Gli Assassini sono stati, fin dal Medioevo, oggetto di miti e leggende. Le storie si sono diffuse rapidamente grazie all’interesse e alla curiosità che questo «gruppo» ha suscitato in appassionati, studiosi e intellettuali. La setta è occulta, ricca di misteri e fondata su tensioni filosofiche, possiede una ferrea fede e padroneggia modalità uniche di uccisioni. È stato scritto tanto in merito ai fedayyn. Con questo termine vengono identificati dei guerrieri votati al sacrificio per una determinata causa. Le fonti pervenute a noi, tra cui i racconti di Marco Polo, i primi lavori di studiosi europei e degli scrittori arabi, hanno fornito una panoramica sociale, culturale e anche «politica» di questa loggia. Tuttavia, gran parte dell’immaginario moderno sugli Assassini deriva da Alamut, il romanzo di Vladimir Bartol, pubblicato nel 1938. Lo scrittore nasce nel 1903 a Trieste e compone l’opera in un contesto storico segnato dai regimi totalitari. Questo clima ideologico filtra chiaramente nella rappresentazione della loggia, dominata dal fanatismo e dalla figura assoluta del «Capo Supremo». La setta dei nizariti affascina tanto il mondo occidentale e le percezioni di scrittori, narratori, studiosi e romanzieri si fondano molto su questo lavoro. Alamut diventa così un’opera chiave per comprendere o immaginare la nascita degli Assassini.
Indice dei contenuti
Cosa sapere sul romanzo Alamut di Vladimir Bartol?
| Elemento | Dettaglio nel romanzo |
|---|---|
| Autore | Vladimir Bartol (1903-1967) |
| Protagonisti | Tahir (fedayyn) e Halima (vergine del paradiso) |
| Figura Storica | Hasan Ibn-Sabbah (Il Vecchio della Montagna) |
| Motto Fondamentale | “Niente è vero, tutto è permesso” |
| Ambientazione | Fortezza di Alamut, Persia (XI secolo) |
Alamut: come un romanzo costruisce una tradizione medievale
Struttura di «Alamut»
Alamut, il romanzo di Vladimir Bartol è diviso in ventuno capitoli e si narra il percorso parallelo di due giovani: Tahir e Halima. I due giungono ad Alamut per servire il «vecchio della montagna». Tahir si prepara per diventare un fedayyn, superando prove difficili, mentre Halima deve trasformarsi in una donna seducente e affascinante. La storia, molto ricca di particolari, rievoca usi, costumi e tradizioni del medioevo persiano-islamico. I protagonisti da ricordare sono molti e realmente esistiti. Da menzionare ci sono: Hasan Ibn-Sabbah, l’anziano fondatore della setta, Nizam al-Mulk, ex visir dell’Impero selgiuchide e Buzruk Umid, secondo sovrano dello Stato di Nizari.

Momenti chiave del romanzo
La storia è avvincente e sono delineati alcuni passi fondamentali. Sono utili per comprendere la nascita degli heyssessini, le caratteristiche della congrega e la formazione fanatica dei fedayyn. Come si allenano? Cosa mangiano? Cosa studiano? Come passano le giornate? Come sono abbigliati? Sono poche, delle tante domande che attanagliano ogni appassionato.
La conquista del castello. Hasan offre cinquemila monete d’oro al proprietario del baluardo, Mehdi. La superficie che acquista deve essere coperta interamente dalla pelle di un bue. Il «vecchio della montagna» si arma di coltello e inizia a tagliare la pelle dell’animale. Mehdi si accorge dell’inganno. Hasan con parole di fanatismo, auspicio di ciò che la setta diventerà, caccerà il vecchio proprietario fuori dal castello. Viene intrapresa la scalata per diventare Seyduna.
Tahir di Sava giunge al castello. Il giovane arriva sulla vetta conica del Demavand, viene accolto favorevolmente e vestito con dei calzoni bianchi, una tunica e un faz dello stesso colore. Questo corredo diventa emblematico per gli assassini. Ad accoglierlo è la frase «Mio caro, con Alamut non si scherza. Una volta entrati al castello, non si può uscirne vivi a piacimento. Ci sono troppi segreti qui in giro». Qualcosa di sinistro aleggia sul castello e sulla confraternita.
La gerarchia della setta
«C’è una gerarchia?» Questa è la domanda posta da Tahir ai suoi fratelli. Ci sono i lasiki, ossia la comunità di fedeli, poi i refiki, i credenti combattenti che possono diventare sottoufficiali. Ci sono i fedayyn che frequentano la scuola e obbediscono agli ordini. Sono presenti i dey, che ammaestrano gli allievi e i gran dey: Buzruk Umid, Abu Ali e Huseyn Alkeini. Al vertice c’è il Seyduna.
La dottrina. Uno dei punti nevralgici è la spiegazione della dottrina ismailita che giustifica le azioni del Seyduna e riceve consenso da parte dei seguaci.
Arslan Tash assale Alamut. La notizia giunge al castello tramite un piccione. L’assalto viene respinto grazie alla caparbietà di Yusuf, Suleyman e Tahir. I tre giovani conquistano il «Paradiso» e vengono drogati. I prescelti rimangono esterrefatti: cuscini ricamati, luci profonde, leccornie, belle donne e vino. Ritornano al castello. Tahir, il più razionale di tutti, comprende che ci sia qualcosa di più oscuro sotto. Un imbroglio?
L’assassinio di Nizam al-Mulk. Tahir viene mandato ad uccidere Nizam al-Mulk. Il fedayyn si finge allievo di al-Ghazali e, vestito tutto di nero, viene accolto benevolmente. Entra nella tenda del visir. Sono presenti tante guardie, vestiti con giubbe ricamate d’oro, ampi calzoni e turbanti. Il gran visir apre il plico portato da Tahir e in un istante gli conficca la lama sotto la barba. L’arma dell’assassinio è un pugnale avvelenato. L’omicida viene torturato, ma non ucciso. Il gran visir, morente, spiega a Tahir il significato della dottrina ismailita. «Niente è vero, tutto è permesso». Una frase che svela la natura manipolatrice del Seyduna. Per un approfondimento storico sulla setta, si rimanda alla voce dedicata ai Assassini su Treccani.
Tahir torna al castello per uccidere il padre spirituale. Avani torna ad Alamut per uccidere Hasan, ma viene stordito e portato dinanzi al maestro. Quest’ultimo comprende che l’allievo conosce il raggiro e lo lascia partire per l’India in cerca di scuole e biblioteche. Sotto gli occhi increduli di tutti, in groppa ad un asino, Tahir lascia Alamut. Il fedayyn, Ibn-Tahir, è morto, ma vive il filosofo Avani.
Il ritiro di Hasan. Hasan comunica una riunione. Visto il momento in cui si trova il gruppo, assegnerà ad ognuno dei compiti prima di congedarsi. Il «vecchio della montagna» entra nella sala con un mantello bianco e un turbante dello stesso colore. Tutti si alzano. Dopo aver assegnato ad ognuno i ruoli, Hasan abbraccia Abu Ali e Buzruk Umid. Si ritira, per sempre, nella torre ove attenderà la morte.
Ecco alcuni dei passi più iconici del romanzo. Si mettono in luce le caratteristiche della setta islamica. Da un’attenta analisi si possono delineare vari topoi come le uccisioni degli assassini con i pugnali, i colori delle tuniche, le prove di fede, l’utilizzo di sostanze stupefacenti, i giardini meravigliosi e le gerarchie militari.
Cosa ci consegna questo romanzo?
Ad Alamut, il romanzo di Vladimir Bartol, si riconosce il merito di una riproposizione «moderna» del viaggio degli assassini, lasciando ampio spazio a discorsi filosofici. Alamut non è solo un romanzo storico. L’opera è un laboratorio narrativo in cui si indaga il potere e la manipolazione che diventano una riflessione universale sul rapporto tra verità e illusione. Per questo motivo, il testo continua a parlare al lettore contemporaneo. Il libro va oltre i limiti temporali proseguendo il suo cammino attraverso i secoli. Dunque, esiste un limite tra realtà e finzione o siamo noi a tracciarlo? La forza del romanzo sta nel mostrare quanto questo confine sia fragile. Il mito e la verità si piegano al potere. Alamut ci ricorda che ogni narrazione può diventare un’arma o una rivelazione: dipende da noi come scegliamo di interpretarla.
Fonte immagine: Wikipedia.

