I fantasmi di una vita, l’autobiografia di Hilary Mantel | Recensione

I fantasmi di una vita

Hilary Mantel è nata a Glossop, nel Derbyshire, nel 1952. Scrittrice prolifica, ha esordito nel 1985 con Every Day is Mother’s Day e molti dei suoi romanzi sono stati finalisti a importanti premi letterari, primo tra tutti l’Orange Prize. Hilary Mantel è stata inserita nella lista delle cento persone più influenti al mondo secondo il Time. Nel 2021 Fazi Editore pubblica il suo memoir “I fantasmi di una vita“, tradotto da Susanna Basso.

I fantasmi di una vita, trama del memoir

Hilary Mantel in questa autobiografia si mette a nudo davanti al lettore, in tutte le sue speranze, le illusioni di bambina e le sofferenze di una vita osteggiata dal destino. Con tono spesso ironico e mai vittimistico l’autrice ricostruisce la storia di una figura che, pur nelle difficoltà del fisico, è sempre stata accompagnata da una fervida immaginazione, che le ha permesso di scrivere i grandi romanzi di cui è autrice. Le dinamiche del memoir sono rappresentate in maniera alquanto originale: sogno e realtà si mescolano, cronaca e riflessione si danno il cambio, i fantasmi condividono la scena con le figure reali. Un testo capace di raccontare la sofferenza con sorriso ironico e grande spirito autocritico. 

Scrivere del proprio passato è come vagare a tentoni per casa con tutte le lampadine fulminate, allungando una mano in cerca di punti di riferimento. Localizzi l’imperturbabile armadio, e appena lo tocchi la porta ti si spalanca sulla grotta di tenebre del suo interno.

Hilary Mantel ricompone i passaggi fondamentali della sua esistenza con gradualità, come se volesse rimettere a posto tasselli mancanti, e, partendo dall’infanzia sceglie una narrazione purificata da ogni sentimentalismo. Il lettore viene introdotto nell’infanzia di Hilary in un mondo che sembra ricoperto di un color cremisi spento che oggi non si trova più. Nell’Inghilterra rurale del dopoguerra lo si vedeva sui pannelli delle porte di casa, sui cancelli delle fabbriche e su quei portoni alti che si aprivano su certi vicoli stretti fra due botteghe e che davano accesso ai cortili. Ed è proprio qui, tra i cortili della sua memoria, che germoglia il racconto di una donna che sembra quasi dire “Io” per la prima volta. Si assiste alla sua crescita tra la sparizione del padre e la morte del patrigno Jack, prime due perdite di una vita che ne è scandita. C’è una profonda riflessione in questo libro sulle persone che si perdono e anche su quelle che si perdonano, che spesso finiscono per coincidere. E poi c’è la malattia che sopraggiunge e le sconvolge l’esistenza tra diagnosi errate, depressione e trattamenti psichiatrici devastanti. Il suo male le fa vivere anni di sonni inquieti abitati da sogni autunnali, come la terra fradicia e scura nel cuore di un bosco ceduo. Fiaccata nel corpo, reagisce con l’immaginazione che ha dato vita ai suoi libri che sono spesso, in tanti modi diversi, storie di fantasmi che tornano a trovarla.
Come si fa a creare il racconto della propria vita? Questa è la domanda di senso che l’autrice si fa e che percorre tutto il memoir, genere sfidante e pieno di insidie per coloro che sono abituati a far vivere le vicende di altri. Come si fa a cercare tra vecchi stracci per confezionare un nuovo abito? I fantasmi di una vita è un libro affascinante come tutti i libri di memorie dei grandi scrittori, perché ci ricorda quanto scrittura e vita per certi esseri umani siano davvero parte di una stessa tensione esistenziale, nelle gioie come nelle sofferenze. 

A proposito di Benedetta Russo

Napoletana, classe 96, studentessa di Lettere Moderne. Cresciuta a pane e libri, amante della letteratura e dell'arte a 360°, cinefila a tempo pieno.

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