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Eroica Fenice

Culturalmente

Figure retoriche di suono e di significato, quali sono

Cosa e (quali) sono le Figure retoriche di suono e di significato? Nell’arte poetica ricorrono frequentemente alcuni “artifici”, modi particolari di servirsi delle parole che si allontanano dal normale uso linguistico e grammaticale: sono le cosiddette figure retoriche. La loro funzione è quella di comunicare una particolare carica emotiva. Poiché in poesia la parola non è usata solo nel suo valore denotativo ma si carica di sensi diversi da quello letterale, il poeta sente l’esigenza di potenziare l’efficacia delle immagini e di ravvivare il linguaggio per renderlo più espressivo: ricorre così a figure e simboli che contribuiscano a dare forza, vigore e musicalità a quanto intende comunicare. L’aggettivo “retorico” allude al fatto che si tratta di un abbellimento del linguaggio col quale si intende impressionare chi legge o ascolta. Bisogna aggiungere, però, che le figure retoriche non sono esclusive dello stile letterario o poetico. Ricorrono infatti anche nel comune parlare quotidiano, e in ogni tipo di linguaggio.  Ci sono varie categorie di figure retoriche, tra le più usate troviamo le figure retoriche di suono e di significato. Figure retoriche di suono e di significato, scopriamo quali sono Le figure di suono Le figure di suono riguardano il livello delle strutture foniche, la ripetizione, il parallelismo, la musicalità dei suoni; modificano il suono delle parole per ottenere un effetto poetico, diverso da quello del linguaggio comune. Si tratta di espedienti stilistici che conferiscono alla lettura del testo un particolare suono: dolce, aspro, piano, solenne, vivace. Tra le più comuni figure di suono si trovano: allitterazione, assonanza, consonanza, onomatopèa, paranomàsia. – allitterazione: ripetizione di una lettera (suono) o di un gruppo di lettere all’inizio o all’interno di più parole. Esempio: Di me medesimo meco mi vergogno (F. Petrarca) – assonanza: due parole sono legate da assonanza quando nella loro parte finale (la parte che va dalla vocale che porta l’accento in poi) presentano le stesse vocali, ma diverse consonanti. Esempio: Piove sui nostri volti silvani (G. D’Annunzio, da La pioggia nel pineto). – consonanza: due parole sono legate da consonanza quando nella loro parte finale (la parte che va dalla vocale che porta l’accento in poi) presentano le stesse consonanti, ma diverse vocali. Esempio: Tra gli scogli parlòtta la marétta (E. Montale, da Maestrale) – onomatopèa: è una parola o una frase che riproduce il suono o il rumore di una cosa o il verso di un animale. Esempio: Nei campi / c’è un breve gre-gre di ranelle (G. Pascoli, da La mia sera). – paranomàsia: accostamento di due parole che presentano suoni simili ma significato diverso. Esempio: sedendo e mirando (G. Leopardi, da L’Infinito) N.B. la figura retorica della paranomàsia non ricorre solo nel testo poetico ma anche nel parlato quotidiano (giochi di parole, frasi fatte, slogan pubblicitari), basti pensare a “detti” come “Ogni riccio un capriccio” o “Chi non risica non rosica”. Le figure di significato Le figure di significato incidono sul significato della parola, ampliandolo, connotandolo e rendendolo diverso dal senso comune; in questo caso l’effetto è prodotto da un uso particolare e inconsueto del significato delle parole stesse ed è chiamato in causa soprattutto il lessico. Esse sono utilizzate sia in prosa, sia in poesia […]

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Culturalmente

Regioni italiane a Statuto Speciale, quali e perchè

Quali e quante sono le Regioni italiane a Statuto Speciale e che differenze ci sono rispetto alle Regioni a Statuto Ordinario? Quando e perchè sono state istituite? Di quali forme di autonomia godono? Lo Stato Italiano è suddiviso, a livello amministrativo, in 20 regioni, 5 delle quali godono di una maggiore autonomia gestionale e finanziaria, e sono appunto definite Regioni a Statuto Speciale. Si tratta delle seguenti regioni: Sicilia, Sardegna, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia. Tutte terre di confine e isole. Semplificando, hanno lo statuto speciale per le loro: a) particolari caratteristiche storiche (non naturale appartenenza all’Italia), b) istanze autonomiste (anche secessioniste), c) caratteristiche culturali (tutela delle minoranze, come prevede l’Art. 6 della Costituzione). Ciò che caratterizza le regioni elencate è il fatto di possedere uno “Statuto Speciale”, appunto, diverso dallo “Statuto di diritto comune” che appartiene invece alle Regioni a Statuto Ordinario. Quest’ultimo è adottato e modificato con legge regionale, mentre lo Statuto Speciale è adottato con legge costituzionale, così come ogni sua modifica. Le Regioni italiane a Statuto speciale godono di una triplice autonomia: amministrativa, legislativa e finanziaria. Nel caso di quest’ultima si parla di privilegi concessi, tanto che vi sono stati tentativi di “migrazione” verso una determinata Regione a Statuto Speciale da parte di Comuni di confine delle Regioni ordinarie (è noto il caso di Cortina d’Ampezzo). Nel tempo la differenza effettiva tra l’autonomia finanziaria di una Regione a Statuto Speciale e di una Regione Ordinaria si è attenuata. Regioni italiane a Statuto Speciale, tra Storia e attualità Le regioni italiane sono nate con la Costituzione Italiana, che entrò in vigore il 1° gennaio 1948; come è noto, però, le regioni non entrarono in funzione subito: fino al 1970 non venne eletto alcun consiglio regionale, tranne quelli delle Regioni a Statuto Speciale. Le Regioni italiane a Statuto Speciale, che sono previste dall’articolo 116 della Costituzione e sono un unicum in uno stato centralizzato, non vennero decise tutte insieme e sono nate con motivazioni parzialmente diverse. La parziale autonomia della Sicilia, iniziata già con l’istituzione dell’Alto commissariato per la Sicilia nel 1944, venne confermata nel 1946 con un decreto firmato dall’allora Luogotenente del Regno d’Italia, il principe Umberto di Savoia. Il motivo era il forte movimento indipendentista siciliano, che a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale era diventato molto numeroso. Le prime elezioni dell’Assemblea Regionale Siciliana avvennero nel lontano aprile del 1947, ma già l’anno prima si erano tenute le elezioni in Valle d’Aosta. Inizialmente le Regioni a Statuto Speciale furono quattro: Sicilia, Sardegna, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta. La legge costituzionale che aggiunse anche il Friuli Venezia Giulia venne proposta e approvata solo molto tempo dopo, all’inizio del 1963. Ogni statuto speciale aveva i suoi motivi e la sua storia particolare: in Sardegna, i politici locali avevano cominciato a parlare di autonomia già alla fine della Seconda Guerra Mondiale (ma ne ottennero poi una più limitata di quella siciliana); in Trentino Alto Adige l’autonomia venne concessa anche per le rivendicazioni territoriali austriache, infatti il governo austriaco trattò con […]

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Culturalmente

Uovo di Pasqua: origine e storia del simbolo più dolce

L’Uovo di Pasqua: origine e storia del simbolo più dolce che ci sia! L’Uovo è il simbolo della Pasqua. Che sia dipinto o intagliato, di cioccolato o di zucchero, di terracotta o di cartapesta, l’uovo è il must della ricorrenza pasquale. Ma quali sono la sua origine e la sua storia? Ebbene, l’Uovo di Pasqua è l’evoluzione di una tradizione molto antica. Tra simbologia e religione, ecco un breve excursus storico sull’Uovo di Pasqua Le origini della simbologia dell’uovo risalgono a tempi antichissimi, precedenti al Cristianesimo e ai suoi significati connessi alla Pasqua. Per i popoli più antichi, l’uovo era sinonimo di vita, nonché irrinunciabile ingrediente per energia e salute. Alcune culture pagane consideravano il cielo e la terra come due parti che unite formavano un uovo, mentre gli Egiziani ritenevano che fosse il centro dei quattro elementi: terra, aria, fuoco e acqua. Pare che la consuetudine di portare uova di gallina in dono risalga agli antichi Persiani: in concomitanza con le celebrazioni per l’arrivo della primavera, si narra avvenisse lo scambio del prezioso alimento. La tradizione si sarebbe poi diffusa in Egitto e in Grecia, arrivando persino in Cina. Nei paesi nordici, come le attuali Russia e Scandinavia, all’uovo sembra fosse connesso un significato legato al Cosmo: l’alimento rappresentava la continua rinascita nel ciclo della vita, quindi lo si celebrava con forte sacralità. Non a caso, molte uova in terracotta da sempre si rilevano in antichi sepolcri. Simbolo universale della rinascita, era anticamente ricollegato anche alla mitica Fenice che, secondo la leggenda, prima di morire, preparava un nido a forma d’uovo, su cui si adagiava, lasciandosi incenerire dai raggi del Sole. Sulle ceneri nasceva l’uovo dal quale l’Uccello di Fuoco riprendeva vita. Il Cristianesimo affianca queste tradizioni e le reinterpreta alla luce delle Nuove Scritture. L’uovo diventa così il simbolo che meglio coglie il significato del miracolo della Resurrezione di Cristo. Nei Paesi celtici del Nord Europa si usava far rotolare le uova dalla cima di una collina per imitare il movimento del Sole nel cielo; la Chiesa Cattolica rimodellò il rituale per simboleggiare la pietra che rotola via dalla tomba di Cristo risorto. L’uovo, inoltre, somiglia a un sasso e appare privo di vita, così come il sepolcro di pietra nel quale era stato sepolto Gesù. Dentro l’uovo c’è però una nuova vita pronta a sbocciare da ciò che sembrava morto. In questo modo, l’uovo diventa un simbolo di risurrezione. Sembra sia stato nel Medioevo, però, che il dono delle uova decorate cominciò ad affermarsi come tradizione pasquale: è in questo periodo storico, infatti, che, in Germania e nei Paesi Scandinavi, si diffuse l’abitudine di regalare uova colorate la domenica di Pasqua. Qui tra la gente comune la consuetudine era distribuire uova bollite, avvolte in foglie e fiori in modo che si colorassero in maniera naturale. Contestualmente, in questi paesi si svilupparono anche le prime tradizioni legate all’albero pasquale: in modo simile al Natale, le ampie fronde di meli e altre piante spoglie venivano addobbate con uova sode, oggi […]

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Cinema e Serie tv

Dumbo ri-vola al cinema con Tim Burton

Dumbo ri-vola sul grande schermo: al cinema dal 28 marzo il live action diretto da Tim Burton. Sono passati quasi ottant’anni da quando Dumbo, l’elefantino volante, debuttava nei cinema. Era il 1941, e, a causa delle ingenti perdite di Fantasia, Walt Disney optò per un film semplice e a basso costo per realizzare il suo quarto Classico. Partendo da un soggetto già esistente (Dumbo era protagonista di un libro per bambini), nacque così il film: un lungometraggio dalla durata di “soli” sessanta minuti, ma perfetto nella sua poetica lineare. Sulla scia di riportare i suoi classici al cinema in versione live-action, la Disney ha chiamato il genio visionario Tim Burton (recentemente premiato ai David di Donatello 2019) per far volare ancora una volta il piccolo elefante; stavolta in CGI, ma dagli stessi occhioni blu che riescono a esprimere tutte le sue emozioni. Nonostante le divergenze creative del passato (Burton lasciò la Disney quando era un animatore), il regista torna a lavorare con la major realizzando un film che, sebbene non sia un capolavoro, porta con sé aspetti positivi. Solo il pittore dei freaks, colui che è stato in grado di dare voce e dignità agli outsider (con Edward mani di forbice, primo fra tutti) poteva avvicinarsi a Dumbo, una delle figure più strazianti della cinematografia, simbolo di inadeguatezza ed emarginazione. È sempre difficile confrontarsi con i classici, e, come già era successo per Alice in Wonderland, Burton rivisita il materiale originale. Qui la scelta è quella di dare maggiore spazio agli uomini e lasciare gli animali a un ruolo quasi secondario. Eliminata ogni forma di antropomorfismo, Dumbo e le altre creature del circo non parlano, comunicano con gli occhi e con i loro versi.  Dumbo versione live-action: la trama 1919. Holt Farrier (Colin Farrell), dopo aver perso un braccio ed essere rimasto vedovo, torna dalla guerra e riabbraccia i figli Milly (Nico Parker) e Joe (Finley Hobbins). La loro casa è il Circo Medici, diretto dall’inarrestabile Max Medici (Danny DeVito) che spera di risollevare le sorti della sua attività grazie a un cucciolo di elefante la cui nascita è imminente, ma il piccolo messo al mondo da mamma Jumbo ha orecchie enormi ed è considerato un mostro. Mentre gli altri lo prendono in giro, Milly e Joe consolano l’elefantino, distrutto dalla separazione dalla mamma. Per caso, grazie a una semplice piuma, scopriranno che Dumbo può volare. Il successo del magico elefantino cambia le sorti dell’intera famiglia del Circo Medici, che si trasferisce a “Dreamland”: incredibile parco giochi del villain Mr. Vandevere (Micheal Keaton). Ma basterà l’aiuto dei piccoli Farrier e dell’acrobata Colette Marchant (Eva Green) per riunire Dumbo e la sua mamma? Dumbo, analogie e differenze con il Classico animato Il Dumbo di Tim Burton, come accennato poco sopra, si prende le sue libertà creative rispetto al classico degli anni ’40. Meno malinconico e più lungo (il film originale durava circa un’ora, quindi nuovi inserti sono stati inevitabili), le avventure dell’elefantino volante puntano sempre e comunque al tema del diverso (tanto caro a Burton) e della famiglia aggiungendo però un senso ecologista di contrarietà all’utilizzo di animali nei […]

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Culturalmente

Frasi sull’Arte: le più belle e significative

Frasi sull’Arte: una selezione di citazioni che spiegano il significato profondo dell’arte. Cos’è l’arte? Questa è una di quelle domande che prima o poi ogni individuo si pone; è una domanda dal carattere fortemente filosofico perchè è un po’ come chiedersi “Cos’è la vita?” o “Perchè esistiamo?“ Il significato della parola «arte» non è definibile in maniera univoca ed assoluta, varia nel passaggio da un periodo storico a un altro, e da una cultura ad un’altra. Volendo provare a fornire una definizione, l’arte, in ogni sua manifestazione, è la più alta espressione umana di creatività e di fantasia, che poggia – al contempo – su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall’esperienza. Nella creazione di un’opera d’arte si assiste, come sosteneva il filosofo Schelling, alla straordinaria fusione di una fase inconscia, quella dell’ispirazione, e di una conscia, la concreta realizzazione dell’idea. Quali e quante sono le forme dell’Arte? Se ne possono individuare dieci, da cui scaturiscono tutte le altre – dette arti minori. Esse sono: Pittura (inclusi il disegno, l’incisione e la grafica digitale) Scultura (inclusi l’oreficeria, l’arte tessile, l’arazzo e l’origami) Architettura Letteratura Musica Danza Teatro Cinema Fotografia Fumetto Videogioco Ma, dopo aver provato a fornirne una definizione, e dopo aver illustrato in quante forme possiamo trovarla, come possiamo spiegare in maniera concreta l’Arte? Come possiamo individuare il suo significato più profondo? Alcune frasi sull’Arte di scrittori, filosofi e pittori famosi possono aiutarci. Ecco 8 Frasi sull’Arte, le più belle e significative Cominciamo la nostra carrellata di frasi sull’Arte con… Si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima. (George Bernard Shaw) Scrittore, drammaturgo e linguista irlandese, George Bernard Shaw vinse il Premio Nobel per la Letteratura nel 1925. È sua la prima citazione da segnalare. Se si vuole comprendere il mondo e la società nella quale si vive bisogna guardare all’arte che produce. Lo stesso vale per noi stessi: fissiamo un’opera e immaginiamo la sua storia, in tal modo capiremo più profondamente la nostra. L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni. (Pablo Picasso) Pablo Picasso non ha bisogno di presentazioni: è stato uno dei più grandi artisti del Novecento, uno dei più influenti e rivoluzionari pittori di tutta la storia dell’arte. Non poteva che provenire da lui questa citazione che intende l’arte come “rinnovamento”, “rivoluzione” dello spirito. Se ci sentiamo stanchi, se ci sembra quasi di aver perso di vista la bellezza che ci circonda, soffermiamoci davanti a un’opera d’arte e, dalla sola visione, trarremo una percezione di rinnovamento. L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è. (Paul Klee) Artista versatile, insieme pittore, musicista, architetto e filosofo dell’arte, Klee viene spesso presentato come autore-veggente, provvisto di uno sguardo penetrante e dilatato, capace di indagare e interpretare i misteri del nostro mondo. L’arte di Klee può essere collocata nella corrente astratta. L’artista, infatti, concepiva l’opera non come una mera riproduzione della realtà, ma come mezzo di rappresentazione dell’essenza del reale: ecco, dunque, […]

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Viaggi e Miraggi

5 cose da fare e vedere a Procida assolutamente

Ecco 5 cose da fare a Procida, per avere un assaggio dell’essenza di quest’isola! Antica e colorata. Autentica e “sgarrupata”. Affascinante e ancora da scoprire. Procida, isola del Golfo di Napoli, è la “quintessenza” del posto di mare, un territorio da secoli votato alla pesca, alla navigazione e al buon vivere. Qui non impazzano i vip, non si trovano paparazzi e non c’è rischio di perdersi nell’omologazione. Isola di pescatori, è profondamente diversa dalle “sorelle maggiori” Capri e Ischia, lontana dalla ribalta e dal viavai mondano. Una terra semplice e schiva, gelosa e orgogliosa delle proprie tradizioni: dalla pesca con le tipiche imbarcazioni in legno alla coltivazione dei limoni. Il turismo è arrivato tardi: mentre già a fine Ottocento Capri era il rifugio prediletto di viaggiatori colti, e Ischia chiamava a sé gli aristocratici di tutta Europa, la piccola Procida continuava a coltivare i suoi orti e i giovani prendevano il largo sui grandi mercantili. Oggi il nuovo comincia a farsi avanti ma ciò non sta snaturando l’isola: i pescatori e i contadini restano l’anima vera di Procida, disegnano il suo paesaggio da cartolina con i pescherecci di legno, le reti ammassate sui pontili, le case dall’intonaco colorato, i giardini di limoni e gli orti nascosti oltre le mura di vecchi palazzi. Un’isola di appena quattro chilometri quadrati che si visitano facilmente in un giorno, e se avete abbastanza tempo a disposizione potete pensare di esplorarla a piedi. In alternativa, ci sono quattro opzioni: utilizzare il servizio pubblico degli autobus, contrattare con un taxi per un giro completo dell’isola, noleggiare uno scooter o, ancora meglio, affittare una bici elettrica, a patto di fare attenzione ai tanti dettagli architettonici e ai frammenti di vita di gente semplice, temprata dalle dure leggi del mare. Per alcuni Procida è irrimediabilmente “L’isola di Arturo“, il luogo che ha ispirato il capolavoro letterario di Elsa Morante. Ma anche se non hai letto il libro e vuoi scoprire le bellezze di quest’isola, ecco le 5 cose da fare e vedere a Procida per avere un assaggio della sua essenza. 5 cose da fare a Procida: dal carcere borbonico a “Il Postino” 1. VISITARE TERRA MURATA Comonciamo la nostra lista di cose da fare e vedere a Procida con Terra Murata. Terra Murata è una contrada posta sul punto più alto dell’isola, contraddistinta da case color pastello e dominata da un’antica Abbazia, consacrata a San Michele Arcangelo, da cui si gode di uno splendido panorama del Golfo. Qui in cima tutto è iniziato, si tratta della parte più antica dell’isola. L’intero borgo era costruito in funzione difensiva per proteggere i cittadini dalle numerose invasioni, da quelle barbariche del primo Medioevo fino ai saccheggi saraceni. Terra Murata è la sede del Palazzo d’Avalos. Edificato tra il 1560 e il 1570 dai d’Avalos, feudatari dell’isola fino al 1729, fu trasformato in Palazzo reale e casino di caccia da Carlo III di Borbone. Successivamente, dal 1815, divenne prima scuola militare, poi prigione e bagno penale per ergastolani: una cittadella carceraria a picco sul mare. 2. PASSEGGIARE […]

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Food

Pizzeria Maria Marì: Pizza, Chef e Carnevale

Alla Pizzeria Maria Marì di Giugliano (NA) un evento dal sapore… carnevalesco! Martedì 26 febbraio, presso la Pizzeria Maria Marì in Giugliano in Campania, si è svolto l’evento “Pizza, Chef e Carnevale” per festeggiare l’avvicinarsi del martedì grasso. L’evento, ideato e organizzato da Angela Merolla, ha proposto una cena dal menù dedicato al Carnevale, una fusione tra forno a legna e cucina, per un inno ai piatti della tradizione carnevalesca napoletana, realizzato eccezionalmente dagli chef campani Artisti Del Gusto in collaborazione con il maestro pizzaiolo Vincenzo Sannino, nonché patron della Pizzeria-Trattoria Maria Marì. I sei rinomati chef hanno articolato un menù di varie portate, che si è sposato in maniera eccezionale con le pizze storiche proposte dalla pizzeria Maria Marì e che è stato pensato ed ideato per la serata. Alla Pizzeria Maria Marì “Pizza, Chef e Carnevale”: il menù Maestro pizzaiolo Vincenzo Sannino: Montanarina con soffritto napoletano, Pizza Giambattista Basile Enzo Sannino, patron della pizzeria Maria Marì a Giugliano, per 40 anni alla pizzeria Da Attilio alla Pignasecca a Napoli, è riuscito a portare in provincia l’eccellenza della tradizione gastronomica napoletana. La serata “Pizza, Chef e Carnevale” si apre con la sua Montanarina con soffritto napoletano, preparato direttamente dalla moglie Maria, e con la Pizza Giambattista Basile, dedicata al celebre “fiabista” napoletano nato (probabilmente) e morto a Giugliano, autore del famoso Lo Cunto de li Cunti. Una pizza con mela annurca e porchetta, che celebra, sin dal nome, la più cara tradizione giuglianese. Gli ingredienti sono tipici della Campania Felix: la mela annurca (o melannurca), la “Regina delle mele” e la porchetta (perché la mela annurca va a maturare nella “porca”). Un’associazione che può sembrare singolare ma che, con le giuste dosi del Maestro Sannino, risulta assolutamente delicata e gustosa. Chef Fabio Ometo – Chef Carlo Verde: Pizza “Arlecchina Napoletana” La serata prosegue con la pizza “Arlecchina Napoletana” o anche pizza lasagna. Ebbene sì, la pizza Arlecchina non è altro che una lasagna su… pizza! Gli chef Fabio Ometo e Carlo Verde, illustrando la realizzazione del piatto, chiariscono l’intento di rappresentare la classica lasagna napoletana – presente su tutte le nostre tavole a Carnevale – sulla pasta della pizza. Gli chef hanno scomposto tutti gli ingredienti sul disco della pizza: cervellatine, polpettine, uova, ragù e ricotta. Una pizza colorata, perfetta per l’allegria del Carnevale. Chef Ciro Campanile – Chef Giusy Di Castiglia: Maialino glassato in sanguinaccio e broccolo napoletano L’accostamento che sorprende. Gli chef Ciro Campanile e Giusy Di Castiglia hanno voluto omaggiare il periodo carnevalesco con uno dei suoi piatti tipici: la carne di maiale con i friarielli. Senza dimenticare il sanguinaccio, invertendo quindi i canoni culinari che lo vogliono come accompagnamento ad un dolce. Il maialino è stato cotto a basse temperature affinchè restasse gustoso, ed è stato accompagnato da un sugo al cioccolato realizzato però in modo molto particolare e articolato: glassa extrafondente al 90% con fondo di verdure (preparato con una base di sedano, carote e cipolle e un osso di maiale rosolato con vino […]

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Culturalmente

Scipione l’Africano: chi era e cosa ha fatto

Quale sarebbe stato il destino dell’attuale Europa se Annibale, il grande generale cartaginese, avesse vinto contro i Romani? Probabilmente, o quasi certamente, il mondo non sarebbe come lo conosciamo oggi. Si sa, la Storia è scritta dagli uomini. Ed un uomo, Scipione l’Africano, tanti secoli fa, scrisse la sua e quella di Roma. Ultor patriaeque domusque, «vendicatore e della patria e della famiglia»: così il poeta Silio Italico definisce Publio Cornelio Scipione, l’uomo che rovesciò le sorti della Seconda Guerra Punica (218 a.C. – 202 a.C.) – il titanico scontro tra Roma e Cartagine per il predominio sul Mediterraneo antico -, ma soprattutto l’uomo che sconfisse Annibale. Scipione l’Africano, chi era? Scipione, detto in seguito Scipione l’Africano, nacque nel 235 a.C. a Roma. Secondo una leggenda riportata da Tito Livio, fu generato, come Alessandro Magno, dall’unione con un grande serpente, che si materializzava nella camera da letto di sua madre. Al di là della finzione letteraria, Scipione era nipote e pronipote di consoli e senatori, nato nel seno di una delle famiglie più antiche e illustri, educato fin da bambino a seguire la carriera politica di tutti i patrizi. La sua vita cambiò un giorno di fine inverno del 218 a.C. quando suo padre venne eletto console. Scipione Padre riuscì a farsi assegnare l’esercito che sarebbe andato a combattere contro Annibale arrivato in Italia. E portò al proprio fianco il figlio diciassettenne. Il futuro Africano si distinse subito nella Battaglia del Ticino (218 a. C) e nel 216 a.C. riuscì a sopravvivere alla catastrofe di Canne. Cinque anni dopo, in Spagna, persero la vita suo padre e suo zio. E fu di lì a poco che, appena venticinquenne, venne nominato proconsole e spedito proprio in Spagna, dove, nel 209, sconfisse i nemici a Cartagena, importante avamposto cartaginese. Come? Secondo Gastone Breccia, autore del libro “Scipione l’Africano. L’invincibile che rese grande Roma”, egli conosceva la «buona regola per non sbagliare, in guerra»: quella di «concepire piani semplici e affidarne l’esecuzione ai subordinati con istruzioni chiare, essenziali e possibilmente flessibili». Dopodiché la seconda regola, quella per la pace, sarebbe stata di essere particolarmente generoso con gli sconfitti. Scipione l’Africano, cosa ha fatto? Tutti concordano nel riconoscere a Scipione l’Africano il merito di aver concepito fin dal 205 il disegno di andare a combattere la Seconda Guerra Punica in Africa, così da costringere Annibale a lasciare l’Italia. Una decisione che si rivelò fortunatissima. Prima della battaglia decisiva, Scipione e Annibale si incontrarono su sollecitazione di quest’ultimo. Perché? Secondo Barry Strauss (“L’arte del comando”, edito da Laterza) Annibale «sapeva che se fosse morto in battaglia e Roma avesse vinto la guerra, sarebbe stato il nemico a scrivere la storia e voleva che in seguito, quando si sarebbero rivolti a lui, Scipione ricordasse l’uomo che aveva incontrato sotto una tenda prima della battaglia». A Zama, nel 202 a.C, non si scontrarono solo due popoli e due eserciti. Si scontrarono due differenti forme di genio. Annibale: l’incredibile capacità di leggere le battaglie e inventarsi mosse geniali e inaspettate, tanto che, nonostante l’inferiorità, […]

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Eventi nazionali

Sanremo 2018: la prima serata del Festival

Una media del 50% di share, stando ai dati Auditel. Che piaccia o no, che sia considerato superato o meno, Sanremo è un po’ come le partite della Nazionale Italiana: resta una delle poche (e ultime) cose a riunire la famiglia davanti alla tv. Sanremo 2018, 68esima edizione targata Claudio Baglioni, è partito ieri sera martedì 6 febbraio. Conducono lo stesso Baglioni, Pierfrancesco Favino e Michelle Hunziker. 20 i Big in gara, più 37 Pooh. Ma andiamo per gradi e vediamo i momenti più salienti della prima serata del Festival della Canzone Italiana! Sanremo 2018: si parte Come ogni inizio che si rispetti, si parte con la sigla. Cantata da tutti i concorrenti in gara, sullo schermo diviso in venti quadratini, la sigla fornisce allo spettatore quella stramba sensazione di essere finito in una puntata dello Zecchino d’Oro. O in un reparto di geriatria. Scaldapubblico: Baglioni gioca subito la carta Fiorello. Vabbè, è quasi troppo facile. Fiore compare da solo prima di tutti, trascina il pubblico, risolve brillantemente la situazione con il contestatore di turno che ancora prima del fischio d’inizio si piazza sul palco dell’Ariston per protestare (un classico). Fiorello cantante, Fiorello intrattenitore: insomma, un vero showman. Battute a raffica, conclude con “Buon Sanremo 1918” (profetico) e introduce il conduttore (e direttore artistico del Festival) Claudio Baglioni, che, tirato come se fosse stato assemblato con la colla vinilica (fffatto?!) e a suo agio come un elefante in una cristalleria, entra scendendo la famosa scalinata (quest’anno in stile Transformers). Un po’ come i bambini che a Natale recitano la poesia in piedi sulla sedia, inizia un monologo su musica, parole, fiore, cuore, amore, con la stessa presenza scenica di un pacco di farina. Dopo 36473 ore di spiegazione dell’Iliade e un mezzo sonnellino, arriva il buon Favino che a sua volta, con gli aggettivi “bella”, “simpatica” e “svizzera”, presenta lei: Heidi! Ah no, è Michelle Hunziker. Scollatura da capogiro, solito sorriso a 132 denti (perchè ridi sempre? Le chiede Favino. Ci poniamo la stessa domanda da 15 anni), qualche dichiarazione d’amore di troppo, Michelle Hunziker si è dimostrata all’altezza del ruolo: brava e spigliata, ha portato avanti da sola il Festival, soprattutto nella prima ora. Fa troppo la simpatica però, confondendo lo studio di Striscia la Notizia con il palco dell’Ariston. Il numero delle scarpe con Baglioni e Favino a carponi inguardabile. Pierfrancesco Favino ha carburato lentamente, salvo poi «esplodere» con un mash-up canoro davvero spassoso. Farà di più. Sanremo 2018: i Big in gara Ma passiamo alle canzoni in gara. A rompere il ghiaccio, Annalisa con “Il mondo prima di te”: una ballad godibile, a parte l’outfit da Doremì nightclub. Prosegue Ron (che è come Bublè a Natale: viene scongelato solo a Sanremo) con un inedito del compianto Lucio Dalla. The Kolors e il ciuffo di Stash, il sempre poetico Max Gazzè, Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico (sul web si vocifera che per votarla il codice sia quello di Hammurabi, cit.), Ermal Meta e Fabrizio Moro, Mario Biondi Sogni d’Oro. Ma ecco che succede qualcosa […]

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Food

Salumeria Moderna: gastronomia di Giugliano tra passato e innovazione

“La modernità risale alla notte dei tempi”, diceva Daniel Pennac. È davvero moderno ciò che lega l’innovazione al passato, traendo da esso tutto ciò che “serve” per costruire il futuro. Pensiero assolutamente confermato dalla nostra visita alla Salumeria Moderna, nome alquanto singolare per un… locale! Scopriamo insieme la Salumeria Moderna Salumeria Moderna ha aperto i battenti lo scorso martedì 31 ottobre a Giugliano in Campania (NA), nella centralissima Piazza Matteotti. Difficile definirne la tipologia: una salumeria bistrot, oseremmo dire. Il locale – come suggerisce il nome – è un connubio di gusto giovane e memoria del passato: offre ai clienti pane, salumi di prima scelta sapientemente selezionati, formaggi, dolci di stagione ma soprattutto vini di ottima qualità. Sedersi ad un tavolo di Salumeria Moderna davanti ad un tagliere di salumi e formaggi, accompagnato da un calice di vino, è un’esperienza che coinvolge tutti i dati sensoriali, non solo quelli gustativi. Un luogo in cui il passato incontra l’innovazione La grande particolarità di Salumeria Moderna è soprattutto nella scelta del sito. Il locale è stato ricavato, mediante importanti lavori, da una vecchia stalla di uno storico palazzo giuglianese che risale al XVI secolo: Palazzo Pinelli, chiamato anche Palazzo Palumbo, costruito nel 1545. Insomma, entrare nella Salumeria Moderna significa fare un tuffo nel passato: pareti di pietra antica (il tufo, tanto caro ai napoletani) e teche in vetro che svelano costruzioni e pavimentazioni di secoli fa. Un ponte, dunque, tra storia e modernità gastronomica, nato dall’intraprendenza di Giuseppe Simonetti, giuglianese di nascita, in collaborazione con Luca Volpicelli (già gestore di un locale in via del Seggio – Aversa). Un’impresa portata avanti con tenacia, passione e coraggio. Un’idea nata dai giovani per i giovani. “Sono laureato in Economia – ci ha raccontato Peppe Simonetti durante la serata inaugurale – ma ho deciso di seguire ciò che mi piace. Ho lavorato come salumiere per tanti anni, ma sentivo le mie ali tappate. Ho anche viaggiato, sperimentando gusti e sapori. Ho quindi deciso di rendere realtà le mie ambizioni e col mio socio Luca abbiamo dato forma a quest’idea, investendo sul mio territorio che, negli ultimi anni, sta attraversando una fase di rinascita dal punto di vista sociale e commerciale”. Simonetti, accanto alle esperienze lavorative, ha abbinato viaggi e ricerche sul territorio nazionale e oltre confine, per studiare prodotti e sapori. Le sue storie sono raccontate, in modo molto genuino, in un blog. Durante l’inaugurazione sono state offerte degustazioni di prosciutto crudo spagnolo Pata Negra, con baguette calde e con un vino intenso della nostra terra: il Voccanera. Solo un assaggio di ciò che Salumeria Moderna ha da offrire. Bisogna dirlo: non c’è niente di meglio che un mondo pieno di “affetto!” Nunzia Serino

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Cinema e Serie tv

Lettere a mia figlia: il cortometraggio che racconta l’Alzheimer

In occasione della Giornata Mondiale per la lotta contro l’Alzheimer, lo scorso 21 settembre, Studio Universal (Mediaset Premium DT) ha presentato il pluripremiato cortometraggio Lettere a mia figlia di Giuseppe Alessio Nuzzo, interpretato da Leo Gullotta nei panni di un anziano padre che scrive delle lettere alla figlia nel tentativo di spiegare la sua malattia e ciò che sta provando. Finalista in centinaia di festival in tutto il mondo e vincitore di decine di premi tra cui la menzione speciale ai Nastri d’Argento e il premio come migliore cortometraggio al Giffoni Film Festival, il corto “serve a far entrare chi guarda in questa piccola storia di una malattia terribile, l’Alzheimer“ – come ha raccontato il protagonista Leo Gullotta. “Raccontare di una malattia così delicata non è facile – ha dichiarato Nuzzo, il regista partenopeo già direttore generale del Social World Film Festival – Ho ritenuto necessario far trasparire sin dai primi script il rispetto della dignità della persona in quanto tale cercando collaborazione nella stesura della sceneggiatura da parte di scienziati ed esperti in materia”. L’emozionate storia, girata in Campania tra Napoli e provincia e prodotta da Pulcinella Film in collaborazione con Paradise Pictures, è sia un cortometraggio sia parte di finzione di un docufilm sull’Alzheimer girato tra Milano ed Amsterdam che, tra interviste a studiosi, operatori ed istituzioni, mira a far conoscere al pubblico la malattia ma soprattutto quelle che sono le prospettive future in ambito scientifico e terapeutico-assistenziale. Lettere a mia figlia: negli “occhi” dell’Alzheimer L’Alzheimer è una malattia “beffarda”: non ti uccide immediatamente, ma strappa un pezzo di te poco alla volta. Si prende gioco dell’identità stessa di una persona, crea scompiglio nella testa, fino ad arrivare in alcuni casi ad annientare le funzioni cognitive. Il morbo va ad intaccare, sotto forma di una demenza senile, la memoria e le funzioni cognitive, si ripercuote sulla capacità di parlare e di pensare fino a causare stati di confusione, cambiamenti di umore e disorientamento spazio-temporale. Questa patologia neurodegenerativa, che solo in Italia interessa più di 600mila persone, non lascia scampo, costringendo chi ne è affetto a un progressivo declino fisico e mentale. Ed è proprio sulla centralità del paziente che si sofferma Lettere a mia figlia: la pellicola, infatti, ha la forza di raccontare il decorso dell’Alzheimer dall’insolito punto di vista di un uomo che si ritrova improvvisamente nel tunnel della malattia. Leo Gullotta, dall’alto dei suoi 54 anni di carriera, trascorsi tra palchi teatrali, set televisivi e cinematografici, ha accettato la sfida (peraltro rifiutando ogni tipo di compenso), per dare voce a quest’uomo sofferente. E lo ha fatto in modo più che incisivo. L’uomo interpretato dall’attore siciliano in Lettere a mia figlia non viene mai chiamato per nome: è solo un anziano padre. Questo perché la malattia è entrata lentamente nella sua vita, strappandogli via l’identità, la personalità e la dignità. E se queste condizioni vengono a mancare, la persona smette di esistere, di essere. Giorno dopo giorno inizia a rendersi conto di non essere più lo stesso e comprende che la sua esistenza sta cambiando. Per questo motivo inizia a scrivere lettere alla […]

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Cinema e Serie tv

Gatta Cenerentola, la fiaba napoletana dal cuore dark

“I sogni son desideri…” cantava una dolce fanciulla dai capelli biondi entrata nell’immaginario collettivo come la più famosa delle principesse: Cenerentola. Bene. Dimenticatela. Archiviare ogni pretesa di legame con l’edulcorata fiaba disneyana è la conditio sine qua non per apprezzare pienamente un prodotto filmico come Gatta Cenerentola. Dopo L’arte della felicità (miglior film d’animazione europeo 2013), Alessandro Rak – stavolta insieme a Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone – si ispira alla fiaba di Giambattista Basile, scritta in quel Seicento napoletano calderone d’arte e contenuta ne Lo Cunto de li Cunti, per tornare nelle contraddizioni partenopee. Presentata alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia (dove si è aggiudicata ben quattro riconoscimenti) nella sezione Orizzonti, dedicata ai film «rappresentativi di nuove tendenze estetiche ed espressive» – la pellicola è stato accolta da tanti e lunghi applausi (si è parlato di “miracolo napoletano”) ed è stata proiettata in anteprima (alla stampa e al pubblico) lunedì 11 settembre al cinema Modernissimo (Napoli) registrando sold out. L’arrivo ufficiale nelle sale è previsto per giovedì 14 settembre. La storia vede una rilettura animata lontana da ogni altra versione mai arrivata al grande pubblico e lontana anche dall’originale letterario, nonostante la chiara ispirazione. I registi confezionano un racconto spigoloso (come i disegni dell’animazione) e affascinante, offrendo uno straordinario esempio di come l’animazione made in Italy – e, nello specifico, made in Napoli – vanti uno sguardo peculiare e raffinato, che nulla ha da invidiare a prodotti internazionali con budget più ingenti e produzioni più blasonate. Non pensa infatti al target, Gatta Cenerentola, e questo ne preserva l’essenza più autentica: non pretende di piacere a tutti e compie scelte dure e inconsuete, prima tra tutte quella di mettere in secondo piano l’eroina del titolo in favore del villain Salvatore Lo Giusto, detto ‘o Re, vero protagonista della scena grazie anche alla splendida performance vocale di Massimiliano Gallo (coadiuvato dai bravissimi Alessandro Gassmann, Maria Pia Calzone, Mariano Rigillo, e altri). È lui il cantore di questa Napoli derelitta e straziata, che affonda nel degrado e sembra destinata a uccidere qualsiasi residuo germoglio di bene. Il lavoro della casa di produzione Mad Entertainment (in collaborazione con Rai Cinema, Big Sur, Skydancers) e dei quattro registi sul plot arcinoto della figliastra sfruttata da matrigna e sorellastre, ma destinata a un ribaltamento del suo destino, lascia dunque inizialmente spiazzati per coraggiose scelte narrative. Gatta Cenerentola, trama e novità Mia Basile è cresciuta all’interno della Megaride, un’enorme nave da crociera ancorata nel porto di Napoli da più di 15 anni. Suo padre, Vittorio (Mariano Rigillo), ricco armatore e brillante scienziato, viene ucciso il giorno del suo matrimonio con la bella Angelica Carannante (Maria Pia Calzone), portando nella tomba i futuristici segreti tecnologici della nave e il sogno di rinascita e riqualificazione della città attraverso il Polo della Scienza e della Memoria. La piccola – chiusasi nell’assoluto mutismo dopo l’evento traumatico – viene così cresciuta ‘in cattività’ all’ombra della temibile matrigna e delle sue perfide sei figlie. La città versa ora nel degrado totale e Salvatore Lo Giusto, detto ‘o Re (Massimiliano Gallo), ambizioso trafficante […]

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Cattivissimo me 3: il ritorno di Gru e dei Minions

Dopo il film dei Minion, torna Gru come protagonista Spesso capita, scherzando, per non prendersi la colpa di ciò che abbiamo fatto, di dire che è stato “il nostro gemello cattivo”. E se scoprissimo di avere davvero un gemello… cattivo? Cattivissimo Me 3, terzo capitolo della fortunata saga animata targata Illumination Entertainment e Universal Pictures, diretto dal veterano Pierre Coffin affiancato questa volta da Kyle Balda e accompagnato dalla colonna sonora curata da Pharrell Williams, è arrivato nei cinema italiani il 24 agosto. Sette anni dopo l’uscita nelle sale del primo capitolo, Cattivissimo Me è diventato ormai un vero e proprio fenomeno di costume, forte soprattutto dell’invasione di merchandising da cui è scaturito anche un film dei Minions. Cattivissimo me 3, la trama In questo terzo capitolo, il non più cattivissimo Gru (Max Giusti) viene licenziato dalla Lega Anti Cattivi insieme alla compagna Lucy (Arisa) per la mancata cattura di Balthasar Bratt (Paolo Ruffini), ex-bambino prodigio di Hollywood ormai dimenticato, che è cresciuto convinto di essere il malvagio personaggio che interpretava negli anni ‘80, un villain armato di chewing gum gonfiabili e cubi di Rubik esplosivi. E se il licenziamento è già di per sé sconvolgente per Gru, il vero choc arriva quando scopre di avere un fratello gemello dai setosi capelli biondi, Dru (doppiato a sua volta da Max Giusti). Dru è esageratamente ricco, ha un’attività che va a gonfie vele e colleziona auto sportive. Eppure non è soddisfatto, perché il suo sogno è seguire le orme del padre e diventare un cattivissimo super-criminale. E chi meglio di Gru può aiutarlo? Al plot principale sono affiancate tre sottotrame. Mentre i due fratelli imparano a conoscersi a vicenda, Lucy è alle prese con il più difficile dei mestieri: quello di mamma. Inesperta e insicura, Lucy non sa bene come comportarsi, finché non scopre la più elementare delle verità, che è anche il fil rouge di tutto il film: bisogna essere se stessi. Solo imparando dai propri errori e non avendo paura di farsi conoscere per quello che si è davvero è possibile costruire un vero rapporto. Che sia tra madre e figlia, tra marito e moglie o tra fratelli. E i Minions? Relegati nuovamente al ruolo di spalle dopo lo spin-off che li ha visti protagonisti nel 2015, i simpatici omini gialli decidono che è ora di abbandonare il loro padrone per cercarne un altro più cattivo. Riusciranno però ad abbandonare davvero Gru? Nel provarci finiscono addirittura in prigione dove diventano i mattatori di una delle scene più divertenti di tutto il film. Oltre ai Minions, anche Agnes ha guadagnato un momento tutto suo. Dopo aver seguito le avventure sentimentali di Margot nel secondo film, ora tocca alla più adorabile delle sorelle avere un ruolo più in primo piano, alla ricerca di un vero unicorno per sostituire quello di pezza che ha dato via in uno slancio di grande generosità. Una mini storia nella storia che, a differenza di quella dei Minions, non ha una vera forza e smorza un po’ il tono del film. La saga e i segni di cedimento Cattivissimo Me 3 […]

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Cinema e Serie tv

Game of Thrones 7: Winter is here su Sky Atlantic

Winter is here! Forgiate l’acciaio di Valyria, perché «l’inverno è arrivato» in piena estate e con i quasi 40° segnati negli ultimi giorni dalla colonnina di mercurio. La settima (e penultima) stagione di Game of Thrones debutta, infatti, su Sky Atlantic, in contemporanea con gli Stati Uniti, nella notte fra domenica 16 e lunedì 17 luglio. Tra battaglie epiche, morti, fiumi di sangue, amori ed inganni, Jon Snow, Cersei e Daenerys punteranno a un solo obiettivo: la conquista dei Sette Regni. Dopo una lunga attesa, riprende finalmente la serie televisiva ispirata alla saga fantasy Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (titolo originale: A Song of Ice and Fire), conosciuta in Italia come Il Trono di Spade. La settima serie – che dovrebbe essere anche la penultima – conterà soltanto sette episodi invece di dieci, anche se quasi tutti un po’ più lunghi del solito, e l’emittente HBO ha deciso di posporre l’inizio della stagione, che di solito comincia in tarda primavera, sia per motivi narrativi (l’inverno è arrivato, e quindi in Irlanda bisogna girare più tardi se si vuole la vera neve!) sia per ragioni di budget: le nuove stagioni, infatti, saranno le più spettacolari in assoluto in termini di effetti speciali. L’ottava stagione, salvo ripensamenti, sarà quella conclusiva. Ma la HBO parla di potenziali spin-off e film basati sui personaggi – quei pochi sopravvissuti nel corso delle stagioni! Nella nuova serie di Game of Thrones, Daenerys Targaryen (Emilia Clarke) è finalmente partita per il Continente Occidentale con il suo esercito, i suoi draghi e Tyrion Lannister (Peter Dinklage). Jon Snow (Kit Harington) è diventato il Re del Nord, Cersei Lannister (Lena Headey) ha preso possesso del trono di ferro, e mentre vecchie alleanze si spezzano e nuove emergono, un esercito di Estranei è in marcia. Game of Thrones, la storia di un fenomeno di massa Tranquilli. Potete proseguire nella lettura, non vi è pericolo spoiler! L’adattamento televisivo ha portato alla ribalta Game of Thrones, che fino a poco tempo prima era noto a un ristretto pubblico di lettori appassionati, rendendolo una citatissima icona della cultura popolare. Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco nasce nel 1996 da un’idea dello scrittore americano George R. R. Martin. Il primo volume, intitolato semplicemente A Game of Thrones (in Italia, appunto, Il Trono di Spade) fu accolto con grande entusiasmo da critica e pubblico. I lettori apprezzarono particolarmente il realismo viscerale della narrazione, il complicato intreccio narrativo e gli scioccanti colpi di scena che divennero ben presto il marchio di fabbrica dell’epopea. Nel corso di questi vent’anni, Martin ha firmato cinque volumi dei sette che aveva previsto: in Italia sono stati editi in vari formati (le prime edizioni, per esempio, hanno diviso in più libri i singoli volumi originali) ma anche noi, come i lettori di tutto il mondo, stiamo aspettando la pubblicazione del sesto volume, mentre Martin non ha ancora neppure cominciato a scrivere il settimo. La sua esasperante lentezza è stata ampiamente discussa e criticata persino dai suoi fan più accaniti che cominciano a temere di […]

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Food

Verdebaccalà: il panino col baccalà fritto da Cipajò Pub & Girarrosto

Qualcuno potrebbe forse storcere il naso. Ma quello che stiamo per presentarvi è un’assoluta novità nel panorama culinario. Nasce il Verdebaccalà: il primo panino con il baccalà fritto! Tradizione e innovazione della cucina campana in un unico piatto. Il Verdebaccalà è stato presentato nel corso di una serata per la stampa martedì 4 luglio presso il locale – di recente apertura – Cipajò Pub & Girarrosto di Giugliano in Campania (Napoli), il quale ha chiuso una partnership con Fenesta Verde, storica impresa giuglianese di ristorazione, dalla fama nazionale. Proprio dal dialogo tra queste due realtà nasce il Verdebaccalà. Il panino deriva da uno dei piatti più celebri di Fenesta Verde, il baccalà fritto, che viene rivisitato ed accomodato tra due fette di pane. Il baccalà è il protagonista principale, reso croccante da una particolare impanatura, ed esaltato dalla crema di scarole stufate, dal patè di olive nere e dalla scarola alla carrettiera. Verdebaccalà da Cipajò Pub & Girarrosto, l’incontro tra una realtà giovane e una realtà storica Il pub Cipajò nasce da un’amicizia tra quattro giovani imprenditori giuglianesi fondata su tre principi chiave: passione per i viaggi, amore per la cucina ed aggregazione giovanile nel proprio territorio. Durante i numerosi viaggi nella penisola iberica i giovani amici hanno scoperto i Cipaj, centri d’unione e attivismo giovanile volti al miglioramento delle autonomie locali. L’amore per la cucina e l’ammirazione per la filosofia del Cipaj li hanno spinti a mettersi in gioco, dando vita a Cipajò (Cibo – Passione – Joventude). Con un pizzico di novità – e anche con molto coraggio, considerando la particolarità del luogo – il locale vuole essere una forma d’aggregazione per i giovani del territorio, basata naturalmente sulla buona cucina realizzata con prodotti freschi e genuini, prodotti tipici e della tradizione. Proprio nel solco del rispetto della tradizione nasce il connubio con Fenesta Verde, una trattoria storica nata nel 1948 e arrivata oggi alla terza generazione di gestione. ”Spesso si pensa ai pub come ad una cucina di serie B ma noi vogliamo dimostrare che è un pensiero errato. La buona cucina è la regina indiscussa dei nostri territori e dei nostri piatti che sono sì calorici ma pensati e creati con prodotti di prima qualità”, ha affermato Domenico Iovino, uno dei titolari dell’attività.  I giovani imprenditori, visibilmente emozionati ma decisi, hanno trasmesso alla sala, gremita di gente, una grande e fresca energia: ”Abbiamo deciso di unire la realtà ambiziosa e giovane di Cipajò – insieme al concetto d’innovazione che si porta dietro – al nome di Fenesta Verde, che è per eccellenza il ristorante della tradizione. L’incontro è stato dei migliori”, – ha spiegato Emanuele Bifaro, altro socio dell’attività.  Dell’importanza di farsi spazio tra la modernità ha parlato anche Laura Iodice, chef della famosa trattoria giuglianese: ”È importante amare il proprio paese e portare avanti le proprie tradizioni, bisogna dare lustro a quest’ultime apprezzando i prodotti del nostro territorio”.  La serata ha visto un menù ricco e vario, con prelibatezze gourmet che sposano perfettamente sapori rustici […]

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Viaggi e Miraggi

Cosa vedere a Copenaghen, una città eco-compatibile

Piccola guida su cosa vedere a Copenaghen. È stata eletta la città più vivibile al mondo. Una capitale efficiente, ricca di attrazioni ma, soprattutto, eco-compatibile (e il primo messaggio della sensibilità verso l’ambiente ci arriva ancora prima di atterrare, quando si intravedono dall’aereo le decine di turbine eoliche marine). Stiamo parlando della più grande città scandinava, la capitale della Danimarca: Copenaghen. Situata sulla costa orientale dell’isola di Zelanda e in parte sull’isola Amager, Copenaghen è una città piacevole da visitare in ogni stagione, tra emozionanti escursioni in battello, piacevoli soste gastronomiche e distensive passeggiate nei tanti parchi o tra negozi eleganti, magari girovagando in sella ad una delle tante biciclette a disposizione per i turisti. La città è divisa in diversi quartieri, per la maggior parte raggiungibili a piedi dal centro o facilmente accessibili con i mezzi pubblici. Tra i più noti: Østerbro, il quartiere più tranquillo e borghese, ove sorgono piccole botteghe specializzate e numerosi nonché ottimi locali; Vesterbro, il quartiere ovest della città, abitato per lo più da studenti; Nørrebro, il quartiere nord, il più multietnico. Il quartiere di Christianshavn, fondato nel 1611 da re Cristiano IV, pullula di casette a tinte vivaci e canali alberati: vi si trova la Chiesa del Nostro Redentore, costruzione barocca con la sua caratteristica spirale dorata da dove si può godere di un panorama a 360 gradi su tutta la città. A pochi passi da lì c’è Christiania: l’unica “città libera” al mondo, che ha raggiunto uno status semi-legale di indipendenza. Una trentina di ettari con bancarelle hippie, street art, caffé d’altri tempi, e la famosa “pusher street”.  Scopri cosa vedere a Copenaghen! Un altro simbolo di Copenaghen è il Nyhavn, vecchio porto del 17° secolo con le sue tipiche casette colorate disposte lungo le rive dei suoi canali, dove si può godere di una rilassante pausa sorseggiando un aperitivo o assaggiando i tipici Smørrebrød (“bruschette” danesi con affettati, salmone o aringhe). A proposito di simboli, non si può non citare la famosa sirena di Copenaghen, immagine iconica della città nel mondo. Dal 1913 accoglie i viaggiatori al porto seduta sul suo scoglio. Una statua in bronzo che rimanda alla protagonista della celebre favola dello scrittore danese Hans Christian Andersen: la storia della sirena infelice che sogna di poter camminare sulla terra ferma per raggiungere l’uomo di cui è innamorata. Solo 125 cm di altezza per 175 kg di peso, la Sirenetta dall’aria malinconica ha ispirato i visitatori di tutto il mondo con la sua storia d’amore. Ma ha anche sollevato delle controversie. Decapitata due volte dagli artisti radicali (nel 1964 e nel 1998), la Sirenetta è stata anche privata di un braccio (1984). E ci fu addirittura un tentativo di farla esplodere (2003). Dalla Sirenetta si raggiunge, in pochi minuti di cammino, Kastellet, un parco che è, in realtà, un’antica cittadella fortificata (lo si intuisce dalla sua entrata circondata da un fossato superato da un ponte). Tutta la zona ha una pianta a forma di stella, accerchiata da un terrapieno erboso dove si vedono persone fare jogging o andare in bici. Il silenzio che regna qui è […]

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Napol e Dintorni

Riapre Magic World Napoli, ma cambia nome: è il Pareo Park

Magic World Napoli, o meglio Pareo Park, finalmente riapre i battenti 1° luglio 2017: riapre Magic World Napoli, ma cambia nome in Pareo Park. È il parco acquatico più grande del Sud Italia! A tre anni dal fallimento del Magic World, vera e propria icona del divertimento campano, e a un anno dalla chiusura dei cancelli, una cordata di imprenditori guidata da Vincenzo Schiavo, Presidente di Confesercenti e console onorario della Federazione Russa a Napoli, ha rilevato la struttura. Oltre al parco acquatico e divertimenti sorgeranno nell’area un centro termale, alberghi, ristoranti e un’arena per concerti. Il tutto sotto il controllo di un Comitato Etico permanente composto da magistrati ed ex pm. Schiavo ha coinvolto nell’operazione investitori russi e inglesi. « Il nuovo Magic World – dichiara l’imprenditore – saprà sfatare il mito che nel meridione l’economia non funziona, che la presenza della camorra e la lentezza della burocrazia rendono impossibile ogni iniziativa ».  « Saranno duecento le persone che lavoreranno nella struttura – spiega Schiavo – una società si sta occupando delle selezioni tra i vecchi operatori e quelli che si sono candidati. Saranno operatori che dovranno avere dei requisiti per offrire maggiori servizi alla clientela ». La struttura avrà una parziale apertura: resterà chiusa l’area del parco giochi. « L’area giochi – continua – aprirà quando saranno effettuate tutte le verifiche e le eventuali sostituzioni delle attrazioni obsolete. Entro il 2019 sarà inaugurato il Palazzetto della Musica che sarà diretto da Mogol ». « Questa struttura deve dare lustro all’intera regione Campania – conclude – in quanto è una delle più grandi d’Europa e deve diventare un polo attrattivo e di sviluppo ». Pareo Park (ex Magic World Napoli), struttura e attrazioni Duemila posti auto, sette piscine, diciassette attrazioni acquatiche, aree verdi e baby parking: queste le attrazioni pubblicizzate sul sito dell’attività, già online e attivo (e in cui si possono trovare chiarimenti su prezzi e promozioni). Il nuovissimo Pareo Park sorge proprio sulle antiche e malandate spoglie del Magic World a Licola (Giugliano in Campania), e si suddivide, quindi, in due grandi aree: un parco acquatico, attivo solo nei mesi estivi, per una superficie totale di circa 300.000 mq e un parco divertimenti, attivo da ottobre, con nuove attrazioni. L’area del parco acquatico comprende la grande piscina ad onde (un must del Magic World), vasche idromassaggio e la bella Laguna Tropicale con scivoli e giochi d’acqua per bambini. Vasto spazio è dedicato al food e beverage con 23 attività tra bar e ristorazione. Tra le attrazioni acquatiche più spericolate segnaliamo: Anaconda (4 idroscivoli alti 12 metri, tutti coloratissimi e diversi tra loro); Big Hole (scivolo a tubo con effetti di luce all’interno); Kamikaze (a due piste parallele per una discesa mozzafiato da oltre 20 metri); Scivolo Foam (multipista per gareggiare tra amici); Family Rafting e Niagara (per una divertente discesa su speciali maxigommoni); Tubo (per arrivare in piscina a tutta velocità); Lazy River (fiume che si sviluppa lungo il perimetro del parco acquatico e che si può percorrere sui gommoncini). Il parco offre finalmente anche la possibilità di acquistare i biglietti direttamente online, snellendo, […]

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