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Eroica Fenice

La tartaruga rossa, il primo lungometraggio di Dudok de Wit

La tartaruga rossa, il primo lungometraggio di Dudok de Wit

Candidato agli Oscar 2017 nella categoria “Miglior film d’animazione” – il premio è stato poi vinto da Zootropolis per la regia di Rich Moore e Byron Howard – La tartaruga rossa è il risultato di una coproduzione tra tre diversi Paesi: Belgio, Francia e Giappone. Diretto dallo sceneggiatore, regista, animatore e illustratore olandese Michaël Dudok de Wit, il film ha ottenuto il premio speciale Un Certain Regard allo scorso Festival di Cannes. La pellicola, per la quale de Wit ha scritto il soggetto, è stata prodotta dal famoso Studio Ghibli giapponese al quale sono ricollegabili i nomi dei popolarissimi animatori nipponici Hayao MiyazakiIsao Takahata.

La storia ha inizio con una tempesta e un uomo che fa naufragio su un’isola tropicale dove non vi è altra traccia di vita se non quella animale, in prevalenza uccelli e tartarughe. Il naufrago tenta più volte di andarsene con delle zattere da lui costruite, ma ogni tentativo è sabotato da una tartaruga rossa gigante che distrugge le sue imbarcazioni di fortuna. Alla prima occasione, l’uomo contribuisce alla morte dell’animale ed è da questo evento che si avrà un’inattesa quanto sorprendente evoluzione della trama.

La tartaruga rossa: un omaggio alla ciclicità della vita

Per de Wit, abituato ai cortometraggi, La tartaruga rossa ha rappresentato una sfida notevole nella sua carriera; ciononostante, i risultati più che positivi di questa impresa d’animazione sono immediati e ben visibili agli occhi degli spettatori.

Disegni semplici dai tratti leggeri e poco marcati; colori pastello tenui e niente affatto violenti che rendono ancor più realistici i paesaggi dell’isola e gli ambienti marini; chiaroscuri sfumati alla perfezione che danno vita a giochi di ombre definiti persino durante le scene notturne.

Non vi è traccia di effetti speciali e i dialoghi sono del tutto assenti perché a parlare sono la trama e le immagini meravigliose scaturite da matite sapienti per supportare e illustrare la narrazione. Una narrazione che vuole essere ciclica come la vita con un suo inizio – del quale non si conoscono le motivazioni – un suo sviluppo e una fine che, però, non è definitiva perché ricomincia daccapo diversa dalla precedente ma sempre in movimento, senza fermasi mai. D’altronde, è questo uno degli aspetti fondanti e fondamentali della natura e dell’esistenza: ciò che nasce prima o poi perisce e ciò che si ha prima o poi si perde.

La tartaruga rossa vuole anche essere un invito al saper attendere, al non essere precipitosi, a lasciare che gli eventi, felici o dolorosi che siano, seguano il loro corso; un corso inevitabile e difficilmente modificabile.

La riflessione e l’accettazione del naufrago di quella che è la sua condizione sull’isola è scandita dallo scorrere del tempo con un’alternanza di diversi stati d’animo che si possono definire positivi, neutri o addirittura apatici e negativi ma, comunque, vividi e reali. L’esperienza e la quotidianità dell’isolamento sono accompagnati prevalentemente dai rumori di una natura paradisiaca e terribile allo stesso tempo con brevi e intensi momenti musicali a opera del compositore francese Laurent Perez del Mar.

La tartaruga rossa è un’opera di rara bellezza e maturità, di fronte alla quale si resta incantati e rapiti come in un sogno a occhi aperti che invita alla riflessione in maniera dolce e mai traumatica su quella che è la condizione umana con la sua forza e la sua fragilità in rapporto alla natura e alla vita stessa.