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Eroica Fenice

Culturalmente

Anassimene di Mileto, il filosofo dell’aria

Generalmente Anassimene (586-528 a.C. circa) viene collocato, insieme a Talete e ad Anassimandro (di cui fu probabilmente discepolo), nel contesto dei “Milesi”, vale a dire i filosofi della città di Mileto, nella Ionia Minore. Sappiamo che scrisse un’opera, Sulla natura, di cui non ci resta che un breve frammento. Pertanto conosciamo il suo pensiero sulla base di testimonianze indirette, soprattutto attraverso Diogene Laerzio, che a sua volta dovette ispirarsi a un saggio monografico di Teofrasto. Come già Talete e Anassimandro, anche Anassimene si pose il problema del principio di tutte le cose: l’”archè”. Mentre Talete scelse l’acqua e Anassimandro l’apeiron (una realtà immateriale, indefinita e in continuo movimento), Anassimene afferma che tutto deriva dall’aria. Si possono avanzare ipotesi sul motivo di questa scelta: in fondo l’aria si identifica un po’ con quel cielo che era la sede degli dèi e quindi non pare una scelta insensata. Di certo sappiamo che Anassimene affermò che l’aria è il principio di tutto in quanto è principio della vita: bisogna tenere in considerazione che il termine greco che indica la vita (l’anima) in origine significava proprio “soffio vitale”. E d’altra parte, l’aria, in quanto soffio e respiro, è principio di vita e di animazione di tutti gli esseri. Anassimene rifiutò quindi il principio astratto e indeterminato posto da Anassimandro a fondamento di tutto il cosmo. Dall’aria, secondo Anassimene, derivano tutte le cose e nell’aria tutte le cose si dissolvono: ciò avviene attraverso un duplice e antitetico processo di condensazione (che conduce alla generazione di venti, nuvole, acqua, terra, ecc.) e di rarefazione (che dà origine al fuoco). L’aria è sempre in movimento, e il caldo e il freddo non sono qualità a se stanti, bensì effetti secondari del movimento: la concezione di Anassimene costituisce quindi un passo importante verso una concezione interamente meccanicistica dell’Universo. L’aria è anche quel respiro che indica la vita del corpo organico e che secondo i primitivi è l’anima; così egli può considerare l’aria come principio promotore e conservatore della vita cosmica. Anassimene, un passo indietro oppure no? Ciononostante Anassimene viene solitamente trattato a piccoli cenni ed è sempre stato considerato inferiore rispetto agli altri due milesi: Talete fu l’iniziatore della ricerca del principio, Anassimandro fece un grande passo avanti introducendo il concetto di astrazione e Anassimene ha fatto, in un certo senso, un passo indietro: è rimasto legato ad un elemento concreto quale è l’aria. Tuttavia ultimamente è stato rivalutato per diverse ragioni; tra le tante, una merita di essere ricordata: in epoche successive a quelle dei Milesi, Diogene di Apollonia penserà di riprendere la filosofia milesia e tra i tre autori scelse proprio di esaminare Anassimene, da cui mutuò l’aria come principio cosmico. Ci deve dunque essere un motivo se un uomo colto come Diogene scelse proprio Anassimene. La risposta è che evidentemente Anassimene, dei tre, era il più coerente e classico per i successori. Anassimene non si limitò a dire che l’aria era il principio di tutto, ma si sforzò e cercò di spiegare il processo (a differenza di Talete) tramite il quale l’aria […]

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Culturalmente

Mito Pandora: quel vaso da cui uscirono tutti i mali

Nella mitologia greca, Pandora è la prima donna mortale, creata da Efesto su ordine di Zeus. Il mito Pandora è legato a quello del celebre quanto nefasto vaso, che lo stesso Zeus le avrebbe affidato intimandole di non aprirlo mai, perché la sua apertura avrebbe liberato tra gli uomini tutti i mali in esso racchiusi. Come racconta Esiodo sia nella “Teogonia” sia ne “Le opere e i giorni“, racconti risalenti all’VIII secolo avanti Cristo circa, c’era un tempo in cui gli uomini potevano frequentare gli dèi e sedere con loro allo stesso tavolo. Creati dal titano Prometeo (“colui che riflette prima“) e dotati di memoria e intelligenza, erano creature considerate quasi semi-divine. Poi un giorno funesto Prometeo rubò il fuoco divino scatenando le ire di Zeus, il Padre di tutti gli dèi. Questi non solo decise di punire il ladro in maniera esemplare – Prometeo fu incatenato per sempre a una roccia e condannato a vedersi mangiare ogni giorno il fegato da un’aquila – ma sfruttò anche l’occasione per portare devastazione presso gli uomini. Ma come portare la sciagura tra gli uomini senza poter essere etichettato come un dio crudele? Zeus risolse il problema così: l’avrebbe fatta portare tra gli uomini da un uomo stesso, anzi… da un esemplare femmina di uomo, una donna. La divinità diede quindi mandato al figlioccio Efesto – il dio inventore del fuoco, della tecnologia, dell’ingegneria, della scultura e della metallurgia – di creare una femmina umana di bellezza, grazia e doti straordinarie. Efesto eseguì l’ordine, facendosi aiutare da altre divinità: ognuna di esse donò qualcosa alla ragazza. A questa fanciulla così ricca di qualità venne dato il nome di Pandora (“colei che ha tutti i doni“). Zeus ordinò a Ermes di portare la fanciulla tra gli uomini e di farla incontrare con Epimeteo (“colui che si accorge in ritardo“), il titano fratello di Prometeo. Epimeteo era stato avvisato dal fratello di non accettare alcun dono che provenisse dagli dèi (e da Zeus in particolare) ma era impossibile resistere a una tale bellezza: il titano s’invaghì subito di Pandora e decise di sposarla. Al seguito della fanciulla c’era anche un misterioso dono divino: uno scrigno dal contenuto sconosciuto. Chi glielo aveva regalato, Zeus, era stato molto chiaro a riguardo: quello scrigno (vaso) doveva restare sempre chiuso e nessuno avrebbe mai dovuto guardare al suo interno. Epimeteo nascose il regalo nuziale e se ne dimenticò. Ma Pandora era curiosa. Tanto curiosa. Un giorno non riuscì più a resistere: si mise a cercare l’agognato oggetto e lo trovò. Una volta che il vaso fu tra le sue mani, aprirlo e poterne conoscere il contenuto per Pandora fu un gesto naturale. E così per l’Uomo cominciarono i problemi. Sì, perché all’interno di quel vaso erano state rinchiuse cose come la fatica, la malattia, l’odio, la vecchiaia, la pazzia, l’invidia, la passione, la violenza e la morte. Queste, liberate dallo scrigno ormai aperto, si diffusero immediatamente tra gli uomini, mutando per sempre la loro esistenza. Il mondo cambiò, diventando un luogo poco ospitale, desolato, duro. E gli uomini divennero individui molto diversi […]

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Culturalmente

Fermo e Lucia, un vero e proprio romanzo a sè

“Fermo e Lucia” è la prima stesura del romanzo di Alessandro Manzoni successivamente rielaborato e pubblicato col titolo “I Promessi Sposi”. Il 24 aprile 1821 è la data d’inizio di un nuovo capitolo della storia della Letteratura Italiana, il giorno in cui Alessandro Manzoni dà avvio alla stesura di una pietra miliare della nostra cultura: il Fermo e Lucia. Il manoscritto che conserva questo stato dell’opera riporta, come estremi temporali, l’inizio, 24 aprile 1821, e il termine della scrittura il 17 settembre 1823. La prima data simboleggia il temporaneo arresto del lavoro manzoniano sul già avviato Adelchi per concentrarsi sul nuovo progetto che darà vita a I Promessi Sposi. È la data, insomma, del passaggio dalla tragedia al romanzo, quel romanzo che ha rivoluzionato e innovato il canone italiano, il primo romanzo moderno. Parlare del 24 aprile 1821 come data di inizio de I Promessi Sposi non sarebbe però del tutto corretto. Quello che noi leggiamo, e abbiamo sempre letto, è un testo che ha subito svariate e molteplici revisioni da parte dell’inarrestabile mano del Manzoni. Infatti, il Fermo e Lucia è il primo mattone di una storia romanzesca di successo, quel pezzo iniziale che il successo però non lo ha mai potuto guardare in faccia perché mai divenuto edizione e rimasto sempre e solo allo stadio di redazione. Manzoni non ha mai pubblicato il Fermo e Lucia: terminata la sua scrittura, il testo viene sottoposto alla revisione dei fidati amici Fauriel e Visconti, dopodiché, facendo tesoro dei giudizi e postille degli amici, inizia il lungo e tortuoso lavorìo di perfezionamento che ha condotto direttamente alla Ventisettana, ovvero all’edizione pubblicata con il titolo ufficiale di I Promessi Sposi. Il Fermo e Lucia non va dunque considerato come laboratorio di scrittura utile a preparare il terreno al futuro romanzo, bensì un’opera autonoma, dotata di una struttura del tutto indipendente dalle successive elaborazioni dell’autore. Rimasto per molti anni inedito (sarebbe stato pubblicato solo nel 1915 da Giuseppe Lesca, col titolo Gli sposi promessi), il Fermo e Lucia viene oggi guardato con grande interesse. Anche se la tessitura dell’opera è meno elaborata di quella de I Promessi Sposi, nei quattro tomi del Fermo e Lucia si ravvisa un romanzo irrisolto a causa delle scelte linguistiche dell’autore che crea un tessuto verbale ricco, ove s’intrecciano e si alternano tracce di lingua letteraria, elementi dialettali, latinismi e prestiti di lingue straniere. Nella seconda Introduzione a Fermo e Lucia l’autore definì la lingua usata «un composto indigesto di frasi un po’ lombarde, un po’ toscane, un po’ francesi, un po’ anche latine; di frasi che non appartengono a nessuna di queste categorie, ma sono cavate per analogia e per estensione o dall’una o dall’altra di esse». Oltre all’aspetto linguistico, che Manzoni maturerà per tutti gli anni ’20 e ’30 (fino alla stesura della Quarantana), il Fermo e Lucia differisce profondamente da I Promessi Sposi per la struttura narrativa più pesante, dominata dalla suddivisione in quattro tomi e dalla mancata scorrevolezza dell’intreccio narrativo, dovuta ai frequenti interventi dell’autore o alla narrazioni dettagliate delle vicende di alcuni protagonisti, specie della monaca di Monza. Uno spunto per la trama del racconto gli fu suggerito dall’“Historia Patria” di Giuseppe Ripamonti e dal trattato […]

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Cinema e Serie tv

Il Re Leone 2019, un capolavoro di computer grafica

Mercoledì 21 Agosto è arrivato finalmente nelle sale italiane Il Re Leone 2019, l’atteso rifacimento di uno dei classici Disney più amati di sempre. “N’Aazvegnaaaaaaaa ma bagithi baba”. Sì, lo sappiamo che il verso corretto non è propriamente questo ma poco importa, cari amici trentenni e non solo: andate al cinema, alzatevi tutti in piedi, mano destra sul cuore, testa alta e cantate quest’intro come se fosse un inno. Un cielo arancio, il sole giallo che nasce all’orizzonte e in sottofondo le celeberrime note de “Il cerchio della vita”: era il 1994 quando per la prima volta questa magistrale scena de “Il Re Leone” veniva proiettata in sala, raccontando una storia che rivisitava in chiave animalesca la tragedia shakespeariana di “Amleto”. Dopo la lunga scia di live action, tra gli ultimi “Aladdin” e “Dumbo”, anche il trentaduesimo classico d’animazione Disney, dopo venticinque anni dalla sua prima uscita, ha una nuova versione, affidata a Jon Favreau (recentemente visto come attore in Spider-Man: Far From Home), che si era già approcciato a un prodotto simile, avendo diretto nel 2016 il remake de “Il Libro della Giungla”. In realtà trattandosi di una pellicola con protagonisti animali, e in particolare animali selvaggi, non si può parlare di live action, ma di fotorealismo, vale a dire una produzione che utilizza le più sofisticate tecniche di animazione digitale per realizzare un’opera che dia la sensazione di assistere a qualcosa di reale. Ebbene, Il Re Leone 2019 risulta il più definito film d’animazione in CGI finora realizzato, qualcosa di mai visto prima: tutto è stato ricreato al computer (tranne un frammento appositamente inserito per sfidare l’occhio dello spettatore a riconoscerlo). Nel 1994 gli animatori della Disney fecero un lavoro enorme, studiando di persona i movimenti e i comportamenti di leoni e altri animali della Savana per realizzare al meglio il Classico, ma insieme al realismo ovviamente il film aveva tanto del cartone animato, come scene impossibili in natura (Timon hawaiano) o espressioni buffe (le boccacce dei cuccioli) o piene di emozioni (rabbia, paura e dolore, a seconda della situazione). Nel 2019 tutto questo non c’è più, questo Re Leone è davvero un documentario, senza alcuna forzatura animata. La somiglianza con gli animali veri è assoluta e se non fosse per il bisogno di farli parlare le riprese sembrerebbero effettuate dentro qualche parco nazionale, tra autentici leoni e autentiche iene. Il Re Leone 2019: breve trama, analogie e differenze Simba è il futuro re, il cucciolo del saggio leone Mufasa, sovrano temuto e rispettato, che non cerca la guerra e sa stare entro gli ampi confini del proprio Regno. Ma qualcuno trama nell’ombra per sovvertire l’ordine costituito: è Scar, l’invidioso fratello di Mufasa, pronto a macchiarsi del più atroce delitto e a prendere il potere con l’inganno. Esiliato e convinto a torto di essere responsabile della fine dell’amato padre, Simba cresce lontano dalla Rupe dei Re, insieme a due amici molto particolari, finché il passato non torna a cercarlo e a domandargli di assumersi le sue responsabilità. Il leoncino un po’ boriosetto e ingenuo, costretto a fare i conti con le sue […]

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Viaggi e Miraggi

8 cose da vedere a Valencia, la terza città della Spagna

Alla scoperta della terza città della Spagna: quali sono le cose da vedere a Valencia? La sua anima è difficile da cogliere. Mediterranea sicuramente, non settentrionale, ma nemmeno meridionale. Abituati alla dicotomia Madrid – Barcellona, ci si dimentica forse che Valencia è la terza città della Spagna per numero di abitanti. Una città vivace, allegra, dall’aspetto futuristico e pittoresco allo stesso tempo: vanta infatti splendide cattedrali in stile gotico, piazze lastricate ed edifici ultramoderni. Città de Las Fallas, del Santo Graal e della paella, Valencia è orgogliosamente spagnola ma con una sua distinta personalità frutto di un mix di cultura catalana e andalusa: spensierata, rilassata, colta ma mai snob. Scopriamo quali sono le 8 cose da vedere a Valencia assolutamente 1) CIUTAT DE LES ARTS I LES CIÈNCIES Forse la maggiore attrazione di Valencia: un viaggio tra la natura, la scienza e l’arte. La Ciutat de les Arts i les Ciències è il polo artistico-culturale-scientifico costruito dall’architetto-ingegnere Santiago Calatrava e costituito da diversi edifici: l’Oceanogràfic, El Palau de les Arts Reina Sofia, l’Hemisferic, il Museo del las Ciencias Príncipe Felipe, l’Umbracle, il Ponte de l’Assut de l’Or, l’Ágora. Insieme rappresentano la proiezione della città nel futuro. Indubbiamente, per un appassionato di mare ed animali, l’Oceanogràfic è una tappa da non perdere tra le cose da vedere a Valencia. Si tratta dell’acquario più famoso della Spagna nonché il più grande d’Europa, un parco oceanografico posto su di una superficie di 100.000 mq. Al suo interno sono rappresentati tutti i differenti habitat di mari e oceani attraverso più di 40.000 esemplari diversi. Circondati da squali, pesci, granchi giganti, foche, trichechi e delfini,si possono osservare per ore gli ambienti tropicali, artici e camminare letteralmente circondati dalla fauna marina o all’interno dell’enorme voliera, sperando di non essere presi come bersaglio dagli uccelli! 2) LA CATTEDRALE Anche se è stata costruita nel XIII Secolo, la Cattedrale di Valencia sorge su un luogo già occupato da un tempio romano e poi da una Mezquita, una moschea musulmana. Non ha uno stile unico, perchè si intrecciano il romanico, il gotico e il barocco; questa caratteristica è evidente soprattutto ammirando i tre portali che danno accesso alla Cattedrale. Il Portale principale è quello “de los Hierros” (dei Ferri) ed è di stile barocco. Il Portale degli Apostoli, invece, è di stile gotico, proprio come il Campanile, chiamato Miguelete, a cui dà accesso. Infine, il Portale del Palazzo, o dell’Almodaina, chiamato così perchè affaccia sul Palazzo Arcivescovile, è di impronta Romanica. In una delle sue cappelle si dice sia custodito il calice che Gesù utilizzò nell’Ultima Cena. È il Santo Càliz che si contende, con altre coppe sparse per il mondo, il titolo di Santo Graal. 3) IL BIOPARCO Africa? No, Valencia! Al parco zoologico della città, il Bioparc, vivono una miriade di animali davvero incredibili. Lasciate perdere gli zoo che siete abituati a vedere: qui specie diverse vivono insieme condividendo lo stesso habitat, proprio come farebbero in natura. La differenza sta tutta in una serie di barriere naturali che separano i visitatori dagli animali per assicurarne l’incolumità […]

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Culturalmente

La scoperta dell’America: le 6 cose da sapere

La scoperta dell’America ha segnato, secondo la cronologia storica, la fine del Medioevo e l’inizio dell’Età Moderna. Ecco le 6 cose da sapere. «Chissà cosa avrebbe scoperto Colombo se l’America non gli avesse sbarrato la strada». Lo scrittore inglese Jonathan Swift spiegò con queste parole il carattere casuale della scoperta dell’America effettuata nel 1492 da Cristoforo Colombo, navigatore genovese che alla ricerca di una via per le Indie scoprì un nuovo continente.  Nell’aprile del 1492 Colombo, dopo aver incassato un rifiuto dai Portoghesi non interessati all’impresa, ottenne dalla regina Isabella di Castiglia l’autorizzazione e i mezzi per mettere in atto il progetto di «buscar el Levante por el Ponente», di raggiungere cioè le Indie navigando verso Occidente.   L’idea audace di Colombo maturò in seguito alla lettura de Il Milione di Marco Polo, le cui descrizioni della Cina lo avevano affascinato, e trasse forza dalle notizie sulla sfericità della Terra e sulla vicinanza delle coste dell’Europa a quelle della Cina.  Il navigatore genovese partì quindi dalle Canarie, isole spagnole nell’Oceano Atlantico al largo dell’Africa, nell’agosto del 1492 con tre navi: la Niña, la Pinta e la Santa Maria. La scoperta dell’America stava per avvenire.  Ecco 6 cose da sapere: 1) Il viaggio di Colombo fu difficile e a rischio di ammutinamento La partenza avvenne alle sei del mattino del 3 agosto 1492 da Palos de la Frontera. Il 6 agosto si ruppe il timone della Pinta e si credette a un’opera di sabotaggio, quindi Colombo e l’equipaggio furono costretti a uno scalo di circa un mese a La Gomera per le necessarie riparazioni.  Si approfittò della sosta per modificare anche la velatura della Niña, trasformandola da latina a quadra per meglio adeguarla alla navigazione oceanica. Le tre navi ripresero il largo il 6 settembre spinte dagli alisei, dei quali Colombo conosceva l’esistenza. Questi venti spirano sempre da est verso ovest formando stabilmente una striscia di nuvole galleggiante nell’aria, tanto che l’ammiraglio nel giornale di bordo scrisse: «Si naviga come tra le sponde di un fiume». Le caravelle navigarono per un mese senza che i marinai riuscissero a scorgere alcuna terra. Il 16 settembre le caravelle cominciarono a entrare nel Mar dei Sargassi e Colombo approfittò dello spettacolo delle alghe galleggianti (un fenomeno tipico di questo mare) per sostenere che tali vegetali erano sicuramente indizi di terra vicina (cosa in realtà non vera), tranquillizzando temporaneamente i suoi uomini. A partire dal giorno 17 si osservò con stupore il fenomeno assolutamente sconosciuto della declinazione magnetica: la bussola indicava il polo magnetico distaccandosi sempre più dal nord geografico, col rischio di allontanare le navi dalla loro rotta. Questi strani fenomeni ebbero l’effetto di spaventare i marinai e la tensione crebbe inevitabilmente. Il 6 ottobre Colombo registrò di aver percorso 3652 miglia, già cento in più di quante ne aveva previste. Lo stesso giorno vi fu una riunione generale dei comandanti a bordo della Santa Maria, durante la quale il capitano Martín Pinzón suggerì di cambiare rotta da ovest a sud-ovest. Il 7 ottobre Colombo decise di virare quindi verso sud-ovest, avendo visto alcuni uccelli dirigersi verso quella direzione. Il giorno 10 vi fu un principio di ammutinamento; Colombo, più che mai fermo nella propria idea e forte […]

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Culturalmente

Pantheon greco: alla scoperta delle divinità elleniche

La parola “Pantheon” viene dal greco pan= tutto e tèos= dio; indica perciò l’insieme di tutti gli dèi. Come tutti i popoli antichi, ad eccezione degli Ebrei, i Greci erano politeisti, credevano cioè nell’esistenza di un gran numero di divinità e di esseri semidivini. Oltre a poteri sovrumani tutti gli dèi greci erano molto simili ai mortali e ne possedevano una parte di limiti e difetti, erano molto litigiosi, si facevano spesso dispetti tra loro e diventavano accaniti avversari quando si trattava di proteggere un eroe invece di un altro, o parteggiare per due eserciti in guerra. Gli dèi erano immortali ma non onnipotenti, in quanto sottoposti alla volontà del Fato, una forza oscura che reggeva il destino degli uomini e degli stessi dèi. Tra le fonti per “conoscere” i racconti relativi al Pantheon greco vi è sicuramente Omero, con l’Iliade e l’Odissea. Il primo che ha messo per iscritto la storia e la genealogia degli dèi greci fu Esiodo con la sua Theogonía, realizzata intorno al 700 a.C. È stato seguito da vari altri drammaturghi e poeti greci, da Eschilo a Sofocle ed Euripide, che hanno fatto la loro parte nell’espandere e, a volte, rimodellare alcuni elementi del vasto ambito della mitologia greca. Proprio i miti raccontano che Zeus, re degli dèi, scelse di costruire la sua dimora su una montagna della Grecia, a quei tempi considerata la più alta del mondo: l’Olimpo. L’Olimpo, coperto da ghiacciai, era invisibile perché era sempre avvolto da un mantello di nuvole. Gli dèi (quasi tutti) lo raggiunsero là. Pantheon greco, ecco gli dèi più importanti Zeus: era il capo degli dèi, nato da Crono. Dio supremo dell’Olimpo, signore del fulmine. Fu sottratto dalla madre Rea al padre Crono, che voleva divorarlo, e fu nascosto in una grotta del monte Ditte. Diventato adulto, detronizzò il padre con l’aiuto di Meti (la prudenza) e sposò Era. Da unioni diverse ebbe molti figli, tra i quali Apollo e Artemide, Hermes, Dioniso, Perseo, Eracle, Elena, Minosse e le Muse. Dalla legittima moglie Era secondo la tradizione ebbe Ares, Ebe, Efesto e Ilizia. Tali rapporti amorosi venivano consumati da Zeus anche sotto forma di animali (cigno, toro, ecc.) infatti tra i suoi enormi poteri egli aveva anche quello di tramutarsi in qualsiasi cosa volesse. Da lui dipendevano i fenomeni atmosferici, come la pioggia, la neve e le nubi. I simboli sono la folgore, l’aquila, la quercia, lo scettro e la bilancia. Era: Regina degli dei, nel Pantheon greco è la dea del matrimonio e della famiglia. I simboli sono il pavone, il melograno, la corona, il cuculo, la leonessa e la mucca. La più giovane figlia di Crono e Rea. Moglie e sorella di Zeus. Essendo la dea del matrimonio, ha spesso cercato di vendicarsi sulle amanti di Zeus e sui loro figli illegittimi. È famosa appunto per la sua natura vendicativa: furiosa con Paride che le aveva preferito Afrodite in una gara di bellezza, ha aiutato i Greci durante la guerra di Troia ed è stata soddisfatta solo dopo la distruzione della città. Poseidone: Dio del mare ed in […]

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Culturalmente

Nascita di Roma: tra leggenda e verità storica

21 aprile 753 a.C., la nascita di Roma: il giorno in cui secondo la tradizione storica Roma fu fondata da Romolo che ne divenne il primo Re.  L’intera storia romana, ed in particolare quella relativa alla nascita di Roma, è ricca di riferimenti a personaggi ed episodi mitici, ricostruiti in piena Età Augustea per la glorificazione dell’intera gens Julia (alla quale apparteneva il primo imperatore Augusto, figlio adottivo di Cesare; il progenitore della gens Julia era considerato Enea, da cui proveniva lo stesso Romolo; Enea era a sua volta “imparentato” con la dea Venere). In tal modo si rendeva “divina” la discendenza di Augusto e di Roma stessa. Per gli storici è molto difficile ricostruire la nascita di Roma e le vicende dei primi secoli della città, perché i documenti disponibili sono molto limitati. Le opere più antiche che ci sono giunte si devono a Dionigi di Alicarnasso, Diodoro, Tito Livio: tutti storici che vissero secoli dopo la fondazione leggendaria di Roma. Anche i ritrovamenti archeologici non consentono di fare chiarezza sulle fasi d’origine della storia romana. L’area in cui sorse la città, infatti, vide nel corso dei secoli innumerevoli interventi di distruzione e ricostruzione. Così sono rimaste poche tracce dei monumenti e degli edifici più antichi. La leggenda della nascita di Roma Dopo la distruzione di Troia da parte dei Greci (è la guerra di Troia narrata da Omero nei suoi poemi), Enea, figlio della dea Venere e protagonista dell’Eneide di Virgilio, fugge con il padre Anchise, il figlio Ascanio e un gruppo di compagni dalla città in fiamme, e, dopo un lungo peregrinare nel Mediterraneo, giunge sulle coste del Lazio. Qui Enea sposa Lavinia, figlia di Latino, il re del luogo, e fonda la città di Lavinium. Anni dopo Ascanio fonda un’altra città nell’entroterra laziale, Albalonga, sulla quale regnarono i suoi discendenti almeno sino al re Numitore, il cui trono fu però usurpato dal fratello Amulio. Questa prima fase della leggenda è datata tra il XII e l’VIII sec. a.C. Numitore aveva una figlia, Rea Silvia, che fu costretta dallo zio Amulio a diventare Vestale e quindi a rispettare il voto di castità (in questo modo Amulio poteva evitare eredi da parte del fratello). Ma il dio Marte s’invaghì della ragazza e dalla loro unione nacquero i mitici gemelli: Romolo e Remo. La donna fu sepolta viva, pena inflitta alle sacerdotesse che mancavano al voto di castità. I due bambini furono abbandonati in una cesta nel Tevere e, trascinati dalla corrente del fiume, giunsero alla palude del Velabro (la valle compresa tra Palatino e Campidoglio), dove furono trovati e allattati da una Lupa (animale sacro a Marte) attratta dai loro vagiti. Il luogo del ritrovamento dei due bambini potrebbe essere il Lupercale, una grotta alle pendici del Palatino che fu poi trasformata in un santuario a memoria di questo storico avvenimento. In effetti nel 2007 sono venute alla luce alcune strutture sotto la casa di Augusto sul Palatino che potrebbero essere identificate con questo santuario. Gli scavi e le ricerche sono ancora in corso. I […]

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Cinema e Serie tv

6 film su Napoli da vedere assolutamente

I film su Napoli da vedere assolutamente: le migliori pellicole in cui Napoli è protagonista assoluta. Da Totò a Troisi, da De Sica a De Filippo, passando per Sophia Loren e Luciano De Crescenzo. Attraverso questi grandi nomi e tanti altri, il cinema napoletano è stato un infinito palcoscenico di situazioni e sentimenti, e ha rispecchiato fino in fondo la innata carica di pathos partenopeo. Fantasia ed ironia, antica saggezza e grande euforia, ma anche solidarietà e sofferenza. La contraddittoria energia sprigionata dalla città è stata capace di produrre per il cinema un patrimonio inestimabile di immagini, che narrano storie impregnate di cruda realtà e preziosa sociologia Napoli è stata ampiamente rappresentata nella cinematografia nazionale e internazionale: grandi registi si sono succeduti negli anni, a partire dai Fratelli Lumière che nel 1898 effettuarono alcune delle loro prime riprese sul lungomare di Napoli, passando attraverso gli anni Sessanta e Settanta con i film di Mario Monicelli, Roberto Rossellini con Paisà, Pier Paolo Pasolini, Ettore Scola, Nanni Loy, Dino Risi con Operazione San Gennaro e tanti altri, fino ad arrivare ai giorni nostri con Giuseppe Tornatore, Gabriele Salvatores, Matteo Garrone, John Turturro e Ferzan Özpetek con Napoli velata. Oggi la città vive un Rinascimento cinematografico: dopo il successo mondiale della fiction “Gomorra” basata sull’omonimo romanzo di Roberto Saviano, è attraversata dalle riprese del colossal di produzione americana «L’amica geniale» ed ha vissuto un trionfo ai David di Donatello che hanno consacrato Napoli un set a cielo aperto (si pensi ad «Ammore e Malavita»). Ma quali sono state le pellicole che hanno meglio rappresentato la città o descritto la napoletanità? Ecco 6 film su Napoli rappresentativi delle controversie del nostro popolo L’oro di Napoli – 1954 Tratto dai racconti di Giuseppe Marotta, L’oro di Napoli è un must have del cinema napoletano. Alla regia dell’intreccio di storie abbiamo Vittorio De Sica, che dirige prima Totò nei panni del pazzariello (suonatore ambulante) sottomesso ed umiliato dal “guappo” del rione, poi Sophia Loren, pizzaiola alla disperata ricerca di un anello perso; Eduardo De Filippo è il Professore, il saggio del paese che dà consigli a tutti e la sa molto lunga in fatto di pernacchie, mentre negli ultimi due episodi, Teresa e I giocatori, De Sica dirige prima Silvana Mangano nei panni di Teresa, prostituta a cui un nobiluomo propone inspiegabilmente di sposarla, scoprendo solo dopo il perché del gesto, e ne I giocatori De Sica in persona recita nei panni del conte Prospero, uomo col vizio del gioco che è stato interdetto dalla ricca moglie, e passa le sue giornate a giocare (e perdere) a carte con un bambino di 8 anni. Il film è un meraviglioso prisma dei mille volti del popolo partenopeo. Le (sei) storie scelte ne raccontano la pazienza (o la sua mancanza/perdita), scandagliando luci e ombre di un’umanità vessata dalla fame e dalla povertà, dal sopruso e dal ridicolo, col gusto del bozzetto senza scadere nello stereotipo. Miseria e nobiltà – 1954 Dalla commedia di Eduardo Scarpetta, una sinfonia di risate orchestrate da un cast in stato di grazia, capitanato dal miglior capocomico sulla piazza. Non poteva naturalmente mancare Totò, il […]

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Culturalmente

Il Castello di Limatola, tra storia e mercatini natalizi

Castello di Limatola: esempio di architettura medioevale e luogo di ricevimenti e mercatini natalizi. Limatola è un antico centro in provincia di Benevento, al confine con il casertano. La vallata dove sorge è coronata dal Monte Taburno a nord, dal Monte Maggiore ad ovest, dai Monti Tifatini a sud. Il toponimo “Limatola” deriva, secondo alcuni, da “limo” ovvero “terra limacciosa”; secondo altri, invece, farebbe riferimento alla terra levigata, stratificata dal fiume che l’attraversa. Il borgo conserva ancora intatti molti reperti risalenti all’epoca sannita e romana. Tra le architetture religiose spicca la Chiesa di San Biagio, con gli stucchi settecenteschi e i due dipinti rinascimentali conservati al suo interno. Ma Limatola è famosa soprattutto per i mercatini natalizi, che nel periodo delle feste animano e colorano l’interno delle mura del suo Castello. Il Castello di Limatola, la storia Il Castello di Limatola, osservato dalla valle solcata dal fiume Volturno, s’innalza maestoso da una dolce altura affacciandosi sul verdeggiante panorama di viti ed ulivi che include il Taburno e il Matese. La sua posizione strategica ha rappresentato in passato uno dei migliori sistemi di difesa, insieme alle case che, inerpicate sul pendio, costituivano una cortina muraria. Venne edificato dai Normanni sui resti di un’antica torre longobarda e rappresenta uno splendido esempio di architettura medioevale. Nei secoli successivi, la fortezza perse la sua funzione di baluardo militare divenendo dimora e simbolo di Signorìa delle famiglie che si andavano succedendo nel dominio del territorio. Nel 1277, re Carlo I D’Angiò promosse i primi interventi nella parte più antica, corrispondente al mastio di forma rettangolare; successivamente furono i Conti della Ratta, feudatari di Limatola dal 1420, a ristrutturare la cinta muraria esterna e ad imprimere un gusto rinascimentale al Castello. Tra il ‘600 e ‘700 la struttura passò ai Gambacorta, ai Mastelloni e ai Lottieri D’Aquino, finché nel 1806 fu comprata dai Canelli. Oggi il Castello di Limatola è proprietà della famiglia Sgueglia che, dopo aver provveduto al restauro, lo ha riservato ad attività di cultura e ricevimento. L’accurato restauro del 2010, eseguito sotto la supervisione della soprintendenza di Caserta e Benevento, ha restituito al visitatore, oltre alla imponente struttura del maniero, un pregiato affresco di Francesco da Tolentino situato nella sua torre alta. All’interno del Castello è racchiuso anche un Museo, che raccoglie dipinti e reperti dei principali eventi che hanno caratterizzato la storia della zona, tra cui la Battaglia del Volturno del 1860, che ha condotto poi all’Unità d’Italia. Oltre alle visite guidate, il Castello offre la possibilità alle scolaresche di recarsi al Museo con numerose proposte di attività studiate appositamente per loro, come la “foresta di scudi” per gli alunni delle scuole primarie oppure “il blasone di famiglia” e “abitare in castello” per gli studenti delle secondarie. Mercatino natalizio Il mercatino di Natale “Cadeaux al Castello di Limatola” è uno degli eventi più attesi in Campania e ha portato alla ribalta questa importante struttura. Si svolge tra novembre e dicembre di ogni anno e offre una passeggiata tra oggetti e addobbi natalizi, articoli di artigianato locale e prodotti enogastronomici tipici del territorio. Il castello, sia all’interno che all’esterno, si arricchisce con numerosi spettacoli. Giocolieri, rievocazioni storiche e cortei in costume medievale: tutto questo si svolge […]

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Fiabe Russe: caratteristiche e personaggi principali

C’era una volta e una volta non c’era: così inizia la storia di Vassilissa (famosa fiaba russa) e già da questa prima affermazione si deduce che le fiabe russe parlano di un mondo “altro”, che somiglia alla realtà e tuttavia non lo è: nelle fiabe russe non esistono le fate, niente esserini celesti che trasformano zucche in carrozze o topi in cavalli. Infatti in russo le fiabe sono chiamate skazka che significa “ciò che si dice”, quindi “storia”; niente a che vedere con l’inglese “fairy tales” o il francese “contes de fées”. Ciò non toglie che vi siano personaggi bizzarri, grandi cavalieri, ragazze straordinarie, principesse rane, uccelli di fuoco. Le Fiabe Russe di Afanas’ev Le fiabe possono esser viste come il ritratto di un popolo; leggere le fiabe russe significa quindi addentrarsi in un mondo in cui la natura ha una forza sovrannaturale e l’uomo civilizzato ancora combatte contro la sua parte selvaggia e oscura. Ma resta un mondo ricco di bellezza, poesia e colori sfavillanti come quello che ritroviamo nella più grande raccolta di fiabe russe, una collezione di 640 storie, ad opera di Aleksandr Afanas’ev e pubblicata tra il 1855 e il 1863. Si tratta probabilmente della più grande raccolta di fiabe che sia stata compilata da una sola persona. Afanas’ev raccolse e interpretò i racconti del popolo russo, andando a recuperare dei tentativi precedenti di altri autori e ascoltando i racconti dei contadini. Divise le fiabe in tre tipi: racconti di animali, racconti magici e racconti della vita di tutti i giorni. La raccolta di Afanas’ev fu tanto precisa, ricca e accurata che ebbe immediato successo in Russia, sia a livello popolare che negli ambienti artistici, e segnò una svolta nella ricerca e nello studio della tradizione orale, così come i Grimm avevano fatto in Germania. Il successo della raccolta influenzò il metodo di ricerca e studio delle tradizioni orali, e l’opera ha fornito le basi per gli studi di Vladimir Propp. Personaggi principali I protagonisti delle fiabe popolari russe vivono nel misterioso Regno al di là dei Monti e degli Oceani e non sanno proprio cosa sia la noia: c’è chi supera prove di ogni genere per adempiere al volere dello Zar oppure ottenere una bella moglie, c’è chi è costretto a difendere la propria terra o la famiglia da terribili creature. Scopriamoli. La strega russa: la terribile Baba Jaga Baba Jaga è il nome della strega russa per eccellenza: è una vecchina curva, dall’aria cattiva e il naso lungo, le unghie ricurve e un aspetto minaccioso. La Baba Jaga assomiglia alla nostra Befana, ma invece di portare doni ai bambini, solitamente li mangia. Vive in un bosco impenetrabile, in una casa con le zampe di gallina, e vola nel cielo con una scopa e un mortaio. I malcapitati che si trovano ad aver a che fare con lei, mandati di solito da un parente geloso, sono sottoposti a mille prove, che permettono di ricevere aiuti e ricompense dalla strega se superate. Lo Zar Nelle fiabe russe tradizionali non può mancare […]

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Forcella: storia e curiosità del cuore storico di Napoli

Forcella (Furcella in napoletano) è una zona del centro storico di Napoli, situata tra i quartieri Pendino e San Lorenzo a ridosso di via Duomo e tra Spaccanapoli e il corso Umberto I. Origini del nome Anticamente pare che si chiamasse “Regione Erculense”, perché sorgeva qui il tempio dedicato al semidio greco, il Tempio di Ercole. Ma il suo nome attuale ha origine dalla biforcazione in cui termina la strada principale, che ha una forma simile a una forcella. Questa spiegazione, seppur plausibile, però non è l’unica. Un’altra interpretazione, data dallo studioso Pietro Giannone nel libro “Istoria nel Regno di Napoli”, troverebbe l’origine del nome “Forcella” nella presenza delle forche di giustizia, che erano posizionate proprio nella piazza principale del quartiere. Ci sono però alcuni studiosi secondo cui l’origine del nome “Forcella” risalirebbe alla presenza nel quartiere della Scuola Pitagorica, il cui simbolo era la Y, lettera presente anche sullo stemma del seggio di Forcella. La storia di Forcella sembrerebbe, dunque, molto legata al simbolo Y, che in una più nota interpretazione, rappresenterebbe la metafora della vita. La lettera ricorda, infatti, un albero in cui il tronco simboleggia la fase embrionale dell’esistenza e la biforcazione indicherebbe il passaggio dalla fase adolescenziale della vita a quella adulta. Se dunque si vuole far risalire l’origine del nome Forcella alla Y pitagorica, si investe il quartiere di un carattere mistico. Forcella, storia e luoghi più importanti Il quartiere ha comunque origini molto antiche: circa 2300 anni fa i coloni greci, approdando sulle coste di Napoli, tracciarono un antico decumano che ancora oggi si trova proprio sotto la città. A riprova della sua antica età, in piazza Calenda, davanti al Teatro Trianon Viviani, si erge il cosiddetto cippo a Forcella, una struttura circolare di pietra dell’antica Neapolis (molto probabilmente i resti della porta Herculanensis o dell’antica cinta muraria). Il Cippo è stato ritrovato durante i lavori del Risanamento e da qui è nato uno dei detti più famosi per i napoletani: “sta’ cosa s’arricorda o’ cipp’ a Furcella”, espressione che serve a indicare che una cosa è molto vecchia. Forcella è stato lo scenario di momenti fondamentali e affascinanti della storia di Napoli. Prima che gli Spagnoli, nel 1510, cacciassero tutti gli Ebrei dal loro regno, Forcella era una delle tre giudecche di Napoli. Fu proprio qui, inoltre, che famiglie aristocratiche come gli Orsini, i Carafa, i Caracciolo e la stessa regina Giovanna II vantavano splendide dimore, qui si celebravano i Sebastà (giochi simili a quelli olimpici, in onore di Augusto), qui si trovavano i templi dedicati ad Ercole e ad Asclepio. Qui troviamo Castel Capuano (ex-sede del Tribunale), il Teatro Trianon, il secolare ospedale Ascalesi, il Caravaggio del Pio Monte della Misericordia, il Museo del tesoro di San Gennaro e la stessa Cattedrale. Qui venne costruita la Real Casa dell’Annunziata, il primo centro di assistenza e cura per i bambini abbandonati. Napoli ha un legame indissolubile con questo luogo, perché da qui nasce il cognome più diffuso nel capoluogo partenopeo, ovvero Esposito. Su via dell’Annunziata, a sinistra dell’arco cinquecentesco d’ingresso, è ancora visibile – benché oggi chiuso – il pertugio attraverso il quale venivano introdotti […]

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Culturalmente

Luigi Sedicesimo: il tragico destino di un Re

Luigi Sedicesimo – nipote di Luigi XV – era figlio di Luigi Ferdinando, Delfino di Francia, e della consorte Maria Giuseppina di Sassonia. Nacque a Versailles nella notte del 23 agosto 1754 e gli fu imposto il nome di Louis-Auguste e il titolo di Duca di Berry. Per volere dei genitori, al giovane viene imposta sin dall’infanzia una rigida educazione cattolica e lo studio della teologia, e questo, insieme a un’innata timidezza, lo spinge a maturare un carattere represso e pudico. Non solo, ma in virtù dei contrasti fra Luigi Ferdinando e Luigi XV, viene continuamente incoraggiato dai genitori a fuggire tutti i comportamenti disdicevoli e licenziosi di suo nonno (amante delle belle donne), sviluppando una personalità fortemente schiva e inibita verso tutti gli atteggiamenti amorosi. Gli viene imposto per ragioni politiche il fidanzamento con Maria Antonia d’Asburgo-Lorena, arciduchessa d’Austria. La coppia non potrebbe essere peggio assortita: Maria Antonia (che poi cambierà il nome in Maria Antonietta poco prima del matrimonio) è una ragazza bellissima, dal viso d’angelo, la corporatura esile e minuta e un’innata classe ed eleganza. Luigi Augusto, al contrario, è grasso, con lineamenti rozzi e totalmente privo di fascino. Maria Antonietta lascia Vienna nella primavera del 1770 per sposarsi con Luigi Augusto a Versailles, e i due si incontrano per la prima volta a Schüttern, al confine tra la Francia e la Germania. Luigi XV, in particolar modo, rimane entusiasta della bellezza dell’arciduchessa quattordicenne, con la quale andrà sempre molto d’accordo, ma la giovane rimane profondamente amareggiata dalle fattezze del suo futuro sposo. Nonostante la delusione iniziale, spinta dal suo senso del dovere verso l’Austria, convola con lui a giuste nozze nella cappella reale della Reggia di Versailles, ma il matrimonio si rivela subito un disastro: Luigi Augusto è fortemente inibito di fronte alla sua giovane sposa, e sarà incapace di consumare il matrimonio per 7 anni. Nonostante sia stato educato all’arte della scherma, dell’equitazione e del balletto, Luigi Augusto preferisce passare le giornate nella bottega del fabbro nei pressi dei giardini di Versailles e costruire personalmente serrature e lucchetti, andando a dormire sporco e maleodorante. Con la consorte, che parla poco il francese, non tiene conversazioni ed è un pessimo ballerino.  Ben presto, la Delfina decide di consolarsi dalle delusioni del matrimonio dedicandosi a spese da capogiro e al gioco d’azzardo, impoverendo ancora di più le casse dello Stato già fortemente compromesse da Luigi XV e dal suo predecessore. Ma soprattutto comincia a frequentare il giovane conte Hans Axel di Fersen, un ufficiale svedese che ha fama di essere un grande seduttore. Tra i due nascerà un amore segreto e a carattere soprattutto epistolare che avrà fine solo alla morte di Maria Antonietta, senza che suo marito mostri mai alcun sospetto o interesse verso la cosa. Luigi Sedicesimo: re di Francia fino alla Rivoluzione Il 10 maggio 1774 Luigi XV muore di vaiolo e Luigi Augusto gli succede col nome di Luigi XVI all’età di diciannove anni. L’incoronazione avviene nel giugno dell’anno successivo a Reims, e non appena è sul trono, il giovane re decide di ripristinare il Parlamento fatto sciogliere da suo nonno e di nominare nuovi ministri. La situazione economica che gli si presenta subito davanti non è facile: il nonno, morendo, gli ha lasciato un Paese che è fortemente in deficit, e il giovane re, già dal carattere debole e inetto, ha sempre […]

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Culturalmente

I 14 punti di Wilson: aspirazione alla pace universale

I 14 punti di Wilson: il Presidente americano che intendeva promuovere una “pace senza vincitori”, basata sull’eguaglianza delle nazioni, sull’autogoverno dei popoli, sulla libertà dei mari, su una riduzione generalizzata degli armamenti. Con l’entrata nella Prima Guerra Mondiale degli Stati Uniti al fianco della Triplice Intesa, nel 1917, l’andamento generale prese immediatamente una piega più chiara, profilandosi l’impotenza dell’Alleanza (ormai non più Triplice, ma Duplice col passaggio dell’Italia all’altro fronte) di resistere agli attacchi con un tale dispiegamento di forze, ben fornite di ogni tipo di materiale. Ma il Presidente americano Wilson sapeva benissimo che una guerra non finisce semplicemente con una vittoria e con la dichiarazione di fine delle ostilità: per essere certi che il periodo successivo porti effettivamente ad un periodo di pace e tranquillità, è necessario avere un’ampia visione delle prospettive. Ecco dunque che l’8 gennaio 1918, il Presidente degli Stati Uniti d’America Wilson espose in un discorso tenuto davanti al Congresso il suo progetto per ristabilire la pace internazionale dopo la guerra mondiale che si avviava alla conclusione (sarebbe terminata nel novembre dello stesso anno). Le sue idee furono raccolte nei famosi “14 punti di Wilson”. Di questi, otto sono dedicati alla risoluzione di questioni geopolitiche specificamente legate al contesto internazionale dell’epoca ed hanno, dunque, oggi, un’importanza perlopiù storica. I restanti sei, invece, contengono la base di un progetto di pace democratica universale e sono quindi di grande interesse anche a un secolo di distanza. Prima di affrontare concretamente i 14 punti di Wilson, è necessario capire bene quali idee sono alla base del pensiero che guidò il Presidente nella loro formulazione. Prima di tutto, egli aveva ben presente che una pace stabilita dai soli vincitori, così come era accaduto al Congresso di Vienna del 1815, seguito alla sconfitta di Napoleone, crea semplicemente le basi per nuove guerre. Quindi, l’idea fondamentale era un tavolo di pace aperto a vincitori e vinti, dalla stessa parte del tavolo delle trattative. La seconda idea chiave molto cara al pensiero di Wilson era l’affermazione senza se e senza ma, del concetto di Nazionalità. La nazione, cioè l’insieme di individui legati e collegati da una stessa storia, lingua, religione, usi, costumi e tradizioni, non può e non deve essere divisa, sfruttata, oppressa in quanto sarebbe la strada migliore per una nuova guerra. I 14 punti di Wilson enunciavano: Pubblici trattati di pace, stabiliti pubblicamente e dopo i quali non vi siano più intese internazionali particolari di alcun genere, ma solo una diplomazia che proceda sempre francamente e in piena pubblicità. Assoluta libertà di navigazione per mare, fuori delle acque territoriali, così in pace come in guerra, eccetto i casi nei quali i mari saranno chiusi in tutto o in parte da un’azione internazionale, diretta ad imporre il rispetto delle convenzioni internazionali. Soppressione, per quanto è possibile, di tutte le barriere economiche ed eguaglianza di trattamento in materia commerciale per tutte le nazioni che consentano alla pace, e si associno per mantenerla. Scambio di efficaci garanzie che gli armamenti dei singoli stati saranno ridotti al minimo compatibile con la sicurezza interna. […]

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Cinema e Serie tv

Aladdin live action: Guy Ritchie dirige il tappeto volante

Dal 22 maggio ha fatto la sua comparsa nelle sale cinematografiche Aladdin live action, il remake del classico d’animazione Disney del 1992 con attori in carne e ossa. Reduce dal recente Dumbo e in vista del prossimo Il Re Leone, la major ha ora deciso di portare sul grande schermo un cartoon che è nell’Olimpo dei Classici, Aladdin. Un’operazione condotta in maniera “testarda” dalla casa di Topolino, intenzionata a conquistare le nuove generazioni offrendo loro “nuove versioni“ delle storie che, in passato, hanno reso grande la Disney.  Per riproporre le Notti d’Oriente di Aladdin e farci volare sul tappeto volante della fantasia, gli Studios hanno voluto chiamare dietro la macchina da presa Guy Ritchie, regista avvezzo al crime, all’action e all’ironia, che spesso ha riportato in sala, in chiave “moderna”, dei miti della letteratura, dando vita a pellicole come Sherlock Holmes e King Arthur. Una scelta che ripaga soprattutto quando le riprese si fanno movimentate e spericolate. Aladdin live action è quello che potevamo aspettarci e forse anche di più: paesaggi e colori accesi d’Oriente, romanticismo spensierato, amicizia e sentimenti che superano le diversità, corse coreografiche tra mercati arabi. Aladdin live action: la trama Aladdin (Mena Massoud) è un ragazzo che vive alla giornata insieme alla sua scimmietta Abu. Un giorno, mentre scappa dalle guardie per un furtarello al mercato di Agrabah, si imbatte nella principessa Jasmine (Naomi Scott) – fuggita da palazzo -, e la salva da una brutta situazione grazie a una fuga rocambolesca. Per il ragazzo è amore a prima vista verso quella che gli si è presentata come l’ancella della figlia del Sultano, ma la cui vera identità gli verrà svelata dal malvagio visir Jafar (Marwan Kenzari), che lo coinvolgerà nei suoi piani con la promessa di un grande tesoro in cambio del recupero di una misteriosa lampada dalla Caverna delle Meraviglie. La lampada e il Genio (Will Smith) contenuto in essa diventeranno proprietà di Aladdin, che ovviamente esprimerà il desiderio di diventare un principe molto ricco, invece che uno straccione, per poter essere degno di Jasmine. Un inganno che verrà presto smascherato da Jafar stesso, stufo di essere il numero due e pronto a soppiantare il Sultano in carica a qualunque costo. Il cast: Will Smith “geniale” Guy Ritchie è bravo nel restituire al film l’atmosfera esotica e ammaliante da “Mille e una Notte” del cartoon originale, facendone una versione stile Bollywood. E giova al dinamismo della storia la sua regia briosa, specie nella scena della fuga tra le strade di Agrabah (quasi una sequenza di parkour tra tetti cittadini) o in quella dell’ingresso di Aladdin in città, sotto le vesti del principe Alì. Aladdin/Alì arriva in un corteo strabordante e gioioso di danzatori, ballerine, struzzi, elefanti, doni imponenti, coreografie, canti, tripudi cromatici e di tessuti. Una festa per occhi e orecchie.  Ma a fare la differenza è sicuramente la scelta di Will Smith come Genio della Lampada. Il personaggio sembra letteralmente cucito addosso all’attore, che mescola la sua simpatia al passato da rapper e a una CGI pirotecnica, dando […]

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Nerd zone

Westeros, il continente occidentale di Game of Thrones

Tutti pazzi per Game of Thrones! Il kolossal televisivo è ormai agli sgoccioli, l’ultima stagione sta andando in onda in queste settimane e orde di fan in delirio sono alle prese con le teorie su chi siederà sull’agognato Trono di Spade e governerà Westeros. La celebre serie, com’è noto, è ispirata alla saga Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (titolo originale: A Song of Ice and Fire), dello scrittore americano George R. R. Martin, che è riuscito a creare un ampio mondo fantastico, tra i più suggestivi della letteratura fantasy. I romanzi di Martin e la serie, infatti, sono ambientati in due continenti immaginari: il continente orientale (Essos) e l’occidentale (Westeros). Westeros è il continente occidentale nel quale si svolgono quasi interamente gli eventi narrati, eccetto quelli di Daenerys Targaryen, ambientati inizialmente ad Essos. Martin ha affermato che Westeros è circa delle stesse dimensioni del Sud America. Il territorio ha un’estensione notevole dal punto di vista latitudinale, mentre si presenta relativamente stretto da quello longitudinale; ciò ha favorito lo svilupparsi di climi e culture differenti. Il continente è diviso in due parti, note semplicemente come Nord e Sud, separate da un lembo di terra detto “Incollatura“. Ad ovest il continente si affaccia sul Mare del Tramonto; questo grande oceano non è mai stato attraversato, o per lo meno nessuno è mai tornato indietro a raccontare di averlo fatto. A sud, il continente è lambito dal Mare dell’Estate; nel profondo di questo mare giacciono le omonime isole. Verso est si trova invece il continente orientale, separato da quello occidentale dal Mare Stretto. Si tratta di un oceano spesso tempestoso, ma ciò non ha mai fermato i numerosi traffici di merci da e verso le Città Libere, città-stato che si trovano nella parte più occidentale del continente orientale; nella zona più meridionale di questo oceano si trovano anche le Stepstones, una catena di isole che connette Westeros ad Essos; secondo i miti, le Stepstones sarebbero i resti di un antico ponte di terra che collegava i due continenti, distrutto in un cataclisma diecimila anni prima della narrazione. All’estremo nord, nelle terre dell’Eterno Inverno, si erge un colossale muro di ghiaccio detto la Barriera: le condizioni climatiche proibitive e la presenza dei Bruti e degli Estranei hanno da sempre reso le terre Oltre la Barriera un luogo semi-inesplorato e quasi leggendario; ad ogni modo, si crede che Westeros si estenda fino alla calotta polare. Le cinque città principali del Continente Occidentale, in ordine di grandezza, sono: Approdo del Re, Vecchia Città, Lannisport, Città del Gabbiano e Porto Bianco. Prima di essere unificato in seguito alla Guerra di Conquista, il continente era diviso in vari regni indipendenti. Dopo questo conflitto, e la successiva annessione di Dorne, tutte le regioni a sud della Barriera vengono unite sotto il dominio della Casa Targaryen, andando così a creare un unico stato sovrano conosciuto col nome di Sette Regni. Storia di Westeros, il continente occidentale Circa dodicimila anni fa, Westeros era abitato dai Figli della Foresta, una piccola razza non umana, dotata di poteri magici, che viveva in pace e armonia con la natura, venerando gli Antichi Dei della Foresta. Intorno a quell’epoca, i Primi Uomini, una razza umana, […]

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Viaggi e Miraggi

Cosa vedere a Ischia: dalle terme al Castello Aragonese

Cosa vedere a Ischia, l’isola “verde” del Golfo di Napoli. Tra le incantevoli isole che chiudono a cerchio il Golfo di Napoli, Ischia non è soltanto la più grande ma è anche la più varia per le tante e continue scoperte che riserva. Posta a poca distanza dall’isola di Procida, con una superficie totale di 46 km² è la “sorella maggiore” delle isole Flegree. Con i suoi 64.115 abitanti è la terza più popolosa isola italiana, dopo Sicilia e Sardegna. In antichità era nota col nome “Pithecusae” (“isola delle scimmie”), ma probabilmente fu detta così per la vivace industria dei vasi di creta. A Ischia spiagge ampie e assolate si alternano a riposanti pinete, a verdi colline e a balze rocciose. L’isola, di origine vulcanica, racchiude nel suo sottosuolo, inoltre, autentiche “miniere d’oro”: otto bacini termominerali e numerose sorgenti, stufe, fumarole ed arene. Le acque termali dell’isola d’Ischia sono ben conosciute e utilizzate fin dall’antichità. Se i Greci furono i primi a conoscere i poteri delle acque termali ischitane, i Romani le esaltarono come strumento di cura e relax attraverso la realizzazione di Thermae pubbliche e utilizzarono proficuamente le numerose sorgenti dell’Isola (come dimostrano le tavolette votive rinvenute presso la Sorgente di Nitrodi a Barano d’Ischia, dove sorgeva un tempietto dedicato ad Apollo e alle Ninfe Nitrodie, custodi delle acque). Oggi l’isola è amministrativamente divisa in sei comuni: Ischia, Casamicciola Terme, Lacco Ameno, Forio, Serrara Fontana e Barano. Ma scopriamo cosa vedere a Ischia, quali sono le tappe imprescindibili per un giro dell’isola [Vi consigliamo di noleggiare uno scooter (tanto più se si è in coppia), per girare l’isola a dovere. In alternativa ci si muove agevolmente anche con i pullman o con l’auto, ma è bene sapere che i servizi pubblici, soprattutto nei mesi estivi, sono super affollati e che per le macchine, quattro mesi l’anno, vigono importanti restrizioni di sbarco e circolazione (per i soli residenti in Campania)] Castello Aragonese Cosa vedere a Ischia, se non il Castello Aragonese? Senza dubbio la cartolina più famosa dell’isola. Si trova in fondo al caratteristico borgo di Ischia Ponte su uno sperone roccioso, a 113 metri sopra il livello del mare, collegato alla terraferma da un istmo in pietra fatto realizzare da Alfonso V d’Aragona. Un comodo ascensore porta in cima alla struttura e da lì il panorama è mozzafiato, come pure molto belli sono i resti della Cattedrale dell’Assunta, la Chiesa dell’Immacolata e il Cimitero delle suore Clarisse, che fanno parte del complesso. Le spiagge Non si può parlare di un’isola come Ischia senza citare le sue splendide spiagge, tra le più belle d’Italia. La spiaggia più estesa è quella dei Maronti, antico approdo saraceno e oggi luogo perfetto per chi ama il turismo balneare. L’ultimo tratto di spiaggia è quello delle Fumarole, con acqua termale mista ad acqua di mare: il posto ideale per chi vuole fare il bagno anche d’inverno. Sul lato occidentale di Ischia si trova la spiaggia di Cava dell’Isola, baciata dal sole fino a sera e caratterizzata da un clima caldo, ventilato e secco. A […]

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