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Eroica Fenice

Spaghetti-western, storia di un genere italiano

Gli anni ’60 e ’70 rappresentano per il cinema italiano un’età dell’oro irripetibile, grazie anche allo sviluppo economico e all’aumento dei consumi. L’industria cinematografica non poté che risentirne positivamente e accanto al cinema d’autore di maestri quali Fellini, Pasolini, Antonioni e Petri si andò sviluppando un filone del cinema di genere il cui emblema per eccellenza, accanto alla commedia, al giallo e all’horror, è rappresentato dallo spaghetti-western.

L’origine e le caratteristiche del genere

Il termine spaghetti-western (detto anche “western all’italiana”) fu coniato con disprezzo dai critici americani per indicare tutti quei film western girati in Italia con pochi mezzi e scarso budget. Una definizione in parte veritiera, dato che le pellicole di quei registi che si nascondevano dietro pseudonimi americani (Bob Robertson per Sergio Leone, E.B. Clucher per Enzo Barboni ..) avevano poco a che fare con il western detto “classico”. Ma questi film non rappresentavano un passivo scimmiottamento dei western americani, dato che svilupparono caratteristiche che permisero di dare vita ad un genere a sé stante.

Se il western classico metteva al centro della propria narrazione il mito della frontiera americana e celebrava i valori della collettività e della giustizia, i protagonisti degli spaghetti-western sono soprattutto pistoleri e banditi individualisti legati da un solo e unico valore: quello del denaro. Agli eroi dal viso pulito e rassicurante modellati sulla falsariga di John Wayne si opponevano volti ruvidi e sporchi mostrati in tutto il loro “realismo”, così come l’immensa Monument Valley fu sostituita da paesini sperduti e a tratti spettrali del deserto messicano (in realtà set di ripresa costruiti tra l’Italia, in particolare Lazio e Calabria, e l’Andalusia in Spagna).

Un altro elemento cardine e marchio di fabbrica dei western all’italiana è il concetto di violenza. Laddove il western classico si ritrovava a doverla adoperare, ad esempio quando un personaggio sparava ad un indiano, occultava le immagini ritenute cruente. Lo spaghetti-western invece abbonda in quanto a violenza: tra sparatorie con proiettili che perforano i corpi, torture e sadismo i film di questo filone contribuirono a dare un’immagine oscura e brutale dell’epopea del Far West, molto distante dalla visione romantica e ottimista abbracciata dai registi d’oltreoceano.

I primi spaghetti-western: Corbucci e Questi

Uno dei primi spaghetti-western ad essere stati girati è stato Django, diretto da Sergio Corbucci nel 1966. Fu considerato all’epoca uno dei film più violenti nel suo genere, come lo dimostrano alcune scene divenute celebri: quella in cui un predicatore viene costretto a mangiare il suo stesso orecchio tagliato via da un guerrigliero messicano o anche la sparatoria che Django, interpretato da Franco Nero, compie usando un enorme mitragliatrice nascosta dentro una bara. Inoltre il personaggio di Django fa da archetipo a quello che è l’eroe (forse più antieroe) tipico dello spaghetti-western: un pistolero solitario, taciturno, dallo sguardo magnetico e misterioso, di poche parole e molto più propenso a risolvere le questioni con una pistola che con la dialettica. Interessante è poi la presenza di un luogo simbolo del west: il saloon, un luogo popolato da prostitute e individui poco raccomandabili, dove l’alcool scorre a fiumi e in cui le risse non mancano mai. Indimenticabili sono poi le musiche, firmate dal compositore Luis Bacalov.

Il successo di Django fu talmente inaspettato che, oltre a farlo divenire uno degli eroi cardine dello spaghetti-western assieme a Sartana, portò molti registi e produttori a girare film che nel titolo portavano il nome del personaggio senza però che comparisse. In pratica, usando il nome di Django, questi produttori speravano in un successo assicurato grazie alla garanzia della presenza del nome del personaggio corbucciano nel titolo. In realtà di sequel ufficiale ne esiste soltanto uno ed è Django 2 – Il grande ritorno, diretto da Ted Archer nel 1987 (quando la stagione dello spaghetti-western è oramai conclusa da molto tempo).

Un anno dopo esce nelle sale un western girato da Giulio Questi e che porta il titolo di Se sei vivo spara. Il braccio di Thomas Milian che fuoriesce da una fossa a inizio film è solo un’anticipazione delle scene di efferata crudezza che si vedono più avanti, tra cui lo stupro di un giovane ragazzo per mano di alcuni cowboys e lo scalpo fatto ad un indiano. Il film di Questi è tematicamente importante perché introduce anche altri due topoi che si ritrovano in molti spaghetti-western: la presenza del cimitero, luogo in cui spesso è nascosta un ingente somma di denaro, e la cappa moralista e bigotta di cui le cittadine del west sono piene e i cui emblemi sono i borghesi e i pastori religiosi che si dimostrano molto più avidi e moralmente discutibili dei criminali stessi. Come si può facilmente intuire lo spaghetti-western, oltre a colpire con scene crude e sanguinolente, doveva attirare l’attenzione dello spettatore ancor prima che questi entrasse in sala. Ecco così spiegato l’uso di titoli “intimidatori”e di impatto (Vamos a matar, compañeros, Dio perdona.. io no, etc.) volti a suscitare curiosità.

Lo spaghetti-western di Lucio Fulci

A girare spaghetti-western non furono registi specializzati nel genere, ma anche autori dall’attività poliedrica. È il caso di Lucio Fulci il quale, dopo aver girato un paio di commedie, giunse al western all’italiana nel 1966 con Le colt cantarono la morte e fu… tempo di massacro tra i cui interpreti figura anche Franco Nero. L’efferata violenza mostrata nel film è più che mai esplicita, tendente persino allo splatter (caratteristica che Fulci manterrà anche nei suoi horror): basti osservare la scena iniziale in cui un peone viene sbranato da un branco di cani o quella in cui il protagonista viene frustato, con tanto di ferite e tagli ben in evidenza. Il film di Fulci però introduce anche elementi nuovi, come la figura volutamente goliardica di un ubriacone che si dimostra abile con la pistola (interpretato da George Hilton), forse un’evoluzione del fool delle tragedie shakespeariane, o anche pistoleri di discendenza orientale.

Dopo aver girato due western classici basati sul romanzo Zanna Bianca di Jack London, Fulci tornò all’ultraviolenza nel 1975 con I quattro dell’apocalisse. Interpretato da Thomas Milian e Fabio Testi, fu il primo spaghetti-western ad essere vietato ai minori di 18 anni per via di molte scene disturbanti, come uno sceriffo che viene scuoiato e addirittura una scena di cannibalismo.

Sergio Leone, il nome per eccellenza

Il primo nome che tuttavia viene subito in mente appena si sente parlare di spaghetti-western è ovviamente quello di colui che ne viene considerato il maestro: Sergio Leone.

Dopo un esordio alla regia nel 1961 con il peplum Il Colosso di Rodi, il regista romano gira tra il 1964 e il 1966 i film che costituiscono quella che è conosciuta come la “trilogia del dollaro: Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto, il cattivo. In queste pellicole recita Clint Eastwood, un attore allora semisconosciuto che fino a quel momento aveva recitato in televisione e che in tutta la trilogia interpreta il personaggio dell’Uomo senza nome, un pistolero misterioso, furbo e scaltro entrato nell’immaginario collettivo grazie anche al suo vestiario: poncho, cappello e l’immancabile sigaro stretto tra le labbra. Un archetipo seminale, che ha ispirato tanti altri personaggi non soltanto cinematografici. Accanto a lui recitano altri grandi attori: Eli Wratch, Gian Maria Volontè e Lee van Cleef.

All’epoca dell’uscita di Per un pugno di Dollari Sergio Leone fu accusato da Akira Kurosawa di aver plagiato il suo film Yojimbo – la sfida del samurai, copiato in tutte le sue inquadrature. Ciò porto ad una causa in tribunale vinta dal regista nipponico, il quale rivendicò i diritti della sua opera. Nonostante ciò il film, dopo un’accoglienza tiepida, ottenne un grandissimo successo e servì a rilanciare il genere del western. A ciò contribuì anche lo stile del regista, fatto di primissimi piani sui volti dei personaggi e di campi lunghissimi sui paesaggi desertici (il set di Las Tabernas, in Andalusia), nonché di maniacale attenzione verso i dettagli e i lunghi silenzi che vengono interrotti da irruente esplosioni di violenza, ben lontano dal ritmo serrato dei comuni spaghetti-western. Il tutto viene abbellito dalla colonna sonora di Ennio Morricone, il cui nome è strettamente legato a quello di Leone.

Naturalmente Sergio Leone inserisce nei suoi film elementi che sono tipici dello spaghetti-western, primo tra tutti il denaro. Anche i personaggi della trilogia del dollaro sono spinti dalla sete di ricchezza e di avidità e ciò porta alla costruzione di momenti epici ed immortali, come la celebre “Estasi dell’oro” de Il buono, il brutto, il cattivo dove Eli Wallach percorre in lungo e in largo una distesa di tombe alla ricerca del tesoro.

Nel 1968 Sergio Leone gira C’era una volta il West, che segna una rottura con i precedenti film. È il primo capitolo della “trilogia del tempo” ed è anche una sorta di addio al genere, All’ambientazione messicana dei film con Clint Eastwood va a sostituirsi la Monument Valley, che ha fatto da sfondo a molte opere di John Ford e del western americano e allo stallo alla messicana che segnava l’epilogo delle storie precedenti va a sostituirsi un classico duello che vede contrapposti Harmonica e Frank, rispettivamente Charles Bronson ed Henry Fonda. Si tratta di un congedo che recupera in parte la visione originariamente romantica dell’epopea del far west, oramai giunta al termine, dove però Sergio Leone non rinuncia allo stile che lo ha contraddistinto.

Considerato spesso un western è anche Giù la testa del 1971, secondo capitolo della trilogia del tempo ambientato durante la rivoluzione messicana che diventa una similitudine dello spirito di rivolta lasciato dal Sessantotto. Tra i film del maestro romano è forse quello meno conosciuto e meno citato, ma non per questo meno importante.

Degenerazioni, contaminazioni e parodie: i fagioli-western

Lo spaghetti-western ha subito spesso e volentieri un processo di contaminazione tra i vari generi. Il western si è spesso unito a generi come l’horror e la fantascienza, dando vita a pellicole spesso di dubbio gusto.

Ma come è facile immaginare lo spaghetti-western non è sfuggito alla lente della commedia, per la precisione al sottogenere della parodia. Tuttavia un solo titolo è riuscito a parodiare per davvero i canoni su cui si regge lo spaghetti-western, tanto da divenire a sua volta un genere a se stante: si tratta di Lo chiamavano Trinità, diretto nel 1970 da E.B. Clucher (pseudonimo di Enzo Barboni) e interpretato dalla coppia Bud Spencer e Terence Hill (nomi d’arte di Carlo Pedersoli e Mario Girotti). Il film dà vita al filone del fagioli-western, il cui nome deriva dalla pentola colma del suddetto alimento che Trinità, interpretato da Terence Hill, divora con voracità nella scena iniziale. La caratteristica peculiare che ha portato al successo Lo chiamavano Trinità è la presa in giro di tutti gli elementi che hanno reso grande lo spaghetti-western: anche Trinità è un abile e furbo pistolero, ma rispetto agli eroi leoniani e fulciani è pigro, scherzoso, loquace e attaccabrighe, tutto il contrario del burbero ma bonario sceriffo e fratello Bambino (Bud Spencer). Altra caratteristica fondamentale è l’assenza del sangue e della violenza. Spesso e volentieri i personaggi gettano a terra le armi e le sostituiscono con sonori ceffoni e scazzottate, che diventano un marchio di fabbrica del duo Spencer-Hill. Il successo del film è tale che l’anno successivo Clucher diresse il sequel …continuavano a chiamarlo Trinità.

Il solo Terence Hill recita assieme a Henry Fonda ne Il mio nome è nessuno, diretto da Tonino Valerii nel 1973. Prodotto da Sergio Leone risente delle atmosfere malinconiche di C’era una volta il West di quest’ultimo, a cui però si aggiunge un’allegria scanzonatoria e le immancabili scazzottate che caratterizzano i film dell’attore veneto.

La fine e l’eredità spirituale dello spaghetti-western

Il rinnovamento del western avvenuto in Italia aveva inevitabilmente influenzato anche il cinema americano, quello stesso cinema che aveva definito negativamente quei film considerati di “serie b”. C’era chi sulla falsariga di Leone cavalcava l’onda malinconica della fine del far west, ma in una veste più cinica come fece Sam Peckinpah con Il Mucchio Selvaggio e Pat Garret and Billy the Kid, mentre chi come Arthur Penn e Sidney Pollack imboccò la strada del western revisionista con Piccolo grande uomo e Corvo rosso, non avrai il mio scalpo.

Negli anni ’80 la parabola dello spaghetti-western in Italia si può dichiarare conclusa, quando l’affermazione della televisione commerciale tolse al cinema i suoi spettatori e il cinema di genere inizia a scemare. Questo riguardò anche il western all’italiana che, fino alla sua fine, continuò a sfornare pochi film e di bassa qualità. Ma l’eredità lasciata da questo genere è indubbiamente enorme e ha ispirato i registi successivi.

Primo fra tutti Quentin Tarantino, formatosi mediante una cultura cinematografica da autodidatta che lo ha portato ad appassionarsi alla stagione d’oro del cinema nostrano e in particolare agli spaghetti-western. Django Unchained del 2012 recupera l’omonimo film di Sergio Corbucci e lo inserisce in una narrazione incentrata sullo schiavismo. Ma soprattutto gode di un cameo del Django “originale”, Franco Nero.

Ma Tarantino sparge citazioni dagli spaghetti-western anche in tutta la sua filmografia. Sempre da Django prende la scena del taglio dell’orecchio e la inserisce in una celebre e cruenta scena de Le Iene (1992), quella in cui Mr Blonde (Michael Madsen) tortura un poliziotto. Invece da Se sei vivo spara riprende la sequenza iniziale del braccio di Thomas Milian che fuoriesce dalla tomba e la rielabora in Kill Bill vol.2 (2004) dove la sposa (Uma Thurman) si libera dalla tomba in cui è stata rinchiusa.

Tra gli autori che sono stati influenzati dallo spaghetti-western c’è anche Robert Rodriguez, amico di Tarantino, il quale ha dato vita al filone del burrito-western con la trilogia del Mariachi costituita da El Mariachi (1992), Desperado (1995) e C’era una volta in Messico (2002). Ma nel mondo del cinema, di genere e non, uno dei cliché del genere più usati rimane quello dello stallo alla messicana, il “triello” che Sergio Leone aveva introdotto ne Il buono, il brutto, il cattivo. Da Oliver Stone a John Woo, fino a giungere a Michael Bay, il “triello” ha sempre contribuito ad aumentare la tensione di molte scene anche di film dimenticabili.

Sempre a Sergio Leone guardò anche il suo discepolo Clint Eastwood quando diresse Gli Spietati nel 1992, vincitore di quattro premi oscar e western che richiama il cinismo dello spaghetti-western. Film che fa anche da tributo al maestro romano, scomparso nel 1989, simbolicamente rappresentato tanto dalla dicitura finale “A Sergio” quanto dall’inquadratura in campo lunghissimo, che appare all’inizio e alla fine, in cui Clint si raccoglie dinanzi ad una tomba come se stesse parlando con colui che ha lanciato la sua carriera cinematografica.

La retrospettiva organizzata dalla Mostra del cinema di Venezia nel 2007 ha poi contribuito a rilanciare lo spaghetti-western, con la scelta di titoli e autori sconosciuti al pubblico e che, in fin dei conti, raccontano lo specchio di un paese che si lascia alle spalle i drammi della guerra per affrontare le contraddizioni di un’epoca storica fatta di lotte e contestazioni come gli anni ’60 e ‘70. Una conferma ulteriore di come il cinema di genere, spesso relegato a spettacolo dilettevole per un pubblico incolto, valga molto di più tanti e troppi film riuniti sotto la polverosa etichetta di “cinema d’autore”.

Fonte immagine copertina: https://zero.eu/it/eventi/29631-flesh-mind-and-spirit-cera-una-volta-il-west,milano/

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