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Eroica Fenice

Fëdor Dostoevskij: battiti di Un cuore debole | Recensione

Fëdor Dostoevskij: battiti di Un cuore debole | Recensione

L’Alessandro Polidoro Editore propone per la collana Classici Un cuore debole, romanzo giovanile di Fëdor Dostoevskij.

È la vigilia di capodanno, quando nell’appartamento pietroburghese dove abitano Arcadio Ivanovič Nefedevič e Vassia Sciumkov inizia la nostra storia. Condita di febbrile entusiasmo, la prima conversazione tra i due amici, stretti da un legame quasi fraterno, aziona una macchina narrativa i cui ingranaggi impazziti girano spasmodicamente. La felicità di Vassia di fronte alla sua condizione di novello sposo contagia Arcadio, in un accordo emotivo che mai si scioglierà per tutto il corso del romanzo breve Un cuore debole, opera giovanile dello scrittore russo Fëdor Dostoevskij.

Arcadio e Vassia sono presentati dal narratore come due figure agli antipodi: il primo dalle braccia robuste, con le quali solleva per la gioia l’amico; il secondo, gracile e anche un po’ storto, è colto di sorpresa dall’energia del compagno. Contro il peso dell’esitazione incombente sulla sua testa, la novità dell’amore sembra per un momento riuscire a sollevar da terra il debole Vassia. Il ritmo della narrazione, durante la quale lo stesso Fëdor Dostoevskij si concede degli spazi per commentare gli eventi, assecondando lo stesso folle entusiasmo dei due, trascina con il fitto dialogismo e un’incalzante paratassi il lettore appena entrato, forse con troppa cautela, nell’appartamento condiviso di Pietroburgo.

Al lettore Fëdor Dostoevskij domanda, attraverso un andamento allucinato, di accordarsi ai due protagonisti, e, in particolar modo, al claudicante Vassia. Non ci si lasci infatti illudere dalla velocità del passo dei due amici, tutt’altro che festoso per le strade della città russa. Si comprende a mano a mano quanto questo tentativo di accorciare i tempi, l’affastellarsi di battute e le scelte repentine siano un modo sgangherato di zittire l’irrequieto, ma perpetuo, vociare del pensiero. La preoccupazione per un lavoro da dover portare a termine, anche a fronte delle future spese destinate alla vita coniugale, sembra in realtà solo l’emanazione superficiale di un moto interiore disturbato e inquieto che agita le acque calme sulle quali finalmente sembrava poter navigare il protagonista. Il racconto infatti era iniziato sotto i migliori auspici attraverso le parole di Vassia: «non è una chimera la nostra felicità. Non è scritto in un libro. Saremo felici nella realtà!»

Nella prefazione a Un cuore debole, Giuseppe Andrea Liberti ricorda la preminenza del personaggio del sognatore all’interno delle opere giovanili di Fëdor Dostoevskij, come ben testimonia il famoso romanzo breve Le notti bianche. Peculiare notare come l’utilizzo del termine beatitudine, lo stesso che aveva chiuso la riflessione finale dell’anonimo protagonista, sia ripresa all’interno di Un cuore debole. L’autore ribadisce come l’attimo vissuto nella piena realizzazione della felicità, in entrambi i casi incarnata in una figura femminile, sia per definizione legato a un’inesorabile puntualità, verificabile cioè nel frangente temporale di un’epifania, e che sia esso forse rivelatore della sua stessa impossibilità. Vassia «non era riuscito a sopportare la sua felicità», destinato com’era, in quanto sognatore, a una vita letteraturizzata. È qui che affondano le radici della genealogia dei cuori deboli, una stirpe di zoppi, tra sognatori e inetti, che animerà le migliori pagine dei romanzi del Novecento. 

Immagine: Alessandro Polidoro Editore 

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