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Eroica Fenice

Stiamo vivendo in una simulazione?

Stiamo vivendo in una simulazione?

La realtà è un’elaborazione digitale. O almeno così crede una fetta sempre più grande del mondo accademico. Benvenuti nella teoria della simulazione, la filosofia tech del ventunesimo secolo

“Viviamo in una simulazione programmata al computer, e l’unico indizio che abbiamo è un’alterazione della realtà, quando una variabile viene cambiata. Avremmo la schiacciante impressione di rivivere il presente – un déjà vu – forse esattamente nello stesso modo: ascoltare le stesse parole, dire le stesse parole. Ritengo che queste impressioni siano valide e significative, e dirò anche questo: tale impressione è un indizio, che in qualche punto del tempo passato, una variabile è stata cambiata – per così dire riprogrammata – e che, per questo, un mondo alternativo si è ramificato”.

Queste parole vennero pronunciate da Philip Dick, nel 1977. Lo scrittore si trovava a Metz, in Francia per una convention di fantascienza. Davanti ad una platea che lo ascoltava con attenzione, Dick procedeva sicuro. Probabilmente sapeva già che alcuni dei suoi colleghi avrebbero riso di quel discorso strampalato. D’altronde è uno scrittore di nicchia e all’infuori di certe convention come quella di Metz, il suo nome dice poco. Anni di problemi mentali e uso di droghe psichedeliche, di certo non aiutavano a metterlo in buona luce. Parola dopo parola, emergono i meccanismi alla base dei suoi scritti. Non fantasia, ma realtà. Una realtà simulata in cui milioni di persone vivono ignare, palesatasi allo scrittore un giorno di qualche anno prima dopo un misterioso flash. Il mondo non è altro che un’elaborazione informatica.

Facciamo un salto in avanti di ventisei anni. Nick Bostrom, un filosofo svedese dell’Università di Oxford, nel 2003 pubblica un paper dal titolo “Are You Living in a Computer Simulation?” (tradotto, “stai vivendo in una simulazione informatica?”, che potete leggere qui.). Nel paper Bostrom propone un trilemma, tre possibili ipotesi disgiuntive, che si escludono a vicenda: la civiltà si estinguerà prima di raggiungere un livello tecnologico “post-umano”; la civiltà raggiungerà un livello tecnologico “post-umano”, ma preferirà non sprecare le sue risorse per creare simulazioni convincenti; la nostra civiltà sta già vivendo all’interno di una simulazione. Se si crede alla possibilità che una civiltà possa raggiungere un livello tecnologico che supera di gran lunga i livelli attuali e che anche solo una piccola parte di quella civiltà si dedichi alla creazione di simulazioni, le probabilità di vivere già in una simulazione tendono al cento per cento. Il numero di essere simulati supererebbe enormemente gli esseri reali, perché se le simulazioni possono essere molte (dipende ovviamente dalla potenza di calcolo a disposizione) ma la realtà sarà sempre e solo una.

Oltre a diffondersi negli ambienti accademici, il paper in questione riesce a far entrare la teoria della simulazione nei media mainstream. Se è vero che la cultura pop da anni si nutriva di certe tematiche ( la trilogia di Matrix ne è un esempio), Bostrom ha preso una teoria strampalata e gli ha dato una dignità accademica. Non è più lo scrittore di fantascienza a parlarne, ma uno studioso di Oxford. Gli argini che confinavano l’argomento in forum sconosciuti ai più, vengono meno, e l’idea di vivere in una simulazione si diffonde in rete.

Il boom mediatico lo si raggiunge però nel 2016. L’anno di Trump, della Brexit e della vittoria del Leicester. L’anno dell’impronosticabile. Il risultato delle elezioni americane e del referendum nel Regno Unito viene accolto come uno scherzo, un esperimento sociale. Impazzano tweet semi seri che chiamano in causa la simulazione: noi uomini non siamo altro che cavie in una simulazione sottoposte al volere di chissà quale razza aliena, e l’assurdità della politica attuale ne è la dimostrazione.

A giugno dello stesso anno, ospite alla Code Conference di Recode, Elon Musk afferma apertamente di credere che le possibilità che la nostra realtà non sia simulata, sia una su un miliardo. Infatti sarebbe sufficiente guardare il progresso tecnologico dei videogames. Se quaranta anni fa avevamo “Pong” (videogame graficamente semplice, composto da due linee e un quadrato) e oggi siamo in grado di creare videogiochi visivamente appaganti e complessi, creare simulazioni indistinguibili dalla nostra realtà, fra mille anni, non sarà così assurdo.

Qualche mese prima, la stessa convinzione era stata espressa dal divulgatore scientifico Neil deGrasse Tyson, insieme a personaggi di rilievo della fisica teorica e della filosofia, riuniti per l’“Isaac Asimov Memorial Debate”.

Oggi, la teoria della simulazione è sulla bocca di tutti, e gran parte del mondo accademico è convinto ciecamente che la realtà sia semplicemente un’elaborazione.

Cerchiamo di capire perché.

Fini della simulazione

L’uomo non è nuovo a dubbi di questo tipo. Il merito di Bostrom è stato di tradurre in linguaggio probabilistico, il dubbio metodico filosofico, dandogli una veste più consona al secolo dei culti tecnologici e dell’interazione uomo-macchina. Ricorderemo, infatti, il genio maligno di Cartesio, che inficia qualsiasi nostra assunzione di verità matematica, rendendoci impossibile dire ciò che è vero e ciò che non lo è. Secondo Cartesio, il genio ci ingannerebbe per puro divertimento, come esercizio della sua malignità. Ma perché una società tecnologicamente avanzata dovrebbe creare delle simulazioni?

Le teorie si sprecano. Come lo stesso Bostrom sostiene, a realizzare la simulazione potrebbero essere i nostri discendenti, o meglio i discendenti degli umani in carne ed ossa. Le ragioni potrebbero essere molteplici. La simulazione potrebbe esistere per fini didattici, rendendoci di fatto, protagonisti di una gigantesca lezione di storia interattiva. Secondo un’altra ipotesi, i nostri discendenti potrebbero aver messo in scena il nostro mondo per risolvere problemi nel loro. Potrebbero esistere centinaia di simulazioni simili, create con l’unico scopo di risolvere un pericolo esistenziale come, per esempio, i cambiamenti climatici. Qualora una simulazione risultasse “vincente”, verrebbe presa come modello e i meccanismi di risoluzione del problema verrebbero applicati nel mondo reale. Resta il dubbio del perché una società così evoluta debba ricorrere a noi, esseri relativamente primitivi, per risolvere un problema così complesso.

Meno rassicurante, è infine l’idea di essere un semplice passatempo di un’adolescente del futuro, una versione incredibilmente evoluta di un gioco come The Sims.

Il primo bacio, l’ansia dei vent’anni, la gioia per un figlio, la paura di morire. Tutto finto, tutto sintetico.

Prove e indizi della simulazione

Ci sono degli indizi, secondo gli scienziati, che dimostrerebbero la natura artificiale della realtà. È opportuno partire dal presupposto, che una prova che smentisca o confermi la teoria, non può esistere. Perfino la più esplicita testimonianza di una realtà “vera”, potrebbe essere parte stessa del tessuto della simulazione, una prova simulata creata ad hoc. L’ipotesi è dunque infalsificabile, non è scienza.

Uno dei punti di forza, che viene citato più spesso dai sostenitori, risiede nel limite di risoluzione. Come gli universi digitali che creiamo sono composti da parti unitarie indivisibili, così la nostra realtà non può essere scomposta all’infinito. La lunghezza di Planck, che i fisici ritengono essere la lunghezza più corta possibile nell’ universo, non sarebbe altro che un pixel. Anche l’indeterminazione quantistica sarebbe una riprova dell’inganno in cui viviamo. Le particelle esistono in stati multipli, ma è solo osservandole che la realtà collassa in un singolo stato. Questo meccanismo permetterebbe di risparmiare memoria e di “renderizzare” solo ciò che è necessario all’interno della simulazione, in maniera simile a quanto avviene nei videogiochi oggi.

Alcuni scienziati, affermano che sarebbe possibile trovare prove interessanti che supportino la teoria.  Martin Savage e Silas Beane dell’Università del New Hampshire, insieme alla fisica Zorhreh Davoudi dell’Università di Washington, hanno ipotizzato individuabile una speciale firma lasciata dai raggi cosmici ad altissima energia (UHECR), ovvero una particolare distribuzione di energia che testimonierebbe la presenza di una struttura virtuale a cui tutte le particelle nell’universo sono sottoposte. Data la rarità dei UHECR, raccogliere abbastanza dati potrebbe richiedere anni di studio.

Ammesso che la teoria di una simulazione sia vera, che fare?

Quasi sicuramente sarebbe impossibile “evadere”. In primo luogo, cercare dei modi concreti per uscire dalla simulazione, richiederebbe delle prove concrete della teoria, che come abbiamo detto non possono essere trovate, per la natura stessa del dubbio. Anche se i migliori cervelli della terra volessero unire le loro forze per pianificare un’evasione, il dispendio di risorse sarebbe ingiustificabile, di fronte a problemi ben più vicini a noi.

L’età contemporanea è infatti il tessuto naturale per lo sviluppo della teoria. Terrorismo, disoccupazione e cambiamenti climatici sono tutti elementi endemici del ventunesimo secolo. La paranoia è un male sempre più diffuso. Una mancanza generale di fiducia pervade le istituzioni. Così i governi diventano mera finzione, un incubo dal quale i cittadini vogliono svegliarsi. Ma la soluzione c’è. Migliorare la realtà, senza badare alla sua natura. Continuare a vivere come sempre. Anzi, è importante cercare di vivere una vita avvincente, perché come dice il fisico Max Tegmark Il mio consiglio è di uscire e fare cose davvero interessanti; è l’unico modo che abbiamo per convincere chi ci ha creato a non spegnere il pc.

Fonte immagine: https://www.publicdomainpictures.net/it/view-image.php?image=205514&picture=matrice

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