Diamela Eltit in Manodopera: l’illusione del controllo

Diamela Eltit in Manodopera: l'illusione del controllo

Manodopera di Diamela Eltit è tra le nuove uscite di Alessandro Polidoro Editore

Tra i Selvaggi di una delle collane più note della casa editrice napoletana figura ora il nome di Diamela Eltit, voce del panorama letterario contemporaneo nota per l’acuta analisi politica e storica dalla dittatura di Pinochet all’estremo oggi. La lingua visionaria della scrittrice cilena, tradotta per la Polidoro da Laura Scarabelli, attraverso la sua estrema crudezza riporta al lettore italiano l’inquietudine dell’uomo moderno, imbrigliato nelle maglie del sistema capitalistico.

Il libro si compone di due parti, nelle quali un io indefinito racconta la sua vita da lavoratore di supermercato, a stretto contatto con le merci. Il supermercato, nella sua contraddizione di non-luogo, è quindi la cornice in cui si muove prima il singolo, mai chiamato per nome, scisso nelle sue diverse personalità di seduttore e sottomesso, poi la coralità che anima – per quanto di un soffio mortifero – la seconda parte del libro. Manodopera non è una raccolta di racconti, afferma la Scarabelli, quanto piuttosto di movimenti liberi e incontrollati, di sfoghi tratti dall’estrema attualità. Per la sua realizzazione, Diamela Eltit ha sfogliato le pagine dei periodici socialisti e anarchici, alla ricerca di testimonianze anonime, ma veritiere, di un tempo confuso e infelicemente reale.

Il supermercato diventa la macrometafora della vita, senza però perdere la sua concretezza. Esso non è la sublimazione di un’interiorità, quanto il luogo reale in cui si muove il singolo. Quest’ultimo perde, nell’estrema “cosalità” delle merci, la spiritualità della sua essenza. «La mia persona non si trova più radicata in me», ammette l’anonimo della prima parte del libro di Diamela Eltit. La spersonalizzazione dell’io avviene per opera di una triplice azione: quella di un non-luogo, di per sé privato della creatività del singolo a favore della vertigine del molteplice (un concetto simile al conflitto tra arte e produzione seriale); quella di un non-tempo, il tempo del consumo, il cui eterno nemico è l’orologio (nei supermercati manca un qualsiasi indicatore di orario); quella di una non-essenza, l’azione del cliente, eterno sconosciuto ma presenza incombente, nella sua continua richiesta di ordine e puntualità tra gli scaffali che si impegna imperterrito a svuotare. «Toccano i prodotti come se pregassero Dio».

L’analisi realistica e spietata di Diamela Eltit non si appiattisce quindi a un’unica prospettiva. Per quanto a parlare siano i dipendenti, tra le pagine scorrono tutti i vagantes nell’universo-supermercato: dai datori di lavoro timorosi delle continue minacce dei sindacati fino ai clienti più molesti, descritti come viscidi e opportunisti persecutori di quello che si autodefinisce «materiale umano accessibile», il lavoratore. Chi dice io in questa assordante narrazione in prima persona non lo fa per affermare la propria presenza, quanto piuttosto per ribadirne l’inesorabile disintegrazione. Cade, nel mondo del supermercato di Manodopera, la distinzione indicata da Remo Bodei fra oggetti e cose, queste ultime animate da una vita profusa dall’impronta dell’umano e significate dalla narrazione. La logica della merce si basa sul concetto di pulizia, ossessivamente ripetuta per rendere il prodotto perfetto nel suo essere artificiale. Le cose non possono più avere vita, perché non c’è più spazio per le impronte dell’umano, viste piuttosto come vettore primo del morbo della soggettivazione.

Nella seconda parte del libro si descrive la coralità dissonante di un gruppo di coinquilini, tutti nella propria misura legati al mondo del consumo, e direttamente implicati nella logica del lavoro al supermercato. Nemmeno la speranza di un gruppo coeso e combattivo può sollevare le aspettative del lettore: anche nel contatto fra io e l’altro si è ormai frapposta la merce col suo potere dissociante.

Manodopera si configura come l’attenta analisi di un topos, inserendosi nello spazio della letteratura come un tassello di quella felice produzione appartenente alla letteratura degli spazi, rappresentato come realtà interiore ed esteriore dell’anthropos. Diamela Eltit vi fa muovere l’uomo, mostrando al lettore come esso abbia dovuto abbandonare l’illusione del controllo, tra le file ordinate e continue degli scaffali del supermercato.

Immagine: Alessandro Polidoro Editore

Chi è Carolina Borrelli

Carolina Borrelli nasce a Napoli nel 1996. A Portici (NA) consegue il diploma presso il Liceo Classico “Quinto Orazio Flacco”. Il suo ardore per lo studio di «come l’uom s’etterna», la guida nella scelta universitaria, la facoltà di Lettere Moderne presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”, dove si laurea nel 2018. Nel 2020 conclude il percorso di laurea magistrale in Filologia moderna. Ha scritto in passato nel giornalino della scuola in una sua rubrica di arte e cultura, nonché sul blog “ewriters”, pubblicando brevi racconti. Il suo motto, «Χαλεπὰ τὰ καλά» (le cose belle sono difficili), la incoraggia ogni giorno a dare il meglio di sé, per quanto sappia di essere solo all’inizio di una grande avventura.

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