Omosessualità nel cinema: una storia di rappresentazione e censura

L'omosessualità nel mainstream globale

La storia dell’omosessualità nel cinema è un percorso complesso e dibattuto, segnato da momenti di sorprendente apertura, decenni di dura censura e una lenta ma progressiva conquista di visibilità. La rappresentazione sul grande schermo è sempre stata uno specchio, spesso deformante, degli atteggiamenti culturali, sociali e legislativi della sua epoca.

Le ere della rappresentazione omosessuale al cinema

Periodo storico Caratteristiche e film di riferimento
Anni ’20 – primi ’30 (Pre-Codice) Tolleranza e allusioni esplicite. Film: Marocco (1930), Sangue ribelle (1932)
1934 – Anni ’60 (Codice Hays) Censura totale, rappresentazione negativa o velata (“queer coding”). Film: Chimere (1950)
Anni ’70 Influenza dei moti di Stonewall, storie più dirette e complesse. Film: Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975)
Anni ’80 – ’90 Impatto della crisi dell’AIDS, ritorno di stereotipi ma anche film di denuncia. Film: Cruising (1980), Philadelphia (1993)
Dal 2000 a oggi Storie mainstream, biografie e normalizzazione. Film: I segreti di Brokeback Mountain (2005), The Imitation Game (2014)

L’era pre-codice: una libertà inaspettata

Fino ai primi anni Trenta, il cinema godeva di una relativa libertà espressiva. Le allusioni all’omosessualità erano presenti e talvolta sorprendentemente esplicite. In In Charlot macchinista, Chaplin bacia una donna vestita da uomo, giocando con l’ambiguità di genere. L’icona Marlene Dietrich, nel film Marocco (1930) di Josef Von Sternberg, si esibisce vestita da uomo e bacia una donna tra il pubblico, segnando di fatto il primo bacio omosessuale della storia del cinema sonoro. Anche pellicole come In Sangue ribelle (1932) mostravano apertamente scene in bar gay. In questo periodo, il pubblico iniziava ad abituarsi a distinzioni meno nette, complici i “rumors” sui divi e una maggiore fluidità nella rappresentazione.

La grande censura: l’impatto del Codice Hays

Questa breve fase di espansione terminò bruscamente. L’ascesa dei totalitarismi in Europa e le pressioni dei gruppi conservatori in America portarono all’adozione del Codice Hays a Hollywood nel 1934. Questo rigido codice di autoregolamentazione morale vietava esplicitamente la rappresentazione di “perversioni sessuali”, categoria in cui rientrava l’omosessualità. Per decenni, ogni riferimento diretto scomparve, sostituito da stereotipi negativi o da un linguaggio in codice, il cosiddetto queer coding: personaggi malvagi, deboli o effeminati venivano usati per alludere all’omosessualità senza mai nominarla. Un esempio fu Lot in Sodom (1933), che definì gli omosessuali come individui depravati e pericolosi.

Dagli anni ’60 a Stonewall: una nuova visibilità

L’indebolimento del Codice Hays negli anni ’50 e la sua definitiva abolizione negli anni ’60, unita al clima di liberazione portato dai movimenti per i diritti civili e dai moti di Stonewall del 1969, aprirono una nuova era. Negli anni ’70 emersero film che trattavano il tema in modo più diretto e complesso. Un esempio emblematico è Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975) di Sidney Lumet, dove il protagonista interpretato da Al Pacino compie una rapina per finanziare l’operazione di riassegnazione di genere della sua amante transessuale.

Gli anni ’80 e ’90: l’ombra dell’AIDS e il New Queer Cinema

Nonostante i progressi, i vecchi cliché faticavano a scomparire. In Cruising (1980), un assassino spietato adesca le sue vittime in locali leather, rinforzando un’immagine negativa. A questo si aggiunse il tragico scenario dell’epidemia di AIDS, che da un lato alimentò la paura e dall’altro, paradossalmente, costrinse Hollywood a rompere il silenzio. La malattia svelò i retroscena di attori come Rock Hudson e portò alla produzione di film di denuncia come il celebre Philadelphia (1993), con Tom Hanks nei panni di un avvocato malato che combatte il pregiudizio.

Il nuovo millennio: verso la normalizzazione mainstream

Il percorso verso una rappresentazione matura ha raggiunto un punto di svolta con I segreti di Brokeback Mountain (2005) di Ang Lee, un successo globale che ha dimostrato come una storia d’amore tra due persone dello stesso sesso potesse essere universale. Da allora, il cinema ha accolto sempre più storie a tematica LGBTQ+, spesso con grandi produzioni e attori di fama. Basti pensare a biografie come The Imitation Game (2014) su Alan Turing, The Danish Girl (2015) sulla pioniera transgender Lili Elbe, o il fenomeno Bohemian Rhapsody (2018) su Freddie Mercury.

Oltre il cinema: il ruolo delle serie TV

A partire dal 2000, la produzione di serie televisive ha giocato un ruolo fondamentale nell’affrontare questioni come il coming out e l’omosessualità adolescenziale con una profondità inedita. Titoli come Queer as Folk (2000-2005), The L Word (2004-2009) e, più recentemente, la rivoluzionaria Pose (2018), hanno portato la narrazione a un nuovo livello di complessità e autenticità, influenzando a loro volta anche il grande schermo.

Fonte immagine: Wikipedia

Articolo aggiornato il: 06/09/2025

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