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Eroica Fenice

Fabio Carta: intervista all'autore di Ambrose e Arma Infero

Fabio Carta: intervista all’autore di Ambrose e Arma Infero

Intervistiamo Fabio Carta, scrittore di fantascienza, laureato in Scienze Politiche, autore del libro Ambrose e della serie Arma Infero (Il Mastro di Forgia, I Cieli di Muareb, Il Risveglio del Pagan ed un quarto volume in uscita). Classe 1975, Fabio Carta ha esordito nel 2015 con il primo volume di Arma Infero, Il Mastro Di Forgia, seguito da I Cieli di Muareb nel 2016, Ambrose nel 2017 e Il Risveglio del Pagan nel 2018.

Dalle scienze politiche alla fantascienza, come ha iniziato a scrivere?

C’è molta politica nella fantascienza e non parlo soltanto degli sviluppi che dagli anni ’80, e mi riferisco al cyberpunk, hanno portato al successo una visione della fantascienza che si pone in polemica con la contemporaneità immaginando un futuro in cui i difetti del presente sono portati al parossismo. La vicinanza tra fantascienza tout court e la politica è stata infatti, di recente, evidenziata dal famoso autore Ted Chiang (suo il racconto che ha ispirato il film Arrival) in un’intervista su Repubblica. Per Chiang, la fantascienza tutta, presentando e ipotizzando l’esistenza di mondi e realtà diverse, è un ottimo esercizio intellettuale alla diversità, contro ogni visione monolitica del proprio stile di vita. Non poca roba, quindi…

Detto questo, non voglio presentarmi come una specie di intellettuale politicamente impegnato. Nel mio anelito alla letteratura “sci-fi” c’è molta più ingenuità, vanità e voglia di giocare di quanto vorrei mai ammettere.

Ha scritto soprattutto opere distopiche, qual è la sua visione del futuro? Nei suoi libri ci sono rimandi a temi politici ed attuali?

La distopia è la vita nelle macerie che custodisce in sé i germi di una rinascita, carica di quelle speranze che spesso fanno anche ben volere la catastrofica “tabula rasa” da cui tutta la vicenda ha origine. In “Arma Infero” la catastrofe è praticamente innestata in ogni epoca del background, prima, durante e dopo gli eventi narrati; si respira una inevitabilità storica che opprime gli uomini e, nella sua spaventosa grandezza, ne ridicolizza ogni sforzo, impregnato di misere vanità e aspirazioni.

In “Ambrose”, in quanto cyberpunk d.o.c. (o almeno spero) la polemica e la critica di costume sono decisamente più chiare e palpabili. Ma come ho detto, anche qui la rovina generale è il preambolo inevitabile a una rinascita.

Intervista a Fabio Carta, autore di Ambrose e Arma Infero

Il linguaggio dei suoi libri a volte potrebbe essere giudicato desueto o molto tecnico, è una scelta voluta? Secondo lei influenza la godibilità dei testi?

Il mio linguaggio era quasi un obbligo nella prima persona di “Arma Infero”: in fondo a parlare era un pomposo maniscalco, impegnato in un’altisonante agiografia messianica. Che altro aspettarsi? In “Ambrose”, invece, ho cercato di creare un contrasto tra la narrazione in terza persona, molto forbita, e lo slang quasi incomprensibile dei personaggi, su cui però primeggia lo spettro anacronistico dell’entità che dà il titolo al libro. Per rispondere: sì, ho voluto e ricercato quel tipo di linguaggio. È funzionale a una fruizione facile e d’intrattenimento? Non so, non credo. Ma non ho mai detto di voler incoraggiare quel tipo di lettura.

Come mai il passaggio da Ambrose, opera autoconclusiva, ad un’opera impegnativa come la trilogia Arma Infero? Quali le differenze?

Cronologicamente “Arma Infero” è venuto prima e “Ambrose” ne è uno prequel spin-off, del tutto autonomo in verità. Non ci sono personaggi o ambientazioni in comune, non potrebbero per coerenza logica, ma alcune delle tecnologie in “Arma Infero”, così antiche da essere state dimenticate, trattate quasi alla stregua di magia, in “Ambrose” appaiono di sfuggita come prototipi.

“Ambrose” parla di un singolo episodio, di un punto nodale storico nella storyline “sci-fi” da me immaginata. Ma siamo sulla Terra, ci sono nazioni, corporazioni, internet, armi atomiche e la minaccia islamica divenuta superpotenza transnazionale. Nulla di così incomprensibile o diverso dalla realtà odierna.

In “Arma Infero” ho dovuto inventare un mondo, una storia, una mitologia, una divisione geopolitica credibile. E mi ci sono voluti 5 anni e 4 volumi (ebbene sì, il 4 e ultimo volume è prossimo all’uscita) per raccontare una lunga campagna militare che si svolge in parallelo all’ascesa di un sedicente messia cosmico. Sono due storie che non si possono paragonare, anche soltanto nella mole di informazioni.

Foto: copertina de “I Cieli di Muareb”, dal sito di Inspired Digital Publishing, editore di “Arma Infero”

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