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Eroica Fenice

zona d'ombra di Peter Landesman

Zona d’ombra di Peter Landesman – Una scomoda verità

Zona d’ombra – Una scomoda verità: si intitola così il nuovo film con Will Smith diretto da Peter Landesman, nelle sale dal 21 aprile 2016. Basato su una storia vera, è la vicenda di Bennet Omalu, il patologo forense e neuropatologo nigeriano, operante negli Stati Uniti, che ha scoperto la CTE, l’encefalopatia traumatica cronica, una malattia degenerativa comune tra i giocatori di football, causata dai ripetuti traumi alla testa a cui i giocatori sono sottoposti ad ogni partita.

Zona d’ombra, la trama

Idealista, altruista, serafico, religioso, pervaso dal senso etico del dovere, Omalu non è ancora perfettamente al passo con l’America e le sue passioni. Ha metodi inconsueti: parla con i cadaveri che gli arrivano per le indagini di autopsia e a loro chiede collaborazione per la scoperta della verità. Un giorno, nel suo laboratorio di Pittsburgh, arriva Mike Webster, “Iron Mike”, una leggenda del football statunitense. È morto a soli 50 anni, in condizioni drammatiche e in povertà mentre viveva in un pick-up. Omalu scopre qualcosa di strano nel suo cervello, apparentemente senza problemi. Finanziandosi da solo, compie esami particolari e capisce che i sintomi che accusava Webster, come deliri mentali, allucinazioni, depressione, possono essere il frutto dei continui micro-traumi cranici che un giocatore di football riceve nella sua carriera. E come Webster ce ne sono molti altri. Come può accogliere una notizia del genere la NFL, National Football League, colosso dello sport più famoso negli States? La scoperta di Omalu è una scomoda verità, che metterà in pericolo la sua carriera e persino la sua famiglia. Comincia la battaglia di un “Davide” della Medicina contro un “Golia” dello Sport.

Una storia vera

La storia è tratta da un articolo di Jeanne Marie Laskas per GQ ed è firmata dal newyorkese Peter Landesman che, prima di diventare regista (è suo Parkland sul caso dell’omicidio Kennedy), ha svolto attività di reporter nelle aree calde del Rwanda, del Kosovo e dell’Afghanistan. La produzione è di Ridley Scott, un nome garanzia di qualità: buone, quindi, le credenziali di questa cine-biografia, che ruota su un dibattito tuttora centrale in Usa.

Una vicenda interessante e drammatica, poco nota in Italia.

Un intenso Will Smith, ma anche qualche ombra

Omalu è interpretato dal divo Will Smith in un’interpretazione intensa e sofferta. Da lui parte Landesman inquadrandolo spesso, “stringendo” con la macchina da presa sui suoi primi piani, sui dettagli degli occhi neri e penetranti, sulle sue mani che si muovono seguendo i ragionamenti e i pensieri della sua mente. Perché il film, prima di essere una storia di cronaca sportiva e medica, è la storia di un uomo e della sua lotta personale, professionale e sociale: l’altro binario, infatti, del racconto è la lotta di Omalu per diventare cittadino americano, il paese che nel suo immaginario era vicino al “Paradiso”, ma dal quale si sente tradito.

Il tema del film è molto forte e, nel suo tono da “inchiesta”, ricorda Il caso Spotlight. A differenza, però, del miglior film agli Oscar 2016 Zona d’ombra presenta anche qualche “ombra”.

A partire dal titolo, sicuramente più efficace in inglese: Concussion. I grandi racconti hanno sempre “zone d’ombra”, i cattivi non sono mai totalmente cattivi e, viceversa, i buoni hanno sempre un lato oscuro. È la sfumatura, il contrasto, il conflitto che rendono interessanti e verosimili i racconti e i personaggi. Invece in questa pellicola di Landesman l’ombra è solo una parola nel titolo: i cattivi sono cattivi e i buoni sono buoni. Il protagonista è il classico eroe senza macchia.
E non funziona la storia d’amore di Omalu, poco approfondita e troppo veloce, nè convincono le digressioni ampollose su Dio.

Zona d’ombra di Peter Landesman, rischio e merito

Nonostante questo, Zona d’ombra è un ottimo prodotto.
Peter Landesman prende un bel respiro e anche un bel rischio, alza la testa e decide di “demolire” la sacralità del football americano, un autentico dogma che tiene incollati davanti alla televisione milioni di spettatori in tutto il mondo e che fa girare miliardi di dollari ogni anno, tra sponsor, scommesse e pubblicità. Perchè, come si spiega bene nella pellicola, se si venisse a sapere di possibili correlazioni tra il football e la CTE, migliaia di genitori priverebbero i propri figli del noto sport, minando alla base un sistema molto redditizio. Nel momento in cui mostri ex campioni in preda a follia, ridotti quasi alla fame, che dormono in auto in zone disastrate della loro città, sei consapevole che stai praticamente mostrando l’altra faccia del sogno americano, quello che non si è avverato. Il film ha, dunque, il merito di portare al grande pubblico questa vicenda di Sport e Salute, in modo trasparente e adeguato.

Nunzia Serino