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Eroica Fenice

Divismo 3.0

Divismo 3.0, Ugo Di Tullio riflette sull’evoluzione del divo

Pubblicato da Felici Editore, Divismo 3.0 è il libro curato da Ugo Di Tullio e presentato martedì 12 marzo presso la Libreria Berisio con un’interessante conversazione a cui hanno preso parte Luigi Barletta, Generoso Paolella e Beatrice Schiaffino.

Moderata da Paola Silvestro, la presentazione del libro Divismo 3.0 è iniziata con l’intervento di Luigi Barletta, docente di cinema presso l’Università Suor Orsola Benincasa,  che ha evidenziato la trasformazione della figura del divo.

C’erano una volta Ruan Lingyu, Florence Lawrence e Asta Nielsen, prime grandi dive degli anni venti che venivano dal mondo del cinema e che portavano milioni di spettatori nelle sale. Sebbene con qualche anno di ritardo, pensando alla realtà cinematografica italiana si possono invece citare come dive Gina Lollobrigida, Sophia Loren o Bartolomeo Pagano, l’interprete di Maciste. Si trattava di attori o attrici capaci di lavorare in film che si sarebbero poi rivelati dei successi sia per gli importanti incassi, sia per la capacità di entrare nell’immaginario collettivo. Basti pensare all’importanza che hanno avuto i film di Federico Fellini, pellicole che sono riuscite ad avere un impatto sulla società al punto tale da arricchirne il linguaggio.

“La dolce vita” o “Paparazzi” sono due tra i tanti famosi capolavori di Fellini che hanno la peculiarità di essere anche dei neologismi. Film rappresentativi ed emblematici di un’epoca storica che fu per certi aspetti straordinaria e che ricordiamo come tale anche grazie a quelle scene indimenticabili. L’attore, quindi, come divo assoluto, conosciuto da milioni di persone e ambito.

Non a caso per un produttore cinematografico come Nicola Giuliano, intervistato da Beatrice Schiaffino, una delle autrici del volume, oggi è possibile considerare Checco Zalone un grande divo italiano perché porta milioni di spettatori nelle sale. Ma è ancora lecito considerare solo gli attori come “veri” divi? Come spiegato dalla Schiaffino dipende dalla concezione che si ha del divo e non è un caso se dalle diverse interviste emergono varie idee. Se per Nicola Giuliano si deve evidenziare l’aspetto economico, per Corsi si devono considerare anche aspetti valoriali come la bellezza, l’ammirazione, il talento e la capacità di essere icona.

Luigi Barletta ha ricordato come la diretta Instagram di Mario Balotelli per celebrare un gol durante la partita Marsiglia – St. Etienne abbia raggiunto milioni di visualizzazioni e come i post di star dei social come Chiara Ferragni e Kim Kardashian riescano ad ottenere numeri nell’ordine dei milioni. Possono essere considerati come dei divi?

Due tra i tanti film in corsa per gli ultimi Oscar toccavano indirettamente il tema celebrità. Sia in A star is Born che in Bohemian Rhapsody si raccontano, seppur in modo diverso, storie di divi.

A star is Born (È nata una stella), in particolare, è un remake di un film del 1937, una storia -non a caso- di un’attrice che approda ad Hollywood per trovare il successo. Nel remake di Bradley Cooper la protagonista non è un’attrice ma una cantante. L’esempio in questione dimostra come la percezione del divo sia profondamente mutata nei decenni e come oggi sia difficile trovare una definizione univoca.

Secondo Generoso Paolella, giornalista e consulente digital marketing, Divismo 3.0 è una riflessione sociologica intelligente che, mettendo insieme considerazioni anche divergenti tra loro, offre molteplici spunti di riflessione.

Per comprendere la trasformazione del divismo, come suggerisce Paolella, non si può prescindere dai grandi cambiamenti tecnologici ancora in corso. Mentre la storia del novecento si lega inevitabilmente alla storia del cinema e in particolare al neorealismo, la storia del XXI secolo è definita dalla connettività mobile. È in questo grande cambiamento tecnologico e del mondo di vivere che si possono cercare delle risposte.

Il divo non è più irraggiungibile e “divino”. Il divo contemporaneo è percepito come vicino ed emulabile. L’emulazione prodotta dai grandi film del novecento era un’emulazione consapevole del distacco tra rappresentazione e realtà, un’emulazione in cui il reale inseguiva la rappresentazione. Oggi il reale prova ad emulare il reale. Non si rincorre più il fascino della Loren ma il pranzo della Ferragni. Forse anche perché il primo è davvero irraggiungibile.

Divismo 3.0: un viaggio tra cinema, social e società

All’interno di Divismo 3.0 gli autori parlano di starlike per definire le star dei social che si caratterizzano non tanto per un talento, non almeno nell’accezione novecentesca, ma per la capacità di attrarre seguito ed essere delle  “star”. Non si tratta più di riconoscere un talento ma di apprezzare l’immagine della persona che si segue.

«Prima il divo veniva proclamato dall’esterno, oggi si autoproclama» ha spiegato Beatrice Schiaffino e può farlo perché i mezzi sono cambiati e lo permettono. Tuttavia, starlike e divo, pur potendosi sovrapporre, sono figure distinte che possono essere scisse per la presenza/assenza di un talento.

La presentazione si è conclusa con le considerazioni di Ugo Di Tullio. Il curatore e autore di Divismo 3.0 insegna Organizzazione e Legislazione dello Spettacolo Cinematografico all’Università di Pisa e presso il Corso di Perfezionamento in Restauro e Postproduzione Cinematografica dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

Di Tullio ha fatto notare come il libro sia stato scritto con la collaborazione dei suoi studenti e si è soffermato sulla trasformazione della figura del divo offrendo ulteriori spunti di riflessione.

«Il cambiamento che c’è stato è il passaggio dal divo sacro, la divinità dell’antica Grecia, al divo-starlike che potrebbe però proporre una dimensione di second’ordine, una realtà costruita appositamente per essere moda», ha spiegato l’autore che ha poi aggiunto: «Prima si diceva che “non sei se non comunichi” mentre oggi quasi “non esisti” se non comunichi».

Una presentazione così ricca di spunti di riflessione non può che invitare alla lettura di Divismo 3.0, libro che in sole 112 pagine sembra offrire una panoramica sul complesso rapporto tra celebrità, mezzi di comunicazione e talento anche attraverso interviste a Nicola Giuliano, produttore di Indigo Film, a Giancarlo Corsi, sociologo della Comunicazione all’Università di Modena e ai produttori dell’Ambi Pictures, realtà produttiva e distributiva internazionale con a capo gli italianissimi Andrea Iervolino e Monika Bacardi.

 

 

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