima scuola militare, poi prigione e bagno penale per ergastolani: una cittadella carceraria a picco sul mare. 2. PASSEGGIARE […]

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Food

Pizzeria Maria Marì: Pizza, Chef e Carnevale

Alla Pizzeria Maria Marì di Giugliano (NA) un evento dal sapore… carnevalesco! Martedì 26 febbraio, presso la Pizzeria Maria Marì in Giugliano in Campania, si è svolto l’evento “Pizza, Chef e Carnevale” per festeggiare l’avvicinarsi del martedì grasso. L’evento, ideato e organizzato da Angela Merolla, ha proposto una cena dal menù dedicato al Carnevale, una fusione tra forno a legna e cucina, per un inno ai piatti della tradizione carnevalesca napoletana, realizzato eccezionalmente dagli chef campani Artisti Del Gusto in collaborazione con il maestro pizzaiolo Vincenzo Sannino, nonché patron della Pizzeria-Trattoria Maria Marì. I sei rinomati chef hanno articolato un menù di varie portate, che si è sposato in maniera eccezionale con le pizze storiche proposte dalla pizzeria Maria Marì e che è stato pensato ed ideato per la serata. Alla Pizzeria Maria Marì “Pizza, Chef e Carnevale”: il menù Maestro pizzaiolo Vincenzo Sannino: Montanarina con soffritto napoletano, Pizza Giambattista Basile Enzo Sannino, patron della pizzeria Maria Marì a Giugliano, per 40 anni alla pizzeria Da Attilio alla Pignasecca a Napoli, è riuscito a portare in provincia l’eccellenza della tradizione gastronomica napoletana. La serata “Pizza, Chef e Carnevale” si apre con la sua Montanarina con soffritto napoletano, preparato direttamente dalla moglie Maria, e con la Pizza Giambattista Basile, dedicata al celebre “fiabista” napoletano nato (probabilmente) e morto a Giugliano, autore del famoso Lo Cunto de li Cunti. Una pizza con mela annurca e porchetta, che celebra, sin dal nome, la più cara tradizione giuglianese. Gli ingredienti sono tipici della Campania Felix: la mela annurca (o melannurca), la “Regina delle mele” e la porchetta (perché la mela annurca va a maturare nella “porca”). Un’associazione che può sembrare singolare ma che, con le giuste dosi del Maestro Sannino, risulta assolutamente delicata e gustosa. Chef Fabio Ometo – Chef Carlo Verde: Pizza “Arlecchina Napoletana” La serata prosegue con la pizza “Arlecchina Napoletana” o anche pizza lasagna. Ebbene sì, la pizza Arlecchina non è altro che una lasagna su… pizza! Gli chef Fabio Ometo e Carlo Verde, illustrando la realizzazione del piatto, chiariscono l’intento di rappresentare la classica lasagna napoletana – presente su tutte le nostre tavole a Carnevale – sulla pasta della pizza. Gli chef hanno scomposto tutti gli ingredienti sul disco della pizza: cervellatine, polpettine, uova, ragù e ricotta. Una pizza colorata, perfetta per l’allegria del Carnevale. Chef Ciro Campanile – Chef Giusy Di Castiglia: Maialino glassato in sanguinaccio e broccolo napoletano L’accostamento che sorprende. Gli chef Ciro Campanile e Giusy Di Castiglia hanno voluto omaggiare il periodo carnevalesco con uno dei suoi piatti tipici: la carne di maiale con i friarielli. Senza dimenticare il sanguinaccio, invertendo quindi i canoni culinari che lo vogliono come accompagnamento ad un dolce. Il maialino è stato cotto a basse temperature affinchè restasse gustoso, ed è stato accompagnato da un sugo al cioccolato realizzato però in modo molto particolare e articolato: glassa extrafondente al 90% con fondo di verdure (preparato con una base di sedano, carote e cipolle e un osso di maiale rosolato con vino […]

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Culturalmente

Scipione l’Africano: chi era e cosa ha fatto

Quale sarebbe stato il destino dell’attuale Europa se Annibale, il grande generale cartaginese, avesse vinto contro i Romani? Probabilmente, o quasi certamente, il mondo non sarebbe come lo conosciamo oggi. Si sa, la Storia è scritta dagli uomini. Ed un uomo, Scipione l’Africano, tanti secoli fa, scrisse la sua e quella di Roma. Ultor patriaeque domusque, «vendicatore e della patria e della famiglia»: così il poeta Silio Italico definisce Publio Cornelio Scipione, l’uomo che rovesciò le sorti della Seconda Guerra Punica (218 a.C. – 202 a.C.) – il titanico scontro tra Roma e Cartagine per il predominio sul Mediterraneo antico -, ma soprattutto l’uomo che sconfisse Annibale. Scipione l’Africano, chi era? Scipione, detto in seguito Scipione l’Africano, nacque nel 235 a.C. a Roma. Secondo una leggenda riportata da Tito Livio, fu generato, come Alessandro Magno, dall’unione con un grande serpente, che si materializzava nella camera da letto di sua madre. Al di là della finzione letteraria, Scipione era nipote e pronipote di consoli e senatori, nato nel seno di una delle famiglie più antiche e illustri, educato fin da bambino a seguire la carriera politica di tutti i patrizi. La sua vita cambiò un giorno di fine inverno del 218 a.C. quando suo padre venne eletto console. Scipione Padre riuscì a farsi assegnare l’esercito che sarebbe andato a combattere contro Annibale arrivato in Italia. E portò al proprio fianco il figlio diciassettenne. Il futuro Africano si distinse subito nella Battaglia del Ticino (218 a. C) e nel 216 a.C. riuscì a sopravvivere alla catastrofe di Canne. Cinque anni dopo, in Spagna, persero la vita suo padre e suo zio. E fu di lì a poco che, appena venticinquenne, venne nominato proconsole e spedito proprio in Spagna, dove, nel 209, sconfisse i nemici a Cartagena, importante avamposto cartaginese. Come? Secondo Gastone Breccia, autore del libro “Scipione l’Africano. L’invincibile che rese grande Roma”, egli conosceva la «buona regola per non sbagliare, in guerra»: quella di «concepire piani semplici e affidarne l’esecuzione ai subordinati con istruzioni chiare, essenziali e possibilmente flessibili». Dopodiché la seconda regola, quella per la pace, sarebbe stata di essere particolarmente generoso con gli sconfitti. Scipione l’Africano, cosa ha fatto? Tutti concordano nel riconoscere a Scipione l’Africano il merito di aver concepito fin dal 205 il disegno di andare a combattere la Seconda Guerra Punica in Africa, così da costringere Annibale a lasciare l’Italia. Una decisione che si rivelò fortunatissima. Prima della battaglia decisiva, Scipione e Annibale si incontrarono su sollecitazione di quest’ultimo. Perché? Secondo Barry Strauss (“L’arte del comando”, edito da Laterza) Annibale «sapeva che se fosse morto in battaglia e Roma avesse vinto la guerra, sarebbe stato il nemico a scrivere la storia e voleva che in seguito, quando si sarebbero rivolti a lui, Scipione ricordasse l’uomo che aveva incontrato sotto una tenda prima della battaglia». A Zama, nel 202 a.C, non si scontrarono solo due popoli e due eserciti. Si scontrarono due differenti forme di genio. Annibale: l’incredibile capacità di leggere le battaglie e inventarsi mosse geniali e inaspettate, tanto che, nonostante l’inferiorità, […]

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Eventi nazionali

Sanremo 2018: la prima serata del Festival

Una media del 50% di share, stando ai dati Auditel. Che piaccia o no, che sia considerato superato o meno, Sanremo è un po’ come le partite della Nazionale Italiana: resta una delle poche (e ultime) cose a riunire la famiglia davanti alla tv. Sanremo 2018, 68esima edizione targata Claudio Baglioni, è partito ieri sera martedì 6 febbraio. Conducono lo stesso Baglioni, Pierfrancesco Favino e Michelle Hunziker. 20 i Big in gara, più 37 Pooh. Ma andiamo per gradi e vediamo i momenti più salienti della prima serata del Festival della Canzone Italiana! Sanremo 2018: si parte Come ogni inizio che si rispetti, si parte con la sigla. Cantata da tutti i concorrenti in gara, sullo schermo diviso in venti quadratini, la sigla fornisce allo spettatore quella stramba sensazione di essere finito in una puntata dello Zecchino d’Oro. O in un reparto di geriatria. Scaldapubblico: Baglioni gioca subito la carta Fiorello. Vabbè, è quasi troppo facile. Fiore compare da solo prima di tutti, trascina il pubblico, risolve brillantemente la situazione con il contestatore di turno che ancora prima del fischio d’inizio si piazza sul palco dell’Ariston per protestare (un classico). Fiorello cantante, Fiorello intrattenitore: insomma, un vero showman. Battute a raffica, conclude con “Buon Sanremo 1918” (profetico) e introduce il conduttore (e direttore artistico del Festival) Claudio Baglioni, che, tirato come se fosse stato assemblato con la colla vinilica (fffatto?!) e a suo agio come un elefante in una cristalleria, entra scendendo la famosa scalinata (quest’anno in stile Transformers). Un po’ come i bambini che a Natale recitano la poesia in piedi sulla sedia, inizia un monologo su musica, parole, fiore, cuore, amore, con la stessa presenza scenica di un pacco di farina. Dopo 36473 ore di spiegazione dell’Iliade e un mezzo sonnellino, arriva il buon Favino che a sua volta, con gli aggettivi “bella”, “simpatica” e “svizzera”, presenta lei: Heidi! Ah no, è Michelle Hunziker. Scollatura da capogiro, solito sorriso a 132 denti (perchè ridi sempre? Le chiede Favino. Ci poniamo la stessa domanda da 15 anni), qualche dichiarazione d’amore di troppo, Michelle Hunziker si è dimostrata all’altezza del ruolo: brava e spigliata, ha portato avanti da sola il Festival, soprattutto nella prima ora. Fa troppo la simpatica però, confondendo lo studio di Striscia la Notizia con il palco dell’Ariston. Il numero delle scarpe con Baglioni e Favino a carponi inguardabile. Pierfrancesco Favino ha carburato lentamente, salvo poi «esplodere» con un mash-up canoro davvero spassoso. Farà di più. Sanremo 2018: i Big in gara Ma passiamo alle canzoni in gara. A rompere il ghiaccio, Annalisa con “Il mondo prima di te”: una ballad godibile, a parte l’outfit da Doremì nightclub. Prosegue Ron (che è come Bublè a Natale: viene scongelato solo a Sanremo) con un inedito del compianto Lucio Dalla. The Kolors e il ciuffo di Stash, il sempre poetico Max Gazzè, Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico (sul web si vocifera che per votarla il codice sia quello di Hammurabi, cit.), Ermal Meta e Fabrizio Moro, Mario Biondi Sogni d’Oro. Ma ecco che succede qualcosa […]

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Food

Salumeria Moderna: gastronomia di Giugliano tra passato e innovazione

“La modernità risale alla notte dei tempi”, diceva Daniel Pennac. È davvero moderno ciò che lega l’innovazione al passato, traendo da esso tutto ciò che “serve” per costruire il futuro. Pensiero assolutamente confermato dalla nostra visita alla Salumeria Moderna, nome alquanto singolare per un… locale! Scopriamo insieme la Salumeria Moderna Salumeria Moderna ha aperto i battenti lo scorso martedì 31 ottobre a Giugliano in Campania (NA), nella centralissima Piazza Matteotti. Difficile definirne la tipologia: una salumeria bistrot, oseremmo dire. Il locale – come suggerisce il nome – è un connubio di gusto giovane e memoria del passato: offre ai clienti pane, salumi di prima scelta sapientemente selezionati, formaggi, dolci di stagione ma soprattutto vini di ottima qualità. Sedersi ad un tavolo di Salumeria Moderna davanti ad un tagliere di salumi e formaggi, accompagnato da un calice di vino, è un’esperienza che coinvolge tutti i dati sensoriali, non solo quelli gustativi. Un luogo in cui il passato incontra l’innovazione La grande particolarità di Salumeria Moderna è soprattutto nella scelta del sito. Il locale è stato ricavato, mediante importanti lavori, da una vecchia stalla di uno storico palazzo giuglianese che risale al XVI secolo: Palazzo Pinelli, chiamato anche Palazzo Palumbo, costruito nel 1545. Insomma, entrare nella Salumeria Moderna significa fare un tuffo nel passato: pareti di pietra antica (il tufo, tanto caro ai napoletani) e teche in vetro che svelano costruzioni e pavimentazioni di secoli fa. Un ponte, dunque, tra storia e modernità gastronomica, nato dall’intraprendenza di Giuseppe Simonetti, giuglianese di nascita, in collaborazione con Luca Volpicelli (già gestore di un locale in via del Seggio – Aversa). Un’impresa portata avanti con tenacia, passione e coraggio. Un’idea nata dai giovani per i giovani. “Sono laureato in Economia – ci ha raccontato Peppe Simonetti durante la serata inaugurale – ma ho deciso di seguire ciò che mi piace. Ho lavorato come salumiere per tanti anni, ma sentivo le mie ali tappate. Ho anche viaggiato, sperimentando gusti e sapori. Ho quindi deciso di rendere realtà le mie ambizioni e col mio socio Luca abbiamo dato forma a quest’idea, investendo sul mio territorio che, negli ultimi anni, sta attraversando una fase di rinascita dal punto di vista sociale e commerciale”. Simonetti, accanto alle esperienze lavorative, ha abbinato viaggi e ricerche sul territorio nazionale e oltre confine, per studiare prodotti e sapori. Le sue storie sono raccontate, in modo molto genuino, in un blog. Durante l’inaugurazione sono state offerte degustazioni di prosciutto crudo spagnolo Pata Negra, con baguette calde e con un vino intenso della nostra terra: il Voccanera. Solo un assaggio di ciò che Salumeria Moderna ha da offrire. Bisogna dirlo: non c’è niente di meglio che un mondo pieno di “affetto!” Nunzia Serino

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Cinema e Serie tv

Lettere a mia figlia: il cortometraggio che racconta l’Alzheimer

In occasione della Giornata Mondiale per la lotta contro l’Alzheimer, lo scorso 21 settembre, Studio Universal (Mediaset Premium DT) ha presentato il pluripremiato cortometraggio Lettere a mia figlia di Giuseppe Alessio Nuzzo, interpretato da Leo Gullotta nei panni di un anziano padre che scrive delle lettere alla figlia nel tentativo di spiegare la sua malattia e ciò che sta provando. Finalista in centinaia di festival in tutto il mondo e vincitore di decine di premi tra cui la menzione speciale ai Nastri d’Argento e il premio come migliore cortometraggio al Giffoni Film Festival, il corto “serve a far entrare chi guarda in questa piccola storia di una malattia terribile, l’Alzheimer“ – come ha raccontato il protagonista Leo Gullotta. “Raccontare di una malattia così delicata non è facile – ha dichiarato Nuzzo, il regista partenopeo già direttore generale del Social World Film Festival – Ho ritenuto necessario far trasparire sin dai primi script il rispetto della dignità della persona in quanto tale cercando collaborazione nella stesura della sceneggiatura da parte di scienziati ed esperti in materia”. L’emozionate storia, girata in Campania tra Napoli e provincia e prodotta da Pulcinella Film in collaborazione con Paradise Pictures, è sia un cortometraggio sia parte di finzione di un docufilm sull’Alzheimer girato tra Milano ed Amsterdam che, tra interviste a studiosi, operatori ed istituzioni, mira a far conoscere al pubblico la malattia ma soprattutto quelle che sono le prospettive future in ambito scientifico e terapeutico-assistenziale. Lettere a mia figlia: negli “occhi” dell’Alzheimer L’Alzheimer è una malattia “beffarda”: non ti uccide immediatamente, ma strappa un pezzo di te poco alla volta. Si prende gioco dell’identità stessa di una persona, crea scompiglio nella testa, fino ad arrivare in alcuni casi ad annientare le funzioni cognitive. Il morbo va ad intaccare, sotto forma di una demenza senile, la memoria e le funzioni cognitive, si ripercuote sulla capacità di parlare e di pensare fino a causare stati di confusione, cambiamenti di umore e disorientamento spazio-temporale. Questa patologia neurodegenerativa, che solo in Italia interessa più di 600mila persone, non lascia scampo, costringendo chi ne è affetto a un progressivo declino fisico e mentale. Ed è proprio sulla centralità del paziente che si sofferma Lettere a mia figlia: la pellicola, infatti, ha la forza di raccontare il decorso dell’Alzheimer dall’insolito punto di vista di un uomo che si ritrova improvvisamente nel tunnel della malattia. Leo Gullotta, dall’alto dei suoi 54 anni di carriera, trascorsi tra palchi teatrali, set televisivi e cinematografici, ha accettato la sfida (peraltro rifiutando ogni tipo di compenso), per dare voce a quest’uomo sofferente. E lo ha fatto in modo più che incisivo. L’uomo interpretato dall’attore siciliano in Lettere a mia figlia non viene mai chiamato per nome: è solo un anziano padre. Questo perché la malattia è entrata lentamente nella sua vita, strappandogli via l’identità, la personalità e la dignità. E se queste condizioni vengono a mancare, la persona smette di esistere, di essere. Giorno dopo giorno inizia a rendersi conto di non essere più lo stesso e comprende che la sua esistenza sta cambiando. Per questo motivo inizia a scrivere lettere alla […]

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