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Eroica Fenice

Lui è tornato

Lui è tornato: Hitler si risveglia nella Germania di oggi

Cosa accadrebbe se Hitler si risvegliasse nella Germania contemporanea? È la domanda a cui prova a rispondere “Lui è tornato” il film diretto da David Wnendt, basato sull’omonimo romanzo di Timur Vermes, che sarà proiettato nelle sale italiane dal 26 al 28 Aprile.

Fabian Sawatzki (Fabian Busch), giovane collaboratore di un’emittente televisiva, durante delle riprese inquadra involontariamente un uomo che assomiglia incredibilmente ad Adolf Hitler (Oliver Masucci) e lo cerca per poter girare un documentario. In pochi mesi il führer attraversa la Germania e ascolta le problematiche dei cittadini, propone efficaci soluzioni, e si presta a scattare foto, riuscendo così a diventare un fenomeno virale, che di lì a poco, troverà uno spazio televisivo in cui parlare al popolo. Grazie ai mezzi di comunicazione Hitler, da tutti ritenuto un abile attore, riesce a divenire una vera e propria star, di cui la televisione non potrà più fare a meno per gli ascolti. La popolarità acquistata permette al comandante del terzo Reich di scrivere un libro da cui sarà poi tratto un film in cui racconterà la sua storia.

Lui è tornato, le analogie tra la società di ieri e quella di oggi

“Lui è tornato” è un film che riesce a raggiungere pienamente i suoi obiettivi grazie ad una grande interpretazione di Oliver Masucci ed alla leggerezza con cui tratta temi che rischierebbero di essere ritenuti eccessivamente impegnativi per il grande pubblico. È un’analisi lucida e tagliente della società contemporanea, dei mezzi di informazione e delle dinamiche del potere, che viene proposta alternando momenti di riflessioni ad amari sorrisi. È un film che attraverso le domande poste dal führer ai cittadini, cerca di mostrare le analogie che intercorrono tra la società che legittimò l’ascesa di Hitler e quella odierna: l’apatia politica, la percezione della diversità come pericolo da eliminare, la necessità di un leader che non mostra insicurezze, ma propone certezze in cui riporre una fede cieca. La televisione, vista immediatamente da Hitler come un “mezzo strepitoso di propaganda”, nasconde l’abisso ed offre nei momenti di difficoltà sociale, ora come allora, uno svago che è “un immenso insulto all’intelligenza di chi guarda”. Ed è per questo motivo che, per lo statista senza scrupoli, diviene lo strumento ideale mediante cui parlare alla popolazione, quella stessa popolazione che si indigna per l’uccisione di un cane, ma che non riesce a condannare la violenza verbale, quella di contenuti, che è anche la più difficile da riconoscere. L’unica persona che riesce a comprendere il pericolo che si cela dietro al volto e alle parole di colui che tutti ritengono essere un attore, è, paradossalmente, un vecchia signora ritenuta demente, che ha perso parte dei familiari durante l’olocausto, e che sembra urlare anche allo spettatore mentre si rivolge agli altri personaggi: “dice le stesse cose di allora, anche all’epoca all’inizio ridevano di lui”.

In definitiva, “Lui è tornato” non mette in scena un irrealizzabile ritorno di Hitler, ma rappresenta il pericolo che si radica nelle democrazie ogni volta che c’è un momento di difficoltà, un momento in cui si ripone fiducia in una persona che propone false certezze. Non è tornato Hitler, ma il pericolo di commettere errori già noti.

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