Fernando Aramburu: Il rumore di quest’epoca | Recensione

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Fernando Aramburu è diventato noto al pubblico italiano per il suo romanzo Patria, bestseller ambientato nei Paesi Baschi con al centro le vicende di due famiglie prima amiche e poi divise da sentimenti e antagonismi, da cui è stata tratta anche una serie tv prodotta da HBO. Patria ha indubbiamente consacrato l’autore di San Sebastian anche in Italia. Da metà del 2017 fino a metà del 2018, Aramburu ha curato una rubrica settimanale per il quotidiano iberico “El Mundo” dal titolo Entre coche y andén, ovvero Tra la vettura e il marciapiede, nella quale si prometteva di fare letteratura attraverso il medium giornalistico. Si apre così infatti il volume Il rumore di quest’epoca edito da Guanda Editore nel 2021 e tradotto da Bruno Arpaia.

Il rumore di quest’epoca di Fernando Aramburu: trama della raccolta 

Il rumore di quest’epoca svela i lati più intimi di Fernando Aramburu, le sue passioni, i suoi ricordi, i suoi incontri, le sue letture, e in controluce i riferimenti al suo volto pubblico di romanziere. Il volume raccoglie una selezione di  81 articoli usciti sul quotidiano spagnolo “El Mundo”. La raccolta dà l’opportunità ai lettori di conoscere le molteplici esperienze di Aramburu, come studente universitario presso l’università di Saragozza, come docente — ruolo che mantiene per 24 anni prima di dedicarsi alla scrittura —, come scrittore, descrivendo come trascorre le sue sessioni di scrittura, le sue abitudini.

Una delle colonne portanti di questa raccolta policentrica è il capitolo dedicato agli articoli sul paese basco e sulle ferite lasciate dal terrorismo del gruppo armato indipendentista Eta. Un terrorismo fatto non solo di proiettili e bombe, ma anche di intimidazioni e pressioni psicologiche. Per Aramburu la scrittura deve provare a riparare i torti subiti dalle vittime; deve contribuire a rifondere e farsi carico della loro sofferenza. Questa traccia attraversa tutto il libro e segue l’autore in tutto il mondo. Se scrive di un soggiorno a Palermo menziona Giovanni Falcone. Se si trova a Buenos Aires e sta raccontando e sta raccontando l’Argentina, conclude l’articolo con il casuale incontro con Martin Balza, generale in pensione che ai tempi del presidente Carlos Menem, ebbe il coraggio di riconoscere pubblicamente il colpevole coinvolgimento dell’esercito del suo paese nella brutale repressione durante la dittatura.

Un’altra costante che caratterizza Il rumore di quest’epoca è la presenza delle pietre di inciampo, quei cubetti di ottone che in molte città, su iniziativa dell’artista tedesco Gunter Demnig, sono state infisse nel selciato o immerse nell’asfalto davanti all’uscio di chi fu deportato nei campi di sterminio nazisti e che riportano il nome della vittima e alcune informazioni sulla sua sorte. In queste pagine raccolte ne Il rumore di quest’epoca, lo spirito di Fernando Aramburu, fieramente intransigente contro chi vuol nascondere le vittime del terrorismo dietro un pudico paravento, diventa ancora più chiaro e tagliente. 

«La cosiddetta memoria storica dovrebbe servirci a qualcosa di più che a regolare i conti, a ravvivare rancori o a cercare di cambiare a piacimento il segno dei vecchi tempi. Risulterebbe vantaggiosa per la società se servisse a fare di ciascuno di noi, o almeno di molti, persone migliori. Non so, più serene, più sensibili, meglio educate. Io, in ogni caso, ho preso l’abitudine di non passare sui sampietrini della memoria senza soffermarmi a leggerli per un istante.» 

Immagine: Guanda Editore

A proposito di Benedetta Russo

Napoletana, classe 96, studentessa di Lettere Moderne. Cresciuta a pane e libri, amante della letteratura e dell'arte a 360°, cinefila a tempo pieno.

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