Perfect Days: un delicato miracolo fuori dalla storia

Perfect Days: un delicato miracolo fuori dalla storia

Nelle sale italiane dal 4 gennaio, Perfect Days, il nuovo film di Wim Wenders, è un inno alla semplicità e alla bellezza di una vita priva di aspettative che si esaurisce nell’ “hic et nunc”.

Komorebi: la luce che filtra tra le foglie degli alberi. Quella luce fioca e instabile che si fa largo nell’ombra, come la felicità nella vita di ogni giorno. Un chiaroscuro che è flebile tanto quanto quello che siamo, costantemente esposti al vento e alla mutevolezza.

Perfect Days: la filosofia di Hirayama

In Perfect Days il regista Wim Wenders prova a tradurre in immagini tutta la delicatezza dell’equilibrio che, ogni giorno, come funamboli, siamo chiamati a mantenere. E ci prova attraverso l’espressione rassicurante di Kōji Yakusho (nel film, Hirayama) – premio miglior attore al Festival di Cannes – che trasmette pace nel semplice vivere i giorni che scorrono, con la semplicità e la saggezza di chi sa che «Un’altra volta è un’altra volta, mentre soltanto adesso è adesso».

Chi ha letto un po’ di David Foster Wallace ricorderà il suo discorso per la cerimonia delle lauree al Kenyon College, alla fine del libro Questa è l’acqua. Hirayama, che nella vita pulisce le toilette pubbliche di Tokyo, è, per intenderci, quel tipo di persona che nel saggio di Wallace all’ora di punta, alla fine di una tipica giornata da adulto, rifugge dalla “convinzione automatica di essere il centro del mondo” e si sente tanto ben adattato da percepire ogni esperienza come sacra.

Del lento scorrere dei suoi giorni tutti uguali, ma tutti ugualmente perfetti, è fatta quest’ultima pellicola del regista tedesco, che ha poche parole ma tanta musica in audiocassette anni Sessanta e Settanta, un cimelio vintage che Hirayama si rifiuta di vendere perché conosce bene la differenza tra prezzo e valore.

Un film fatto di immagini e musica

Il potere evocativo di Perfect Days è affidato, per lo più, alle immagini, grazie alla preziosa fotografia, onirica e geometrica al tempo stesso, di Franz Lustig; sono ricorrenti gli alberi, che il protagonista fotografa dopo il lavoro, vecchi ricordi in bianco e nero, una parola – ombra – scritta in giapponese.

La bellezza delle piccole cose e la poesia nascosta nella ruotine quotidiana: il messaggio è chiaro sin dalle prime scene. In un mondo in cui nessuna vita è appagata e appagante, Hirayama è – come ha affermato Wenders – un piccolo pezzo di utopia.

Non cerca niente, oltre a quello che già ha, in mezzo a un groviglio di persone complicate e insaziabili, perseguitate dalla “Fear of missing out“. E in tutto ciò che fa mette una grazia e una cura, sempre al servizio del bene comune, che – tocca ammetterlo – a noi occidentali risulta quasi finta; mentre arrotola e srotola il futon, si rade, ascolta qualche brano in auto (magari i Kinks o Patti Smith), pulisce le futuristiche toilette di Tokyo, mangia al solito posto e poi ricomincia tutto dal punto uno, Hirayama è felice e sorride.

Perfect Days: emozioni appena accennate e lezioni di vita

E procede così la storia, con una trama più che esile, tra evocazioni e suggestioni che, però, non approdano a qualcosa di sufficientemente incisivo.

Se questo messaggio è necessario e universale, infatti, dall’altra parte dello schermo non è scontato riuscire a riconoscere questa lenta routine di 124 minuti senza tanti cambi di scena come “perfetta” piuttosto che come “ripetitiva”. Ed è difficile quanto più si è abituati a un certo patetismo nel rappresentare i sentimenti che è tipico del cinema occidentale. In Perfect days – che è occidentalissimo, ma perfettamente giapponese nel suo stile – ogni emozione è appena accennata, senza effetti speciali, senza strillare, senza mai arrivare alla piena e soddisfacente espressione che tanto appaga chi non vuole perder tempo a metabolizzare, ma vuole lasciare il multisala con il ciglio bagnato e la convinzione di aver imparato a vivere un po’ meglio. Invece questo è un film che arriva dopo, dopo essere usciti dal cinema, che si digerisce lentamente mentre si rientra a casa, che ritorna in mente nel mezzo della nostra routine. È lì che sembra meno scontata l’espressione di Hirayama che, mentre guida per andare a lavoro, un po’ sorride e un po’ si commuove. In ogni caso si emoziona, un po’ luce che filtra attraverso l’ombra.

Immagine in evidenza: locandina del film

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